Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. III: Action, adventure e americanate varie #winter14tv

Terza e ultima puntata di presentazione delle serie tv in onda durante la stagione invernale. Oggi ci occupiamo di avventure, serie d’azione, spy stories, horror stories… tutto ciò che vorrebbe stimolare sostanziosi rilasci di adrenalina nel vostro organismo, insomma.


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The Americans, FX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
I coniugi Jennings sono scampati per il rotto della cuffia alla cattura, Elizabeth (Keri Russell) è stata ferita ma la copertura dei due agenti sovietici è salva. I rocamboleschi eventi che hanno concluso la prima stagione hanno avuto il merito di riavvicinare Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth, e il matrimonio nato come una copertura e sviluppatosi avendo sempre presente come fine ultimo la vittora della “Causa” si è evoluto, non senza traumi, verso un affetto sincero. Se la relazione tra i due pare stabilizzata, addirittura reale come non lo è mai stata nei quindici anni precedenti, ad essere turbata dall’attività spionistica sarà la famiglia: i due figli, Henry e Paige, crescono, ed è sempre più difficile sfuggire alle loro inquisitorie curiosità. Soprattuto Paige (Holly Taylor), in piena adolescenza, inizierà a porre le domande giuste, e la coesistenza della tipica famigliola suburbana (non sempre) felice con la spericolata vita extra-professionale dei due agenti KGB sarà sempre più difficile da gestire. Elizabeth potrebbe avere il ruolo più difficile, dovendo far convivere il ruolo di madre con quello di spia, ma Philip si troverà nella complicata situazione di gestire anche un secondo matrimonio, quello “finto” messo in piedi per circuire l’impiegata FBI Martha Hanson (Alison Wright) e sottrarle informazioni preziose. Analogamente, dall’altro lato della barricata, Stan Beeman (Noah Emmerich), l’agente FBI vicino di casa dei Jennings, aveva iniziato una relazione con la funzionaria russa Nina (Annet Mahendru) con lo stesso scopo, ma il coinvolgimento emotivo gli è sfuggito di mano, e il legame sin troppo profondo non gli ha permesso di intuire che Nina è in realtà una gran doppiogiochista. E l’omicidio dell’agente Amador grida ancora vendetta. Tra i personaggi di contorno, la pragmatica e glaciale Claudia (Margo Martindale) manterrà il suo ruolo di supervisore dei Jennings, fungendo da collegamento tra gli alti quadri del KGB e i due agenti operativi sul campo.
La prima stagione ha stupito per aver messo in scena un plot solido e avvincente e due personaggi di rara bad-assery (i Jennings spaccano per davvero, e le scene di combattimento a base di arti marziali sono entusiasmanti), oltre che per l’impiego massiccio di accurate musiche anni ’80, parrucche e travestimenti di ogni sorta e per la descrizione delle creative procedure necessarie a far fronte alle limitate risorse tecnologiche dell’epoca. Se possiamo aspettarci che questi aspetti legati all’ambientazione rimangano pressoché invariati, è lecito attendersi un’inasprimento delle tensioni legate al ruolo delle due spie, alla loro fedeltà di lungo periodo alla Madrepatria nel momento in cui saranno gli inconsapevoli Harry e Paige a finire nel fuoco incrociato della Guerra Fredda. Il creatore Joe Weisberg ha preannunciato che i Jennings dovranno affrontare situazioni enormemente più complicate rispetto al passato, ed è probabile che dilemmi e ripensamenti si ripresentino ancora più pressanti. Spionaggio, contrapposizione tra i due blocchi, family drama, oggettistica anni ’80 ed estetica sovietica: motivi ben più che sufficienti per attendere con trepidazione la nuova stagione.

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Vikings, History (seconda stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Sul finire della scorsa stagione la figura tipicamente eroica di Ragnar Lothbrok (Travis Fimmel), impavido condottiero vichingo assetato di conoscenza, si è un po’ incrinata, e gli ideali nobili che ne avevano ispirato l’agire iniziale si sono progressivamente annacquati con il crescere delle ambizioni personali. La conquista della guida della comunità di Kattegat, compiuta alla spese di Earl Haraldson, ha consentito a Ragnar di proseguire nella propria impresa di esplorare le terre dell’Ovest, risoltesi in fruttuose razzie e in una vittoriosa battaglia contro gli Angli guidati da re Æelle di Northumbria (Ivan Kaye), ma ha anche gettato il primo seme della discordia all’interno della comunità, scatenando le invidie del fratello Rollo (Clive Standen), fino ad allora lealissimo combattente al fianco del protagonista. La faccenda si è ulteriormente complicata nel corso della missione diplomatica condotta da Ragnar su mandato del neo-alleato re Horik (Donal Logue). Non solo la contesa con Jarl Borg non è stata risolta, ma nel corso dello stesso viaggio Ragnar ha perso definitivamente l’appoggio di Rollo, schieratosi dalla parte di Borg, ed è stato egli stesso protagonista di un tradimento, lasciandosi sedurre dalla sensualissima principessa Aslaug mentre la bellissima e battagliera moglie Lagertha (Katheryn Winnick) è rimasta da sola al villaggio a fare in conti con un’epidemia di peste e con il trauma personale di una gravidanza interrotta. La seconda stagione si muoverà quindi lungo questi temi, già abbozzati nella prima: le amare conseguenze della lotte per la conquista del potere, e la crisi del matrimonio e dell’unità familiare, con l’allontanamento dell’amato figlio Bjorn (Alexander Ludwig).
Semplice, lineare e a tratti didascalica, ma — al netto di alcune significative sbavature — sorprendentemente godibile: Vikings è stata una delle rivelazioni dello scorso anno, capace di trovare un bilanciamento quasi perfetto tra la vocazione allo spettacolo (battaglie sanguinose e intrighi sentimentali) e l’aspirazione alla divulgazione documentaristica della cultura e della spiritualità pagana norrena. Forte di un budget più ricco, tradottosi in un episodio extra rispetto alla prima stagione, ci auguriamo che la creatura di Michael Hirst possa ripetersi agli stessi ottimi livelli dell’esordio.

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Banshee, Cinemax (seconda stagione, 10 episodi, 10 gennaio)
Dopo aver gettato di tutto nel calderone della prima stagione (un protagonista ex-galeotto che si spaccia per sceriffo, una ex-fidanzata ex-ladra figlia di un gangster ucraino mimetizzata dietro la facciata di una classica famigliola felice, una spietata organizzazione criminale guidata dallo stesso gangster ucraino, un transgender esperto di arti marziali e tecnologia, comunità amish e criminali locali fuoriusciti in modo traumatico da essa, una tribù di nativi americani, scazzottate da spaghetti western con coreografie da b-movie di arti marziali, sconcezze gratuite al limite del softcore) siamo effettivamente curiosi di sapere cos’altro si possa aggiungere a questa esplosiva miscela che ha stravolto la piccola e tranquilla cittadina di Banshee, Pennsylvania. Il finale della scorsa stagione lasciava intendere che, dopo lo scontro finale, Mr. Rabbit (Ben Cross), il gangster ucraino padre di Anastasia/Carrie Hoswell (Ivana Miličević) fosse ancora vivo, ed è facile pensare che lo smacco abbia acuito il suo proposito di vendetta nei confronti di Lucas Hood (Antony Starr), impossessatosi dell’identità del nuovo sceriffo di Banshee immediatamente dopo la sua uscita dal carcere, autore di un furto di diamanti ai danni di Rabbit e soprattutto ritenuto responsabile dell’allontanamento dell’adorata figlia Anastasia. Temiamo, pertanto, che il tentativo di Lucas e della stessa Anastasia/Carrie di tornare alla loro finta normalità verrà turbato molto presto. La situazione si complicherà con l’arrivo in città del tenace agente dell’FBI Jim Racine (Zeljiko Ivanek), ossessionato dalla cattura di Rabbit, e di Jason Hood (Harrison Thomas), figlio del vero Lucas Hood. Sullo sfondo, una lotta per il potere oppone Kai Proctor (Ulrich Thomsen), il piccolo boss locale ex-Amish, al nuovo leader della locale tribù Kinaho, Alex Longshadow (Anthony Ruivivar), desideroso di dotare la riserva dell’immancabile casinò.
Banshee è la serie più pulp che si possa immaginare, e sfida il ridicolo ad ogni puntata, ma lo fa con l’attitudine giusta, senza lesinare humor e sbruffonaggine, e senza timore di spingere a tavoletta sull’acceleratore dell’azione più sfrenata (e innalzando sensibilmente, in questa seconda avventura, il livello della violenza). Poi ci sono i ridicoli siparietti erotici, ma il fast forward è un’opzione sempre disponibile. La seconda stagione è stata anticipata da due brevi webisodes (Hotwire e The Diner) ed è affiancata, così come la prima, da una serie di corti che esplorano il passato dei protagonisti.

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Black Sails, Starz (prima stagione, 10 episodi, 25 gennaio)
Ahoy! Arrrrrrrrrrh! Quale miglior ispirazione, per una serie di pirati, di un classico d’avventura come Treasure’s Island, principale responsabile dell’iconografia piratesca predominante nella cultura pop? Black Sails prende in prestito dal noto romanzo la figura del Capitano Flint, personaggio centrale (ma in realtà “grande assente”) nel testo, ed invece presentissimo e assoluto protagonista di questa serie che ambisce ad essere un prequel dell’opera di R.L. Stevenson. Flint (Toby Stephens), carismatico e temuto capitano della “Walrus”, ha un piano ambizioso: riunire i bucanieri di New Providence — isola delle Bahamas covo di pirati, corsari, contrabbandieri, ex-schiavi e fuggiaschi di ogni risma, ma anche città libera, indipendente e fondamentalmente senza legge — sotto l’egida di uno stato indipendente in grado di resistere alla crescente minaccia che l’Impero Britannico, in nome della civilizzazione, pone nei confronti della società piratesca. Per realizzare il sogno di una Nazione di Ladri, egli mira al prezioso carico del galeone spagnolo “Urca de Lima”, custode di beni e denaro per un valore stimato nella strabiliante cifra di cinque milioni di dollari. La bella e decisa Eleanor Guthrie, figura centrale dell’economia di New Providence, condivide il progetto di Flint, al contrario del suo ex-amante, il sanguinario capitano Charles Vane (Zach McGowen). Ma il maggiore antagonista è un altro personaggio preso in prestito dal libro: si tratta del giovane, scaltro, intraprendente, subdolo e opportunista John Silver (Luke Arnold), non ancora “Long”, sprovvisto di pappagallo sulla spalla e non ancora dotato di iconica gamba di legno. Queste premesse, e la generale cornice piratesca, lasciano immaginare una serie tutta azione e avventura, ma queste attese sono destinate ad essere deluse: una galleria di personaggi enorme, tra personaggi storici e letterari, comandanti in seconda, piccoli furfanti e bellone da urlo, viene impiegata per dare vita ad una trama che bada all’aspetto politico e burocratico più che a quello avventuroso. C’è ampio spazio per grandi macchinazioni politiche/commerciali e per la ricostruzione delle dinamiche proto-democratiche che regolano la vita a bordo di una nave pirata, e molta meno attenzione per le auspicate battaglie all’arma bianca (e sicuramente non abbastanza soldi per mettere in scena troppi spettacolari abbordaggi).
Incredibilmente, Black Sails non è una sesquipedale tamarrata tutta pettorali lucidi e generosi seni al vento: la serie co-prodotta da Michael Bay, pur rispecchiando la cifra estetica a cui i prodotti Starz ci hanno abituato — una magniloquente period drama impreziosito da sfarzose ricostruzioni e da numerosi personaggi — nella sua forma narrativa spicca per essere meno cialtrona del solito. Suo malgrado, però, non è neanche estremamente avvincente. E il livello del cast, con l’eccezione di Stephens, appare ancora una volta mediocre. Sull’onda dell’entusiasmo suscitato al ComiCon dello scorso anno scorso, il network ha già ordinato la seconda stagione senza attendere il responso degli ascolti.

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, seconda parte, 8 episodi, 9 febbraio)
Gira che ti rigira, siamo tornati al punto di partenza. La prigione è stata buttata giù a colpi di cannonate, e con essa è caduta la fortezza che ha dato riparo ai protagonisti per due stagioni e mezzo. Se per i personaggi della serie questa è indubbiamente una gran iattura, in termini narrativi era la scelta obbligata per smuovere la serie dall’immobilismo di queste stesse due stagioni e mezzo. Per dare una scossa al tutto gli autori hanno fatto ricorso ad una misura estrema: premere il pulsante del reset e riportare i protagonisti alla pericolosa situazione di partenza, tutti allo scoperto, senza protezioni, a vagabondare pericolosamente per boschi infestati di walkers. E per aggiungere un grado di difficoltà e non ricadere in modo troppo palese nel già-visto-già-sentito, il game master Scott M. Gimple ha pensato di disgregare il gruppo in tante piccole unità, in fuga disordinata dalla prigione invasa da orde di famelici walkers. Gli otto episodi si dedicheranno ad un gruppo di sopravvissuti per volta, forse per seguirne il periglioso percorso di riavvicinamento? Chissà.
In ogni caso, sapete come la pensiamo su The Walking Dead, e dubitiamo che questo ritorno alle origini ci farà cambiare idea. A meno che Maggie e Glenn non vengano sbranati già alla prossima puntata, così da mettere fine alla love story più insipida della tv contemporanea. A meno che, a finire tra le fauci dei biters non siano anche Beth, Tyreese, Shasha e tutti gli altri inutili personaggi (certo non Michonne: non toccateci Michonne!). A meno che non ci venga spiegato l’arcano sortilegio che permette alla faretra di Daryl di produrre dardi infiniti, imprimendo allo allo show un’inaspettata sterzata verso il magico. Purtroppo, già lo sappiamo, non succederà niente di tutto ciò.

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From Dusk Till Dawn: The Series, El Rey Network (prima stagione, 10 episodi, 11 marzo)
Ideata, prodotta e parzialmente diretta da Robert Rodriguez per il nuovo canale via cavo fondato, presieduto e diretto dallo stesso Rodriguez, From Dusk Till Dawn: The Series è l’estensione televisiva e serializzata della saga iniziata con l’omonimo film del 1996. Filmaccio come pochi, ci sentiamo di dire, ma assurto comunque al rango di cult movie, e ispiratore di una lunga serie di sequel e vari progetti paralleli. Ai quali si aggiunge, per l’appunto, questa decina di episodi che evidentemente Rodriguez ha ritenuto imprescindibili per esplorare a dovere le avventure dei fratelli Seth e Richard Gecko (quelli che nel capostipite cinematografico erano interpretati da Clooney e Tarantino e che vengono ora affibbiati rispettivamente a D.J. Cotrona e Zane Holtz). I due sono ricercati e in fuga dopo una rapina in banca condotta in maniera un po’ approssimativa, inseguiti dai federali e da due tignosi Texas Rangers, Earl McGraw (Don Johnson!) e Freddie Gonzales (Jesse Garcia). Sulla strada verso l’agognato confine messicano, i due fratelli prendono in ostaggio l’ex-pastore Jacob Fuller (Robert Patrick, nel ruolo che fu di Harvey Keitel) e la sua famiglia. Il bello accade non appena passato il confine: un’improvvida deviazione conduce i due fuggiaschi e i loro prigionieri verso uno strip club popolato di vampiri, tra i quali spicca per qualità non solo estetiche la supersexy Santánico Pandemonium (che non è interpretata da Salma Hayek, ma da Eiza Gonzáles, la quale, perdonateci il maschilismo, è senza dubbio sexy e senza dubbio gran gnocca), e da lì in poi il sangue finto scorrerà davvero a fiumi, ne siamo certi, così come siamo certi che si tratterà di sangue finto di ottima qualità, poiché a curare make-up ed effetti visivi ci penserà Greg Nicotero, responsabile dei marcescenti zombie che affollano The Walking Dead. Rispetto al film, dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione alla mitologia vampiresca, approfondendone le origini atzeche.
Pronostico: se saprà tenersi un passo al di qua dall’eccesso di ridicolaggine (rischio che non ci sentiamo di escludere a priori), potrebbe essere una di quelle serie da guardare con il cervello spento, senza pretendere niente di più di un’oretta di adrenalinico intrattenimento, o da tenere su quando si sta facendo altro e si sente il bisogno della presenza confortante della tv accesa.

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Klondike, Discovery (miniserie, 3 episodi, 20 gennaio)
Dici “Klondike”, e tutto l’immaginario letterario legato alla febbre dell’oro di fine Ottocento sovviene subito alla mente. Resa immortale dai romanzi d’avventura di Jack London e penetrata così a fondo nella cultura popolare da infiltrare persino l’universo disneyano (si pensi ai racconti delle prime fortune di Zio Paperone), la corsa all’oro del Klondike vide centinaia di migliaia di persone incamminarsi verso le selvagge terre del nord-ovest canadese alla ricerca di fortuna, trasformandosi immediatamente in uno di quei miti fondativi americani ammantato di quella dimensione epica che sovente caratterizza le storie “di frontiera”. La miniserie televisiva in questione, primo prodotto seriale realizzato da Discovery Channel, ambisce a restituire l’epicità legata alla corsa all’oro, passando in rassegna — senza dimenticarne alcuno — tutti i tópoi associati a questa narrazione: montagne maestose, natura inospitale e inclemente, poveri diavoli speranzosi di fare fortuna disotterrando qualche pepita custodita nel bacino dello Yukon, un’umanità abbruttita dal permanere in uno stato di natura in cui i vige una spietata legge del più forte, affaristi senza scrupoli, truffatori, sciacalli e avvoltoi pronti a derubare il proprio vicino non appena quello si dimentica di guardarsi alle spalle. Su questi elementi si innestano altrettanto scontati luoghi comuni da americanata cinematografica: grande storia di amicizia, grande storia di lealtà e lotta contro l’ingiustizia, e grande storia sentimentale destinata ad esplodere in un tripudio di viole e violoncelli dopo un principio difficoltoso. Tutto questo è Klondike: la storia (vera) del giovane Bill Haskell (Richard Madden), dell’amico e compagno di viaggio Byron Epstein (Augustus Prew), dell’immensa carovana umana in marcia verso il lontano nord, dell’incontro con un Jack London (Johnny Simmons) alla ricerca di storie da raccontare, di Belinda Mulrooney (Abbie Cornish), l’interesse amoroso del protagonista, dell’affarista denominato semplicemente “Il Conte” (Tim Roth) e della sua rapace ingordigia, delle giubbe rosse canadesi e del solito eccidio di popolazioni native.
Il cast è prestigioso (annovera anche Sam Shepard e Tim Blake Nelson), la produzione è ricca (generosamente offerta da Ridley Scott), ma la serie non decolla mai. Le montagne innevate dello Yukon sono decisamente più espressive e interessanti di Madden e colleghi, e le riprese aeree dei clamorosi paesaggi, degne di un documentario di… uh, Discovery Channel, sono di gran lunga l’aspetto di maggiore pregio, ma il merito, in questo caso, è tutto di Mamma Natura e non certo degli sceneggiatori. La storia, infatti, è trita e prevedibile, i dialoghi sin troppo letterari (insopportabili le riflessioni fuori campo di Haskell) e la durata infinita dei tre episodi (circa 90′ ciascuno, ma sembrano almeno 270) non aiuta a scuotere dal torpore un prodotto mai avvincente. Di epica, alla fin fine, c’è solo la noia.

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The Musketeers, BBC One (prima stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
BBC partecipa alla fiera delle tante riduzioni (televisive, cinematografiche, cartoonesche) del celebre feuilleton di Alexandre Dumas con una versione ad alto budget destinata ad essere il programma di punta del proprio palinsesto invernale. L’approccio al classico è sostanzialmente conservativo per quanto riguarda l’ambientazione (la Francia di metà XVII Sec.) e la caratterizzazione degli ormai arci-noti personaggi (D’artagnan giovanotto spavaldo e impulsivo, Athos carismatico e spadaccino olimpico, Aramis compassato e donnaiolo, Porthos forzuto e guascone, Milady ammaliante e spietata, Richelieu ferocissimo e abile politico assetato di potere, Luigi XIII… un caricaturale fantoccio) ma meno canonico nella rivisitazione dell’intreccio, con molte libertà rispetto allo sviluppo della (già seriale) fonte originale e orientato verso un ancor più seriale “cappa e spada procedurale” in cui i 3+1 moschettieri dovranno, di settimana in settimana, cimentarsi con qualche nuova infida macchinazione ordita dal potente Cardinale e neutralizzarla per proteggere il re e la Francia tutta.
Non è un melenso prodotto per famiglie (per fortuna!), ma pur rivolgendosi ad un pubblico adulto non ha altre velleità se non quella di essere un’americanata pseudo-hollywoodiana in cui un cast di bellocci si cimenta in una sequenza di duelli, cavalcate, precipitosi tuffi dalle finestre e palpitanti avventure amorose.

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Fleming: The Man Who Would Be Bond, BBC America (miniserie, 4 episodi, 29 gennaio)
Il Fleming del titolo, colui che sarebbe diventato Bond, è Ian Fleming, autore dei 173.952 romanzi aventi per protagonista l’inarrestabile agente segreto al servizio di Sua Maestà. Il biopic — preceduto dall’abusata tagline “basato su una storia vera”, ma in realtà per nulla timido nel concedersi ampie divagazioni dalla realtà a fini drammatici — racconta la vita del giovane Ian Fleming (Dominic Cooper), dalla poco soddisfacente carriera di investitore finanziario alle avventure nei ranghi dei servizi segreti della Marina inglese durante il secondo conflitto mondiale, fonte primaria di ispirazione per le avventure del suo futuro eroe di carta. Eroe contraddistinto da una ben nota aura di seduttore, e a dare retta alla miniserie si direbbe che anche l’aspetto sentimentale e passionale che contraddistingue Bond ha un precedente nella vita di Fleming, donnaiolo di successo e soprattutto protagonista in una torrida relazione che lo lega a Ann O’Neill (Laura Pulver), gentil donna sposata ma incline ad intrattenersi con varie compagnie maschili in assenza del consorte.
Sin dal titolo si intuisce che la chiave di lettura attraverso cui interpretare la vita del celebre scrittore britannico è quella di legare la vicenda personale del giovane Fleming alle avventure del suo personaggio di successo: Bond sarebbe così una versione idealizzata dello stesso Fleming, ma anche una che ne esacerba gli aspetti negativi (inclusa l’inguaribile tendenza a portarsi a letto tutti gli esemplari di sesso femminile con cui viene a contatto). Fleming abbonda di riferimenti presi di peso dal Bond-lore (Martini mescolati e non shakerati, personaggi che poi sarebbero comparsi nei libri, gadget fantasiosi, riconoscibilissime scene topiche tratte dai film, e persino musiche che richiamano subdolamente la nota colonna sonora, fermandosi giusto qualche battuta prima del plagio), ma per essere una serie dai forti connotati action/spy story è drammaticamente soporifera.

The Assets, ABC (miniserie, 8 episodi, 2 gennaio). Il binomio Spionaggio + Guerra Fredda è una combo a cui difficilmente sappiamo resistere, per cui, anche se era facile aspettarsi la riproposizione di reaganiani stereotipi CIA/buoni vs. KGB/cattivissimi, avevamo in programma almeno la visione del pilota. Tuttavia, ABC ha deciso di sfoltire la nostra watching list segando questo filler di metà stagione già dopo il secondo episodio, causa record mondiale di ascolti negativi.

Killer Women, ABC (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). In teoria è un remake della serie argentina Mujeres Asesinas, in pratica è Walker, Texas Ranger al femminile con un trailer che saccheggia senza vergogna estetiche e musiche tarantiniane. La protagonista è Molly Parker, la quale, per essere presa sul serio tra i super-machisti Texas Rangers, deve necessariamente dimostrare di essere più cazzuta dei colleghi maschietti. Che idea moderna, originale, e per nulla sessista!

Intelligence, CBS (prima stagione, 13 episodi, 7 gennaio). Gabriel (Josh Holloway) è un ex-militare con un super-microchip impiantato nel cervello. Grazie a questo aggeggino hi-tech può lasciare a casa smartphone e Google Glass, poiché il nostro vive perennemente connesso a Internet, a tutte le reti WiFi, telefoniche e satellitari, e ha accesso ad una moltitudine di banche dati. È quindi perfetto per essere impiegato nell’US Cyber Command, agenzia dell’intelligence che si occupa di cyberterrorismo e altre amenità del genere. Un action/adventure/spy story che farà tremare i polsi ai parlamentari a cinque stelle. Ma in effetti, a chi altro potrebbe mai interessare?

Helix, SyFy (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Ricerca scientifica deviata, minacce aliene e ghiacci polari: questo non originalissimo trinomio è alla base di Helix, horror/thriller fantascientifico in cui un gruppo di scienziati del CDC raggiunge una stazione di ricerca dell’Arctic ByoSystems (localizzata, evidentemente, al Polo Nord) per indagare su una possibile epidemia. Che si rivelerà invece qualcosa di molto più pericoloso, tale da mettere in pericolo l’intera umanità.

Bitten, Space / Syfy (prima stagione, 11/13 gennaio). Elena, da tempo allontanatasi dal suo branco, scopre di essere l’unico esemplare rimasto di licantropo donna, e viene ricondotta tra i consimili per indagare sui misteriosi omicidi di alcuni di essi. Serie canadese tratta dal primo romanzo di una delle tante dimenticabili serie fantasy per giovani adulti, in cui una qualche specie di essere soprannaturale morde ed è contagiosa: se non son vampiri sono zombie, e se non sono zombie sono lupi mannari come in questo caso.

Star-Crossed, The CW (prima stagione, 13 episodi, 17 febbraio). La giovane Emery si innamora di un giovane alieno di etnia Atrian, Roman, quando quest’ultimo, insieme ad alcuni simili, viene liberato e mandato a socializzare nel classico liceo dei classici sobborghi americani dopo dieci anni di internamento in una sorta CIE per alieni sbarcati sulla Terra. Soap-opera fantascientifica adolescenziale: Beverly Hills 90210 versione sci-fi?

The 100, The CW (prima stagione, 13 episodi, 19 marzo). Sci-fi distopico post-apocalittico, ambientato 97 anni dopo una catastrofe nucleare. L’umanità sopravvissuta alla fine della civiltà vive in orbita a bordo dell’Arca (che poi sarebbero le varie stazioni spaziali internazionali unite fra loro), ma lo spazio è poco e le risorse scarseggiano. Che fare? Per esempio, pensa qualcuno, si potrebbero spedire sulla Terra 100 giovani delinquenti, giusto per vedere che aria tira tra radiazioni e possibili mutanti. I problematici giovanotti vengono quindi esiliati sulla Terra, pianeta ormai sconosciuto pieno zeppo di pericoli. Divertitevi, ragazzi, e non pomiciate troppo! (È pur sempre The CW, no?)

… e infine tutto il resto:

Being Human, SyFy (quarta stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Bates Motel, A&E (seconda stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Continuum, Showcase (terza stagione, 13 episodi, 16 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. II: Comedy (più o meno) #winter14tv

Secondo articolo dedicato alle serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Oggi parliamo di commedie, ma soprattutto di dramedy, come amano dire quelli più à la page.


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Babylon, Channel 4 (episodio pilota, 9 febbraio)
La prima stagione, costituita da sei episodi, andrà in produzione solo a primavera, ma per scaldare i motori Channel 4 ha deciso di mandare in onda l’episodio pilota già durante l’inverno. Episodio pilota sui generis, in realtà, poiché vista la lunghezza (circa 80′) potrebbe essere considerato un vero e proprio film per la tv. Questo oggetto televisivo anomalo si merita la nostra attenzione non solo perché reca in calce la firma di un regista di richiamo come Danny Boyle, ma soprattutto perché Channel 4 ci ha abituato in questi anni a produzioni di altissima qualità (le disturbanti — e cinematograficamente pregevolissime — Black Mirror e Utopia su tutte), e gode quindi di grande fiducia da parte nostra. Babylon è un poliziesco che ambisce a mescolare commedia (forse addirittura satira) e procedural drama raccontando, con abbondanza di humor caustico, il tentativo del comandante della polizia londinese (nota ai più come “the Met”) di migliorare la percezione pubblica delle forze dell’ordine in un epoca in cui, tra cittadini sempre muniti di smartphone e giornalisti obbligati a riempire di contenuti il ciclo continuo dell’informazione mediatica, l’operato della polizia finisce spesso nell’occhio del ciclone per la propria inefficacia, inettitudine o, peggio, per la propria brutalità. Il commissario Richard Miller (Jimmy Nesbitt) decide di affidare l’incarico alla rinomata PR americana Liz Garvey (Brit Marling), guru della comunicazione e super-esperta di nuovi media, la quale dovrà destreggiarsi tra poliziotti ostili, colleghi invidiosi e giornalisti senza scrupoli per riuscire ad implementare una strategia comunicativa imperniata sulla trasparenza. Purtroppo per lei, si trova subito nel bel mezzo di una crisi (un misterioso cecchino sparacchia sui terrorizzati londinesi) che ne metterà alla prova le capacità.
Forse pecca di eccessivo eclettismo, poiché il tono comico, la satira sulla comunicazione e l’impietoso e cinico sguardo sulla disfunzionalità del dipartimento di polizia talvolta coesistono a fatica, e il ritmo frenetico che contraddistingue lo stile di Boyle non è quello a noi più congeniale, ma vi consigliamo comunque di dargli un’occhiata.

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Shameless, Showtime (quarta stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
La famiglia più sgangherata d’America si appresta ad affrontare un altro gelido inverno nei bassifondi del South Side di Chicago. In realtà, i Gallagher potrebbero essere meno sgangherati del solito, poiché Fiona (Emmy Rossum), grazie ad un lavoro rispettabile e a uno stipendio dignitoso, sta trascinando di peso la famiglia al di sopra di quella soglia della povertà che fino ad ora li ha costretti a lottare per la sopravvivenza con ogni mezzo lecito e (più spesso) semi-illecito. Le difficoltà economiche meno pressanti e il lusso dei tanto sospirati “benefits” (roba tipo l’assicurazione sanitaria, per intenderci) di cui può godere un’onesta (?) famiglia della lower middle class coincidono, tuttavia, con un momento di disgregazione della famglia stessa: Lip (Jeremy Allen White) è una matricola alla University of Chicago, non sempre a suo agio; Carl (Ethan Cutkosky), psicopatico in erba, manca chiaramente di una figura paterna di riferimento; Debbie (Emma Kenney) è alle prese con con i primi amori adoloscenziali; e Ian (Cameron Monaghan) è desaparecido, dato che, senza informare nessuno, si è arruolato nell’esercito (spacciandosi per il fratello, lo ricorderete dalla scorsa stagione). Su questa semi-sicurezza economica incombe, come sempre, la minacciosa presenza di Frank (William H. Macy), il disastrato capofamiglia per nulla convinto dall’accorato appello di Fiona che, in maniera un po’ melodrammatica, lo supplicò, in nome dell’amore che dovrebbe legarlo ai propri figli, di raddrizzare la propria condotta ed evitare la propria autodistruzione per mezzo delle sue infinite dipendenze. Anni di abusi di alcool e di qualunque tipo di sostanza anche vagamente psicoattiva hanno gravemente minato il fisico di Frank, il quale necessita ormai di un fegato tutto nuovo. Non osiamo immaginare come riuscirà a procurarselo, ma potrebbe essere questo il momento della redenzione di una delle canaglie più divertenti e allo stesso tempo più riprovevoli del panorama televisivo? E se la cronica irresponsabilità di Frank si fosse trasferita, con tutto il resto del patrimonio genetico, alla solitamente combattiva ma deliziosa Fiona?
Il lato positivo di Shameless è che, con il passare delle stagioni, sta crescendo insieme ai suoi protagonisti, riuscendo nell’impresa di tagliare poco a poco gli archi narrativi insopportabili (Jody & Karen, Jimmy/Steve) per concentrarsi sulle (dis)avventure della famiglia e dei circoli che le orbitano intorno — i Malkovich, se possibile ancora più disastrati dei Gallagher, e la divertente coppia Kev & Veronica (Steve Howey e Shanola Hampton) alle prese con un’inaspettata nidiata di pargoli. Se nel corso della stagione anche Sheila (Joan Cusack) dovesse partire potremmo avere per le mani la commedia perfetta per noi, leggera e con la giusta dose di sentimentalismo e melodramma (ovvero, una spruzzatina di entrambi, ma in quantità non tossiche).

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Girls, HBO (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Le Piccole Donne in versione contemporanea newyorkese crescono, ma alle soglie dei 25 anni la transizione verso l’età adulta non è certo completa, e il percorso appare accidentato, non lineare e mai indolore. Le quattro ragazze continuano ad essere antipatiche e spesso insostenibili, ma un chiaro segno della loro crescita è il modo in cui provano a circumnavigare le difficoltà: non più strepiti e piagnistei contro il mondo ingiusto, ma la ricerca di strade alternative, di piani B non sempre intelligenti ed efficaci, ma che sono pur sempre dei tentativi. Cosa le attende, quindi, in questa stagione? Abbiamo lasciato Hannah Horvath (Lena Dunham) tra le braccia di Adam Sackler (Adam Driver) nel finale rom-com della scorsa stagione, e ora i due convivono e sembrano aver trovato la giusta dimensione della loro relazione. Hannah persegue con ostinazione il progetto dell’e-book che dovrebbe lanciarla come “voce di una generazione”, ma per il soggiungere di nuovi intoppi si troverà a svolgere un lavoro redazionale che cozza irrimediabilmente con il suo narcisismo patologico, ma che d’altro canto potrebbe essere il reality check di cui ha un gran bisogno. La ribelle Jessa Johansson (Jemima Kirke), appena dimessa da un centro di recupero, proverà a stabilizzare la propria vita raminga lavorando come commessa in un negozio di vestiario infantile, ma finirà soprattutto per terrorizzare le neo-mamme che frequentano detto negozio. Shoshanna Shapiro (Zosia Mamet) è ancora la più naif del lotto, e pare aver passato il suo periodo di sperimentazioni sessual-sentimentali per dedicarsi con continuità al suo piano che dovrebbe condurla al successo nel giro di quindici anni. E poi Marnie Michaels (Allison Williams), l’ex-perfettina del gruppo le cui granitiche certezze si sono dissolte con la fine della relazione con Charlie, e che ora, in un momento di sbandamento totale, troverà inaspettata consolazione con Ray Ploshansky (Alex Karpovsky).
Girls ha il pregio di trattare con leggerezza — ma allo stesso tempo con cinismo — le difficoltà di queste quattro millennials, offrendo piccoli bozzetti in cui emergono con tutta la loro forza le enormi difficoltà di dare un senso alla propria vita. La creatura di Lena Dunham continua a polarizzare la critica e il pubblico: se talvolta la serie viene glorificata al di là dei propri evidenti meriti, molto più spesso prevale una reazione infastidita ad una narrazione che a noi appare invece onesta e in grado di adoperare con perizia lo strumento dell’ironia, capace di veicolare attraverso di essa una ben articolata critica ad alcune tendenze ben presenti nella società contemporanea. E se il motivo delle critiche è ancora, alla terza stagione, l’esibita nudità della protagonista a dispetto del fisico non perfetto, beh, è la dimostrazione che Dunham, Judd Apatow e colleghe sono capaci di toccare argomenti (e, tutto sommato, di problematizzarli a dovere) che, inspiegabilmente, sono tabù ancora ben radicati.

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Looking, HBO (prima stagione, 8 episodi, 19 gennaio)
Patrick Murray (Jonathan Groff) è un giovane sulla trentina, level designer in una software house che sviluppa videogiochi. Agustìn (Frankie J. Alvarez) è un aspirante artista, suo miglior amico sin dai tempi del college. Dom (Murray Bartlett) è il più grande dei tre, prossimo alla quarantina, e lavora come cameriere. Tutti e tre sono alla ricerca di qualcosa, e tutti e tre subiscono, in qualche modo, pressioni sociali che li rendono insoddisfatti di ciò che hanno: Patrick ha successo nel lavoro, patisce la mancanza di relazioni stabili e durature; Agustìn, il quale coltiva ancora sogni d’artista, è appagato dagli evidenti “pro” di una convivenza e di una relazione stabile, ma è allo stesso tempo intimorito dai “contro” (serate in pantofole davanti alla tv, rinunce e compromessi); Dom è quasi la somma di entrambi, prossimo a scollinare gli “anta” e consapevole che i suoi sogni sia sentimentali che professionali sono ben lungi dall’essere realizzati. Alcune figure di secondo piano aiutano a completare le varie sfaccettature della cultura gay: Doris (Lauren Weedman), divertentissima coinquilina di Dom; Lynn (Scott Bakula), gay maturo e imprenditore a Castro, memore dei tempi in cui nelle le strade di Frisco la comunità gay lottava per la propria legittimazione; Frank (O.T. Fagbenle), compagno e convivente di Agustìn; Richie (Raúl Castillo), l’ultimo interesse sentimentale di Patrick, rappresentante dell’anima latina della città. Ed è poi la città stessa e la comunità che la abita ad essere protagonista, con i suoi luoghi tipici, le sue consuetudini, i suoi riti collettivi.
Una serie sulla vita di tre (più o meno) giovani gay nella San Francisco contemporanea non può che suscitare la lapidaria definizione di “equivalente gay di Girls“, ma sarebbe un parallelo semplicistico e fuorviante. Lo sguardo di Michael Lannan sui suoi personaggi mira a svelarne i sentimenti più intimi, ma riesce a farlo in modo discreto e garbato, attraverso una narrazione compassata delle loro amicizie e delle loro relazioni sentimentali. La qualifica di dramedy, in gran voga di questi tempi, potrebbe addirittura essere erronea, sia perché l’elemento commedia non è così evidente (niente gag comiche o grottesche, e personaggi distanti anni luce dal gay “flamboyant” così presente nel discorso mainstream), sia perché di vero e proprio drama, ormai a metà stagione, non c’è traccia: ci sono delusioni, qualche tensione nei rapporti interpersonali, incertezze e ripensamenti, titubanze e imbarazzi, ma nessun evento che davvero sconvolga la quotidianità. Tutto questo, che ci crediate o no, è un gran pregio. Altra nota di merito: la regia (spesso curata dal produttore esecutivo Andrew Haigh) ben si combina con lo stile di scrittura, restituendo immagini dei protagonisti il più possibile oneste e delicate, attenta a cogliere le impercettibili sfumature in grado di esprimere le emozioni più nascoste e complesse ma mai invasiva e iper-presente. Il gradevole stile visivo di Looking può contare, inoltre, su un’eccellente fotografia, in grado di fare un uso impeccabile della luce naturale e di restituire in modo convincente la calda e morbida luce che avvolge San Francisco e la fa risplendere in tutta la sua bellezza e peculiarità.

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The Spoils Of Babylon, IFC (miniserie, 6 episodi, 9 gennaio)
Nell’introdurre la stagione invernale 2014 avevamo accennato al revival delle miniserie Anni ‘70/’80, e il progetto di Andrew Steele e Matt Piedmont (quest’ultimo anche regista dell’intera serie) potrebbe essere il miglior esempio di questa tendenza: compiendo un triplo salto meta-filmico, The Spoils of Babylon è infatti una miniserie che presenta una miniserie che è a sua volta una parodia delle grandiose, epiche miniserie speciali in voga in quei decenni, spesso tratte da bestseller letterari e contraddistinte da una rara pretenziosità. Al livello della parodia, The Spoils Of Babylon è la (finta) miniserie tratta dal (finto) romanzo omonimo del fantomatico Eric Jonrosh, scrittore e genio autoproclamato, ma soprattutto autore, regista e sceneggiatore (e mille e mille altre cose) della trasposizione televisiva della sua opera di maggior successo. Jonrosh introduce ogni puntata con dei preamboli ampollosi e autocelebrativi, disvelando i dietro le quinte del suo ambizioso kolossal televisivo: una serie di 22 ore incentrata sulla saga familiare dei Morehead, dalla scoperta del giacimento di petrolio a partire dal quale il capofamiglia Jonas fondò il proprio impero all’incestuosa passione amorosa che sin dall’adolescenza travolse la sprezzante figlia Cynthia e l’idealista figlio adottivo Devon.
La struttura della trama, arrovellata all’inverosimile e continuamente stravolta da improbabili (o, viceversa, telefonatissimi) colpi di scena, è essa stessa oggetto della parodia che investe tutti i cliché propri del codice espressivo televisivo e cinematografico dell’epoca: il tono melodrammatico e soap-operistico, i dialoghi dalla verbosità eccessiva, le recitazioni drammaticamente sopra le righe, le ambientazioni grandiose ma che, nei campi lunghi, rivelano essere costruite con modellini da pochi spiccioli, i fondali smaccatamente finti, le musiche pompose e iper-enfatiche, la regia che ambisce ad essere raffinata ma inciampa spesso in grossolani errori, le azzardate sperimentazioni stilistiche destinate a tracimare nel kitch, e così via. Il ritmo della serie (e della serie nella serie) è però sin troppo stagnante — nonostante la brevissima durata degli episodi — e le gag comiche non sono sempre divertentissime. La vera fonte di divertimento, in grado di compensare parzialmente queste pecche, è il gioco metalinguistico davvero ottimo, merito anche di un super-cast che può contare su un numero spropositato di stelle: oltre ai protagonisti Tobey Maguire (Devon), Kristen Wiig (Cynthia) e Tim Robbins (Jonas), il parco attori annovera tra le sue fila anche Jessica Alba, Val Kilmer, Haley Joel Osment, Carey Mulligan (solo in voce), Michael Sheen, e, a svettare su tutti, Will Ferrell, brevemente nei panni dello Shah di Persia ma soprattutto in quelli di un Eric Jonrosh ricalcato sull’avvinazzato, panciuto e barbuto Orson Welles di fine carriera. La produzione è a cura di Funny Or Die, il noto sito di parodie fondato, tra gli altri, proprio da Ferrell.

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Inside No. 9, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 5 febbraio)
Cosa succede al numero 9 della strada in cui abitate? Cose ordinarie, cose buffe e cose macabre e atroci, secondo questa antologia di sei episodi il cui tono si situa a metà tra commedia, thriller e horror. Nel corso delle sei storie indipendenti che compongono questa prima stagione, i due attori protagonisti, Reece Shearsmith e Steve Pemberton, ricopriranno ruoli sempre diversi in ambientazioni altrettanto distinte, ma tutte accomunate dall’avere il numero nove sulla porta d’ingresso. Le informazioni in merito alla serie non sono dettagliatissime, ma siamo grandi fan dello humor britannico e delle venature dark che lo contraddistinguono e che sembrano essere uno degli ingredienti primari di questa nuova serie, accanto ad una comicità fisica e a tratti surreale. A quanto pare anche la BBC nutre una discreta fiducia nei confronti dell’ultima fatica del duo noto per la serie cult The League of Gentlemen, dato che alla talentuosa coppia di autori-attori è stata già commissionata una seconda stagione ancor prima della messa in onda del primo episodio.

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This Is Jinsy, Sky Atlantic (seconda stagione, 8 episodi, 8 gennaio)
Nuove avventure per gli strambi personaggi dai nomi assurdi che abitano l’ancora più assurda isola di Jinsy, contrassegnata da fenomeni atmosferici imprevedibilii, abitata da animali bizzarri e caratterizzata dalla presenza incombente del misterioso “The Great He”. L’isoletta di fantasia in cui è ambientata questa stravagante commedia britannica accoglierà nuovi eccentrici residenti, anch’essi presumibilmente caratterizzati da un’onomastica inusuale e destinati, come tutti, a non sfuggire all’onnipresente orwelliano sistema di controllo di cui Jinsy è dotata. La seconda stagione, come la prima, promette sketch surreali, canzoncine buffe e la presenza di numerose guest star di richiamo (tra le quali spicca Olivia Colman).

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House Of Lies, Showtime (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Il gruppo storico si è disgregato alla fine della scorsa stagione, quando Martin “Marty” Kaan (Don Cheadle) ha messo in piedi il suo grande piano: avviare un’agenzia di consulenze tutta sua, Kaan & Associates, contando sul fatto che il gruppo storico di collaboratori aka “the Pod” — Jeannie van der Hooven (Kristen Bell), Clyde Oberholt (Ben Schwartz) e Doug Guggenheim (Josh Lawson) — avrebbe lasciato Galweather-Stearn per seguirlo nella sua ambiziosa avventura. Invece, in questo universo di eccentrici ricconi one-percenter e consulenti viscidi come serpenti, chi di doppiogioco ferisce rischia di essere ripagato con la stessa moneta, ed è precisamente quello che è successo a Marty: nessuno lo ha seguito, e lui è rimasto solo con la patata bollente in mano. Ma poiché egli è anche eccellente nel proprio lavoro, o addirittura il migliore, Kaan & Associates ha comunque preso il via, ed è alla ricerca di ricchi clienti per riempire il proprio portfolio e soprattutto le proprie tasche. La nuova stagione seguirà il tentativo di rimettere il gruppo assieme, poiché, nonostante gli sfottò, nonostante gli insulti, e anche se non lo ammetterebbero mai, i quattro si trovavano bene assieme. E tra Marty e Jeannie è ancora ben presente un’irrisolta attrazione sentimentale che i due non si decidono ad affrontare.
House of Lies prosegue ad esplorare le vicende di questi eccellenti professionisti dalle vite private incredibilmente danneggiate con la solita miscela di humor cinico e cattivo, ma il tono è così monocorde, e i personaggi così negativi e senza alcuna qualità in grado di redimerli o renderli interessanti, che l’intero prodotto, nonostante uno stile visivo sgargiante e intrigante, spesso risulta solo irritante.

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Chozen, FX (prima stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Chozen (doppiato da Bobby Moynihan) è un rapper bianco, gay, appena uscito di prigione (l’avrete notato, l’ex-galeotto protagonista è un tema ricorrente), dove ha scontato la pena per una falsa accusa orchestrata da un ex-membro della sua crew (doppiato da Method Man) diventato nel frattempo uno dei nomi più celebrati dello star system. Uscito dal carcere, Chozen proverà, con la collaborazione di un gruppo di amici un po’ sfigati, a trasformarsi in un rapper di successo. Lo stile grafico è tratto di peso da Archer (vedi sotto), il tono — volgare, sguaiato, basato su una comicità grossolana tesa a sfidare in modi prevedibili il puritanesimo e l’ipocrisia del politicamente corretto — proviene dritto dritto da Eastbound & Down, e non è un caso che i produttori di entrambe le serie siano dietro a questo prodotto.

Community, NBC (quinta stagione, 13 episodi, 2 gennaio). Il creatore dello show Don Harmon è di nuovo al timone della sit-com ambientata tra gli studenti e i docenti del fittizio Greendale Community College. Stagione imbottita di guest star, tra cui spiccano Nathan Fillion, Johnatan Banks e nientepopodimeno che Walton Goggins.

Enlisted, FOX (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Le (dis)avventure in caserma di tre fratelli (il sergente Pete Hill, reduce dell’Afghanistan, e le due reclute Derrick e Randy) e del plotone di disadattati di cui fanno parte. La solita insipida sit-com familiare ibridata con la solita insipida sit-com militare.

Archer, FX (quinta stagione, 13 episodi, 13 gennaio). La commedia/spy story animata, uno dei maggiori successi in casa FX, è stata sottoposta ad una consistente ristrutturazione, tale da cambiare il titolo in Archer Vice ed assumere un’estetica che ricorda vagamente Grand Theft Auto: Vice City. Questo perché si è scoperto che l’agenzia spionistica ISIS non era in realtà un’agenzia governativa autorizzata, e i suoi membri sono costretti ad appendere al chiodo gli strumenti da spia per riciclarsi come spacciatori di cocaina. Di tanta, tantissima cocaina: una tonnellata!

Broad City, Comedy Central (prima stagione, 10 episodi, 22 gennaio). Due squattrinate ventenni a New York, tra lavori precari e decisioni azzardate che non pagano (quasi) mai, intrappolate, come ogni sitcom che si rispetti, in una dinamica che, rubando una citazione illustre, potremmo definire “Try again. Fail again. Fail better”. Creata, prodotta e interpretata da Ilana Glazer e Abbie Jacobson (protagoniste nei ruoli di… Ilana e Abbie), la serie si basa sull’omonima webserie che le due amiche hanno messo in scena dal 2009 al 2011.

Rake, FOX (prima stagione, 13 episodi, 23 gennaio). L’attività professionale dell’avvocato difensore Keegan Dean messa a repentaglio dalla sua incasinatissima vita privata, tra una ex-moglie che lo maltratta, giudici che non lo rispettano, e il fisco che lo insegue. Lui ci mette del suo, parlando spesso a sproposito e coltivando interessi sconvenienti (prostitute e gioco d’azzardo). Il pilot è a cura di Sam Raimi.

Ja’mie: Private School Girl, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 6 febbraio). Ja’mie è una studentessa presso la prestigiosa Hilford Girls’ Grammar School, e come tutte le teenager privilegiate è insopportabilmente vacua e snob. Commedia mockumentary creata dal comico australiano Chris Lilley (interprete della protagonista) andata in onda lo scorso autunno su HBO, ma siccome non ne abbiamo dato notizia allora la proponiamo in occasione dell’approdo sugli schermi inglesi.

About A Boy, NBC (prima stagione, n. di episodi da definire, 21 febbraio). Will è single e disoccupato, ma grazie ai diritti di una canzone di successo è libero di dedicarsi al cazzeggio più sfrenato. Anagraficamente è un adulto, ma in realtà è fondamentalmente un bambino, e in quanto tale stringerà un’inusuale amicizia con l’undicenne Marcus, figlio di Fiona, recentemente trasferitasi nell’appartamento adiacente. Tratto dall’omonimo best-seller di Nick Hornby, già fonte d’ispirazione di una dramedy per il grande schermo.

Doll & Em, HBO (prima stagione, 6 episodi, 19 marzo). Commedia semi-improvvisata che racconta le complesse dinamiche della profonda amicizia che lega due donne, un’attrice hollywoodiana e la sua amica d’infanzia assunta come assistente personale durante la lavorazione di un film. Doll (Dolly Wells) e Em (Emily Mortimer) sono realmente amiche fuori dal set.

… e poi tutto il resto:

Cougar Town, TBS (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Episodes, Showtime (terza stagione, 9 episodi, 12 gennaio)
Uncle, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 13 gennaio)
House Of Fools, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 14 gennaio)
Death In Paradise, BBC One (terza stagione, 8 episodi, 14 gennaio)
Suburgatory, ABC (terza stagione, 13 episodi, 15 gennaio)
Outnumbered, BBC One (quinta stagione, 6 episodi, 29 gennaio)
Mixology, ABC (prima stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Portlandia, IFC (quarta stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Legit, FXX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Saint George, FX (prima stagione, 10 episodi, 6 marzo)
Mind Games, ABC (prima stagione, 13 episodi, 11 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in quest'inverno 2014? Pt. I: Drama #winter14tv

Riuscirà il 2014 televisivo a rivaleggiare con l’anno passato in termini di qualità e quantità? Quante nuove emittenti si tufferanno nel mercato delle serie tv con nuove produzioni originali? Le serie debuttanti saranno in grado di prendere il posto di quelle approdate — o di quelle che, nel corso di quest’anno, approderanno — alla loro conclusione? La nona stagione di Don Matteo (dal 9 gennaio in prima serata su RaiUno) sarà appassionante come le precedenti otto? Ma soprattutto, c’era davvero bisogno di un remake sudamericano (colombiano, per la precisione) di Breaking Bad, intitolato Metástasis e avente per protagonisti Walter Blanco, Ciélo Blanco, José Rosas e un vecchio scuolabus nelle veci dello scassato Winniebago? Non sappiamo rispondere a nessuna di queste domande (beh, forse all’ultima sì), ma se volessimo trarre qualche indicazione dalla stagione televisiva invernale — inaugurata sin dai primissimi giorni di gennaio con il ritorno di serie storiche (o quasi), da qualche esordio importante, da un paio di nuovi canali alle prime esperienze con la serialità, e dall’antipasto di un trend che proseguirà tutto l’anno (le miniserie, tornate di gran moda come tornano ciclicamente di moda i pantaloni a zampa e le gonne a fiori) — diremmo che le prospettive sono decisamente rosee.
Per avere un’idea di tutto quello che potete trovare in televisione di questi tempi, ecco il primo di tre articoli in cui presenteremo le serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Cominciamo con le serie drammatiche.


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Game of Thornes Ice and Fire: A Foreshadowing, HBO (speciale, 9 febbraio)
Prima di pensare che questo paragrafetto sia solo un tentativo un po’ ruffiano di truffare i motori di ricerca buttando lì un po’ a caso il titolo della serie più piratata di tutti i tempi, lasciateci spiegare. Se è vero che la quarta stagione di Game Of Thrones approderà sui nostri schermi solo il 6 aprile, è anche vero che HBO ha messo in onda (in piena stagione invernale, e quindi pertinente in questo articolo) quello che è a tutti gli effetti un teasing estremo per portare alle stelle l’hype già esagerato che precede ogni season premiere. Per solleticare la nostra sete di spoiler e curiosità sull’incontrastato blockbuster della televisione contemporanea, ecco uno speciale di quindici-minuti-quindici (un promo formato kolossal, come si confà allo status della serie) durante il quale, tra un ripassino delle stagioni precedenti, un po’ di dietro le quinte e qualche intervista ai protagonisti, c’è spazio per la fugace visione di immagini inedite tratte dall’incombente quarta stagione. Quindici minuti non sono certo sufficienti a placare la nostra brama di intrighi politici, efferati delitti, amori torbidi e carismatiche biondine drago-munite, ma facciamoci coraggio, la primavera sta arrivando.

justified

Justified, FX (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Justified mette in scena il suo penultimo capitolo da orfano di papà Elmore Leonard, scomparso la scorsa estate. Quale miglior modo (oltre al breve tributo dedicatogli in occasione della season premiére) di omaggiare il grande scrittore se non quello di estendere il raggio d’azione a due location tipicamente Leonard-esche come Detroit e la Florida? In ossequio al principio “WWED” (What Would Elmore Do?), da sempre guida ed ispirazione di Graham Yost e soci, le avventure di Raylan Givens e del suo frenemy Boyd Crowder ripartono da questi luoghi distanti mille miglia dall’ormai familiare piccola e povera contea di Harlan. Tuttavia, potete scommetterci: sarà pure piccola, povera e sperduta tra le valli dei monti Appalachi, ma tutte le strade (criminali), da Miami, da Detroit, e persino dal Canada, porteranno di nuovo ad Harlan County, Kentucky, e quest’angolo depresso della provincia americana tornerà presto ad essere il teatro della lotta tra logorroici hillbillies criminali e tutori della legge dai metodi spicci, dalla lingua affilata e dalla mira infallibile. Più che in passato, la quinta stagione sembra concentrarsi in modo particolare sulle relazioni familiari. A partire da quelle che interessano Raylan Givens (Timothy Olyphant), a cui non hanno mai fatto difetto swag e sarcasmo, ma che non appare più così sicuro di sé nel suo ruolo di fresco neo-papà, forse perché il defunto genitore non gli ha certo offerto un modello impeccabile di paternità. Sarà Art Mullen (Nick Searcy), burbero ma paziente come sempre, ad insegnagli una cosa o due su come diventare un genitore almeno decente? I mal di testa familiari interessano anche Boyd Crowder (Walton Goggins), impegnato nella problematica gestione del traffico di eroina insieme al sopraccigliuto neo-socio Wynn Duffy (Jere Burns, promosso series regular), ma soprattutto in difficoltà nel placare le ire di Ava (Joelle Carter), insofferente per una permanenza dietro le sbarre più lunga del previsto. E all’orizzonte si intravede la figura di Johnny Crowder (David Meunier), notoriamente frustrato del suo ruolo secondario rispetto al fascinoso cugino dalla loquela forbita. Ma è soprattutto la natura dell’antagonista principale della stagione ad essere familiare, in senso lato e in senso letterale. Familiare poiché ad incrociare il percorso del nostro U.S. Marshal preferito sarà Darryl Crowe (Michael Rapaport), vecchia conoscenza di Raylan sin dai tempi della sua movimentata permanenza nel Sunshine State. Ma familiare soprattutto perché quello dei floridiani Crowes, allevatori di allegatori di professione ma ovviamente immischiati in molteplici loschi traffici, è un vero e proprio clan, composto da cugini e fratelli delinquenti incorreggibili e una sorella indecisa tra la fedeltà alla famiglia e il desiderio di un futuro rispettabile. Da veri parenti-serpenti, i Crowes decidono di insediarsi ad Harlan per sfruttare il redditizio business capitato in mano al cugino scemo, quel Dewey Crowe (Damon Herriman) spesso maltrattato da Raylan e forse proprio per questo diventato uno dei personaggi più osannati dai fan della serie. E se pure Dewey non esita a definire i cugini come portatori di notizie nefaste, Raylan potrebbe avere tra le mani una brutta gatta da pelare.
Si potrebbe accusare Justified di riproporsi sempre uguale a sé stesso, ed in effetti dopo la divagazione dello scorso anno — il lungo arco narrativo dedicato alla ricerca di Drew Thompson — si ritorna alla formula del supervillain, declinata, come anni addietro, nella forma di un’intera famiglia di bifolchi ai ferri corti sia con Raylan che con Boyd (ricordate la fantastica Mags Bennett e il suo temibile moonshine?). Qualcuno potrebbe pensare che sia rimasto poco da dire, ma a noi Raylan & Co. piacciono così: prevedibili, forse, ma incredibilmente godibili. Come si fa a non amare i meravigliosi cantilenanti accenti sudisti di questi amabili zotici? Come non apprezzare i dialoghi grondanti saggezza ruspante, strafottenza e sagacia, forse l’aspetto principale in cui ricercare l’eredità di Elmore Leonard?

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True Detective, HBO (prima stagione, 8 episodi, 12 gennaio)
Rustin “Rust” Cohle (Matthew McConaughey) è un barista part-time, capellone, trasandato, abbirrazzato e fumatore compulsivo. Martin “Marty” Hart (Woody Harrelson) è un omaccione stempiato, non troppo raffinato con le parole, che lavora per la sicurezza privata. Entrambi si trovano di fronte a una telecamera, a rispondere alle domande di due detective, Maynard Gilbough (Michael Potts) e Thomas Papania (Tory Kittles). Rust e Marty sono due ex-detective della polizia statale della Louisiana, i quali, diciassette anni prima dell’interrogatorio a cui stanno prendendo parte, nel lontano 1995, condussero le indagini che portarono alla cattura dell’autore di una serie di omicidi rituali. I due, diversissimi per carattere e approccio all’attività investigativa, hanno intrattenuto una proficua relazione professionale, hanno imparato a conoscersi nel corso delle indagini condotte assieme, forse sono addirittura diventati amici (benché, vista la personalità dei due soggetti, questo possa sembrare eccessivo), fino ad una improvvisa separazione avvenuta nel 2002. Dieci anni dopo, si trovano di fronte a Gilbough e Papania, i quali stanno indagando su un nuovo omicidio dalle caratteristiche terribilmente simili a quello in qui si imbatterono i due ex-colleghi, e sono interessati alla ricostruzione delle loro indagini, poiché il caso potrebbe non essere stato chiuso. Tutto ordinario, no? Omicidi seriali con tanto di coreografiche disposizioni di cadaveri, tracce di esoterici misteri, indagini complicate, tante false piste, una coppia di detective che, a dispetto delle differenze, si trovano a lavorare insieme, in ossequio alla tradizione del buddy-cop… e invece True Detective ordinario non lo è per niente, e se non rivoluzionerà il poliziesco è solo perché essere (solo) un poliziesco non è il suo obiettivo principale. C’è un crimine orrendo, ci sono tanti interrogativi a cui dare risposta (davvero il caso non fu risolto? E per quale motivo la relazione tra Rust e Marty si interruppe così bruscamente? C’entra forse la moglie di Marty, capace di instaurare subito un legame con l’ombroso Rust?), ma nel corso di una narrazione che alterna in continuazione il presente dell’interrogatorio e il passato vissuto attraverso i flashback dei due protagonisti quello che emerge non è tanto la procedura dell’indagine poliziesca, ma piuttosto l’analisi della psicologia di due uomini profondamente feriti. Cohle è un pessimista cosmico, un nichilista oltranzista inghiottito in una spirale autodistruttiva scatenata da un terribile incidente che ha disgregato la sua famiglia. Hart è invece un uomo prigioniero delle proprie menzogne e intrappolato nelle auto-giustificazioni, il quale pretende di vestire i panni del marito responsabile, dell’affettuoso padre di famiglia, dell’uomo irreprensibile,  pur essendo in realtà solo un donnaiolo patologico à la Jimmy McNulty (senza neanche un centesimo dell’acume investigativo del protagonista di The Wire).
Lento, suadente e ipnotico come un blues, sporco come un pezzo southern rock, True Detective è impregnato dell’atmosfera umida, appiccicosa e decadente dei bayou del sud della Louisiana, in cui desolati paesaggi industriali e sinistre raffinerie petrolifere punteggiano le paludi della Gulf Coast, facendo da sfondo alle vite povere di una popolazione tradizionalista e profondamente religiosa. Sin dai primi minuti, sin dai titoli di testa, dominati dalle inquietanti doppie esposizioni che suggeriscono il tema centrale della serie, la dualità come tratto fondamentale dell’umanità, la serie creata da Nic Pizzolatto sembra portare le stigmate dell’eccellenza seriale. Siamo appena a febbraio e appena a metà della prima stagione, ma True Detective — forte di una scrittura eccellente (a cura del solo Pizzolatto), di un’estrema coerenza visiva e stilistica (Cary Fukunaga è dietro la macchina da presa in tutti gli episodi) e impreziosito da una strepitosa, magnetica interpretazione di Matthew McConaughey (decisamente in stato di grazia di questi tempi e possibile dominatore dei prossimi Grammys, Golden Globes e affini) — ci sta entusiasmando così tanto da volerlo prematuramente candidare al titolo di serie dell’anno. Al diavolo la prudenza, è un fottutissimo capolavoro: provare per credere.

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The Red Road, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 27 febbraio)
Relegata in una piccola riserva sul monte Ramapo, in una zona montuosa situata a nord di New York, la tribù Lenape — non riconosciuta dal governo federale — convive a fatica con la vicina comunità bianca che abita la vicina cittadina di Walpole, NJ. Quando una tragedia colpisce la comunità dei nativi, la precaria pace sociale vacilla in modo ancora più pericoloso, anche perché pare che la polizia locale abbia coperto le responsabilità di Jean Jensen (Julianne Nicholson), figlia di un senatore dello stato del New Jersey, moglie dello sceriffo e alcolista in fase di riabilitazione. Nel bel mezzo di questa spinosa situazione e in difficoltà nel gestire l’ordine pubblico, lo sceriffo Harold Jensen (Martin Henderson) si troverà suo malgrado a contatto con la minacciosa figura di Phillip Kopus (Khal Drogo Jason Momoa), un ex-galeotto rientrato nella riserva, il cui profilo è reso ancor più problematico dalla (burrascosa) relazione che lo lega al padre Jack (Tom Sizemore), un criminale di lungo corso dedito al traffico di droga nella vicina Brooklyn. Con il precipitare degli eventi i segreti che caratterizzano il passato dei due protagonisti verranno drammaticamente a galla, costringendoli ad una collaborazione sempre più compromettente. La situazione è ulteriormente complicata sia dalla situazione familiare dello sceriffo, a causa del conflitto sempre più acceso tra l’adolescente figlia maggiore Rachel (impegnata in una relazione con un coetaneo Lenape) e la moglie Jean, sia dai crescenti tumulti tra i nativi, le cui rivendicazioni si fanno sempre più pressanti grazie alla battagliera Sky Van Der Veen (Lisa Bonet), avvocato e membro prominente della comunità Lenape.
La serie sembra avere tutti gli elementi giusti per proseguire sul filone “indie” tanto caro a Sundance Channel (piccole comunità marginali, conflitto sociale esasperato da rivendicazioni etniche, personaggi dal passato problematico e oscuro dal quale non riescono a liberarsi). Il giovane canale ha esordito col botto l’anno scorso, con un’incredibile tripletta di serie originali, miniserie e serie d’importazione, e ora l’aspettiamo al varco: sophomore slump o un decisivo passo avanti verso lo status di stella tra i canali televisivi americani?

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House Of Cards, Netflix (seconda stagione, 13 episodi, 14 febbraio)
Chissà se il Presidente si è pentito di aver negato a Frank Underwood (Kevin Spacey) la nomina a Segretario di Stato. Mai lo avesse fatto! Il vendicativo deputato della South Carolina ha messo in atto un macchiavellico piano che, attraverso la manipolazione del sindacato degli insegnanti, la manipolazione di una giovane giornalista, e soprattutto la manipolazione del giovane Peter Russo, spinto all’autodistruzione e “suicidato” senza troppe remore, lo ha portato ad un passo dall’ambita meta: la vice-presidenza e la probabile candidatura a prossimo Presidente degli Stati Uniti, un ottimo modo per rifarsi del grande diniego di cui sopra. Dopo tutto questo incessante e infallibile macchinare e manipolare, è naturale attendersi che lo scaltrissimo deputato si sia guadagnato ancora più nemici di prima, sia nei palazzi del potere sia al di fuori di essi. Tutti, dal Presidente (comprensibilmente poco propenso a farsi fare le scarpe) in giù, proveranno ad ostacolarne l’ascesa, e tra gli agguerriti neo-nemici annoveriamo anche Zoe Barnes (Kate Mara), la giornalista ex-amante diventata suo malgrado una pedina dello spietato Frank, la quale avendo scoperto con la preziosa collaborazione di Lucas e Janine cosa sia veramente successo al povero Russo, ha per le mani una storia che definire scottante è un eufemismo. E poi c’è il grande circo mediatico, interessato a sbattere in prima pagina tutti i dettagli della strana relazione matrimoniale che lega Lady Macbeth Claire Underwood (Robin Wright) al conosorte. Il problema, per tutti questi nuovi avversari, è uno solo: vogliono DAVVERO mettere i bastoni tra le ruote a Frank Underwood e sperare di uscirne vivi? Perché il pluripremiato torbido thriller politico prodotto da David Fincher (che, a differenza di quanto avvenuto durante la prima stagione, non metterà mano alla macchina da presa) e guidato dal brillante Beau Willimon pare aver messo bene in chiaro cosa succede, quando questa eventualità si verifica…
Quando Obama ha candidamente affermato di apprezzare la serie e si è lamentato del fatto che, purtroppo (!), i meccanismi della politica non gli permettono di essere — uhmmmm — efficiente nel perseguire i propri obiettivi quanto Frank Underwood, tutti hanno riso. Poi ci hanno riflettuto un attimo, e non hanno riso più.

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Those Who Kill, A&E (prima stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Poteva mai mancare il remake di una fortunata serie scandinava? Certo che no. È il turno, stavolta, di Those Who Kill, riadattamento americano della fortunata serie danese omonima. Poteva mai trattarsi, in quanto serie televisiva scandinava, di qualcosa di diverso da uno psico-thriller infarcito di omicidi seriali, detective con consistenti turbe psicologiche e malsane tensioni erotiche? Certo che no. L’azione si sposta da Copenhagen a Pittsburgh, ma la vicenda ruota sempre attorno alla figura di Katrine/Catherine Jensen (Chloë Sevigny), neo-promossa detective sempre in prima linea quando si tratta di indagare sugli omicidi più efferati. Mai ligia al protocollo e spesso incapace di limitare il proprio coinvolgimento empatico con le vittime dei delitti, Catherine è anche ossessionata dalla scomparsa del fratello e dalla convinzione che l’ambigua figura paterna nasconda in realtà un serial killer. Ad assisterla tanto nelle indagini quanto nella propria personale ricerca della verità sarà lo psicologo forense Thomas Schaeffer (James D’Arcy), anch’egli persona alquanto problematica e, cosa ancor più preoccupante, con la sinistra tendenza ad assumere il punto di vista dell’assassino nei casi su cui Catherine indaga. Vittima e carnefice per interposta persona: gran coppia, no?

Sherlock, BBC One (terza stagione, 3 episodi, 1 gennaio). Due anni dopo la messa in onda della seconda stagione, e preceduti dalla chicca natalizia del mini-episodio prequel Many Happy Returns, arrivano, attesissimi da orde di fan pronti a inondare Tumblr di nuove gif emblematiche della bro-mance tra l’eroe eponimo e il fido Watson, i tre nuovi episodi da 90 minuti ciascuno di questa rivisitazione contemporanea della figura di Sherlock Holmes. Che, evidentemente, non è morto come tutti credevano. Vabbé, ok, non ci aveva creduto nessuno in realtà. AtlantideZine parlò a suo tempo della prima stagione.

Being Mary Jane, BET (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). Estensione seriale del film omonimo (anch’esso produzione BET), racconta le vicende di Mary Jane, giornalista televisiva che, come tutte le persone di questo mondo, trova estremamente difficile bilanciare i propri impegni lavorativi, la propria vita sentimentale, e la necessità di assicurare adeguato sostegno alla famiglia (padre, madre malata, due fratelli e pure una nipote). Prima serie tv prodotta da BET.

Chicago PD, NBC (prima stagione, 15 episodi, 8 gennaio). Spin-off di Chicago Fire, con i poliziotti ad assumere il ruolo di protagonisti al posto dei pompieri. Un procedurale in grado di riscrivere le paludate regole del poliziesco televisivo? Manco per niente.

The Following, FOX (seconda stagione, 15 episodi, 19 gennaio). La prima stagione di questo oscuro thriller, teoricamente impreziosito dalla presenza di un protagonista di richiamo come Kevin Bacon, ha conquistato un posto in svariate classifiche di fine anno. Il problema è che si è trattato delle classifiche delle peggiori serie viste nel 2013. Un ottimo motivo per evitare, dopo la prima, anche la seconda stagione.

Line Of Duty, BBC Two (seconda stagione, 6 episodi, 12 febbraio). Un nuovo caso per gli agenti DS Steve Arnott, DC Kate Fleming e Superintendent Ted Hastings e per la (fittizia) unità anti-corruzione AC-12. L’obiettivo delle loro indagini sarà, stavolta, l’insospettabile DI Lindsay Denton, la quale, tuttavia, non è l’unica a custodire qualche scheletro nell’armadio. La prima stagione, datata 2012, è stata una delle serie di maggior successo nel Regno Unito.

Hannibal, NBC (seconda stagione, 13 episodi, 28 febbraio). La scorsa stagione ha raccolto ampi consensi, e la critica ha elogiato tanto la perizia cinematografica quanto le creative disposizioni di cadaveri. Oltre ad aver lodato la… uhm, raffinatezza culinaria del giovane Hannibal Lecter. Immaginiamo l’impianto estetico della serie resti invariato, per cui chi ha apprezzato la prima stagione attenderà con ansia la seconda. Noi non siamo tra questi.

Crisis, NBC (prima stagione, 13 episodi, 16 marzo). Il rapimento dei figli delle persone più ricche e potenti di Washington, Presidente incluso, è l’evento che scatena la grossa crisi a cui allude il titolo. In ballo ci sono le sorti di tante famiglie, ma anche quelle dell’intero Paese. Cosa saranno disposti a fare i ricchi e potenti, pur di riavere i propri figli? Con Dermot Mulroney e soprattutto con Gillian Anderson, per la quale, ormai lo sapete, abbiamo un debole.

… e poi tutto il resto:

The Bletchley Circle, ITV (seconda stagione, 4 episodi, 6 gennaio)
Call The Midwife, BBC One (terza stagione, episodi, 19 gennaio)
Mr Selfridge, ITV (seconda stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
Silk, BBC One (terza stagione, 6 episodi, 24 febbraio)

Quali sono le serie tv in onda in quest’autunno 2013? Pt. IV: Broadcast networks #fall13tv

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Oh, eccoci finalmente all’ultimo appuntamento dedicato alle serie tv autunnali. Lo sappiamo, siamo in clamoroso ritardo rispetto alla tabella di marcia che ci eravamo imposti quando abbiamo cominciato il nostro viaggio. Abbiate pazienza e siate comprensivi, perché una miriade di episodi pilota richiede tempo per essere vista e digerita. Senza trascurare il fatto che si tratta di serie concepite per la tv generalista, per le quali generalmente non impazziamo, e che, puntualmente, si rivelano per la maggior parte dei prodotti noiosi, banali, già-visti-già-sentiti, ennesime ripetizioni di percorsi narrativi esplorati in lungo e in largo millantamila volte, impenitenti propagatori di stereotipi usati e abusati, farciti di cliché, promotori esclusivi di valori conformi alle ideologie egemoni, etc.
Affrontiamo questo ultimo capitolo quando ormai la stagione è ben più che avviata, con quasi due mesi di programmazione ormai alle spalle. Si sono inoltre appena conclusi i temuti sweeps novembrini, quel periodo dell’anno in cui i programmi televisivi vengono a conoscenza del proprio destino (ovvero: back-9 order e stagione completa, rinnovo per la prossima annata, o cancellazione senza pietà), legato a doppio filo all’andamento dei rating di ascolto. Le serie veterane hanno ripreso i loro consueti spazi all’interno del palinsesto, le novità proposte dai network hanno ormai consolidato il proprio pubblico (anche se spesso con risultati non particolarmente lusinghieri) e ci restano solo una manciata di settimane prima della pausa natalizia e della partenza della prossima programmazione invernale. Per le serie passate indenni tra le forche caudine delle valutazioni degli investitori pubblicitari, la stagione proseguirà fino a primavera inoltrata (o magari ricomincerà a primavera, per quelle serie che osservano un lungo periodo di letargo durante i mesi invernali). Per quelle che invece non hanno passato gli esami, beh, non ce ne vogliano, ma non ne sentiremo certo la mancanza.


Oggi parliamo di: How I Met Your Mother (CBS), Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D. e Modern Family (ABC), Sleepy Hollow e Almost Human (FOX), The Blacklist e Dracula (NBC), e Reign (The CW). In coda, la programmazione completa di tutti i cinque maggiori network: ABC, NBC, CBS, FOX e The CW.

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How I Met Your Mother, CBS (nona stagione, 24 episodi, 23 settembre)
La brillante rom-com/sit-com degli esordi è irrimediabilmente persa, soffocata nella lenta agonia delle ultime annate, e siamo sicuri che non sarà quest’ultima stagione a riportare a galla una barca affondata ormai da tempo. Comunque sia, gioia e giubilo, perché finalmente HIMYM è arrivato alla sua conclusione, anche se l’attesa per questa nona e ultima stagione è in gran parte dovuta solo ad un mal riposto senso di responsabilità verso qualcosa che, una volta iniziato, si vuole portare a termine. L’ultimo episodio della passata stagione ha rivelato finalmente il volto della Madre del titolo, e gettato le fondamenta su cui si reggerà tutto il finale: tutti gli ultimi episodi, infatti, avranno luogo nell’arco temporale coperto dalle 56 ore che precedono il matrimonio di Robin e Barney. 56 ore durante le quali tutti i protagonisti incontreranno La Madre Dei Figli Di Ted (Cristin Milioti, ovviamente series regular) prima di Ted: ne converrete, la premessa è un po’ labile per sostenere 24 puntate, e i primi episodi non hanno fatto che confermare quest’impressione. Alla fine, il miglior commento possibile nei confronti dello stato attuale della serie potrebbe averlo fornito la stessa CBS, con il trailer diffuso in occasione del ComiCon di San Diego dello scorso luglio: chi di voi, arrivati a questo punto, non si sente ESATTAMENTE come gli ormai cresciuti figli di Ted, arcistufi di ascoltare una vicenda che ormai è talmente tirata per i capelli da poter vincere a mani basse tutte le gare di “Serie Televisive Palesemente Allungate In Modo Patetico E Ingiustificato Per Fare Cassa”? A cui ci sentiamo di aggiungere: per quante puntate ancora ci dovremo sorbire Ted e il suo continuo rimuginare sul suo amore per Robin, prima di vedere compiuta la vicenda?
Per rendere il tutto ancora più amaro, sappiate che in questi giorni le voci di uno spinoff della serie (sorpresa sorpresa, virato al femminile!) si sono concretizzate nell’ordine da parte di CBS dell’episodio pilota, previsto per la stagione 2014/2015. Kids, siete curiosi di conoscere in un numero spropositato di stagioni la storia di… wait for it… How I Met Your Dad?! Uhm. No.

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Sleepy Hollow, FOX (prima stagione, 13 episodi, 16 settembre)
Rilettura in chiave contemporanea del pluri-riadattato racconto di Washington Irving. Il primo, comprensibile, istinto è quello di immaginare la serie come un’estensione della riduzione cinematografica curata da Tim Burton, ma in realtà questa ennesima versione di Sleepy Hollow si allontana decisamente dal predecessore visto sul grande schermo (mantenendo una flebile traccia di atmosfere burtoniane solo nella sigla di apertura) e prende le mosse da premesse del tutto originali. Ichabod Crane assume stavolta l’identità di un professore di storia di Oxford arrivato in America al seguito delle truppe britanniche per reprimere le istanze indipendentiste dei coloni ribelli alla vigilia della Rivoluzione Americana. Inorridito dalla ferocia della tirannia inglese, il nostro protagonista dismette rapidamente la giubba rossa e passa in men che non si dica dall’altra parte della barricata, arruolandosi tra le giacche blu dell’esercito continentale. Da bravo voltagabbana, Crane scala rapidamente le gerarchie dell’esercito guidato dal generale George Washington, diventandone uno dei collaboratori più stretti, e in quanto tale viene introdotto ai segreti che si celano dietro la guerra e alle sue reali implicazioni. “No taxation without representation!”, direte voi, memori di quello che vi hanno insegnato a scuola, ma sappiate che quella è solo una favoletta buona per i manuali di storia: qui si parla di eroi americani, quelli veri, ed è noto che quando entrano in gioco gli eroi americani, quelli veri, a rischio c’è sempre la salvezza del mondo intero, non banali quisquilie politiche o economiche. In missione per conto di Washington, Crane è alla ricerca di un mercenario hessiano al servizio della corona inglese, incarnazione di questo enorme pericolo che incombe su tutta l’umanità. Il tedesco è un marcantonio mascherato che si muove con la macchinosità e la pesantezza di un T-800, brandisce un’enorme ascia con la quale riesce a fare evoluzioni degne di uno sbandieratore del Palio di Siena, e appare per lo più immune alle pallottole: tutti aspetti che lo rendono effettivamente una minaccia piuttosto consistente. I due si incontrano presto sul campo di battaglia, dando vita ad un duello che si rivelerà mortale per entrambi i contendenti: pari e patta, i due avversari stramazzano al suolo, Ichabod ferito a morte da una poderosa asciata del tedesco e il colosso in giubba rossa decapitato da un fendente dell’inglesino. Fine? Per niente, questo era solo l’inizio. Perché qui arriva il “twist” introdotto dalla serie televisiva alla nota storia di Ichabod Crane e del Cavaliere Senza Testa: il buon Ichabod, in virtù di un sortilegio praticato dalla moglie-strega Katrina, torna in vita dopo due secoli e mezzo passati a far compagnia ai lombrichi, e si trova, confuso e spaesato, nella placida cittadina di Sleepy Hollow dell’Anno del Signore 2013. Contemporaneamente, richiamato dal demone Moloch, fa capolino nel XXI Secolo anche il feroce hessiano, nelle vesti ancor più minacciose del Cavaliere Senza Testa. E perché un demone come Moloch dovrebbe richiamare un militare deceduto da secoli e per giunta privo di un’estremità piuttosto importante? Perché il corpulento cavaliere altri non è che il Cavalier Morte! Proprio Morte, membro di punta del famoso quartetto dei Cavalieri dell’Apocalisse, evocato dal demone con l’obiettivo di richiamare i colleghi Pestilenza, Carestia e Guerra, riunire la band e scatenare letteralmente l’inferno, ovvero l’Armageddon. E mentre Ichabod è comprensibilmente disorientato di fronte alle meraviglie tecnologiche della contemporaneità (nonché profondamente ferito nella sua sensibilità di uomo del XVIII secolo da alcune inconcepibili assurdità del sistema capitalista contemporaneo), il Cavaliere Senza Testa sembra in grado di approfittarne per il perseguimento del suo apocalittico scopo, potendosi servire non più solo della sua vetusta ascia — arma ancorché perfetta per le decapitazioni con cui si dedica con passione –, ma anche di fucili d’assalto, pistole automatiche e fucili a pompa. Tutto l’arsenale che si può recuperare in una qualsiasi cittadina americana, insomma.
Come da profezia biblica, Ichabod, uno dei due testimoni dell’Apocalisse annunciati nel noto best-seller di Giovanni Apostolo & Evangelista, non sarà solo nella sua disperata impresa di combattere le forze del male e scongiurare il catastrofico avvento dei Quattro Cavalieri. Ad affiancarlo nella sua missione sarà la bella e tignosa poliziotta Abbie Mills, giovane tenente in servizio presso il dipartimento di polizia di Sleepy Hollow e in procinto di trasferirsi a Quantico per intraprendere una brillante carriera da profiler nei ranghi dell’FBI, ma trattenuta nella cittadina natale dall’omicidio del suo mentore e compagno di pattuglia, lo sceriffo Corbin, prima vittima decapitata dal neo-resuscitato Cavaliere Senza Testa. Vincendo il suo iniziale scetticismo e la sua incredulità razionalista, Abbie accetta il suo ruolo di secondo testimone, un destino preannunciato — ma colpevolmente ignorato — da alcuni misteriosi eventi accaduti nella sua tormentata infanzia. La coppia Crane-Mills, ennesima riproposizione della felice formula sbirro afroamericano (Abbie) e pseudo-sbirro bianco (Ichabod), si adopererà per svelare i tanti segreti nascosti a Sleepy Hollow, dei quali Corbin era apparentemente a conoscenza, e dei quali sembra avere consapevolezza anche Jenny, sorella di Abbie da anni internata in un ospedale psichiatrico e considerata da tutti una matta da legare (appunto) ma inevitabilmente una delle poche persone in grado di comprendere la reale entità del pericolo incombente.
Sleepy Hollow è, per ora, una felice miscela di atmosfere da thriller cospirazionista e commedia buddy cop, il tutto immerso in un’ambientazione fantastica e soprannaturale e insaporito da una spruzzatina di (blandissimo) horror, narrato a un ritmo incalzante, girato con abbondanza di effetti visivi non troppo dozzinali e sostenuto da una colonna sonora appropriatamente pomposa e “bombastic”. La serie promette di spararla sempre più grossa di puntata in puntata, e paradossalmente questo non sembra essere un male: tra immaginifiche contro-ricostruzioni pseudo-storiche degli episodi più salienti della mitologia indipendentista americana (il Boston Tea Party, la cavalcata notturna di Paul Revere, etc.), leggende bibliche e oscuri complotti, congreghe di streghe buone e streghe cattive, demoni, sette segrete e logge massoniche, riferimenti ai capisaldi dell’esoterismo e dell’occultismo (mainstream, certo, e comunque tutto spiegato per filo e per segno, in modo da renderlo comprensibile anche ai bambini delle scuole elementari), il risultato è chiassoso e sfacciatamente pop — una versione “bassa” del pop, intendiamoci — ma di sicuro non noioso. La chiusura della prima stagione si avvicina (la serie, curiosamente, non aveva in programma il classico back-9 order, ma è stata tuttavia già confermata per una seconda stagione) e ci sono ancora ampi margini per mandare tutto a ramengo — per esempio, con una mal consigliata love story tra i due protagonisti, soluzione narrativa che violerebbe il primo principio del “buddy cop film” –, ma per ora Sleepy Hollow, grazie ad una piacevole vena umoristica che fa sovente capolino nel bel mezzo delle situazioni più assurde, all’eccellente chimica tra i due lead, al delizioso tocco “british” di Tom Mison nella parte del protagonista maschile, e soprattutto al plateale e categorico rifiuto di prendersi sul serio anche solo per mezzo secondo, è una delle (poche) piacevoli novità della stagione, e non solo all’interno dei confini della tv generalista.

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The Blacklist, NBC (prima stagione, 22 episodi, 23 settembre)
The Blacklist è una delle novità più reclamizzate della stagione, e, a differenza dei tanti flop andati in onda negli ultimi tempi sulla rete del pavone, sta ottenendo un discreto successo di pubblico, per quanto di questi tempi la definizione di “successo” sia stata pesantemente ridimensionata da streaming, DVR e affini. Ma il nostro giudizio si sintetizza in un perplesso e lapidario “bah”. Che è un modo rapido e veloce, ancorché poco argomentato, per dire che non ci ha convinto per nulla.
I primi 30 secondi del pilot sono sufficienti a farci conoscere il protagonista, e occorrono giusto un paio di minuti in più per delineare le premesse di uno show costruito secondo la canonica formula “un caso alla settimana”: Raymond “Red” Reddington, un pericoloso criminale ricercatissimo dall’FBI e dai dipartimenti di polizia di mezzo mondo, si costituisce alle autorità, presentandosi al quartier generale della polizia federale per farsi arrestare. Scattano le manette ai polsi del flemmatico delinquente, e per lui appare inevitabile la condanna a decenni di reclusione, ma l’impeccabilmente vestito Reddington, che la sa lunghissima e parla e si muove con felpata sicumera, ha un piano: evitare la scontata sentenza mettendo a disposizione dell’FBI tutte le inestimabili conoscenze maturate nel corso della sua attività sul campo, ovvero in oltre un ventennio di brokeraggio di proficue relazioni tra i peggiori fuorilegge attivi a livello internazionale. Essendo a conoscenza del come-dove-quando di tutti i principali ricercati, Reddington stila quella che definisce una “lista nera”, con i nomi dei più pericolosi mafiosi, politici corrotti, truffatori, spie, immancabili terroristi e esponenti di spicco della feccia criminale mondiale, e — come Larry Bird alzò il dito al cielo prima che l’ultimo pallone si infilasse morbido in una storica gara del tiro da tre — senza il minimo segno di incertezza ne assicura la cattura qualora si faccia come dice lui. Pone quindi le sue condizioni: alloggio nei migliori hotel, vari privilegi che gli consentano vita agiata e confortevole, e collaborazione garantita solo se l’agente destinato a seguire le sue soffiate sarà la giovane e inesperta profiler Elizabeth Keen (la quale, del tutto accidentalmente, è anche discretamente sexy). Red dice di esserne ossessionato, ma il perché di questa sua ossessione non lo sappiamo. Per quanto è stato possibile intuire dal pilota, Reddington sa qualcosa su di lei ignoto a tutti, interessata inclusa. Qualcosa che ha a che fare con lo sconosciuto padre dell’agente Keen, e, forse, anche con l’insospettabile marito di lei, insegnante scanzonato ma possibile doppiogiochista al soldo di feroci terroristi. In una dinamica con molti elementi in comune con quella instaurata dal Dr. Lecter con la giovane Clarice, Reddington guida maiuteicamente Elizabeth alla soluzione del caso della settimana, e contemporaneamente la conduce alla scoperta dei lati oscuri di quella che la giovane poliziotta ritiene una vita tutto sommato normale (salvo il fatto di essere socialmente isolata e considerata una stronza da tutti i compagni d’accademia).
Quali sono le motivazioni profonde che hanno portato Reddington a compire questa scelta, e perché chiede di lavorare solo e soltanto con l’agente Keen? Non sappiamo rispondere a nessuna delle due domande, ma immaginiamo che gli sceneggiatori abbiano pensato che fossero due curiosità sufficienti per tenerci incollati alla loro creatura settimana dopo settimana. Cari sceneggiatori, missione fallita, e non di poco: la sigla finale del primo episodio ha segnato la chiusura definitiva della nostra esperienza di The Blacklist.

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Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D., ABC (prima stagione, 22 episodi, 24 settembre)
Un fumettone — e non poteva essere altrimenti, vista l’etichetta “Marvel” che campeggia sopra il titolo — che gli appassionati di supereroi con superproblemi e i fanatici di tutto ciò che ha a che fare con lo sterminato universo Marvel potrebbero anche trovare gradevole. Noi, invece, che non siamo tra i più accaniti estimatori di fumetti di supereroi e di film derivati, facciamo molta più fatica a trovarlo interessante, e indubbiamente questo ha influenzato lo spirito con cui ci siamo apprestati a guardarlo.
Uno degli obiettivi della serie firmata Joss Whedon era quello di risultare intellegibile anche a chi, come noi, non abbia frequentato con assiduità l’universo cinematografico Marvel, e sotto questo punto di vista il pilota sarebbe anche un esperimento riuscito: totalmente ignari degli eventi (tra i quali quella che viene sovente ricordata come l'”Epica Battaglia di New York”) che hanno coinvolto Thor, Iron Man, Capitan America & Co. nel film The Avengers, di cui Agents of S.H.I.E.L.D. è una sorta di estensione/continuazione, non abbiamo avuto grandi difficoltà a ricostruire una backstory sufficientemente chiara. Punto di contatto fondamentale tra il film e la serie è l’agente Phil Coulson, un soprintendente della S.H.I.E.L.D., l’ormai nota agenzia governativa (il cui acrostico, oltre a risultare un tormento per chi scrive a causa di maiuscole e puntini, sta per un improbabile Strategic Homeland Intervention, Enforcement and Logistics Division, ed è evidente che, come sottolinea uno dei personaggi, sia stato pensato da qualcuno che “really wanted our initials to spell out SHIELD”) deputata ad occultare la presenza dei supereroi agli occhi dell’umanità, e a proteggerla dai supereffetti collaterali dovuti all’uso improvvido di supertecnologie aliene o, peggio, da superpsicopatici con superpoteri e/o superarmi animati da superdeliri di grandezza. Gli umani, si sa, sono incapaci di comprendere l’esistenza di tutti questi superfenomeni e sono superterrorizzati dal “diverso” (specie in formato “super”), ragion per cui mantenere uno stato di beata ignoranza tra di essi è fondamentale per poter garantire il quieto e ingenuo vivere dei bravi cittadini americani: quando i supercattivi e i superbuoni se le danno di santa ragione, entrano in scena gli agenti S.H.I.E.L.D., ripuliscono la scena, e tutto può prosegue placido e sereno come prima.
L’agente Coulson, si diceva, è il protagonista e l’anello di congiunzione tra il film e la serie. Pugnalato mortalmente da Loki durante i catastrofici eventi raccontati in The Avengers, egli era evidentemente dato per deceduto dai più — supereroi e spettatori assieme — per cui immaginiamo gli stupefatti “ooooh” del pubblico nel momento in cui il nostro riappare, vivo, vegeto e più sassy che mai, sulla scena. Protagonista di una messa in scena atta a motivare la banda dei supereroi nella battaglia contro il fratellastro pazzerello di Thor (o forse riportato in vita grazie ad una delle tante supertecnologie marchiate Marvel? O magari clonato?), il redivivo agente Coulson ci spiega per filo e per segno la sua nuova missione: mettere insieme un team di agenti (senza superpoteri) per prendersi cura delle minuzie per i quali i big fellas, Thor, Iron Man e colleghi non si scomoderebbero mai. Detto fatto, incontriamo uno ad uno i membri di questo team, composto seguendo le ferree regole dei polizieschi televisivi: Grant Ward, maschio, bianco, un duro e scontroso agente black-ops; Melinda May, donna, asiatica, pilota della mastodontica fortezza volante in dotazione alla S.H.I.E.L.D. ed esperta di armi; Leo Fitz e Jemma Simmons, coppia di nerd dall’accento britannico, massimi esperti mondiali di tecnologia il primo, e di biologia umana e aliena la seconda. A questo gruppetto di stereotipi ambulanti manca, lo avrete notato, la “donna giovane, bella e simpatica (possibilmente bianca)”, ma non temete, perché nel corso dei primi 45 minuti scarsi verrà reclutata anche lei: è Skye, membro di un collettivo di hacktivisti denominato Rising Tide, in fissa con le teorie sul complotto supereroistico e decisa a denunciare al mondo tutto ciò che gli agenti S.H.I.E.L.D. cercano di insabbiare in nome del quieto vivere — a quanto pare tutte ottime credenziali per essere reclutati dall’agenzia: tenentele a mente e inseritele nel vostro CV nel caso miriate ad una rapida carriera nei ranghi dei G-Man. Come in ogni poliziesco televisivo generalista che si rispetti (e non a caso la definizione più pregnante di Agents of S.H.I.E.L.D. — circolata su twitter — è “CSI: Superheroes”), i nostri (not-so-super) eroi risolveranno un caso alla settimana, sbrogliando vicende che vanno dal recupero di pericolosi manufatti alieni al contenimento di supereroi minori appena arrivati alla consapevolezza dei propri poteri, fino alle indagini sul misterioso Project Centipede.
Probabilmente anche a causa della poca familiarità con il mondo supereroico a cui la serie fa riferimento, abbiamo trovato l’episodio pilota noioso e prevedibile, strutturato avendo in mente un pubblico giovanile e/o nerd (anche se come scusante per un episodio mediocre regge poco, poiché non ci sovviene alcuna buona ragione per cui sia cosa buona e giusta propinare ai ragazzi e/o ai supposti nerd delle storie di una banalità disarmante). In realtà, stando ai rating di ascolto, anche i tanto agognati telespettatori appartenenti al segmento “18-49” pare non stiano apprezzando in modo così viscerale una serie che, nella testa degli executive ABC, era destinata a sbaragliare la concorrenza e diventare l’incontrastato blockbuster della stagione autunnale. A salvare la baracca non basterà certo l’annunciato cameo di Samuel L. Jackson nel suo ruolo canonico di Nick Fury. D’altra parte, cosa ce ne facciamo di un Samuel L. Jackson privato della possibilità di pronunciare anche un solo “muthafucka”, vietatissimo dall’iper-perbenismo del broadcast network?

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Almost Human, FOX (prima stagione, 13 episodi, 17 novembre)
“La nuova imperdibile serie di J.J. Abrams!”, avrete letto da più parti. Ed in effetti lo sforzo promozionale di Fox ha spinto parecchio sul nome del futuro autore dell’atteso (?) settimo capitolo della saga di Star Wars. La serie, invece, l’avrebbe ideata J.H. Wyman, e J.J. Abrams, al di là della compartecipazione allo sforzo produttivo, molto probabilmente non avrà contribuito neanche con mezza riga allo script (mentre ha contribuito con le banalissime note della colonna sonora), preso come sarà dalla supervisione di altri ottocento progetti a suo nome. Ma siccome il nome di richiamo è il suo, fatti da parte J.H. Wyman, nonostante la tua fama planetaria dovuta a prodotti di successo come Fringe, e via libera a te, J.J. Abrams, autore/showrunner/produttore (e ultimamente anche scrittore) di quasi tutta la fantascienza mainstream degli ultimi dieci anni. Mah. Noi facciamo una gran fatica a capire il motivo per cui il nome di Abrams dovrebbe fungere da richiamo piuttosto che da repellente, ma è evidente la nostra estraneità al pubblico di riferimento immaginato dalla Fox. La quale, nel non individuarci quali membri di questa cerchia, ci ha visto giusto, poiché il primo episodio di Almost Human ci ha annoiato mortalmente, tanto da averlo visto in varie sedute causa inevitabili appisolamenti. Il che, per un episodio da 45 minuti, ci pare un risultato eccellente, seppure per le ragioni più sbagliate che si possano immaginare.
Si comincia male, malissimo, con una voce narrante che ci vorrebbe fornire le coordinate spazio-temporali entro cui collocare la vicenda: siamo nel 2048, la scienza e la tecnologia hanno fatto e continuano a fare passi da gigante, e nel mondo circola una gran quantità di armi e di nuove droghe sintetiche, smerciate da potenti e anonime (maddai?!) organizzazioni criminali che minacciano tutto e tutti, e che sono responsabili di un aumento del crimine quantificato in uno strabiliante “+400%”, qualunque cosa significhi questa statistica buttata lì un po’ a caso (400% in più ogni mese? 400% in più rispetto al 2013? rispetto al 2047? Chissà). Poiché i criminali del futuro sono armati fino ai denti e piuttosto incattiviti, il Dipartimento di Polizia di Los Angeles ha stabilito che ciascun agente svolga le proprie mansioni di tutoraggio dell’ordine pubblico affiancato da un sofisticato androide da combattimento denominato MX-43. Questi androidi sono dotati di un potentissimo cervellino elettronico, e sono programmati in modo da massimizzare l’efficienza delle proprie azioni sulla base di un processo decisionale basato sul freddo calcolo del rapporto costi/benefici: praticamente l’intelligenza artificiale di quarant’anni fa, spacciata come un’enorme conquista di un tecnologicissimo futuro prossimo. A causa delle scelte operate da uno di questi androidi, il protagonista John Kennex, detective presso l’LAPD, ha perso un caro collega (e una gamba) nel corso di un un violento scontro a fuoco tra la sua pattuglia e una gang. Risvegliatosi dal coma dopo 17 mesi, Kennex si porta dietro, oltre ad una sofisticata protesi cibernetica, un odio viscerale per i colleghi al silicio e per la loro inscalfibile logica binaria. Nonostante una valanga di sintomi (tra i quali depressione, OCD indotti dal trauma, e inevitabile PTSD) ne sconsiglino il reintegro nei ranghi della polizia, il capitano del dipartimento lo richiama in servizio, poiché John, benché scorbutico e asociale, è pur sempre l’unico sottoposto di cui si fidi per perseguire il suo obiettivo: svelare i traffici della gang Insyndicate e incastrare i poliziotti corrotti al soldo della stessa gang, i quali sarebbero anche responsabili dell’agguato in cui John ha perso gamba e amico. Come da regolamento, il detective Kennex deve essere affiancato nello svolgimento delle sue funzioni da un androide, cosa che non manca di generare notevoli tensioni nell’ombroso e turbato protagonista. Fatto fuori il primo MX-43 assegnatoli, scagliato fuori da una vettura in corsa, John viene obbligato ad accompagnarsi ad un DRN, che è pur sempre un androide, ma più datato. Inspiegabilmente, “più datato”, all’interno della serie, significa “in grado di esibire comportamenti sostanzialmente indistinguibili da quelli messi in atto dagli esseri umani, e per giunta di quelli buoni”, e Dorian, il DRN affidato a Kennex, dimostra queste invidiabili caratteristiche sin dai primi 30 secondi di screen-time, rivelandosi persona amabilissima e sensibile. Talmente amabile, di buon senso, e animato da moralità ineccepibile (e mai timido nel fartelo pesare, quasi fosse un Grillo Parlante) che quasi quasi scaglieresti anche lui fuori da una macchina in corsa. Invece no, John Kennex stavolta resiste all’impulso iniziale e conclude la sua prima avventura al fianco di Dorian, nonostante non manchi mai di apostrofarlo con quello che è il suo insulto razziale prediletto: “sintetico”.
Ad accompagnare Kennex e Dorian nelle loro indagini per risolvere il caso della settimana ci saranno un manipolo di personaggi cartonati presi di peso, come quelli del sopracitato Agents of S.H.I.E.L.D., da qualsiasi altro poliziesco seriale. In questo caso, il gruppo è composto da: Sandra Maldonando, donna, bianca, capitano dell’LAPD, Region Delta, leader eccezionale e sbirro irreprensibile, grande supporter di John; Valerie Stahl, donna, bianca, bella, esperta di intelligence e ammiratrice dell’eroico e burbero John; Richard Paul, bianco, sbirro con la faccia da sbirro (ma non troppo irreprensibile?), per niente entusiasta del ritorno in servizio di John; Rudy Lom, uomo, bianco, nerd con la faccia da nerd, esperto di robotica e responsabile della messa in opera degli androidi, e fido aiutante di John.
Un po’ Blade Runner, un po’ Class of 1999, un po’ Strange Days, un pizzico di Minority Report rintracciabile nell’adozione di alcune soluzioni visive: Almost Human pesca a piene mani tra i temi e le situazioni più classiche del cinema sci-fi, a partire dalla premessa di un futuro quasi-distopico di dilagante delinquenza urbana. Su questo, si innesta anche qui la classica dinamica buddy-cop “poliziotto bianco & poliziotto nero”, declinata secondo lo schema sbirro buono ma scontroso e sbrigativo (l’umano) e sbirro buono e simpatico in grado di dire sempre la cosa giusta al momento giusto, nonché capace di empatia (benché androide). La presunta ostilità del protagonista umano per gli organismi artificiali e l’iniziale diffidenza nei confronti del partner cibernetico vengono risolte già alla fine del primo episodio, perché non vorrete mica che allo spettatore rimanga il dubbio, per più di una puntata, sull’eventuale prevalere dei buoni sentimenti, vero?

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Modern Family, ABC (quinta stagione, 24 episodi, 25 settembre)
La sit-com più premiata d’America è arrivata alla quinta stagione e ancora non accenna a perdere colpi. La formula è sempre la stessa, ve ne parlavamo già un paio d’anni fa, semplice fino alla banalità e vecchia come Menandro, ma efficace e rodatissima: famiglia allargata, personaggi comuni un po’ macchiettizzati e situazioni quotidiane ingarbugliate da una successione di improbabili equivoci. Anche la tanto reclamizzata componente LGBT non ha in fondo altre funzioni se non quelle narrative di aggiungere un po’ di straordinarietà a quelle situazioni ordinarie cui lo spettatore (e parliamo di un’audience potenziale ampissima, Modern Family è uno dei pochi show oggi in onda che potremmo davvero definire “per tutti”) può facilmente rapportarsi. E del resto, non è questa l’essenza di una sit-com? Quando vediamo una puntata di Modern Family, ci aspettiamo dialoghi brillanti e gag esilaranti, e raramente rimaniamo delusi.

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Dracula, NBC (prima stagione, 10 episodi, 25 ottobre)
Nell’era post-Twilight la serialità televisiva non ha certo ignorato il potenziale commerciale dei vampiri, svestendo le seducenti creature succhiasangue dai tradizionali abiti divenuti familiari grazie ai capolavori della letteratura gotica e trapiantandole nella contemporaneità, immerse in atmosfere che dal fantasy drama per adolescenti sono arrivate fino al porno soft-core (e vedremo presto cosa ci riserveranno le prossime variazioni sul tema vampiresco a cura di Robert Rodriguez e Guillermo del Toro). Sorprendentemente, in questo acclamato revival di creature dagli inconfondibili canini appuntiti, l’unico a non trovare spazio è stato proprio uno dei supercattivi più celebri della cultura popolare, il Principe delle Tenebre, il Re dei Non-Morti, e il Signore di tutti i vampiri: proprio lui, il conte Vlad III di Valacchia, meglio noto con l’affettuoso soprannome di Vlad Tepes “L’Impalatore”, e assurto a fama mondiale con il nome d’arte di Dracula. A porre rimedio alla lunga assenza dal piccolo schermo del fascinoso e sanguinario conte Dracula (con la trascurabilissima eccezione di un breve cameo nel dimenticabile fantasy storico Da Vinci’s Demons) ci ha pensato la NBC, la quale ha fatto della serie eponima una delle novità principali del palinsesto autunnale. Purtroppo, quello che ne è venuto fuori è un pastrocchio tale da farci augurare per il povero Conte un celere ritorno nella bara in cui è stato rinchiuso per anni.
La nuova avventura televisiva di Dracula si apre con il risveglio del nostro tenebroso protagonista, liberato dall’impolverato sarcofago che ne ha custodito il corpo per una manciata di secoli da un misterioso avventuriero, che altri non è se non il Professor Van Helsing, nemico giurato del noto vampiro. Se già questo primo accenno alla trama vi ha fatto corrugare la fronte e mormorare un sommesso “what the fuckin’ fuck?”, state a sentire il resto. Per quale motivo, vi starete chiedendo, la nemesi storica del temibile vampiro dovrebbe essere interessato a risvegliare il proprio avversario da un sonno pluri-secolare? Difficile a credersi, ma a quanto pare i due hanno una causa in comune: l’avversione per una fantomatica organizzazione segreta, denominata “Order of the Dragon” (e qui il rapporto con la tradizione vampiresca si fa davvero complicato, perché non abbiamo capito il collegamento con il vero Order of the Dragon), responsabile, tra le tante nefandezze perpetrate nel corso dei secoli, di innumerevoli crocifissioni di cui venne incolpato il povero Vlad, della sua trasformazione in vampiro, della martirizzazione via incenerimento della bella e amata moglie Ilona, e, dulcis in fundo, dello stermino della famiglia del Dr. Van Helsing. L’Ordine si è evoluto nel corso dei secoli fino a diventare una sorta di congrega di turbocapitalisti reazionari e neoliberisti in versione tardo-ottocentesca, composta da vecchi, avidi petrolieri  e ricconi aristocratici, i quali, grazie alle loro smisurate ricchezze, sono in grado di infiltrare i propri membri in tutti i posti che contano e governare di fatto i destini del mondo intero. Senza scii kimiki, per ora, e con un avversione particolare per i vampiri, ai quali danno una caccia spietata. Il loro punto di forza è (non si stancheranno mai di ripetercelo) il controllo del petrolio e il monopolio delle fonti energetiche, e proprio su questo hanno deciso di puntare i due ex-acerrimi nemici per consumare la propria tanto sospirata vendetta. Per farlo, hanno architettato un piano la cui macchinosità e intrinseca stupidità hanno pochi rivali nella storia delle narrazioni televisive (ma forse anche delle narrazioni tout court): sviluppare una tecnologia che sfrutti il magnetismo terrestre per poter ricavare da esso energia pulita, senza fili, infinita, e soprattutto gratuita, e mandare così in bancarotta i famigerati petrolieri di cui sopra. Non fa una grinza: niente più petrolio, niente più soldi, e, conclude il funereo e sillogistico uomo-pipistrello, niente più soldi, niente più potere. Protetto da un’identità fittizia, il redivivo conte Dracula in versione ecologista anti-Ka$ta si trasferisce (immaginiamo dalla natìa Transylvania, anche se la mitologia vampiresca dello show — l’avrete intuito — è abbastanza stravolta) nella Londra vittoriana per dare inizio al suo macchiavellico piano. Nei panni del visionario tycoon americano Alexander Grayson (dotato di un ridicolo, fintissimo, involontariamente spassoso accento pseudo-americano, del genere “awana-gana what’s american style o’rait”!), il conte millanterà gli enormi vantaggi delle sue innovative lampadine, nel tentativo di minare l’impero economico dell’Ordine.
A complicare questo fallibilissimo piano sarà, potete scommetterci, l’amore, ma anche una sana, meno romantica, lussuria. Una delle allieve di Van Helsing, la bella Mina Murray, sembra infatti la reincarnazione della defunta moglie, cosa che turba alquanto il nostro Vlad Tepes/Alexander Grayson. Il quale, tuttavia, troverà modo di attenuare il proprio turbamento intrattenendosi sessualmente con la fascinosa Lady Jayne Wetherby, lasciva e indipendente nobildonna facente parte dell’Ordine, e incaricata da esso della missione di eliminare il vampiro che si aggira per le nebbiose strade londinesi.
Che c’è di male in tutto ciò? Molto, e non solo a causa di una sceneggiatura evidentemente oscena. Innanzitutto, per essere una serie vampiresca, manca decisamente di… mordente (ha-ha! …*groan*): non fa paura e non affascina neanche un po’, è sanguinolenta ma non abbastanza gore da solleticare gli appetiti degli appassionati del genere, vuole essere sexy, accennando a qualche tensione erotica qui e là, ma riesce a farlo solo in modo trito e pacchiano, in una ripetizione inconsapevolmente parodistica della (già di per sè parodistica) esibizione del sesso tipica del via cavo (ovviamente, essendo broadcast, in versione morigerata e castigata). L’impatto visivo, nonostante una sfarzosa e maestosa scena di ballo in occasione della festa di gala durante la quale Mr. Grayson presenta per la prima volta le lampadine eco-friendly, non fa certo urlare al miracolo. Anzi, aggiungiamo una manciata di penalità extra al giudizio negativo globale per punire sia gli occasionali ma fastidiosi slow-mo da videoclip, sia per il combattimento svoltosi sui tetti londinesi tra il Conte e un ammazzavampiri, coreografato e girato in modo da apparire una via di mezzo tra Matrix e 300.
Ma il peccato capitale è un altro: è uno show che si prende terribilmente sul serio, cosa che lo squalifica dopo aver percorso neanche mezzo metro dall’apertura del cancelletto di partenza. Al contrario di Sleepy Hollow, a nostro avviso riuscitissimo prodotto mainstream proprio grazie all’approccio scherzosamente serioso all’assurdo universo della propria narrazione, Dracula, nonostante le proprie visionarie premesse, non lascia trasparire un briciolo d’ironia, cadendo inevitabilmente nel ridicolo. Chissà, magari si tratta di uno di quei casi di prodotti talmente dozzinali da diventare di culto in virtù della propria ineguagliabile sciatteria, ma noi non saremo qui a testimoniare questo evento, poiché per nessun motivo al mondo ci avventureremmo oltre la conclusione del primo episodio. Unica, piccola, nota positiva dello show: il personaggio di Renfield, reinterpretato nella figura di un cristone afroamericano che agisce da braccio destro e rappresentante legale di Dracula/Greyson.

reign

Reign, The CW (prima stagione, 22 episodi, 17 ottobre)
Ebbene sì: per completezza e dovere di cronaca (?!), non abbiamo trascurato neanche la principale novità proposta da The CW, nonostante la data di nascita sulla nostra carta d’identità ci collochi al di fuori del target del canale di svariati lustri. Si tratta, in perfetto accordo con la cifra stilistica di The CW, della solita soap opera adolescenziale, la cui unica particolarità è quella di essere sì un canonico teen drama, ma in costume. La serie è infatti ambientata nel 1557, ed ha come protagonista la quindicenne Mary Stuart, Regina di Scozia e promessa sposa di Francesco di Valois, futuro Re di Francia. La vita della giovane Mary, divenuta regina alla tenera età di… sei giorni e prontamente spedita in Francia per essere protetta dagli intrighi di corte che contrassegnarono il lungo conflitto a bassa intensità tra inglesi e scozzesi, è piuttosto turbolenta. Sfuggita ad un ennesimo tentativo di avvelenamento, Mary lascia il convento che l’ha ospitata fin dalla più tenera età e si trasferisce alla corte di Francia, laddove alle palpitazioni amorose per il bel Francesco si affiancheranno le tensioni per i giochi di potere e gli intrighi di palazzo. Non ultimi, quelli messi in atto dalla regina in carica Caterina de’ Medici, la quale, informata da Nostradamus del tragico destino a cui andrà incontro l’insipido Francesco in caso di matrimonio con la bella Mary, prova in tutti i modi ad evitare le nozze. Di contorno a tutto ciò, un quartetto di strillanti e vacue amiche adolescenti di Mary si dedica alla ricerca di un marito tra gli squallidi personaggi che popolano la corte.
L’episodio pilota ha fatto scalpore per una scena di masturbazione femminile ritenuta “troppo esplicita”, ma in realtà talmente castigata che probabilmente la passerebbe liscia anche di fronte a un censore quacchero. E invece, scandalo! …Yawn.


E per finire, ecco tutto il resto del palinsesto dei cinque network principali, canale per canale, valido, salvo cancellazioni, più o meno fino alla prossima primavera:

abcLast Man Standing (terza stagione, n. di episodi da definire, 20 settembre)
The Neighbors (seconda stagione, 22 episodi, 20 settembre)
Castle (sesta stagione, n. di episodi da definire, 23 settembre)
The Goldbergs (prima stagione, 22 episodi, 24 settembre)
Lucky 7 (prima stagione, cancellata dopo 2 episodi, 24 settembre)
Trophy Wife (prima stagione, 22 episodi, 24 settembre)
Back In The Game (prima stagione, cancellata, ma andranno in onda comunque i primi 13 episodi già prodotti, 25 settembre)
The Middle (quinta stagione, n. di episodi da definire, 25 settembre)
Nashville (seconda stagione, n. di episodi da definire, 25 settembre)
Gray’s Anatomy (decima stagione, 24 episodi, 26 settembre)
Once Upon A Time (terza stagione, 22 episodi, 29 settembre)
Revenge (terza stagione, 24 episodi, 29 settembre)
Betrayal (prima stagione, 13 episodi, 29 settembre)
Super Fun Night ( (prima stagione, 17 episodi, 2 ottobre)
Scandal (terza stagione, 18 episodi, 3 ottobre)
Once Upon A Time In Wonderland (prima stagione, n. di episodi da definire, 10 ottobre)

nbcChicago Fire (seconda stagione, 22 episodi, 24 settembre)
Law & Order: Special Victims Unit (quindicesima stagione, 22 episodi, 25 settembre)
Revolution (seconda stagione, 22 episodi, 25 settembre)
The Michael J. Fox Show (prima stagione, 22 episodi, 26 settembre)
Parenthood (quinta stagione, 22 episodi, 26 settembre)
Parks & Recreation (sesta stagione, 22 episodi, 26 settembre)
Ironside (prima stagione, cancellata dopo 4 episodi, 2 ottobre)
Sean Saves The World (prima stagione, 18 episodi, 3 ottobre)
Welcome To The Family (prima stagione, cancellata dopo 3 episodi, 3 ottobre)
Grimm (terza stagione, 22 episodi, 25 ottobre)

cbsHostages (prima stagione, 15 episodi, 23 settembre)
Mom (prima stagione, 22 episodi, 23 settembre)
2 Broke Girls (terza stagione, 24 episodi, 23 settembre)
NCIS (undicesima stagione, 24 episodi, 24 settembre)
NCIS: Los Angeles (quinta stagione, 24 episodi, 24 settembre)
Person Of Interest (terza stagione, 23 episodi, 24 settembre)
Criminal Minds (nona stagione, 22 episodi, 25 settembre)
CSI (quattordicesima stagione, 22 episodi, 25 settembre)
The Crazy Ones (prima stagione, 22 episodi, 26 settembre)
Elementary (seconda stagione, 24 episodi, 26 settembre)
Two And A Half Man (undicesima stagione, 22 episodi, 26 settembre)
The Big Bang Theory (settima stagione, 24 episodi, 26 settembre)
Blue Bloods (quarta stagione, n. di episodi da definire, 27 settembre)
Hawaii Five-0 (quarta stagione, 22 episodi, 27 settembre)
The Mentalist (sesta stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
The Good Wife (quinta stagione, 22 episodi, 29 settembre)
We Are Men (prima stagione, cancellata dopo 2 episodi, 30 settembre)
The Millers (prima stagione, 22 episodi, 3 ottobre)

foxBones (nona stagione, n. di episodi da definire, 16 settembre)
Brooklyn Nine-Nine (prima stagione, 22 episodi, 17 settembre)
Dads (prima stagione, 19 episodi, 17 settembre)
The Mindy Project (seconda stagione, n. di episodi da definire, 17 settembre)
New Girl (terza stagione, n. di episodi da definire, 17 settembre)
Glee (quinta stagione, n. di episodi da definire, 26 settembre)
American Dad (decima stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
Bob’s Burgers (quarta stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
Family Guy (dodicesima stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
The Simpsons (venticinquesima stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
Raising Hope (quarta stagione, 22 episodi, 15 novembre)

thecwThe Originals (prima stagione, 22 episodi, 3 ottobre)
The Vampire Diaries (quinta stagione, 22 episodi, 3 ottobre)
Beauty & The Beast (seconda stagione, 22 episodi, 7 ottobre)
Hart Of Dixie (terza stagione, 22 episodi, 7 ottobre)
Supernatural (nona stagione, 23 episodi, 8 ottobre)
Arrow (seconda stagione, n. di episodi da definire, 9 ottobre)
The Tomorrow People (prima stagione, 22 episodi, 9 ottobre)
The Carrie Diaries (seconda stagione, 13 episodi, 25 ottobre)
Nikita (quarta stagione, 6 episodi, 22 novembre)