“Sono certo che un vero amore possa occupare da solo il cuore più grande”

“Non tollererò che la mia bimba debba essere offuscata come un vetro su cui qualcuno abbia alitato: dev’essere sempre splendente, perché questa è la sua natura”. Leggere parole di questo tipo potrebbe scatenare, per contrasto, sentimenti polemici. Non contro qualcuno in particolare, ma nei confronti di un’epoca intera. Se non fosse una costante della Storia, lancerei invettive su  tutto ciò che allontana giovani e meno giovani dall’essenza, dalla natura, dall’anima. Non so se Facebook, sms e chat possano incidere direttamente sul modo di vivere; ma sull’eleganza dell’espressione certamente sì. Per riscoprire cosa significa scrivere (e ricevere) una lettera d’amore appassionata, sarà meglio allora rifarsi a un classico, come Leggiadra Stella, una raccolta delle missive di John Keats all’amata Fanny Brawne, sua vicina di casa. È estremamente difficile recensire delle lettere d’amore. A meno che l’intento di chi le scrive non sia di assurgere a fama immortale. Ma il dubbio non sorge nemmeno, dal momento che lo scrittore non era certamente consapevole del fatto che, un giorno, le sue lettere sarebbero state pubblicate. Poi, chissà, se fosse in vita ne sarebbe anche felice, vista la sua perenne tensione a raggiungere uno statuto più che elevato tra i poeti del suo tempo. Si sa, i Romantici erano competitivi.

Ma lasciamo perdere le fantasie: dalle parole che leggiamo traspare verità. Se si è stati innamorati almeno una volta nella vita, è infatti facile demistificare un sentimento falso: lo si riconosce da tante cose. Per quanto ci si affidi agli artifici poetici, non è semplice mettere per scritto qualcosa che non brucia davvero nell’anima. Specialmente se, come il povero John, si è costretti a letto a causa di una malattia come la tubercolosi, che lo indeboliva e rendeva ancor più malinconico di quanto già non fosse.

Una passione divenuta ormai famosa, la sua, tanto da essere al centro dell’omonimo film (Bright Star) di Jane Campion. La pellicola, però, non rende onore al sentire del giovane romantico. Ma come scocca la scintilla per la sua leggiadra stella? Come spesso succede: tra uno sguardo furtivo, qualche parola lieve e biglietti fugaci ma quotidiani, che i due giovani si scambiavano a Wentoworth Place, residenza del poeta tra il 1818 e il 1820, nel quartiere londinese di Hampstead.

Siamo in piena epoca romantica, quando grandi scrittori e poeti si dedicavano alla riflessione senza posa sull’amore, di cui esaltavano più gli eccessi che la tenera piega che spesso prende se sottoposto a una tranquilla routine. È forse anche un condizionamento culturale, quindi, il modo in cui Keats stesso scrisse del suo amore per Fanny. Al punto che a un lettore odierno alcune parole possono suonare ridondanti se non stucchevoli. È infatti innegabile un certo manierismo che pervade le poche pagine di questa chicca letteraria. Ma si tratta di un modo di scrivere che viene e va, lasciando spesso spazio a sentimenti più immediati. Anche perchè il rapporto tra i due era continuamente sottoposto agli ostacoli con cui amici e familiari lo mettevano alla prova. Del resto, quale sentimento appagato trova spazio tra le pagine di un libro? La dolce corrispondenza termina poco prima che Keats parta per l’Italia, sperando di guarire dalla malattia che, invece, lo ucciderà giovanissimo. Anche se rimane il dubbio che il poeta sia morto del suo stesso amore, nonostante corrisposto.

Eros e Thanatos erano profondamente intrecciati nel suo animo e noi, ben lungi dal fare considerazioni di natura freudiana, abbiamo tutta l’intenzione di credere a un sentimento che ha il potere di dare e togliere la vita: “L’Amore è la mia religione-potrei morire per te. Il mio Credo è amore, e tu ne sei l’unico dogma”.

Titolo: Leggiadra stella. Lettere a Fanny Brawne
Autore: John Keats
Editore: Archinto
Dati: 2010, 10,50 €, 83 pp.

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Come si fa a sognare inscatolando pesce?

“Mattina, è ora di alzarsi, e allora alzati, Arturo, va’ a cercarti un lavoro. Va’ là fuori a cercare ciò che non troverai mai. Sei un ladro, un killer di granchi, un donnaiolo da stanzino dei vestiti. Tu non lo troverai mai, un lavoro.”Arturo Bandini è uno dei personaggi più famosi della letteratura americana. È simpatico, triviale, intellettuale ma anche menefreghista e pungente; il mix di queste qualità (o difetti, è la stessa cosa) lo ha reso popolare tra i lettori di tutto il mondo. La strada per Los Angeles è la storia di un ragazzo povero con ambizioni frustrate da scrittore.

Basta questo a farti provare simpatia per lui. È una storia bislacca, fatta di sproloqui, a volte in forma di dialogo, più spesso di monologo, con i quali Arturo si inviluppa su se stesso, sognando un futuro glorioso e maledicendo un presente infelice. Vittima delle donne, in quanto orfano di padre e costretto a vivere solo con madre e sorella ma soprattutto perché schiavo del loro fascino, le ama e odia allo stesso tempo. Lo si capisce quando parla di chi lo ha generato e di tutte le ragazze ritagliate dai giornali un po’ osé, cui attribuisce un nome e una storia sognando incontri clandestini con loro. Ma la realtà è fatta per lui di lavori davvero precari, sottopagati e fisicamente distruttivi grazie ai quali mantiene la famiglia. I giorni trascorrono lenti sotto il sole di Los Angeles, mentre inscatola pesce e litiga con i colleghi immigrati come lui, italiano di origine. I messicani e i filippini prendono infatti in giro le sue manie di grandezza e lui promette a se stesso, sempre nel silenzio della sua immaginazione, di vendicarsi della loro ignoranza.

La debolezza di Arturo consiste soprattutto nel non ammettere debolezze, né in sé né nei suoi compagni di viaggio, che guarda caso condividono lo stesso destino. Sono infatti gli immigrati ad attirare il suo disprezzo ma anche gli esseri indifesi, come i granchi del porto o le mosche della fabbrica. È su di loro che vendica l’astio dei deboli che non riescono a emergere. John Fante scrisse La strada per Los Angeles nel 1933 ma il libro vide la pubblicazione solo nel 1985. Si tratta del suo primo romanzo ma Bandini farà parte anche dei successivi Aspetta primavera, Bandini, Chiedi alla polvere e Sogni di Bunker Hill. Inutile dire che si tratta di un personaggio non troppo sottilmente  autobiografico. Ma nonostante la fama di Bandini, io non sono riuscita a entrare completamente in empatia con lui, se non a tratti. Forse perché l’ennesimo personaggio borderline, forse perché spesso violento, forse perché osannato dalla critica o forse ancora perché ammetto di non aver letto tutta la saga.

La strada per Los Angeles mi ha strappato qualche sorriso ma anche sentimenti contraddittori. Simpatia e antipatia. Attrazione e repulsione per le vittime di un’adolescenza turbolenta. Non sarà perché, come Bandini, ho rabbia per chi ha le mie stesse debolezze? “Addio, codardi. Sputo su voi, disgustato. La vostra codardia ripugna al Fuhrer. Odiosa gli è la codardia quanto gli è odioso un morbo. Non vi perdonerà. Possano le maree mondare la terra dal crimine della vostra codardia, canaglie”.

 

 

 

Titolo: La strada per Los Angeles
Autore: John Fante
Editore: Einaudi
Dati: 2005, XXXI-218 pp., 12,00 €

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Vincere non cambia niente

Andre Agassi bambinoAndre Agassi ha sette anni e con suo padre guarda Wimbledon alla tv tra un allenamento e l’altro nel campo da tennis di casa. Gioca Björn Borg, l’idolo di Andre. Sembra una scena normalissima: il bambino che gioca a tennis guarda alla tv il suo idolo e sogna di emularlo, di vincere Wimbledon anche lui, un giorno. Eppure qualcosa stride in questa scena: «guardo Wimbledon alla televisione con mio padre e facciamo tutti e due il tifo per Björn Borg, perché è il migliore, non si ferma mai … – ma io non voglio essere Borg». Ecco perché questo libro nasconde, dietro le sembianze della classica autobiografia del campione dello sport, qualche motivo di interesse in più: perché in fondo racconta la storia di una lunga contraddizione, della vita di un uomo che odia lo sport che gli ha consentito di diventare un personaggio amato e rispettato, un idolo a sua volta e, aspetto ben presente nel libro, di diventare ricco. Tutto il memoir di Andre Agassi è strutturato attorno a questa contraddizione, che gli dà un tono effettivamente ai limiti del tragico: il tennista gioca (e vince) perché non ha scelta, ma odia quello che fa, e se avesse potuto scegliere avrebbe scelto di fare un altro mestiere. Qualsiasi altro mestiere. A tutti i personaggi del libro (preparatori atletici, ex pastori diventati cantautori, mogli, fidanzate, allenatori) Agassi a un certo punto confida di odiare il tennis. Tutti gli rispondono allo stesso modo: ma non può essere vero, stai esagerando, sei un campione, non è che un brutto momento. Solo una persona lo capisce e condivide al volo: Steffi Graf.

Andre Agassi, US Open 1992Chiunque abbia giocato anche sporadicamente a tennis da adolescente all’inizio degli anni Novanta ricorda il fascino esercitato da questo piccolo tennista di Las Vegas. In uno sport che, almeno fino ad allora, manteneva dei codici di comportamento e di abbigliamento di discendenza aristocratica Agassi, con i suoi capelli lunghi, i pantaloncini di jeans, le magliette lisergiche, trucco e orecchini ha rappresentato una rottura. Prima di completare una carriera ventennale e di vincere otto tornei del Grande Slam (i quattro tornei di gran lunga più importanti che scandiscono la stagione tennistica), di diventare un modello di filantropia con la ricchissima scuola da lui fondata a Las Vegas, di incarnare una sorta di famiglia tennistica perfetta insieme alla moglie Steffi Graf (ragionevolmente considerata una delle migliori tenniste di tutti i tempi), Agassi era una specie di punk del tennis, un ragazzetto americano ignorante, maleducato, malvestito e insofferente alle regole di Wimbledon, solo con una risposta esplosiva e una rapidità strabiliante.

Il libro smonta in parte questa immagine, o meglio la storicizza. La struttura è semplice: strettamente cronologica, dall’infanzia negli anni Settanta al ritiro nel 2006, con la narrazione della carriera sportiva e quella delle vicende personali che si intrecciano. Il tutto è incorniciato da un bel primo capitolo, in cui Andre racconta la sua ultima, epica vittoria in cinque set contro Baghdatis agli US Open del 2006 con taglio quasi fenomenologico, e una conclusione più convenzionale con la descrizione delle sue attività di direttore della scuola e di marito e padre. Diciamo subito che le parti più interessanti riguardano l’infanzia e l’adolescenza, qualche descrizione molto ben riuscita di alcuni incontri cruciali e il racconto dell’episodio famoso del 1997 in cui Andre, che non riesce più a vincere ed è sull’orlo della depressione, inizia a consumare metanfetamine, viene beccato dall’ATP (la federazione del tennis professionistico), scrive una lettera di scuse piena di bugie sostenendo di aver assunto quelle droghe a sua insaputa e la fa franca.

Andre Agassi And Steffi Graf's Baby Jaden

Ad Agassi non mancano di certo coraggio e sincerità. Le parti sulla vita privata, che pure è interessante e comprende un flirt con Barbra Streisland, un matrimonio fallito con Brooke Shields e un altro matrimonio con la principessa teutonica del tennis Steffi Graf, sono un po’ più macchinose e forse soffrono di uno sguardo troppo marcatamente retrospettivo. È come se ancora una volta Andre fosse condannato: nonostante ce la metta tutta a raccontarci la sua vita oltre il campo da tennis, alla fine quello che lo appassiona e ci appassiona di più è la sua vita di tennista.

Agassi non era un punk, era un ragazzo come tanti a cui non è stato concesso di fare altro se non giocare a tennis. In ogni caso, la figura centrale tra le molte che popolano il libro (da McEnroe a Connors, da Federer all’arcirivale Sampras, fino al cast di Friends e a Nelson Mandela) è certamente quella del padre. Mike Agassi, emigrato dall’Iran agli Stati Uniti negli anni Cinquanta, ex pugile, violento, ossessivo, autolesionista, aguzzino del piccolo Andre fino al punto di costruire per lui una macchina sputapalle con cui lo sottopone a pesantissimi allenamenti. Anche in questo caso Andre non risparmia i dettagli, dalle risse con i camionisti fino a piccoli particolari inquietanti. «Papà fa delle cose… Per esempio, spesso s’infila pollice e indice su per il naso e poi, irrigidendosi per il dolore che gli fa lacrimare gli occhi, si strappa un bel ciuffo di peli neri. È così che si prende cura del proprio aspetto». Molte sono le figure paterne di cui Agassi va alla ricerca del libro, molte lo deludono finché, con gesto narrativo un po’ retorico, non diventerà padre lui stesso, finalmente maturo.

Andre Agassi

Il libro presenta alcune pagine un po’ più tecniche sul gioco del tennis che fanno la felicità degli appassionati, e rievoca episodi e partite celebri per così dire dall’interno, da una prospettiva inedita per lo spettatore. Al di là degli avvenimenti sul campo, a volte Agassi si lascia andare a eccessi di zelo e cade vittima di una sorta di volontà edificante, ma non esagera mai e alla fine gliela si perdona volentieri. La cosa infatti che sorprende più di tutte è che alla fine questa autobiografia lascia aperte delle questioni. A volerla leggere con più attenzione, non ci si libera della sensazione che Agassi, campione nello sport e nella vita, sia solo una marionetta; del padre, degli sponsor, del gioco, nient’altro che una marionetta. E proprio questo tema un po’ logoro dei rapporti tra lo sport e la vita ce ne dà un esempio. Raramente l’appassionato di uno sport resiste alla tentazione di paragonarlo alla vita, di usarlo come metafora per parlare dell’esistenza. Neanche Agassi vi si sottrae, ma significativamente oscilla e in alcune pagine del libro nega recisamente qualsiasi validità a questo tipo di operazione intellettuale. All’inizio del libro leggiamo: «Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura»; e aggiunge poco dopo che nel campo da tennis si è soli come nella vita. Ma insomma, ci potremmo chiedere, che razza di vita è questa? Che immagine della vita è? Vengono in mente quelle che Marx chiamava le robinsonate: «il singolo e isolato cacciatore e pescatore con cui cominciano Smith e Ricardo appartengono alle immaginazioni del XVIII secolo», non sono altro che immagini funzionali all’ascesa di una classe sociale, e negano la socialità fondamentale dell’animale uomo. Così fa la metafora del tennis quando si applica alla vita. Ma Agassi lo intuisce: «il tennis non è la vita!» esclama altrove, prima di usare un altro paio di volte, debolmente, di nuovo la stessa metafora.

Andre Agassi vincitore al Roland Garros, 1999

Agassi nonostante tutto resta indeciso sulla sua carriera, sulla sua vita e sulla natura del suo sport. Nel 1992 vince Wimbledon, il suo primo slam; ne vincerà altri, su tutte le superfici. Solo quattro altri giocatori ci sono riusciti nella storia del tennis (Budge negli anni ’30, Laver negli anni ‘60, e poi Federer e Nadal in tempi recentissimi). Eppure scrive: «Io non credo che Wimbledon mi abbia cambiato. Anzi, ho la sensazione di essere stato messo a parte di un piccolo, ignobile segreto – vincere non cambia niente».

Titolo: Open. La mia storia
Autore: Andre Agassi
Editore: Einaudi (Stile Libero)
Dati: 2011, 502 pp., 20,00 €

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Una miniatura dell'animo umano

Sei delicatissimi racconti. Così delicati che si potrebbe trovarli privi di appeal. Ammetto che anch’io, ferma ai primi due (Atterra un UFO su Kushiro e Paesaggio con ferro da stiro), stavo per giudicare la raccolta di Murakami un po’ troppo impalpabile. La scrittura, molto lineare, mi pareva non promettesse emozioni. Ma al terzo della serie, quello che ha dato il titolo al libro, la mia opinione ha cominciato un lento ma inevitabile viraggio: è la storia di un trentenne, segnato dalla mancanza di un padre e dall’eccessiva vicinanza della madre, ingenuamente morbosa. Dietro alla descrizione minuziosa e quasi sottovoce dei sentimenti, ho iniziato a pensare al pudore del popolo giapponese. Forse, mi sono detta, di fronte a un fruscio ci si pone troppo spesso con indifferenza. Soprattutto se si è abituati a contesti rumorosi. Ma se si tende l’orecchio, è possibile cogliere segreti e verità. Ed ecco che quasi a metà lettura, comincia la mia sensazione di benessere malinconico.

Parole e frasi soppesate e semplici si dipanano pagina dopo pagina. È difficile oggi adottare l’aggettivo “semplice” con la pretesa di non offendere, soprattutto se ci rivolgiamo a un intellettuale o a uno scrittore. Ma non sono in pochi a credere che sia proprio questa l’essenza della genialità. Man mano, entriamo nelle vite di personaggi in un certo senso muti, introversi, un po’ ai margini, cui manca qualcosa di importante. Come in Thailandia: protagonista, una donna in viaggio per lavoro, che alla fine decide di concedersi qualche giorno in più in questo affascinante Paese. Venendo quindi a contatto con un misterioso autista e una vecchia indovina.

Ovviamente, non è la materia di cui sono fatti questi racconti a colpire, ma il modo in cui lo scrittore la plasma, creando una serie di acquarelli. Si tratta di letteratura fine, nel senso nobile e non elitario del termine: è adatta a occhi, orecchie, immaginazione acuti e sensibili, che scavano in mezzo agli sgargianti volumi che si trovano in bella vista negli scaffali delle librerie, in cerca di qualcosa di speciale. In Ranocchio salva Tokyo, a un banale e triste impiegato di banca appare all’improvviso una rana gigante che predice l’imminente distruzione della capitale. Da questo momento, comincia un dialogo surreale e denso di significato. Infine Torte al miele, il mio preferito: qui c’è l’intreccio di tre vite, quelle di due ragazzi e una ragazza, che si conoscono all’Università e da quel momento non si lasceranno mai più. Due di loro si sposano, l’altro è fedele testimone della loro unione. Ed è su quest’ultimo che ricade la responsabilità del racconto. È molto probabilmente la proiezione di Murakami stesso, essendo anch’egli uno scrittore di racconti. Ma lo si capisce soprattutto dall’empatia con cui l’autore lo tratta. Murakami riesce a condensare molti anni in poche pagine, ricche di contenuto e di cuore. Alla faccia dell’accusa di sentimentalismo toccata in sorte al protagonista di Torte al miele e, con ogni probabilità, al narratore stesso, nascosto tra le pieghe di quest’ultima novella.

Titolo: Tutti i figli di Dio danzano
Autore: Haruki Murakami
Editore: Einaudi
Dati: 2010, 130 pp., 9,50 €

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Una felicità possibile

La mente di Josef Fritzl aveva ingaggiato col corpo una scommessa impossibile: voleva risalire tutte le età dell’uomo fino al luogo in cui lo scorrere del tempo rallenta e da dove, ammesso che si sopravviva, si assiste alla nascita di ogni cosa. Accanto alla figlia avrebbe contemplato l’origine delle galassie e di ogni pulsante battito di vita, e piú in là ancora si sarebbe spinto, fino a dentro l’occhio di Dio – e come avrebbe potuto impedirlo proprio Lui, che gli occhi non li chiude mai? [Paolo Sortino, Elisabeth]

«Questo universo, ormai senza padrone, non gli appare sterile né futile. Ogni granello di quella pietra, ogni bagliore minerale di quella montagna, ammantata di notte, formano, da soli, un mondo. Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice». Così Camus racconta la condizione di Sisifo, condannato per l’eternità a trasportare lungo il pendio di una montagna sempre lo stesso pesantissimo masso.

Bisogna immaginare Sisifo felice. È la frase a cui pensa Paolo Sortino quando nel 2008, pochi giorni dopo la liberazione di Elisabeth Fritzl dal bunker in cui suo padre l’aveva condannata a ventiquattro anni di segregazione e violenza, la stampa riporta una sua presunta dichiarazione. Josef Fritzl, avrebbe detto sua figlia Elisabeth, era capace di odio profondo e di amore altrettanto intenso. Parole forse mai pronunciate davvero, comunque subito smentite. Eppure, nell’orrore paralizzante al quale la sua storia ci condanna, una frase come questa è un barlume improvviso, un luccichio di senso cui aggrapparsi prima che svanisca.

«Mentre raccoglievo informazioni sulla vicenda, – racconta l’autore, – la frase di Elisabeth continuava a risuonarmi nella testa, e dava da sé un’immagine a tutto ciò che poteva essere accaduto. Un’immagine dolorosa, certamente, ancora incomprensibile, oscura, persino patetica. Eppure mi sembrava che contenesse un nucleo di felicità possibile, fragile al di là di ogni sensibilità, che nascondesse una serie di possibilità taciute, alle quali forse Elisabeth poteva essersi aggrappata per sopravvivere». E allora, che siano state realmente pronunciate o no, quelle parole diventano una traccia da seguire, un indizio utile a ricostruire un’esistenza altrimenti destinata a sparire, e forse utile anche ad azzardare un tentativo di comprensione di quel dolore. «La sofferenza di lei e dei bambini avuti dal padre, ancora inimmaginabile, si stava trasformando in qualcosa che chiedeva asilo nella mia immaginazione».

Avere il coraggio di accostare la parola felicità a un inferno che sembra non lasciare scampo, ecco l’azione (filosofica, prima che narrativa) che compie Sortino, quella da cui nasce la potenza abbagliante di questo romanzo, il reagente che scatena la detonazione immaginifica. In una delle pagine più dense e suggestive di Elisabeth, Josef lancia una moneta nella piscina che ha costruito nel bunker per i suoi figli-nipoti, e l’acqua, fino ad allora apparsa come un cristallo immobile, si increspa di cerchi che si allargano sulla superficie. La materia era stata resa fluida: grazie a una semplice monetina, il padre era riuscito a commuoverla. Ecco, Sortino fa qualcosa di simile. Azzardando l’ipotesi di una felicità possibile, di una forma di amore all’interno dell’odio, increspa la materia di un orrore che appare monolitico e inscalfibile, e lo commuove. In questa prospettiva, racconta Sortino, «il dolore assumeva sembianze nuove, oppure antiche, vale a dire nuove da sempre». Elisabeth è un romanzo su ciò che da sempre esiste e che da sempre evitiamo di guardare, e l’intensità dei sentimenti, la loro assolutezza, è quella della tragedia o del mito. Dopo la breve premessa iniziale con cui l’autore riassume «il caso Fritzl», la cronaca è espulsa dalle pagine. Da quel momento in poi i fatti, o meglio, ciò che dei fatti trapela attraverso gli articoli sui giornali, su internet, inchieste più o meno realistiche e ricostruzioni, diventa lo scheletro della narrazione, una gabbia flessibile ma perfettamente articolata sulla quale innestare una voce che è insieme carne e nervi di questo romanzo.

Fedele a quel primo barlume che da solo sembra essere in grado di generare il senso, Sortino si ritrova ad avere a che fare con una questione paradossale. Se spesso uno scrittore è costretto a confrontarsi con il problema della plausibilità delle proprie invenzioni nel mondo reale, qui si pone quello opposto: selezionare ciò che, della realtà, è plausibile nel romanzo. E che Sortino è uno scrittore vero lo capiamo anche da questo, dalla sua capacità di rinunciare a tutto ciò che avrebbe deformato la struttura del suo romanzo fino a renderla storpia, di non cedere alle lusinghe di una «storia vera» fitta di dettagli insopportabili eppure ricchi di suggestioni narrative potenzialmente irresistibili. Come la notizia, resa nota durante il processo, che prima di costruire il bunker e rinchiudere Elisabeth, Josef Fritzl avrebbe tenuto prigioniera la propria madre in una soffitta per venticinque anni. Dove non sa e non può sapere, invece, Sortino riempie con l’immaginazione, aprendosi in slanci visionari che paradossalmente non fanno che aumentare la credibilità del romanzo. Non può che essere andata così, ci si dice leggendo.

Ad animare lo scheletro della storia, a riportare in vita ciò che è stato sepolto, c’è la scrittura. La voce narrante scelta da Sortino è una voce che sembra provenire dalla notte dei tempi, anch’essa «antica o nuova da sempre», una voce onnisciente che ricorda a tratti il canto di un coro greco. È una voce che si permette di abitare e scandagliare i pensieri dei personaggi, restituendoceli in una forma tanto densa da apparire essa stessa materia minerale. Nello spazio ridotto del bunker, nel tempo diluito in cui le azioni non sono altro che quelle naturali, «che non si possono abbreviare», resta l’immaginazione e resta il ragionamento, articolato con una lucidità sconcertante: i personaggi di Elisabeth capiscono, comprendono, addirittura imparano. Accumulano in continuazione piccole epifanie, strati progressivi di coscienza. Il loro pensiero non si sostituisce all’azione: è esso stesso azione, nel modo in cui è azione (dolorosa, violenta) la scrittura di Sortino: facendo esistere ciò che non aveva una possibilità di esistenza.

Attraverso questa voce assistiamo alle violenze insopportabili, alla costruzione meditata di una famiglia, assistiamo alla metamorfosi di Elisabeth e al progressivo coincidere della vita con quella vita. Dal centro del bunker, Sortino racconta senza mai emettere giudizi o attribuire colpe, scegliendo di accostarsi ai suoi personaggi, invece di schierarsi. Eppure, nel momento in cui il suo romanzo vuole essere un romanzo sulla felicità, è anche un romanzo profondamente morale: «La morale, – dice Sortino, – non è necessariamente legata alla colpa; certamente è connessa alla responsabilità, ma soprattutto al dovere. Io sento un dovere, nel mestiere che vorrei fare, ed è restare fedele alla complessità, quando la vedo, che spesso è un mistero per definizione, perché insondabile, eppure è lì che ci guarda. Abisso e profondità, che non sono la stessa cosa, agli occhi di uno scrittore si somigliano parecchio, e a me stanno bene così come sono».

Titolo:  Elisabeth
Autore: Paolo Sortino
Editore: Einaudi
Dati: 2011, 216 pp., 19,50 €

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Fiabe tutte diverse illustrate da tanti illustratori tutti diversi, per i bambini e le bambine tutti diversi

TantiBambini - "L'esempio dei grandi" Bruno Munari - Florenzio CoronaFossimo negli anni Settanta e precisamente nel marzo del 1972 potremmo trovare in libreria freschi di stampa i primi quattro numeri di Tantibambini, collana edita da Einaudi, il cui direttore, Bruno Munari, scriveva presentandola: “fiabe e storie semplici, senza fate e senza streghe, senza castelli lussuosissimi e principi bellissimi, senza maghi misteriosi, per una nuova generazione di individui senza inibizioni, senza sottomissioni, liberi e coscienti delle loro forze”.

Parlava di me, parlava di noi, bambini in quegli anni. A noi questi volumetti quasi perfettamente quadrati (23×24) si indirizzavano e infatti io stessa ne posseggo qualcuno e così alcuni dei miei amici; Le storie e le fiabe sono assolutamente rispondenti al controcorrente proposito di Munari, geniale nell’ideazione; amara la consapevolezza che quella nuova generazione cui anelava e cui si rivolgeva, oggi sia la più inibita, sottomessa, imprigionata nei gangli meccanici di una società soffocante, stremata e mortificata.

Il 3 gennaio 1976 arrivava in libreria I mostri di Vittorio Bini con le illustrazioni dell’autore. TantiBambini - "Vogliamo un tram" Roberto Denti- Emilio MassariCosì incomincia e, come tutti gli altri volumi, lo fa esponendosi in copertina, una copertina resa prima pagina e quindi parte integrante di tutto il volume e della storia; “Molto tempo fa, quando il nonno del nonno del nonno del nonno non era ancora nato, dove noi oggi viviamo c’erano i mostri. I mostri antidiluviani. Erano bestioni senza cervello, grandi come case, che mangiavano e distruggevano tutto quello che incontravano. Non durarono molto, perché l’ambiente un giorno li rifiutò e tutti morirono, uno dopo l’altro. Ma erano fortissimi, giganteschi, potenti. Anche adesso ci sono i mostri, ma la loro grandezza è invisibile, la loro potenza nascosta, la loro forza travestita da dolcezza. Il loro pensiero invece è nero: sono bestioni senza cervello”. Si prospetta una storia fedele alla linea editoriale, e infatti lo è. Finisce dopo quattordici pagine investendo gli sguardi dei lettori di verità crudeli e colori foschi e tetri. Spaventa, è un po’ mostruosa e, come tutte le altre storie di Tantibambini, continua nella quarta di copertina, in cui c’è spazio, sempre, per i sorrisi, giacché gli autori di queste storie sono artisti veri, dotati di quella straordinaria e rara qualità che consiste nel non prendersi sul serio. Le biografie sono storie a sé stanti e meritano una lettura divertita.

Prendiamone una a caso, omaggiamo Munari stesso: “Bruno Munari, lo sapete già, è quello di Cappuccetto Verde e Cappuccetto Giallo. È anche quello dell’Alfabetiere e delle Rose nell’insalata. Tanti anni fa ha inventato le macchine inutili e adesso sta inventando degli impermeabili assorbenti e delle spugne impermeabili. Sta anche preparando degli strumenti musicali quasi muti. Ha scritto un libro di nebbia e un altro di sassi e ne ha perfino scritto uno con le parole”. L’esempio dei grandi, per esempio, uscito il 3 aprile del 1976, in cui è chiaro come sia ora che i grandi prendano esempio dai bambini. Con le illustrazioni di Florenzio Corona a tecnica mista (disegno e collage con foto a ritaglio) s’illumina la consapevolezza di quanto le creature semplici della natura siano generose e fragili e quindi comprensibili a quanti (o piuttosto solo a quanti) condividano queste caratteristiche.

TantiBambini - Pantera nera E. Poi - Franca Capalbi copertinaTantiBambini - "L'esempio dei grandi" Bruno Munari - Florenzio Corona copertinaTantiBambini - "I mostri" Vittorio Bini copertinaTantiBambini - "Vogliamo un tram" Roberto Denti- Emilio Massari copertina

O a tutti gli entusiasti, a quanti s’innamorano di un’idea e la perseguono fino a realizzarla magari dimenticando qualcosa di essenziale per la sua riuscita e poi di colpo, come sempre accade con le idee amate sinceramente, trovando la soluzione perfetta. Vogliamo un tram, dicono i bambini di Casalvico e fanno di tutto per ottenerlo, riuscendoci, ce lo racconta Roberto Denti (“dice che la sua libreria per ragazzi è stata la prima, dice che prima non c’erano librerie per ragazzi, dice che i ragazzi non sapevano dove andare a comperare i loro libri, dice che adesso lo sanno tutti”) mettendo l’accento sull’amicizia, la testardaggine (quella buona, quella costruttiva), la libertà di pensiero e i valori civili. L’avventura dei bimbi di Casalvico e del loro tram è illustrata da Emilio Massaro con dipinti colorati, lineari e allegri.

TantiBambini - "Pantera nera" E. Poi - Franca CapalbiE il colore non manca nelle splendide illustrazioni di Franca Capalbi che pur essendo artista dei tessuti stampati decise di immergere la Pantera nera di E. Poi (pseudonimo di Munari stesso) in fiori e farfalle coloratissime di rosa, rosso, giallo; prima di conoscere i fiori la pantera nera aveva in sé un solo colore: il giallo dei suoi occhi, dopo avere scoperto i colori  invece essi “sono anche dentro di lei. Una pantera nera tutta nera molto nera di fuori, e tutta a colori, tanti colori dentro”.

Stili diversi, approcci diversi, toni scanzonati a volte cupi per un risultato anticonformista che proprio nel suo anticonformismo forse, e purtroppo, vide il suo fallimento.

Durò pochi anni Tantibambini sebbene sia difficile riscontrare in essa il motivo di questa breve esistenza (l’ultimo numero uscì nel 1978); riprenderne in mano le storie è certamente atto nostalgico ma anche desiderio di ritrovare in fiabe semplici l’intelligenza genuina e schietta della fantasia.

Il crocifisso di Stato: una storia da raddrizzare

Il 18 marzo 2011 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo – organo del Consiglio d’Europa e non dell’Unione Europea come spesso erroneamente si sostiene – si è pronunciata contro la signora Soile Lautsi, cittadina italo-finlandese di Abano Terme, in provincia di Padova. Nel procedimento Lautsi vs. Italy, la nostra concittadina aveva sostenuto che la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche costituiva una violazione della Costituzione italiana, che dal 1984 non riconosce più la religione cristiana, cattolica e romana come unica religione di Stato. Dopo un primo pronunciamento a lei favorevole nel 2009 e dopo il ricorso da parte dello Stato italiano, è arrivata la sconfitta, salutata in coro dalla nostra classe politica, che quando si parla del simbolo religioso si raccoglie in una prodigiosa union sacrée. Di sconfitta si tratta, non bisogna girarci attorno. Ma di che tipo di sconfitta stiamo parlando: soltanto giuridica o ben più ampia, culturale, politica, storica?

Il crocifisso di Stato, «libretto polemico» (così lo definisce l’autore stesso) di Sergio Luzzatto, brillante storico della Rivoluzione francese e dell’Italia del Novecento, è uscito poco prima della sentenza in questione. Ma questo poco importa al lettore, dato che il testo si occupa, più che di questioni giuridiche, della dimensione profonda, storica del problema della presenza pubblica del simbolo religioso, del rapporto tragico e profondo tra le nostre esistenze quotidiane, le nostre istituzioni e la Chiesa cattolica. Con le sue parole: «Il crocifisso sul muro non è soltanto una questione di diritto, una questione di codici o di codicilli. Il crocifisso sul muro è soprattutto un problema di storia. Una storia lontana o anche lontanissima, risalente fino al Medioevo, e una storia vicina o anche vicinissima, dal primo Novecento a oggi. In Italia il crocifisso è là, davanti ai banchi dei bambini nelle scuole elementari, sopra il letto dei pazienti nelle stanze d’ospedale, dietro le sedie dei giudici nelle aule dei tribunali, perché là lo ha preparato a giungere un passato remoto, perché là lo ha imposto un passato prossimo, perché là lo mantiene una specie di presente storico».

La storia del crocifisso di Stato è la nostra storia peggiore, la «storia da rifiutare», conclude Luzzatto. Possiamo ben vedere che lo storico assume fin dalle prime pagine un atteggiamento trasparente: quello che avete tra le mani non è un libro di distaccata analisi storica, ma un libro che unisce il tono polemico del pamphlet al rigore della ricostruzione storica; mantiene però sempre dritta la direzione: il crocifisso sui nostri muri pubblici non è un simbolo universale, non esprime l’essenza profonda della nostra identità nazionale e non è affatto innocuo. Luzzatto ci mostra, in poche pagine che tengono assieme con sorprendente leggerezza e sapienza narrativa una matassa complessa di trame macro e microstoriche, perché è importante fare la storia di un problema presente: solo in questo modo possiamo accorgerci che il nostro presente non è condannato all’immutabilità, ma è talmente fragile da poter essere rivoltato.

Come dicevamo, le tesi di Luzzatto sono essenzialmente tre, e contrastano punto per punto la vulgata bipartisan pro-crocifisso. In primo luogo, il crocifisso non è un simbolo che unisce ma un simbolo che divide, come mostrano le sue origini risalenti ai secoli XII e XIV dell’Occidente cristiano, lo stesso periodo che vede le prime violente persecuzioni antiebraiche, da cui nascono le conseguenti attività vandaliche contro il simbolo da parte ebraica. In secondo luogo, il crocifisso non è un simbolo universale, non esprime un messaggio di pace che viene rivolto a tutti, ma parla a una parte precisa di fedeli e urla la sofferenza del Cristo, al punto che seguire il ragionamento degli «atei devoti» nostrani significherebbe insultare la sua potenza stessa e farne implicitamente un simbolo muto, quasi impotente. Infine, se è una verità banalissima che la nostra identità nazionale ha delle “radici cristiane”, è anche vero che l’identità di un paese, così come i simboli attraverso cui si esprime, è qualcosa che evolve, muta, si trasforma radicalmente con il tempo: l’identità di un paese non è un’essenza immutabile ma una trama di eventi storici in perenne mutamento. Perché infatti, domanda provocatoriamente Luzzatto, non si parla mai della presenza o dell’assenza del crocifisso dalle case degli italiani, e soltanto della sua presenza pubblica? Non sarà forse che l’enfasi sulla sua pubblicità serva a oscurare il fatto che si tratta di un simbolo sempre meno presente nelle vite reali e negli spazi che concretamente abitano gli italiani?

Tutto questo è argomentato tramite il ricorso a una cronologia e a una geografia estremamente variegate: dalla Cuneo degli anni Ottanta al Medioevo di Francesco d’Assisi, dal Gargano di Padre Pio all’esposizione della Sindone l’anno scorso a Torino, dal Cristo parlante e amichevole di Guareschi alla marcia su Roma descritta da Curzio Malaparte. La difesa del crocifisso delinea inoltre inedite e bizzarre convergenze, scenari surreali in cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la grande scrittrice Natalia Ginzburg, Marco Travaglio, Mariastella Gelmini e il cardinale Bertone si sono trovati, negli ultimi 25 anni circa, dalla stessa parte della barricata. Tra le diverse storie che si intrecciano e si agglomerano nel nostro presente storico, ne scelgo soltanto una, quella degli anni che vanno dal 1922 al 1926, gli anni della nascita del fascismo, o meglio del clerico-fascismo, perché ci consente di gettare, al di là di tutti i recenti e pietosi revisionismi, un ponte verso quel passato, un ponte tanto più spaventoso quanto molto trafficato ai nostri giorni. Il clerico-fascismo, categoria ambigua ma pregnante trattata da Luzzatto in maniera più articolata nel suo splendido libro su Padre Pio del 2007, sembra riagguantarci – beninteso, in forme nuove: la storia non si ripete – e prenderci alle spalle proprio quando credevamo che fosse diventata una mera materia scolastica.

Dunque, è proprio vero che il crocifisso è sempre stato appeso nelle nostre scuole, caserme, ospedali, tribunali? No. Nonostante una legge Casati del 1859 stabilisse l’obbligo di esporre il crocifisso e il ritratto del re in tutte le scuole elementari del regno, nell’Italia laica e post-unitaria, nata non senza la Chiesa ma contro la Chiesa, la direttiva era ampiamente disattesa, tanto che il 22 novembre 1922, neanche un mese dopo la marcia su Roma, il governo Mussolini, per mano del sottosegretario all’istruzione, emanava una circolare in cui lamentava questo stato di cose e prescriveva di rimettere subito i simboli al loro posto. Ben presto, tra il ’23 e il ’26, la direttiva venne estesa a tutti gli edifici pubblici, a tutte le scuole, di ogni ordine e grado, e infine ai tribunali. Dietro questa serie di decreti stava, e Luzzatto ricorda alcune eloquenti biografie, una pattuglia di gerarchi del Fascio con le mani ancora sporche di sangue.

Anche se sono da prendere con le molle, ricordiamoci delle parole con cui Malaparte descriveva la marcia su Roma: si trattava della sospirata e tanto attesa «vittoria dell’Italia cattolica, terragna, antimoderna, anticivile» contro quell’altra «Italia laica, cittadina, esterofila e viziosa». Ricorda qualcosa?

Titolo: Il crocifisso di Stato
Autore: Sergio Luzzatto
Editore: Einaudi
Dati: 2011, 100 pp., 10,00 €

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