Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. II: Comedy (più o meno) #winter14tv

Secondo articolo dedicato alle serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Oggi parliamo di commedie, ma soprattutto di dramedy, come amano dire quelli più à la page.


babylon

Babylon, Channel 4 (episodio pilota, 9 febbraio)
La prima stagione, costituita da sei episodi, andrà in produzione solo a primavera, ma per scaldare i motori Channel 4 ha deciso di mandare in onda l’episodio pilota già durante l’inverno. Episodio pilota sui generis, in realtà, poiché vista la lunghezza (circa 80′) potrebbe essere considerato un vero e proprio film per la tv. Questo oggetto televisivo anomalo si merita la nostra attenzione non solo perché reca in calce la firma di un regista di richiamo come Danny Boyle, ma soprattutto perché Channel 4 ci ha abituato in questi anni a produzioni di altissima qualità (le disturbanti — e cinematograficamente pregevolissime — Black Mirror e Utopia su tutte), e gode quindi di grande fiducia da parte nostra. Babylon è un poliziesco che ambisce a mescolare commedia (forse addirittura satira) e procedural drama raccontando, con abbondanza di humor caustico, il tentativo del comandante della polizia londinese (nota ai più come “the Met”) di migliorare la percezione pubblica delle forze dell’ordine in un epoca in cui, tra cittadini sempre muniti di smartphone e giornalisti obbligati a riempire di contenuti il ciclo continuo dell’informazione mediatica, l’operato della polizia finisce spesso nell’occhio del ciclone per la propria inefficacia, inettitudine o, peggio, per la propria brutalità. Il commissario Richard Miller (Jimmy Nesbitt) decide di affidare l’incarico alla rinomata PR americana Liz Garvey (Brit Marling), guru della comunicazione e super-esperta di nuovi media, la quale dovrà destreggiarsi tra poliziotti ostili, colleghi invidiosi e giornalisti senza scrupoli per riuscire ad implementare una strategia comunicativa imperniata sulla trasparenza. Purtroppo per lei, si trova subito nel bel mezzo di una crisi (un misterioso cecchino sparacchia sui terrorizzati londinesi) che ne metterà alla prova le capacità.
Forse pecca di eccessivo eclettismo, poiché il tono comico, la satira sulla comunicazione e l’impietoso e cinico sguardo sulla disfunzionalità del dipartimento di polizia talvolta coesistono a fatica, e il ritmo frenetico che contraddistingue lo stile di Boyle non è quello a noi più congeniale, ma vi consigliamo comunque di dargli un’occhiata.

shameless

Shameless, Showtime (quarta stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
La famiglia più sgangherata d’America si appresta ad affrontare un altro gelido inverno nei bassifondi del South Side di Chicago. In realtà, i Gallagher potrebbero essere meno sgangherati del solito, poiché Fiona (Emmy Rossum), grazie ad un lavoro rispettabile e a uno stipendio dignitoso, sta trascinando di peso la famiglia al di sopra di quella soglia della povertà che fino ad ora li ha costretti a lottare per la sopravvivenza con ogni mezzo lecito e (più spesso) semi-illecito. Le difficoltà economiche meno pressanti e il lusso dei tanto sospirati “benefits” (roba tipo l’assicurazione sanitaria, per intenderci) di cui può godere un’onesta (?) famiglia della lower middle class coincidono, tuttavia, con un momento di disgregazione della famglia stessa: Lip (Jeremy Allen White) è una matricola alla University of Chicago, non sempre a suo agio; Carl (Ethan Cutkosky), psicopatico in erba, manca chiaramente di una figura paterna di riferimento; Debbie (Emma Kenney) è alle prese con con i primi amori adoloscenziali; e Ian (Cameron Monaghan) è desaparecido, dato che, senza informare nessuno, si è arruolato nell’esercito (spacciandosi per il fratello, lo ricorderete dalla scorsa stagione). Su questa semi-sicurezza economica incombe, come sempre, la minacciosa presenza di Frank (William H. Macy), il disastrato capofamiglia per nulla convinto dall’accorato appello di Fiona che, in maniera un po’ melodrammatica, lo supplicò, in nome dell’amore che dovrebbe legarlo ai propri figli, di raddrizzare la propria condotta ed evitare la propria autodistruzione per mezzo delle sue infinite dipendenze. Anni di abusi di alcool e di qualunque tipo di sostanza anche vagamente psicoattiva hanno gravemente minato il fisico di Frank, il quale necessita ormai di un fegato tutto nuovo. Non osiamo immaginare come riuscirà a procurarselo, ma potrebbe essere questo il momento della redenzione di una delle canaglie più divertenti e allo stesso tempo più riprovevoli del panorama televisivo? E se la cronica irresponsabilità di Frank si fosse trasferita, con tutto il resto del patrimonio genetico, alla solitamente combattiva ma deliziosa Fiona?
Il lato positivo di Shameless è che, con il passare delle stagioni, sta crescendo insieme ai suoi protagonisti, riuscendo nell’impresa di tagliare poco a poco gli archi narrativi insopportabili (Jody & Karen, Jimmy/Steve) per concentrarsi sulle (dis)avventure della famiglia e dei circoli che le orbitano intorno — i Malkovich, se possibile ancora più disastrati dei Gallagher, e la divertente coppia Kev & Veronica (Steve Howey e Shanola Hampton) alle prese con un’inaspettata nidiata di pargoli. Se nel corso della stagione anche Sheila (Joan Cusack) dovesse partire potremmo avere per le mani la commedia perfetta per noi, leggera e con la giusta dose di sentimentalismo e melodramma (ovvero, una spruzzatina di entrambi, ma in quantità non tossiche).

girls

Girls, HBO (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Le Piccole Donne in versione contemporanea newyorkese crescono, ma alle soglie dei 25 anni la transizione verso l’età adulta non è certo completa, e il percorso appare accidentato, non lineare e mai indolore. Le quattro ragazze continuano ad essere antipatiche e spesso insostenibili, ma un chiaro segno della loro crescita è il modo in cui provano a circumnavigare le difficoltà: non più strepiti e piagnistei contro il mondo ingiusto, ma la ricerca di strade alternative, di piani B non sempre intelligenti ed efficaci, ma che sono pur sempre dei tentativi. Cosa le attende, quindi, in questa stagione? Abbiamo lasciato Hannah Horvath (Lena Dunham) tra le braccia di Adam Sackler (Adam Driver) nel finale rom-com della scorsa stagione, e ora i due convivono e sembrano aver trovato la giusta dimensione della loro relazione. Hannah persegue con ostinazione il progetto dell’e-book che dovrebbe lanciarla come “voce di una generazione”, ma per il soggiungere di nuovi intoppi si troverà a svolgere un lavoro redazionale che cozza irrimediabilmente con il suo narcisismo patologico, ma che d’altro canto potrebbe essere il reality check di cui ha un gran bisogno. La ribelle Jessa Johansson (Jemima Kirke), appena dimessa da un centro di recupero, proverà a stabilizzare la propria vita raminga lavorando come commessa in un negozio di vestiario infantile, ma finirà soprattutto per terrorizzare le neo-mamme che frequentano detto negozio. Shoshanna Shapiro (Zosia Mamet) è ancora la più naif del lotto, e pare aver passato il suo periodo di sperimentazioni sessual-sentimentali per dedicarsi con continuità al suo piano che dovrebbe condurla al successo nel giro di quindici anni. E poi Marnie Michaels (Allison Williams), l’ex-perfettina del gruppo le cui granitiche certezze si sono dissolte con la fine della relazione con Charlie, e che ora, in un momento di sbandamento totale, troverà inaspettata consolazione con Ray Ploshansky (Alex Karpovsky).
Girls ha il pregio di trattare con leggerezza — ma allo stesso tempo con cinismo — le difficoltà di queste quattro millennials, offrendo piccoli bozzetti in cui emergono con tutta la loro forza le enormi difficoltà di dare un senso alla propria vita. La creatura di Lena Dunham continua a polarizzare la critica e il pubblico: se talvolta la serie viene glorificata al di là dei propri evidenti meriti, molto più spesso prevale una reazione infastidita ad una narrazione che a noi appare invece onesta e in grado di adoperare con perizia lo strumento dell’ironia, capace di veicolare attraverso di essa una ben articolata critica ad alcune tendenze ben presenti nella società contemporanea. E se il motivo delle critiche è ancora, alla terza stagione, l’esibita nudità della protagonista a dispetto del fisico non perfetto, beh, è la dimostrazione che Dunham, Judd Apatow e colleghe sono capaci di toccare argomenti (e, tutto sommato, di problematizzarli a dovere) che, inspiegabilmente, sono tabù ancora ben radicati.

looking

Looking, HBO (prima stagione, 8 episodi, 19 gennaio)
Patrick Murray (Jonathan Groff) è un giovane sulla trentina, level designer in una software house che sviluppa videogiochi. Agustìn (Frankie J. Alvarez) è un aspirante artista, suo miglior amico sin dai tempi del college. Dom (Murray Bartlett) è il più grande dei tre, prossimo alla quarantina, e lavora come cameriere. Tutti e tre sono alla ricerca di qualcosa, e tutti e tre subiscono, in qualche modo, pressioni sociali che li rendono insoddisfatti di ciò che hanno: Patrick ha successo nel lavoro, patisce la mancanza di relazioni stabili e durature; Agustìn, il quale coltiva ancora sogni d’artista, è appagato dagli evidenti “pro” di una convivenza e di una relazione stabile, ma è allo stesso tempo intimorito dai “contro” (serate in pantofole davanti alla tv, rinunce e compromessi); Dom è quasi la somma di entrambi, prossimo a scollinare gli “anta” e consapevole che i suoi sogni sia sentimentali che professionali sono ben lungi dall’essere realizzati. Alcune figure di secondo piano aiutano a completare le varie sfaccettature della cultura gay: Doris (Lauren Weedman), divertentissima coinquilina di Dom; Lynn (Scott Bakula), gay maturo e imprenditore a Castro, memore dei tempi in cui nelle le strade di Frisco la comunità gay lottava per la propria legittimazione; Frank (O.T. Fagbenle), compagno e convivente di Agustìn; Richie (Raúl Castillo), l’ultimo interesse sentimentale di Patrick, rappresentante dell’anima latina della città. Ed è poi la città stessa e la comunità che la abita ad essere protagonista, con i suoi luoghi tipici, le sue consuetudini, i suoi riti collettivi.
Una serie sulla vita di tre (più o meno) giovani gay nella San Francisco contemporanea non può che suscitare la lapidaria definizione di “equivalente gay di Girls“, ma sarebbe un parallelo semplicistico e fuorviante. Lo sguardo di Michael Lannan sui suoi personaggi mira a svelarne i sentimenti più intimi, ma riesce a farlo in modo discreto e garbato, attraverso una narrazione compassata delle loro amicizie e delle loro relazioni sentimentali. La qualifica di dramedy, in gran voga di questi tempi, potrebbe addirittura essere erronea, sia perché l’elemento commedia non è così evidente (niente gag comiche o grottesche, e personaggi distanti anni luce dal gay “flamboyant” così presente nel discorso mainstream), sia perché di vero e proprio drama, ormai a metà stagione, non c’è traccia: ci sono delusioni, qualche tensione nei rapporti interpersonali, incertezze e ripensamenti, titubanze e imbarazzi, ma nessun evento che davvero sconvolga la quotidianità. Tutto questo, che ci crediate o no, è un gran pregio. Altra nota di merito: la regia (spesso curata dal produttore esecutivo Andrew Haigh) ben si combina con lo stile di scrittura, restituendo immagini dei protagonisti il più possibile oneste e delicate, attenta a cogliere le impercettibili sfumature in grado di esprimere le emozioni più nascoste e complesse ma mai invasiva e iper-presente. Il gradevole stile visivo di Looking può contare, inoltre, su un’eccellente fotografia, in grado di fare un uso impeccabile della luce naturale e di restituire in modo convincente la calda e morbida luce che avvolge San Francisco e la fa risplendere in tutta la sua bellezza e peculiarità.

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The Spoils Of Babylon, IFC (miniserie, 6 episodi, 9 gennaio)
Nell’introdurre la stagione invernale 2014 avevamo accennato al revival delle miniserie Anni ‘70/’80, e il progetto di Andrew Steele e Matt Piedmont (quest’ultimo anche regista dell’intera serie) potrebbe essere il miglior esempio di questa tendenza: compiendo un triplo salto meta-filmico, The Spoils of Babylon è infatti una miniserie che presenta una miniserie che è a sua volta una parodia delle grandiose, epiche miniserie speciali in voga in quei decenni, spesso tratte da bestseller letterari e contraddistinte da una rara pretenziosità. Al livello della parodia, The Spoils Of Babylon è la (finta) miniserie tratta dal (finto) romanzo omonimo del fantomatico Eric Jonrosh, scrittore e genio autoproclamato, ma soprattutto autore, regista e sceneggiatore (e mille e mille altre cose) della trasposizione televisiva della sua opera di maggior successo. Jonrosh introduce ogni puntata con dei preamboli ampollosi e autocelebrativi, disvelando i dietro le quinte del suo ambizioso kolossal televisivo: una serie di 22 ore incentrata sulla saga familiare dei Morehead, dalla scoperta del giacimento di petrolio a partire dal quale il capofamiglia Jonas fondò il proprio impero all’incestuosa passione amorosa che sin dall’adolescenza travolse la sprezzante figlia Cynthia e l’idealista figlio adottivo Devon.
La struttura della trama, arrovellata all’inverosimile e continuamente stravolta da improbabili (o, viceversa, telefonatissimi) colpi di scena, è essa stessa oggetto della parodia che investe tutti i cliché propri del codice espressivo televisivo e cinematografico dell’epoca: il tono melodrammatico e soap-operistico, i dialoghi dalla verbosità eccessiva, le recitazioni drammaticamente sopra le righe, le ambientazioni grandiose ma che, nei campi lunghi, rivelano essere costruite con modellini da pochi spiccioli, i fondali smaccatamente finti, le musiche pompose e iper-enfatiche, la regia che ambisce ad essere raffinata ma inciampa spesso in grossolani errori, le azzardate sperimentazioni stilistiche destinate a tracimare nel kitch, e così via. Il ritmo della serie (e della serie nella serie) è però sin troppo stagnante — nonostante la brevissima durata degli episodi — e le gag comiche non sono sempre divertentissime. La vera fonte di divertimento, in grado di compensare parzialmente queste pecche, è il gioco metalinguistico davvero ottimo, merito anche di un super-cast che può contare su un numero spropositato di stelle: oltre ai protagonisti Tobey Maguire (Devon), Kristen Wiig (Cynthia) e Tim Robbins (Jonas), il parco attori annovera tra le sue fila anche Jessica Alba, Val Kilmer, Haley Joel Osment, Carey Mulligan (solo in voce), Michael Sheen, e, a svettare su tutti, Will Ferrell, brevemente nei panni dello Shah di Persia ma soprattutto in quelli di un Eric Jonrosh ricalcato sull’avvinazzato, panciuto e barbuto Orson Welles di fine carriera. La produzione è a cura di Funny Or Die, il noto sito di parodie fondato, tra gli altri, proprio da Ferrell.

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Inside No. 9, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 5 febbraio)
Cosa succede al numero 9 della strada in cui abitate? Cose ordinarie, cose buffe e cose macabre e atroci, secondo questa antologia di sei episodi il cui tono si situa a metà tra commedia, thriller e horror. Nel corso delle sei storie indipendenti che compongono questa prima stagione, i due attori protagonisti, Reece Shearsmith e Steve Pemberton, ricopriranno ruoli sempre diversi in ambientazioni altrettanto distinte, ma tutte accomunate dall’avere il numero nove sulla porta d’ingresso. Le informazioni in merito alla serie non sono dettagliatissime, ma siamo grandi fan dello humor britannico e delle venature dark che lo contraddistinguono e che sembrano essere uno degli ingredienti primari di questa nuova serie, accanto ad una comicità fisica e a tratti surreale. A quanto pare anche la BBC nutre una discreta fiducia nei confronti dell’ultima fatica del duo noto per la serie cult The League of Gentlemen, dato che alla talentuosa coppia di autori-attori è stata già commissionata una seconda stagione ancor prima della messa in onda del primo episodio.

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This Is Jinsy, Sky Atlantic (seconda stagione, 8 episodi, 8 gennaio)
Nuove avventure per gli strambi personaggi dai nomi assurdi che abitano l’ancora più assurda isola di Jinsy, contrassegnata da fenomeni atmosferici imprevedibilii, abitata da animali bizzarri e caratterizzata dalla presenza incombente del misterioso “The Great He”. L’isoletta di fantasia in cui è ambientata questa stravagante commedia britannica accoglierà nuovi eccentrici residenti, anch’essi presumibilmente caratterizzati da un’onomastica inusuale e destinati, come tutti, a non sfuggire all’onnipresente orwelliano sistema di controllo di cui Jinsy è dotata. La seconda stagione, come la prima, promette sketch surreali, canzoncine buffe e la presenza di numerose guest star di richiamo (tra le quali spicca Olivia Colman).

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House Of Lies, Showtime (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Il gruppo storico si è disgregato alla fine della scorsa stagione, quando Martin “Marty” Kaan (Don Cheadle) ha messo in piedi il suo grande piano: avviare un’agenzia di consulenze tutta sua, Kaan & Associates, contando sul fatto che il gruppo storico di collaboratori aka “the Pod” — Jeannie van der Hooven (Kristen Bell), Clyde Oberholt (Ben Schwartz) e Doug Guggenheim (Josh Lawson) — avrebbe lasciato Galweather-Stearn per seguirlo nella sua ambiziosa avventura. Invece, in questo universo di eccentrici ricconi one-percenter e consulenti viscidi come serpenti, chi di doppiogioco ferisce rischia di essere ripagato con la stessa moneta, ed è precisamente quello che è successo a Marty: nessuno lo ha seguito, e lui è rimasto solo con la patata bollente in mano. Ma poiché egli è anche eccellente nel proprio lavoro, o addirittura il migliore, Kaan & Associates ha comunque preso il via, ed è alla ricerca di ricchi clienti per riempire il proprio portfolio e soprattutto le proprie tasche. La nuova stagione seguirà il tentativo di rimettere il gruppo assieme, poiché, nonostante gli sfottò, nonostante gli insulti, e anche se non lo ammetterebbero mai, i quattro si trovavano bene assieme. E tra Marty e Jeannie è ancora ben presente un’irrisolta attrazione sentimentale che i due non si decidono ad affrontare.
House of Lies prosegue ad esplorare le vicende di questi eccellenti professionisti dalle vite private incredibilmente danneggiate con la solita miscela di humor cinico e cattivo, ma il tono è così monocorde, e i personaggi così negativi e senza alcuna qualità in grado di redimerli o renderli interessanti, che l’intero prodotto, nonostante uno stile visivo sgargiante e intrigante, spesso risulta solo irritante.

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Chozen, FX (prima stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Chozen (doppiato da Bobby Moynihan) è un rapper bianco, gay, appena uscito di prigione (l’avrete notato, l’ex-galeotto protagonista è un tema ricorrente), dove ha scontato la pena per una falsa accusa orchestrata da un ex-membro della sua crew (doppiato da Method Man) diventato nel frattempo uno dei nomi più celebrati dello star system. Uscito dal carcere, Chozen proverà, con la collaborazione di un gruppo di amici un po’ sfigati, a trasformarsi in un rapper di successo. Lo stile grafico è tratto di peso da Archer (vedi sotto), il tono — volgare, sguaiato, basato su una comicità grossolana tesa a sfidare in modi prevedibili il puritanesimo e l’ipocrisia del politicamente corretto — proviene dritto dritto da Eastbound & Down, e non è un caso che i produttori di entrambe le serie siano dietro a questo prodotto.

Community, NBC (quinta stagione, 13 episodi, 2 gennaio). Il creatore dello show Don Harmon è di nuovo al timone della sit-com ambientata tra gli studenti e i docenti del fittizio Greendale Community College. Stagione imbottita di guest star, tra cui spiccano Nathan Fillion, Johnatan Banks e nientepopodimeno che Walton Goggins.

Enlisted, FOX (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Le (dis)avventure in caserma di tre fratelli (il sergente Pete Hill, reduce dell’Afghanistan, e le due reclute Derrick e Randy) e del plotone di disadattati di cui fanno parte. La solita insipida sit-com familiare ibridata con la solita insipida sit-com militare.

Archer, FX (quinta stagione, 13 episodi, 13 gennaio). La commedia/spy story animata, uno dei maggiori successi in casa FX, è stata sottoposta ad una consistente ristrutturazione, tale da cambiare il titolo in Archer Vice ed assumere un’estetica che ricorda vagamente Grand Theft Auto: Vice City. Questo perché si è scoperto che l’agenzia spionistica ISIS non era in realtà un’agenzia governativa autorizzata, e i suoi membri sono costretti ad appendere al chiodo gli strumenti da spia per riciclarsi come spacciatori di cocaina. Di tanta, tantissima cocaina: una tonnellata!

Broad City, Comedy Central (prima stagione, 10 episodi, 22 gennaio). Due squattrinate ventenni a New York, tra lavori precari e decisioni azzardate che non pagano (quasi) mai, intrappolate, come ogni sitcom che si rispetti, in una dinamica che, rubando una citazione illustre, potremmo definire “Try again. Fail again. Fail better”. Creata, prodotta e interpretata da Ilana Glazer e Abbie Jacobson (protagoniste nei ruoli di… Ilana e Abbie), la serie si basa sull’omonima webserie che le due amiche hanno messo in scena dal 2009 al 2011.

Rake, FOX (prima stagione, 13 episodi, 23 gennaio). L’attività professionale dell’avvocato difensore Keegan Dean messa a repentaglio dalla sua incasinatissima vita privata, tra una ex-moglie che lo maltratta, giudici che non lo rispettano, e il fisco che lo insegue. Lui ci mette del suo, parlando spesso a sproposito e coltivando interessi sconvenienti (prostitute e gioco d’azzardo). Il pilot è a cura di Sam Raimi.

Ja’mie: Private School Girl, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 6 febbraio). Ja’mie è una studentessa presso la prestigiosa Hilford Girls’ Grammar School, e come tutte le teenager privilegiate è insopportabilmente vacua e snob. Commedia mockumentary creata dal comico australiano Chris Lilley (interprete della protagonista) andata in onda lo scorso autunno su HBO, ma siccome non ne abbiamo dato notizia allora la proponiamo in occasione dell’approdo sugli schermi inglesi.

About A Boy, NBC (prima stagione, n. di episodi da definire, 21 febbraio). Will è single e disoccupato, ma grazie ai diritti di una canzone di successo è libero di dedicarsi al cazzeggio più sfrenato. Anagraficamente è un adulto, ma in realtà è fondamentalmente un bambino, e in quanto tale stringerà un’inusuale amicizia con l’undicenne Marcus, figlio di Fiona, recentemente trasferitasi nell’appartamento adiacente. Tratto dall’omonimo best-seller di Nick Hornby, già fonte d’ispirazione di una dramedy per il grande schermo.

Doll & Em, HBO (prima stagione, 6 episodi, 19 marzo). Commedia semi-improvvisata che racconta le complesse dinamiche della profonda amicizia che lega due donne, un’attrice hollywoodiana e la sua amica d’infanzia assunta come assistente personale durante la lavorazione di un film. Doll (Dolly Wells) e Em (Emily Mortimer) sono realmente amiche fuori dal set.

… e poi tutto il resto:

Cougar Town, TBS (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Episodes, Showtime (terza stagione, 9 episodi, 12 gennaio)
Uncle, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 13 gennaio)
House Of Fools, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 14 gennaio)
Death In Paradise, BBC One (terza stagione, 8 episodi, 14 gennaio)
Suburgatory, ABC (terza stagione, 13 episodi, 15 gennaio)
Outnumbered, BBC One (quinta stagione, 6 episodi, 29 gennaio)
Mixology, ABC (prima stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Portlandia, IFC (quarta stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Legit, FXX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Saint George, FX (prima stagione, 10 episodi, 6 marzo)
Mind Games, ABC (prima stagione, 13 episodi, 11 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in quest'autunno 2013? Pt. III: Le serie europee #fall13tv

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Eccoci giunti al terzo appuntamento della nostra guida al panorama televisivo autunnale. Dopo aver esplorato l’élite dei canali televisivi statunitensi, il premium cable e il basic cable, e dato uno sguardo alle serie “blockbuster” che i loro capienti portafogli sono in grado di produrre, ci trasferiamo nel Vecchio Continente, dove gli studi non possono ambire alle stesse risorse economiche e le serie televisive raramente possono sperare di raccontare la propria storia in più di una mezza dozzina di episodi. Su questa sponda dell’oceano ci sono meno soldi, senza dubbio, ma le energie creative sono comunque di primissimo livello, e le serie di qualità prodotte in Europa non hanno nulla da invidiare ai riveriti colleghi della tv americana, specie sulle distanze brevi (miniserie, o giù di lì). Sono ormai numerose le serie originali europee (scandinave, per lo più) depredate per carenza di idee e riadattate per il mercato americano, e sono sempre più frequenti i casi di prodotti che, dopo la messa in onda in patria, trovano spazio nei palinsesti delle televisioni d’oltreoceano. Nelle precedenti puntate abbiamo visto i casi più recenti di questo fenomeno (Dancing on the Edge e A Young Doctor’s Notebook, rispettivamente su Starz e Ovation), e oggi ne diamo ulteriore conferma inserendo in questa lista le produzioni (inglesi) che verranno ritrasmesse dalla televisione pubblica americana (PBS).

Prima di cominciare, una precisazione doverosa: abbiamo intitolato il pezzo “le serie europee”, ma in effetti quest’etichetta potrebbe essere impropria, poiché non parleremo della televisione europea tout court (ché tanto lo sapete, la tv nostrana non la degniamo di uno sguardo, e gran parte del resto non lo conosciamo, anche a causa di evidenti barriere linguistiche). “Europa” coincide, nel nostro caso, pressoché unicamente con “Regno Unito”, poiché il 90% delle serie tv che presenteremo quest’oggi è a cura dei sudditi di Sua Maestà (mentre il restante 10% fa riferimento alle già menzionate tv scandinave). In verità potremmo addirittura restringere ulteriormente il campo, dato che la stragrande maggioranza di quel 90% in quota britannica è appannaggio di quel monumento della televisione mondiale che è la BBC.


Oggi parliamo di: Peaky Blinders, Quirke, Ripper Street, By Any Means, The Escape Artist, The Wrong Mans e Atlantis (BBC), The Tunnel e A Young Doctor’s Notebook & Other Stories (Sky Atlantic e Sky Arts), Downton Abbey (ITV), The Hollow Crown e The Paradise (PBS), London Irish (Channel 4) e, uniche eccezioni al monopolio anglosassone, Bron/Broen (SVT1/DR1) e Nymfit/Nymphs (MTV3)

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Peaky Blinders, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 12 settembre)
Alla faccia della “differente sensibilità europea”: la prima serie del lotto odierno è probabilmente la più “americana” (per modelli ispiratrici e forme della narrazione) vista in tempi recenti. Peaky Blinders è un crime drama in costume, non a caso propagandato come la versione inglese di Boardwalk Empire (e qualcuno ha anche azzardato un meno convincente “i Sopranos delle Midlands”, per via della saga familiare che percorre la serie), con il quale condivide l’ambizione di raccontare lo spietato mondo criminale degli Anni ’20, offrendone una rappresentazione che non lesina in violenza e turpiloquio. Tuttavia, l’ambientazione in cui sono calate le due serie non potrebbe essere più distante: in Peaky Blinders non c’è spazio per il lusso e i luccichii del lungomare di Atlantic City, i quali lasciano invece il posto alle tetre atmosfere degli slums di Birmingham. Il centro principale della cosiddetta “Black Country” è infatti una livida città industriale immersa in fumi malsani, attraversata da strade fangose, popolata da prostitute, ubriaconi, bambini teppisti, operai derelitti e gangster, assordata dall’incessante martellare proveniente dalle manifatture e illuminata dalle sinistre fiamme sputate dagli altiforni, che offrono un contributo decisivo alla creazione di una scenografia da girone infernale. Immaginate una pagina di Dickens, aggiornatela al primo dopoguerra, et voilà.
La serie ci porta nell’anno di (poca) grazia 1919, nel bel mezzo di un momento storico in cui il Regno Unito è percorso da mille tensioni: gli uomini, giovani e meno giovani (per lo meno quelli più fortunati), hanno appena fatto ritorno dalle trincee della Prima Guerra Mondiale, e ne portano ben visibili le cicatrici fisiche e psicologiche; in Irlanda gli eventi stanno rapidamente precipitando verso la sanguinosa guerra d’indipendenza; e, ciliegina sulla torta, il fantasma del comunismo, che per oltre cinquant’anni si è aggirato in forma esclusivamente eterea per la Vecchia Europa, ha finalmente acquisito sostanza, assumendo le fattezze concrete dei tanti movimenti e partiti politici determinati a rovesciare le classi dominanti sull’onda dell’entusiasmo scatenato dalla presa del potere da parte dei Bolscevichi in Russia. Questo groviglio di situazioni esplosive è ben visibile a Birmingham, tra ex-soldati tornati dal fronte con evidenti tracce di PTSD e immediatamente riassorbiti dalle sfiancanti mansioni operaie, agit-prop che minacciano scioperi e rivolte in grado di annientare lo sfruttamente capitalista, irlandesi indipendentisti intenti a pianificare le strategie di ribellione al dominio inglese, e le gang malavitose a dettare legge. I “Peaky Blinders” del titolo — una gang criminale storicamente esistita, attiva nell’area di Birmingham dalla fine del XIX Secolo — sono esponenti di spicco di quest’ultima categoria, insieme alle bande di irlandesi e di immigranti di varia provenienza (tra i quali, non vi stupirete, ci sono gli immancabili italiani), e sono dediti principalmente al controllo delle scommesse clandestine e alla ricettazione di merci rubate. L’origine del nome aiuta a ben caratterizzare lo spirito della banda, e in generale il clima dell’epoca: il curioso appellativo deriva infatti dal particolare segno distintivo indossato dai suoi membri, ovvero una lametta da rasoio cucita sulla visiera dei cappelli in uso all’epoca (“peaked caps”, appunto), il cui utilizzo principale, lo avrete intuito, non era esattamente quello canonico. La lametta era infatti la “weapon of choice” di questi amabili giovanotti, adoperata per sfregiare ed accecare (“blinders”, appunto) i rivali nelle frequenti controversie per il controllo del territorio. Il leader non dichiarato della gang è Tommy Shelby, il carismatico, bello e giovane protagonista: anch’egli reduce del fronte — sopravvissuto ad uno dei peggiori teatri della Grande Guerra, le Fiandre — si dedica, come gli altri ex-commilitoni, a medicare le proprie ferite interiori con abbondanti dosi di whisky irlandese e oppio. Ma Tommy è anche proprietario di una vivida intelligenza e di una pari ambizione, e si appresta ad assumere in modo più netto la leadership del gruppo, scavalcando il fratello maggiore Arthur (ma non la matriarca della famiglia, Aunt Polly, che continua ad avere un ruolo fondamentale nei processi decisionali della banda). Sarà proprio una decisione di Tommy, presa senza consultare il resto della gang, a mettere in moto gli eventi di questa prima stagione. Egli ha infatti ordinato il furto di alcune motociclette, ma per un fortunato (o sfortunato, staremo a vedere) errore la cassa rubata alla BSA contiene una gran quantità di armi e munizioni dirette in Libia. Contrariamente a quanto promesso ad Aunt Polly, Tommy decide di tenere l’arsenale in quanto potenziale mezzo per espandere gli affari dei Blinders, nonostante si tratti di refurtiva estremamente scottante. Il furto delle armi, attribuito all’IRA, ha come conseguenza principale l’invio nella regione dell’ispettore capo Chester Campbell, lo sbirro migliore di Belfast, costruitosi la fama di inflessibile tutore della legge (immaginiamo in che modo) reprimendo le istanze indipendentiste irlandesi. Il cazzutissmo poliziotto, ossessionato dal suo desiderio di spazzare via l’IRA, arriva in città con il mandato diretto di Winston Churchill, allora Ministro della Guerra, per recuperare il pericoloso carico ed evitare che le armi finiscano nelle mani degli indipendentisti irlandesi o, peggio, dei rivoluzionari comunisti così invisi al “British Bulldog”. Inoltre, visto che si trova in città, Campbell avrà anche il compito di dare una bella ripulita a questa tardo-edoardiana Gomorra (alla quale non manca neanche il predicatore ambulante che preannuncia l’imminente scatenarsi dell’ira divina contro la depravazione degli abitanti della città: c’è, e si chiama Jeremiah Jesus).
L’ambientazione, esaltata da una cinematografia di buon livello (con evidenti richiami al western e ai gangster movie americani), è di sicuro fascino, e compensa la sensazione che lo sviluppo narrativo non sia intenzionato ad avventurarsi su strade poco battute. I dialoghi non sono un capolavoro di scrittura, e in molti hanno criticato la poca accuratezza degli accenti, lontani dal caratteristico dialetto Brummie. Ci è piaciuta la scelta anticonformista di una colonna sonora palesemente anacronistica, con musiche tratte dal repertorio di Nick Cave e dei The White Stripes, capaci di ben sottolineare la durezza e la ruvidezza dell’ambientazione. Poi, forse lo avrete intuito, noi abbiamo una speciale predilezione per le avventure che coinvolgono i criminali, di qualunque parte del mondo essi siano e a qualunque attività illecita essi si dedichino, e abbiamo quindi ragioni più che sufficienti per seguire la serie.

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Quirke, BBC One (miniserie, tre episodi, autunno 2013)
Secondo crime drama della nostra scaletta. Anche questo è ambientato nel passato, ma rispetto al precedente il calendario fa un salto in avanti di una trentina d’anni, catapultandoci negli Anni ’50, mentre l’azione si sposta al di là dell’Irish Sea, portandoci in quel di Dublino. Qui incontreremo il Quirke protagonista, individuo di cui non sapremo mai il nome di battesimo ma di cui seguiremo le giornate passate presso l’obitorio della città. Quirke è infatti un malinconico anatomopatologo, consulente presso l’obitorio della capitale irlandese, sempre vestito in modo impeccabile, turbato dall’attrazione proibita che prova nei confronti della moglie del suo fratello adottivo, e con la tendenza ad affogare nell’alcool la sua depressione. Ma è anche dotato di un cervello finissimo, e la caratteristica fondamentale del personaggio è la sua naturale propensione all’indagine. Il solitario Quirke pare trovare sollievo dai turbamenti interiori quando può dedicare le proprie energie ad indagare le cause della morte delle persone che finiscono sul proprio tavolo da lavoro, seguendo tracce che, a partire dai cadaveri, lo condurranno nei luoghi più affascinanti di un oscura Dublino (e ancor più spesso in uno dei tanti bar). Nel corso della serie, egli proverà a ricostruire le dinamiche che hanno portato alla morte di tre persone, trasformandosi in una sorta di detective per caso. Inaspettatamente, però, le indagini lo condurranno verso i suoi familiari più stretti, costringendolo ad un doloroso riesame di un passato torbido.
Interpretato da un Gabriel Byrne dalla faccia appropriatamente triste, Quirke è un personaggio ispirato ai romanzi di successo di Benjamin Black, trasposti in tre episodi (intitolati “Christine Falls”, “The Silver Swan” e “Elegy for April”) della durata di 90 minuti ciascuno. È un po’ pochino, lo sappiamo, ma questo è tutto quello che siamo riusciti a sapere su questa miniserie. A quanto pare, pur essendo considerata uno dei prodotti di punta della programmazione autunnale, la BBC non ha ancora investito granché in materiali promozionali, e le poche informazioni in proposito sono limitate ad una scarnissima press release. L’incertezza intorno a Quirke è tale che, sebbene il DVD sia già in prevendita su Amazon, le date della messa in onda non sono ancora state rese note, per cui siamo costretti a indicare un vago “autunno 2013”. Vi terremo aggiornati.

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Ripper Street, BBC One (seconda stagione, 8 episodi, ottobre/1 dicembre 2013)
Terzo crime drama, terza balzo indietro nel tempo. Stavolta un pochino più lungo: Ripper Street è ambientato nell’ultimo decennio dell’Ottocento, tra la sporcizia e il degrado dei quartieri malfamati dell’East End londinese di epoca tardo-vittoriana. Precisamente a Whitechapel, la cui notorietà è indissolubilmente legata agli omicidi perpetrati da Jack the Ripper (dopo questa rivelazione, anche a chi non ha visto la prima stagione il titolo sembrerà di sicuro meno sibillino). Ma ormai siamo alla seconda annata, e la pratica Jack the Ripper è stata ormai archiviata. Questo non significa che non ci sia del lavoro da fare per il brillante (e, per motivi a noi ignoti, turbato) ispettore Edmund Reid, per il suo braccio destro, il duro sergente Bennet Drake (che se non vestisse la divisa non sarebbe poi così diverso dai criminali a cui dà la caccia), e per il capitano ex-Pinkerton Homer Jackson, il talentuoso medico legale della compagnia (oltre che appassionato donnaiolo, bevitore e giocatore d’azzardo: “la donna, la taverna e ‘l dado”?). Al contrario, le sfide che attendono gli uomini della H-Division potrebbero essere persino più impegnative, poiché nel cuore oscuro di Londra la violenza sembra salire di livello man mano che ci si avvicina alla fine del secolo, in un deprimente scenario fatto di recessione economica e crisi dell’Impero britannico. Tra oppiacei smerciati nella nascente Chinatown, un fanatico promotore dell’eugenetica alla caccia di fenomeni da baraccone (il noto Elephant Man è il protagonista dei primi episodi) su cui condurre esperimenti, feroci gang di sole donne e l’onnipresente corruzione del sistema politico e della stessa polizia (immaginiamo impersonata da una new entry tra i personaggi, l’ispettore Jebediah Shine, descritto come l’alter ego oscuro del protagonista), Reid e compagni non avranno di che stare con le mani in mano per le prossime otto puntate.
Ripper Street non è una di quelle serie che attendiamo con trepidazione, nonostante la prima stagione sia stata abbastanza soddisfacente (e lo slang londinese di fine secolo abbia contribuito a renderla a tratti divertente), per cui non ci turba più di tanto l’incognita della data di messa in onda su BBC One (anche se un po’ ci preoccupiamo per la salute della stessa BBC: che succede, cara BBC? Come mai tutte queste titubanze nello stilare il palinsesto?!). Se invece c’è qualcuno che non sopporta l’incertezza, sappia che BBC America ha confermato la data del primo dicembre.

UPDATE: La season premiere andrà in onda su BBC One il 28 ottobre.

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By Any Means, BBC One (prima stagione, 6 episodi, 22 settembre)
Ancora una serie legata al mondo del crimine, per completare il poker dei crime drama BBC di quest’anno. A differenza dei precedenti, By Any Means è ambientato ai giorni nostri e si schiera in modo più netto dalla parte della legge. Dalla parte della legge, sì, ma con qualche deroga, poiché racconta le vicende di una squadra speciale assemblata in gran segreto da una dirigente dell’intelligence britannica con il compito di compiere operazioni difficili ai limiti della legalità. Il team, come lascia ben presagire il titolo, ha infatti carta bianca sui metodi impiegati per raggiungere i propri scopi: con ogni mezzo, legale o illegale, gli obiettivi dovranno essere raggiunti. Di cosa si occupa questo reparto composto da ex-agenti e specialisti vari? Essenzialmente di mettere una pezza ai fallimenti della giustizia, catturando le migliori menti criminali che, per imperizia e negligenza del sistema, o per scaltrezza e abilità nel saper trovare i giusti cavilli, riescono sempre a scampare alle condanne. Questi geni del crimine nascondono i loro imperi criminali dietro la facciata pulita dei loro business di successo, stando attenti a non esporsi mai in prima persona e facendo in modo che le operazioni illegali non siano mai ad essi riconducibili. Inoltre, spesso hanno esteso la loro influenza anche sui mezzi di comunicazione, manipolando i quali possono sostenere di essere vittime di persecuzioni illegittime e ingiustificate da parte della giustizia. (Vi state chiedendo anche voi se per caso le cronache italiane abbiano fornito una qualche ispirazione agli sceneggiatori?) Questi pericolosi cattivoni, dipinti talvolta in modo inavvertitamente caricaturale, devono essere in qualche modo assicurati alla giustizia, e se non ci si è riusciti per mezzo della legge ordinaria, allora ecco entrare in gioco il nostro gruppo speciale, autorizzato a giocare sporco tanto quanto i criminali a cui deve dare la caccia.
Qualora queste insipide premesse non fossero sufficienti a tenervi lontano dall’ultima fatica di Tony Jordan, ecco un ulteriore elemento: il reparto clandestino è la classica collezione di stereotipi che vi aspettereste in uno show di questo tipo. Abbiamo quindi un leader, Jack Quinn, ex-poliziotto, duro e deciso e bravo e bello e intelligente; abbiamo un’aiutante donna, la bella e schietta Jessica Jones, risolvi-problemi abilissima a operare sotto copertura e alla quale nessuna serratura è in grado di resistere; abbiamo un collaboratore nerd, “TomTom” Hawkins, ex-hacker balzato dall’altra parte della barricata, genio dei computer e mago di tutte le diavolerie tecnologiche; e infine c’è Charlie O’Brian, il novellino del gruppo, anch’egli ex-poliziotto come Jack e animato da un odio viscerale per il crimine. Se solo ci fosse un briciolo d’ironia a salvare il tutto…
Invece no, niente ironia. Il tutto è impacchettato in una confezione pulitina e patinata, ed è (ovviamente!) girato a ritmo frenetico: quanto basta per portare sotto zero il nostro interesse nei confronti di questa serie. Quando avremo voglia di poliziotti (o pseudo-tali) senza remore nella loro lotta contro il crimine lo faremo per ammirare il fascino infinito di Idris Elba e del suo Luther. Che il protagonista di questa serie sia Warren Brown, proprio il Justin Ripley di Luther, non ci basta.

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The Tunnel, Sky Atlantic/Canal+ (prima stagione, 10 episodi, 16 ottobre)
The Tunnel farebbe la felicità di uno strutturalista. Si tratta, infatti, del secondo adattamento del fortunato crime drama scandinavo Bron/Broen, a dimostrazione di come gli elementi formali di una storia possano essere adattati ai contesti più disparati mantenendo per lo più invariate le relazioni tra di essi. L’efferato omicidio di un politico svedese, il cui cadavere venne ritrovato, tagliato a metà, deposto sulla linea di confine tra Svezia e Danimarca tracciata sull’Øresundbron/broen, si è ripetuto in modo pressoché identico nella serie americana The Bridge (ne abbiamo parlato la scorsa estate), in cui il cadavere era però quello di una giudice texana e il luogo del ritrovamento era il Bridge of the Americas, il viadotto che collega Messico e Stati Uniti unendo Ciudad Juárez a El Paso. In questa terza ripetizione del misfatto, la figura di spicco a finire sezionata è quella di un noto politico francese, anch’egli abbandonato su una struttura deputata ad unire due paesi diversi: non di ponte si tratta, stavolta, ma bensì del famoso Eurotunnel che attraversa la Manica per collegare le sponde di Francia e Regno Unito. Il corpo della vittima è stato scenograficamente posizionato al centro del tunnel ferroviario, una metà in territorio francese e l’altra metà in territorio britannico, in modo da ripartire la giurisdizione tra i due paesi coinvolti. Alle indagini dovranno dunque collaborare, in una problematica convivenza, i dipartimenti di polizia dei due paesi, guidati rispettivamente dai detective Elise Wasserman e Karl Roebuck. La vicenda si complica quando, dopo i primi rilevi, si scopre che le due metà del corpo non appartengono alla stessa persona, e che l’omicidio e la sua teatrale messa in scena sono opera di un serial killer motivato dal desiderio di denunciare il degrado morale dell’Europa contemporanea. Drammatici effetti delle politiche di austerity? Risentimenti nazionalisti anti-euro? In realtà, con il proseguire delle indagini, che coinvolgeranno suo malgrado anche il giornalista britannico Danny Hillier, le azioni del killer appaiono sempre più legate al perseguimento di motivazioni personali.
Chi ha visto l’originale dano-svedese e il successivo adattamento tex-mex curato da FX non faticherà a riconoscere i tanti punti di contatto tra le tre iterazioni dello stesso schema narrativo: l’omicidio di una prominente figura pubblica, il corpo diviso in due, l’assemblaggio di due cadaveri e le rivendicazioni a sfondo politico e sociale del “Truth Terrorist” scandinavo e dei suoi successivi epigoni, il coinvolgimento dei media (nella figura di un giornalista tirato per i capelli dentro la vicenda), l’accoppiata di due detective, un uomo e una donna, dai modi e dalle personalità apparentemente inconciliabili (anche se in quest’ultimo adattamento, la freddezza e il distacco emotivo della poliziotta francese non sono da attribuire alla sindrome di Asperger o ad una qualche forma di autismo, come nel caso di Saga Norén e Sonya Cross, ma bensì alla drammatica scomparsa, anni prima, della sorella gemella. Non ci è dato sapere se la controparte maschile si rivelerà un donnaiolo come Martin Rhode e Marco Ruìz). Il tratto più interessante, così come nelle precedenti versioni, è senza dubbio la messa in scena delle differenze culturali tra paesi confinanti, esemplificata dalla difficile collaborazione tra i due dipartimenti di polizia (diffidenti l’uno dell’altro sulla base degli stereotipi e dei pregiudizi che caratterizzano le diverse culture di appartenenza) ed enfatizzata dalle differenze linguistiche. Anche The Tunnel, come i predecessori, non ha paura di mettere in scena un’ambientazione bilingue e pretendere che i propri spettatori facciano lo sforzo di leggere i sottotitoli (per dare un’idea della rarità della cosa: si tratta della prima serie bilingue mai trasmessa in Francia e Regno Unito), puntando sul mantenimento delle differenze linguistiche per rimarcare, attraverso di esse, le difficoltà di comunicazione e di mutua comprensione tra abitanti di paesi diversi. L’esperimento è riuscito abbastanza bene nelle due produzioni che hanno l’hanno preceduta, e noi siamo abbastanza curiosi di vedere se all’ennesima trasposizione il gioco regge ancora. E siamo curiosi anche di ammirare nuovi evocativi (e cupi) paesaggi: dopo le glaciali coste scandinave e il maestoso ponte che attraversa l’Øresund, dopo la caotica Juárez e l’infinito deserto texano, è ora il turno dei campi lunghissimi (inevitabili establishing shot in questo genere di noir) su Folkestone e Calais, per metterne in mostra i paesaggi costieri, tra bellezze naturali e ruvidi porti industriali.

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Bron/Broen, SVT1/DR1 (seconda stagione, 10 episodi, 22 settembre)
Eccola, la fonte di ispirazione di cui si parlava poco fa. Il progenitore di The Tunnel The Bridge torna per la sua seconda avventura, senza cadaveri smembrati ma con gli stessi protagonisti, Saga Norén e Martin Rhode. I quali si troveranno ancora una volta a collaborare, dopo un nuovo misterioso crimine consumato nei pressi dell’Øresundbron/broen.
Una nave cisterna, dopo aver ignorato tutti i richiami delle autorità portuali che controllano il canale tra Danimarca e Svezia, si è schiantata su uno dei piloni che sorreggono il ponte. Quando la guardia costiera riesce ad abbordare la nave, si scopre che questa procedeva senza equipaggio, e che, imprigionati nel relitto, ci sono cinque ragazzi tenuti incatenati sotto coperta. Il dipartimento di polizia di Malmö si incarica delle indagini, potendo contare su quella che è ormai la più grande esperta di “eventi criminosi aventi a che fare con il ponte sull’Øresund”: proprio lei, la bizzarra Sara Norén. La quale, una volta preso possesso dell’indagine, decide di ricostituire la squadra vincente della passata avventura, chiedendo la collaborazione di Martin Rhode. Un evento improvviso fa però precipitare la situazione: i cinque ragazzi, due danesi e tre svedesi, sono stati infettati da un misterioso untore, e mostrano i sintomi di una rara e contagiosissima forma di peste polmonare che mette rapidamente in pericolo le loro vite. Oltre alla minaccia batteriologica, i due detective devono far fronte alle difficoltà delle loro rispettive vite private: Martin non ha certo superato il trauma della perdita del figlio (e, per cercare di chiudere con il passato, visita addirittura Jans in prigione), e Sara si trova coinvolta in una relazione sentimentale che per la prima volta è davvero seria, ma conoscendone l’imprevedibilità caratteriale, quella con il suo fidanzato non si preannuncia una convivenza facile. Quale sarà il piano del nuovo serial killer/terrorista? Riusciranno, Sara e Martin, a risolvere il caso, nonostante le inevitabili interferenze della loro sfera privata? (Beh, sì, certo che ci riusciranno, è una domanda retorica. Ma come?)

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A Young Doctor’s Notebook & Other Stories, Sky Arts (seconda stagione, 4 episodi, 21 novembre)
Ormai appare chiaro: è il periodo d’oro delle serie ad ambientazione storica. La scorsa puntata abbiamo parlato (in toni abbastanza lusinghieri) della prima stagione di questa serie in grado di combinare con grande perizia elementi drammatici e comici, ed oggi è il turno della seconda, trasmessa da Sky Arts, la tv britannica che per prima aveva scommesso sul progetto “A Young Doctor’s Notebook”. L’attesa seconda parte della miniserie interpretata dal duo Jon Hamm/Daniel Radcliffe si ispira a un’ulteriore raccolta di racconti (“& Others Stories”, recita appropriatamente il titolo di questa seconda stagione) di Mikhail Bulgakov, ed è ambientata qualche tempo dopo gli eventi narrati nella prima: siamo ancora, quindi, alle soglie degli Anni ’20.
A Young Doctor’s Notebook prosegue, immaginiamo senza discostarsi troppo dallo stile che ha caratterizzato i primi quattro episodi, nel racconto delle (dis)avventure di Vladimir Borngard, giovane dottore di stanza nel piccolo paese di Muryevo, microscopico puntino disperso nell’immensità della Russia rurale. I problemi di Vladimir nel relazionarsi con i superstiziosi paesani e con gli ostili collaboratori sono ora resi esponenzialmente più complicati dalla delicatezza del momento storico: la Russia sta attraversando, infatti, i turbolenti anni della guerra civile, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre. Nel bel mezzo di questa situazione a dir poco tumultuosa, il giovane dottore si trova inoltre a combattere i propri demoni interiori, essendo prigioniero di una pericolosa dipendenza dalla morfina (aspetto ispirato da uno dei racconti più noti di Bulgakov, il semiautobiografico Morfina) e contemporaneamente preda dei turbamenti d’amore, scatenati dall’arrivo nel remoto paesino della bella aristocratica Natasha.

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The Hollow Crown: Shakespeare’s History Plays, PBS (miniserie, 4 episodi, 20 settembre)
Bene, siamo alla centonovantasettesima serie in costume, ma di questa parliamo molto volentieri perché: a) in questo caso siamo finalmente fuori dall’arco temporale canonico delle serie ad ambientazione storica (seconda metà Ottocento/prima metà Novecento) e ci immergiamo invece nel tardo medioevo inglese; ma, soprattutto, b) SHAKESPEARE!!!
The Hollow Crown è una manna dal cielo per tutti gli shakespearofili là fuori: un kolossal per la tv che sembra uscito da quell’epoca in cui la televisione aveva l’ambizioso obiettivo (invero un po’ paternalista) di acculturare le masse e di rendere disponibili a tutti, e non solo alle élite, le opere immortali dei grandi scrittori. Questa miniserie sembra voler fare proprio questo, e lo fa sfoggiando nomi importanti sia tra i produttori (Sam Mendes) sia tra i membri del chilometrico cast (Jeremy Irons, Ben Whishaw, Rory Kinnear, Iani “Ser Jorah Mormont” Glen, David “Guv’nor” Morrissey, Patrick “Prof. X” Stewart,  Julie Walters, Richard Griffiths, John Hurt, e un manipolo di attori di teatro a noi ignoti). Cari amanti di William Shakespeare, preparatevi: i quattro episodi sono la trasposizione della seconda tetralogia di drammi storici — quella che racconta le vite di Riccardo II, Enrico IV e Enrico V (e non fate la faccia di quelli che i drammi storici no, i drammi storici sono solo vuoto patriottismo, i drammi storici impallidiscono di fronte alle tragedie e alle commedie, eccetera eccetera) — resi con grande perizia artistica, sia dal punto di vista della cinematografia che da quello della recitazione. Il tutto consolidato da ottime scelte di regia (ad opera di tre registi provenienti dal mondo del teatro: rispettivamente, Rupert Goold, Richard Eyre, curatore di entrambe le parti in cui è suddiviso l’Enrico IV, e Thea Sharrock), capaci di fornire una convincente interpretazione del testo shakespeariano (tranne, forse, nel discusso eccesso di simbologia cristiana nel primo episodio della serie). E poi c’è l’enorme tensione drammatica che caratterizza la sfida all’ordine divino delle successioni reali e l’ascesa e la caduta di questi gloriosi sovrani, ma quella è tutta farina del sacco del Bardo.
La serie risale allo scorso anno, quando fu mandata in onda per la prima volta su BBC Two in occasione delle manifestazioni culturali promosse per celebrare l’anno olimpico, e se ve la siete persa allora, ringraziate PBS per averla rimessa in circolazione all’interno del ciclo (appropriatamente denominato) “Great Performances”.

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Downton Abbey, ITV (quarta stagione, 8 episodi + 1 speciale natalizio, 22 settembre)
Altra serie in costume, altra serie ambientata all’inizio del Ventesimo secolo: non abbisogna di grandi presentazioni, Downton Abbey, essendo una delle serie di maggior successo di questi ultimi anni, capace di macinare ascolti record in patria, conquistarne altrettanti in tutto il Nord America (dove la quarta stagione arriverà, sempre sulle frequenze della PBS, agli inizi di gennaio), e raccogliere sul suo percorso manciate di Emmy e Golden Globe. Eppure, cari lettori, questa proprio non fa per noi. Non l’abbiamo mai guardata, perché i melodrammi non sono proprio nelle nostre corde, e una soap opera che ha per protagonisti i membri delle classi aristocratiche inglesi d’inizio Novecento (e che non a caso si è accattivata le simpatie della critica più conservatrice) lo è ancora meno.
Se siete appassionati (e, visto il successo della show, ci sono buone possibilità che lo siate) saprete già tutto. Per gli altri, segue brevissima sinossi: drammi, colpi di scena, nuovi arrivi destinati ad alterare le gerarchie della famiglia Crawley e della (fedele?) servitù scuotono la pace apparente che circonda il maniero di Downton e le granitiche certezze di una società ancorata nel passato. Praticamente è la stessa sinossi delle tre stagioni precedenti: aggiungete, per soprammercato, concetti vaghi come “ambizione, desideri, speranze, dilemmi e passioni amorose”, collocate il tutto all’inizio dei ruggenti Anni ’20, e il gioco è fatto. Noi passiamo oltre senza voltarci indietro.

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The Escape Artist, BBC One (prima stagione, 3 episodi, 29 ottobre)
Legal thriller incentrato sulla figura di Will Burton, interpretato dall’onnipresente David Tennant, ex-Doctor Who, e recentemente visto nei panni del detective Alec Hardy nell’acclamato Broadchurch (a proposito di serie europee e mercato americano: non solo Broadchurch è passata sui teleschermi americani, a cura di BBC America, ma ora se ne progetta addirittura un adattamento, prodotto dalla Fox e al quale prenderà parte lo stesso Tennant).
Will Burton è un brillante avvocato difensore, un vero e proprio principe del foro, soprannominato “The Escape Artist” per la sua abilità nel tirare fuori gli accusati da situazioni processuali apparentemente senza uscita. Non avendo mai perso una causa, le prestazioni di Will sono naturalmente richiestissime da chiunque abbia la possibilità di garantirsene i servigi. Ma un bel giorno (o, presumibilmente, un brutto giorno) l’impeccabile difesa di Will permette a sua difesa permette lo scagionamento del principale sospettato in un caso di efferato omicidio. La positiva risoluzione del processo è dimostra ancora una volta la bravura dell’avvocato protagonista, ma stavolta le conseguenze di questa vittoria si ripercuoteranno drammaticamente sullo stesso Will.

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The Wrong Mans, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 24 settembre)
The Wrong Mans (non è un errore di battitura: il titolo originale è proprio sgrammaticato) coltiva la difficile ambizione di fondere thriller e umorismo, coinvolgendo due inconsapevoli sempliciotti in un’improbabile avventura criminale attraverso il consolidato schema della commedia degli equivoci.
La vicende prende le mosse da un telefono cellulare ritrovato ai margini della strada, in una zona dove è appena accaduto uno spettacolare incidente automobilistico. Il telefono squilla, e Sam Pinkett, anonimo funzionario pubblico dall’aria non particolarmente sveglia, decide di rispondere. Purtroppo per lui, il messaggio pronunciato dal misterioso interlocutore fa riferimento al un rapimento di una donna, e alla fatale sorte che l’attende qualora il presunto destinatario della chiamata non si presenti ad un appuntamento. I tentativi di chiarire il malinteso con il minaccioso sconosciuto non fanno che peggiorare la situazione, e Sam decide di consegnare il telefono alla polizia. Entra in scena il collega Phil Bourne, il quale lo dissuade dal suo proposito prospettandogli la gloria che li attende qualora fossero proprio loro due a risolvere il mistero. Sam intravede l’opportunità di farsi bello agli occhi dell’ex- fidanzata (e direttrice dell’ufficio dove egli lavora), ma da lì in poi sarà un incontrollabile escalation di disavventure nel mondo criminale, tra cospirazioni, servizi segreti corrotti e rocambolesche fughe dalla polizia e dai malviventi.

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Atlantis, BBC One (prima stagione, 13 episodi, 23 novembre)
Il trailer lascia presagire una serie degna di SyFy, qualcosa sul modello Hercules/Xena, roba per adolescenti che per qualche strano motivo si è conquistata la prima serata su BBC One e un budget stratosferico. Però è ambientata ad Atlantide, potevamo forse ignorarla? Probabilmente avremmo dovuto, ma non temete, non ci soffermeremo molto.
Atlantis narra le epiche avventure del giovane Jason (Giasone, proprio lui) alla ricerca del padre disperso durante un naufragio. Il giovane naviga in lungo e in largo, finché, pooof!, Jason si ritrova su Atlantis, una misteriosa isola popolata di tutte (TUTTE!) le manifestazioni ornitologiche e mostrologiche della mitologia greca, dai minotauri alle ofidiocrinite gorgoni. Coadiuvato da un Hercules avvinazzato e per nulla atletico, e da Pythagoras (WHAT?!), Jason salterà di avventura in avventura, attraversando palazzi colossali (così grandi che si dice che per costruirli siano stati impiegati i giganti, che immaginiamo essere una signora manovalanza) e affrontando ogni sorta di pericolo per scoprire la sua vera natura, di cui è ignaro: egli è, infatti, figlio dell’Oracolo, e questo gli ha garantito un destino tutto speciale. Che noi, francamente, non siamo curiosi di scoprire insieme a lui.

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The Paradise, PBS (prima stagione, 8 episodi, 6 ottobre)
The Paradise, BBC One (seconda stagione, 8 episodi, 20 ottobre)
Argh, basta! Non ce la possiamo fare: The Paradise è l’ennesima serie in costume di cui ci apprestiamo a scrivere, e francamente ne abbiamo abbastanza di pizzi e merletti. Almeno fino a primavera. Gli appassionati di drammoni in costume, invece, gioiranno per questa miniserie ispirata ad un romanzo di Emile Zola e coprodotta da BBC e PBS. La prima stagione è stata trasmessa dalla rete ammiraglia inglese nell’autunno del 2012, ma viene ritrasmessa solo quest’anno dalla rete pubblica americana. Nel frattempo, la BBC ci (vi) delizierà con la seconda stagione.
Di cosa parla? Di una giovane ragazza di campagna, Denise Lovett, e del suo fondamentale contributo creativo apportato al primo (siamo nel 1875) stilosissimo grande magazzino inglese, il Paradise. E parla anche degli intrighi amorosi che coinvolgono la bella Denise, il padrone del negozio, John Moray, e Katherine, figlia del potente finanziere che con i suoi investimenti ha permesso la creazione del Paradise, determinata a convolare a nozze con John. E anche dei segreti celati dallo stesso John, e dei suoi debiti che metto a rischio la sua attività imprenditoriale. E delle rivalità sorte tra i dipendenti del Paradise, tra i quali Miss Audrey e Clara, invidiose dell’ascesa di Denise e dell’occhio di riguardo che John ha per lei, La seconda stagione apparentemente prosegue sulla stessa scia: amore, passione, gelosia, vendetta, eccetera. Vale lo stesso discorso fatto qualche paragrafo più super Downton Abbey: non è roba per noi, ma voi accomodatevi pure.

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London Irish, Channel 4 (prima stagione, 6 episodi, 24 settembre)
Dopo tanti, troppo drammi strappalacrime, è l’ora di una sit-com. Ne abbiamo una con quattro ventenni nord-irlandesi a Londra: Conor (che, contrariamente a quanto dice la carta d’identità, è fondamentalmente un bambino), Bronagh, sua sorella maggiore (cinica, dura e tenace), Packy (quello del gruppo con un briciolo di maturità in più) e Niamh (tanto ambiziosa quanto priva di talento — qualsiasi talento — e tanto svampita quanto determinata nell’ottenere quello che vuole). Cosa fanno questi quattro giovanotti? Vivono delle avventure improbabili, non si lasciano scappare un party, e passano il tempo al pub a bere come delle spugne, perché sangue irlandese non mente. Parola di autrice nord-irlandese come i suoi personaggi, ma che ha ovviamente sollevato un polverone di polemiche contro l’abusato stereotipo. Per il resto, è una commedia che non ha paura di essere sboccata, di parlare spesso e abbondantemente di sesso, e di fare ironia su tutto, senza nessuna concessione al politically correct.

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Nymfit (Nymphs), MTV3 (prima stagione, 12 episodi, autunno 2013)
La Scandinavia, lo abbiamo detto, è salita alla ribalta tra i teledipendenti soprattutto grazie ad una manciata di noir di successo, fagocitati con alterne fortune dall’industria americana che ne ha prontamente realizzato dei remake. Nel caso di Nymfit (ninfe, in finlandese) si esce dai territori del giallo per entrare in quelli del fantasy e del fiabesco. Non avremo a che fare, quindi, con i soliti serial killer che popolano gli oscuri paesaggi nordici, ma piuttosto con un avventuroso trapianto di un pezzettino di mitologia greca — le ninfe — nella Helsinki contemporanea.
La prima stagione introduce il personaggio della giovane Didi e la drammatica scoperta della sua natura semidivina. In una notte di luna piena, la bella giovincella e il suo ragazzo, Johannes, fanno all’amore per la prima volta, ma il piacevole evento si tramuta irrimediabilmente in tragedia: il povero Johannes, infatti, muore immediatamente dopo l’atto amoroso. Il mattino seguente, in ospedale, due donne, Katy e Nadia, venute a conoscenza della drammatica disavventura della notte precedente, avvicinano Didi e le rivelano la sua natura di ninfa. Non solo: oltre ad essere una ninfa (il che comporta dei vantaggi non indifferenti, tra i quali la giovinezza infinita), Didi è anche “La Prescelta”, la leggendaria ninfa che garantirà loro, ninfe un pochino più adulte, la definitiva liberazione dal giogo dei Satiri. Didi, ben lungi dall’essere entusiasta di questa scoperta, fugge dalle due donne, per cercare riparo e comprensione da Samuel, amico di infanzia e vecchia fiamma della nostra eroina. Le ninfe, si sa, non disdegnano certo i piaceri della carne, e con il vecchio spasimante la passione si riaccende piuttosto rapidamente. Purtroppo per lei, un solo bacio al nuovo partner è sufficiente a ridurre il poveretto in fin di vita. Didi, immaginiamo piuttosto seccata di questo aspetto non secondario della propria vita sessuale, è costretta a richiamare le due ninfe senior, le quali amorevolmente le spiegheranno i dettagli che si celano dietro l’essere una divinità della natura. Le ninfe, la istruiscono le due veterane, godono del raro privilegio di un’eterna gioventù, ma con una clausola scritta in piccolo: ad ogni plenilunio sono obbligate a consumare un rapporto intimo con un uomo, altrimenti moriranno. Un obbligo del genere dovrebbe apparire piuttosto piacevole ai più, se non fosse che il suddetto rapporto comporterà l’inevitabile morte del partner maschile: sesso senza amore è tutto ciò che è concesso alle ninfe. La vicenda assume inevitabilmente toni da tragedia shakespeariana (beh, più o meno…), con contorno di un’indagine di polizia che andrà a coinvolgere la nostra eroina.
Dalle anticipazioni e dalla sinossi non sembra nulla più di un polpettone erotico-sentimentale, e l’avremmo bollato come “adolescenziale” se non fosse per la presenza di situazioni “rated R” che, già dal trailer, appaiono un pelo troppo esplicite per garantirsi il bollino verde. Se proprio vi incuriosisce, ma masticate a fatica il finlandese, non disperate: Sky Uno trasmetterà la serie doppiata in italiano a partire dal 29 ottobre.