"I miei disegni sono bandiere della gioia e della forza" – La Transavanguardia di Nicola De Maria

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Un giovane fotografo della provincia di Benevento si trasferisce a Torino per studiare medicina. Siamo all’inizio degli anni Settanta, un periodo in cui il capoluogo piemontese consolida la sua nomea di città industriale grigia, chiusa e stanca. Poco dopo sarebbe diventata anche pericolosa. Il ragazzo si laurea, potrebbe diventare medico, ma conosce i coniugi Merz, Mario e Marisa, che, forse intravedendo nei suoi scatti una spiccata sensibilità cromatica, lo introducono nell’ambiente artistico torinese, un mondo a parte, colorato e fantasioso – soprattutto fantasioso – , che non appare affatto appesantito dal piombo di quegli anni e vive ancora della spinta propulsiva dell’Arte Povera. È il 1977 e Torino è a tutti gli effetti una città pericolosa, ma lui non se ne va. Non se ne andrà mai più.

Nicola De Maria (Foglianise, 1954) abbandona la macchina fotografica per darsi al disegno e alla pittura, una scelta che viene subito premiata con l’interesse delle gallerie e dei critici d’arte più in voga, Achille Bonito Oliva su tutti, che farà di lui uno dei cinque protagonisti della Transavanguardia. I suoi disegni, le sue tele e i murales non hanno nulla di torinese: appaiono, anzi, esasperatamente vivaci e squillano di colori puri e di forme essenziali. Ancora oggi, entrando alla GAM, dove si è appena inaugurata la mostra I fogli che il vento mi sparge sono disegni di vento e di animali, è difficile non rimanere a bocca aperta. Le oltre 250 testimonianze su carta – acquerelli, tempere, ritagli, matite, tecniche miste – e le opere realizzate dall’artista appositamente per l’evento – un’opera muraria di dimensioni imponenti (9×4 m), due carte di grandi dimensioni (5x 2m) e alcune pitture parietali – sono una più rilucente e sgargiante dell’altra e trovano l’apoteosi nel murale Testa dell’artista cosmico: universo senza bombe (2013).

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L’arte di De Maria, oltre a essere cromaticamente esplosiva, è poetica e filosofica nei titoli e nelle intenzioni, ma ancor più intrigante è il suo aspetto ossessivo che si traduce nella necessaria ricerca della felicità, forse non così evidente nelle opere dei primi anni, che nell’uso feroce e apparentemente scriteriato della matita ricordano da vicino il maestro americano Cy Twombly, ma diventa evidente già a inizio anni Ottanta, nella ripetizione infinita di segni capaci di ridurre il fiore alla sua essenza iconografica, e di li a poco si palesa compiutamente in opere quali Universo senza bombe. Onde e suoni nel regno dei fiori (1983-1985) e Universo irrealistaaaaa (2004), in cui i colori si stendono su cartine geografiche, coprendole quasi completamente, tanto che il supporto è riconoscibile solo da molto vicino.

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La pittura di Nicola De Maria sembra volersi porre come una negazione cromatica del mondo reale e dei suoi mali, dando vita a universi fatti di losanghe di colori affascinanti e forme rassicuranti. La felicità che traspare a prima vista è costruita attraverso gesti drammatici e violenti, pennellate che si intersecano e sovrappongono, lasciando tracce visibili sul supporto pittorico. «I miei disegni – racconta l’artista – sono bandiere della gioia e della forza. Suonano le campane fugge l’infelicità dal mondo. I miei disegni sono fiori magici, usignoli fatati». Esseri che nascono in contrapposizione con i mali del mondo, per nasconderlo e farlo dimenticare. Sono gli universi onirici e fantastici in cui si rifugiano i bambini e lo sono nella forma e nei contenuti. Un giovane fotografo si trasferisce a Torino. Forse rimane colpito dal suo grigiore, dalla sua stanchezza e poi dalla sua violenza e a forza di matita e pennello decide di rimuoverne i mali e i traumi tratteggiando uno splendido universo di colori in cui evadere. Non lascerà più la città, ma non è detto che vi abbia mai vissuto davvero.

Fino al 29 settembre 2013
GAM
Via Magenta 31, Torino
Info: www.gamtorino.it

Artisti Sommersi. Enrico Mazzone

Capita ancora spesso di avere un’idea romantica e romanzata della figura dell’Artista, come se egli fosse perennemente un membro dello Sturm und Drang, della Bohème o della Scapigliatura, mentre attorno a lui il mondo si muove freneticamente senza che manifesti alcuna traccia residua di romanticismi e idealismi vari. La realtà dei fatti è ben diversa: anche l’Artista si è adeguato ai dettami del XXI secolo. Se è già affermato, il suo lavoro e la sua immagine vengono promosse da un ufficio stampa, come capita per qualsiasi altro personaggio di un certo calibro; se è alle prime armi, non rimane certo chiuso in una soffitta di Montmartre, ma, anzi, studia strategie – che a volte forzano malamente la naturale ispirazione – per emergere dal foltissimo gruppo, o, semplicemente, per sopravvivere: si butta sulla comunicazione, sulla pubblicità, il design, la grafica.

Com’è ovvio, ci sono le eccezioni che apparentemente stridono con l’epoca attuale, ma sono in realtà un sano e affascinante controcanto che conferma quell’idea tanto amata del temperamento artistico.

Enrico Mazzone (Torino, 1982) è uno di questi formidabili girovaghi romantici; una sensibilità baudelairiana fuori del tempo, dotata di un affascinante immaginario gotico reso su carta da una manualità superba, alla costante ricerca d’ispirazione in nuovi luoghi.

Da quando ho iniziato a muovermi, circa due anni fa, penso di aver ristretto il mio immaginario alla stregua dell’esperienza. Spostandosi, si è sempre investiti da un ondata di feedback, che non si riescono definitivamente a imprimere. Per questo motivo lo stile cambia adeguandosi alla circostanza. È un concetto situazionista che, per semplificare, si risolve nel detto “paese che vai usanze che trovi”. Ogni posto ha la sua luce, il suo flusso, e di conseguenza può influire sulla sfera percettiva/emotiva. All’inizio sono sempre un po’ spaventato. Credo sia normale dopo aver vissuto per ventisette anni all’ombra di una famiglia serena, ma turbolenta. Ora che le acque si sono rotte per la seconda volta, non posso che avere i ricordi di prime esperienze precedenti da riutilizzare come frantumi.

Nell’Ottocento, l’orizzonte era Parigi. Negli anni Ottanta, è stata la volta di New York. Ora tocca a Berlino richiamare a sé i giovani artisti.

 

Berlino proprio non mi piace. Magari Norimberga farebbe al caso mio, come Canterbury invece di Londra. Ora sono leggermente bloccato perché una città come Berlino è parecchio inflazionata. Una sorta di “barcellonizzazione” la sta invadendo di uno strato superficiale; c’è di buono che le correnti sotterranee la sanno sempre rinnovare, ma di una nuova schiuma destinata presto e comunque a evaporare.

Non pensi, quindi, che per un artista sia più facile emergere a Berlino che, ad esempio, a Torino?

Bè, penso che un artista possa essere reso libero di emergere innanzitutto dal suo ego, dalle sue ansie, paure e tensioni, questo è (introspettivamente) già tanto e non sono in molti ad avere la fortuna di coglierlo. Ancora una volta non è importante il luogo, ma il modo in cui ci si pone nei confronti delle persone. A me manca davvero tanto la mia città, le persone amiche e nemiche. Posso solo dire, cinicamente, che il Nord Europa permette a un artista di ottenere maggiore credibilità e organizzazione, ma questo non ha davvero nulla a che fare con l’impegno che si mette nella propria arte.

Nell’inverno scorso hai collaborato con la band OvO, creando delle tavole pittoriche durante la loro esibizione. Hai poi realizzato delle copertine per una band del panorama black metal scandinavo…

Finalmente lavorare a stretta vicinanza con un gruppo (i giovani Svikt) mi ha saputo dare le giuste suggestioni per condividere  il medesimo clima dissonante nel quale ricreare magmaticamente un concetto. Ancora musica e immagine che giocano a un girotondo caleidoscopico. La musica aiuta a distendere il segno quanto il pigmento su una tela. La musica riesce ancora a  cambiare il quotidiano sentimento di tristezza o felicità. Credo che tutti siamo d’accordo sul valore aggiuntivo che sa enfatizzare.

Ultimamente stai sperimentando molto con i toni rossi e gialli, che si sono venuti ad aggiungere alle tue figure cromaticamente neutre…

Ecco, appunto, Berlino è fatta di quei rossi e gialli… Questo è ciò che vedo, respiro e sento tutti i giorni. Di contro alle polluzioni naturali norvegesi, giocati sui blu amarantini e oltremare che si scagliano aggredendo i rosa più tenui dell’orizzonte.

Sperimentare va bene ma fino ad un certo punto. In caso contrario si costruisce un edificio eclettico senza che mai avere il riparo di un tetto.