La mostra più importante. Martin Scorsese a Torino

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«Lasciatemelo dire: è la mostra più importante che si tenga quest’anno a Torino». Con queste parole termina il breve intervento introduttivo di Ugo Nespolo, noto artista nonché presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino. È una frase che ci si aspetta venga proferita da qualsiasi presidente di una nota istituzione museale, in occasione di una qualsiasi grande mostra. Ci mancherebbe che Nespolo non cerchi di portare acqua al suo mulino. Eppure, il suo tono di voce, seppur nella fretta di terminare il proprio intervento nel minor tempo possibile, tradisce la soddisfazione, ampiamente condivisa dal resto dell’apparato del museo, di aver dato vita a qualcosa di bello, enormemente interessante e, per riprendere le sue parole, importante.

Il protagonista non può intervenire fisicamente, perché preso dalla fase di montaggio del suo prossimo film – The Wolf of Wall Street, con Leonardo Di Caprio nuovamente nella parte del protagonista –, ma fa sentire la sua presenza e il suo sentito apprezzamento tramite un breve video-messaggio. C’è una sua stretta collaboratrice a sostituirlo: Sandy Powell, costumista britannica candidata nove volte agli Academy Awards e vincitrice di tre statuette, una delle quali per The Aviator, film del 2004 con Leonardo Di Caprio, ancora lui, nei panni del miliardario Howard Hughes. Un capolavoro, certo, ma forse non tra i film migliori di Martin Scorsese e questo è già un’indicazione della sua grandezza come regista e come artista.

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Avendo a che fare con un nome del genere, sarebbe stato facile abbozzare una semplice mostra con una selezione di fotogrammi e immagini dal set e ottenere comunque l’attenzione del pubblico e dei media. Grazie alla splendida scenografia della Mole Antonelliana, che ospita il Museo del Cinema, sarebbe anche stato facile farla franca, ma Nespolo, il direttore Alberto Barbera e i curatori Kristina Jaspers e Nils Warnecke, della Deutsche Kinemathek di Berlino, che ha coprodotto l’evento, hanno probabilmente colto l’immoralità di rendere un omaggio solo di facciata a un tale genio vivente, e hanno lavorato puntigliosamente su ogni minimo dettaglio, dall’allestimento, alla ricchezza e varietà del materiale presente, sino al catalogo e al supporto iPad per rendere la visita ancor più approfondita e interattiva.

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La mostra SCORSESE raccoglie una mole enorme di materiali, molti dei quali inediti e di appartenenza dello stesso regista e del suo approfonditissimo archivio privato, e si snoda a partire dall’Aula del Tempio, cuore del museo torinese in cui troneggia la gigantesca statua del dannunziano Cabiria, in cui quattro teche contenenti i costumi originali di Gangs of New York, L’età dell’innocenza e Toro scatenato e un’affascinante mappa luminosa rendono omaggio alla New York scorsesiana, vera prima donna della maggior parte delle sua pellicole. Proseguendo sulla rampa elicoidale si entra in stretto contatto con la vita e il lavoro del regista, l’una fonte d’ispirazione dell’altro, declinate in nove tematiche esemplari: famiglia, fratelli, uomini e donne, eroi solitari, New York, cinema, riprese, montaggio e musica. Sarebbe facile aspettarsi che le fotografie che ritraggono Scorsese e i tanti grandissimi protagonisti dei suoi film siano la parte più affascinante dell’insieme, ma non è così, per quanto anche queste non manchino di interesse. Gli storyboard originali, tra cui quello di Taxi Driver, le sceneggiature, tutti i documenti in cui è viva e presente la mano del regista, attraverso note minuziose, sono le testimonianze più fertili della sua passione per il cinema e della mania connaturata al suo genio e la mostra ne è letteralmente piena, tanto da arrivare quasi a supplire alla mancata presenza del regista newyorkese all’evento.

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Questa è davvero una mostra importante e non soltanto per gli appassionati di cinema. Scorsese è uno dei più grandi autori della seconda metà del Novecento e non si meritava nulla di meno.

Fino al 15 settembre 2013
Museo Nazionale del Cinema
Mole Antonelliana
Via Montebello 20, Torino
Info: www.museocinema.it

Minimal Movie Posters: i poster minimali più minimali di sempre

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Basta una rapida ricerca su google per rendersene conto: le rivisitazioni delle locandine dei film e delle serie tv sono uno dei fenomeni virali che hanno invaso la rete negli ultimi anni. Centinaia di designers, dai professionisti agli apprendisti fino ai semplici amatori in grado di usare Illustrator con un po’ di perizia, si sono cimentati nella reinterpretazione grafica dei poster dei classici del cinema, dei moderni blockbuster e delle serie tv di successo, dando vita ad un trend che ha riempito migliaia di bacheche su Pinterest e di blog su Tumblr.

plakaty_vectorTra tutti questi, ci ha incuriosito l’approccio di quello che, ad oggi, ci sembra il più minimalista di tutti. Stiamo parlando di Michal Krasnopolski, autore di una serie di 21 poster dedicati ad alcuni tra i maggiori successi della storia del cinema. La serie è un vero e proprio esercizio di stile, basato su un’idea di partenza molto stringente: realizzare i poster utilizzando come unici elementi costituivi le sole linee (e un po’ di gradienti…) derivate da una semplicissima griglia, che vedete riprodotta qui accanto.

Secondo il giovane designer polacco, i suoi poster non sono che un piccolo esempio di quello che è possibile creare per mezzo di questa griglia: le combinazioni compositive di segmenti dritti e curvi derivabili da questo schema sono, infatti, praticamente infinite.

Il risultato? Secondo noi, alcuni poster sono molto arguti nel richiamare iconicamente il film a cui si ispirano, mentre altre volte sono meno decifrabili. E voi cosa ne pensate?

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via FastCoDesign

Doppia coppia al Torino Film Festival

L’anno scorso, in occasione del Torino Film Festival, Atantidezine, non unica – bisogna ammetterlo –, aveva puntato i riflettori su Sette opere di misericordia, eterea opera prima di Gianluca e Massimiliano De Serio, incensandone il riuscitissimo connubio tra un immaginario visivo di derivazione pittorica e una storia silenziosa e forte al tempo stesso. Oggi, purtroppo, il film dei due fratelli torinesi, prosegue il suo percorso da amatissima opera da festival, ampiamente snobbato dal pubblico italiano.

Dato che la formula del duo di registi ci piace, anche quest’anno abbiamo deciso di puntare su di una coppia all’esordio, che si cela sotto l’ermetica sigla di {movimentomilc}. Il duo di origine calabrese proviene anch’esso dall’avanguardistico mondo della video-arte – settore sicuramente complicato, spesso a tal punto da risultare esoterico, ma che risulta essere un’ottima palestra per i registi di domani, quantomeno dal punto di vista formale, data l’assoluta libertà espressiva che lo caratterizza. Abbiamo incontrato Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio, i nomi che si celano sotto la maschera del {movimentomilc}, in occasione della mostra Young at Art(issima), che ha visto quattro loro lavori esposti in due sedi torinesi in concomitanza con Artissima, assieme a quelli di altri cinque artisti di origine calabrese selezionati dal MACA (Museo Arte Contemporanea Acri) e successivamente portati in tournée a Torino. 

Cosa vi ha spinto a decidere di collaborare e a dare vita a {movimentomilc}?

Il cinema. È stato il primo passo a farci conoscere e a collaborare insieme. L’esigenza di essere in due ci ha aiutato molto, sia nel continuare a portare avanti le idee che avevamo, sia a confermare quell’idea che il cinema e il video si possono fare anche senza grandi produzioni né ambizioni.  Da li in poi è stato tutto un susseguirsi di eventi e progetti nati inconsapevolmente che ci hanno portato a definire il nostro percorso nelle arti visive. Il {movimentomilc} è nato esigenze legate al cinema, ma poi è diventato semplicemente un appellativo che ora utilizziamo per definire la nostra identità artistica. 

In quali direzioni si muove la vostra ricerca? 

Nelle immagini in movimento e in tutto quello che gli sta intorno. Ci piace lavorare moltissimo con il video, e ogni volta che si lavora ad una nuova opera c’è qualcosa di speciale nel modo in cui quel video prende forma e si sviluppa. La nostra ricerca attualmente si focalizza su vari punti. Quelle che noi definiamo immagini di frontiera, che fanno parte del nostro presente, con cui analizziamo il significato di spazio, migrazione, viaggio, vite possibili. Il corpo umano, che per noi è mero strumento-oggetto, di cui indaghiamo le forme plastiche, senza nessuna prerogativa di sorta se non quella puramente estetica. E poi c’è la ricerca sul linguaggio alfanumerico, vera sperimentazione del video, oggi. Videoermetica 0 è un manifesto d’intenti su quello che è la Videoermetica, un confluire in video di linguaggi scientifici applicati ad una ricerca artistica.  Vogliamo destrutturare il linguaggio verbale con quello alfanumerico, in una sorta di decadente ricerca sul linguaggio contemporaneo dell’uomo. 

Ritratti, la vostra opera in concorso al Torino Film Festival nella sezione Italiana.Corti tratta il tema della migrazione, che avevate già toccato, in precedenza, nel video Méduses. Quanto è importante questa tematica per voi e quali differenze ci sono tra le due opere? 

In Méduses parlavamo dell’immigrazione. Abbiamo espresso un concetto molto importante, quello della differenza tra essere immigrati ed essere clandestini. Ancora oggi molte persone non riescono a capire questa linea che separa i due termini. E purtroppo usando queste due parole impropriamente, si sono causate parecchie vittime. L’opera in concorso al TFF, Ritratti, esprime un concetto diverso, quello dell’emigrazione, della ricerca di una vita possibile, della speranza di una vita migliore. Abbiamo costruito il video secondo un concetto fondamentale: il viaggio. Il viaggio inteso come una costante interazione e collegamento immaginario tra luoghi differenti, ma uguali nel loro isolamento, sia esso una scelta o una costrizione e dato voce alla figura della donna, come interlocutrice principale per una vita possibile. Le immagini di frontiera sono fondamentali per noi e sentiamo la necessità di esporci per far si che il mondo occidentale resti in silenzio ad ascoltare, almeno per una volta, la voce degli altri popoli.

Assieme ad altri artisti calabresi avete vinto la prima edizione del concorso Young at Art del MACA di Acri. Quanto è importante questo tipo di concorsi per i giovani artisti? 

Per noi è stato fondamentale. È stata quella risposta che cercavamo da tempo, che ci ha permesso di continuare sulla strada giusta. Grazie al progetto Young at Art siamo riusciti ad andare avanti senza fermarci davanti a nessuno, e nel giro di pochi mesi abbiamo tirato fuori parecchi idee interessanti, tra cui VideoErmetica 0, che non sarebbe mai nata senza la tappa del progetto YaA sulla retrospettiva dedicata ad Hans Richter (tra i fondatori del movimento dadaista e uno dei primi e ppiù importanti sperimentatori del mezzo cinematografico in ambito artistico). Riteniamo che questi progetti siano importanti opportunità per i giovani artisti, soprattutto in un paese come l’Italia che da tempo sottovaluta sistematicamente la cultura. Sono i concorsi e i festival che ci permettono di andare avanti e soprattutto di fare rete con altre realtà.

State lavorando a dei nuovi progetti? 

Per ora ci godiamo il Festival di Torino, ma stiamo comunque lavorando al progetto sulla VideoErmetica.

E mercoledì 28 novembre, alle 22.15, andremo anche noi al cinema Reposi a goderci l’interessante esordio di {movimentomilc} al Torino Film Festival. Vi consigliamo di fare altrettanto.

Cosa resta del Dadaismo?

C’è stato uHans Richter - Man Kann, 1960n momento, a ridosso della fine del primo conflitto mondiale, in cui la devastazione e l’orrore provocati da quella stessa sanguinosissima guerra furono vissuti come l’inevitabile portato di una cultura vecchia, autoritaria e violenta. Il termine dei combattimenti venne accompagnato, prima nella neutrale Svizzera e poi nel resto dell’Europa centrale, dall’improvvisa nascita di un movimento avanguardistico che trovava nel totale rifiuto delle regole linguistiche ed estetiche la propria prerogativa e il proprio manifesto. Il Dadaismo nacque dalla voglia di libertà dei suoi membri e in totale libertà si sviluppò a cavallo tra le due guerre.

Hans Richter - Dreams that money can buy (still), 1947L’artista e cineasta tedesco Hans Richter (Berlino, 1888 – Locarno, 1976) è uno dei migliori esempi dello spirito Dada. Infarcito delle modalità pittoriche dell’espressionismo tedesco, trova presto scomodo l’angusto spazio della tela, troppo risicato per le sue ambiziose sperimentazioni. Si sposta, allora, sui rotoli di origine orientale, ma anche quelli rimasero solo una tappa intermedia di una progressione artistica che cerca di restituire il movimento in assoluta purezza. L’unica soluzione era il film ed egli è tra i primi e più eccelsi sperimentatori di quel nuovo mezzo espressivo, giungendo sino ad aggiudicarsi un Leone d’Oro a Venezia per il lungometraggio Dreams That Money Can Buy (1947), presente nella mostra Dada fino all’ultimo respiro assieme ad altri trenta esemplari della produzione cinematografica del grande artista tedesco e di altri suoi contemporanei e compagni dadaisti, quali Marcel Duchamp, Fernand Léger e Man Ray. Queste opere, sommate alle settanta testimonianze grafiche e pittoriche che spaziano lungo tutta la carriera artistica di Richter, compongono l’importante retrospettiva che il MACA di Acri (Cs) ospita fino al 7 ottobre 2012.

You are the one who has Changed from Gabe Vega on Vimeo.

Hans Richter, Variation sur le theme des tetes dadaLa mostra, a cura di Marisa Vescovo e realizzata in collaborazione con le associazioni culturali De Arte e Oesum Led Icima, è un dovuto omaggio a uno dei più importanti e poliedrici artisti del Novecento, capace di restituirne lo spirito innovatore in un allestimento che non trascura nessuno dei numerosi media artistici a cui Richter si è dedicato durante la sua lunga carriere.

Giuseppe Lo Schiavo, I Stay Here, 2012, cm 40x 65, fine art printA partire dal 15 settembre 2012, alla mostra verrà affiancata un’esposizione di lavori dei sette giovani artisti vincitori del concorso Young at Art (Walter Carnì, Giuseppe Lo Schiavo, Armando Sdao, Valentina Trifoglio, Giuseppe Vecchio Barbieri e il duo MovimentoMilc, formato da Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio), che reinterpreteranno, ognuno attraverso il proprio peculiare stile, le suggestioni provate confrontandosi con l’opera di Richter, dando vita a un’interessante riflessione sull’eredità del Dadaismo nell’arte contemporanea, declinata attraverso l’intero spettro delle sue modalità espressive: pittura, scultura, body art, grafica vettoriale, fotografia e video-arte. Per chi fosse curioso, alcune opere dei sette giovani artisti sono visibili al link http://www.mediocratitour.it, in una riproposizione digitale della mostra che li ha visti protagonisti al MACA nei mesi di aprile e maggio.

Hans Richter. Dada fino all’ultimo respiro
fino al 7 ottobre 2012
http://www.museovigliaturo.it

Across the Vision Film Festival 2012 – Sardegna terra di confine

La Sardegna è un continente al centro del Mediterraneo. Una terra che è stata a lungo crocevia di popoli senza scalfire mai la sua identità profonda. «La Sardegna non assomiglia a nessun’altro luogo», scriveva negli anni venti D. H. Lawrence. Sembra quasi superfluo rimarcare l’attrazione che tali scenari possono esercitare sulle arti visive. Da queste suggestioni prende le mosse la prima edizione del festival Across the vision, che si è svolto dal sei all’undici marzo tra Iglesias, Carbonia e Cagliari. Le radici del festival si ritrovano nelle parole di Maria Paola Zedda, coreografa  e regista, che ne ha curato la direzione artistica: «Conoscevo il Sulcis da quando ero bambina, adolescente, e per me da sempre significava Cinema. Era il set ideale per qualsiasi film che avrei voluto vedere o girare. Era una terra dell’immaginario, densa di fantasmi, di luoghi inabitati, di tensioni drammatiche. Era il confine (in senso epistemologico), il margine, la frontiera. Una terra da attraversare, ma impenetrabile al tempo stesso. Il progetto di Across the vision ha la sua genesi in questo territorio, nei suoi scenari e nelle visioni di confine. Potremmo definirlo un festival site specific». Il territorio, va detto, ha risposto con un crescente afflusso di pubblico e con il sostegno fornito dalla Regione Sardegna, dal Parco Geominerario e dalle Amministrazioni di Carbonia e Iglesias, che hanno integrato la produzione di Videoinflussi con la collaborazione di ZEIT. Il festival era suddiviso in tre macrosezioni, Sguardi di confine, Attraversamenti e Visioni di Sardegna, ma comprendeva anche tre masterclass sulla regia e il rapporto tra produzione/distribuzione audiovisiva e i nuovi media. Da segnalare inoltre l’esposizione fotografica di Adriano Mauri, Minatori, Minersos, che raccontava i volti dei minatori della Carbosulcis, l’ultima miniera di carbone ancora attiva in Italia. Il nostro inviato di AtlantideZine, orientandosi nell’ampia offerta della rassegna, ha visto e commentato per voi cinque lungometraggi.

Le quattro volte, di Michelangelo Frammartino, deve il suo titolo alla scuola pitagorica e affonda le radici nella Magna Grecia. L’uomo, per il filosofo di Samo, può spiegare l’armonia del cosmo attraverso la scienza (aritmetica e geometria), e così facendo avvicinarsi a Dio. Erano necessarie quattro fasi per fare luce sull’essere umano, che si riteneva dotato di «quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra»: minerale, vegetale, animale e razionale. Nel trasferire queste idee in immagini la narrazione assume un andamento lineare: un vecchio pastore malato crede che la polvere raccolta in chiesa possa curarlo; dopo che muore, una delle sue caprette, nata da pochi giorni, si distacca dal gregge e finisce per accucciarsi sotto un grande abete; passano le stagioni e lo stesso albero viene portato in un paese montano per usarlo nella Festa della Pita, seguendo rituali che attingono a  consuetudini precristiane; infine, il tronco viene venduto ai carbonai delle Serre che ne ricaveranno carbone vegetale per riscaldare le case dei pastori (il carbone diventa calore e fumo che si spande nell’ultima scena). Sono stati necessari tre anni di riprese per selezionare il materiale girato, raccolto fra le location naturali dell’Appennino calabro. In questo modo si ha la sensazione che la storia si componga quasi da sola, con pochi stacchi di montaggio e molte inquadrature fisse, niente dialoghi e solo suoni naturali, in modo da registrare le situazioni quando succedono e non predisporre che accadano, invece, tramite le usuali convenzioni filmiche. Il milanese Michelangelo Frammartino, dopo Il dono del 2003, è ritornato nella terra dei suoi padri per realizzare un’opera sospesa tra documentario e fiction, che rimanda al cinema di Franco Piavoli e si rivolge a un pubblico attivo, disponibile a colmare, con la riflessione, lo spazio mancante tra l’immagine e il fuori campo, tra quello che si sente e quello non ha parole per essere detto. Le quattro volte è stato presentato con successo alla Quinzaine des réalisateurs di Cannes nel 2010.  Attraversamenti Prod. Italia, Germania, Svizzera (2010) Dur. 88’

«Come il Vesuvio cova la lava, Napoli cova la violenza. Anche quando non esplode» racconta Roberto Paolo, caporedattore del Quotidiano Roma, di fronte all’obiettivo di Abel Ferrara. Il regista italoamericano (un nonno originario di Sarno), nato e cresciuto nel Bronx in una famiglia cattolica, ossessionato dalle idee di peccato, violenza e redenzione (King of New York, Il cattivo tenente, The addiction), non poteva che essere attratto dal corpo urbano dolente della capitale partenopea. Torna a girare in Italia dopo il flop di Go Go Tales (2007), e mette insieme una docufiction intitolata Napoli Napoli Napoli, presentata al Festival di Venezia nel 2009. Docufiction: questo termine composito racchiude in sé i pregi e i difetti della pellicola. La parte documentaristica tiene bene, ha ritmo, nel suo apparente disordine offre uno spaccato efficace di volti e situazioni che compongono la città. Oltre alle donne del carcere di Pozzuoli, il regista intervista  la gente comune, politici, magistrati, giornalisti, si addentra nei vicoli dei Quartieri Spagnoli e tra i casermoni di Scampia e Secondigliano, dove si abita ma non si vive, dove l’architettura stessa è propedeutica ad un possibile futuro dietro le sbarre. In parallelo, i due episodi narrativi che si sviluppano alternati – un regolamento di conti tra gruppi criminali; una storia di povertà e violenza domestica – calcano la mano sui toni esasperati ma non sembrano davvero necessari nell’economia dell’opera. In compenso, i ragazzi delle scuole medie di Iglesias, presenti alla proiezione del sabato mattina, hanno vissuto con piacere la lezione a base di cinema. Sguardi di confine: Europa – Prod. Italia (2009) Dur. 102’

Notre jour viendra (inedito in Italia) è il primo lungometraggio di Romain Gavras, regista e produttore francese, famoso in precedenza per il contestato video di Born free di M.I.A., che anticipava buona parte dei temi del film di debutto. Già… di cosa parla Notre jour viendra? Rispondere non è facile, meglio affidarsi alle parole del regista: «Il nichilista Patrick [un terapeuta n.d.r] ha superato la fase della ribellione e ha visto ogni ideale decomporsi. La scintilla della sua rabbia si riaccende nell’incontro con Remy, ben più giovane di lui, pronto a bruciare tutto senza comprendere l’origine del suo disagio. Ciascuno dei due trova un senso e un obiettivo nell’altro». Patrick ha la bellezza sgualcita di Vincent Cassel (reduce da Black Swann), mentre Remy nutre il sogno di andare in Irlanda, dove tutti hanno i capelli rossi e dunque non sarebbe discriminato. Capelli rossi, avete letto bene – ma essendo sinceri, voi sapreste trovare basi teoriche più sensate dietro i fenomeni di razzismo? Intanto che ci pensate la nostra coppia si lancia in un road movie notturno nel Nord della Francia, tra vestigia di industrie in disuso e il piano infinito dell’oceano Atlantico. Incontreranno lungo la strada, se possibile, personaggi ancora più strambi e disadattati di loro. Nella Francia reazionaria di Sarkozy non c’è posto per Remy e Patrick: non appartengono a nessun popolo, nazione o esercito. L’impossibilità di esprimersi si traduce in un’ansia di movimento e distruzione. In un crescendo adrenalinico fino al termine della notte. D’altra parte. Era necessario un intero film per dirlo? Al pubblico l’ardua sentenza.  Sguardi di confine: Derive – Prod. France, 2010. Dur. 90’

L’Amore vincitore – conversazioni con Derek Jarman, di Roberto Nanni, introduce il film in programma la penultima sera, Sebastiane, che fu girato in gran parte a Cala Domestica – spiaggia racchiusa tra alte falesie vicino a Buggerru – ma non era mai stato proiettato in Sardegna. Si tratta del primo lungometraggio di Derek Jarman (1942-1994), eclettico autore inglese capace  di spaziare tra le scenografie de I diavoli di Ken Russell, i video musicali dei Sex Pistols e degli Smiths e la rilettura per immagini della vita di Caravaggio. La storia si basa su una versione apocrifa della vita di San Sebastiano e sul Martyre de Saint Sébastien di Gabriele D’Annunzio. Nel 303 d.C., sotto l’impero di Diocleziano, un manipolo di soldati romani presidia un avamposto in riva al mare, in mezzo a una natura senza tempo e senza tracce del passaggio degli uomini. I soldati si allenano, mangiano e dormono a stretto contatto, e sarà presto la pulsione sessuale a far crollare le residue distanze. Il rapporto omosessuale è vissuto in modo spontaneo, nella luce satura del pieno giorno, senza i sensi di colpa indotti dalle religioni a venire. Non fosse per Sebastiane, appunto, che si è convertito al cristianesimo e quindi non cede alle proposte del centurione, Adriano Severo, scatenando così la sua collera. Il corpo di Sebastiane resisterà impassibile alle torture (anzi, quasi godendone, a tratti, in una chiave di lettura sadomaso), fino a essere più volte trafitto dalle frecce e divenire così un’icona universale del martirio, ritratta in seguito da artisti come Durer, Mantegna e Dalì. Quando uscì Sebastiane, nel 1976, la rivoluzione sessuale era al culmine, l’aids era sconosciuto ed erano da poco stati girati The Rocky Horror Picture Show di Sharman e Je t’aime moi non plus di Gainsbourg. Il New York Times definì il film di Jarman un «softcore gay porn epic», ma va detto, tra le altre cose, che è anche l’unico film inglese interamente recitato in latino. Per quanto con un marcato accento anglosassone. Visioni di Sardegna – Prod. UK (1976) Dur. 90’

Il festival si è chiuso sulle immagini tridimensionali di Cave of fotgotten dreams di Werner Herzog, un settantenne che non si è ancora stancato di sperimentare. Il vecchio leone del cinema tedesco, l’autore Aguirre, furore di Dio e di Fitzcarraldo, ebbe a dire una volta che «per girare un film serve più l’atletica dell’estetica», e di certo è servita una buona forma fisica per calarsi nei cinquecento metri di cunicoli della grotta di Chauvet, nel sud ovest della Francia, che fu scoperta per caso, nel 1994, dallo speleologo Jean-Marie Chauvet e due suoi amici. Una volta dentro, si resero subito conto di “non essere soli”. Oltre ai quattromila frammenti ossei di animali preistorici, furono presto rinvenute pitture parietali risalenti a circa trentaduemila anni prima. Le realizzò l’uomo di Cro-Magnon nell’altro Paleolitico; sono di gran lunga le manifestazioni artistiche più remote che si conoscano. Ma non è tutto: queste pitture e incisioni rupestri, cinquecento in totale per tredici specie raffigurate, sono indubitabilmente belle, ancora oggi, in riferimento agli attuali canoni estetici. Mentre sistemavo gli occhialetti per il 3D non pensavo alla caverna di Platone, mi venivano invece in mente le serigrafie di Picasso, i suoi studi sui tori. Herzog ha scelto il 3D per poter «rendere al meglio le intenzioni degli artisti», che avevano sfruttato i giochi di luce e la curvatura delle pareti per accentuare il dinamismo delle figure. Quasi uno storyboard primordiale, sottolinea il regista nel commento. L’accesso alla grotta di Chauvet è consentito solo ad un numero ristretto di studiosi. Herzog ha ricevuto un permesso speciale dal Ministero della cultura francese. D’ora in poi Chauvet sarà aperta anche ai fortunati spettatori di questo documentario. Attraversamenti – Prod. Canada, USA, France, Germany, UK (2010) Dur. 90’

Da Mata Hari a Matta Eri: la parabola di un'epoca labile

L’esperimento del libro pescato nel mucchio diverte e dà soddisfazione. È  un passatempo da suggerire con cognizione di causa e irraggiamento di piaceri differenziati: piace ai venditori del mercato che guadagnano nuovi  clienti e quasi abituali, piace a chi lo fa perché è giocato dal suo stesso gioco, piace al caso che lavora al modo giusto secondo il principio di sincronicità di Jung.

Questa settimana ho scovato Danza fatale, il mistero di Mata Hari, di Donatella Bindi Mondaini. Il libro delle edizioni El, fa parte della collana Sirene, destinata a un pubblico di giovanissimi lettori, preadolescenti (esistono?) e adolescenti, ma  è godibilissimo anche da parte di adolescenti di ritorno. O di anime comunque giovani, mai state adolescenti. La collana ha un taglio originale perché racconta in maniera romanzata la storia di personaggi al femminile dall’esistenza non proprio “fiabesca”, secondo un’idea convenzionale di fiaba, né di facilissimo tornaconto pedagogico, tra cui Cleopatra, Rosa Luxemburg, Cristina Belgioioso, e Artemisia.  Di Mata Hari è raccontata la vita con prosa agile e vivace, abbinata a capacità inventiva, quel tanto che basta a dare forza d’impatto e destare interesse. Il libro è un buon pretesto per ricordare questa donna. Margarethe Gertrude Zelle, di nascita olandese, è stata un’anticonformista che ha pagato caro la sua scelta, ricordata per essere stata ballerina e la prima stripteauser.

La sua storia è più o meno nota: bambina amatissima dal padre, ricco fabbricante di cappelli, destinata a una vita agiata, finché il dissesto economico paterno non cambia le cose. Nascono dissidi tra i genitori che si separano, la madre muore dopo qualche anno, la bambina viene affidata al padrino che la fa studiare come maestra d’asilo. Pare che le attenzioni del direttore della scuola nei suoi confronti, abbiano spinto il padrino a mandarla da uno zio. Margarethe risponde a un inserzione matrimoniale di un ufficiale, di vent’anni più grande di lei, si incontrano, scoppia la passione, di lì a qualche mese comincia la sua vita matrimoniale. La coppia si imbarca per Giava, Indonesia, dove il capitano presta servizio, hanno due figli. Margarethe è curiosa e inquieta. Ha occasione di assistere a una danza locale in un tempio, ne è affascinata, comincia a sviluppare interesse per la danza. Il menage coniugale non è facile a causa della gelosia del marito che la picchia e la tradisce, e la sua insofferenza a tale subalternità aumenta. Tutto precipita quando accade una tragedia familiare: il bambino muore, avvelenato da una domestica indigena solo per ragioni di vendetta. Tornano in Olanda, ma il rapporto tra i coniugi finisce, si separano, la bambina viene affidata al padre. Margarethe tenta l’avventura della grande città, va a Parigi e cerca di mantenersi prima come modella, poi facendo comparsate a teatro, ma senza successo. Finché conosce il proprietario di un circo e inizia a esibirsi come amazzone.

Una sera in una casa privata si esibisce per la prima volta in una sorta di danza giavanese, ottiene grande successo. Da lì all’approdo nei principali teatri d’Europa con il nome d’arte di Mata Hari, Occhio del giorno in malese, il passo è breve. La sua danza che abbina esotismo ad erotismo, mistero e seduzione conquista il pubblico d’Europa. La sua fama si diffonde, grazie anche al personaggio che lei stessa contribuisce a creare, un minestrone orientaleggiante, per via dei suoi connotati esotici: carnagione bruna, occhi e capelli scuri, sembrano dare ragione alle leggende sulla sua origine indiana. Già in vita sono pubblicate due biografie, una scritta dal padre, che esalta la figlia più per esaltare se stesso, inventando anche lui parentele con re e principi, e quella, di segno opposto dell’ avvocato del suo ex-marito. Mata-Hari, naturalmente, conferma la versione del padre: l’ex-cappellaio è un nobile ufficiale, mentre sua nonna era una principessa giavanese. Contribuisce a diffondere una moda esotica e il fascino per l’Oriente, è riconosciuta come una grande ballerina, ma non riesce a farsi scritturare nella compagnia del celebre ballerino russo Diaghilev.  Colleziona successi e tanti amanti, tra i quali diplomatici e militari d’alto grado.

Quando scoppia la prima guerra mondiale,  il quadro cambia: il lavoro è poco, le condizioni incerte, ha sempre bisogno di molti soldi per continuare a fare la vita agiata che ama fare. Un suo amante, un diplomatico tedesco all’Aja, le dà un incarico segreto e un nome in codice: H21. Da allora diventa spia per conto dei tedeschi, ma non è certo se e quanto abbia davvero preso sul serio la missione. Forse vissuta come un gioco, o un modo per fare soldi. A Parigi, accetta di diventare una spia francese, dietro il compenso astronomico di un milione di franchi, pare per potersi ricongiungere con un suo amante, un capitano russo di cui è innamorata. La più famosa spia al mondo forse non ha mai svolto questo compito,  troppo occupata a guadagnare e amare. In ogni caso, quando in Germania sospettano il doppio gioco, Mata Hari è arrestata. Contro di lei mancano solide prove. Però viene condannata e giustiziata tramite fucilazione il 15 ottobre 1917. Ha 41 anni. Quella mattina si veste con cura come per eseguire al meglio la sua ultima danza, rifiuta di farsi bendare, manda un bacio al plotone d’esecuzione, il suo ultimo pubblico. Se ha avuto colpa è d’essere stata bella, indipendente, ricca, colta, avventurosa, e come da lei stesso ammesso durante il processo, di aver avuto numerosi amanti conducendo un gioco che le è costato la vita. Insomma la colpa d’essere immorale, scandalosa e libera, amante del sesso e del lusso, e di essere un perfetto capro espiatorio in un contesto alla ricerca del responsabile. La Francia stava subendo gravi perdite in guerra, aveva bisogno di un colpevole che spiegasse la morte di 50 mila soldati e rinsaldasse l’orgoglio nazionale. Chi meglio di una donna con siffatta storia?  Una prostituta, secondo la morale del tempo. Infatti la condanna è senza possibilità di appello, dopo un processo rapido e a porte chiuse.

Due ripescaggi nel ripescaggio: il film più famoso è del 1931, del regista George Fitzmaurice, con l’interpretazione di Greta Garbo, una leggenda lei stessa, che ne fa una donna senza scrupoli che utilizza il suo fascino misterioso per intessere  relazioni con importanti autorità militari. Un giovane tenente si innamora di lei e la spia ne approfitta per carpire informazioni, finché è vinta dal sentimento ricambiato che le costa la vita.
Negli stessi anni, ben alto tono e sembianze ha Mata Hari nelle mani dell’inventore dell’umorismo moderno, che ancora alimenta il serbatoio comico, cinematografico e televisivo: Achille Campanile. Una sua rubrica su un giornale umoristico, è intitolata “Matta eri”: qui il meccanismo comico si basa sull’invenzione di una rivale della spia la cui gelosia fa saltare i piani e provoca guai. C’è da fare un salto in una emeroteca, magari della Biblioteca nazionale di Roma, per saperne senz’altro di più.

Un riferimento bibliografico attuale: la biografia dell’antropologa americana Pat Shipman, Mata Hari, femme fatale rivede la storia della donna fatale alla luce di lettere e diari inediti: più che una spia traditrice  c’è il ritratto di una donna tradita dagli uomini amati, vittima del pregiudizio, ma anche della ragion di stato.  Altro suggerimento di lettura, Violent Femmes. Donne spia, da Mata Hari ad Alias, di Rosie White, (Odoya edizioni, 2008, prefazione di Carmen Covito).  La figura della donna-spia continua a suggestionare l’immaginario collettivo; dal cinema alla fiction televisiva, dalla letteratura al videogioco. Il ruolo e la rappresentazione della donna-spia si sono trasformati con l’evolversi della società. Restano sempre i pruriti e morbosità di sottofondo. Resta la contraddizione tra femminilità, potere, sessualità, identità nazionale. Certo è che Mata Hari alimenta ancora curiosità e interesse. Chissà cosa direbbe oggi, se piombasse in Italia, nel trovare in azione squadroni di cosiddette escort, lei che praticò il sesso per puro piacere, seppe inventarsi un personaggio, visse a colpi di fantasia e audacia, forse con punte di ingenuità, fu artefice delle sue fortune, meno dell’epilogo della sua vita. Chissà cosa direbbe della mostra, ovunque e comunque, di corpi nudi di donna, esibiti senza originalità né talento alcuno, o degli harem in nome neanche più di una ragione di stato ma degli appetiti del generalissimo di turno sulla via del tramonto. Chissà cosa direbbe,  infine, se mai fu spia, a vedere in questo paese uno spionaggio femminile improntato all’esercizio del ricatto, consumato attraverso telefonini in regge d’alto rango, tutte di proprietà del padrone dell’Italia spa, spionaggio praticato in cambio di tanto denaro in una botta o di una comparsata televisiva.

Titolo: Danza fatale. Il mistero di Mata Hari
Autore: Donatella Bindi Mondaini
Editore: EL
Dati: 2004, 136 pp., 12,00 €

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L’esperimento del libro pescato nel mucchio diverte e dà soddisfazione. È un passatempo da suggerire con cognizione di causa e irraggiamento di piaceri differenziati: piace ai venditori del mercato che guadagnano nuovi clienti e quasi abituali, piace a chi lo fa perché è giocato dal suo stesso gioco, piace al caso che lavora al modo giusto secondo il principio di sincronicità di Jung. Questa settimana ho scovato “Danza fatale, il mistero di Mata Hari”, di Donatella Bindi Mondaini. Il libro delle edizioni El, fa parte della collana Sirene, destinata a un pubblico di giovanissimi lettori, preadolescenti (esistono?) e adolescenti, ma è godibilissimo anche da parte di adolescenti di ritorno. O di anime comunque giovani, mai state adolescenti. La collana ha un taglio originale perché racconta in maniera romanzata la storia di personaggi al femminile dall’esistenza non proprio “fiabesca”, secondo un’idea convenzionale di fiaba, né di facilissimo tornaconto pedagogico, tra cui Cleopatra, Rosa Luxemburg, Cristina Belgioioso, e Artemisia. Di Mata Hari è raccontata la vita con prosa agile e vivace, abbinata a capacità inventiva, quel tanto che basta a dare forza d’impatto e destare interesse. Il libro è un buon pretesto per ricordare questa donna. Margarethe Gertrude Zelle, di nascita olandese, è stata un’anticonformista che ha pagato caro la sua scelta, ricordata per essere stata ballerina e la prima stripteauser.

La sua storia è più o meno nota: bambina amatissima dal padre, ricco fabbricante di cappelli, destinata a una vita agiata, finché il dissesto economico paterno non cambia le cose. Nascono dissidi tra i genitori che si separano, la madre muore dopo qualche anno, la bambina viene affidata al padrino che la fa studiare come maestra d’asilo. Pare che le attenzioni del direttore della scuola nei suoi confronti, abbiano spinto il padrino a mandarla da uno zio. Margarethe risponde a un inserzione matrimoniale di un ufficiale, di vent’anni più grande di lei, si incontrano, scoppia la passione, di lì a qualche mese comincia la sua vita matrimoniale. La coppia si imbarca per Giava, Indonesia, dove il capitano presta servizio, hanno due figli. Margarethe è curiosa e inquieta. Ha occasione di assistere a una danza locale in un tempio, ne è affascinata, comincia a sviluppare interesse per la danza. Il menage coniugale non è facile a causa della gelosia del marito che la picchia e la tradisce, e la sua insofferenza a tale subalternità aumenta. Tutto precipita quando accade una tragedia familiare: il bambino muore, avvelenato da una domestica indigena solo per ragioni di vendetta. Tornano in Olanda, ma il rapporto tra i coniugi finisce, si separano, la bambina viene affidata al padre. Margarethe tenta l’avventura della grande città, va a Parigi e cerca di mantenersi prima come modella, poi facendo comparsate a teatro, ma senza successo. Finché conosce il proprietario di un circo e inizia a esibirsi come amazzone. Una sera in una casa privata si esibisce per la prima volta in una sorta di danza giavanese, ottiene grande successo. Da lì all’approdo nei principali teatri d’Europa con il nome d’arte di Mata Hari, Occhio del giorno in malese, il passo è breve. La sua danza che abbina esotismo ad erotismo, mistero e seduzione conquista il pubblico d’Europa. La sua fama si diffonde, grazie anche al personaggio che lei stessa contribuisce a creare, un minestrone orientaleggiante, per via dei suoi connotati esotici: carnagione bruna, occhi e capelli scuri, sembrano dare ragione alle leggende sulla sua origine indiana. Già in vita sono pubblicate due biografie, una scritta dal padre, che esalta la figlia più per esaltare se stesso, inventando anche lui parentele con re e principi, e quella, di segno opposto dell’ avvocato del suo ex-marito. Mata-Hari, naturalmente, conferma la versione del padre: l’ex-cappellaio è un nobile ufficiale, mentre sua nonna era una principessa giavanese. Contribuisce a diffondere una moda esotica e il fascino per l’Oriente, è riconosciuta come una grande ballerina, ma non riesce a farsi scritturare nella compagnia del celebre ballerino russo Diaghilev. Colleziona successi e tanti amanti, tra i quali diplomatici e militari d’alto grado. Quando scoppia la prima guerra mondiale, il quadro cambia: il lavoro è poco, le condizioni incerte, ha sempre bisogno di molti soldi per continuare a fare la vita agiata che ama fare. Un suo amante, un diplomatico tedesco all’Aja, le dà un incarico segreto e un nome in codice: H21. Da allora diventa spia per conto dei tedeschi, ma non è certo se e quanto abbia davvero preso sul serio la missione. Forse vissuta come un gioco, o un modo per fare soldi. A Parigi, accetta di diventare una spia francese, dietro il compenso astronomico di un milione di franchi, pare per potersi ricongiungere con un suo amante, un capitano russo di cui è innamorata. La più famosa spia al mondo forse non ha mai svolto questo compito, troppo occupata a guadagnare e amare. In ogni caso, quando in Germania sospettano il doppio gioco, Mata Hari è arrestata. Contro di lei mancano solide prove. Però viene condannata e giustiziata tramite fucilazione il 15 ottobre 1917. Ha 41 anni. Quella mattina si veste con cura come per eseguire al meglio la sua ultima danza, rifiuta di farsi bendare, manda un bacio al plotone d’esecuzione, il suo ultimo pubblico. Se ha avuto colpa è d’essere stata bella, indipendente, ricca, colta, avventurosa, e come da lei stesso ammesso durante il processo, di aver avuto numerosi amanti conducendo un gioco che le è costato la vita. Insomma la colpa d’essere immorale, scandalosa e libera, amante del sesso e del lusso, e di essere un perfetto capro espiatorio in un contesto alla ricerca del responsabile. La Francia stava subendo gravi perdite in guerra, aveva bisogno di un colpevole che spiegasse la morte di 50 mila soldati e rinsaldasse l’orgoglio nazionale. Chi meglio di una donna con siffatta storia? Una prostituta, secondo la morale del tempo. Infatti la condanna è senza possibilità di appello, dopo un processo rapido e a porte chiuse.

Due ripescaggi nel ripescaggio: il film più famoso è del 1931, del regista George Fitzmaurice, con l’interpretazione di Greta Garbo, una leggenda lei stessa, che ne fa una donna senza scrupoli che utilizza il suo fascino misterioso per intessere relazioni con importanti autorità militari. Un giovane tenente si innamora di lei e la spia ne approfitta per carpire informazioni, finché è vinta dal sentimento ricambiato che le costa la vita.

Negli stessi anni, ben alto tono e sembianze ha Mata Hari nelle mani dell’inventore dell’umorismo moderno, che ancora alimenta il serbatoio comico, cinematografico e televisivo: Achille Campanile. Una sua rubrica su un giornale umoristico, è intitolata “Matta eri”: qui il meccanismo comico si basa sull’invenzione di una rivale della spia la cui gelosia fa saltare i piani e provoca guai. C’è da fare un salto in una emeroteca, magari della Biblioteca nazionale di Roma, per saperne senz’altro di più.

Un riferimento bibliografico attuale: la biografia dell’antropologa americana Pat Shipman, “Mata Hari, femme fatale” rivede la storia della donna fatale alla luce di lettere e diari inediti,: più che una spia traditrice c’è il ritratto di una donna tradita dagli uomini amati, vittima del pregiudizio, ma anche della ragion di stato. Altro suggerimento di lettura, “Violent Femmes. Donne spia, da Mata Hari ad Alias”, di Rosie White, (Odoya edizioni, 2008, prefazione di Carmen Covito). La figura della donna-spia continua a suggestionare l’immaginario collettivo; dal cinema alla fiction televisiva, dalla letteratura al videogioco. Il ruolo e la rappresentazione della donna-spia si sono trasformati con l’evolversi della società. Restano sempre i pruriti e morbosità di sottofondo. Resta la contraddizione tra femminilità, potere, sessualità, identità nazionale. Certo è che Mata Hari alimenta ancora curiosità e interesse. Chissà cosa direbbe oggi, se piombasse in Italia, nel trovare in azione squadroni di cosiddette escort, lei che praticò il sesso per puro piacere, seppe inventarsi un personaggio, visse a colpi di fantasia e audacia, forse con punte di ingenuità, fu artefice delle sue fortune, meno dell’epilogo della sua vita. Chissà cosa direbbe della mostra, ovunque e comunque, di corpi nudi di donna, esibiti senza originalità né talento alcuno, o degli harem in nome neanche più di una ragione di stato ma degli appetiti del generalissimo di turno sulla via del tramonto. Chissà cosa direbbe, infine, se mai fu spia, a vedere in questo paese uno spionaggio femminile improntato all’esercizio del ricatto, consumato attraverso telefonini in regge d’alto rango, tutte di proprietà del padrone dell’Italia spa, spionaggio praticato in cambio di tanto denaro in una botta o di una comparsata televisiva.