C’era una volta un mondo antico in cui il morire era l’estrema vibrazione del vivere

Mi commuovono le minute sapienze
Che in ogni morte si perdono.

Jorge Luìs Borges

Nel suo libro Morti favolose degli antichi, Dino Baldi descrive gli episodi tramandatici dalla letteratura greca e latina che riguardano la fine della vita degli antichi, narrati nei testi in uno scambio continuo tra realtà e rimandi poetici interni alla morte stessa. Del resto morire implica un’arte sottile e nascosta: saper vivere. Ed è, questo, un sapere che coincide con l’assaporare il presente vissuto, grazie alla coscienza della fugacità del tempo: Seneca sosteneva che l’anima è appoggiata su un piano inclinato, morire è più facile che vivere, diceva, ed è doveroso approfittare del dono della vita.

Il libro può essere letto come strumento iniziatico per entrare nel momento dell’estremo passaggio, comune a tutta l’umanità. Parola dopo parola, si presentano davanti agli occhi immagini piene della luce delle grandi personalità del mondo greco e latino: Epicuro, ormai vecchio e dolorante per i suoi calcoli renali, s’immerse in una vasca di acqua calda e morì in compagnia di una coppa piena di vino schietto; Augusto si spense dolcemente nel letto accudito dalla moglie, dopo essersi sistemato i capelli e aver scambiato le ultime parole con i suoi amici. La morte dell’amata Ipazia è un grido di sofferenza: trascinata in una  chiesa le strapparono i vestiti, mentre ancora respirava le tolsero gli occhi, la dilaniarono con dei gusci di conchiglia. Una crudeltà infinita compiuta verso la donna e il sapere antico. E così si prosegue con tante altre storie del coronamento della vita, dove il morire in un bosco dopo una lunga passeggiata, o nel silenzio umano della propria casa, equivaleva a morire con disinvoltura e senza rimpianti, perché con la mente e il cuore pieni del proprio vissuto.

In questo perpetuo gioco di transizioni non c’è dissolvenza, ma continuità di spirito tra chi resta e chi oltrepassa l’ultima porta della vita, in quanto anime eterne cadute nel contingente; e le pagine di questo libro sono piene di anime alla ricerca di un posto nella memoria dell’umanità per lasciare custoditi gli ultimi respiri. La raccolta dell’autore, classificata per tipologie, delle morti degli antichi è una dimostrazione di come imperatori, guerrieri, donne di straordinaria intelligenza siano persone piene di “cuore intellettivo”: una pulsazione di sangue per fare circolare nelle vene il loro existere dall’attività celebrale fino all’ultimo battito. Dovremmo essere consapevoli di essere sinfonie del tempo reale, destinate ad errare nella ricerca di un qualcosa, nella nostra vita quotidiana, che porti al riempimento di un’anima per natura incompleta.

La morte antica narrata da Dino Baldi diviene un rapporto unificante tra l’uomo antico  e contemporaneo nella ricerca ultima del significato ontologico delle scelte di una vita, in cui la sommità dell’esistere diviene un compimento del disegno sotteso dello sviluppo intellettivo. Potremmo guardare all’infinito e all’infinito essere investiti da commozione, noi che con i ritmi incessanti della contemporaneità abbiamo l’impressione di vivere in un’apparente inutilità intellettuale. Bisognerebbe ritornare ai giardini primordiali del pensiero, ricordarsi degli occhi delle persone scomparse per salvare dalle tenebre dell’oblio la memoria della vita quotidiana, affinché si possa guarire quella ferita di solitudine che l’uomo si porta dentro.
Quanti condizionali usati per trattare il tema morte! Però un imperativo esortativo serve: sia lode alla vita! La stessa vita vibrante nella morte degli antichi, che, riuscendo ad affinare la disposizione ad esistere, celebrarono e celebrano i sensi, l’etica, la filosofia, la scienza e tutte le altre discipline che rispecchiano l’unicità individuale della vita.

Titolo: Morti favolose degli antichi
Autore: Dino Baldi
Editore: Quodlibet
Dati: 2010, 385 pp., € 16,00

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