Che strano chiamarsi Federico – è un documentario?

Che strano chiamarsi FedericoChe strano chiamarsi Federico, di Ettore Scola, non è un (vero) documentario su Federico Fellini. Non è neppure il compendio socio-storico dell’Italia – nell’arco temporale che porta dal ventennio fascista a quello berlusconiano – che il lacrimevole articolo di Eugenio Scalfari, sulle pagine di Repubblica, aveva lasciato intendere. All’inizio è il 1939, la Seconda guerra mondiale è alle porte e un diciannovenne Fellini si lascia alle spalle Rimini diretto a Roma, dove incontrerà presto il successo come autore e vignettista al Marc’Aurelio, principale giornale satirico italiano e fucina di futuri talenti (Steno, Zavattini, Age e Scarpelli), tra i quali, nel ‘47, anche un giovanissimo Ettore Scola. L’efficace racconto degli esordi in redazione viene così replicato una seconda volta negli anni quaranta, inceppando il ritmo narrativo e mostrando quale sarà la strada imboccata dal film: raffigurare Fellini attraverso lo sguardo da regista di Scola, attraverso i ricordi della loro amicizia durata un’intera vita. La forma scelta è un ibrido di fiction che prima inizia in bianco e nero (gli anni al Marc’Aurelio, l’amore per l’avanspettacolo, le prime sceneggiature), e poi vira sul colore in epoche più recenti (in un processo analogo a quello del cinema stesso), quando i due registi passavano nottate a girare in macchina per le strade di Roma, e magari si parlava di sogni o di amori con una prostituta ciarliera – spesso interrotti dai frammenti di memoria in forma di immagini, stralci di interviste, bozzetti e schizzi preparatori dei grandi film dell’epoca d’oro come La strada, Amarcord o Il Casanova – personaggio poi ripreso da Scola ne Il mondo nuovo dell’82 – o ancora La dolce vita, omaggiata da Scola in C’eravamo tanto amati, nella sequenza in cui Fellini interpreta se stesso mentre girava, con Mastroianni e Anita Ekberg, la scena immortale della Fontana di Trevi.

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Ad essere onesti, i pochi spezzoni di cinema felliniano inondano con tale forza espressiva il quieto fluire del documentario che forse lo travolgerebbero, se non fossero centellinati fino al frenetico montaggio della girandola nel sottofinale, accompagnate dal motivo centrale di 8 e ½. D’altra parte, Che strano chiamarsi Federico ha il merito di ricordare, soprattutto al pubblico più giovane, che ci fu un tempo in cui l’Italia, un’altra Italia, veniva raccontata nella sua intima verità dalla fantasia visionaria di Federico Fellini, un regista – fra i più grandi di sempre – che dopo Amarcord scelse di girare i suoi ultimi film completamente in studio, quasi a voler palesare le marche della finzione, quasi a voler ribadire, una volta ancora, che se la realtà esteriore nella sua essenza è inconoscibile, solo guardando dentro di sé e ricreando un mondo, il proprio mondo interiore, un artista può realizzare quello che a tutti gli altri è precluso: entrare davvero in contatto con la realtà attraverso l’opera che ha creato, diventando, nell’opera, egli stesso realtà.

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Che strano chiamarsi Federico
Italia, 2013
di Ettore Scola
BIM – 93 min

The Art of Punk: l'identità visiva di Black Flag, Crass e Dead Kennedys

My name’s Raymond Pettibon and I designed this motherfuckin’ thing. […] To depict the name “Black Flag”… 90% of the motherfuckers would come up with the same scheme, you know?
Raymond Pettibon, artista, ideatore del monicker “Black Flag” e autore del “four bars” logo

I live not far from 8th street, you know, there’s still old-style punks on 8th street, and every now and again I’d see someone wearing the Crass symbol, and I’d think “Oh, I should go and say hello”, you know, I should say “Oh, excuse me young man, do you know that I designed that logo?”, and they’d be like “Piss off, grandad!”
Dave King, graphic designer, autore del logo dei Crass

Art is plagiarism, you know… and that’s what so exciting and wonderful about it. You take something and you push it up a different avenue, and you make it, you know, say some more.
Gee Vaucher, artista, collaboratrice dei Crass

I don’t think it’s a totally genius idea, I don’t think it’s a masterpiece, it’s just a little, clever, kinda angular symbol. I’m shocked that it still is around, I’m shocked that there’s people who appreciate it, I’m shocked that the movement actually lasted a whole lot longer than hippie-dippie trip, or the beatnick scene.
Winston Smith, collage artist, autore del logo dei Dead Kennedys

Il connubio tra arti visive e musica rock vi affascina? Siete tra coloro che amano gettarsi nella più selvaggia mosh pit, incuranti delle anfibiate che potrebbero da un momento all’altro arrivarvi in pieno muso, facendovi saltare due incisivi? Come degli adolescenti continuate a scarabocchiare su qualunque superficie vi capiti a tiro le quattro minacciose barre nere che identificano in modo univoco i Black Flag, o il tagliente monogramma dei Dead Kennedys, o il simbolo dal sapore quasi militarista dei Crass? O magari ve li siete tatuati sul braccio, sulla schiena, sul collo, o in altri posti meno adatti ad essere esibiti in pubblico? Oppure siete semplicemente curiosi di sapere cosa si cela dietro questi celebri emblemi, e in che modo essi riflettono l’ideologia e l’attitudine punk delle band che li adottarono, il tutto mentre vi ascoltate una manciata di riff al fulmicotone, di quelli che ormai non si sentono quasi più?

Bene, abbiamo quello che fa per voi: appena qualche giorno fa, infatti, è stato pubblicato su MOCAtv, canale YouTube del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, il terzo e ultimo (per ora?) documentario della serie The Art of Punk, e abbiamo pensato che fosse cosa buona e giusta, oltre che gradita a voi fedeli lettori di AtlantideZine, offrire una panoramica di questa interessante, ancorché troppo breve, webserie.

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The Art of Punk nasce da un’idea di Bryan Ray Turcotte (al quale Vice ha dedicato un’intervista proprio un paio di giorni fa), testimone diretto, sia da musicista che da fan, della scena punk californiana, e soprattutto meticoloso collezionista di flyer promozionali di concerti punk. Nel corso degli anni Turcotte ha accumulato un’enorme mole di manifestini e poster di concerti, costruendo una sorta di memoria visiva del movimento, ed è stato bravo ed intraprendente nel saper unire l’utile al dilettevole attraverso la fondazione della casa editrice Kill Your Idols, specializzata nell’organizzazione di mostre e nella pubblicazione di raccolte di tutto ciò che è legato alla cultura punk, tra le quali spicca il volume Fucked Up + Photocopied che vedrete bruciare nella sigla di apertura dei tre documentari in questione. Affascinato dalla simbiosi tra musica e arti visive che ha accompagnato la controcultura punk sin dagli albori, Turcotte, in collaborazione con il fotografo, produttore e filmmaker Bo Bushnell, ha creato, prodotto e realizzato per MOCAtv i documentari che compongono la serie, un progetto dedicato alla storia musicale ed artistica di tre band seminali di quella scena musicale/culturale che tra la fine degli Anni ’70 e l’inizio degli Anni ’80 mise a ferro e fuoco gli Stati Uniti e il Regno Unito: i Black Flag e i Dead Kennedys, pionieri dell’hardcore tra SoCal e Bay Area, e i Crass, padri dell’anarcho-punk inglese. Sono tre band, queste, il cui ben noto furore sonoro ha trovato degna controparte nella violenza iconoclasta e nell’ironia insolente del proprio repertorio iconografico. Tre band capaci di combinare la forza di entrambi i codici espressivi in un furibondo attacco alla cultura mainstream, e canalizzare così la rabbia e la frustrazione di una generazione orfana dei sogni coltivati durante il decennio precedente, calpestati e soffocati dal liberismo senza freni che proprio in quegli anni, assumendo le minacciose forme della famigerata reaganomics e dall’autoritarsmo thatcheriano, gettava le basi della sua lunga, e fino ad ora incontrastata, egemonia.

artofpunkflyerThe Art of Punk è un frenetico viaggio che in sole tre fermate si propone di andare alla ricerca delle radici del punk e alla scoperta della sua cifra estetica, un viaggio durante il quale Turcotte e Bushnell raccolgono le testimonianze dei protagonisti di quell’irripetibile periodo e provano a ricostruire la genesi dello stretto legame che intercorre tra l’espressione musicale, l’ethos, l’ideologia politica e lo stile della comunicazione visiva adottato da queste band. Prendendo le mosse dal design degli iconici loghi, The Art of Punk finisce per sviscerare la filosofia sottostante l’adozione di quell’inconfondibile aspetto grafico che caratterizza tutti gli artefatti materiali riconducibili al movimento punk, dalle fanzine ai flyers ai manifesti dei concerti, passando per le copertine dei dischi e delle t-shirt, un patrimonio artistico le cui componenti fondamentali sono felicemente riassunte nelle parole di Jello Biafra, mente dei Dead Kennedys:

From the very beginning punk’s visual art was deliberately simple, DIY, anybody could make it if you had a demented enough brain. All it took was scissors or razorblade and some glue, and you could make collages […] We don’t need complicated stuff, we can just make it all by ourselves, and one wicked idea, especially one that’s gonna offend almost everybody who sees it, that’s the way to go.

I tre ritratti sono brevi, brevissimi — il più lungo dura poco più di ventri minuti, gli altri non arrivano al quarto d’ora — e costruiti in modo abbastanza canonico giustapponendo frammenti di interviste ad esplosioni sonore perfette per sottolineare la potenza delle immagini, eppure riescono a tratteggiare in modo sorprendentemente efficace la storia delle band e le circostanze che portarono alla creazione di un movimento in grado di veicolare il proprio messaggio radicale e la propria ribellione tanto attraverso il materiale sonoro, fatto di musica e testi iperaggressivi, quanto per mezzo di precise scelte grafiche ed estetiche altrettanto oltraggiose.

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Attraverso le testimonianze dirette degli artisti (Raymond Pettibon, Winston Smith, Dave King e Gee Vaucher), dei musicisti (fanno la loro comparsa Henry Rollins, Penny Rimbaud, Jello Biafra, e, in rappresentanza del nucleo originario dei Black Flag, Keith Morris e Chuck Dukowski), e di vari personaggi in un modo o nell’altro associati al movimento ed indelebilmente influenzati da esso (Flea, l’artista pop surrealista Tim Biskup e lo skater Steve Olson, giusto per citarne alcuni), emerge quanto il discorso musicale portato avanti da queste band fosse legato in modo inestricabile alla loro identità visiva declinata nei loghi, nelle copertine, nelle illustrazioni dei poster. È il caso della simbiosi tra i Black Flag e i Raymond Pettibon, artista legato alla band non solo da vincoli familiari, ma soprattutto dal ruolo fondamentale che i suoi disegni a china ebbero nella costruzione di tutto l’immaginario che si cela dietro il nome “Black Flag”, attraverso i quali potrebbe aver fornito un contributo addirittura più sostanziale di quello, in verità già piuttosto egregio, dato con l’invenzione del monicker e la creazione grafica del logo. È anche il caso della profonda comunione di intenti, a partire dalla fiducia riposta nell’efficacia comunicativa del collage come forma di espressione visiva, tra Winston Smith e Jello Biafra, corresponsabili del caotico e provocatorio messaggio dei Dead Kennedys. Ed è, in misura forse addirittura maggiore, senza dubbio il caso di Gee Vaucher, le cui sperimentazioni artistiche, e in special modo i suoi collage, furono essenziali nell’esprimere la poetica (e l’ideologia politica) dei Crass, in modo così decisivo da farne un membro effettivo della band di Penny Rimbaud, oltre che una figura di spicco di tutto l’ambiente creativo che orbitava intorno alla Dial House e dell’arte militante in generale. (Senza trascurare l’improbabile figura di Dave King, che per modi e portamento parrebbe essere un personaggio totalmente alieno alla scena punk inglese di fine Anni ’70. D’altra parte, come ben dice il tattoo artist newyorkese Scott Campbell, “if you’re envisioning a tough punk rock persona, a british graphic designer is the last thing that comes to mind”).

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Magari i puristi (ci sono sempre dei puristi) obietteranno che l’impostazione grafica dei tre video non sia sufficientemente “punk”, ma che sia, al contrario, schifosamente patinata. È potrebbero anche avere ragione, perché The Art of Punk, nel suo slancio celebrativo, pesca a mani basse tra i cliché di quella stessa estetica che si propone di indagare, peccando in un certo qual modo di conformismo, che nel codice morale del punk praticante ci risulta essere un peccato capitale la cui gravità è di poco inferiore all’aver votato per Maggie Thatcher. Il lettering del titolo realizzato con i caratteri ritagliati dai giornali, le immagini accostate in disordinati collage, l’uso e abuso di tutto quel campionario di effetti che puntano a creare un’artificiale aura lo-fi (le finte sfocature, le finte bruciature della pellicola, e l’infinita gamma di imperfezioni, graffi, tagli e salti di quadro): gli stilemi prevedibili sono senza dubbio abbondanti. E anche la glorificazione dell’aspetto grafico dei loghi, la loro trasformazione in brand, potrà sembrare quasi un testacoda ideologico: cosa c’è di meno punk del trasformare il logo della propria band in un brand, alla stregua di una qualsiasi corporation? Magari ci si può rassegnare e ammettere che è così che va il mondo, la battaglia è persa, i cattivi hanno vinto, e pazienza. (D’altra parte, inutile stupirsi: il funerale del punk è stato celebrato dagli stessi Crass svariati decenni or sono). Oppure la si può guardare in altro modo, e ci vengono in soccorso ancora una volta le parole di Jello:

I am not a brand, I am a person! But at the same time I recognize that THAT thing is a precious thing to be respected, used wisely, always go for something that’s gonna grab people.

che ben si sposano con la chiosa conclusiva di Winston Smith:

[Still hoping that] people will continue to utilize it as a symbol of  “stand up, don’t sit down”. Like I said, we may not win, but let’s not go down without a fight.

Insomma, magari i tre video non diranno nulla di nuovo a chi già apprezza le band (o magari le detesta) e ne conosce vita, morte e miracoli. Ma a noi sono piaciuti, e magari sbagliamo, ma ci pare che l’attitudine sia quella giusta, e che il progetto trasudi passione sincera e genuina. Anzi, ci sono piaciuti così tanto che vorremmo vederne molti altri: non si meritano forse le loro piccole monografie anche Discharge, D.R.I., Circle Jerks, Agnostic Front, Suicidal Tendencies, D.O.A., Cro-Mags? Chissà. Per adesso, godiamoci questi.

I. The Art of Punk – Black Flag: The Art of Raymond Pettibon

II. The Art of Punk – Crass: The Art of Dave King and Gee Vaucher

III. The Art of Punk – Dead Kennedys: The Art of Winston Smith

Fedele alla linea – un documentario su Giovanni Lindo Ferretti

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La libertà è una forma di disciplina“. Che siate d’accordo o meno.

Fra gli autori italiani più controversi, amati e odiati, idolatrati e poi rinnegati dai fan, l’ex cantante dei CCCP, CSI, PGR, si racconta in un documentario di Germano Maccioni.

Sulla vita, le contraddizioni e le folgorazioni mistiche di Giovanni Lindo Ferretti si è detto molto. Ma qui non ci sono rivelazioni, giustificazioni o polemica. Quello che viene fuori è la quiete di un uomo inquieto. Una vita da eremita, scelta e perseguita. Dagli anni della contestazione con lotta continua, al punk filosovietico, al ritorno alla fede e alle origini.

gio1Giovanni Lindo Ferretti gioca con le parole, come ha sempre fatto. E ti incanta. Puoi non condividere quello che dice, ma pendi dalle sue labbra. Non sono cose che si imparano. E’ una questione di qualità.

Di sfondo le montagne emiliane, i cavalli, la natura, il silenzio. Di contrasto, le immagini di repertorio: concerti, manifestazioni, apparizioni televisive. Un discorso intenso e penetrante sulla vita e sulla morte.

Fedele alla Linea
Italia/2013 – 74’
di Germano Maccioni
con Giovanni Lindo Ferretti e la Corte Transumante di Nasseta
Distribuzione: Cineteca di Bologna in collaborazione con Articolture e Apapja

Proiezioni in tutta Italia

"Living Decay" – due street artists norvegesi riportano in vita catapecchie abbandonate [video]

Living Decay

Nella magnifica scenografia naturale delle isole Lofoten, nell’estremo nord della Scandinavia, due artisti norvegesi, Dolk e Pøbel, hanno realizzato una serie di dipinti sui muri di alcune case abbandonate. Living Decay (fairy tales in the middle of nowhere), un documentario di Davide Fasolo (Nulliversi) sulla pittura e i gabbiani, bombolette spray e nuvole, paesaggi mozzafiato e case vuote nel mezzo del nulla, racconta questa sfida artistica intrapresa nel 2008. Qui ci sono un po’ di foto, se volete approfondire.

Banksy c’è ma non si vede

Questa è la storia di un supereroe e di un bizzarro francese tarchiato che lo segue in tutte le sue uscite notturne. Lo filma di continuo, perché non può farne a meno – ma mai in volto, per ovvie ragioni –, si guadagna la sua amicizia e, in seguito, si tramuta in suo emulo.

Ma questo non è un film sui supereroi. È un documentario su quelle particolari creature notturne che vandalizzano i muri ciechi delle metropoli addormentate, e così facendo, le rendono curiose e a volte inquiete; perché ogni graffito, ogni firma, ogni ripetizione di stencil che appare a chilometri di distanza da quella precedente – a volte anche all’altro capo del globo – si trasforma in una domanda martellante che esige una risposta. Cosa significa quello sguardo truce sotto cui c’è scritto Obey? Chi sono Borf e Zeus? Perché riportare in auge Space Invaders assillando Parigi e Los Angeles con dei mosaici che ne ritraggono le navicelle spaziali pixelate? È un po’ come se un abitante di Gotham City si chiedesse chi è Batman e perché di notte gli capiti così spesso di vedere un pipistrello stilizzato in un cono di luce giallo che nasconde la luna. Non potrà mai saperlo, pena la vittoria dei cattivi e la fine del fumetto. In questo caso, invece, la domanda che più ci assilla è: «Chi è Banksy?» Tutti lo vogliamo sapere, ma, rassegnamoci, nessuno ce la farà mai, pena la morte di un mito che nell’ultimo decennio è riuscito a trasformare la street art in una forma d’arte legittima e apprezzata dai più importanti collezionisti al mondo – in ogni collezione che si rispetti non può mancare un Banksy o uno Shepard Fairey –, pur mantenendone intatta la tendenza corsara semi-illegale. Proprio questo è il cuore della pellicola: cosa succede quando una forma pulsante di controcultura, che vive di notte, sui tetti, con le orecchie e gli occhi sempre tesi per l’arrivo delle forze dell’ordine, si tramuta in un fenomeno consumistico di massa?


Tornando al discorso iniziale, si potrebbe dire che questo è veramente un film sui supereroi e di come le loro armi possano generare danni inimmaginabili quando finiscono nella mani sbagliate. C’è quel francese tarchiato di cui sopra – tale Thierry Guetta – che non riesce a stare senza la sua telecamera sempre accesa. Ha paura di non ricordare, di perdersi per sempre dei momenti fondamentali della sua vita e allora li filma tutti. Caso vuole che suo cugino sia lo street artist Space Invader e di punto in bianco Thierry comincia a seguirlo nelle sue battute notturne e così fa con gli altri writers suoi amici. Diventa il film maker ufficiale della scena losangelina. Incontra Shepard Fairey – l’artista che ha tramutato il presidente Obama in un’icona pop – e tramite lui, infine, ha la possibilità di fare da cicerone al misterioso Banksy per le strade di Los Angeles. Filma tutti, non si perde un solo istante, e tutti – Banksy compreso – sono convinti che Thierry stia cercando di produrre un documentario, ma non è così. Le migliaia di cassette prodotte riposano dentro delle casse. Thierry non ha mai rivisto nulla di ciò che ha ripreso. Il nostro eroe incappucciato e dalla voce mascherata è sorpreso quando lo scopre e comincia a sospettare che il suo amico francese non sia altro che un ossessivo patologico. Decide allora di diventare lui stesso il regista del documentario e, per distrarre Thierry, gli consiglia di andare in prima persona per le strade a fare arte, dando vita al suo personaggio. Così assistiamo increduli alla nascita di Mr Brainwash – il cui nome d’arte non può non far pensare ad un cattivo dei fumetti –, che, in breve tempo, sfruttando ciò che ha imparato dagli street artists che ha frequentato, assilla Los Angeles fino a dare vita ad una mostra-evento senza precedenti, fatta di assurda paccottiglia pop multicolore che nulla ha a che fare con le installazioni del suo maestro d’oltreoceano.

Più che un film su Banksy, questo è il film di Banksy e lo si capisce dalla trama intelligente che si muove veloce come un thriller, troppo intelligente e troppo veloce per non far venire il sospetto di essere stati fregati, di trovarsi di fronte all’ennesimo trompe-l’oeil dell’artista britannico, di cui tutti, all’inizio del film, volevamo scoprire l’identità. Ora, non riusciamo a fare altro che correre su Wikipedia, tormentati dall’idea che Mr Brainwash sia un fantasma, una maschera e che il bel documentario che pensavamo di aver visto, sia in realtà un geniale film. Dobbiamo sapere, ma non sapremo mai. Intanto, l’eroe incappucciato, fresco di nomina all’Oscar, ride dietro al vocoder.

Link al trailer di Exit Through the Gift Shop

Exit Through the Gift Shop – UK, 2010
regia di Banksy
87 min, documentario

L'Italia è cattiva: la parola non basta

La domanda è: perché chi gode di un grande potere (criminale) sente la necessità di sminuire, denigrare o addirittura condannare a morte un semplice scrittore?
A partire da questa domanda si aprono i due lunghi monologhi presentati da Einaudi nella veste di libro e dvd.

Per rispondere, è necessario partire dal successo nazionale e internazionale di Gomorra.
In quel libro, Saviano ci ha svelato le meccaniche intorno alle quali ruota l’organizzazione criminale nota come Camorra: un misto di potere e denaro, controllo del territorio e business con ogni mezzo, in ogni possibile dimensione offerta dal capitalismo contemporaneo, anche a costo della vita propria e di quella altrui.


© Ph. Grazia Bucca –grazia.bucca@gmail.com

In pochi anni, Gomorra non è solo diventato un caso editoriale: è un fenomeno culturale e sociale, lo squarcio del velo opprimente che cristallizzava la rappresentazione delle organizzazioni criminali in una visione epica, a tratti romantica. Saviano ci descrive invece una Camorra reale e la rappresenta nella sua concreta brutalità, nella sua quotidiana gestione di capitali enormi, distribuiti in interessi nazionali e internazionali eterogenei.
In Saviano l’epica si sposta dai protagonisti criminali – con le scalate al vertice tipiche della narrazione cinematografica- alla prospettiva di chi è coinvolto suo malgrado nel circuito malavitoso, perché semplicemente vi vive all’interno e non può che osservarne le dinamiche o prendervi parte come ultima ruota del carro, come esistenza che più di altre è dispensabile nei confronti degli interessi in gioco.
Una prospettiva che porta chi legge o -come in questo caso ascolta- questo autore a diventare egli stesso uno spettatore o una vittima del conflitto che ha provocato 4000 morti nella sola Campania negli ultimi 30 anni (oltre 10’000 tra Sicilia, Calabria e Campania: un computo che supera i morti nelle zone di molti conflitti riconosciuti).

Qui è il punto, perché di libri e articoli che abbiano parlato di camorra in modo chiaro e competente se ne possono contare diversi. Ma non è solo un problema di contenuti, il problema è che questa narrazione da New Italian Epic (come definito da WM1 su Carmilla ormai un paio di anni fa) permette a delle storie apparentemente molto particolari, e contestualizzate nel microcosmo campano, di avere cittadinanza universale, superando le barriere generate attorno a un linguaggio così specifico, al punto che il termine stesso “camorra” sia considerato d’uso straniero.

“Il Sistema” -la Camorra- non gradisce che all’esterno sia comprensibile il proprio lessico e che siano svelati i codici in base ai quali comunica e agisce. Questa rappresentazione così reale la sminuisce, la rende un fatto umano, la priva dell’alone di mito e potere che circonda i boss, evidenziando la vita miserabile della stragrande maggioranza degli affiliati.
Non si può concedere che, una volta trovata la guida al suo vocabolario, ci sia chi si prenda la briga di accompagnare il lettore/ascoltatore nei meandri del suo mondo.
Per poter prosperare, questo Moloc così umano ha bisogno di degrado dove andare a pescare la propria manodopera e di silenzio, perché chi compra capi d’alta moda spendendo migliaia di euro non sappia quale sia stato il percorso della loro fabbricazione.

Saviano mette, quindi, in pericolo gli interessi di molti e deve essere distrutto, se non fisicamente, almeno moralmente, in modo che il valore delle sue parole sia depotenziato.
Autorità o vita: le parole di Saviano ci accompagnano attraverso la storia recente, mostrando come sia estremamente difficile per chi combatte il potere riuscire a godere di entrambe le cose allo stesso momento (gli esempi di Falcone e della Politkovskaja appaiono entrambi inquietanti nel loro epilogo). Ai morti si concede più facilmente l’autorità, perché se ne possono distorcere le parole. Da qui la battaglia di Saviano, che deve difendersi dalle accuse di opportunismo, di “furbizia” (in quella accezione negativa tipica italiana) e in fondo, deve difendersi dall’unica vera accusa che sottostà ad ogni altra, ovvero quella di essere riuscito a raggiungere un pubblico così ampio, di aver parlato e svelato quello di cui è a conoscenza a così tante persone, in tutto il mondo.

Ci vuole molto coraggio per continuare a combattere questa battaglia dagli esiti incerti, soprattutto sul piano personale: il nostro compito (di tutti coloro che hanno in sé un minimo sentimento di democrazia e giustizia) è quello di tenere accesi i riflettori su Saviano, per dargli la possibilità di vivere e continuare a raccontare, come sa fare.
Ma non possiamo accontentarci di fare questo: la parola, la narrazione e l’analisi, sono strumenti necessari ma non sufficienti a modificare lo stato delle cose.

In un passaggio, Saviano sbatte in faccia al lettore/ascoltatore un verità dolorosa: l’Italia è un Paese cattivo. Non tanto per via dei suoi molteplici Moloc, ma perché da un lato pensa di alimentarli per trarne vantaggio personale e perché dall’altro ha smesso di provare a mettere in campo delle forze che siano in grado di provare a distruggerli.

Titolo: La parola contro la camorra
Autore: Roberto Saviano
Editore: Einaudi
Dati: libro+dvd, 2010, XXIX-65 pp., 19.50 €

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Come un uomo sulla terra. Una favola al contrario

Quando le prime immagini del film compaiono sullo schermo, con la voce narrante che dà inizio alla storia, si ha quasi l’impressione di una favola al contrario. Favola perché i corpi, i visi che si affacciano dall’inquadratura della telecamera, prima di tutto svelano il loro fine ultimo: quello di scappare alla ricerca di un mondo migliore, con pochi mezzi a disposizione e tanta speranza. Ma è al contrario, però. Poiché per raggiungere la terra promessa non si hanno poteri magici, amici speciali in grado di “sconfiggere i cattivi”; si è inermi di fronte a una pistola, sotto il pugno di cinque, sei, sette uomini. Esattamente come può esserlo un uomo sulla terra.
Cosa succede, cosa ci si deve aspettare dopo essere stati infilati in 45 in una Land Rover, e aver attraversato il deserto sudanese che divide l’Etiopia dalla Libia? Tutto è una sorpresa. E a spiegarlo ci pensano i rifugiati; uomini e donne che per raggiungere l’Italia hanno prima dovuto subire il potere che il danaro e le armi conferiscono alle persone.

La prima metamorfosi è il passaggio da uomo a merce di scambio. Si arriva in Libia, chi con la speranza di raggiungere l’Europa, chi semplicemente alla ricerca di un lavoro, anche a Tripoli. Ma appena il viaggio è iniziato, ci si rende conto che la propria volontà non ha più voci in capitolo, che i centri decisionali sono gestiti da altri. E quindi un trafficante può decidere che l’importo che hai pagato non è più abbastanza; può legarti a un palo e lasciarti lì a marcire con le braccia serrate da corde strette, fin quando la tua mente non avrà elaborato un modo per trovare i soldi che lui ti chiede; lividi violacei come serpenti attorcigliati addosso saranno lì a ricordartelo per sempre. Come non si potranno dimenticare gli abusi sessuali sistematici, le violazioni corporali che tutte le donne subiscono nella traversata verso il miraggio del benessere.

Dai trafficanti si è poi ceduti alla polizia, e, dopo un periodo indefinito di prigionia nelle carceri costruite con le tasse degli italiani, si viene venduti ad altri trafficanti. Quindi ancora soprusi, vessazioni. Nella speranza che prima o poi, raggiungendo il mare e da lì l’Italia, le fiamme dell’inferno libico scompaiano dalla vista.
Le storie, i racconti che i rifugiati donano alla cinepresa, sono di gente che dopo tutto ce l’ ha fatta. Rimane il bruciore; un taglio aperto dentro, sanabile a metà con l’altra sempre pronta a gocciolare sangue; un finire che cessa di smettere a singhiozzi e poi ritorna sotto forma di fantasmi, di incubi. E la domanda che ci si pone è: chi non ce l’ ha fatta? Chi non è riuscito a raggiungere l’Italia? Di alcuni, del loro destino, si sa già qualcosa. Qualcuno è morto durante il viaggio, cadendo dalla macchina stracolma. Altri durante la prigionia, per fame, violenza, sete. Come un uomo sulla terra è un promemoria da mettere sotto il cuscino: sopra c’è scritto “i campi di concentramento esistono ancora”, così come il traffico di uomini, e l’Italia ne è complice. La storia si ripete; se poco la si impara poco si capisce; per questo a orribili errori è data la possibilità di ripetersi.

Corriere immigrazione

Come un uomo sulla terra
di Andrea Segre, Dagmawi Yimer, Riccardo Biadene
Durata 60’
Prodotto da Asinitas Onlus e ZaLab