La rivincita dei bâtards

Quello che tutti sanno di Le nom des gens è che la protagonista, Baya (la giovane e bravissima Sara Forestier), prende molto sul serio un suo originale impegno politico ispirato al famoso slogan degli anni Sessanta make love not war: va a letto con “quelli di destra” (i fachos) e li converte con successo alle idee della sinistra, sobillandoli nel momento in cui sono più vulnerabili. Effettivamente lo spunto basta da solo ad attirare il pubblico, con la promessa – perfettamente mantenuta – di un’ironia franca, divertente e intelligente sulla destra (le destre, visto che l’azione si svolge all’epoca del ballottaggio Chirac/Le Pen) col suo machismo, ma anche sulla creatività a cui deve ricorrere la base della sinistra in mancanza di alternative valide di governo (suona per caso familiare in Italia?).

Puntare solo su questo dettaglio – come ha scelto di fare la distribuzione – risulta però ingiustamente riduttivo per una storia molto più ricca di riflessioni sui rapporti di coppia, l’amore e la diversità, in cui la connotazione politica della libertà sessuale di Baya è in realtà piuttosto marginale. Il film nel suo complesso è un inno accorato, corale e coloratissimo all’attaccamento alle proprie origini, non nel senso di sclerotico ripiegamento su se stessi e sulla propria comunità – nella maggior parte dei casi peraltro “immaginata”, quando si tratta di immigrati di seconda o terza generazione che magari non hanno mai messo piede nel “paese di origine” – ma ansia di andare incontro all’altro a braccia aperte; tutto il contrario, insomma, di quello che si chiama communautarisme nel dibattito francofono sul multiculturalismo e sul suo eclatante fallimento.
La forza della narrazione sta nel personaggio debordante di Baya (suona brasiliano, ma in effetti è un nome arabo), irresistibile fin dalla prima inquadratura dei suoi anfibi fucsia. Figlia di un immigrato algerino che ha perso quasi tutta la famiglia durante la guerra di indipendenza – periodo ancora molto oscuro della storia francese – e di una gauchiste che mette su con lui una casa piena di colori e gente di ogni tipo, Baya coi suoi grandi occhi azzurri sa che nessuno la prenderebbe per “sporca araba”, ma lei rivendica con orgoglio il suo inequivocabile cognome, Benmahmoud.

Il giorno che incontra Arthur Martin (che sarebbe come chiamarsi Mario Rossi in Italia), veterinario solitario specializzato in necropsia aviaria e seguace del “principio di precauzione”, niente al mondo sembra meno probabile di una loro storia d’amore. Arthur (Jacques Gamblin), infatti, è la quintessenza dell’uomo qualunque, educato a passare inosservato da una madre sfuggita da bambina alla deportazione nazista, che per tutta la vita non racconta mai nulla sui propri genitori né su quello che è successo “quel giorno” e, anzi, con conquistata serenità dissimula il suo cognome originario, Cohen, dietro al banalissimo e molto francese Martin del marito. Arthur per lungo tempo non sa nemmeno di avere origini ebree, non sente l’olocausto come parte della storia della sua famiglia e rifiuta il vittimismo da un lato e il senso di colpa nazionale dall’altro.

Possono due esseri così diversi innamorarsi e essere felici insieme? Esuberanza contro riservatezza; sinistra “senza se e senza ma” contro jospinisme (il vero Lionel Jospin regala un simpatico cammeo); mezzosangue arabo contro mezzosangue ebreo? Fra le rocambolesche avventure dei due improbabili amanti, il regista e sceneggiatore Michel Leclerc (César 2011 insieme a Baya Kasmi per la miglior sceneggiatura originale) ci accompagna per mano sulla soglia della domanda più tabù e sconvolgente che si possa fare in Francia: chi – o cosa – sono veramente i francesi? Il nostro cognome cosa dice della nostra gente, della nostra storia e, più di tutto, del nostro futuro? In un’Europa sempre più allargata e sempre meno sicura della propria identità, in cui pretesi miti celtici si materializzano alle latitudini meno attendibili e una certa tendenza all’arianesimo non è mai davvero sopita, non ci resta che sperare anche noi, come Baya, che quando al mondo saremo tutti bastardi, finalmente vivremo in pace.
Secondo l’Istat, in Italia gli stranieri regolarmente residenti sono il 7% della popolazione; di questi, il 22% sono minorenni e 573mila sono nati in Italia. Forse è già tempo che cominciamo a chiederci anche noi chi sono veramente gli italiani e che genere di paese vogliamo diventare.

 

Le nom des gens (nella versione inglese: The names of love)
Francia, 2010
regia di Michel Leclerc
sceneggiatura di Michel Leclerc e Baya Kasmi
con Jacques Gamblin, Sara Forestier, Zinedine Soualem
durata 1h44m

distribuzione in Italia in attesa di programmazione

Ma chi abita al sesto piano?

In molti palazzi antichi a Parigi l’ultimo piano è una specie di mezzanino organizzato in minuscole stanzette, con un unico bagno in fondo al corridoio; è lì che abitavano le domestiche – prima francesi venute dalla campagna, poi spagnole, portoghesi e così via – a servizio presso le famiglie benestanti. Questo è il “sesto piano” del titolo, colonizzato negli anni Sessanta da una comunità di domestiche spagnole in cui convivono fianco a fianco la cattolica devota e la sindacalista repubblicana, la signora di una certa età che vuole costruire “al paese” la casa dei suoi sogni e la bella ragazza che spera in un matrimonio che la salvi dal bisogno di lavorare.

La giovane Maria, bella e generosa, fa il suo ingresso come domestica nel tranquillo tran tran della famiglia Joubert. Suzanne e Jean-Baptiste Joubert sono una coppia assolutamente perfetta secondo il canone borghese: lui provvede al benessere economico di tutta la famiglia, lei si dedica a spendere i soldi e mostrare il loro status con la massima eleganza e buon gusto, i due figli maschi studiano in collegio, la cameriera controlla che l’uovo sodo cuocia per esattamente due minuti: non un secondo di più, non uno di meno.

Ma il confronto accidentale col mondo “del sesto piano” incrina questa perfezione pacata, controllata e priva di passione; Jean-Baptiste scopre all’improvviso l’esistenza di un intero universo di colori, sapori e emozioni a lui sconosciuti e intravede un’altra vita possibile: meno imbrigliata nella routine, più aperta all’improvvisazione. Fino a che non decide, a 45 anni suonati, di lasciare tutto per inseguire il vero amore.

La trama non è particolarmente originale e la sceneggiatura si puntella su un gran numero di luoghi comuni, per quanto simpatici, come spesso succede nei film in cui l’immigrazione non è tanto il tema quanto un pretesto narrativo. Così che la tardiva scoperta della vita e dell’amore da parte del facoltoso commercialista francese a volte sembra dipendere più da chorizo, vino di Malaga, flamenco e paella che dai begli occhi della domestica. Ma la diligenza con cui Jean-Baptiste si interessa alla cultura spagnola per avere accesso a questo mondo femminile e segreto è tenera, sincera e decisamente spassosa.

Il film si regge soprattutto sull’ottima interpretazione di Fabrice Luchini, che regala al personaggio di Jean-Baptiste una verve frizzante e leggermente tragicomica; molto brava anche Sandrine Kiberlain (Suzanne) nel ritratto impietoso del “mestiere di signora” ma meno convincenti i personaggi delle domestiche spagnole, un po’ troppo caricaturali. Gradevole e divertente, questa storia franco-spagnola d’amore e scoperta ha anche il pregio di rammentare, en passant, che di migrazione abbiamo sempre vissuto in Europa, né avremmo potuto fare altrimenti: a quell’epoca tutti lo sapevano, molti decenni prima della “generazione Erasmus”.

Le donne del sesto piano (Les femmes du sisième étage), FR 2011
di Philippe Le Guay;
con Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalie Verbeke, Carmen Maura
106 minuti

nelle sale dal 10 Giugno 2011

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