Giallo di China

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (1)Ho scoperto da poco che un noto ristorante romano offre, nel suo menù, accostamenti  culturalmente arditi come i ravioli al vapore ripieni di coda alla vaccinara. Questo incipit è solo apparentemente disgiunto dal nostro oggetto di discorso perché guardare Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma ha suscitato in me più o meno le stesse sensazioni che, immagino, si provino nel trovarsi di fronte suddette proposte gastronomiche. Mi spiego meglio. Il regista di questo film era stato etichettato, all’apice della sua carriera, come lo Steven Spielberg di Hong Kong (povero Spielberg, ma quanti suoi cloni esistono in giro per il mondo?!). Intuisco che ciò significhi budget lussuosi, una certa attenzione alla storia e una regia dotata di personalità.

Se è vero che Tsui Hark ha avuto Spielberg come modello di riferimento, probabilmente non ha pensato a quello emozionale e riflessivo degli ultimi film ma a quello più avventuroso e giocherellone degli anni ’80 e ’90. Insomma, lasciando stare i giri di parole, questo film si ispira dichiaratamente a Indiana Jones, persino nella struttura del titolo. Ma se è piuttosto plausibile per lo spettatore immaginare il professor Jones alle prese con una misteriosa avventura ambientata in Cina (cosa c’è di più esotico e misterioso della Cina?!) risulta invece un po’ più impegnativo, almeno per noi occidentali, seguire le vicende di un personaggio stile Indiana Jones ma appartenente lui stesso alla cultura cinese e, per di più, protagonista di una storia ambientata secoli e secoli fa.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2)

Infine, ennesima secchiata di benzina sul fuoco della curiosità, questo film si presenta come un giallo classico, completo di omicidi apparentemente inspiegabili. E siccome l’estate non è estate senza aver visto almeno un film giallo, ecco che l’avventura di detective Dee diventa irrinunciabile.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (3)La partenza è ben congegnata: nella Cina del 600 la prima imperatrice donna sta per essere incoronata, nonostante l’esplicito scontento dei tradizionalisti. I preparativi per la cerimonia, però, vengono interrotti da una serie di morti che sembrano causate dall’ira degli Dei. A investigare su di esse viene chiamato un carismatico detective (ma esistevano i detective nella Cina del‘600? È proprio vero che hanno inventato tutto prima di noi) che ha un controverso passato da ribelle proprio contro l’imperatrice che ora è chiamato a difendere. Anche il finale è indubbiamente un’espressione di ottimo cinema, da tutti i punti di vista: effetti speciali maestosi e ben realizzati, la storia che si conclude con grazia, persino una morale interessante e non didascalica. Il sottofinale, poi, è un vero e proprio tocco da maestro che lascia la porta aperta ad eventuali nuove avventure di Dee, se possibile ancora più improbabili di quelle che gli sono appena occorse.

Ciò che mi lascia perplessa è tutto quello che c’è tra questo buon inizio e questa ottima fine. In primo luogo gli interminabili combattimenti volanti che, confesso, preferirei veder vietati per legge. Senza di quelli il film durerebbe mezz’ora in meno e sarebbe incalcolabilmente più godibile. In secondo luogo la trama si rivela sempre più farraginosa: non solo poco credibile – il che non sarebbe un vero problema in un contesto di genere che confina spesso con il fantasy – ma soprattutto poco logica e poco scorrevole. O l’ennesima serie di calci rotanti ha intorpidito le mie facoltà di comprensione o gli sceneggiatori hanno ritenuto la consequenzialità e la coerenza requisiti secondari di questa avventura. Infine un problema del tutto culturale: la comicità orientale inserita in un film dall’impianto tutto sommato classicamente hollywoodiano, talvolta lascia sinceramente interdetti.

Se vi consiglio di vedere questo film quando uscirà in sala alla fine di Agosto? Le recensioni degli specialisti del genere sono entusiaste. Come quelle dei ravioli al vapore ripieni di coda alla vaccinara.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (poster)Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (Di renjie)
China/Hong Kong 2010
regia di Tsui Hark
con Andy Lau, Carina Lau, Bingbing Li, Tony Leung Ka Fai, Chao Deng
durata 122 minuti

in Italia dal 26 Agosto 2011

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Last night I dreamt of you

Questo film parla di cose misteriose e inafferrabili: la felicità, il primo amore, i sogni. Di questi ultimi, soprattutto.
Infatti la storia inizia proprio con un sogno, liquido e indefinito, fatto dalla giovane Singing, una ragazza che vive con la madre vicino al molo e lavora sul traghetto che fa la spola con Kinmen. Singing ha sognato qualcuno che non conosce ma che sente essere molto importante per lei, qualcuno che forse somiglia a suo padre, disperso in mare tanti anni prima. Anche perché, nel sogno, quel ragazzo con la divisa militare stringeva un oggetto molto caro per Singsing, l’unico ricordo di suo padre.

Singing si addormenta e percorre le Terre del Sogno, ma, come tutti noi, vive anche nel mondo della veglia. E non sempre è facile comprendere i confini tra i due luoghi. Soprattutto perché Tsung, il ragazzo che Singing conosce e di cui si innamora, è proprio il soldato del sogno; o, forse, perché quello che succede a Singing è incredibile come il più bello dei sogni.
Il giovane regista taiwanese Hou Chi-Jan – al suo primo, promettente lungometraggio – racconta, con delicatezza, il sentimento che nasce tra i due ragazzi. L’effetto poeticissimo è dovuto in parte a precise scelte di regia e fotografia ma è certamente debitore anche alla straordinaria bravura e naturalezza dei due giovanissimi interpreti (Nikki Hsin-Ying Hsieh e Bryan Shu-Hao Chang) che palpitano insieme ai loro personaggi con ogni respiro, ogni sguardo, ogni sorriso felice e imbarazzato.

Peccato che in certi momenti non si riesca a evitare qualche scivolata nel patinato-caramellato e qualche manierismo da iconografia manga. Un ruolo decisivo in questa stonatura lo gioca anche la musica, troppo esplicitamente costruita a tavolino per suscitare le emozioni dello spettatore.
Ma tralasciando questi piccoli fastidi, il film procede con grazia viaggiando disinvoltamente tra sogno e realtà, tra passato e futuro, incrociando le storie di Singing con quella di Tsung, quella di un operaio indiano naufragato e quella del padre di Singing stesso.
In fondo, chi può dire con certezza cosa accade nei sogni? Chi può giurare che quei visi sconosciuti – che pure in sogno appaiono così familiari – non siano visioni del futuro o, addirittura, i sogni di qualcun altro in cui siamo per qualche motivo inciampati?

Se altri film che hanno scelto il sogno come tema hanno cercato di riprodurne la logica, sembra che l’intento di Hou Chi-Jan fosse, piuttosto, quello di ricrearne l’estetica surreale che mescola il quotidiano all’inconcepibile. Quello che colpisce lo spettatore, infatti, è soprattutto la diffusa sensazione di mistero, unita al sospetto, da qualche parte dentro di noi, che nei sogni siano nascosti dei messaggi importanti che ancora non siamo in grado di decifrare.
La trama è solo apparentemente complicata ma, alla fine, ogni cosa trova una sua collocazione, sebbene l’autore non paia considerare la struttura narrativa una delle sue priorità.
Man mano che il finale si avvicina, il tema del sogno e della sua potenzialità (potremmo, attraverso i sogni, addirittura cambiare il nostro futuro?) viene sostituito prepotentemente da una serie di riflessioni (non particolarmente originali) sull’amore che vince su ogni cosa, persino sulla morte, persino sull’istinto animale di salvare se stessi.

Nessuna programmazione prevista in Italia, al momento, per questo film che ha suscitato un certo interesse al festival di Berlino.
Forse la trama leggermente discontinua e alcune sequenze volutamente illogiche hanno scoraggiato i distributori. Ma il film è molto più accessibile di quanto ci si potrebbe aspettare e rappresenta indubbiamente un’interessante opera prima.
La giovanissima coppia non si scambia neanche un bacio davanti ai nostri occhi, eppure i loro dialoghi, banali e triti come quelli di ogni coppia di adolescenti, comunicano perfettamente la certezza che il loro sia un amore puro e profondissimo.
A vederli così completamente felici verrebbe voglia di avere di nuovo sedici anni e di innamorarsi di nuovo per la prima volta.
O almeno di poterlo sognare.

 

One day, Taiwan 2010
regia di Hou Chi-Jan
con Nikki Hsin-Ying Hsieh e Bryan Shu-Hao Chang
93 minuti
sito ufficiale del film