3 cose su: 12 anni schiavo

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “12 anni schiavo” di Steve McQueen che, nel frattanto, ha anche vinto l’Oscar come miglior film.

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  1. Black Oscars. Non so se lo sapete ma 12 anni schiavo ha vinto l’Oscar 2014 come miglior film, la meravigliosa Lupita Nyong’o ha portato a casa la statuetta come miglior attrice non protagonista (strameritato sotto qualsiasi punto di vista) e lo sceneggiatore John Ridley quella per la miglior sceneggiatura non originale tratta dal libro autobiografico di Solomon Northup. È la prima volta che un film diretto da un regista nero vince l’Oscar più importante e questo potrebbe rappresentare un momento di svolta per i registi di colore per quanto, al netto di alcune critiche come quelle lette su Carmilla che personalmente ritengo molto fuori bersaglio, questo film appartenga a quegli schemi culturali in cui il cinema afroamericano è ancora ingabbiato, come sottolinea Roxanne Gay su Vulture. Il fatto che 12 anni schiavo abbia vinto gli Oscar poi ha a mio avviso poco a che vedere con il senso di colpa e il lavarsi la coscienza della giuria WASP dell’Academy: ha vinto, nonostante la grande qualità degli altri nominati, perché è un grande film e questo è certamente un passo importante ma non certo un punto di arrivo.
  2. Schiavismo. Non so se si possa definirlo un trend ma in un anno o poco più sono arrivati nelle sale ben tre grandi produzioni sul tema dello schiavismo americano, che invece nella storia del cinema ha sempre avuto poco spazio: Django UnchainedLincoln e 12 Years a Slave. E non solo si tratta di tre grandi produzioni ma anche di tre film d’autore e di tre autori profondamente diversi tra loro con tre idee di cinema profondamente diverse tra loro. Se l’approccio di Tarantino da queste parti non era stato apprezzatissimo mentre quello di Spielberg ci aveva convinto, il film di McQueen condivide con Lincoln alcuni un elemento per noi fondamentale: il basarsi sui documenti e il lavoro di ricerca nella minuziosa e rigorosa ricostruzione storica. 12 anni schiavo è basato sull’omonimo libro di Solomon Northup nel 1853 in cui narra la sua drammatica esperienza: Northup, figlio di uno schiavo affrancato, viveva da un uomo libero a Saratoga, stato di New York, quando venne rapito con l’inganno e venduto come schiavo nel sud degli Stati Uniti d’America, condizione in cui rimase per 12 anni assistendo e sopportando ogni genere di atrocità e ingiustizia, lottando per la sopravvivenza in attesa dell’occasione che gli permettesse di tornare libero per ricongiungersi con la propria famiglia. Andando oltre la mera (ma comunque significativa) considerazione che si tratta di vicende di neri narrate da un autore nero, il film di McQueen è insieme un tributo all’eroismo di Northup e un cinico, impassibile, inesorabile racconto della disumana pratica dello schiavismo negli Stati Uniti d’America del 19esimo secolo. Il film è importante perché onesto, rigoroso e attendibile e queste sue qualità non solo vanno ben oltre le (soggettive) valutazioni estetiche e artistiche sull’opera, ma per certi versi vanno a loro discapito: l’autore di un film che voglia restare il più possibile rispettoso e fedele nei confronti della realtà storica dovrà resistere ad ogni tipo di espediente narrativo, arricchimento simbolico, retorico o emozionale, dovrà evitare di essere brillante o arguto e mettere la propria intelligenza e le proprie capacità al servizio della Storia, limitare al massimo il proprio intervento autoriale e la propria personalità. Addiction by subtraction come si suol dire, compito niente affatto facile. Il risultato finale potrà sembrare piatto, frammentario, poco coinvolgente (anche se a parere mio non è il caso di questo film dove la drammaticità degli eventi narrati è sufficiente a stimolare la mia sensibilità di spettatore e mantenere alto il livello di tensione) ma alla fine si otterrà qualcosa di somigliante a un documento da consegnare alla società e alle future generazioni per raccontare una reale vicenda storica. E questo ha un valore enorme.

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  1. Corpi. Se poco fa parlavamo dei punti di contatto tra Lincoln e 12 anni schiavo c’è una sostanziale dicotomia di fondo tra i due film: quella tra astratto e concreto, tra tra mente e corpo. Del resto il tema portante della poetica del regista britannico Steve McQueen è proprio questo: il corpo, la carne, come veicolo di cambiamenti interiori ed esteriori, individuali, sociali e politici. Così come in Hunger (ma anche in Shame e nelle sue opere audiovisive come Western Deep), in 12 anni schiavo lo sviluppo narrativo passa attraverso il corpo dei personaggi: i segni sulla pelle e sul fisico dei personaggi diventano dei veri e propri significanti che non solo tengono traccia dello sviluppo degli eventi narrati ma si fanno specchio della crescita interiore dei personaggi e, per certi versi, diventano loro strumento anche volontario per comunicare all’esterno, sia con altri personaggi all’interno del racconto che, naturalmente, con lo spettatore. Da questo punto di vista il corpo diventa un vero e proprio mezzo di comunicazione. Se in Lincoln il racconto storico era basato sulla parola, sui discorsi, sui testi, in 12 anni schiavo è basato sulla pelle del protagonista: quando lo schiavista vuole inviare un messaggio allo schiavo lo frusta, lo sfregia, lo tortura, quando è lo schiavo a inviare il suo messaggio (allo schiavista, ai suoi compagni, alla Storia) resiste, cura le ferite, sopravvive. La condizione di schiavo del resto omette intrinsecamente la possibilità/diritto di significare attraverso la parola, dato che per fare questo bisognerebbe essere riconosciuti come persone, non come schiavi, la cui funzione è meramente meccanica e ogni deviazione da essa è giudicata pericolosa: Northup stesso sa che sarebbe probabilmente ucciso se il suo padrone semplicemente scoprisse che è in grado di leggere e scrivere. Non c’è spazio per l’intangibile. E Lincoln avrà bisogno di una guerra, di lacerare migliaia di altri corpi, perché ai neri, negli stati del sud, venga riconosciuto anche il diritto ad esprimere e raccontare con la parola la propria individualità, le proprie storie, la propria Storia.

twelve_years_a_slave_poster12 anni schiavo (12 Years a Slave) – USA, 2013
di Steve McQueen
Con Chiwetel Ejiofor, Michael Fassbender, Benedict Cumberbatch, Paul Dano, Paul Giamatti
BIM – 134 min.

Le vite dietro i racconti di Raymond Carver

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Forbici di Stéphane Michaka è un libro agile che in poco più di duecento pagine racconta da una prospettiva insolita la vita – le vite – di Raymond Carver (1938-1988). Le prospettive, in realtà, sono quattro, quattro voci narranti che si susseguono sotto forma di brevi paragrafi alternati, configurati di volta in volta come monologhi interiori, telefonate, lettere o dialoghi. In questo anomalo roman à clef, di ogni personaggio viene riportato soltanto il nome: Raymond (ossia Carver, il narratore dei giorni difficili di persone comuni e dimenticate); Douglas (Gordon Lish, il suo controverso editor); Marianne (Maryann Burk, la prima moglie di Carver); Joanne (Tess Gallagher), la sua seconda moglie. Due sono le vite del protagonista: nella prima, il lento apprendistato verso la conquista di uno stile di scrittura e la lotta ventennale contro l’alcolismo; nella seconda, gli anni ’80, l’insperato riconoscimento critico e l’unione con Tess Gallagher, poetessa e strenua divulgatrice della sua opera.

Ma la prima vita è il nocciolo del libro, gli anni che lo hanno formato e che lo scrittore prova (a livello inconscio, senza riuscirci) a dimenticare. È possibile separare le persone che abbiamo amato – e che in senso lato, ameremo sempre – dalle tragedie che insieme a loro abbiamo condiviso? Douglas è stato l’editor che ha sostenuto Carver e  lo ha imposto come capofila del minimalismo; Douglas è soprannominato Forbici, e taglierà e modificherà i racconti (soprattutto nella seconda raccolta, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore), al punto da farli aderire più alla sua visione (solo i fatti, secchi; niente introspezione, nessuna epifania a dare un senso), che non a quella dell’autore (più aperto alla speranza e alla compassione umana nel divenire degli anni). Maryann è la donna che ha sposato a diciannove anni quando lei, sedicenne, era incinta della prima figlia; è la donna che ha sacrificato se stessa per salvarlo. A un certo punto, Douglas e Maryann diventano il passato – anche se la loro traccia rimane, indelebile, in alcuni dei migliori racconti della letteratura americana del secondo Novecento.

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Autore: Stéphane Michaka
Traduttore: Maurizio Ferrara
Editore: Edizioni Clichy
Dati: 2014, pp. 214, € 15,00

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Soprattutto, un fottuto essere umano. Vita di David Foster Wallace

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Ci sono un paio di cose da tenere ben presenti, quando si legge Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi.

Innanzitutto la sua “primogenitura”: quella tentata da D.T. Max (DeeTee, per gli amici) è la prima ricostruzione completa di una personalità umana e letteraria di straordinaria complessità come quella di David Foster Wallace. È una grossa responsabilità da portare sulle spalle: significa, in parte, tracciare un solco interpretativo con cui gli eventuali tentativi futuri non potranno evitare di misurarsi. In qualche modo, come per ogni biografia, significa riplasmare la figura che si vuole descrivere: ma quando lo fai per la prima volta, devi avere una bella mano ferma e un’autoconsapevolezza grande come una montagna.

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Ma soprattutto, Ogni storia d’amore è una storia in cui alla fine il protagonista muore. Lo sappiamo tutti: l’autore ancor prima di cominciare a scrivere il libro, il lettore prima ancora di iniziare a leggerlo. Nessuno può fare nulla per evitarlo. Chi scrive il libro, però, parla per primo, il che ci mette di fronte a un altro curioso dilemma: come possiamo essere sicuri che la conoscenza anticipata del finale non rischi di indurre l’autore a sovrainterpretare la realtà che dovrebbe limitarsi a registrare? Esempio: lungo tutto il corso della parabola esistenziale di Wallace, Max semina fuggevoli ma incisivi accenni alla presenza latente del suicidio: nella sua narrativa, nel suo pensiero, nella sua ironia. Tu sei lì che leggi, e ogni tanto te lo ritrovi davanti, come un monito, o una minaccia. Mi sono ritrovato a chiedermi: e se DFW non si fosse suicidato? Ci sembrerebbero davvero ancora così inquietanti, così onnipresenti, queste brevi e continuative ricorsività? Lo so, è un paradosso accademico; ma anche un po’ wittgensteiniano. Cos’è la biografia di un suicida? La registrazione di fatti, o la riscrittura di una storia a partire dal finale? Chissà cosa ne avrebbe pensato DFW.

Mi ero fatto le stesse domande leggendo, anni fa, A Beautiful Mind di Sylvia Nasar, la biografia del matematico schizofrenico John Nash (poi interpretato straordinariamente da un Russell Crowe non ancora bolsissimo). In effetti la figura di Nash presenta anche alcune coincidenze inaspettate con quella di DFW per come la tratteggia Max. Al di là delle somiglianze caratteriali (ossessiva ricerca della novità nei rispettivi campi, competitività, complessi di inferiorità sublimati in senso di superiorità, egocentrismo, ambizione, rapporto di amore-odio con l’insegnamento e la vita accademica), ciò che accomuna DFW e John Nash è proprio il complesso rapporto che i due intrattengono con la realtà. A entrambi si adatta benissimo il motto della terapia di riabilitazione “A ridurmi così sono state le mie grandi idee”: menti troppo complesse che cercano di interpretare e mettere in ordine realtà troppo complesse. L’uno con i numeri, l’altro con le parole. Solo che – DFW se ne accorge presto – è impossibile mettere ordine nella realtà, “semplicemente perché è troppa!”. Un fragoroso e costante mitragliare di input di informazione, stimoli cognitivi, sensoriali, pubblicitari: un “Rumore Totale” di fronte a cui la mente passiva si annulla, e la mente ricettiva implode per l’impossibilità di elaborarli tutti.

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Allo stesso modo è difficile elaborare tutta in una volta la biografia di Wallace scritta da Max. Non per la quantità di dati che fornisce: anzi, a differenza di altri testi del genere la butta molto meno sull’erudito, e per nulla sul gossipparo (P.S.: grazie, DeeTee). Semmai, per l’immediatezza senza sconti dell’impatto con l’esperienza di vita di DFW a cui il testo di Max costringe il lettore. Rapporto con la madre, confronto-scontro con la scrittura (sempre più travagliato e impotente), sessuomania, droga, alcol e riabilitazione, donne (tantissime donne), successo letterario vissuto come fallimento, relazioni-rifugio con colleghi come Franzen e DeLillo: Max ci guida attraverso la vita di DFW senza mai lasciarsi andare alla facile tentazione di calare nel suo racconto l’esca del sentimentalismo. Racconta e descrive con l’obiettività analitica del vero biografo, e a volte si ha quasi l’impressione straniante – quando le cose cominciano ad andare per il verso giusto, i tasselli della vita di DFW sembrano incastrarsi senza scosse, insegnamento, scrittura e riabilitazione vanno a gonfie vele – che in fondo un finale diverso sia possibile, che forse la corsa verso il buio non sai poi così scontata. Ma ovviamente l’epilogo non poteva essere che un finale alla DFW: brusco, quasi interrotto, in cui la parola sembra scomparire e lasciare una sospensione a forma di spazio vuoto. Come in Infinite Jest, il vero finale è al di là del testo.

Questo per quanto riguarda il racconto della vita intesa come successione di fatti. Ma quella di DFW è stata soprattutto una vita letteraria, e a Max non sfugge mai di mano il doppio filo che intesse il racconto. In parallelo con la propria riabilitazione, DFW intendeva anche guarire la narrativa contemporanea: che gli sembrava anch’essa malata di un solipsismo passivo utile solo a precipitare ulteriormente gli uomini in una gabbia di solitudine ed esclusione. Le soluzioni escogitate da chi lo aveva preceduto – postmodernisti, realisti, minimalisti – si erano rivelate non solo inefficaci, ma controproducenti: l’ironia con cui avevano cercato di scuotere i lettori altro non era se non una forma alternativa, disincantata del male stesso. L’intrattenimento insomma aveva fallito, ci voleva qualcosa che andasse oltre. E proprio “Un intrattenimento fallito” doveva essere il sottotitolo (poi rifiutato dall’editor Michael Pietsch) di Infinite Jest: l’opera che doveva guarire il lettore distogliendolo dalla pura passività del consumatore e sfiancandolo, costringendolo a continui andirivieni, stordendolo con una trama distorta, enciclopedica, vorticosa, forzandolo ad andare oltre il racconto stesso per comprenderne davvero il significato.

Le pagine dedicate alla complessa lavorazione di Infinite Jest, così come quelle in cui Max analizza il rapporto sempre problematico di Wallace con la propria opera, con i suoi colleghi o le correnti letterarie a cui aderiva contrapponendosi, sono tra le migliori del libro. Perché ci mostrano, in fieri, la costruzione di un nuovo concetto di narrativa ad opera di un uomo che, nel frattempo, andava anch’egli costruendosi o disfacendosi di pari passo con la sua opera. E che, nella propria esistenza quotidiana, sembrava riflettere come in uno specchio distorto tutte le complesse problematiche del suo lavoro di scrittore. Vista in questa luce, sembra assumere un significato del tutto particolare anche la circostanza che DFW se ne sia andato lasciando incompiuto il suo ultimo romanzo, Il re pallido, su cui si era impantanato al punto da prosciugare del tutto le proprie residue energie. Una vita incompiuta per un’opera incompiuta.

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L’ironia ultima è che DFW sia diventato proprio ciò che aveva sempre rifuggito: una rockstar. Un idolo incondizionato delle masse di lettori (o, più spesso, di non-lettori) che hanno finito per trasfigurarlo in una sorta di Kurt Cobain della narrativa, distorcendo completamente quel messaggio che per tutta la vita aveva cercato di trasmettere. Proprio per questo uno dei pregi migliori del libro di Max sta nell’intensità con cui ci ricorda, ad ogni pagina, la sostanza di quel messaggio. Che è semplice, guardate: ci vuole un libro intero a spiegarcelo, ma una volta capito è proprio semplice.

Dice solo: non venerate gli idoli, non ingabbiate la vostra anima. Dimenticatevi di me. Leggete. E lasciate che la letteratura cerchi di insegnarvi cosa significa “essere un fottuto essere umano”.

ognistoriadamoreeunastoriadifantasmiOgni storia d’amore è una storia di fantasmi. Vita di David Foster Wallace
Autore: D.T. Max
Traduttore: Alessandro Mari
Editore: Einaudi
Dati: 2013, pp. 512, € 19,50

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Articolo apparso originariamente su holdenandcompany.com
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Che strano chiamarsi Federico – è un documentario?

Che strano chiamarsi FedericoChe strano chiamarsi Federico, di Ettore Scola, non è un (vero) documentario su Federico Fellini. Non è neppure il compendio socio-storico dell’Italia – nell’arco temporale che porta dal ventennio fascista a quello berlusconiano – che il lacrimevole articolo di Eugenio Scalfari, sulle pagine di Repubblica, aveva lasciato intendere. All’inizio è il 1939, la Seconda guerra mondiale è alle porte e un diciannovenne Fellini si lascia alle spalle Rimini diretto a Roma, dove incontrerà presto il successo come autore e vignettista al Marc’Aurelio, principale giornale satirico italiano e fucina di futuri talenti (Steno, Zavattini, Age e Scarpelli), tra i quali, nel ‘47, anche un giovanissimo Ettore Scola. L’efficace racconto degli esordi in redazione viene così replicato una seconda volta negli anni quaranta, inceppando il ritmo narrativo e mostrando quale sarà la strada imboccata dal film: raffigurare Fellini attraverso lo sguardo da regista di Scola, attraverso i ricordi della loro amicizia durata un’intera vita. La forma scelta è un ibrido di fiction che prima inizia in bianco e nero (gli anni al Marc’Aurelio, l’amore per l’avanspettacolo, le prime sceneggiature), e poi vira sul colore in epoche più recenti (in un processo analogo a quello del cinema stesso), quando i due registi passavano nottate a girare in macchina per le strade di Roma, e magari si parlava di sogni o di amori con una prostituta ciarliera – spesso interrotti dai frammenti di memoria in forma di immagini, stralci di interviste, bozzetti e schizzi preparatori dei grandi film dell’epoca d’oro come La strada, Amarcord o Il Casanova – personaggio poi ripreso da Scola ne Il mondo nuovo dell’82 – o ancora La dolce vita, omaggiata da Scola in C’eravamo tanto amati, nella sequenza in cui Fellini interpreta se stesso mentre girava, con Mastroianni e Anita Ekberg, la scena immortale della Fontana di Trevi.

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Ad essere onesti, i pochi spezzoni di cinema felliniano inondano con tale forza espressiva il quieto fluire del documentario che forse lo travolgerebbero, se non fossero centellinati fino al frenetico montaggio della girandola nel sottofinale, accompagnate dal motivo centrale di 8 e ½. D’altra parte, Che strano chiamarsi Federico ha il merito di ricordare, soprattutto al pubblico più giovane, che ci fu un tempo in cui l’Italia, un’altra Italia, veniva raccontata nella sua intima verità dalla fantasia visionaria di Federico Fellini, un regista – fra i più grandi di sempre – che dopo Amarcord scelse di girare i suoi ultimi film completamente in studio, quasi a voler palesare le marche della finzione, quasi a voler ribadire, una volta ancora, che se la realtà esteriore nella sua essenza è inconoscibile, solo guardando dentro di sé e ricreando un mondo, il proprio mondo interiore, un artista può realizzare quello che a tutti gli altri è precluso: entrare davvero in contatto con la realtà attraverso l’opera che ha creato, diventando, nell’opera, egli stesso realtà.

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Che strano chiamarsi Federico
Italia, 2013
di Ettore Scola
BIM – 93 min

Life and loves of miss Anne Lister: gentle(wo)man

Tra i numerosi motivi che possono spingerci a tenere un diario personale (bisogno di riflettere, narcisismo, paura di dimenticare sono i primi che mi vengono in mente) uno di quelli che trovo più affascinanti è la segreta speranza che qualcuno legga ciò che abbiamo scritto. In questo modo, credo, si viene sedotti dalla tentazione di lasciare una traccia, di essere ricordati. In fondo è per questo che tanti artisti e tanti eroi spendono il loro genio e le loro energie: poter entrare a far parte di una storia e, lì, vivere per sempre.

Si potrebbe obiettare che se miss Anne Lister avesse davvero voluto che qualcun altro partecipasse della sua vita privata, non avrebbe usato un personalissimo codice crittografico per scrivere la maggior parte dei suoi diari. Ma forse, invece, questo eccentrico e affascinante personaggio ha voluto non solo mettere in salvo la sua privacy da qualche lettura indesiderata ai suoi tempi, ma anche sfidare chi avrebbe ritrovato le sue memorie molti anni dopo. La sfida, difatti, se così vogliamo vedere le cose, non è stata da poco, innanzitutto per la mole di documenti lasciati da Anne Lister, e, in secondo luogo, perché il suo codice non si è rivelato di facile soluzione. In altre parole abbiamo dovuto aspettare 150 anni perché quelle persone, quelle emozioni tornassero a vivere: eteree come fantasmi e altrettanto immortali, ma per nulla spaventose.

Quei diari e le confidenze che essi contengono sono diventati un film per la televisione diretto da James Kent e prodotto dalla BBC inglese; perché imbattersi in un personaggio così eccezionale e in una storia così intensa e, per di più, vera è una condizione ideale per qualunque narratore. Nessuna remora di turbare il pudore di miss Lister; primo perché ormai è trascorso un secolo e mezzo da quelle vicende, in secondo luogo perché questa donna del pudore ha sempre avuto un’idea piuttosto originale.

Ed ecco dunque sugli schermi, con il volto di Maxine Peake, uno stralcio della vita e degli amori di Anne Lister, contemporanea di Jane Austen, come ci tengono a sottolineare gli autori. E il fatto, occorre ammetterlo, ha la sua importanza perché il mondo di Anne Lister è molto più vivido di quello della celebre scrittrice. Se Jane Austen racconta le piccole, grandi ribellioni di giovani donne più intelligenti e meno frivole della media ma che, ad ogni modo, hanno come massima aspirazione un matrimonio felice, Anne Lister risponde vivendo in prima persona una vita appassionata, intensa, scandalosa.

Anne, infatti, è una donna attraente, colta e benestante, dotata, allo stesso tempo, di amore per le lettere e senso degli affari. Guardare nella sua vita, nella sua interiorità è come osservare un temporale, un fiume in piena, un’eruzione vulcanica.
Impossibile catalogarla. Persino la definizione di “prima lesbica moderna” credo le calzi un po’ stretta. Avevo dimenticato di dirlo: ad Anne Lister piacciono le donne. E, considerando la media dei rapporti uomo-donna dell’epoca, è difficile non solidarizzare con lei. Ma ciò che più conta è che Anne fosse convinta che i suoi amori non dovessero essere considerati vergognosi e che non dovessero essere nascosti.

Anne, però, non è interessante solo per via della sua omosessualità (anche se, onore al merito, essere una lesbica dichiarata nell’Inghilterra di inizio ottocento non era certo cosa trascurabile), ma è un personaggio affascinante la cui ardente emotività costituisce, allo stesso tempo, la sua sorgente di forza interiore e il punto di maggiore vulnerabilità. Anne ha il coraggio di modellare la propria vita come un’opera d’arte, senza farsi scoraggiare o scolorire da coloro che le stanno intorno. Il marchio BBC garantisce la buona qualità del prodotto da tutti i punti di vista: dialoghi, sceneggiatura, direzione, recitazione, fotografia, costumi.

Forse il film risente un po’ della tentazione di raccontare troppe cose insieme e, a tratti, la trama tende a sfilacciarsi e a perdere di mordente, ma, in generale, The secret diaries of miss Anne Lister resta, fondamentalmente, una bella storia d’amore. La consapevolezza, poi, che si tratti di personaggi realmente esistiti le conferisce un tocco di intensità ulteriore e di delicata malinconia. Essendo un film televisivo non lo troveremo nei cinema, ma possiamo cercarlo in qualche rassegna lungimirante o nei festival dedicati al cinema omosessuale.

Lo so, non dovrei dirlo, ma è più forte di me: ve la immaginate la RAI italiana che dedica un film ad un’eroina lesbica?

The secret diaries of miss Anne Lister (TV) GB, 2010
regia di James Kent
con: Maxine Peake, Anna Madeley, Susan Lynch