Sessantadue quadri raccontano storie insospettabili

Chi mi legge su queste pagine e su quelle di AtlantideKids sa bene quanta rilevanza io attribuisca alle tavole illustrate. Sa che per me ciascuna illustrazione ha una propria voce, un proprio tono, è parte integrante della storia, è storia essa stessa, narrazione.

In coerenza con questa rilevanza mi ha sempre incuriosita un esperimento (che prima o poi conto di fare): è possibile leggere un’intera storia in un’unica immagine? È possibile trovare in un’unica tavola un indizio che apra la narrazione, elementi che ci raccontino il passato e il presente? Impresa molto complessa se ci si concentra sulle illustrazioni, che come dicevo sono parte integrante delle storie non corredo ma che, proprio per questa ragione, si muovono assieme alle parole, meno complessa, non per il processo di lettura o di creazione, se ci si accosta con questo proposito a un quadro.

Caravaggio -Entrate nel quadro - Alain Korkos

Anche perché Alain Korkos l’ha già fatto!

Entrate nel quadro suggerisce il titolo, sfogliando poi questo corposo volume di grande formato si incontrano sessantadue quadri scelti nella storia della pittura (da cavalli pomellati della grotta di Pech Merle, ca. 23000 a. C. a The Candy Store di Richard Estes del 1969) che ci raccontano storie insospettabili, commoventi o buffe, tristi o allegre, ma sempre sorprendenti.

Lichtenstein - Entrate nel quadro - Alain Korkos

Ma quali sono i dettagli che le hanno rese tanto famose? Cosa ci fanno, per esempio, i puttini ne La Madonna Sistina di Raffaello? Quale moto dell’animo si nasconde dietro al misterioso sorriso di Monnalisa?

La luce intensa e violenta che dava tanto fastidio alla Chiesa da accecarne i gerarchi e renderli ottusi verso la bellezza delle opere di Caravaggio è, per esempio, la protagonista de La cena di Emmaus. Questa luce spogliava i protagonisti della loro immagine idealizzata e li mostrava simili alla gente comune, ai poveri, ai contadini. Gesù risorto si unisce in viaggio a due pellegrini che non lo riconoscono a causa del suo aspetto differente; giunta la sera i tre viandanti si fermano in una locanda a Emmaus, Gesù benedice il pane e questo gesto fa (letteralmente) luce sui viandanti: lo riconoscono…

Il mare di ghiaccio è, invece, il “paesaggio dell’anima” di Caspar David Friedrich. “È il mare ghiacciato dell’Artico, la distesa polare così come ce la immaginiamo, quella che stritola gli uomini. Un mare che non fa sconti a nessuno, come dimostra un relitto imprigionato tra i ghiacci. Dell’imbarcazione emerge soltanto la prua piegata di lato, e un albero scarno”.

Friedrich- Entrate nel quadro - Alain Korkos

Alain Korkos invita a sbirciare nel quadro dallo spiraglio che le opere d’arte aprono, per riflettere e sognare sui loro dettagli più segreti, ma per capirne l’originalità, bisogna anche affidarsi alla storia dell’arte, quella con la “S” maiuscola. Per queste due ragioni consiglio Entrate nel quadro! a bambini e ragazzi di una ben larga fascia d’età (dai 7 in poi) giacché coniuga la curiosità “aneddottica” che tanto coinvolge i piccoli a quella storica che coinvolge i più grandi

Titolo: Entrate nel quadro, i piccoli enigmi dei capolavori
Autore: Alain Korkos
Editore: L’ippocampo Junior
Dati: 2011, 160 pp., 18,00 €

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Marco Cavallo e il folle coraggio di raccontare ai bambini

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu

Certo che solo un dottore matto, ma matto da legare, poteva pensare di dar voce ai matti, quelli veri, quelli la cui anima è in costante sofferenza, quelli di cui si ha paura, che si scansano, quelli che a guardarli inseguire una foglia o contare i sassi si stringe il cuore.

Iréne Cohen-Janca li definisce proprio “coloro che hanno male all’anima”, ed è una definizione calzante quanto scomoda, considerato che per molti i matti nemmeno ce l’hanno un’anima o se ce l’hanno è ammuffita, marcia, vuota.

Questo albo (che è un racconto) è certamente il più difficile libro per bambini che io mi sia trovata a recensire, quando non a leggere; ce ne sono stati altri che mi hanno messa nella situazione scomodissima, nell’impasse, di voler comunicare tutto quello che loro hanno comunicato a me con il risultato che la lingua si impasta in un groviglio di sensazioni e afflati che poco hanno a che spartire con l’oggettività giornalistica. Così è stato per L’albero di Anne, o L’autobus di Rosa entrambi editi da Orecchio acerbo e illustrati da Maurizio Quarello che figura i tratti di questo grande cavallo blu narrato da Iréne Cohen-Janca che anche della storia di Anne, non a caso, era stata portatrice.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluMaurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu

Mi chiedo se sia una coincidenza o se sia la forza delle parole, la sapienza con cui il lessico di un ospedale psichiatrico diviene il lessico di una favola, la forza con cui i matti stilizzati proiettano sulla pagina la propria ombra, traccia sì e indelebile della propria, concreta, esistenza, o se si tratti del coraggio di portare sulla carta scritta, nero su bianco con tracce indimenticabili di blu, una storia per bambini che gli adulti faticano a digerire se non a concepire.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluTutto questo mi chiedo quando leggo Il grande cavallo blu; Paolo è il protagonista di questa storia: figlio della lavandaia dell’ospedale vive in questo mondo per nulla ovattato, isolato da quello esterno che ben si guarda dal lanciare uno sguardo oltre le cancellate di questa isola piena di matti, battuta dalla bora triestina. Paolo vive nell’ospedale psichiatrico, al San Giovanni, dunque. Il suo unico amico è Marco, il cavallo dalla stella bianca sulla fronte che trasporta la biancheria. Paolo conosce i matti rinchiusi nell’ospedale ma nella propria tenerezza di bambino essi assumono i tratti quantomai esacerbati della fiaba: c’è l’uomo-albero su cui si posano merli che conservano sulle piume il blu intenso del cielo aperto e libero da cui provengono, c’è la signora bella, col belletto sulle labbra che vaga scalza, sempre con le scarpe in mano, c’è l’uomo che cattura e spezza il collo agli uccelli, inquietante, fa paura, ci sono esseri senza età, fermi nel tempo, vecchi che sembrano bambini e bambini che paiono vecchi. Le tavole illustrate si susseguono con un ritmo grigio e bianco pervaso da pause tintinnanti di blu: il blu del mare, il blu del cielo, il blu di tutto quello che può essere libero per natura o perché ha ottenuto la libertà, come Marco, il cavallo, simbolo della libertà conquistata perché concessa da un uomo libero, perché atto di coraggio. Perché frutto di una follia sana, di cui, a ben guardare, da vicino, come sosteneva Basaglia, ciascuno di noi è portatore.

Marco il cavallo dalla fronte stellata è vecchio e stanco, merita di riposare piuttosto che di andare al macello, Paolo merita di salvarlo, e i matti si meritano l’aria oltre le cancellate, quella sferzante di libertà. A simboleggiare come l’infermità del singolo isolata può divenire incomprensibile malattia da sedare con camicie di forza ed elettroshock, sebbene non sia altro invece se non specchio dell’infermità collettiva non senziente, gretta, pavida. Almeno fino a quando un dottore “ostinato come il vento e matto da legare” non decida di aprire le porte e far varcare il cancello a un grande cavallo blu e ai matti, sostenendo che la libertà sia la medicina migliore.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluMaurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo blu

Titolo: Il grande cavallo blu
Autore: Irène Cohen-Janca, Maurizio Quarello
Traduttore: Paolo Cesari
Editore: Orecchio acerbo
Dati: 2012, 44 pp., 12,50 €

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L’importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile può diventare possibile”(F. Basaglia. Conferenze brasiliane, 1979)

“In un certo senso, viviamo in una società che sembra un manicomio e siamo dentro questo manicomio, internati che lottano per la libertà. Ma non possiamo sperare nei liberatori, perché se speriamo in loro saremo ancora una volta imprigionati e oppressi. È la stessa storia dell’operaio che non può sperare che la direzione del sindacato lo liberi. È lui stesso che deve lottare e dare ai dirigenti del sindacato gli elementi per liberarlo. È questa la nostra funzione di leader in una società in cambiamento. Dobbiamo capire insieme con gli altri quello che dobbiamo fare e non dirigere gli altri in un modo o nell’altro, perché facendo così saremmo noi stessi nuovi padroni”. Trent’anni e passa sono trascorsi da quando uno psichiatra “anti-psichiatria”, si chiamava Franco Basaglia, pronunciò questo e altri memorabili discorsi. Lo stesso uomo dimostrò, inoltre, come l’impossibile qualche volta diventa possibile persino a partire da episodi all’apparenza di nessun conto.

Circostanze marginali che scatenano l’immaginazione troppo a lungo implosa, tenuta in catene, costretta nella camicia di forza, capace di trasformare orrore e sofferenze in avventure di libertà e avviare trasformazioni epocali. C’era una volta un re, allora direte voi? No. C’era una volta un cavallo addetto al trasporto di biancheria, scarti di cibo e roba vecchia, in servizio all’ospedale psichiatrico di Trieste. Perché è da un cavallo che comincia questa storia unica. Le istituzioni volevano mandarlo al macello perché vecchio e sostituirlo con un motocarro. Ma l’animale puntò zoccoli e ferri e recalcitrò. O meglio degenti e personale del San Giovanni di Trieste scrissero una lettera alle istituzioni. L’animale fu salvato e da allora divenne simbolo di una lotta contro ogni oppressione, a cominciare da una psichiatria antiquata che trattava i malati mentali da rei privandoli di fondamentali diritti civili e della dignità umana.

Maurizio A.C. Quarello - Il grande cavallo bluIl cavallo in carne e ossa ispirò nel 1973 la creazione di un simbolo potente: ‘Marco Cavallo’, macchina teatrale di legno e cartapesta azzurra. Emblema di una battaglia di libertà e liberazione contro tutti i manicomi e le coercizioni, da allora non ha mai smesso di viaggiare e portare il suo messaggio in ogni parte del mondo per contrastare la smemoratezza che rischia di cancellare le tracce di un passato ancora troppo vicino che specie i più giovani ignorano. Marco Cavallo è anche simbolo della cosiddetta riforma Basaglia, la legge 180/1978 che ha sancito la chiusura dei manicomi sostituiti da centri territoriali e permesso al ‘matto’ di riappropriarsi della sua dignità di cittadino con diritti, doveri e responsabilità, punibilità compresa se si commettono reati. Resta in piedi la complessa questione degli aspetti della riforma ancora non attuati, del grave fardello che spesso è toccato e tocca in sorte alle famiglie costrette a farsi carico di parenti malati psichiatrici senza il supporto di idonee comunità terapeutiche. Qui si vuole solo evidenziare che davvero nella nostra recente storia l’impossibile è accaduto e tutti noi beneficiamo di un dono non scontato. Una simile rivoluzione nella psichiatria moderna non sarebbe stata possibile senza Basaglia e suoi colleghi nonché grazie alla fattiva collaborazione della provincia di Trieste, allora guidata da Michele Zanetti.

Basaglia era uno psichiatra veneziano, che all’arrivo nel 1971 a Trieste, aveva già avuto un impatto durissimo col manicomio di Gorizia dove aveva cercato di avviare un’esperienza di comunità terapeutica e una prima rivoluzione eliminando contenzione fisica, uso dell’elettroshock e aprendo i reparti. Una volta a Trieste però, a questo psichiatra intriso di letture esistenzialiste e in piena sintonia con le correnti psichiatriche di ispirazione fenomenologica ed esistenziale (Karl Jaspers, Eugéne Minkowski, Ludwig Binswanger), con il pensiero di Michel Foucault e Ervinng Goffman nella critica all’istituzione psichiatrica, ma capace di concretezza a partire dall’immersione nella realtà manicomiale senza mai negare la malattia mentale, non volle più sforzarsi di “umanizzare” il manicomio. Puntò a distruggerlo, perché lager e copertura di un sistema coercitivo che esclude il malato per non vedere le proprie contraddizioni patologiche. Dal ’73 nel manicomio di Trieste fu creata una cooperativa di lavoro retribuito per i pazienti, avviato un laboratorio condotto da Giuliano Scabia, artista poliedrico con l’aiuto di tanti, tra cui Vittorio Basaglia, pittore, scultore, fratello di Franco, e poi medici, infermieri, internati che realizzarono Marco Cavallo. Il colosso azzurro fu portato all’aperto il 25 febbraio del 1973 dopo che venne aperta una breccia nel muro di cinta del manicomio che lo stesso Basaglia spaccò con una panchina di ghisa.

Con Marco Cavallo sfilò per Trieste un corteo con più di 600 matti: la follia finalmente dilagava nella città e la città si apriva tra gioco e paura alla realtà vera dell’essere umano. Nello stesso anno Basaglia fondò Psichiatria democratica, movimento che favoriva la diffusione dell’antipsichiatria, corrente di pensiero che bersagliava il meccanismo segregante ed escludente delle istituzioni sanitarie. Nel ’77  fu dichiarata la chiusura del manicomio di Trieste. Nel 1978 si approvò la legge 180 che avviò la chiusura dei manicomi su tutto il territorio nazionale e la sostituzione, secondo l’esperienza triestina, con centri territoriali. Marco Cavallo ha ancora tanto lavoro da fare: tra i servizi psichiatrici e nelle cliniche private dove spesso la contenzione è tuttora realtà e di psichiatria si muore ancora, ma soprattutto negli ospedali psichiatrici giudiziari dove le condizioni sono arcaiche e disumane.

Entro il 31 marzo del prossimo anno tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari in Italia devono essere chiusi. I detenuti, 1500 persone circa, saranno trasferiti in centri idonei a curarli. Non è che l’inizio di un percorso lungo. Già Basaglia invitava alla cautela: “Attenzione alle facili euforie. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi del malato di mente. Negli ospedali ci sarà sempre il pericolo dei reparti speciali, del perpetuarsi d’una visione segregante ed emarginante”. Marco Cavallo ci sarà a raccontare lo spaventoso manicomio che sta fuori e pare invincibile.

Segreti atomici svelati dalla straordinaria voce di Marie Curie

“Nella vita non c’è nulla da temere. C’è solo da capire”. Marie Sklodowska Curie

marie-curieCi sono stati due elementi che mi hanno colpita profondamente in questo piccolo volume (parte della collana Lampi di genio di Editoriale Scienza) dedicato a Marie Curie. Il primo è la sua dolce determinazione, mai competitiva o affannata, fatta di curiosità e amore per la conoscenza. Il secondo è la spiazzante ingenuità (che può sembrare forzata in questo campo) che la renderà vittima della propria, sensazionale, scoperta.

In Marie Curie e i segreti atomici svelati Luca Novelli lascia la parola a Marie che diviene quindi protagonista e voce narrante sensibile e simpatica. Doveva essere una persona piacevole oltre che un genio! Una ragazza strepitosa insomma quella che si racconta: dai primi anni in Polonia, sua terra natia, a quelli a Parigi, densi di studi e d’amore, è proprio qui che incontrerà Pierre, l’amore della sua vita. Insieme a Pierre fa una scoperta scientifica di importanza straordinaria, incommensurabile, alla quale sarà legato, nel bene e nel male, il destino dell’umanità intera: la radioattività, e grazie alla quale vincerà due premi Nobel, diventando la scienziata più famosa della storia.

La scienza deve essere al servizio di tutti, questo il motto di Marie Curie, che fece suo anche quello del suo amico Albert Einstein per cui tutto è relativo. Persino la pericolosità di quella che Marie sentiva come una propria creatura: la “sua” radioattività, giacché “come tutte le grandi scoperte ha in sé un lato buono e uno cattivo. Sta a noi farne buon uso”.

Come gli altri volumi di questa collana, Marie Curie e i segreti atomici svelati, presenta un dizionarietto “atomico”  con tutte le parole radioattive dalla “A” di alchimia alla “U” di uranio arricchito.

Titolo: Marie Curie e i segreti atomici svelati
Autore: Luca Novelli
Editore: Editoriale Scienza
Dati: 2011, 128 pp., 8,90 €

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Se ci mettiamo a fare i conti scopriamo che…

Alcuni libri coinvolgono e stregano, certi albi illustrati divertono, affascinano, fanno sorridere. Questo Quanti siamo in casa ottiene il risultato forse più ambito da un libro: la meraviglia.

Quando mi imbatto in un albo in cui così naturalmente si coniugano testo e immagini, considero sempre valido l’insegnamento di Todorov nel valutare quell’istante sospeso tra la realtà e l’immaginazione che perdura quanto più intenso è lo stupore, per giudicarne la piena efficacia. E il meravigliato istante in questo caso dura a lungo.

Entriamo in una casa in cui vivono 5 persone e un gatto; una famiglia serena che osserviamo nei momenti di pausa, lavoro o divertimento. “In casa siamo 6 teste” esordisce l’io narrante, “ciascuna pensa alle proprie cose”… e già sorrido perché la coloratissima sequenza di numeri delle pagine iniziali mi aveva solleticato. Quando poi, su un fondo bianco si stagliano una dozzina tra mani piedi e zampe (e mi si perdoni la vaghezza del conto, quantomeno fuori luogo in questo contesto) sono ormai pienamente divertita: “in tutto fanno 118 unghie che la mamma ci fa tagliare tutte le domeniche”. E così via per i nasi, le ossa, i capelli (e qui l’approssimazione a 800 000 è d’obbligo!), l’intestino, i denti.

La vita di questa famiglia normalmente speciale diventa esilarante grazie all’aritmetica. L’avreste mai detto? Le illustrazioni di Madalena Matoso sono chiare, tutte col loro personale rilievo su fondo colorato o bianco, caratterizzate da una linea geometrica, dall’uso dei colori primari; una logica lineare e quindi chiara, diretta. Il testo, di Isabel Minhós Martins, è altrettanto efficace.

Titolo: Quanti siamo in casa Autore: Isabel Minhós Martins, Madalena Matoso Editore: Topipittori Dati: 2011, 32 pp., 14,00 €

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Quel che conta


Capita, a me come a molti, di svegliarsi la mattina e ritrovarsi smarriti nel senso spicciolo delle cose. Il lavoro, gli impegni, le piccole frustrazioni, i ritardi dei treni, i cellulari scarichi, la nebbia che s’insinua negli animi o il sole che si preferirebbe sentire sulla pelle piuttosto che guardarlo di sfuggita dalla finestra. Tutto si fa, ogni compito si svolge, per obbligo o per responsabilità. Tutto si fa per amore, ma, specie nell’ultimo caso, che cos’è che davvero è necessario fare? Che cos’è che conta?

Io, come altri credo, di frequente dimentico di pormi questa domanda, così esplicita invece nell’affermativo titolo di questo albo Quelcheconta tutto attaccato come se fosse un’unica parola, come se fosse un unico senso. Scopro, leggendo, che Ruth Vilar ha fatto di questo fantasioso e decisivo lemma addirittura un nome e allora continuo a leggere come se in questo albo per bambini potessi trovare, finalmente, una risposta definiva, universale, che tralasci anche i miei (tanto umani) desideri, che semini dietro alle ruote di una bizzarra bicicletta a nove ruote il mio personale egoismo.

Quelcheconta è un postino, un postino innamorato dei numeri. Conta di continuo, e il mestiere che svolge certamente l’aiuta: conta i pacchetti da consegnare, i campanelli che suona, il numero dei francobolli. Consegna la posta lavorando dodici giorni a settimana per undici ore al giorno, per tredici mesi all’anno. Contare è rassicurante, l’aritmetica dà certezze e, forse proprio per questo, rassicura e protegge dalle incognite, che pur delle scienze matematiche sono pietra miliare, senso profondo. Per cui Quelcheconta ignora che le ventidue lettere che sta per consegnare a ventuno famiglie sono di licenziamento, che le diciassette lettere indirizzate a diciannove ragazze da sedici giovani innamorati sono di lontananza, di distacco. Quelcheconta consegnerà suo malgrado e a sua insaputa nostalgia e disperazione.

Ma colui che conta alla ricerca di un ordine preciso è anche un uomo che gioca, e che giochi con l’assurdo non cambia il risultato del conto che comunque non torna, e così, quando tre stupende principesse gli propongono di esaudire due dei suoi desideri, si accontenta di uno solo: un mondo felice.

Quelcheconta sogna, si imbatte, per sua fortuna, in oniriche speranze e le sfrutta come può, aggrappandosi ad esse. Arnal Ballester ce lo ritrae di rosso vestito, con il berretto della sua divisa e la borsa delle lettere a tracolla; sempre in movimento, impegnato a imbucare la posta o a scacciar via con una pedata un cane rabbioso (o trentadue?) dall’alto della sua bizzarra bicicletta a nove ruote. Il senso del movimento è assolutamente quello che più direttamente raggiunge il lettore, sia per mezzo del testo, sia per mezzo delle parole. I raggi della bicicletta, immobili nell’istante della rappresentazione, comunicano un senso di rutilante azione e diventano, ai miei occhi, le vesti e i capelli delle tre fate, le tre nuvole su cui s’adagiano preda di un vento che le ingarbuglia e scioglie secondo regole certamente matematiche ma su cui Quelcheconta e un uccello appena uscito dalla gabbia sembrano danzare condividendo il desiderio che, mi hanno convinta, è ormai anche mio: un mondo felice.

Titolo: Quelcheconta
Autore: Ruth Vilar, Arnal Ballester
Editore: Orecchio Acerbo
Dati: 2011, 32 pp., 15,00 €

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Una fiaba dalla tradizione oscura che guarda al futuro con speranza

Non credo esistano fiabe più oscure per tema e tradizione de Il pifferaio magico di Hamelin. E non a caso, infatti, Antonella Toffolo, che ha illustrato la traduzione di Umberto Fiori e Livia Brambilla per l’edizione di Topipittori, ha scelto il nero. Il bianco e nero, dovrei dire più propriamente, anche se, di fatto, il bianco passa inosservato e si riduce agli occhi come un mezzo neutro per sottolineare la drammaticità del tratto di carbone.

Questa ballata di Robert Browning, poi resa in prosa dai fratelli Grimm, è una delle opere più celebri e amate della letteratura inglese per ragazzi. Come ho già avuto modo di sottolineare in un’altra occasione, inserirla nella collana delle “fiabe quasi classiche” è un’idea eccellente perché le illustrazioni così cariche di drammatica contemporaneità davvero sembrano danzare in pieno equilibrio con le parole antiche. Parole e immagini danzano con competenza di passo e al contempo come preda di una musica magica che le coinvolge e trascina. Come se fossero esse stesse ebbre della musica del pifferaio magico.

È una fiaba che, come un velo nero, si stende implacabile sui vizi umani, e sul principe dei vizi: l’ingratitudine, e punisce senza pietà. Il pifferaio libera la città di Hamelin dai ratti, li strega con la sua musica magica e li induce a tuffarsi nel fiume e annegare. La città, libera dalla piaga si rivela ingrata e ingiusta, non tiene fede alla parola data e dimentica la situazione misera da cui il pifferaio l’ha liberata. Il pifferaio da parte sua è spietato, non perdona e punisce nella maniera più terribile possibile. Riducendoli a prede con il suo flauto magico, trascina nel ventre di una montagna tutti i bimbi di Hamelin, spegnendo con un unico soffio le speranze della cittadina.

L’origine di questa fiaba è antichissima. I documenti degli storici raccontano che nella città tedesca nel tardo Medioevo scomparvero nel nulla centotrenta bambini. Alcuni indicano la peste come responsabile di questa scomparsa, altri fanno riferimento alla famosa “crociata dei bambini”, altri ancora, e noi ammicchiamo a questa possibilità, pensano che i bimbi siano andati a fondare una città migliore rispetto a quella dei propri, avidi, genitori, in Transilvania.

Browning come Goethe, come Shubert, come Brecht, ne racconta la storia, ma si devono a lui due straordinarie invenzioni narrative: per primo fece scampare alla sorte un topo e un bambino. Esperto nuotatore il primo, zoppo il secondo poterono raccontare le straordinarie visioni regalate loro dal pifferaio magico che promettevano la realizzazione dei desideri. I topi, seguendo il richiamo irresistibile dell’avidità, così simile a quella dei borghesi di Hamelin, annegarono, mentre i bambini seguendo con innocenza le tracce di un sogno di una terra nuova e bella in cui il male è sconosciuto, riuscirono a crearne una. Diversa e gioiosa come solo alcune, splendide, fiabe, sanno far immaginare.

Titolo: Il pifferaio magico di Hamelin
Autore: Robert Browning
Editore: Topipittori
Dati: 2007, 32 pp., 13,00 €

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Carlotta e le prime parole nel web

Se fossimo nel 1952, anno di pubblicazione di questo capolavoro della letteratura per l’infanzia e se fossimo a scrivere sulle pagine del New York Times (!), avremmo a dire che E. B. White ha scritto un libro per bambini in cui albergano voglia di vivere e felicità, tenerezza e sorpresa, grazia e humor e il dono della sintesi che soltanto le storie caratterizzate dalla genuina immaginazione riescono a possedere.

Ma non siamo sul New York Times e, nonostante ci si trovi in completo accordo con quanto detto sopra, diamo inizio a queste nostre considerazioni con un’osservazione frivola: ho avuto la fortuna di acquistare La tela di Carlotta in un negozio di libri usati; una copia della prima edizione in italiano (del 1976) per gli Oscar Mondadori, passata tra le mani di Andrea prima e Simona poi. Ho avuto questa fortuna perché la copertina riporta una delicata illustrazione di Giancarlo Zucconelli ben lungi dalle copertine delle diverse edizioni che di questa storia hanno visto la luce dopo il film con Dakota Fanning che ne è stato tratto nel 2006. Il marketing preferisce sui libri, anche sulle storie belle (memorabile la copertina della nuova edizione, anche questa frutto di un post-film, de Il mulino dei dodici corvi, che fa rimpiangere la prima di Longanesi) copertine scarsamente raffinate ma di richiamo, dovrò farmene una ragione, del resto in teoria non si dovrebbe giudicare un libro dalla copertina…

Per tornare a La tela di Carlotta, sorella del più celebre Stuart Little (almeno in Italia, anche qui a causa o grazie al maggior successo del film), è una storia raffinata e tenera come poche altre mi sia capitato di leggere. Il senso lieve della vita intesa come occasione di gioia e generosità, il senso greve della morte raccontata come sacrificio generoso ed espressione di amicizia. «Perché hai fatto tutto questo per me? – chiese Filiberto. – Non lo meritavo: non ho mai fatto nulla per te io. – Mi sei stato amico – rispose Carlotta – e questa è già per se stessa una cosa eccezionalmente importante. E io ho tessuto le mie tele per te perché ti volevo bene. Che cos’è un’esistenza, in fondo? Si nasce, si vive per un periodo brevissimo, si muore. L’esistenza di un ragno, poi, non può non ridursi a una miseria, con tutto questo intrappolare e mangiare mosche. Essendoti di aiuto, ho forse cercato di elevare la mia vita di un poco».

La tela di Carlotta è la storia di un legame d’affetto profondo che unisce Filiberto a Carlotta, appunto, e nasce in un porcile, luogo in cui Filiberto scopre con amarezza di essere destinato a diventare salsiccia. Il porcellino non sa rassegnarsi a questo destino e si dispera. Le sue lacrime verranno asciugate dalla dolcezza e dal conforto di Carlotta, ragno che, nonostante conservi tutte le attitudini poco piacevoli dei ragni, si rivelerà molto intelligente e devoto al senso alto dell’amicizia che subito si instaurerà tra i due. Grazie a questo legame, forse si devierà il corso di un destino così crudele.

Il libro, che ha fatto commuovere generazioni da quando ha visto la luce, noi compresi, è complesso ma solo al livello del tema proposto che rimane il più delicato da maneggiare, specie se ci si rivolge ai bambini: il legame ineluttabile tra la vita e la morte.

È complesso e delicato, proprio come le tele tessute da Carlotta, e come queste ultime riluce quando incrocia i raggi brillanti del sole così come quelli tenui della luna.

Titolo: La tela di Carlotta
Autore: E. B. White
Editore: Mondadori
Dati: 2007, 188 pp., 13,00

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