La compagnia del corpo, la geografia del vuoto

Giorgio Falco esordisce nel 2004 con Pausa caffè, un libro che per fotografare la realtà del precariato assume la forma di un assalto di voci senza corpo e senza storia (i precari rinnovano contratti di vita a termine), servendosi di una sintassi polverizzata nel collage di slogan, parlate colloquiali, frasi fatte e citazioni pop: “dice dinamismo dice darci dentro dice differenziare evitando qualsiasi tipo di dietrologia analogia al mondo il mondo è questo agita l’indice alterna dice wall display alza il culo scova gli imboscati voglio abbassare il tda non voglio morire non voglio”. Aldo Nove definì Falco “l’attuale poeta epico del mondo del lavoro precario”.

Cinque anni dopo esce L’ubicazione del bene, e segna una cesura nel panorama editoriale italiano, sempre più saturato da discutibili tentativi di replicare i pochi libri di un certo successo. Il testo analizza gli effetti della dispersione urbana, concentrandosi sugli abitanti di un sobborgo residenziale a sud di Milano. Nel nostro paese è un fenomeno degli ultimi trent’anni, poco affrontato dalla narrativa; negli Stati Uniti è un argomento classico, perlomeno dai tempi di Revolutionary road di Richard Yates – ritratto del quieto inferno domestico di una coppia borghese nel dopoguerra. La denominazione tecnica per definirlo è urban sprawl, ovvero la disarticolazione del territorio. e per renderlo sul piano formale, L’ubicazione del bene attua una disarticolazione della forma romanzo. Si divide in nove capitoli-racconti che dissezionano altrettanti nuclei familiari, accomunati dall’unità di luogo e dall’atmosfera che in questo ambiente si produce; i destini individuali si sfiorano ma non si intersecano, escludendo così la possibilità di narrazioni corali proprie, ad esempio, di film a sfondo urbano come America oggi di Altman o Canicola di Siedl. Il vero protagonista è lo spazio che li contiene, Cortesforza, “un centro abitato a misura d’uomo” di 1574 abitanti, a venti minuti da Milano e a sette ore da New York. Il nome è fittizio, volutamente ironico, a denotare un aggregato di villette a schiera senza tradizione storica, partorito dal mercato immobiliare, che sarebbe potuto sorgere anche a Dubai.

“Cortesforza offre asilo, scuole, farmacia, banca, posta, un gran bel campo sportivo e perfino la biblioteca (…). Cortesforza ha tutto, la pista ciclabile lungo il Naviglio grande, la squadra di calcio, naturalmente il suo oratorio”. La facciata è quella dei depliant delle agenzie immobiliari, gli interni ospitano personaggi consumati dall’insoddisfazione: “nessuno dei potenziali clienti vuole sentirsi dire la verità, tutti necessitano di qualcosa che rappresenti un mondo diverso da quello in cui vivono”. Non hanno alternativa. Sono gli “yuppies di ritorno” della Milano da bere anni ’80, sono quadri professionali medi (alcuni si sfogano facendo scontrare dei pesci siamesi in un acquario: “con i combattimenti dei nostri pesci acquisiamo chiarezza nei rapporti lavorativi”), “un deciso spostamento li fa appartenere alla scia del benessere, ma una piccola variazione può farli precipitare nella povertà”. Il denaro è rimasto l’unico generatore di valori condiviso, il denaro, al contrario degli ideali dei padri è misurabile, espone al confronto quantitativo sia col modello della TV sia col vicino oltre la siepe, un confronto che – superfluo sottolinearlo – non potrà che concludersi con una sconfitta.

Le giovani coppie de L’Ubicazione del bene possono accettare la stasi o tentare il cambiamento. Per cambiare, le convenzioni offrono tre vie: l’uomo scommette sul lavoro, la donna prova a restare incinta, la coppia investe sulla casa. Nel primo racconto, “Onde a bassa frequenza” – che irradia tensione pagina dopo pagina – Michele si licenzia da una multinazionale, prova a mettersi in proprio, vacilla sotto il peso del mercato. “Essere sul punto” vede Lei desiderare un figlio perché il nuovo impiego la delude e la migliore amica ha appena partorito. Il lavoro pervade l’intimità. Oppure prendiamo i coniugi di “Alba”: “i loro rapporti sessuali sono legati a una futura gratificazione affettiva, una scommessa sul mondo simile ai futures, e così il letto matrimoniale – che finiranno di pagare ventiquattro mesi dopo – assiste alla loro incongrua agitazione”. “Piccole formiche bianche” intanto erodono la struttura portante della casa di Gabriele e Silvia, che avevano appena finito di ristrutturare. L’alternativa al tracollo è la pazzia, quella che fa lasciare a Giovanna il cane dentro il forno acceso, nel racconto che dà il titolo e il tono al libro. Ne L’Ubicazione del bene i nomi propri sono ripetuti con insistenza per spersonalizzarli: dopo la lettura non visualizzerete nessun volto in particolare, ma di certo avrete impressa nella mente Cortesforza.

I racconti di Giorgio Falco non seguono quasi mai una progressione drammatica, descrivono situazioni piuttosto che dipanare storie. L’autore ha riconosciuto tra i suoi modelli formali alcuni fotografi americani, i cosiddetti New Topographics, come William Eggleston o Robert Adams, che inquadravano paesaggi alterati dai segni dell’uomo senza caricarli di alcuna valenza epica, senza enfatizzarne l’impatto emotivo: ritenevano infatti che la bellezza si potesse rivelare lasciando libero il soggetto, anche il più banale, di presentarsi per quello che era. In questo consiste la pietas di Giorgio Falco, nel rigore che impiega per dare vita ai suoi personaggi, nel considerare degno di nota il loro grigiore, la meschinità e i cedimenti, poiché tutto ciò che è umano merita di essere rappresentato. Una tesi messa subito alla prova da La Compagnia del corpo, racconto lungo pubblicato dalla palermitana :duepunti – diretta da Giorgio Vasta e Dario Voltolini – nella collana Zoo / Scritture animali, sul finire dello scorso anno. La compagnia del corpo parla di Alice, una ventenne obesa, e del suo ragazzo, Diego, che in un afoso pomeriggio di giugno, riprendendo tutto col telefonino, uccidono a colpi di spranga Lucy, una cagnetta di piccola taglia, che la madre di Alice aveva trovato al canile.

I due ragazzi facevano sesso nel capannone della ditta del padre di Diego, ma Lucy li aveva interrotti con i suoi guaiti, così prima avevano provato a farla accoppiare con Dog, il dobermann di guardia al capannone, e poi, non riuscendoci, avevano filmato l’esecuzione. Si potrebbe parlare di casualità del male, di sacrificio amatoriale in un contesto industriale, della perdita del senso del limite e di molto altro, quando poi, a ben vedere, il crimine è venuto a galla solo grazie alla pervasività della tecnologia, alla facilità di registrare qualsiasi frangente per  condividerlo con gli amici, e per estensione, con l’intero mondo. E se lo scenario è ancora quello di Cortesforza, tuttavia non mancano alcune variazioni rispetto a L’Ubicazione del bene.

La compagnia del corpo, per paradosso, affronta sì una materia più nera, ma la dispone in un ambiente narrativo più confortevole: il periodo si fa più arioso (le frasi si innestano tra loro soprattutto per coordinazione), hanno meno spazio le elencazioni tecniche e i dialoghi scarnificati (meccanici batti e ribatti) che avevano fatto citare i racconti di Raymond Carver. La compagnia del corpo trasfigura un fatto di cronaca realmente accaduto – nel 2009 vicino a Pordenone – donandogli un’ulteriore risonanza simbolica. Bisogna tornare ad Alice, al senso di vuoto che cerca di annullare ingurgitando altro cibo; Alice bagnata dal sole in giardino, come in quel racconto di A. M. Homes, “Calore”, tratto da La Sicurezza degli oggetti (1990). Qui però il corpo della ragazza diventa il corpo dell’Occidente, così teso a fagocitare risorse fino a che non sarà costretto a ingoiare se stesso. “Alice è cresciuta con le merendine. Suo padre fa il venditore per una grande azienda dolciaria italiana”: l’altro fulcro del racconto, insieme all’uccisione di Lucy, è quello della convention dove verrà presentata la Nuova Merendina – la morte, la resurrezione. “Nonostante bambini e adulti si ingozzassero di merendine da decenni, le aziende dolciarie erano sempre alla ricerca della Nuova Merendina, la merendina che sintetizzasse e contenesse tutte le precedenti merendine, e quale migliore merendina se non la Terra, per queste aziende il pianeta stesso avrebbe dovuto diventare una soffice merendina di pan di Spagna ripiena e guarnita di cioccolato”. La Merendina è il correlativo oggettivo del Dio immanente, l’ostia di cui ci nutriamo al banchetto della nuova divinità, scesa in terra sotto forma di snack, dopo che l’uomo l’aveva sfrattata dall’alto dei cieli. Da migliaia di anni gli animali ci guardano, forse chiedendosi, senza avere risposta, come mai l’uomo continui a violare le leggi della Natura.

Titolo: La compagnia del corpo
Autori: Giorgio Falco
Editore: :duepunti
Dati: 2011, 93 pp., 6,00 €

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Un'appassionante inchiesta "letteraria" per un crimine con più vittime

Quando si saccheggia un autore moderno, prudenza vuole che si nasconda il bottino. Ma guai al plagiario se è troppo grande la sproporzione tra quel che ruba e ciò a cui lo incolla.

Questo testo, ridotto ad arte nella sua prima edizione italiana da :duepunti edizioni con un taglio enciclopedico, si mostra, sin dal titolo originale, come un gioco di cui Nodier è teorico nonché esperto praticante. “Questioni di letteratura legale. Del plagio. Della presunzione d’autore, delle contraffazioni che riguardano i libri. Opera che può far da seguito al Dizionario degli anonimi e a tutte le bibliografie”.

Nodier, si dice nell’introduzione, si fa giudice dei vizi altrui ma in realtà ha l’animo del criminale; celebre in questo senso è il suo romanzo Jean Sbogar del 1818 in cui non si fatica a riconoscere radici schilleriane (I masnadieri).

D’altra parte, però, quando in un autore l’imitazione è scevra dell’abbruttimento del termine che il lessico del consumo le ha dato ed è portatrice dell’ideale umanistico (motore capace di generare, ripetutamente, per mezzo di varianti, trasformazioni, capovolgimenti nuova, e a sé stante, arte) questo “crimine letterario” si può perdonare e si può archiviare come frutto di un’appassionata bibliofilia. Bibliofilia che ha sviluppato nel nostro criminologo la propensione alle citazioni autoriali celebri (cosa e chi c’è dietro il suo Le Vampire del 1820?).

Ma abbandoniamo questa indagine su Nodier e spostiamo la nostra lente sui crimini letterari che con ironia ci sciorina. Sono tanti; ad alcuni (forse perché li pratichiamo innocentemente o perché ne siamo vittime inconsapevoli) non pensavamo nemmeno, eppure ci siamo di certo imbattuti in interpolazioni, plagi, falsi manoscritti, cambi di titolo – “mi è capitato di ricominciare tre o quattro volte con un nuovo titolo la lettura di un’opera che mi aveva già stufato in precedenza” – pastiche, quando non in veri e propri furti letterari.

Ma chi è la vittima di queste operazioni letterarie?

Il lettore al quale si propinano minestre scaldate? Gli autori originali depredati? I plagiatori privi di una propria originalità autoriale? O piuttosto nessuno?

Esemplare per chiarire l’attitudine e la posizione di Nodier (mai come in questa circostanza abbiamo avuto  timore per le citazioni e qui le virgolette sono d’obbligo) questo periodo che conclude l’agile volumetto: “Una volta che a Sparta un uomo malvagio aveva enunciato un’opinione utile, l’eforo ordinò che questa fosse ripetuta da un altro, temendo che il popolo fosse indotto ad attribuire al primo anche solo parte della considerazione che piuttosto meritava l’idea. Lo stesso dovrebbe avvenire nelle lettere. Qualunque sia il motivo della stima che si tributa a uno scellerato, è interesse della morale che questo motivo sia annullato. E non farei eccezioni neppure per l’Iliade“.

Una lettura appassionante e dalle originali prospettive che procede per sospetti, prove e indagini smascherando misfatti e criminali assolutamente insospettabili.

Titolo: Crimini letterari
Autore: Charles Nodier, a cura di :duepunti
Editore: :duepunti edizioni
Dati: 2010, 106 pp., 9,00 €

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