Cartolina da un’epoca in cui l’Islam non faceva paura

Porto è una bellissima città, incastonata sull’ultimo tratto del Douro, poco lontano dall’Oceano Atlantico; il fascino dei colori e dei vicoli stretti del centro storico, che appartiene al Patrimonio UNESCO, si abbina alla ricchezza barocca delle chiese, alla moderna eleganza dei ponti, alla pacata industriosità della produzione di un vino di qualità conosciuto in tutto il mondo. Seconda città del Portogallo, fra le più antiche d’Europa e attualmente uno dei quattro centri urbani più importanti della penisola iberica, Porto è stata storicamente una potenza economica e una capitale commerciale; la sua aristocrazia mercantile finanziava le intrepide esplorazioni dei navigatori portoghesi e usava nelle case legni pregiati importati dall’Africa e dalle Indie.

Un monumento, fra tutti, rende ancora oggi riverente omaggio alla grandezza di questo passato: il Palácio da Bolsa. L’Associazione Commerciale di Porto avviò la costruzione del Palazzo nel 1842 per farne la propria sede centrale; i lavori hanno impegnato tre generazioni di mastri artigiani e decoratori, artisti dello stucco in trompe l’oeil, ebanisti con l’ispirazione al mosaico, architetti, scultori, scalpellini, pittori… Ogni sforzo e ogni cura sono stati dedicati a realizzare una sede degna della missione dell’Associazione: portare prosperidade e iluminismo nella comunità.

La visita del Palazzo è un piacevole viaggio indietro nel tempo, in un’epoca preziosa in cui il mondo appariva incredibilmente più grande e misterioso di quello che percepiamo oggi; ed è interessante riflettere sul fatto che, a conti fatti, sono state proprio le aspirazioni, l’intraprendenza e la voglia di rischiare degli associati riuniti in questo o in simili palazzi a muovere le coordinate della storia come noi le conosciamo: oltre le colonne di Ercole.

La visita guidata si conclude nella prestigiosa Sala Araba, realizzata in stile neo-moresco secondo il gusto per l’esotico e una certa fascinazione orientalista tipici del Romanticismo: si pensi alla passione per la chinoiserie dell’Art Déco franco-belga e del Modernismo catalano, alla predilezione della Secessione Viennese per l’Antico Egitto.

La calligrafia araba è usata profusamente come motivo ornamentale; gli artigiani che lavoravano al Palazzo si recarono appositamente nel sud della Spagna per trovare qualcuno che parlasse e scrivesse l’arabo e li aiutasse a preparare i calchi da usare. Non ci sarebbe, in fondo, niente di strano; se non fosse che la frase, elegantemente ripetuta all’infinito nella volta della Sala, recita: Allah salvi la Regina: la cattolicissima Maria II, che aveva donato all’Associazione lo spazio per edificare il Palazzo.
Significa che, fino a poco tempo fa, tutti sapevamo che Allah è solo uno dei nomi di Dio. Conviene forse tenerlo a mente, mentre sembra che in ogni angolo della civilissima Europa si covino inquietanti rivendicazioni su presunte origini cristiane ed evitabili riedizioni di certe perverse xenofobie novecentesche.

La Sala Araba a 360°

 

Palácio da Bolsa
Rua de Ferreira Borges, Porto (Portugal)
aperto tutti i giorni:
novembre – marzo 9:00 – 13:00 / 14:00 – 18:00
aprile – ottobre 9:00 – 19:00
www.palaciodabolsa.pt

La rivincita dei bâtards

Quello che tutti sanno di Le nom des gens è che la protagonista, Baya (la giovane e bravissima Sara Forestier), prende molto sul serio un suo originale impegno politico ispirato al famoso slogan degli anni Sessanta make love not war: va a letto con “quelli di destra” (i fachos) e li converte con successo alle idee della sinistra, sobillandoli nel momento in cui sono più vulnerabili. Effettivamente lo spunto basta da solo ad attirare il pubblico, con la promessa – perfettamente mantenuta – di un’ironia franca, divertente e intelligente sulla destra (le destre, visto che l’azione si svolge all’epoca del ballottaggio Chirac/Le Pen) col suo machismo, ma anche sulla creatività a cui deve ricorrere la base della sinistra in mancanza di alternative valide di governo (suona per caso familiare in Italia?).

Puntare solo su questo dettaglio – come ha scelto di fare la distribuzione – risulta però ingiustamente riduttivo per una storia molto più ricca di riflessioni sui rapporti di coppia, l’amore e la diversità, in cui la connotazione politica della libertà sessuale di Baya è in realtà piuttosto marginale. Il film nel suo complesso è un inno accorato, corale e coloratissimo all’attaccamento alle proprie origini, non nel senso di sclerotico ripiegamento su se stessi e sulla propria comunità – nella maggior parte dei casi peraltro “immaginata”, quando si tratta di immigrati di seconda o terza generazione che magari non hanno mai messo piede nel “paese di origine” – ma ansia di andare incontro all’altro a braccia aperte; tutto il contrario, insomma, di quello che si chiama communautarisme nel dibattito francofono sul multiculturalismo e sul suo eclatante fallimento.
La forza della narrazione sta nel personaggio debordante di Baya (suona brasiliano, ma in effetti è un nome arabo), irresistibile fin dalla prima inquadratura dei suoi anfibi fucsia. Figlia di un immigrato algerino che ha perso quasi tutta la famiglia durante la guerra di indipendenza – periodo ancora molto oscuro della storia francese – e di una gauchiste che mette su con lui una casa piena di colori e gente di ogni tipo, Baya coi suoi grandi occhi azzurri sa che nessuno la prenderebbe per “sporca araba”, ma lei rivendica con orgoglio il suo inequivocabile cognome, Benmahmoud.

Il giorno che incontra Arthur Martin (che sarebbe come chiamarsi Mario Rossi in Italia), veterinario solitario specializzato in necropsia aviaria e seguace del “principio di precauzione”, niente al mondo sembra meno probabile di una loro storia d’amore. Arthur (Jacques Gamblin), infatti, è la quintessenza dell’uomo qualunque, educato a passare inosservato da una madre sfuggita da bambina alla deportazione nazista, che per tutta la vita non racconta mai nulla sui propri genitori né su quello che è successo “quel giorno” e, anzi, con conquistata serenità dissimula il suo cognome originario, Cohen, dietro al banalissimo e molto francese Martin del marito. Arthur per lungo tempo non sa nemmeno di avere origini ebree, non sente l’olocausto come parte della storia della sua famiglia e rifiuta il vittimismo da un lato e il senso di colpa nazionale dall’altro.

Possono due esseri così diversi innamorarsi e essere felici insieme? Esuberanza contro riservatezza; sinistra “senza se e senza ma” contro jospinisme (il vero Lionel Jospin regala un simpatico cammeo); mezzosangue arabo contro mezzosangue ebreo? Fra le rocambolesche avventure dei due improbabili amanti, il regista e sceneggiatore Michel Leclerc (César 2011 insieme a Baya Kasmi per la miglior sceneggiatura originale) ci accompagna per mano sulla soglia della domanda più tabù e sconvolgente che si possa fare in Francia: chi – o cosa – sono veramente i francesi? Il nostro cognome cosa dice della nostra gente, della nostra storia e, più di tutto, del nostro futuro? In un’Europa sempre più allargata e sempre meno sicura della propria identità, in cui pretesi miti celtici si materializzano alle latitudini meno attendibili e una certa tendenza all’arianesimo non è mai davvero sopita, non ci resta che sperare anche noi, come Baya, che quando al mondo saremo tutti bastardi, finalmente vivremo in pace.
Secondo l’Istat, in Italia gli stranieri regolarmente residenti sono il 7% della popolazione; di questi, il 22% sono minorenni e 573mila sono nati in Italia. Forse è già tempo che cominciamo a chiederci anche noi chi sono veramente gli italiani e che genere di paese vogliamo diventare.

 

Le nom des gens (nella versione inglese: The names of love)
Francia, 2010
regia di Michel Leclerc
sceneggiatura di Michel Leclerc e Baya Kasmi
con Jacques Gamblin, Sara Forestier, Zinedine Soualem
durata 1h44m

distribuzione in Italia in attesa di programmazione

Uomini e gatti

Il gatto (senza nome) della storia acquista per caso – forse per crimine? – il dono della parola e inizia a farne un uso candido e sconveniente, dicendo tutto quello che gli passa per la mente: verità che feriscono, il suo amore non proprio pudico per la bella padroncina, contraddizioni teologiche di ispirazione evoluzionistica e diverse bestemmie. Questa trama fiabesca, un po’ alla Perrault ma piena già di spunti divertenti sulla ricchezza o la pochezza della fede, si complica quando il rabbino Sfar riceve dalla Russia una pesante cassa piena di libri e talmud salvati alla rivoluzione e scopre che contiene anche… un pittore russo! Scampato ai pogrom, il correligionario biondo è determinato a partire alla ricerca della mitica “Gerusalemme nera”, la città segreta in cui, secondo le informazioni riservate della polizia sovietica, vivrebbero gli ebrei discendenti di re Salomone e della regina di Saba.

Nonostante la resistenza e la disapprovazione dell’ala più conservatrice della comunità, il pittore – grazie anche all’aiuto del gatto, che fa da interprete – convince il rabbino a organizzare questa grande avventura, coinvolgendo Vastenov, ex soldato zarista rifugiato ad Algeri, e lo sceicco (che per i musulmani significa “venerabile”) Mohammed, anziano cantore sufi che condivide col rabbino età, saggezza, lo stesso cognome e un illustre antenato. La carovana attraversa il cuore dell’Africa, diretta verso il confine fra Etiopia e Sudan, e ogni tappa è una meravigliosa scoperta: la natura, gli animali, uomini bianchi bizzarri (uno, in particolare, somiglia stranamente al protagonista del fumetto belga Tintin), paesaggi incredibili, tribù lontane ciascuna con le proprie musiche e tradizioni.
E il giovane russo incontra, naturalmente, anche l’amore, con le fattezze della bellezza africana. Quale posto al mondo, allora, potrebbe essere più perfetto per loro se non la comunità ebraica d’Africa? Ma in questa storia tutta all’insegna delle diversità (ebrei e musulmani, colonizzatori e colonizzati, bianchi e neri, uomini e gatti), il viaggio verso la tolleranza sembra non dover finire mai…

Il film porta per la prima volta sul grande schermo l’omonima serie a fumetti francese, successo di pubblico piuttosto inatteso per una collana ambientata nell’Algeria degli anni Venti; la versione cinematografica condensa e riassume le avventure di tre volumi (Il Bar Mitzvah, Il malka dei leoni e La Gerusalemme d’Africa), e risente un po’ di questo sforzo di sintesi, nel quale si perde soprattutto l’affascinante riflessione del gatto su quanto fosse più semplice e povero di incubi il suo mondo senza la parola. Rimane invece intatta la bellezza dei disegni di Joann Sfar (sì, l’autore si chiama come il rabbino; e il suo vero gatto fa da modello per il protagonista) e nella resa filmica si prova la stessa emozione leggermente retrò che a sfogliare l’album cartaceo.

La storia, con le sua piccole trame che si intrecciano, è una metafora semplice e efficace su come la tolleranza possa essere – e probabilmente dovrebbe essere – una forma normale e naturale di convivenza e su come non già le religioni ma certe loro interpretazioni, invece, si mettano tante volte di traverso all’insegnamento comune e fondamentale “ama il prossimo tuo come te stesso”. Gli ebrei neri, peraltro, esistono davvero e si chiamano “falascià”; il regista rumeno Radu Mihăileanu (lo stesso di Train de vie e Il Concerto) li racconta nel bel film Vai e vivrai; ma questa è decisamente un’altra storia.

 

Le chat du rabbin, FR 2011
regia di Antoine Delesvaux e Joann Sfar
dall’omonima serie a fumetti di Joann Sfar
durata 100 minuti

Ma chi abita al sesto piano?

In molti palazzi antichi a Parigi l’ultimo piano è una specie di mezzanino organizzato in minuscole stanzette, con un unico bagno in fondo al corridoio; è lì che abitavano le domestiche – prima francesi venute dalla campagna, poi spagnole, portoghesi e così via – a servizio presso le famiglie benestanti. Questo è il “sesto piano” del titolo, colonizzato negli anni Sessanta da una comunità di domestiche spagnole in cui convivono fianco a fianco la cattolica devota e la sindacalista repubblicana, la signora di una certa età che vuole costruire “al paese” la casa dei suoi sogni e la bella ragazza che spera in un matrimonio che la salvi dal bisogno di lavorare.

La giovane Maria, bella e generosa, fa il suo ingresso come domestica nel tranquillo tran tran della famiglia Joubert. Suzanne e Jean-Baptiste Joubert sono una coppia assolutamente perfetta secondo il canone borghese: lui provvede al benessere economico di tutta la famiglia, lei si dedica a spendere i soldi e mostrare il loro status con la massima eleganza e buon gusto, i due figli maschi studiano in collegio, la cameriera controlla che l’uovo sodo cuocia per esattamente due minuti: non un secondo di più, non uno di meno.

Ma il confronto accidentale col mondo “del sesto piano” incrina questa perfezione pacata, controllata e priva di passione; Jean-Baptiste scopre all’improvviso l’esistenza di un intero universo di colori, sapori e emozioni a lui sconosciuti e intravede un’altra vita possibile: meno imbrigliata nella routine, più aperta all’improvvisazione. Fino a che non decide, a 45 anni suonati, di lasciare tutto per inseguire il vero amore.

La trama non è particolarmente originale e la sceneggiatura si puntella su un gran numero di luoghi comuni, per quanto simpatici, come spesso succede nei film in cui l’immigrazione non è tanto il tema quanto un pretesto narrativo. Così che la tardiva scoperta della vita e dell’amore da parte del facoltoso commercialista francese a volte sembra dipendere più da chorizo, vino di Malaga, flamenco e paella che dai begli occhi della domestica. Ma la diligenza con cui Jean-Baptiste si interessa alla cultura spagnola per avere accesso a questo mondo femminile e segreto è tenera, sincera e decisamente spassosa.

Il film si regge soprattutto sull’ottima interpretazione di Fabrice Luchini, che regala al personaggio di Jean-Baptiste una verve frizzante e leggermente tragicomica; molto brava anche Sandrine Kiberlain (Suzanne) nel ritratto impietoso del “mestiere di signora” ma meno convincenti i personaggi delle domestiche spagnole, un po’ troppo caricaturali. Gradevole e divertente, questa storia franco-spagnola d’amore e scoperta ha anche il pregio di rammentare, en passant, che di migrazione abbiamo sempre vissuto in Europa, né avremmo potuto fare altrimenti: a quell’epoca tutti lo sapevano, molti decenni prima della “generazione Erasmus”.

Le donne del sesto piano (Les femmes du sisième étage), FR 2011
di Philippe Le Guay;
con Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalie Verbeke, Carmen Maura
106 minuti

nelle sale dal 10 Giugno 2011

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Brevissimo aggiornamento sulla distruzione delle Indie

Cochabamba, Bolivia, anno 2000. Una troupe spagnola gira un film epico e coraggioso sulla conquista dell’America, la riduzione in schiavitù degli indios, il loro sterminio. Sebastián, il regista – con lo sguardo incantato di Gael García Bernal – è un idealista che da sette anni cerca di realizzare il sogno di portare sul grande schermo la storia poco conosciuta di padre Antonio de Montesinos, il primo che ebbe il coraggio di denunciare gli orrori della gloriosa impresa spagnola “nelle Indie” e la connivenza della Chiesa Cattolica. Montesinos – che pagò la sua onestà con la morte – ispirò la presa di coscienza del domenicano Bartolomé de las Casas, inizialmente lui stesso proprietario di schiavi, più tardi campione della causa india (difensore dell’argomento teologico che gli indios avessero, in effetti, un’anima e fossero quindi umani, non bestie) e autore della Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie, forse il documento più importante alla base delle riforme legislative dell’imperatore Carlo V per l’abolizione della schiavitù.

L’intento di Sebastián è di realizzare un lavoro filologicamente fondato, basato su testi e testimonianze originali dell’epoca. Colombo per lui non è mai come ce lo raccontano in Italia: il sognatore indefesso che convinse Fernando e Isabella a finanziare il suo viaggio oltre le colonne d’Ercole, oltre i confini del mondo conosciuto, oltre la verità scientifica della Terra piatta; quello che Colombo cerca è l’oro da mandare ai suoi mecenati, costi quel che costi. E gli indios non restano indifferenti a farsi massacrare: resistono come possono e hanno un leader che si chiama Hatuey.


Il contraltare del regista è – come spesso succede nella realtà – il suo produttore, Costa (Luis Tosar); che ha scelto come location le montagne della Bolivia invece delle spiagge delle Antille (il 12 ottobre 1492 Colombo toccò terra in quelle che oggi sono le Bahamas) perché tutto lì è meno caro e con due miseri dollari al giorno il film può avere tutte le comparse che servono. Certo: gli indios boliviani sono quechua e non taini, ma quale pubblico europeo o nordamericano noterà mai la differenza nei loro tratti o quando recitano parlando la loro lingua? Budget batte filologia, si sa.

Fin qui la trama. Complicata dal fatto che proprio durante le riprese a Cochabamba scoppia una rivolta campesina contro la privatizzazione dell’acqua e a capeggiarla è Daniel, lo stesso indio che recita Hatuey; che, picchiato a sangue dalla polizia durante le manifestazioni e chiuso in carcere, non potrà girare la scena madre del film, rischiando così di far saltare tutta la produzione.
Le “meta-storie” non sono facili da gestire e Icíar Bollaín sicuramente azzarda: También la lluvia (che in italiano dovrebbe tradursi “persino la pioggia”) è un film su girare un film durante il quale si gira anche materiale per il back-stage; e soprattutto è un film in cui gli indios al tempo stesso guardano raccontare la loro storia e la rivivono oggi in versione “privatizzazione di beni essenziali”, una riedizione dei vecchi “aggiustamenti strutturali” degli anni Ottanta come (mutatis mutandis?) dell’originaria corsa all’oro dei conquistadores.

Potevano esserci troppi parallelismi, il risultato poteva essere scontato o banale. La narrazione, invece – grazie anche a un ottimo montaggio – si limita a suggerire discretamente allo spettatore le crepe su cui affacciarsi per non perdersi in questo racconto incrociato su molteplici livelli, in cui ogni personaggio è “se stesso” e anche il personaggio storico che interpreta, comprese le comparse.
La chiave di lettura più immediata è ovviamente quella di Hatuey/Daniel, l’indio che da cinque secoli resiste e verrà sempre sconfitto; ma non è l’unica possibile. E se il punto, invece, fosse proprio la coppia Montesinos/Las Casas che doveva essere al centro del film nel film? Non il colonizzato ma il colonizzatore; non “l’altro” – che sa perfettamente dove si trova – ma noi: col nostro idealismo da intellettuali, gli studi post-coloniali, la moneta forte come lasciapassare, siamo noi che rischiamo di perderci ogni volta che attraversiamo un confine; e ci ritroviamo, a volte, inaspettatamente diversi.

Gli scrittori e i registi spagnoli esplorano e pungolano senza remore la coscienza storica (a volte parecchio sporca) del loro paese, raccontando con grande sensibilità periodi e eventi controversi, del passato recente e più lontano. Come sarebbe in Italia un film sulla nostra storia coloniale, quella che nessuno racconta, che quasi nessuno ricorda più, e che pure inevitabilmente ritorna – corsi e ricorsi – nelle nostre notizie d’attualità: la Libia, l’Etiopia, la Somalia, l’Eritrea, l’Albania?
Per También la lluvia non è prevista al momento la distribuzione in Italia; per tutto il resto, rimaniamo in attesa di ispirazione.

 

También la lluvia, 2010
diretto da Icíar Bollaín
con Gael García Bernal, Luis Tosar, Carlos Aduviri e Karra Elejalde (premio Goya 2011 per il miglior ruolo secondario maschile, nella parte dell’attore che interpreta Colombo)
disponibile in DVD dal 15 giugno 2011

Prima che fosse troppo tardi

Siamo all’inizio degli anni Novanta: il muro di Berlino è appena crollato, portandosi dietro la “cortina di ferro”; l’Unione Sovietica è sul punto di dissolversi, lasciando il mondo brevemente orfano del grande nemico comune contro cui coalizzarsi; la Jugoslavia di Tito scivola rapidamente fuori dal federalismo, in una corsa di lì a poco sfrenata verso l’indipendenza.
Divko Buntic (il sempre bravissimo Miki Manojlovic) decide di rientrare in Erzegovina dopo vent’anni di “esilio” in Germania. Torna, come tutti gli emigranti, deciso a fare bella mostra del suo successo e della nuova posizione che i Deutschmark gli garantiscono nel villaggio natale: arriva alla guida di una Mercedes rosso fiammante, accompagnato da una fidanzata giovane e fin troppo “moderna”, Azra (Jelena Stupljanin), e da Bonny, il suo gatto nero portafortuna.

Come prima cosa Divko fa sfrattare sua moglie Lucija (Mira Furlan) dalla casa di famiglia in cui era rimasta ad abitare durante la sua assenza e ne riprende possesso come niente fosse, con la pentola della minestra sul fuoco; poi cerca di conquistarsi l’affetto del figlio Martin (Boris Ler), che non aveva mai conosciuto e con il quale non aveva mai cercato di mettersi in contatto. In teoria, Divko è tornato per “sistemare le carte del divorzio” e sposare Azra, ma in pratica sembra che il suo scopo sia tormentare Lucija; il fatto è che i due, da ragazzi, si amavano follemente, benché lei appartenesse a una famiglia di partigiani (comunisti) e lui ad una di ustascia (croati ultranazionalisti e fascisti): “come Romeo e Giulietta – spiega Martin – solo che sopravvivono e si odiano”.

Divko era fuggito dalla Jugoslavia proprio a causa di questa storia familiare, temendo le rappresaglie dei compagni comunisti durante il servizio militare; ma dall’estero ha poi sostenuto finanziariamente l’opposizione al regime socialista e la “causa croata” – fino a quando tutto questo investimento non comincia a rivoltarglisi contro.
Danis Tanovic racconta una storia domestica per niente epica, ambientata in un’estate assolata e sonnolenta, popolata di caratteri minori (ma perfettamente rappresentativi) che fanno parte, in un modo o in un altro, della famiglia: il vecchio sindaco che porta in salvo il busto di Tito, il capitano dell’esercito che non riesce a definirsi serbo invece che jugoslavo, il nuovo sindaco che applica sempre la legge dalla parte del più forte, il migliore amico che si perde nella tuta mimetica; persino il gatto, che a un certo punto decide di partire da solo a esplorare il mondo.

Il film è una specie di “istantanea” scattata su quel lato della Bosnia-Erzegovina – quello vicino alla Croazia – un attimo prima che fosse troppo tardi. Di quelle che si scattano per caso e solo dopo, ritrovandole a distanza di tempo, ci si accorge che hanno fissato dettagli cruciali, che allora sembravano insignificanti. Una tragifarsa sull’amore, la famiglia (il sangue che non è acqua) il mondo che cambia troppo velocemente e certe cose che invece non cambiano mai – come Cirkus Columbia, la vecchia giostra del paese; piena di ironia “alla balcanica” sottile, nera e leggermente assurda.
Senza retorica pacifista, senza elogio della convivenza a tutti i costi; dal regista dello straordinario No Man’s Land, una storia ambientata quando ancora l’idea che si potesse bombardare il ponte di Mostar sembrava impensabile per chiunque. Nelle sale italiane a fine maggio.

Cirkus Columbia
Bosnia-Herzegovina, Francia, Gran Bretagna, Germania, Slovenia, Belgio, Serbia 2010
regia di Danis Tanovic
con Miki Manojlovic, Boris Ler, Mira Furlan, Milan Strljic, Jelena Stupljanin.

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Rumba senza bisogno di pietà: Staff Benda Bilili, dal Congo dritti al cuore

La poliomielite è una malattia di cui abbiamo praticamente perso memoria in Europa, ma in Africa (dove mancano i vaccini e le diagnosi precoci) colpisce ancora milioni di bambini, rendendoli disabili. La vita sulla sedia a rotelle – si capisce – non è facile per nessuno, ma nelle strade di Kinshasa, la capitale del Congo, l’immenso “cuore di tenebra” dell’Africa nera, tutto diventa più complicato e al tempo stesso più paradossale, più assurdo. In Africa i “tricicli” degli handicappati sono un elemento comune del paesaggio urbano, assieme ai motorini con intere famiglie sopra, le biciclette cariche di mercanzie, le donne con i cesti sulla testa, i bambini di strada e molta e varia altra umanità.

Sembra che tutto sia cominciato sul battello che collega Brazzaville e Kinshasa, sulle due sponde del fiume Congo, proprio da un incontro fra tricicli: quello di Papa Lickabu, fondatore e anima di Staff Benda Bilili, e quello di Coco Ngambali, chitarrista e compositore. Siccome nessuna band di “normodotati” (ma come si fa a inventare una parola così brutta?) era disposta a lavorare con loro, i due musicisti si sono risolti a fare l’unica cosa sensata: mettersi insieme e creare un nuovo gruppo. Altri compagni del centro per disabili si sono uniti all’avventura, e lo stesso ha fatto un primo ragazzino di strada (si chiamano shegué e sono orfani senza un posto dove tornare, spesso ex bambini soldato), Roger Landu determinato a suonare con loro il satongué, uno strumento inventato da lui fatto con una scatola di tonno, un pezzo di legno e un’unica corda di chitarra.

Il gruppo prova nello zoo abbandonato di Kinshasa e cerca di suonare nelle zone frequentate da stranieri, che si commuovono più facilmente e hanno sempre più soldi in tasca del congolese medio; la strategia funziona al di là di ogni aspettativa…

Vincent Kenis, un produttore belga specializzato in musica congolese, li nota per strada e decide di promuoverli; li aiuta a registrare dal vivo, nello stesso zoo, il loro primo album, Très très fort, uscito nel 2009 e diventato immediatamente culto, prima su internet – dove sono innumerevoli i siti, le pagine, i blog e i video dedicati a Staff Benda Bilili – e poi grazie a un tour europeo ancora in corso, per festival (sono stati salutati come la rivelazione dell’edizione 2010 del belga Couleur Café) e sale concerti.

Nel 2010 Staff Benda Bilili diventa anche un lungometraggio, acclamato a Cannes in apertura della Quinzaine des Réalisateurs. Curato da Renaud Barret e Floren de La Tullaye, che li seguono dai loro inizi, il film documenta questa storia veramente incredibile di musica e riscatto, caparbietà e successo, con una panoramica affascinante e discreta su quell’universo così vicino così lontano che è l’Africa, dove in molti villaggi la radio (un’unica radio) è ancora il principale mezzo di diffusione delle informazioni e una canzone popolare – un tube, in francese africano – può fare la differenza nel convincere le persone a raggiungere un centro di vaccinazione (Polio) o andare a votare (Allez tous voter, allez vous faire enregistrer).

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F14553571 Staff Benda Bilili Moto Moindo by MupaBudapest

Il sound di Staff Benda Bilili condivide la radice rumba della maggior parte della musica congolese “vecchia scuola” (quella dei musicisti con borsalino, completo bianco e scarpe con le ghette), sapientemente abbinata a jazz, reggae e R&B, con qualche concessione alla chitarra o al satongué elettrificati. Il gruppo “tiene il palco” come solo i musicisti di strada sanno fare: ballando – fuor di metafora! – con le stampelle e le sedie a rotelle, travolgendo il pubblico e risucchiandolo facilissimamente nelle strade del vecchio “Congo belga”, poi Zaire, oggi RDC.

Un paese grande da solo quanto tutta l’Europa occidentale, campione negli anni Sessanta, con Patrice Lumumba, dell’indipendenza negoziata e pacifica, poi immerso per più di trent’anni nel delirio nazionalista e cleptocratico del regime di Mobutu, scosso negli anni Novanta dagli sconfinamenti dell’etnicismo selvaggio del vicino Ruanda e devastato ancora oggi da violenza e estrema povertà. E nonostante tutto – è proprio il caso di dirlo – il Congo ci regala ancora di che sperare e sognare: con gli occhi bene aperti e très très fort …

Mentre i vari club di cosiddetti “Grandi della Terra” (la G di G8 o G20 sta davvero per great) spendono ogni anno milioni e milioni per riunirsi e rinnovare promesse mai mantenute su sviluppo, cooperazione e solidarietà, speriamo che l’Africa, invece, cominci a farcela da sola. Come i sorprendenti sognatori di Staff Benda Bilili; che si traduce, più o meno, “al di là delle apparenze”.