Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. III: Action, adventure e americanate varie #winter14tv

Terza e ultima puntata di presentazione delle serie tv in onda durante la stagione invernale. Oggi ci occupiamo di avventure, serie d’azione, spy stories, horror stories… tutto ciò che vorrebbe stimolare sostanziosi rilasci di adrenalina nel vostro organismo, insomma.


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The Americans, FX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
I coniugi Jennings sono scampati per il rotto della cuffia alla cattura, Elizabeth (Keri Russell) è stata ferita ma la copertura dei due agenti sovietici è salva. I rocamboleschi eventi che hanno concluso la prima stagione hanno avuto il merito di riavvicinare Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth, e il matrimonio nato come una copertura e sviluppatosi avendo sempre presente come fine ultimo la vittora della “Causa” si è evoluto, non senza traumi, verso un affetto sincero. Se la relazione tra i due pare stabilizzata, addirittura reale come non lo è mai stata nei quindici anni precedenti, ad essere turbata dall’attività spionistica sarà la famiglia: i due figli, Henry e Paige, crescono, ed è sempre più difficile sfuggire alle loro inquisitorie curiosità. Soprattuto Paige (Holly Taylor), in piena adolescenza, inizierà a porre le domande giuste, e la coesistenza della tipica famigliola suburbana (non sempre) felice con la spericolata vita extra-professionale dei due agenti KGB sarà sempre più difficile da gestire. Elizabeth potrebbe avere il ruolo più difficile, dovendo far convivere il ruolo di madre con quello di spia, ma Philip si troverà nella complicata situazione di gestire anche un secondo matrimonio, quello “finto” messo in piedi per circuire l’impiegata FBI Martha Hanson (Alison Wright) e sottrarle informazioni preziose. Analogamente, dall’altro lato della barricata, Stan Beeman (Noah Emmerich), l’agente FBI vicino di casa dei Jennings, aveva iniziato una relazione con la funzionaria russa Nina (Annet Mahendru) con lo stesso scopo, ma il coinvolgimento emotivo gli è sfuggito di mano, e il legame sin troppo profondo non gli ha permesso di intuire che Nina è in realtà una gran doppiogiochista. E l’omicidio dell’agente Amador grida ancora vendetta. Tra i personaggi di contorno, la pragmatica e glaciale Claudia (Margo Martindale) manterrà il suo ruolo di supervisore dei Jennings, fungendo da collegamento tra gli alti quadri del KGB e i due agenti operativi sul campo.
La prima stagione ha stupito per aver messo in scena un plot solido e avvincente e due personaggi di rara bad-assery (i Jennings spaccano per davvero, e le scene di combattimento a base di arti marziali sono entusiasmanti), oltre che per l’impiego massiccio di accurate musiche anni ’80, parrucche e travestimenti di ogni sorta e per la descrizione delle creative procedure necessarie a far fronte alle limitate risorse tecnologiche dell’epoca. Se possiamo aspettarci che questi aspetti legati all’ambientazione rimangano pressoché invariati, è lecito attendersi un’inasprimento delle tensioni legate al ruolo delle due spie, alla loro fedeltà di lungo periodo alla Madrepatria nel momento in cui saranno gli inconsapevoli Harry e Paige a finire nel fuoco incrociato della Guerra Fredda. Il creatore Joe Weisberg ha preannunciato che i Jennings dovranno affrontare situazioni enormemente più complicate rispetto al passato, ed è probabile che dilemmi e ripensamenti si ripresentino ancora più pressanti. Spionaggio, contrapposizione tra i due blocchi, family drama, oggettistica anni ’80 ed estetica sovietica: motivi ben più che sufficienti per attendere con trepidazione la nuova stagione.

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Vikings, History (seconda stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Sul finire della scorsa stagione la figura tipicamente eroica di Ragnar Lothbrok (Travis Fimmel), impavido condottiero vichingo assetato di conoscenza, si è un po’ incrinata, e gli ideali nobili che ne avevano ispirato l’agire iniziale si sono progressivamente annacquati con il crescere delle ambizioni personali. La conquista della guida della comunità di Kattegat, compiuta alla spese di Earl Haraldson, ha consentito a Ragnar di proseguire nella propria impresa di esplorare le terre dell’Ovest, risoltesi in fruttuose razzie e in una vittoriosa battaglia contro gli Angli guidati da re Æelle di Northumbria (Ivan Kaye), ma ha anche gettato il primo seme della discordia all’interno della comunità, scatenando le invidie del fratello Rollo (Clive Standen), fino ad allora lealissimo combattente al fianco del protagonista. La faccenda si è ulteriormente complicata nel corso della missione diplomatica condotta da Ragnar su mandato del neo-alleato re Horik (Donal Logue). Non solo la contesa con Jarl Borg non è stata risolta, ma nel corso dello stesso viaggio Ragnar ha perso definitivamente l’appoggio di Rollo, schieratosi dalla parte di Borg, ed è stato egli stesso protagonista di un tradimento, lasciandosi sedurre dalla sensualissima principessa Aslaug mentre la bellissima e battagliera moglie Lagertha (Katheryn Winnick) è rimasta da sola al villaggio a fare in conti con un’epidemia di peste e con il trauma personale di una gravidanza interrotta. La seconda stagione si muoverà quindi lungo questi temi, già abbozzati nella prima: le amare conseguenze della lotte per la conquista del potere, e la crisi del matrimonio e dell’unità familiare, con l’allontanamento dell’amato figlio Bjorn (Alexander Ludwig).
Semplice, lineare e a tratti didascalica, ma — al netto di alcune significative sbavature — sorprendentemente godibile: Vikings è stata una delle rivelazioni dello scorso anno, capace di trovare un bilanciamento quasi perfetto tra la vocazione allo spettacolo (battaglie sanguinose e intrighi sentimentali) e l’aspirazione alla divulgazione documentaristica della cultura e della spiritualità pagana norrena. Forte di un budget più ricco, tradottosi in un episodio extra rispetto alla prima stagione, ci auguriamo che la creatura di Michael Hirst possa ripetersi agli stessi ottimi livelli dell’esordio.

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Banshee, Cinemax (seconda stagione, 10 episodi, 10 gennaio)
Dopo aver gettato di tutto nel calderone della prima stagione (un protagonista ex-galeotto che si spaccia per sceriffo, una ex-fidanzata ex-ladra figlia di un gangster ucraino mimetizzata dietro la facciata di una classica famigliola felice, una spietata organizzazione criminale guidata dallo stesso gangster ucraino, un transgender esperto di arti marziali e tecnologia, comunità amish e criminali locali fuoriusciti in modo traumatico da essa, una tribù di nativi americani, scazzottate da spaghetti western con coreografie da b-movie di arti marziali, sconcezze gratuite al limite del softcore) siamo effettivamente curiosi di sapere cos’altro si possa aggiungere a questa esplosiva miscela che ha stravolto la piccola e tranquilla cittadina di Banshee, Pennsylvania. Il finale della scorsa stagione lasciava intendere che, dopo lo scontro finale, Mr. Rabbit (Ben Cross), il gangster ucraino padre di Anastasia/Carrie Hoswell (Ivana Miličević) fosse ancora vivo, ed è facile pensare che lo smacco abbia acuito il suo proposito di vendetta nei confronti di Lucas Hood (Antony Starr), impossessatosi dell’identità del nuovo sceriffo di Banshee immediatamente dopo la sua uscita dal carcere, autore di un furto di diamanti ai danni di Rabbit e soprattutto ritenuto responsabile dell’allontanamento dell’adorata figlia Anastasia. Temiamo, pertanto, che il tentativo di Lucas e della stessa Anastasia/Carrie di tornare alla loro finta normalità verrà turbato molto presto. La situazione si complicherà con l’arrivo in città del tenace agente dell’FBI Jim Racine (Zeljiko Ivanek), ossessionato dalla cattura di Rabbit, e di Jason Hood (Harrison Thomas), figlio del vero Lucas Hood. Sullo sfondo, una lotta per il potere oppone Kai Proctor (Ulrich Thomsen), il piccolo boss locale ex-Amish, al nuovo leader della locale tribù Kinaho, Alex Longshadow (Anthony Ruivivar), desideroso di dotare la riserva dell’immancabile casinò.
Banshee è la serie più pulp che si possa immaginare, e sfida il ridicolo ad ogni puntata, ma lo fa con l’attitudine giusta, senza lesinare humor e sbruffonaggine, e senza timore di spingere a tavoletta sull’acceleratore dell’azione più sfrenata (e innalzando sensibilmente, in questa seconda avventura, il livello della violenza). Poi ci sono i ridicoli siparietti erotici, ma il fast forward è un’opzione sempre disponibile. La seconda stagione è stata anticipata da due brevi webisodes (Hotwire e The Diner) ed è affiancata, così come la prima, da una serie di corti che esplorano il passato dei protagonisti.

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Black Sails, Starz (prima stagione, 10 episodi, 25 gennaio)
Ahoy! Arrrrrrrrrrh! Quale miglior ispirazione, per una serie di pirati, di un classico d’avventura come Treasure’s Island, principale responsabile dell’iconografia piratesca predominante nella cultura pop? Black Sails prende in prestito dal noto romanzo la figura del Capitano Flint, personaggio centrale (ma in realtà “grande assente”) nel testo, ed invece presentissimo e assoluto protagonista di questa serie che ambisce ad essere un prequel dell’opera di R.L. Stevenson. Flint (Toby Stephens), carismatico e temuto capitano della “Walrus”, ha un piano ambizioso: riunire i bucanieri di New Providence — isola delle Bahamas covo di pirati, corsari, contrabbandieri, ex-schiavi e fuggiaschi di ogni risma, ma anche città libera, indipendente e fondamentalmente senza legge — sotto l’egida di uno stato indipendente in grado di resistere alla crescente minaccia che l’Impero Britannico, in nome della civilizzazione, pone nei confronti della società piratesca. Per realizzare il sogno di una Nazione di Ladri, egli mira al prezioso carico del galeone spagnolo “Urca de Lima”, custode di beni e denaro per un valore stimato nella strabiliante cifra di cinque milioni di dollari. La bella e decisa Eleanor Guthrie, figura centrale dell’economia di New Providence, condivide il progetto di Flint, al contrario del suo ex-amante, il sanguinario capitano Charles Vane (Zach McGowen). Ma il maggiore antagonista è un altro personaggio preso in prestito dal libro: si tratta del giovane, scaltro, intraprendente, subdolo e opportunista John Silver (Luke Arnold), non ancora “Long”, sprovvisto di pappagallo sulla spalla e non ancora dotato di iconica gamba di legno. Queste premesse, e la generale cornice piratesca, lasciano immaginare una serie tutta azione e avventura, ma queste attese sono destinate ad essere deluse: una galleria di personaggi enorme, tra personaggi storici e letterari, comandanti in seconda, piccoli furfanti e bellone da urlo, viene impiegata per dare vita ad una trama che bada all’aspetto politico e burocratico più che a quello avventuroso. C’è ampio spazio per grandi macchinazioni politiche/commerciali e per la ricostruzione delle dinamiche proto-democratiche che regolano la vita a bordo di una nave pirata, e molta meno attenzione per le auspicate battaglie all’arma bianca (e sicuramente non abbastanza soldi per mettere in scena troppi spettacolari abbordaggi).
Incredibilmente, Black Sails non è una sesquipedale tamarrata tutta pettorali lucidi e generosi seni al vento: la serie co-prodotta da Michael Bay, pur rispecchiando la cifra estetica a cui i prodotti Starz ci hanno abituato — una magniloquente period drama impreziosito da sfarzose ricostruzioni e da numerosi personaggi — nella sua forma narrativa spicca per essere meno cialtrona del solito. Suo malgrado, però, non è neanche estremamente avvincente. E il livello del cast, con l’eccezione di Stephens, appare ancora una volta mediocre. Sull’onda dell’entusiasmo suscitato al ComiCon dello scorso anno scorso, il network ha già ordinato la seconda stagione senza attendere il responso degli ascolti.

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, seconda parte, 8 episodi, 9 febbraio)
Gira che ti rigira, siamo tornati al punto di partenza. La prigione è stata buttata giù a colpi di cannonate, e con essa è caduta la fortezza che ha dato riparo ai protagonisti per due stagioni e mezzo. Se per i personaggi della serie questa è indubbiamente una gran iattura, in termini narrativi era la scelta obbligata per smuovere la serie dall’immobilismo di queste stesse due stagioni e mezzo. Per dare una scossa al tutto gli autori hanno fatto ricorso ad una misura estrema: premere il pulsante del reset e riportare i protagonisti alla pericolosa situazione di partenza, tutti allo scoperto, senza protezioni, a vagabondare pericolosamente per boschi infestati di walkers. E per aggiungere un grado di difficoltà e non ricadere in modo troppo palese nel già-visto-già-sentito, il game master Scott M. Gimple ha pensato di disgregare il gruppo in tante piccole unità, in fuga disordinata dalla prigione invasa da orde di famelici walkers. Gli otto episodi si dedicheranno ad un gruppo di sopravvissuti per volta, forse per seguirne il periglioso percorso di riavvicinamento? Chissà.
In ogni caso, sapete come la pensiamo su The Walking Dead, e dubitiamo che questo ritorno alle origini ci farà cambiare idea. A meno che Maggie e Glenn non vengano sbranati già alla prossima puntata, così da mettere fine alla love story più insipida della tv contemporanea. A meno che, a finire tra le fauci dei biters non siano anche Beth, Tyreese, Shasha e tutti gli altri inutili personaggi (certo non Michonne: non toccateci Michonne!). A meno che non ci venga spiegato l’arcano sortilegio che permette alla faretra di Daryl di produrre dardi infiniti, imprimendo allo allo show un’inaspettata sterzata verso il magico. Purtroppo, già lo sappiamo, non succederà niente di tutto ciò.

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From Dusk Till Dawn: The Series, El Rey Network (prima stagione, 10 episodi, 11 marzo)
Ideata, prodotta e parzialmente diretta da Robert Rodriguez per il nuovo canale via cavo fondato, presieduto e diretto dallo stesso Rodriguez, From Dusk Till Dawn: The Series è l’estensione televisiva e serializzata della saga iniziata con l’omonimo film del 1996. Filmaccio come pochi, ci sentiamo di dire, ma assurto comunque al rango di cult movie, e ispiratore di una lunga serie di sequel e vari progetti paralleli. Ai quali si aggiunge, per l’appunto, questa decina di episodi che evidentemente Rodriguez ha ritenuto imprescindibili per esplorare a dovere le avventure dei fratelli Seth e Richard Gecko (quelli che nel capostipite cinematografico erano interpretati da Clooney e Tarantino e che vengono ora affibbiati rispettivamente a D.J. Cotrona e Zane Holtz). I due sono ricercati e in fuga dopo una rapina in banca condotta in maniera un po’ approssimativa, inseguiti dai federali e da due tignosi Texas Rangers, Earl McGraw (Don Johnson!) e Freddie Gonzales (Jesse Garcia). Sulla strada verso l’agognato confine messicano, i due fratelli prendono in ostaggio l’ex-pastore Jacob Fuller (Robert Patrick, nel ruolo che fu di Harvey Keitel) e la sua famiglia. Il bello accade non appena passato il confine: un’improvvida deviazione conduce i due fuggiaschi e i loro prigionieri verso uno strip club popolato di vampiri, tra i quali spicca per qualità non solo estetiche la supersexy Santánico Pandemonium (che non è interpretata da Salma Hayek, ma da Eiza Gonzáles, la quale, perdonateci il maschilismo, è senza dubbio sexy e senza dubbio gran gnocca), e da lì in poi il sangue finto scorrerà davvero a fiumi, ne siamo certi, così come siamo certi che si tratterà di sangue finto di ottima qualità, poiché a curare make-up ed effetti visivi ci penserà Greg Nicotero, responsabile dei marcescenti zombie che affollano The Walking Dead. Rispetto al film, dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione alla mitologia vampiresca, approfondendone le origini atzeche.
Pronostico: se saprà tenersi un passo al di qua dall’eccesso di ridicolaggine (rischio che non ci sentiamo di escludere a priori), potrebbe essere una di quelle serie da guardare con il cervello spento, senza pretendere niente di più di un’oretta di adrenalinico intrattenimento, o da tenere su quando si sta facendo altro e si sente il bisogno della presenza confortante della tv accesa.

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Klondike, Discovery (miniserie, 3 episodi, 20 gennaio)
Dici “Klondike”, e tutto l’immaginario letterario legato alla febbre dell’oro di fine Ottocento sovviene subito alla mente. Resa immortale dai romanzi d’avventura di Jack London e penetrata così a fondo nella cultura popolare da infiltrare persino l’universo disneyano (si pensi ai racconti delle prime fortune di Zio Paperone), la corsa all’oro del Klondike vide centinaia di migliaia di persone incamminarsi verso le selvagge terre del nord-ovest canadese alla ricerca di fortuna, trasformandosi immediatamente in uno di quei miti fondativi americani ammantato di quella dimensione epica che sovente caratterizza le storie “di frontiera”. La miniserie televisiva in questione, primo prodotto seriale realizzato da Discovery Channel, ambisce a restituire l’epicità legata alla corsa all’oro, passando in rassegna — senza dimenticarne alcuno — tutti i tópoi associati a questa narrazione: montagne maestose, natura inospitale e inclemente, poveri diavoli speranzosi di fare fortuna disotterrando qualche pepita custodita nel bacino dello Yukon, un’umanità abbruttita dal permanere in uno stato di natura in cui i vige una spietata legge del più forte, affaristi senza scrupoli, truffatori, sciacalli e avvoltoi pronti a derubare il proprio vicino non appena quello si dimentica di guardarsi alle spalle. Su questi elementi si innestano altrettanto scontati luoghi comuni da americanata cinematografica: grande storia di amicizia, grande storia di lealtà e lotta contro l’ingiustizia, e grande storia sentimentale destinata ad esplodere in un tripudio di viole e violoncelli dopo un principio difficoltoso. Tutto questo è Klondike: la storia (vera) del giovane Bill Haskell (Richard Madden), dell’amico e compagno di viaggio Byron Epstein (Augustus Prew), dell’immensa carovana umana in marcia verso il lontano nord, dell’incontro con un Jack London (Johnny Simmons) alla ricerca di storie da raccontare, di Belinda Mulrooney (Abbie Cornish), l’interesse amoroso del protagonista, dell’affarista denominato semplicemente “Il Conte” (Tim Roth) e della sua rapace ingordigia, delle giubbe rosse canadesi e del solito eccidio di popolazioni native.
Il cast è prestigioso (annovera anche Sam Shepard e Tim Blake Nelson), la produzione è ricca (generosamente offerta da Ridley Scott), ma la serie non decolla mai. Le montagne innevate dello Yukon sono decisamente più espressive e interessanti di Madden e colleghi, e le riprese aeree dei clamorosi paesaggi, degne di un documentario di… uh, Discovery Channel, sono di gran lunga l’aspetto di maggiore pregio, ma il merito, in questo caso, è tutto di Mamma Natura e non certo degli sceneggiatori. La storia, infatti, è trita e prevedibile, i dialoghi sin troppo letterari (insopportabili le riflessioni fuori campo di Haskell) e la durata infinita dei tre episodi (circa 90′ ciascuno, ma sembrano almeno 270) non aiuta a scuotere dal torpore un prodotto mai avvincente. Di epica, alla fin fine, c’è solo la noia.

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The Musketeers, BBC One (prima stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
BBC partecipa alla fiera delle tante riduzioni (televisive, cinematografiche, cartoonesche) del celebre feuilleton di Alexandre Dumas con una versione ad alto budget destinata ad essere il programma di punta del proprio palinsesto invernale. L’approccio al classico è sostanzialmente conservativo per quanto riguarda l’ambientazione (la Francia di metà XVII Sec.) e la caratterizzazione degli ormai arci-noti personaggi (D’artagnan giovanotto spavaldo e impulsivo, Athos carismatico e spadaccino olimpico, Aramis compassato e donnaiolo, Porthos forzuto e guascone, Milady ammaliante e spietata, Richelieu ferocissimo e abile politico assetato di potere, Luigi XIII… un caricaturale fantoccio) ma meno canonico nella rivisitazione dell’intreccio, con molte libertà rispetto allo sviluppo della (già seriale) fonte originale e orientato verso un ancor più seriale “cappa e spada procedurale” in cui i 3+1 moschettieri dovranno, di settimana in settimana, cimentarsi con qualche nuova infida macchinazione ordita dal potente Cardinale e neutralizzarla per proteggere il re e la Francia tutta.
Non è un melenso prodotto per famiglie (per fortuna!), ma pur rivolgendosi ad un pubblico adulto non ha altre velleità se non quella di essere un’americanata pseudo-hollywoodiana in cui un cast di bellocci si cimenta in una sequenza di duelli, cavalcate, precipitosi tuffi dalle finestre e palpitanti avventure amorose.

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Fleming: The Man Who Would Be Bond, BBC America (miniserie, 4 episodi, 29 gennaio)
Il Fleming del titolo, colui che sarebbe diventato Bond, è Ian Fleming, autore dei 173.952 romanzi aventi per protagonista l’inarrestabile agente segreto al servizio di Sua Maestà. Il biopic — preceduto dall’abusata tagline “basato su una storia vera”, ma in realtà per nulla timido nel concedersi ampie divagazioni dalla realtà a fini drammatici — racconta la vita del giovane Ian Fleming (Dominic Cooper), dalla poco soddisfacente carriera di investitore finanziario alle avventure nei ranghi dei servizi segreti della Marina inglese durante il secondo conflitto mondiale, fonte primaria di ispirazione per le avventure del suo futuro eroe di carta. Eroe contraddistinto da una ben nota aura di seduttore, e a dare retta alla miniserie si direbbe che anche l’aspetto sentimentale e passionale che contraddistingue Bond ha un precedente nella vita di Fleming, donnaiolo di successo e soprattutto protagonista in una torrida relazione che lo lega a Ann O’Neill (Laura Pulver), gentil donna sposata ma incline ad intrattenersi con varie compagnie maschili in assenza del consorte.
Sin dal titolo si intuisce che la chiave di lettura attraverso cui interpretare la vita del celebre scrittore britannico è quella di legare la vicenda personale del giovane Fleming alle avventure del suo personaggio di successo: Bond sarebbe così una versione idealizzata dello stesso Fleming, ma anche una che ne esacerba gli aspetti negativi (inclusa l’inguaribile tendenza a portarsi a letto tutti gli esemplari di sesso femminile con cui viene a contatto). Fleming abbonda di riferimenti presi di peso dal Bond-lore (Martini mescolati e non shakerati, personaggi che poi sarebbero comparsi nei libri, gadget fantasiosi, riconoscibilissime scene topiche tratte dai film, e persino musiche che richiamano subdolamente la nota colonna sonora, fermandosi giusto qualche battuta prima del plagio), ma per essere una serie dai forti connotati action/spy story è drammaticamente soporifera.

The Assets, ABC (miniserie, 8 episodi, 2 gennaio). Il binomio Spionaggio + Guerra Fredda è una combo a cui difficilmente sappiamo resistere, per cui, anche se era facile aspettarsi la riproposizione di reaganiani stereotipi CIA/buoni vs. KGB/cattivissimi, avevamo in programma almeno la visione del pilota. Tuttavia, ABC ha deciso di sfoltire la nostra watching list segando questo filler di metà stagione già dopo il secondo episodio, causa record mondiale di ascolti negativi.

Killer Women, ABC (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). In teoria è un remake della serie argentina Mujeres Asesinas, in pratica è Walker, Texas Ranger al femminile con un trailer che saccheggia senza vergogna estetiche e musiche tarantiniane. La protagonista è Molly Parker, la quale, per essere presa sul serio tra i super-machisti Texas Rangers, deve necessariamente dimostrare di essere più cazzuta dei colleghi maschietti. Che idea moderna, originale, e per nulla sessista!

Intelligence, CBS (prima stagione, 13 episodi, 7 gennaio). Gabriel (Josh Holloway) è un ex-militare con un super-microchip impiantato nel cervello. Grazie a questo aggeggino hi-tech può lasciare a casa smartphone e Google Glass, poiché il nostro vive perennemente connesso a Internet, a tutte le reti WiFi, telefoniche e satellitari, e ha accesso ad una moltitudine di banche dati. È quindi perfetto per essere impiegato nell’US Cyber Command, agenzia dell’intelligence che si occupa di cyberterrorismo e altre amenità del genere. Un action/adventure/spy story che farà tremare i polsi ai parlamentari a cinque stelle. Ma in effetti, a chi altro potrebbe mai interessare?

Helix, SyFy (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Ricerca scientifica deviata, minacce aliene e ghiacci polari: questo non originalissimo trinomio è alla base di Helix, horror/thriller fantascientifico in cui un gruppo di scienziati del CDC raggiunge una stazione di ricerca dell’Arctic ByoSystems (localizzata, evidentemente, al Polo Nord) per indagare su una possibile epidemia. Che si rivelerà invece qualcosa di molto più pericoloso, tale da mettere in pericolo l’intera umanità.

Bitten, Space / Syfy (prima stagione, 11/13 gennaio). Elena, da tempo allontanatasi dal suo branco, scopre di essere l’unico esemplare rimasto di licantropo donna, e viene ricondotta tra i consimili per indagare sui misteriosi omicidi di alcuni di essi. Serie canadese tratta dal primo romanzo di una delle tante dimenticabili serie fantasy per giovani adulti, in cui una qualche specie di essere soprannaturale morde ed è contagiosa: se non son vampiri sono zombie, e se non sono zombie sono lupi mannari come in questo caso.

Star-Crossed, The CW (prima stagione, 13 episodi, 17 febbraio). La giovane Emery si innamora di un giovane alieno di etnia Atrian, Roman, quando quest’ultimo, insieme ad alcuni simili, viene liberato e mandato a socializzare nel classico liceo dei classici sobborghi americani dopo dieci anni di internamento in una sorta CIE per alieni sbarcati sulla Terra. Soap-opera fantascientifica adolescenziale: Beverly Hills 90210 versione sci-fi?

The 100, The CW (prima stagione, 13 episodi, 19 marzo). Sci-fi distopico post-apocalittico, ambientato 97 anni dopo una catastrofe nucleare. L’umanità sopravvissuta alla fine della civiltà vive in orbita a bordo dell’Arca (che poi sarebbero le varie stazioni spaziali internazionali unite fra loro), ma lo spazio è poco e le risorse scarseggiano. Che fare? Per esempio, pensa qualcuno, si potrebbero spedire sulla Terra 100 giovani delinquenti, giusto per vedere che aria tira tra radiazioni e possibili mutanti. I problematici giovanotti vengono quindi esiliati sulla Terra, pianeta ormai sconosciuto pieno zeppo di pericoli. Divertitevi, ragazzi, e non pomiciate troppo! (È pur sempre The CW, no?)

… e infine tutto il resto:

Being Human, SyFy (quarta stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Bates Motel, A&E (seconda stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Continuum, Showcase (terza stagione, 13 episodi, 16 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in quest'autunno 2013? Pt. I: Premium Cable #fall13 tv

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Parte della programmazione estiva è ancora in pieno svolgimento, ma l’autunno è già arrivato, e si sa, l’autunno è il periodo in cui le emittenti televisive indossano il vestito delle grandi occasioni. Ed è quindi anche il momento per l’ormai consueta guida all’incombente nuova stagione televisiva (che in realtà già dai primi giorni di settembre ha cominciato a bussare prepotentemente alle porte seriali dei nostri hard disk).

La canonica organizzazione della programmazione annuale in “Fall Season” e “Midseason”, una suddivisione che sin dagli anni ‘60 ha plasmato le abitudini dei telespettatori nordamericani (ma un po’ anche le nostre), non è più così assoluta come un tempo, e l’efficacia descrittiva di queste due categorie sta progressivamente declinando. Eppure, nonostante l’annata televisiva non sia più ridotta solo a “Fall” e “Spring” ma sia ormai spalmata senza soluzione di continuità dall’autunno all’estate; nonostante i blocchi della programmazione dei network siano ormai praticamente allineati con quelli delle cable tv (e internet tv); nonostante tutte le stagioni portino con sé il proprio bagaglio di consolidati successi e di rilevanti novità, l’autunno riveste ancora un ruolo privilegiato, primus inter pares tra le stagioni climatiche. In virtù di questo, l’elenco delle serie tv che popoleranno gli schermi delle nostre tv e dei nostri computer è decisamente più lungo di quello delle passate edizioni delle nostre presentazioni stagionali.

A contribuire in modo decisivo saranno soprattutto le nuove serie lanciate dal quintetto NBC-CBS-ABC-FOX-CW. Di solito evitiamo con cura di prendere in considerazione le chilometriche liste di nuovi titoli in onda sui grandi network, con rarissime eccezioni per quelle poche novità che, a nostro parziale, viscerale e insindacabile giudizio, promettono (e non sempre mantengono) di essere particolarmente innovative e/o interessanti (e/o vantano nel cast un’attrice/attore verso il quale siamo particolarmente ben disposti), e che in virtù di queste caratteristiche potrebbero, sempre e solo secondo noi, in qualche modo sperare in un destino migliore di quello che aspetta gran parte di questa programmazione, ovvero, la cancellazione senza pietà causa emorragie di ascolti immediatamente successive alla visione del pilot, oppure (per quelle serie di successo capaci di sopravvivere attraverso la ripetizione ad libitum degli stessi temi e delle stesse identiche situazioni per un numero di stagioni che spesso sfora la doppia cifra abbondante) svariati turni di punizione in uno dei gironi dell’Inferno delle Serie TV, tra i quali il temutissimo “prima e seconda serata su RaiDue con supplizio aggiunto di doppiaggio indecente”. Questo autunno, inaugurazione della stagione 2013/2014, temiamo che questa gigantesca programmazione non possa e non debba essere ignorata. Al contrario: nei prossimi giorni le dedicheremo un articolo tutto per lei, in cui troverete un rapido excursus sull’offerta di ogni singola componente del quintetto di cui sopra, comprensiva di novità e veterani di lungo corso. E siccome anche sul via cavo (sia premium che basic) la programmazione è abbondante, suddivideremo anche la presentazione di quest’ultima in vari appuntamenti. E non tralasceremo neanche di dare un’occhiata a ciò che accade sugli schermi del Vecchio Continente, soprattutto in terra d’Albione (con la mai abbastanza lodata BBC, ma non solo).

Ecco il calendario degli appuntamenti dedicati all’Autunno 2013:

  • 1 ottobre: prima parte dedicata al premium cable (HBO, Showtime, Starz e Cinemax);
  • 5 ottobre: seconda parte dedicata al basic cable (AMC, FX, TNT, USA Network), Netflix e network minori (Audience, Ovation);
  • 9 ottobre: terza parte dedicata alla tv pubblica americana (PBS), e alle tv europee (principalmente inglesi);
  • 12 ottobre: quarta parte dedicata ai broadcast network.

Pronti? Via!


Cominciamo il nostro viaggio con: Treme, Boardwalk Empire, Hello Ladies e Eastbound and Down (HBO), Homeland e Masters of Sex (Showtime),  Dancing on the Edge (Starz) e Strike Back: Origins (Cinemax)

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Treme, HBO (quarta stagione, 5 episodi, 1 dicembre)
La serie più attesa (da noi e pochi altri, purtroppo) arriverà solo allo scadere del quarto autunnale, e per giunta in formato ridotto, declassata a miniserie di cinque puntate invece dell’abituale decina. Il rinnovo è stato a lungo incerto, e quindi non possiamo che gioire e sottoscrivere le parole del creatore David Simon: “[HBO] fought very hard to give us half a loaf. We’re going to take it and run”. Certo, saremmo un pochino più contenti se HBO, non pienamente soddisfatta di aver punito con un drastico taglio di budget i bassi ascolti registrati nelle passate stagioni, non avesse anche pensato di relegarla in uno dei periodi più infelici dell’anno: avete mai visto un season (e series) finale programmato a ridosso di Capodanno, quando solo i disadattati come noi sono disposti a spendere del tempo di fronte alla tv? Shame on you, HBO, shame on you. Questo sarà l’inglorioso epilogo di una delle serie che più abbiamo apprezzato in questi ultimi anni, ennesima creazione di un eccellente staff di autori guidati da quel David Simon che sembra non sbagliarne mai una (rapido résumé per i più distratti: The Corner, Generation Kill e nientepopodimeno che The Wire), che accumula premi e consensi di critica come se piovesse, ma che allo stesso tempo non sembra avere un grande feeling con il pubblico americano, sempre tiepido nei confronti delle sue straordinarie storie corali.
Dopo il difficile ritorno a casa degli abitanti di New Orleans nell’immediato dopo-Katrina (prima stagione, AtlantideZine ne era entusiasta già allora), il successivo riemergere della criminalità (seconda stagione), seguito a stretto giro di posta dal fluire dei soldi per la ricostruzione e dalle magagne degli impresari edili per accaparrarseli (terza stagione), la quarta stagione ci presenta NOLA 38 mesi dopo l’uragano che devastò la città, in un momento in cui le cupe nubi della crisi economica si addensano all’orizzonte. Nubi che potrebbero essere foriere di nuove difficoltà per i protagonisti della serie: infatti, nonostante la tenacia dei suoi abitanti e la testarda voglia di rinascita che ha permesso, pur tra mille difficoltà, di tenere viva la comunità e le sue tradizioni, la Crescent City del 2008 è ancora gravemente debilitata dai ceffoni rifilatigli da Giove Pluvio nel 2005. Nella timeline dello show incombe ora il fallimento di Lehman Brothers, l’evento che innescò la crisi finanziaria e la conseguente spirale recessiva, e se non fosse un’espressione così terribilmente infelice considerato il contesto, diremmo che purtroppo si appresta a piovere sul bagnato di una città le cui croniche disfunzionalità sono già state messe drammaticamente in luce dalla tremenda inondazione. (Ad onor del vero, si potrebbe intravedere anche la speranza delle presidenziali del Novembre 2008, ovvero delle elezioni che sancirono la fine dell’egemonia repubblicana e diedero l’impressione di un deciso cambio di rotta, ma avete mai assistito ad uno show di Simon in cui le buone opportunità si concretizzano davvero in un lieto fine?) Quale impatto avranno questi grandi eventi sulle piccole storie che hanno sin qui composto il mosaico-Treme? Il trailer non lascia intuire granché, ma una cosa possiamo immaginarla: Katrina è la metafora delle tante piccole “katrina” che hanno sconvolto le vite dei personaggi (la malattia di Albert, la violenza — o le violenze — subite da LaDonna, la scomparsa di persone care, quale era Harley per Annie), e Treme proseguirà ad esplorare questo doppio binario, mettendo in luce i problemi del “contenitore” e quelli del “contenuto”: ai difetti congeniti della città (uno fra i tanti: il NOPD marcio fino al midollo, corrotto e inefficiente) corrispondono quelli degli abitanti (il sogno infantile di Davis di sfondare nel mondo della musica, o l’ingenuità di Jeanette nel tuffarsi nell’impresa del ristorante), alle reazioni delle istituzioni al disastro e alle scelte compiute per indirizzare la ripresa (il tentativo di cogliere l’opportunità della ricostruzione per imborghesire la città, scacciarne gli abitanti poveri — guarda caso afroamericani — e sfruttarne biecamente la fama turistica) fanno da contraltare quelle individuali dei protagonisti (l’ostinata caparbietà di LaDonna nel far rivivere il bar Gigi’s, o la scoperta dell’importanza della tradizione e della vocazione pedagogica di Antoine Batiste). Ma il significato simbolico di Katrina si estende anche ad un livello più alto, ed è forse questo il punto che più ci incuriosisce di questo finale. Treme, nelle intenzioni degli autori, è infatti una spietata allegoria dell’America travolta dalla crisi economica. Katrina è stato un evento tragico (ma non del tutto imprevedibile) che ha portato al collasso la città esasperandone i tanti problemi di cui essa soffriva da tempo, e, in modo analogo, la crisi dei mutui subprime è stato un’evento altrettanto improvviso (ma di cui non mancarono certo le avvisaglie) in grado di generare il tracollo economico degli Stati Uniti (e del resto del mondo) facendo breccia in un sistema produttivo e in un tessuto sociale e culturale gravemente indeboliti da anni di feroci politiche economiche neoliberiste. Come il malfunzionamento degli argini ha permesso alle acque di sommergere l’80% della superficie della città, così i continui tagli allo stato sociale, compiuti in nome del “Mercato”, hanno lasciato senza una rete di protezione milioni di cittadini, lasciati in balia delle difficoltà economiche. Cosa dobbiamo aspettarci ora che il cerchio si chiude? Ora che l’evento a cui l’allegoria di Treme alludeva sin dall’inizio si materializzerà all’interno dello show?
Al grido di “PIÙ Treme, MENO The Newsroom” attendiamo trepidanti queste ultime cinque ore, che ci aspettiamo piene di tutti quegli elementi che, già lo sappiamo, ci mancheranno quando tutto sarà concluso: le inquadrature sature dei colori sgargianti dei magnifici costumi dei Mardi Gras Indians guidati da un “Big Chief” Lambreaux, indebolito nel corpo dalla malattia, ma sempre più che combattivo nello spirito (e comunque in grado di fare gli occhi dolci all’altrettanto combattiva LaDonna); il carosello infinito di suoni che pescano a piene mani nell’infinita tradizione musicale della Big Easy (dal jazz sofisticato di Delmond Lambreaux al root rock di Annie Tee, dalle tradizionali brass band in cui Antoine Batiste sta formando i suoi allievi ai tour tra i miti del passato e i fenomeni underground del presente sotto la guida euforica di Davis McAlary); i succulenti piatti della cucina di Jeanette Desautel, pur imprigionata in un franchise che svuota di significato il suo tentativo di rispettare le tradizioni culinarie della città. Insomma, piene di tutto quello che contribuisce alla ricca cultura visuale e aurale (e olfattiva, se solo il mezzo televisivo lo consentisse!) di New Orleans. Il tutto per un prodotto che si situa all’incrocio ideale tra narrativa seriale, reportage giornalistico e indagine etnografica, e che per mezzo di questi strumenti cerca di comprendere le diverse sfaccettature dell’America contemporanea, le sue mille comunità e le sue mille culture. E, soprattutto, tre lenti utili a sviscerarne i lati oscuri e malsani, senza avere il timore di scardinare la consolatoria retorica del Sogno Americano. Nel caso non bastassero le statistiche a scalfirla.

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Boardwalk Empire, HBO (quarta stagione, 10 episodi, 8 settembre)
Preoccupati che la sanguinosa stagione passata, responsabile della morte di una miriade di personaggi abbia lasciato sguarnito il roster dei protagonisti del nostro drammone in costume preferito? La guerra tra gangster combattuta sul lungomare del New Jersey ha reclamato vittime eccellenti (Gyp Rosetti, Owen Sleater e Billie Kent su tutti), ma una nutrita pattuglia di nuovi arrivi è pronta a compensare la loro prematura dipartita: si va dai fratelli di Al Capone al giovane J. Edgar Hoover, da Sally Wheet, tignosa proprietaria di una rivendita illegale di alcolici in quel di Tampa, a Warren Knox, federale con la faccia e i modi del pivellino che dimostra subito di non essere poi così tanto sprovveduto, per finire con colui che promette di essere l’antagonista principale della stagione, Dr. Valentine Narcisse, raffinato caraibico dalla parlata melliflua, dedito alla filantropia e all’attivismo politico pan-africanista e al contempo signore dei traffici di eroina ad Harlem e dintorni, con una spiccata antipatia condita da una buona dose di rancore per le etnie “carenti di melanina” e non troppo ben disposto neanche verso i “fratelli” che giudica asserviti al potere bianco.
Il calendario segna “Febbraio 1924”, e l’azione si svolge, come sempre, tra Atlantic City, Chicago, e New York, con un’attenzione particolare rivolta ad Harlem. Nucky Thompson pareggiati i conti con Joe Masseria e Arnold Rothstein, ha riconquistato il controllo della città del New Jersey e si conferma boss indiscusso del traffico di alcolici in tutta la costa Est, nonostante abbia prudenzialmente deciso di abbandonare la privilegiata e prominente postazione sul luccicante boardwalk per ritirasi in posizione più defilata e geograficamente prossima a NYC, e debba ancora fare i conti con il fatto di essere stato definitivamente abbandonato da Margaret. A Chicago si prepara la prepotente ascesa di Al Capone, coadiuvato da fratelli dai modi altrettanto spicci, in una scalata ai vertici del potere criminale che potrebbe coinvolgere, volente o nolente, anche l’ex-G-Man Van Alden. Nel frattempo, le alleanze newyorchesi tra i grandi boss e le giovani leve del sottobosco criminale desiderose di azzannare fette più consistenti dei tanti business illegali sono fluide e tendenti al rimescolamento, ed è facile pensare che ci siano truculenti sviluppi anche in questo scenario. E il semi-mascherato Richard Harrow? I trailer non anticipano molto, se non che continua ad essere il solito glaciale individuo in grado di piantare una pallottola in testa a chiunque. Omicida ancora alla ricerca di di sé stesso?
La creatura di Terence Winter brilla per l’accuratezza storica delle ambientazioni, lo sfarzo dei costumi e per l’ambizione di raccontare la grande storia corale di un’era di sicuro fascino come il Proibizionismo, e benché riesca con maestria a creare atmosfere pertinenti al degrado morale, politico e sociale del periodo in questione, sin dalla prima stagione si porta dietro un difetto in grado di tenerla sempre un quarto di punto sotto l’eccellenza: la vicenda di Nucky Thompson, talvolta, ci interessa poco. Non ce ne vogliate, ma con rammarico dobbiamo sottolineare che l’interpretazione di Steve Buscemi da protagonista assoluto non ci ha mai conquistato del tutto: bravissimo nel caratterizzare il personaggio, ottimo nel far risaltare i personaggi intorno a lui… ma non ci ha conquistato lo stesso. Di fatto, spesso vorremmo che gran parte dello screen-time fosse garantito alle storie dei tanti personaggi di contorno. Al Capone è talvolta una macchietta, eppure la storia della sua ascesa, così come le vicende legate ai traffici degli altri elegantissimi gangster — italo-americani e non — che popolano Chicago e New York, ci affascinano di più, e persino la figura di Eli Thompson, il fratello sempre relegato nell’ombra dall’ingombrante figura di Nucky, potrebbe meritare maggiore attenzione. Per non parlare del nostro personaggio prediletto, quel Chalky White che a Nucky ha spesso tolto le castagne dal fuoco senza tuttavia riuscire a conquistare un vero e proprio posto al sole per sé e per la comunità afroamericana che rappresenta. Almeno fino a questa stagione, in cui i nostri desideri potrebbero venire accontentati: non solo Chalky ha ottenuto il lungamente desiderato club sul lungomare (l’Onyx Club), con il quale cavalcare l’onda della nascente popolarità del jazz, ma si troverà a dover affrontare il suo primo vero e proprio avversario, in una perfetta esemplificazione dello storico conflitto tra le diverse anime della comunità nera: il trailer lascia presagire, infatti, un inevitabile scontro con l’autoproclamatosi Re di Harlem, il già citato Valentine Narcisse. “A’yo! Chalky’s comin’!” [la cui colonna sonora non potrebbe essere che The Farmer in the Dell]

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Homeland, Showtime (terza stagione, 12 episodi, 29 settembre)
La seconda stagione, a tratti inconsistente e globalmente deludente (vero e proprio sophomore slump, come si usa dire per gli atleti che alla seconda stagione non confermano le eccellenti potenzialità fatte intravedere nella campagna da rookie), si è tuttavia parzialmente riscattata sul finale, chiudendo col botto per niente metaforico dell’attentato che ha raso al suolo il quartier generale della CIA a Langley, in un perfetto capovolgimento rispetto alla prima, ottima stagione, che invece si chiuse lasciandoci un po’ l’amaro in bocca proprio per non aver avuto il coraggio di mettere in scena un altrettanto clamoroso botto. Al di là del catastrofico impatto diegetico — 219 vittime, tra le quali David Estes, viscido direttore dell’ antiterrorismo — l’attentato è ovviamente uno snodo chiave nello svolgimento della trama generale della serie, in grado di ridefinire ruoli e obiettivi dei protagonisti, a partire da quelli di Carrie Mathison e Nicholas Brody, e via via di tutti gli altri.
Il corpo di Brody non è stato trovato tra le macerie del George Bush Center for Intelligence, e le autorità sono fermamente convinte che egli ne sia stato l’esecutore materiale. L’ex-marine ex-jihadista ex-eroe ex-deputato, ex-collaboratore dei servizi assoldato nel doppio gioco anti-Nazir ed ex-potenziale vicepresidente nel ticket con il defunto Walden è ora vilipeso dai media come supremo traditore della patria, incastrato dalla sua vecchia videoconfessione diffusa ad arte da Al-Qaeda nella rivendicazione dell’attentato. In realtà sappiamo che Brody è innocente, ma in fuga oltre confine con la complicità di Carrie. L’enigmatico Saul Berenson assumerà il controllo del dipartimento decapitato dall’attentato, e ce lo immaginiamo dedicarsi con veemenza alla caccia all’uomo da cui Brody dovrà sfuggire, e chissà, magari nel frattempo potrebbe anche cercare di stanare la talpa di Al-Qaeda che si annida all’interno della CIA. Ci sarà occasione di incontrare di nuovo l’altrettanto enigmatico Dar Adal? E che ruolo avrà Peter Quinn, il gelido ma a tratti sorprendentemente umano agente deputato a portare a termine le più spietate missioni BlackOp? La famiglia di Brody è in frantumi, e non solo per la fine del matrimonio tra Jessica e Nicholas. La pressione dei media sulla famiglia del presunto attentatore è enorme, e il momento appare particolarmente delicato per l’adolescente Dana, la quale reagirà con (adolescenziale) furore al trauma di constatare che l’adorato paparino sembra davvero essere il responsabile dell’attacco, e che tra le vittime dell’esplosione c’è anche Finn, il rampollo Walden con il quale ha avuto una burrascosa (adolescenziale) relazione. E infine la protagonista principale, Carrie Mathison, passata dall’essere l’unica a ritenere Brody colpevole (stagione 1) ad essere l’unica a ritenere Brody innocente (stagione 2). Probabile che trascorra i prossimi episodi a cercare di scagionare, come promesso al momento dell’addio-non-è-un-addio-è-un-arrivederci, l’amato Nicholas dalle infamanti accuse piovute sul suo conto, ma è altrettanto probabile che la sua relazione pericolosa con quello che è diventato il nemico pubblico numero uno le esploda in faccia nel momento in cui dovrà fronteggiare la commissione del Senato che indaga sull’attacco portato a termine dalla cellula terroristica di Abu Nazir. A quale difficile decisione allude Saul nel trailer? Di cosa si scusa? È evidente che per Carrie c’è in serbo qualcosa in grado di scuoterne ulteriormente i già fragili nervi (come, per esempio, fungere da capro espiatorio per il fallimento operativo dell’Agenzia), e non ci stupiremmo se dovesse trascorrere buona parte di questi dodici episodi in lacrime.
Senza la ricerca spesso eccessiva del colpo di scena ad effetto, e limitando le derive fantapolitiche talvolta fuori controllo, Homeland potrebbe essere una serie sopra la media, e speriamo vivamente che ritorni ad esserlo in modo costante. Alex Gansa, mastermind di Homeland, ha lasciato intendere di voler uscire dallo schema narrativo “grande minaccia che Carrie e/o Saul devono sventare prima della conclusione della stagione”, e questo, se confermato, lo riterremmo un fatto decisamente positivo. Se la componente “caccia al bad guy” (che però non è del tutto “bad guy”) appare purtroppo inevitabile, ci auguriamo si accompagni ad una maggiore propensione per quella che è la dote migliore di Homeland, ovvero sguazzare nelle ambiguità e farci sospettare di tutto e di tutti, ricreando lo stato di paranoia perenne di chi crede di vivere sotto una perpetua, invisibile minaccia. Vogliamo tornare a porci, ad ogni inquadratura, domande del tipo: e se Saul fosse dietro a tutto ciò, mente di un complotto dei servizi deviati? Oppure: e se fosse lui la talpa di Al-Qaeda?! O ancora: e se invece fosse tutto un triplo e quadruplo gioco per determinare la politica interna ed estera degli Stati Uniti? E se Brody fosse davvero colpevole?!? Dun-dun-duuun! E così via speculando e dubitando ed elaborando teorie cospirazioniste il più aggrovigliate possibile. L’altra possibile/probabile direttrice della storia, che ugualmente ci ha convinto in passato, è quella di esplorare a fondo le implicazioni che il logorante lavoro all’interno dell’intelligence ha nella vita emotiva dei protagonisti, e il preannunciato ritorno di Mira e i conflitti interiori di Carrie, dilaniata tra la passione maniacale per il suo lavoro e l’aspirazione ad una vita abbastanza normale (da lasciare spazio, per esempio, ad una relazione sentimentale) sembrano andare in questa direzione.
Prima di divorare la season première vi consigliamo assolutamente di vedere il documentario che ricostruisce il tragico evento, soprattutto per farvi due risate ogni qual volta una scritta in sovrimpressione vi ricorderà (più e più volte!) che tutto quello che state vedendo è una finzione cinematografica. Ma in che diavolo di mondo viviamo??

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Masters Of Sex, Showtime (prima stagione, 12 episodi, 29 settembre)
La seconda novità introdotta da Showtime in questo 2013 sembra anche quella più promettente, e non lo diciamo solo perché abbiamo già assistito al fallimento di quella introdotta la scorsa estate (Ray Donovan, una soporifera delusione) e siamo consapevoli di quanto sia arduo far peggio. No, Masters of Sex potrebbe vincere per meriti suoi, non per demeriti altrui: il tema affrontato sembra aderire come un guanto alla filosofia del canale, e soprattutto ci sembra una piacevole deviazione dal modello che ha fatto la fortuna della tv contemporanea ma che, serie dopo serie, sta arrivando al termine del suo ciclo vitale (abbiamo salutato Dexter, domenica scorsa se n’è andato Walter White, e l’anno prossimo sarà il turno di Don Draper: gli amati-odiati antieroici maschi-alfa dalle dubbie qualità morali si stanno estinguendo). Altra caratteristica peculiare in grado di rendere questa serie (potenzialmente) interessante è l’assenza della violenza che, in un modo o nell’altro ha caratterizzato gli universi televisivi padroneggiati dagli uomini appena ricordati. Invece, forse per la prima volta, ad essere protagonista è il sesso, e non in qualità di orpello pressoché obbligatorio in un prodotto destinato al via cavo, in cui la nudità e l’esposizione di una sessualità più o meno esplicita ricopre spesso e volentieri solo la funzione di titillare il pubblico (maschile, ovviamente). Niente di tutto questo: Masters of Sex affronta di petto i temi legati alla sessualità, alle dinamiche del desiderio e alle relazioni di potere ad essa collegate, il tutto inserito nella cornice temporale della seconda metà degli Anni ‘50, ai prodromi della liberazione sessuale, e in un momento storico in cui il discorso delle avanguardie protofemministe (la possibilità e la necessità di demolire il monopolio maschile sulla sfera sessuale e nella vita di coppia, ma non solo), cominciano a fare breccia al di là dei circoli intellettuali. E di sicuro le nudità saranno abbondanti, ma tra elettrodi, cronometri, camici bianchi, bloc-notes e retrofuturistici sex toys da utilizzare come strumenti di indagine scientifica, l’esposizione dei corpi potrebbe avere finalmente un ruolo funzionale alla storia e un minor carattere di gratuità. Oh, intendiamoci: sempre di un prodotto di intrattenimento si tratta, per cui non pretendiamo che l’esplorazione di questi argomenti raggiunga chissà quali vette, ed è probabile che le nudità femminili siano comunque sovraesposte ed enfatizzate, ma ci pare comunque una salutare boccata d’aria fresca.
Protagonista della serie (che è sostanzialmente un biopic in forma serializzata, con tutte le inaccuratezze storiche e le libertà narrative del caso) è una coppia di ricercatori che, a partire dalla seconda metà degli Anni ‘50, misero in atto una proficua collaborazione sfociata nella pubblicazione di alcuni pionieristici studi sulla sessualità in generale, e su quella femminile in particolare. La storia ha inizio nel 1956, e racconta l’incontro tra William H. Masters, ginecologo e noto esperto di fecondazione presso la Washington University di St. Louis, e Virginia E. Johnson, ex-cantante, pluridivorziata e madre single di due bambini. Intrigato dai misteri (poiché negli Anni ‘50 tali erano) legati alla sfera sessuale, Masters deve fare i conti con l’ostracismo dei dirigenti dell’università nei confronti di un’area di studio che al tempo non poteva che suscitare notevoli imbarazzi, e la frustrazione per le incomprensioni in ambito accademico si accompagna a quella derivata da una vita privata e familiare tutt’altro che soddisfacente. Masters conduce le sue ricerche in segreto, spiando gli incontri amorosi che si consumano in un bordello e avvalendosi delle testimonianze dirette di alcune prostitute che vi esercitano, spinto da una (caricaturale, a tratti) sete di conoscenza nei confronti di ciò che appropriatamente descrive come “l’origine della vita” e da una furia positivista di misurare tutto ciò che nell’atto sessuale gli appare come misurabile. Johnson, invece, è alla ricerca di un’occupazione, e la trova nel momento in cui il centro di ricerca guidato da Masters annuncia di voler assumere una segretaria. Nonostante l’assenza di una preparazione formale in ambito medico, la giovane Virginia più che una segretaria si rivela una preziosa collaboratrice capace di acute osservazioni, e ben presto grazie al suo intuito, alla sua visione della sessualità in abbondante anticipo sui tempi, e alla sua sensibilità di donna “liberata” dalle inibizioni legate ai comportamenti sessuali, viene promossa al ruolo di assistente di Masters (con il quale poi fonderà, negli anni a venire, il centro studi Masters & Johnson. Non è uno spoiler, è la storia vera!).
Masters of Sex si inserisce nel filone — ormai piuttosto affollato — di produzioni che ambiscono a rivisitare più o meno fedelmente la metà del Ventesimo Secolo, incamminandosi sul sentiero aperto da Mad Men. La serie sviluppata dal Michelle Ashford potrebbe riuscire nell’impresa di non essere solo un pallido clone dell’acclamato predecessore, ma di riuscire ad affiancarlo andando ad esplorare un ambito che nella serie capostipite del filone “retrò” non ha avuto poi tantissimo spazio. Mad Men ci ha recentemente condotto alle porte della rivoluzione giovanile, e ora Masters of Sex potrebbe riavvolgere il nastro e ripercorrere la strada che ha portato alla liberazione sessuale e al lungo percorso (certamente lungi dall’essere completato) verso la rimozione del predominio maschile, che di quella ribellione fu senza dubbio una componente fondamentale insieme al sovvertimento del potere autoritario degli adulti e alle lotte per i diritti civili. La presenza di una marcata (e a tratti prevalente) prospettiva femminile è forse l’aspetto che più di ogni altro potrebbe garantire a Masters of Sex i nostri favori, e una protagonista che non sia, per una volta, caratterizzata da un qualche tipo di problema psicologico ci sembra finalmente un passo avanti nella rappresentazione delle donne.
Nota a margine: Virginia Johnson, quella vera, è scomparsa lo scorso luglio, e non avrà quindi il piacere di ammirare la propria storia riportata sul piccolo schermo.

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Dancing on the Edge, Starz (miniserie, 5 episodi, 19 ottobre)
Continua l’improbabile grande amicizia tra BBC e Starz, anche se in questo caso non di co-produzione si tratta, bensì di semplice riproposizione di una serie originale. La miniserie in questione, scritta e diretta dall’acclamato drammaturgo Stephen Poliakoff, è andata in onda lo scorso Febbraio sui teleschermi degli abbonati britannici, e viene ora importata oltre oceano a beneficio dei telespettatori americani. Ispirata alle vicende della band guidata da Duke Ellington, la serie racconta la storia del complesso jazz Louis Lester Band, composto da soli musicisti neri, e delle sue difficoltà a raggiungere il successo a causa dell’imperante razzismo della Londra degli Anni ‘30, tra aristocratici e membri della famiglia reale dediti al mecenatismo in quanto grandi appassionati di jazz, e altri ricconi maggiormente a proprio agio nel rimarcare le differenze di classe sociale e interessati unicamente all’esercizio del potere nei confronti di individui di status inferiore. A complicare il tutto, un misterioso omicidio (che non abbiamo ben capito come si colleghi al resto della trama, ma in tv tutto è possibile, e poi un giallo di contorno ci sta sempre bene).
Le recensioni in patria sono state estremamente polarizzate, divise tra coloro che hanno adorato la sognante atmosfera della serie e altri che ne hanno odiato l’apparente inconsistenza e l’assenza di un qualsivoglia plot. Di sicuro può sfoggiare un ottimo cast (Chiwetel Ejiofor, Matthew Goode, Angel Coulby, Jacqueline Bisset, Anthony Head e John Goodman, tra gli altri), e ci ha intrigato abbastanza da volerla vedere.

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Hello Ladies, HBO (prima stagione, 8 episodi, 29 settembre)
Sit-com tratta dall’omonimo stand-up show ideato da Stephen Merchant, noto ai più come “quello alto” del duo comico autore e protagonista di serie di successo come Extras e (in qualità di solo autore e regista) The Office. Il collega Ricky Gervais ha lanciato il suo progetto personale (Derek, su Netflix, del quale parleremo tra qualche giorno), e il lungagnone Stephen non voleva evidentemente essere da meno. La trama: un web designer si trasferisce dall’Inghilterra a Los Angeles, località in cui prova a soddisfare il suo inesauribile desiderio di rimorchiare qualunque essere di sesso femminile egli incontri sulla sua strada. Stuart è accompagnato da due grandi amici, Kives e Wade, dei quali si libera non appena si imbatte in una donna. Stuart prova ripetutamente e senza successo ad entrare a far parte del glamour di Tinseltown e fare colpo sulle tante bellezze che popolano la notte angelina, ma, ovviamente, verrà inesorabilmente tradito dalla propria nerditudine, in un susseguirsi di gag goffe e imbarazzanti che si concluderanno con l’inevitabile umiliazione del protagonista.
Siamo d’accordo sul fatto che HBO debba porre rimedio all’assenza di una commedia di valore nel proprio palinsesto, ma non sarebbe stato meglio evitare di creare questo vuoto lasciando in vita la deliziosa Bored to Death? Perché questa Hello Ladies di primo acchito non ci convince per niente… Poi magari, e ce lo auguriamo, saremo smentiti dal plot.

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Eastbound & Down, HBO (quarta stagione, 8 episodi, 29 settembre)
Ecco, a proposito di commedie HBO di livello accettabile… non includeremmo nella lista Eastbound & Down. La serie ad alto tasso di testosterone imperniata sulle vicende dell’ex-stella del baseball Kenny Powers è arrivata al suo ultimo inning (va bene, è solo la quarta serie, perdonateci la licenza!), ma non abbiamo idea di cosa sia successo tra il pilot e l’inizio di questa ultima stagione. Potremmo fare un riassuntino mettendo insieme dei brandelli di trama raccolti qui e là in giro per la rete, ma è una serie che ci interessa così poco da impedirci di fare anche questo. Guest star: Lindsay Lohan! (No, davvero: nella parte della figlia illegittima di Kenny).

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Strike Back: Origins, Cinemax (miniserie, 6 episodi, 25 ottobre)
Nel lontanissimo maggio 2010 Sky1 trasmise nel Regno Unito una miniserie basata sui romanzi di Chris Ryan, un ex-militare con un passato nei corpi speciali dell’esercito di Sua Maestà. Da quella miniserie prese spunto un fortunato franchise anglo-americano prodotto in collaborazione tra la pay-tv inglese e Cinemax e incentrato sulle missioni della cosiddetta Section 20, unità d’elite dell’MI6. La serie è ben avviata ed è giunta ormai alla sua quarta stagione, incominciata su Cinemax quest’estate e tutt’ora in corso (ebbene sì, avete ragione: a suo tempo ce la siamo dimenticata, e quindi non l’abbiamo inclusa nella panoramica dedicata alla programmazione estiva), ma a quanto pare non c’era mai stata l’occasione di riproporre sugli schermi americani ciò che diede inizio al tutto. Quindi eccola qui, sagacemente ribrandizzata come prequel, per raccontare la storia di come John Porter venne congedato con disonore a causa della fallita liberazione di un ostaggio in Iraq nel 2003. Porter non era in realtà responsabile del cattivo esito della missione, e viene riassunto sette anni dopo, in occasione di un nuovo caso di rapimento in terra irachena, guarda caso compiuto dagli stessi terroristi responsabili del rapimento precedente. In una serie di questo tipo il protagonista non può certo sbagliare due volte di seguito, e difatti la missione viene completata con successo. Porter viene dunque arruolato nella Section 20, guidata da Hugh Collison, il quale fu impiegato anch’egli nella sfortunata missione di cui sopra. Piano piano si scoprirà che Collison non era totalmente estraneo a quanto avvenne allora, e si profila una resa dei conti con il nuovo arrivato. Sostanzialmente vale la pena solo per la presenza di Richard Armitage e Andrew Lincoln nei due ruoli principali. Anzi, forse non vale neanche la pena, a meno che non siate dei tipi da action movie senza nessun’altra velleità.