Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. III: Action, adventure e americanate varie #winter14tv

Terza e ultima puntata di presentazione delle serie tv in onda durante la stagione invernale. Oggi ci occupiamo di avventure, serie d’azione, spy stories, horror stories… tutto ciò che vorrebbe stimolare sostanziosi rilasci di adrenalina nel vostro organismo, insomma.


the_americans

The Americans, FX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
I coniugi Jennings sono scampati per il rotto della cuffia alla cattura, Elizabeth (Keri Russell) è stata ferita ma la copertura dei due agenti sovietici è salva. I rocamboleschi eventi che hanno concluso la prima stagione hanno avuto il merito di riavvicinare Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth, e il matrimonio nato come una copertura e sviluppatosi avendo sempre presente come fine ultimo la vittora della “Causa” si è evoluto, non senza traumi, verso un affetto sincero. Se la relazione tra i due pare stabilizzata, addirittura reale come non lo è mai stata nei quindici anni precedenti, ad essere turbata dall’attività spionistica sarà la famiglia: i due figli, Henry e Paige, crescono, ed è sempre più difficile sfuggire alle loro inquisitorie curiosità. Soprattuto Paige (Holly Taylor), in piena adolescenza, inizierà a porre le domande giuste, e la coesistenza della tipica famigliola suburbana (non sempre) felice con la spericolata vita extra-professionale dei due agenti KGB sarà sempre più difficile da gestire. Elizabeth potrebbe avere il ruolo più difficile, dovendo far convivere il ruolo di madre con quello di spia, ma Philip si troverà nella complicata situazione di gestire anche un secondo matrimonio, quello “finto” messo in piedi per circuire l’impiegata FBI Martha Hanson (Alison Wright) e sottrarle informazioni preziose. Analogamente, dall’altro lato della barricata, Stan Beeman (Noah Emmerich), l’agente FBI vicino di casa dei Jennings, aveva iniziato una relazione con la funzionaria russa Nina (Annet Mahendru) con lo stesso scopo, ma il coinvolgimento emotivo gli è sfuggito di mano, e il legame sin troppo profondo non gli ha permesso di intuire che Nina è in realtà una gran doppiogiochista. E l’omicidio dell’agente Amador grida ancora vendetta. Tra i personaggi di contorno, la pragmatica e glaciale Claudia (Margo Martindale) manterrà il suo ruolo di supervisore dei Jennings, fungendo da collegamento tra gli alti quadri del KGB e i due agenti operativi sul campo.
La prima stagione ha stupito per aver messo in scena un plot solido e avvincente e due personaggi di rara bad-assery (i Jennings spaccano per davvero, e le scene di combattimento a base di arti marziali sono entusiasmanti), oltre che per l’impiego massiccio di accurate musiche anni ’80, parrucche e travestimenti di ogni sorta e per la descrizione delle creative procedure necessarie a far fronte alle limitate risorse tecnologiche dell’epoca. Se possiamo aspettarci che questi aspetti legati all’ambientazione rimangano pressoché invariati, è lecito attendersi un’inasprimento delle tensioni legate al ruolo delle due spie, alla loro fedeltà di lungo periodo alla Madrepatria nel momento in cui saranno gli inconsapevoli Harry e Paige a finire nel fuoco incrociato della Guerra Fredda. Il creatore Joe Weisberg ha preannunciato che i Jennings dovranno affrontare situazioni enormemente più complicate rispetto al passato, ed è probabile che dilemmi e ripensamenti si ripresentino ancora più pressanti. Spionaggio, contrapposizione tra i due blocchi, family drama, oggettistica anni ’80 ed estetica sovietica: motivi ben più che sufficienti per attendere con trepidazione la nuova stagione.

vikings

Vikings, History (seconda stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Sul finire della scorsa stagione la figura tipicamente eroica di Ragnar Lothbrok (Travis Fimmel), impavido condottiero vichingo assetato di conoscenza, si è un po’ incrinata, e gli ideali nobili che ne avevano ispirato l’agire iniziale si sono progressivamente annacquati con il crescere delle ambizioni personali. La conquista della guida della comunità di Kattegat, compiuta alla spese di Earl Haraldson, ha consentito a Ragnar di proseguire nella propria impresa di esplorare le terre dell’Ovest, risoltesi in fruttuose razzie e in una vittoriosa battaglia contro gli Angli guidati da re Æelle di Northumbria (Ivan Kaye), ma ha anche gettato il primo seme della discordia all’interno della comunità, scatenando le invidie del fratello Rollo (Clive Standen), fino ad allora lealissimo combattente al fianco del protagonista. La faccenda si è ulteriormente complicata nel corso della missione diplomatica condotta da Ragnar su mandato del neo-alleato re Horik (Donal Logue). Non solo la contesa con Jarl Borg non è stata risolta, ma nel corso dello stesso viaggio Ragnar ha perso definitivamente l’appoggio di Rollo, schieratosi dalla parte di Borg, ed è stato egli stesso protagonista di un tradimento, lasciandosi sedurre dalla sensualissima principessa Aslaug mentre la bellissima e battagliera moglie Lagertha (Katheryn Winnick) è rimasta da sola al villaggio a fare in conti con un’epidemia di peste e con il trauma personale di una gravidanza interrotta. La seconda stagione si muoverà quindi lungo questi temi, già abbozzati nella prima: le amare conseguenze della lotte per la conquista del potere, e la crisi del matrimonio e dell’unità familiare, con l’allontanamento dell’amato figlio Bjorn (Alexander Ludwig).
Semplice, lineare e a tratti didascalica, ma — al netto di alcune significative sbavature — sorprendentemente godibile: Vikings è stata una delle rivelazioni dello scorso anno, capace di trovare un bilanciamento quasi perfetto tra la vocazione allo spettacolo (battaglie sanguinose e intrighi sentimentali) e l’aspirazione alla divulgazione documentaristica della cultura e della spiritualità pagana norrena. Forte di un budget più ricco, tradottosi in un episodio extra rispetto alla prima stagione, ci auguriamo che la creatura di Michael Hirst possa ripetersi agli stessi ottimi livelli dell’esordio.

banshee

Banshee, Cinemax (seconda stagione, 10 episodi, 10 gennaio)
Dopo aver gettato di tutto nel calderone della prima stagione (un protagonista ex-galeotto che si spaccia per sceriffo, una ex-fidanzata ex-ladra figlia di un gangster ucraino mimetizzata dietro la facciata di una classica famigliola felice, una spietata organizzazione criminale guidata dallo stesso gangster ucraino, un transgender esperto di arti marziali e tecnologia, comunità amish e criminali locali fuoriusciti in modo traumatico da essa, una tribù di nativi americani, scazzottate da spaghetti western con coreografie da b-movie di arti marziali, sconcezze gratuite al limite del softcore) siamo effettivamente curiosi di sapere cos’altro si possa aggiungere a questa esplosiva miscela che ha stravolto la piccola e tranquilla cittadina di Banshee, Pennsylvania. Il finale della scorsa stagione lasciava intendere che, dopo lo scontro finale, Mr. Rabbit (Ben Cross), il gangster ucraino padre di Anastasia/Carrie Hoswell (Ivana Miličević) fosse ancora vivo, ed è facile pensare che lo smacco abbia acuito il suo proposito di vendetta nei confronti di Lucas Hood (Antony Starr), impossessatosi dell’identità del nuovo sceriffo di Banshee immediatamente dopo la sua uscita dal carcere, autore di un furto di diamanti ai danni di Rabbit e soprattutto ritenuto responsabile dell’allontanamento dell’adorata figlia Anastasia. Temiamo, pertanto, che il tentativo di Lucas e della stessa Anastasia/Carrie di tornare alla loro finta normalità verrà turbato molto presto. La situazione si complicherà con l’arrivo in città del tenace agente dell’FBI Jim Racine (Zeljiko Ivanek), ossessionato dalla cattura di Rabbit, e di Jason Hood (Harrison Thomas), figlio del vero Lucas Hood. Sullo sfondo, una lotta per il potere oppone Kai Proctor (Ulrich Thomsen), il piccolo boss locale ex-Amish, al nuovo leader della locale tribù Kinaho, Alex Longshadow (Anthony Ruivivar), desideroso di dotare la riserva dell’immancabile casinò.
Banshee è la serie più pulp che si possa immaginare, e sfida il ridicolo ad ogni puntata, ma lo fa con l’attitudine giusta, senza lesinare humor e sbruffonaggine, e senza timore di spingere a tavoletta sull’acceleratore dell’azione più sfrenata (e innalzando sensibilmente, in questa seconda avventura, il livello della violenza). Poi ci sono i ridicoli siparietti erotici, ma il fast forward è un’opzione sempre disponibile. La seconda stagione è stata anticipata da due brevi webisodes (Hotwire e The Diner) ed è affiancata, così come la prima, da una serie di corti che esplorano il passato dei protagonisti.

black_sails

Black Sails, Starz (prima stagione, 10 episodi, 25 gennaio)
Ahoy! Arrrrrrrrrrh! Quale miglior ispirazione, per una serie di pirati, di un classico d’avventura come Treasure’s Island, principale responsabile dell’iconografia piratesca predominante nella cultura pop? Black Sails prende in prestito dal noto romanzo la figura del Capitano Flint, personaggio centrale (ma in realtà “grande assente”) nel testo, ed invece presentissimo e assoluto protagonista di questa serie che ambisce ad essere un prequel dell’opera di R.L. Stevenson. Flint (Toby Stephens), carismatico e temuto capitano della “Walrus”, ha un piano ambizioso: riunire i bucanieri di New Providence — isola delle Bahamas covo di pirati, corsari, contrabbandieri, ex-schiavi e fuggiaschi di ogni risma, ma anche città libera, indipendente e fondamentalmente senza legge — sotto l’egida di uno stato indipendente in grado di resistere alla crescente minaccia che l’Impero Britannico, in nome della civilizzazione, pone nei confronti della società piratesca. Per realizzare il sogno di una Nazione di Ladri, egli mira al prezioso carico del galeone spagnolo “Urca de Lima”, custode di beni e denaro per un valore stimato nella strabiliante cifra di cinque milioni di dollari. La bella e decisa Eleanor Guthrie, figura centrale dell’economia di New Providence, condivide il progetto di Flint, al contrario del suo ex-amante, il sanguinario capitano Charles Vane (Zach McGowen). Ma il maggiore antagonista è un altro personaggio preso in prestito dal libro: si tratta del giovane, scaltro, intraprendente, subdolo e opportunista John Silver (Luke Arnold), non ancora “Long”, sprovvisto di pappagallo sulla spalla e non ancora dotato di iconica gamba di legno. Queste premesse, e la generale cornice piratesca, lasciano immaginare una serie tutta azione e avventura, ma queste attese sono destinate ad essere deluse: una galleria di personaggi enorme, tra personaggi storici e letterari, comandanti in seconda, piccoli furfanti e bellone da urlo, viene impiegata per dare vita ad una trama che bada all’aspetto politico e burocratico più che a quello avventuroso. C’è ampio spazio per grandi macchinazioni politiche/commerciali e per la ricostruzione delle dinamiche proto-democratiche che regolano la vita a bordo di una nave pirata, e molta meno attenzione per le auspicate battaglie all’arma bianca (e sicuramente non abbastanza soldi per mettere in scena troppi spettacolari abbordaggi).
Incredibilmente, Black Sails non è una sesquipedale tamarrata tutta pettorali lucidi e generosi seni al vento: la serie co-prodotta da Michael Bay, pur rispecchiando la cifra estetica a cui i prodotti Starz ci hanno abituato — una magniloquente period drama impreziosito da sfarzose ricostruzioni e da numerosi personaggi — nella sua forma narrativa spicca per essere meno cialtrona del solito. Suo malgrado, però, non è neanche estremamente avvincente. E il livello del cast, con l’eccezione di Stephens, appare ancora una volta mediocre. Sull’onda dell’entusiasmo suscitato al ComiCon dello scorso anno scorso, il network ha già ordinato la seconda stagione senza attendere il responso degli ascolti.

the_walking_dead
The Walking Dead, AMC (quarta stagione, seconda parte, 8 episodi, 9 febbraio)
Gira che ti rigira, siamo tornati al punto di partenza. La prigione è stata buttata giù a colpi di cannonate, e con essa è caduta la fortezza che ha dato riparo ai protagonisti per due stagioni e mezzo. Se per i personaggi della serie questa è indubbiamente una gran iattura, in termini narrativi era la scelta obbligata per smuovere la serie dall’immobilismo di queste stesse due stagioni e mezzo. Per dare una scossa al tutto gli autori hanno fatto ricorso ad una misura estrema: premere il pulsante del reset e riportare i protagonisti alla pericolosa situazione di partenza, tutti allo scoperto, senza protezioni, a vagabondare pericolosamente per boschi infestati di walkers. E per aggiungere un grado di difficoltà e non ricadere in modo troppo palese nel già-visto-già-sentito, il game master Scott M. Gimple ha pensato di disgregare il gruppo in tante piccole unità, in fuga disordinata dalla prigione invasa da orde di famelici walkers. Gli otto episodi si dedicheranno ad un gruppo di sopravvissuti per volta, forse per seguirne il periglioso percorso di riavvicinamento? Chissà.
In ogni caso, sapete come la pensiamo su The Walking Dead, e dubitiamo che questo ritorno alle origini ci farà cambiare idea. A meno che Maggie e Glenn non vengano sbranati già alla prossima puntata, così da mettere fine alla love story più insipida della tv contemporanea. A meno che, a finire tra le fauci dei biters non siano anche Beth, Tyreese, Shasha e tutti gli altri inutili personaggi (certo non Michonne: non toccateci Michonne!). A meno che non ci venga spiegato l’arcano sortilegio che permette alla faretra di Daryl di produrre dardi infiniti, imprimendo allo allo show un’inaspettata sterzata verso il magico. Purtroppo, già lo sappiamo, non succederà niente di tutto ciò.

from_dusk_till_dawn

From Dusk Till Dawn: The Series, El Rey Network (prima stagione, 10 episodi, 11 marzo)
Ideata, prodotta e parzialmente diretta da Robert Rodriguez per il nuovo canale via cavo fondato, presieduto e diretto dallo stesso Rodriguez, From Dusk Till Dawn: The Series è l’estensione televisiva e serializzata della saga iniziata con l’omonimo film del 1996. Filmaccio come pochi, ci sentiamo di dire, ma assurto comunque al rango di cult movie, e ispiratore di una lunga serie di sequel e vari progetti paralleli. Ai quali si aggiunge, per l’appunto, questa decina di episodi che evidentemente Rodriguez ha ritenuto imprescindibili per esplorare a dovere le avventure dei fratelli Seth e Richard Gecko (quelli che nel capostipite cinematografico erano interpretati da Clooney e Tarantino e che vengono ora affibbiati rispettivamente a D.J. Cotrona e Zane Holtz). I due sono ricercati e in fuga dopo una rapina in banca condotta in maniera un po’ approssimativa, inseguiti dai federali e da due tignosi Texas Rangers, Earl McGraw (Don Johnson!) e Freddie Gonzales (Jesse Garcia). Sulla strada verso l’agognato confine messicano, i due fratelli prendono in ostaggio l’ex-pastore Jacob Fuller (Robert Patrick, nel ruolo che fu di Harvey Keitel) e la sua famiglia. Il bello accade non appena passato il confine: un’improvvida deviazione conduce i due fuggiaschi e i loro prigionieri verso uno strip club popolato di vampiri, tra i quali spicca per qualità non solo estetiche la supersexy Santánico Pandemonium (che non è interpretata da Salma Hayek, ma da Eiza Gonzáles, la quale, perdonateci il maschilismo, è senza dubbio sexy e senza dubbio gran gnocca), e da lì in poi il sangue finto scorrerà davvero a fiumi, ne siamo certi, così come siamo certi che si tratterà di sangue finto di ottima qualità, poiché a curare make-up ed effetti visivi ci penserà Greg Nicotero, responsabile dei marcescenti zombie che affollano The Walking Dead. Rispetto al film, dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione alla mitologia vampiresca, approfondendone le origini atzeche.
Pronostico: se saprà tenersi un passo al di qua dall’eccesso di ridicolaggine (rischio che non ci sentiamo di escludere a priori), potrebbe essere una di quelle serie da guardare con il cervello spento, senza pretendere niente di più di un’oretta di adrenalinico intrattenimento, o da tenere su quando si sta facendo altro e si sente il bisogno della presenza confortante della tv accesa.

klondike

Klondike, Discovery (miniserie, 3 episodi, 20 gennaio)
Dici “Klondike”, e tutto l’immaginario letterario legato alla febbre dell’oro di fine Ottocento sovviene subito alla mente. Resa immortale dai romanzi d’avventura di Jack London e penetrata così a fondo nella cultura popolare da infiltrare persino l’universo disneyano (si pensi ai racconti delle prime fortune di Zio Paperone), la corsa all’oro del Klondike vide centinaia di migliaia di persone incamminarsi verso le selvagge terre del nord-ovest canadese alla ricerca di fortuna, trasformandosi immediatamente in uno di quei miti fondativi americani ammantato di quella dimensione epica che sovente caratterizza le storie “di frontiera”. La miniserie televisiva in questione, primo prodotto seriale realizzato da Discovery Channel, ambisce a restituire l’epicità legata alla corsa all’oro, passando in rassegna — senza dimenticarne alcuno — tutti i tópoi associati a questa narrazione: montagne maestose, natura inospitale e inclemente, poveri diavoli speranzosi di fare fortuna disotterrando qualche pepita custodita nel bacino dello Yukon, un’umanità abbruttita dal permanere in uno stato di natura in cui i vige una spietata legge del più forte, affaristi senza scrupoli, truffatori, sciacalli e avvoltoi pronti a derubare il proprio vicino non appena quello si dimentica di guardarsi alle spalle. Su questi elementi si innestano altrettanto scontati luoghi comuni da americanata cinematografica: grande storia di amicizia, grande storia di lealtà e lotta contro l’ingiustizia, e grande storia sentimentale destinata ad esplodere in un tripudio di viole e violoncelli dopo un principio difficoltoso. Tutto questo è Klondike: la storia (vera) del giovane Bill Haskell (Richard Madden), dell’amico e compagno di viaggio Byron Epstein (Augustus Prew), dell’immensa carovana umana in marcia verso il lontano nord, dell’incontro con un Jack London (Johnny Simmons) alla ricerca di storie da raccontare, di Belinda Mulrooney (Abbie Cornish), l’interesse amoroso del protagonista, dell’affarista denominato semplicemente “Il Conte” (Tim Roth) e della sua rapace ingordigia, delle giubbe rosse canadesi e del solito eccidio di popolazioni native.
Il cast è prestigioso (annovera anche Sam Shepard e Tim Blake Nelson), la produzione è ricca (generosamente offerta da Ridley Scott), ma la serie non decolla mai. Le montagne innevate dello Yukon sono decisamente più espressive e interessanti di Madden e colleghi, e le riprese aeree dei clamorosi paesaggi, degne di un documentario di… uh, Discovery Channel, sono di gran lunga l’aspetto di maggiore pregio, ma il merito, in questo caso, è tutto di Mamma Natura e non certo degli sceneggiatori. La storia, infatti, è trita e prevedibile, i dialoghi sin troppo letterari (insopportabili le riflessioni fuori campo di Haskell) e la durata infinita dei tre episodi (circa 90′ ciascuno, ma sembrano almeno 270) non aiuta a scuotere dal torpore un prodotto mai avvincente. Di epica, alla fin fine, c’è solo la noia.

the_musketeers

The Musketeers, BBC One (prima stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
BBC partecipa alla fiera delle tante riduzioni (televisive, cinematografiche, cartoonesche) del celebre feuilleton di Alexandre Dumas con una versione ad alto budget destinata ad essere il programma di punta del proprio palinsesto invernale. L’approccio al classico è sostanzialmente conservativo per quanto riguarda l’ambientazione (la Francia di metà XVII Sec.) e la caratterizzazione degli ormai arci-noti personaggi (D’artagnan giovanotto spavaldo e impulsivo, Athos carismatico e spadaccino olimpico, Aramis compassato e donnaiolo, Porthos forzuto e guascone, Milady ammaliante e spietata, Richelieu ferocissimo e abile politico assetato di potere, Luigi XIII… un caricaturale fantoccio) ma meno canonico nella rivisitazione dell’intreccio, con molte libertà rispetto allo sviluppo della (già seriale) fonte originale e orientato verso un ancor più seriale “cappa e spada procedurale” in cui i 3+1 moschettieri dovranno, di settimana in settimana, cimentarsi con qualche nuova infida macchinazione ordita dal potente Cardinale e neutralizzarla per proteggere il re e la Francia tutta.
Non è un melenso prodotto per famiglie (per fortuna!), ma pur rivolgendosi ad un pubblico adulto non ha altre velleità se non quella di essere un’americanata pseudo-hollywoodiana in cui un cast di bellocci si cimenta in una sequenza di duelli, cavalcate, precipitosi tuffi dalle finestre e palpitanti avventure amorose.

fleming

Fleming: The Man Who Would Be Bond, BBC America (miniserie, 4 episodi, 29 gennaio)
Il Fleming del titolo, colui che sarebbe diventato Bond, è Ian Fleming, autore dei 173.952 romanzi aventi per protagonista l’inarrestabile agente segreto al servizio di Sua Maestà. Il biopic — preceduto dall’abusata tagline “basato su una storia vera”, ma in realtà per nulla timido nel concedersi ampie divagazioni dalla realtà a fini drammatici — racconta la vita del giovane Ian Fleming (Dominic Cooper), dalla poco soddisfacente carriera di investitore finanziario alle avventure nei ranghi dei servizi segreti della Marina inglese durante il secondo conflitto mondiale, fonte primaria di ispirazione per le avventure del suo futuro eroe di carta. Eroe contraddistinto da una ben nota aura di seduttore, e a dare retta alla miniserie si direbbe che anche l’aspetto sentimentale e passionale che contraddistingue Bond ha un precedente nella vita di Fleming, donnaiolo di successo e soprattutto protagonista in una torrida relazione che lo lega a Ann O’Neill (Laura Pulver), gentil donna sposata ma incline ad intrattenersi con varie compagnie maschili in assenza del consorte.
Sin dal titolo si intuisce che la chiave di lettura attraverso cui interpretare la vita del celebre scrittore britannico è quella di legare la vicenda personale del giovane Fleming alle avventure del suo personaggio di successo: Bond sarebbe così una versione idealizzata dello stesso Fleming, ma anche una che ne esacerba gli aspetti negativi (inclusa l’inguaribile tendenza a portarsi a letto tutti gli esemplari di sesso femminile con cui viene a contatto). Fleming abbonda di riferimenti presi di peso dal Bond-lore (Martini mescolati e non shakerati, personaggi che poi sarebbero comparsi nei libri, gadget fantasiosi, riconoscibilissime scene topiche tratte dai film, e persino musiche che richiamano subdolamente la nota colonna sonora, fermandosi giusto qualche battuta prima del plagio), ma per essere una serie dai forti connotati action/spy story è drammaticamente soporifera.

The Assets, ABC (miniserie, 8 episodi, 2 gennaio). Il binomio Spionaggio + Guerra Fredda è una combo a cui difficilmente sappiamo resistere, per cui, anche se era facile aspettarsi la riproposizione di reaganiani stereotipi CIA/buoni vs. KGB/cattivissimi, avevamo in programma almeno la visione del pilota. Tuttavia, ABC ha deciso di sfoltire la nostra watching list segando questo filler di metà stagione già dopo il secondo episodio, causa record mondiale di ascolti negativi.

Killer Women, ABC (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). In teoria è un remake della serie argentina Mujeres Asesinas, in pratica è Walker, Texas Ranger al femminile con un trailer che saccheggia senza vergogna estetiche e musiche tarantiniane. La protagonista è Molly Parker, la quale, per essere presa sul serio tra i super-machisti Texas Rangers, deve necessariamente dimostrare di essere più cazzuta dei colleghi maschietti. Che idea moderna, originale, e per nulla sessista!

Intelligence, CBS (prima stagione, 13 episodi, 7 gennaio). Gabriel (Josh Holloway) è un ex-militare con un super-microchip impiantato nel cervello. Grazie a questo aggeggino hi-tech può lasciare a casa smartphone e Google Glass, poiché il nostro vive perennemente connesso a Internet, a tutte le reti WiFi, telefoniche e satellitari, e ha accesso ad una moltitudine di banche dati. È quindi perfetto per essere impiegato nell’US Cyber Command, agenzia dell’intelligence che si occupa di cyberterrorismo e altre amenità del genere. Un action/adventure/spy story che farà tremare i polsi ai parlamentari a cinque stelle. Ma in effetti, a chi altro potrebbe mai interessare?

Helix, SyFy (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Ricerca scientifica deviata, minacce aliene e ghiacci polari: questo non originalissimo trinomio è alla base di Helix, horror/thriller fantascientifico in cui un gruppo di scienziati del CDC raggiunge una stazione di ricerca dell’Arctic ByoSystems (localizzata, evidentemente, al Polo Nord) per indagare su una possibile epidemia. Che si rivelerà invece qualcosa di molto più pericoloso, tale da mettere in pericolo l’intera umanità.

Bitten, Space / Syfy (prima stagione, 11/13 gennaio). Elena, da tempo allontanatasi dal suo branco, scopre di essere l’unico esemplare rimasto di licantropo donna, e viene ricondotta tra i consimili per indagare sui misteriosi omicidi di alcuni di essi. Serie canadese tratta dal primo romanzo di una delle tante dimenticabili serie fantasy per giovani adulti, in cui una qualche specie di essere soprannaturale morde ed è contagiosa: se non son vampiri sono zombie, e se non sono zombie sono lupi mannari come in questo caso.

Star-Crossed, The CW (prima stagione, 13 episodi, 17 febbraio). La giovane Emery si innamora di un giovane alieno di etnia Atrian, Roman, quando quest’ultimo, insieme ad alcuni simili, viene liberato e mandato a socializzare nel classico liceo dei classici sobborghi americani dopo dieci anni di internamento in una sorta CIE per alieni sbarcati sulla Terra. Soap-opera fantascientifica adolescenziale: Beverly Hills 90210 versione sci-fi?

The 100, The CW (prima stagione, 13 episodi, 19 marzo). Sci-fi distopico post-apocalittico, ambientato 97 anni dopo una catastrofe nucleare. L’umanità sopravvissuta alla fine della civiltà vive in orbita a bordo dell’Arca (che poi sarebbero le varie stazioni spaziali internazionali unite fra loro), ma lo spazio è poco e le risorse scarseggiano. Che fare? Per esempio, pensa qualcuno, si potrebbero spedire sulla Terra 100 giovani delinquenti, giusto per vedere che aria tira tra radiazioni e possibili mutanti. I problematici giovanotti vengono quindi esiliati sulla Terra, pianeta ormai sconosciuto pieno zeppo di pericoli. Divertitevi, ragazzi, e non pomiciate troppo! (È pur sempre The CW, no?)

… e infine tutto il resto:

Being Human, SyFy (quarta stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Bates Motel, A&E (seconda stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Continuum, Showcase (terza stagione, 13 episodi, 16 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. II: Comedy (più o meno) #winter14tv

Secondo articolo dedicato alle serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Oggi parliamo di commedie, ma soprattutto di dramedy, come amano dire quelli più à la page.


babylon

Babylon, Channel 4 (episodio pilota, 9 febbraio)
La prima stagione, costituita da sei episodi, andrà in produzione solo a primavera, ma per scaldare i motori Channel 4 ha deciso di mandare in onda l’episodio pilota già durante l’inverno. Episodio pilota sui generis, in realtà, poiché vista la lunghezza (circa 80′) potrebbe essere considerato un vero e proprio film per la tv. Questo oggetto televisivo anomalo si merita la nostra attenzione non solo perché reca in calce la firma di un regista di richiamo come Danny Boyle, ma soprattutto perché Channel 4 ci ha abituato in questi anni a produzioni di altissima qualità (le disturbanti — e cinematograficamente pregevolissime — Black Mirror e Utopia su tutte), e gode quindi di grande fiducia da parte nostra. Babylon è un poliziesco che ambisce a mescolare commedia (forse addirittura satira) e procedural drama raccontando, con abbondanza di humor caustico, il tentativo del comandante della polizia londinese (nota ai più come “the Met”) di migliorare la percezione pubblica delle forze dell’ordine in un epoca in cui, tra cittadini sempre muniti di smartphone e giornalisti obbligati a riempire di contenuti il ciclo continuo dell’informazione mediatica, l’operato della polizia finisce spesso nell’occhio del ciclone per la propria inefficacia, inettitudine o, peggio, per la propria brutalità. Il commissario Richard Miller (Jimmy Nesbitt) decide di affidare l’incarico alla rinomata PR americana Liz Garvey (Brit Marling), guru della comunicazione e super-esperta di nuovi media, la quale dovrà destreggiarsi tra poliziotti ostili, colleghi invidiosi e giornalisti senza scrupoli per riuscire ad implementare una strategia comunicativa imperniata sulla trasparenza. Purtroppo per lei, si trova subito nel bel mezzo di una crisi (un misterioso cecchino sparacchia sui terrorizzati londinesi) che ne metterà alla prova le capacità.
Forse pecca di eccessivo eclettismo, poiché il tono comico, la satira sulla comunicazione e l’impietoso e cinico sguardo sulla disfunzionalità del dipartimento di polizia talvolta coesistono a fatica, e il ritmo frenetico che contraddistingue lo stile di Boyle non è quello a noi più congeniale, ma vi consigliamo comunque di dargli un’occhiata.

shameless

Shameless, Showtime (quarta stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
La famiglia più sgangherata d’America si appresta ad affrontare un altro gelido inverno nei bassifondi del South Side di Chicago. In realtà, i Gallagher potrebbero essere meno sgangherati del solito, poiché Fiona (Emmy Rossum), grazie ad un lavoro rispettabile e a uno stipendio dignitoso, sta trascinando di peso la famiglia al di sopra di quella soglia della povertà che fino ad ora li ha costretti a lottare per la sopravvivenza con ogni mezzo lecito e (più spesso) semi-illecito. Le difficoltà economiche meno pressanti e il lusso dei tanto sospirati “benefits” (roba tipo l’assicurazione sanitaria, per intenderci) di cui può godere un’onesta (?) famiglia della lower middle class coincidono, tuttavia, con un momento di disgregazione della famglia stessa: Lip (Jeremy Allen White) è una matricola alla University of Chicago, non sempre a suo agio; Carl (Ethan Cutkosky), psicopatico in erba, manca chiaramente di una figura paterna di riferimento; Debbie (Emma Kenney) è alle prese con con i primi amori adoloscenziali; e Ian (Cameron Monaghan) è desaparecido, dato che, senza informare nessuno, si è arruolato nell’esercito (spacciandosi per il fratello, lo ricorderete dalla scorsa stagione). Su questa semi-sicurezza economica incombe, come sempre, la minacciosa presenza di Frank (William H. Macy), il disastrato capofamiglia per nulla convinto dall’accorato appello di Fiona che, in maniera un po’ melodrammatica, lo supplicò, in nome dell’amore che dovrebbe legarlo ai propri figli, di raddrizzare la propria condotta ed evitare la propria autodistruzione per mezzo delle sue infinite dipendenze. Anni di abusi di alcool e di qualunque tipo di sostanza anche vagamente psicoattiva hanno gravemente minato il fisico di Frank, il quale necessita ormai di un fegato tutto nuovo. Non osiamo immaginare come riuscirà a procurarselo, ma potrebbe essere questo il momento della redenzione di una delle canaglie più divertenti e allo stesso tempo più riprovevoli del panorama televisivo? E se la cronica irresponsabilità di Frank si fosse trasferita, con tutto il resto del patrimonio genetico, alla solitamente combattiva ma deliziosa Fiona?
Il lato positivo di Shameless è che, con il passare delle stagioni, sta crescendo insieme ai suoi protagonisti, riuscendo nell’impresa di tagliare poco a poco gli archi narrativi insopportabili (Jody & Karen, Jimmy/Steve) per concentrarsi sulle (dis)avventure della famiglia e dei circoli che le orbitano intorno — i Malkovich, se possibile ancora più disastrati dei Gallagher, e la divertente coppia Kev & Veronica (Steve Howey e Shanola Hampton) alle prese con un’inaspettata nidiata di pargoli. Se nel corso della stagione anche Sheila (Joan Cusack) dovesse partire potremmo avere per le mani la commedia perfetta per noi, leggera e con la giusta dose di sentimentalismo e melodramma (ovvero, una spruzzatina di entrambi, ma in quantità non tossiche).

girls

Girls, HBO (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Le Piccole Donne in versione contemporanea newyorkese crescono, ma alle soglie dei 25 anni la transizione verso l’età adulta non è certo completa, e il percorso appare accidentato, non lineare e mai indolore. Le quattro ragazze continuano ad essere antipatiche e spesso insostenibili, ma un chiaro segno della loro crescita è il modo in cui provano a circumnavigare le difficoltà: non più strepiti e piagnistei contro il mondo ingiusto, ma la ricerca di strade alternative, di piani B non sempre intelligenti ed efficaci, ma che sono pur sempre dei tentativi. Cosa le attende, quindi, in questa stagione? Abbiamo lasciato Hannah Horvath (Lena Dunham) tra le braccia di Adam Sackler (Adam Driver) nel finale rom-com della scorsa stagione, e ora i due convivono e sembrano aver trovato la giusta dimensione della loro relazione. Hannah persegue con ostinazione il progetto dell’e-book che dovrebbe lanciarla come “voce di una generazione”, ma per il soggiungere di nuovi intoppi si troverà a svolgere un lavoro redazionale che cozza irrimediabilmente con il suo narcisismo patologico, ma che d’altro canto potrebbe essere il reality check di cui ha un gran bisogno. La ribelle Jessa Johansson (Jemima Kirke), appena dimessa da un centro di recupero, proverà a stabilizzare la propria vita raminga lavorando come commessa in un negozio di vestiario infantile, ma finirà soprattutto per terrorizzare le neo-mamme che frequentano detto negozio. Shoshanna Shapiro (Zosia Mamet) è ancora la più naif del lotto, e pare aver passato il suo periodo di sperimentazioni sessual-sentimentali per dedicarsi con continuità al suo piano che dovrebbe condurla al successo nel giro di quindici anni. E poi Marnie Michaels (Allison Williams), l’ex-perfettina del gruppo le cui granitiche certezze si sono dissolte con la fine della relazione con Charlie, e che ora, in un momento di sbandamento totale, troverà inaspettata consolazione con Ray Ploshansky (Alex Karpovsky).
Girls ha il pregio di trattare con leggerezza — ma allo stesso tempo con cinismo — le difficoltà di queste quattro millennials, offrendo piccoli bozzetti in cui emergono con tutta la loro forza le enormi difficoltà di dare un senso alla propria vita. La creatura di Lena Dunham continua a polarizzare la critica e il pubblico: se talvolta la serie viene glorificata al di là dei propri evidenti meriti, molto più spesso prevale una reazione infastidita ad una narrazione che a noi appare invece onesta e in grado di adoperare con perizia lo strumento dell’ironia, capace di veicolare attraverso di essa una ben articolata critica ad alcune tendenze ben presenti nella società contemporanea. E se il motivo delle critiche è ancora, alla terza stagione, l’esibita nudità della protagonista a dispetto del fisico non perfetto, beh, è la dimostrazione che Dunham, Judd Apatow e colleghe sono capaci di toccare argomenti (e, tutto sommato, di problematizzarli a dovere) che, inspiegabilmente, sono tabù ancora ben radicati.

looking

Looking, HBO (prima stagione, 8 episodi, 19 gennaio)
Patrick Murray (Jonathan Groff) è un giovane sulla trentina, level designer in una software house che sviluppa videogiochi. Agustìn (Frankie J. Alvarez) è un aspirante artista, suo miglior amico sin dai tempi del college. Dom (Murray Bartlett) è il più grande dei tre, prossimo alla quarantina, e lavora come cameriere. Tutti e tre sono alla ricerca di qualcosa, e tutti e tre subiscono, in qualche modo, pressioni sociali che li rendono insoddisfatti di ciò che hanno: Patrick ha successo nel lavoro, patisce la mancanza di relazioni stabili e durature; Agustìn, il quale coltiva ancora sogni d’artista, è appagato dagli evidenti “pro” di una convivenza e di una relazione stabile, ma è allo stesso tempo intimorito dai “contro” (serate in pantofole davanti alla tv, rinunce e compromessi); Dom è quasi la somma di entrambi, prossimo a scollinare gli “anta” e consapevole che i suoi sogni sia sentimentali che professionali sono ben lungi dall’essere realizzati. Alcune figure di secondo piano aiutano a completare le varie sfaccettature della cultura gay: Doris (Lauren Weedman), divertentissima coinquilina di Dom; Lynn (Scott Bakula), gay maturo e imprenditore a Castro, memore dei tempi in cui nelle le strade di Frisco la comunità gay lottava per la propria legittimazione; Frank (O.T. Fagbenle), compagno e convivente di Agustìn; Richie (Raúl Castillo), l’ultimo interesse sentimentale di Patrick, rappresentante dell’anima latina della città. Ed è poi la città stessa e la comunità che la abita ad essere protagonista, con i suoi luoghi tipici, le sue consuetudini, i suoi riti collettivi.
Una serie sulla vita di tre (più o meno) giovani gay nella San Francisco contemporanea non può che suscitare la lapidaria definizione di “equivalente gay di Girls“, ma sarebbe un parallelo semplicistico e fuorviante. Lo sguardo di Michael Lannan sui suoi personaggi mira a svelarne i sentimenti più intimi, ma riesce a farlo in modo discreto e garbato, attraverso una narrazione compassata delle loro amicizie e delle loro relazioni sentimentali. La qualifica di dramedy, in gran voga di questi tempi, potrebbe addirittura essere erronea, sia perché l’elemento commedia non è così evidente (niente gag comiche o grottesche, e personaggi distanti anni luce dal gay “flamboyant” così presente nel discorso mainstream), sia perché di vero e proprio drama, ormai a metà stagione, non c’è traccia: ci sono delusioni, qualche tensione nei rapporti interpersonali, incertezze e ripensamenti, titubanze e imbarazzi, ma nessun evento che davvero sconvolga la quotidianità. Tutto questo, che ci crediate o no, è un gran pregio. Altra nota di merito: la regia (spesso curata dal produttore esecutivo Andrew Haigh) ben si combina con lo stile di scrittura, restituendo immagini dei protagonisti il più possibile oneste e delicate, attenta a cogliere le impercettibili sfumature in grado di esprimere le emozioni più nascoste e complesse ma mai invasiva e iper-presente. Il gradevole stile visivo di Looking può contare, inoltre, su un’eccellente fotografia, in grado di fare un uso impeccabile della luce naturale e di restituire in modo convincente la calda e morbida luce che avvolge San Francisco e la fa risplendere in tutta la sua bellezza e peculiarità.

the_spoils_of_babylon

The Spoils Of Babylon, IFC (miniserie, 6 episodi, 9 gennaio)
Nell’introdurre la stagione invernale 2014 avevamo accennato al revival delle miniserie Anni ‘70/’80, e il progetto di Andrew Steele e Matt Piedmont (quest’ultimo anche regista dell’intera serie) potrebbe essere il miglior esempio di questa tendenza: compiendo un triplo salto meta-filmico, The Spoils of Babylon è infatti una miniserie che presenta una miniserie che è a sua volta una parodia delle grandiose, epiche miniserie speciali in voga in quei decenni, spesso tratte da bestseller letterari e contraddistinte da una rara pretenziosità. Al livello della parodia, The Spoils Of Babylon è la (finta) miniserie tratta dal (finto) romanzo omonimo del fantomatico Eric Jonrosh, scrittore e genio autoproclamato, ma soprattutto autore, regista e sceneggiatore (e mille e mille altre cose) della trasposizione televisiva della sua opera di maggior successo. Jonrosh introduce ogni puntata con dei preamboli ampollosi e autocelebrativi, disvelando i dietro le quinte del suo ambizioso kolossal televisivo: una serie di 22 ore incentrata sulla saga familiare dei Morehead, dalla scoperta del giacimento di petrolio a partire dal quale il capofamiglia Jonas fondò il proprio impero all’incestuosa passione amorosa che sin dall’adolescenza travolse la sprezzante figlia Cynthia e l’idealista figlio adottivo Devon.
La struttura della trama, arrovellata all’inverosimile e continuamente stravolta da improbabili (o, viceversa, telefonatissimi) colpi di scena, è essa stessa oggetto della parodia che investe tutti i cliché propri del codice espressivo televisivo e cinematografico dell’epoca: il tono melodrammatico e soap-operistico, i dialoghi dalla verbosità eccessiva, le recitazioni drammaticamente sopra le righe, le ambientazioni grandiose ma che, nei campi lunghi, rivelano essere costruite con modellini da pochi spiccioli, i fondali smaccatamente finti, le musiche pompose e iper-enfatiche, la regia che ambisce ad essere raffinata ma inciampa spesso in grossolani errori, le azzardate sperimentazioni stilistiche destinate a tracimare nel kitch, e così via. Il ritmo della serie (e della serie nella serie) è però sin troppo stagnante — nonostante la brevissima durata degli episodi — e le gag comiche non sono sempre divertentissime. La vera fonte di divertimento, in grado di compensare parzialmente queste pecche, è il gioco metalinguistico davvero ottimo, merito anche di un super-cast che può contare su un numero spropositato di stelle: oltre ai protagonisti Tobey Maguire (Devon), Kristen Wiig (Cynthia) e Tim Robbins (Jonas), il parco attori annovera tra le sue fila anche Jessica Alba, Val Kilmer, Haley Joel Osment, Carey Mulligan (solo in voce), Michael Sheen, e, a svettare su tutti, Will Ferrell, brevemente nei panni dello Shah di Persia ma soprattutto in quelli di un Eric Jonrosh ricalcato sull’avvinazzato, panciuto e barbuto Orson Welles di fine carriera. La produzione è a cura di Funny Or Die, il noto sito di parodie fondato, tra gli altri, proprio da Ferrell.

inside_no_9

Inside No. 9, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 5 febbraio)
Cosa succede al numero 9 della strada in cui abitate? Cose ordinarie, cose buffe e cose macabre e atroci, secondo questa antologia di sei episodi il cui tono si situa a metà tra commedia, thriller e horror. Nel corso delle sei storie indipendenti che compongono questa prima stagione, i due attori protagonisti, Reece Shearsmith e Steve Pemberton, ricopriranno ruoli sempre diversi in ambientazioni altrettanto distinte, ma tutte accomunate dall’avere il numero nove sulla porta d’ingresso. Le informazioni in merito alla serie non sono dettagliatissime, ma siamo grandi fan dello humor britannico e delle venature dark che lo contraddistinguono e che sembrano essere uno degli ingredienti primari di questa nuova serie, accanto ad una comicità fisica e a tratti surreale. A quanto pare anche la BBC nutre una discreta fiducia nei confronti dell’ultima fatica del duo noto per la serie cult The League of Gentlemen, dato che alla talentuosa coppia di autori-attori è stata già commissionata una seconda stagione ancor prima della messa in onda del primo episodio.

this_is_jinsy

This Is Jinsy, Sky Atlantic (seconda stagione, 8 episodi, 8 gennaio)
Nuove avventure per gli strambi personaggi dai nomi assurdi che abitano l’ancora più assurda isola di Jinsy, contrassegnata da fenomeni atmosferici imprevedibilii, abitata da animali bizzarri e caratterizzata dalla presenza incombente del misterioso “The Great He”. L’isoletta di fantasia in cui è ambientata questa stravagante commedia britannica accoglierà nuovi eccentrici residenti, anch’essi presumibilmente caratterizzati da un’onomastica inusuale e destinati, come tutti, a non sfuggire all’onnipresente orwelliano sistema di controllo di cui Jinsy è dotata. La seconda stagione, come la prima, promette sketch surreali, canzoncine buffe e la presenza di numerose guest star di richiamo (tra le quali spicca Olivia Colman).

house_of_lies

House Of Lies, Showtime (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Il gruppo storico si è disgregato alla fine della scorsa stagione, quando Martin “Marty” Kaan (Don Cheadle) ha messo in piedi il suo grande piano: avviare un’agenzia di consulenze tutta sua, Kaan & Associates, contando sul fatto che il gruppo storico di collaboratori aka “the Pod” — Jeannie van der Hooven (Kristen Bell), Clyde Oberholt (Ben Schwartz) e Doug Guggenheim (Josh Lawson) — avrebbe lasciato Galweather-Stearn per seguirlo nella sua ambiziosa avventura. Invece, in questo universo di eccentrici ricconi one-percenter e consulenti viscidi come serpenti, chi di doppiogioco ferisce rischia di essere ripagato con la stessa moneta, ed è precisamente quello che è successo a Marty: nessuno lo ha seguito, e lui è rimasto solo con la patata bollente in mano. Ma poiché egli è anche eccellente nel proprio lavoro, o addirittura il migliore, Kaan & Associates ha comunque preso il via, ed è alla ricerca di ricchi clienti per riempire il proprio portfolio e soprattutto le proprie tasche. La nuova stagione seguirà il tentativo di rimettere il gruppo assieme, poiché, nonostante gli sfottò, nonostante gli insulti, e anche se non lo ammetterebbero mai, i quattro si trovavano bene assieme. E tra Marty e Jeannie è ancora ben presente un’irrisolta attrazione sentimentale che i due non si decidono ad affrontare.
House of Lies prosegue ad esplorare le vicende di questi eccellenti professionisti dalle vite private incredibilmente danneggiate con la solita miscela di humor cinico e cattivo, ma il tono è così monocorde, e i personaggi così negativi e senza alcuna qualità in grado di redimerli o renderli interessanti, che l’intero prodotto, nonostante uno stile visivo sgargiante e intrigante, spesso risulta solo irritante.

chozen

Chozen, FX (prima stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Chozen (doppiato da Bobby Moynihan) è un rapper bianco, gay, appena uscito di prigione (l’avrete notato, l’ex-galeotto protagonista è un tema ricorrente), dove ha scontato la pena per una falsa accusa orchestrata da un ex-membro della sua crew (doppiato da Method Man) diventato nel frattempo uno dei nomi più celebrati dello star system. Uscito dal carcere, Chozen proverà, con la collaborazione di un gruppo di amici un po’ sfigati, a trasformarsi in un rapper di successo. Lo stile grafico è tratto di peso da Archer (vedi sotto), il tono — volgare, sguaiato, basato su una comicità grossolana tesa a sfidare in modi prevedibili il puritanesimo e l’ipocrisia del politicamente corretto — proviene dritto dritto da Eastbound & Down, e non è un caso che i produttori di entrambe le serie siano dietro a questo prodotto.

Community, NBC (quinta stagione, 13 episodi, 2 gennaio). Il creatore dello show Don Harmon è di nuovo al timone della sit-com ambientata tra gli studenti e i docenti del fittizio Greendale Community College. Stagione imbottita di guest star, tra cui spiccano Nathan Fillion, Johnatan Banks e nientepopodimeno che Walton Goggins.

Enlisted, FOX (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Le (dis)avventure in caserma di tre fratelli (il sergente Pete Hill, reduce dell’Afghanistan, e le due reclute Derrick e Randy) e del plotone di disadattati di cui fanno parte. La solita insipida sit-com familiare ibridata con la solita insipida sit-com militare.

Archer, FX (quinta stagione, 13 episodi, 13 gennaio). La commedia/spy story animata, uno dei maggiori successi in casa FX, è stata sottoposta ad una consistente ristrutturazione, tale da cambiare il titolo in Archer Vice ed assumere un’estetica che ricorda vagamente Grand Theft Auto: Vice City. Questo perché si è scoperto che l’agenzia spionistica ISIS non era in realtà un’agenzia governativa autorizzata, e i suoi membri sono costretti ad appendere al chiodo gli strumenti da spia per riciclarsi come spacciatori di cocaina. Di tanta, tantissima cocaina: una tonnellata!

Broad City, Comedy Central (prima stagione, 10 episodi, 22 gennaio). Due squattrinate ventenni a New York, tra lavori precari e decisioni azzardate che non pagano (quasi) mai, intrappolate, come ogni sitcom che si rispetti, in una dinamica che, rubando una citazione illustre, potremmo definire “Try again. Fail again. Fail better”. Creata, prodotta e interpretata da Ilana Glazer e Abbie Jacobson (protagoniste nei ruoli di… Ilana e Abbie), la serie si basa sull’omonima webserie che le due amiche hanno messo in scena dal 2009 al 2011.

Rake, FOX (prima stagione, 13 episodi, 23 gennaio). L’attività professionale dell’avvocato difensore Keegan Dean messa a repentaglio dalla sua incasinatissima vita privata, tra una ex-moglie che lo maltratta, giudici che non lo rispettano, e il fisco che lo insegue. Lui ci mette del suo, parlando spesso a sproposito e coltivando interessi sconvenienti (prostitute e gioco d’azzardo). Il pilot è a cura di Sam Raimi.

Ja’mie: Private School Girl, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 6 febbraio). Ja’mie è una studentessa presso la prestigiosa Hilford Girls’ Grammar School, e come tutte le teenager privilegiate è insopportabilmente vacua e snob. Commedia mockumentary creata dal comico australiano Chris Lilley (interprete della protagonista) andata in onda lo scorso autunno su HBO, ma siccome non ne abbiamo dato notizia allora la proponiamo in occasione dell’approdo sugli schermi inglesi.

About A Boy, NBC (prima stagione, n. di episodi da definire, 21 febbraio). Will è single e disoccupato, ma grazie ai diritti di una canzone di successo è libero di dedicarsi al cazzeggio più sfrenato. Anagraficamente è un adulto, ma in realtà è fondamentalmente un bambino, e in quanto tale stringerà un’inusuale amicizia con l’undicenne Marcus, figlio di Fiona, recentemente trasferitasi nell’appartamento adiacente. Tratto dall’omonimo best-seller di Nick Hornby, già fonte d’ispirazione di una dramedy per il grande schermo.

Doll & Em, HBO (prima stagione, 6 episodi, 19 marzo). Commedia semi-improvvisata che racconta le complesse dinamiche della profonda amicizia che lega due donne, un’attrice hollywoodiana e la sua amica d’infanzia assunta come assistente personale durante la lavorazione di un film. Doll (Dolly Wells) e Em (Emily Mortimer) sono realmente amiche fuori dal set.

… e poi tutto il resto:

Cougar Town, TBS (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Episodes, Showtime (terza stagione, 9 episodi, 12 gennaio)
Uncle, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 13 gennaio)
House Of Fools, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 14 gennaio)
Death In Paradise, BBC One (terza stagione, 8 episodi, 14 gennaio)
Suburgatory, ABC (terza stagione, 13 episodi, 15 gennaio)
Outnumbered, BBC One (quinta stagione, 6 episodi, 29 gennaio)
Mixology, ABC (prima stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Portlandia, IFC (quarta stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Legit, FXX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Saint George, FX (prima stagione, 10 episodi, 6 marzo)
Mind Games, ABC (prima stagione, 13 episodi, 11 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in quest'inverno 2014? Pt. I: Drama #winter14tv

Riuscirà il 2014 televisivo a rivaleggiare con l’anno passato in termini di qualità e quantità? Quante nuove emittenti si tufferanno nel mercato delle serie tv con nuove produzioni originali? Le serie debuttanti saranno in grado di prendere il posto di quelle approdate — o di quelle che, nel corso di quest’anno, approderanno — alla loro conclusione? La nona stagione di Don Matteo (dal 9 gennaio in prima serata su RaiUno) sarà appassionante come le precedenti otto? Ma soprattutto, c’era davvero bisogno di un remake sudamericano (colombiano, per la precisione) di Breaking Bad, intitolato Metástasis e avente per protagonisti Walter Blanco, Ciélo Blanco, José Rosas e un vecchio scuolabus nelle veci dello scassato Winniebago? Non sappiamo rispondere a nessuna di queste domande (beh, forse all’ultima sì), ma se volessimo trarre qualche indicazione dalla stagione televisiva invernale — inaugurata sin dai primissimi giorni di gennaio con il ritorno di serie storiche (o quasi), da qualche esordio importante, da un paio di nuovi canali alle prime esperienze con la serialità, e dall’antipasto di un trend che proseguirà tutto l’anno (le miniserie, tornate di gran moda come tornano ciclicamente di moda i pantaloni a zampa e le gonne a fiori) — diremmo che le prospettive sono decisamente rosee.
Per avere un’idea di tutto quello che potete trovare in televisione di questi tempi, ecco il primo di tre articoli in cui presenteremo le serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Cominciamo con le serie drammatiche.


got_ice_and_fire_foreshadowing

Game of Thornes Ice and Fire: A Foreshadowing, HBO (speciale, 9 febbraio)
Prima di pensare che questo paragrafetto sia solo un tentativo un po’ ruffiano di truffare i motori di ricerca buttando lì un po’ a caso il titolo della serie più piratata di tutti i tempi, lasciateci spiegare. Se è vero che la quarta stagione di Game Of Thrones approderà sui nostri schermi solo il 6 aprile, è anche vero che HBO ha messo in onda (in piena stagione invernale, e quindi pertinente in questo articolo) quello che è a tutti gli effetti un teasing estremo per portare alle stelle l’hype già esagerato che precede ogni season premiere. Per solleticare la nostra sete di spoiler e curiosità sull’incontrastato blockbuster della televisione contemporanea, ecco uno speciale di quindici-minuti-quindici (un promo formato kolossal, come si confà allo status della serie) durante il quale, tra un ripassino delle stagioni precedenti, un po’ di dietro le quinte e qualche intervista ai protagonisti, c’è spazio per la fugace visione di immagini inedite tratte dall’incombente quarta stagione. Quindici minuti non sono certo sufficienti a placare la nostra brama di intrighi politici, efferati delitti, amori torbidi e carismatiche biondine drago-munite, ma facciamoci coraggio, la primavera sta arrivando.

justified

Justified, FX (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Justified mette in scena il suo penultimo capitolo da orfano di papà Elmore Leonard, scomparso la scorsa estate. Quale miglior modo (oltre al breve tributo dedicatogli in occasione della season premiére) di omaggiare il grande scrittore se non quello di estendere il raggio d’azione a due location tipicamente Leonard-esche come Detroit e la Florida? In ossequio al principio “WWED” (What Would Elmore Do?), da sempre guida ed ispirazione di Graham Yost e soci, le avventure di Raylan Givens e del suo frenemy Boyd Crowder ripartono da questi luoghi distanti mille miglia dall’ormai familiare piccola e povera contea di Harlan. Tuttavia, potete scommetterci: sarà pure piccola, povera e sperduta tra le valli dei monti Appalachi, ma tutte le strade (criminali), da Miami, da Detroit, e persino dal Canada, porteranno di nuovo ad Harlan County, Kentucky, e quest’angolo depresso della provincia americana tornerà presto ad essere il teatro della lotta tra logorroici hillbillies criminali e tutori della legge dai metodi spicci, dalla lingua affilata e dalla mira infallibile. Più che in passato, la quinta stagione sembra concentrarsi in modo particolare sulle relazioni familiari. A partire da quelle che interessano Raylan Givens (Timothy Olyphant), a cui non hanno mai fatto difetto swag e sarcasmo, ma che non appare più così sicuro di sé nel suo ruolo di fresco neo-papà, forse perché il defunto genitore non gli ha certo offerto un modello impeccabile di paternità. Sarà Art Mullen (Nick Searcy), burbero ma paziente come sempre, ad insegnagli una cosa o due su come diventare un genitore almeno decente? I mal di testa familiari interessano anche Boyd Crowder (Walton Goggins), impegnato nella problematica gestione del traffico di eroina insieme al sopraccigliuto neo-socio Wynn Duffy (Jere Burns, promosso series regular), ma soprattutto in difficoltà nel placare le ire di Ava (Joelle Carter), insofferente per una permanenza dietro le sbarre più lunga del previsto. E all’orizzonte si intravede la figura di Johnny Crowder (David Meunier), notoriamente frustrato del suo ruolo secondario rispetto al fascinoso cugino dalla loquela forbita. Ma è soprattutto la natura dell’antagonista principale della stagione ad essere familiare, in senso lato e in senso letterale. Familiare poiché ad incrociare il percorso del nostro U.S. Marshal preferito sarà Darryl Crowe (Michael Rapaport), vecchia conoscenza di Raylan sin dai tempi della sua movimentata permanenza nel Sunshine State. Ma familiare soprattutto perché quello dei floridiani Crowes, allevatori di allegatori di professione ma ovviamente immischiati in molteplici loschi traffici, è un vero e proprio clan, composto da cugini e fratelli delinquenti incorreggibili e una sorella indecisa tra la fedeltà alla famiglia e il desiderio di un futuro rispettabile. Da veri parenti-serpenti, i Crowes decidono di insediarsi ad Harlan per sfruttare il redditizio business capitato in mano al cugino scemo, quel Dewey Crowe (Damon Herriman) spesso maltrattato da Raylan e forse proprio per questo diventato uno dei personaggi più osannati dai fan della serie. E se pure Dewey non esita a definire i cugini come portatori di notizie nefaste, Raylan potrebbe avere tra le mani una brutta gatta da pelare.
Si potrebbe accusare Justified di riproporsi sempre uguale a sé stesso, ed in effetti dopo la divagazione dello scorso anno — il lungo arco narrativo dedicato alla ricerca di Drew Thompson — si ritorna alla formula del supervillain, declinata, come anni addietro, nella forma di un’intera famiglia di bifolchi ai ferri corti sia con Raylan che con Boyd (ricordate la fantastica Mags Bennett e il suo temibile moonshine?). Qualcuno potrebbe pensare che sia rimasto poco da dire, ma a noi Raylan & Co. piacciono così: prevedibili, forse, ma incredibilmente godibili. Come si fa a non amare i meravigliosi cantilenanti accenti sudisti di questi amabili zotici? Come non apprezzare i dialoghi grondanti saggezza ruspante, strafottenza e sagacia, forse l’aspetto principale in cui ricercare l’eredità di Elmore Leonard?

true_detective

True Detective, HBO (prima stagione, 8 episodi, 12 gennaio)
Rustin “Rust” Cohle (Matthew McConaughey) è un barista part-time, capellone, trasandato, abbirrazzato e fumatore compulsivo. Martin “Marty” Hart (Woody Harrelson) è un omaccione stempiato, non troppo raffinato con le parole, che lavora per la sicurezza privata. Entrambi si trovano di fronte a una telecamera, a rispondere alle domande di due detective, Maynard Gilbough (Michael Potts) e Thomas Papania (Tory Kittles). Rust e Marty sono due ex-detective della polizia statale della Louisiana, i quali, diciassette anni prima dell’interrogatorio a cui stanno prendendo parte, nel lontano 1995, condussero le indagini che portarono alla cattura dell’autore di una serie di omicidi rituali. I due, diversissimi per carattere e approccio all’attività investigativa, hanno intrattenuto una proficua relazione professionale, hanno imparato a conoscersi nel corso delle indagini condotte assieme, forse sono addirittura diventati amici (benché, vista la personalità dei due soggetti, questo possa sembrare eccessivo), fino ad una improvvisa separazione avvenuta nel 2002. Dieci anni dopo, si trovano di fronte a Gilbough e Papania, i quali stanno indagando su un nuovo omicidio dalle caratteristiche terribilmente simili a quello in qui si imbatterono i due ex-colleghi, e sono interessati alla ricostruzione delle loro indagini, poiché il caso potrebbe non essere stato chiuso. Tutto ordinario, no? Omicidi seriali con tanto di coreografiche disposizioni di cadaveri, tracce di esoterici misteri, indagini complicate, tante false piste, una coppia di detective che, a dispetto delle differenze, si trovano a lavorare insieme, in ossequio alla tradizione del buddy-cop… e invece True Detective ordinario non lo è per niente, e se non rivoluzionerà il poliziesco è solo perché essere (solo) un poliziesco non è il suo obiettivo principale. C’è un crimine orrendo, ci sono tanti interrogativi a cui dare risposta (davvero il caso non fu risolto? E per quale motivo la relazione tra Rust e Marty si interruppe così bruscamente? C’entra forse la moglie di Marty, capace di instaurare subito un legame con l’ombroso Rust?), ma nel corso di una narrazione che alterna in continuazione il presente dell’interrogatorio e il passato vissuto attraverso i flashback dei due protagonisti quello che emerge non è tanto la procedura dell’indagine poliziesca, ma piuttosto l’analisi della psicologia di due uomini profondamente feriti. Cohle è un pessimista cosmico, un nichilista oltranzista inghiottito in una spirale autodistruttiva scatenata da un terribile incidente che ha disgregato la sua famiglia. Hart è invece un uomo prigioniero delle proprie menzogne e intrappolato nelle auto-giustificazioni, il quale pretende di vestire i panni del marito responsabile, dell’affettuoso padre di famiglia, dell’uomo irreprensibile,  pur essendo in realtà solo un donnaiolo patologico à la Jimmy McNulty (senza neanche un centesimo dell’acume investigativo del protagonista di The Wire).
Lento, suadente e ipnotico come un blues, sporco come un pezzo southern rock, True Detective è impregnato dell’atmosfera umida, appiccicosa e decadente dei bayou del sud della Louisiana, in cui desolati paesaggi industriali e sinistre raffinerie petrolifere punteggiano le paludi della Gulf Coast, facendo da sfondo alle vite povere di una popolazione tradizionalista e profondamente religiosa. Sin dai primi minuti, sin dai titoli di testa, dominati dalle inquietanti doppie esposizioni che suggeriscono il tema centrale della serie, la dualità come tratto fondamentale dell’umanità, la serie creata da Nic Pizzolatto sembra portare le stigmate dell’eccellenza seriale. Siamo appena a febbraio e appena a metà della prima stagione, ma True Detective — forte di una scrittura eccellente (a cura del solo Pizzolatto), di un’estrema coerenza visiva e stilistica (Cary Fukunaga è dietro la macchina da presa in tutti gli episodi) e impreziosito da una strepitosa, magnetica interpretazione di Matthew McConaughey (decisamente in stato di grazia di questi tempi e possibile dominatore dei prossimi Grammys, Golden Globes e affini) — ci sta entusiasmando così tanto da volerlo prematuramente candidare al titolo di serie dell’anno. Al diavolo la prudenza, è un fottutissimo capolavoro: provare per credere.

the_red_road

The Red Road, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 27 febbraio)
Relegata in una piccola riserva sul monte Ramapo, in una zona montuosa situata a nord di New York, la tribù Lenape — non riconosciuta dal governo federale — convive a fatica con la vicina comunità bianca che abita la vicina cittadina di Walpole, NJ. Quando una tragedia colpisce la comunità dei nativi, la precaria pace sociale vacilla in modo ancora più pericoloso, anche perché pare che la polizia locale abbia coperto le responsabilità di Jean Jensen (Julianne Nicholson), figlia di un senatore dello stato del New Jersey, moglie dello sceriffo e alcolista in fase di riabilitazione. Nel bel mezzo di questa spinosa situazione e in difficoltà nel gestire l’ordine pubblico, lo sceriffo Harold Jensen (Martin Henderson) si troverà suo malgrado a contatto con la minacciosa figura di Phillip Kopus (Khal Drogo Jason Momoa), un ex-galeotto rientrato nella riserva, il cui profilo è reso ancor più problematico dalla (burrascosa) relazione che lo lega al padre Jack (Tom Sizemore), un criminale di lungo corso dedito al traffico di droga nella vicina Brooklyn. Con il precipitare degli eventi i segreti che caratterizzano il passato dei due protagonisti verranno drammaticamente a galla, costringendoli ad una collaborazione sempre più compromettente. La situazione è ulteriormente complicata sia dalla situazione familiare dello sceriffo, a causa del conflitto sempre più acceso tra l’adolescente figlia maggiore Rachel (impegnata in una relazione con un coetaneo Lenape) e la moglie Jean, sia dai crescenti tumulti tra i nativi, le cui rivendicazioni si fanno sempre più pressanti grazie alla battagliera Sky Van Der Veen (Lisa Bonet), avvocato e membro prominente della comunità Lenape.
La serie sembra avere tutti gli elementi giusti per proseguire sul filone “indie” tanto caro a Sundance Channel (piccole comunità marginali, conflitto sociale esasperato da rivendicazioni etniche, personaggi dal passato problematico e oscuro dal quale non riescono a liberarsi). Il giovane canale ha esordito col botto l’anno scorso, con un’incredibile tripletta di serie originali, miniserie e serie d’importazione, e ora l’aspettiamo al varco: sophomore slump o un decisivo passo avanti verso lo status di stella tra i canali televisivi americani?

house_of_cards

House Of Cards, Netflix (seconda stagione, 13 episodi, 14 febbraio)
Chissà se il Presidente si è pentito di aver negato a Frank Underwood (Kevin Spacey) la nomina a Segretario di Stato. Mai lo avesse fatto! Il vendicativo deputato della South Carolina ha messo in atto un macchiavellico piano che, attraverso la manipolazione del sindacato degli insegnanti, la manipolazione di una giovane giornalista, e soprattutto la manipolazione del giovane Peter Russo, spinto all’autodistruzione e “suicidato” senza troppe remore, lo ha portato ad un passo dall’ambita meta: la vice-presidenza e la probabile candidatura a prossimo Presidente degli Stati Uniti, un ottimo modo per rifarsi del grande diniego di cui sopra. Dopo tutto questo incessante e infallibile macchinare e manipolare, è naturale attendersi che lo scaltrissimo deputato si sia guadagnato ancora più nemici di prima, sia nei palazzi del potere sia al di fuori di essi. Tutti, dal Presidente (comprensibilmente poco propenso a farsi fare le scarpe) in giù, proveranno ad ostacolarne l’ascesa, e tra gli agguerriti neo-nemici annoveriamo anche Zoe Barnes (Kate Mara), la giornalista ex-amante diventata suo malgrado una pedina dello spietato Frank, la quale avendo scoperto con la preziosa collaborazione di Lucas e Janine cosa sia veramente successo al povero Russo, ha per le mani una storia che definire scottante è un eufemismo. E poi c’è il grande circo mediatico, interessato a sbattere in prima pagina tutti i dettagli della strana relazione matrimoniale che lega Lady Macbeth Claire Underwood (Robin Wright) al conosorte. Il problema, per tutti questi nuovi avversari, è uno solo: vogliono DAVVERO mettere i bastoni tra le ruote a Frank Underwood e sperare di uscirne vivi? Perché il pluripremiato torbido thriller politico prodotto da David Fincher (che, a differenza di quanto avvenuto durante la prima stagione, non metterà mano alla macchina da presa) e guidato dal brillante Beau Willimon pare aver messo bene in chiaro cosa succede, quando questa eventualità si verifica…
Quando Obama ha candidamente affermato di apprezzare la serie e si è lamentato del fatto che, purtroppo (!), i meccanismi della politica non gli permettono di essere — uhmmmm — efficiente nel perseguire i propri obiettivi quanto Frank Underwood, tutti hanno riso. Poi ci hanno riflettuto un attimo, e non hanno riso più.

those_who_kill

Those Who Kill, A&E (prima stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Poteva mai mancare il remake di una fortunata serie scandinava? Certo che no. È il turno, stavolta, di Those Who Kill, riadattamento americano della fortunata serie danese omonima. Poteva mai trattarsi, in quanto serie televisiva scandinava, di qualcosa di diverso da uno psico-thriller infarcito di omicidi seriali, detective con consistenti turbe psicologiche e malsane tensioni erotiche? Certo che no. L’azione si sposta da Copenhagen a Pittsburgh, ma la vicenda ruota sempre attorno alla figura di Katrine/Catherine Jensen (Chloë Sevigny), neo-promossa detective sempre in prima linea quando si tratta di indagare sugli omicidi più efferati. Mai ligia al protocollo e spesso incapace di limitare il proprio coinvolgimento empatico con le vittime dei delitti, Catherine è anche ossessionata dalla scomparsa del fratello e dalla convinzione che l’ambigua figura paterna nasconda in realtà un serial killer. Ad assisterla tanto nelle indagini quanto nella propria personale ricerca della verità sarà lo psicologo forense Thomas Schaeffer (James D’Arcy), anch’egli persona alquanto problematica e, cosa ancor più preoccupante, con la sinistra tendenza ad assumere il punto di vista dell’assassino nei casi su cui Catherine indaga. Vittima e carnefice per interposta persona: gran coppia, no?

Sherlock, BBC One (terza stagione, 3 episodi, 1 gennaio). Due anni dopo la messa in onda della seconda stagione, e preceduti dalla chicca natalizia del mini-episodio prequel Many Happy Returns, arrivano, attesissimi da orde di fan pronti a inondare Tumblr di nuove gif emblematiche della bro-mance tra l’eroe eponimo e il fido Watson, i tre nuovi episodi da 90 minuti ciascuno di questa rivisitazione contemporanea della figura di Sherlock Holmes. Che, evidentemente, non è morto come tutti credevano. Vabbé, ok, non ci aveva creduto nessuno in realtà. AtlantideZine parlò a suo tempo della prima stagione.

Being Mary Jane, BET (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). Estensione seriale del film omonimo (anch’esso produzione BET), racconta le vicende di Mary Jane, giornalista televisiva che, come tutte le persone di questo mondo, trova estremamente difficile bilanciare i propri impegni lavorativi, la propria vita sentimentale, e la necessità di assicurare adeguato sostegno alla famiglia (padre, madre malata, due fratelli e pure una nipote). Prima serie tv prodotta da BET.

Chicago PD, NBC (prima stagione, 15 episodi, 8 gennaio). Spin-off di Chicago Fire, con i poliziotti ad assumere il ruolo di protagonisti al posto dei pompieri. Un procedurale in grado di riscrivere le paludate regole del poliziesco televisivo? Manco per niente.

The Following, FOX (seconda stagione, 15 episodi, 19 gennaio). La prima stagione di questo oscuro thriller, teoricamente impreziosito dalla presenza di un protagonista di richiamo come Kevin Bacon, ha conquistato un posto in svariate classifiche di fine anno. Il problema è che si è trattato delle classifiche delle peggiori serie viste nel 2013. Un ottimo motivo per evitare, dopo la prima, anche la seconda stagione.

Line Of Duty, BBC Two (seconda stagione, 6 episodi, 12 febbraio). Un nuovo caso per gli agenti DS Steve Arnott, DC Kate Fleming e Superintendent Ted Hastings e per la (fittizia) unità anti-corruzione AC-12. L’obiettivo delle loro indagini sarà, stavolta, l’insospettabile DI Lindsay Denton, la quale, tuttavia, non è l’unica a custodire qualche scheletro nell’armadio. La prima stagione, datata 2012, è stata una delle serie di maggior successo nel Regno Unito.

Hannibal, NBC (seconda stagione, 13 episodi, 28 febbraio). La scorsa stagione ha raccolto ampi consensi, e la critica ha elogiato tanto la perizia cinematografica quanto le creative disposizioni di cadaveri. Oltre ad aver lodato la… uhm, raffinatezza culinaria del giovane Hannibal Lecter. Immaginiamo l’impianto estetico della serie resti invariato, per cui chi ha apprezzato la prima stagione attenderà con ansia la seconda. Noi non siamo tra questi.

Crisis, NBC (prima stagione, 13 episodi, 16 marzo). Il rapimento dei figli delle persone più ricche e potenti di Washington, Presidente incluso, è l’evento che scatena la grossa crisi a cui allude il titolo. In ballo ci sono le sorti di tante famiglie, ma anche quelle dell’intero Paese. Cosa saranno disposti a fare i ricchi e potenti, pur di riavere i propri figli? Con Dermot Mulroney e soprattutto con Gillian Anderson, per la quale, ormai lo sapete, abbiamo un debole.

… e poi tutto il resto:

The Bletchley Circle, ITV (seconda stagione, 4 episodi, 6 gennaio)
Call The Midwife, BBC One (terza stagione, episodi, 19 gennaio)
Mr Selfridge, ITV (seconda stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
Silk, BBC One (terza stagione, 6 episodi, 24 febbraio)

Quali sono le serie tv in onda in quest'autunno 2013? Pt. III: Le serie europee #fall13tv

fall13tv_pt3_header

Eccoci giunti al terzo appuntamento della nostra guida al panorama televisivo autunnale. Dopo aver esplorato l’élite dei canali televisivi statunitensi, il premium cable e il basic cable, e dato uno sguardo alle serie “blockbuster” che i loro capienti portafogli sono in grado di produrre, ci trasferiamo nel Vecchio Continente, dove gli studi non possono ambire alle stesse risorse economiche e le serie televisive raramente possono sperare di raccontare la propria storia in più di una mezza dozzina di episodi. Su questa sponda dell’oceano ci sono meno soldi, senza dubbio, ma le energie creative sono comunque di primissimo livello, e le serie di qualità prodotte in Europa non hanno nulla da invidiare ai riveriti colleghi della tv americana, specie sulle distanze brevi (miniserie, o giù di lì). Sono ormai numerose le serie originali europee (scandinave, per lo più) depredate per carenza di idee e riadattate per il mercato americano, e sono sempre più frequenti i casi di prodotti che, dopo la messa in onda in patria, trovano spazio nei palinsesti delle televisioni d’oltreoceano. Nelle precedenti puntate abbiamo visto i casi più recenti di questo fenomeno (Dancing on the Edge e A Young Doctor’s Notebook, rispettivamente su Starz e Ovation), e oggi ne diamo ulteriore conferma inserendo in questa lista le produzioni (inglesi) che verranno ritrasmesse dalla televisione pubblica americana (PBS).

Prima di cominciare, una precisazione doverosa: abbiamo intitolato il pezzo “le serie europee”, ma in effetti quest’etichetta potrebbe essere impropria, poiché non parleremo della televisione europea tout court (ché tanto lo sapete, la tv nostrana non la degniamo di uno sguardo, e gran parte del resto non lo conosciamo, anche a causa di evidenti barriere linguistiche). “Europa” coincide, nel nostro caso, pressoché unicamente con “Regno Unito”, poiché il 90% delle serie tv che presenteremo quest’oggi è a cura dei sudditi di Sua Maestà (mentre il restante 10% fa riferimento alle già menzionate tv scandinave). In verità potremmo addirittura restringere ulteriormente il campo, dato che la stragrande maggioranza di quel 90% in quota britannica è appannaggio di quel monumento della televisione mondiale che è la BBC.


Oggi parliamo di: Peaky Blinders, Quirke, Ripper Street, By Any Means, The Escape Artist, The Wrong Mans e Atlantis (BBC), The Tunnel e A Young Doctor’s Notebook & Other Stories (Sky Atlantic e Sky Arts), Downton Abbey (ITV), The Hollow Crown e The Paradise (PBS), London Irish (Channel 4) e, uniche eccezioni al monopolio anglosassone, Bron/Broen (SVT1/DR1) e Nymfit/Nymphs (MTV3)

peaky_blinders

Peaky Blinders, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 12 settembre)
Alla faccia della “differente sensibilità europea”: la prima serie del lotto odierno è probabilmente la più “americana” (per modelli ispiratrici e forme della narrazione) vista in tempi recenti. Peaky Blinders è un crime drama in costume, non a caso propagandato come la versione inglese di Boardwalk Empire (e qualcuno ha anche azzardato un meno convincente “i Sopranos delle Midlands”, per via della saga familiare che percorre la serie), con il quale condivide l’ambizione di raccontare lo spietato mondo criminale degli Anni ’20, offrendone una rappresentazione che non lesina in violenza e turpiloquio. Tuttavia, l’ambientazione in cui sono calate le due serie non potrebbe essere più distante: in Peaky Blinders non c’è spazio per il lusso e i luccichii del lungomare di Atlantic City, i quali lasciano invece il posto alle tetre atmosfere degli slums di Birmingham. Il centro principale della cosiddetta “Black Country” è infatti una livida città industriale immersa in fumi malsani, attraversata da strade fangose, popolata da prostitute, ubriaconi, bambini teppisti, operai derelitti e gangster, assordata dall’incessante martellare proveniente dalle manifatture e illuminata dalle sinistre fiamme sputate dagli altiforni, che offrono un contributo decisivo alla creazione di una scenografia da girone infernale. Immaginate una pagina di Dickens, aggiornatela al primo dopoguerra, et voilà.
La serie ci porta nell’anno di (poca) grazia 1919, nel bel mezzo di un momento storico in cui il Regno Unito è percorso da mille tensioni: gli uomini, giovani e meno giovani (per lo meno quelli più fortunati), hanno appena fatto ritorno dalle trincee della Prima Guerra Mondiale, e ne portano ben visibili le cicatrici fisiche e psicologiche; in Irlanda gli eventi stanno rapidamente precipitando verso la sanguinosa guerra d’indipendenza; e, ciliegina sulla torta, il fantasma del comunismo, che per oltre cinquant’anni si è aggirato in forma esclusivamente eterea per la Vecchia Europa, ha finalmente acquisito sostanza, assumendo le fattezze concrete dei tanti movimenti e partiti politici determinati a rovesciare le classi dominanti sull’onda dell’entusiasmo scatenato dalla presa del potere da parte dei Bolscevichi in Russia. Questo groviglio di situazioni esplosive è ben visibile a Birmingham, tra ex-soldati tornati dal fronte con evidenti tracce di PTSD e immediatamente riassorbiti dalle sfiancanti mansioni operaie, agit-prop che minacciano scioperi e rivolte in grado di annientare lo sfruttamente capitalista, irlandesi indipendentisti intenti a pianificare le strategie di ribellione al dominio inglese, e le gang malavitose a dettare legge. I “Peaky Blinders” del titolo — una gang criminale storicamente esistita, attiva nell’area di Birmingham dalla fine del XIX Secolo — sono esponenti di spicco di quest’ultima categoria, insieme alle bande di irlandesi e di immigranti di varia provenienza (tra i quali, non vi stupirete, ci sono gli immancabili italiani), e sono dediti principalmente al controllo delle scommesse clandestine e alla ricettazione di merci rubate. L’origine del nome aiuta a ben caratterizzare lo spirito della banda, e in generale il clima dell’epoca: il curioso appellativo deriva infatti dal particolare segno distintivo indossato dai suoi membri, ovvero una lametta da rasoio cucita sulla visiera dei cappelli in uso all’epoca (“peaked caps”, appunto), il cui utilizzo principale, lo avrete intuito, non era esattamente quello canonico. La lametta era infatti la “weapon of choice” di questi amabili giovanotti, adoperata per sfregiare ed accecare (“blinders”, appunto) i rivali nelle frequenti controversie per il controllo del territorio. Il leader non dichiarato della gang è Tommy Shelby, il carismatico, bello e giovane protagonista: anch’egli reduce del fronte — sopravvissuto ad uno dei peggiori teatri della Grande Guerra, le Fiandre — si dedica, come gli altri ex-commilitoni, a medicare le proprie ferite interiori con abbondanti dosi di whisky irlandese e oppio. Ma Tommy è anche proprietario di una vivida intelligenza e di una pari ambizione, e si appresta ad assumere in modo più netto la leadership del gruppo, scavalcando il fratello maggiore Arthur (ma non la matriarca della famiglia, Aunt Polly, che continua ad avere un ruolo fondamentale nei processi decisionali della banda). Sarà proprio una decisione di Tommy, presa senza consultare il resto della gang, a mettere in moto gli eventi di questa prima stagione. Egli ha infatti ordinato il furto di alcune motociclette, ma per un fortunato (o sfortunato, staremo a vedere) errore la cassa rubata alla BSA contiene una gran quantità di armi e munizioni dirette in Libia. Contrariamente a quanto promesso ad Aunt Polly, Tommy decide di tenere l’arsenale in quanto potenziale mezzo per espandere gli affari dei Blinders, nonostante si tratti di refurtiva estremamente scottante. Il furto delle armi, attribuito all’IRA, ha come conseguenza principale l’invio nella regione dell’ispettore capo Chester Campbell, lo sbirro migliore di Belfast, costruitosi la fama di inflessibile tutore della legge (immaginiamo in che modo) reprimendo le istanze indipendentiste irlandesi. Il cazzutissmo poliziotto, ossessionato dal suo desiderio di spazzare via l’IRA, arriva in città con il mandato diretto di Winston Churchill, allora Ministro della Guerra, per recuperare il pericoloso carico ed evitare che le armi finiscano nelle mani degli indipendentisti irlandesi o, peggio, dei rivoluzionari comunisti così invisi al “British Bulldog”. Inoltre, visto che si trova in città, Campbell avrà anche il compito di dare una bella ripulita a questa tardo-edoardiana Gomorra (alla quale non manca neanche il predicatore ambulante che preannuncia l’imminente scatenarsi dell’ira divina contro la depravazione degli abitanti della città: c’è, e si chiama Jeremiah Jesus).
L’ambientazione, esaltata da una cinematografia di buon livello (con evidenti richiami al western e ai gangster movie americani), è di sicuro fascino, e compensa la sensazione che lo sviluppo narrativo non sia intenzionato ad avventurarsi su strade poco battute. I dialoghi non sono un capolavoro di scrittura, e in molti hanno criticato la poca accuratezza degli accenti, lontani dal caratteristico dialetto Brummie. Ci è piaciuta la scelta anticonformista di una colonna sonora palesemente anacronistica, con musiche tratte dal repertorio di Nick Cave e dei The White Stripes, capaci di ben sottolineare la durezza e la ruvidezza dell’ambientazione. Poi, forse lo avrete intuito, noi abbiamo una speciale predilezione per le avventure che coinvolgono i criminali, di qualunque parte del mondo essi siano e a qualunque attività illecita essi si dedichino, e abbiamo quindi ragioni più che sufficienti per seguire la serie.

quirke

Quirke, BBC One (miniserie, tre episodi, autunno 2013)
Secondo crime drama della nostra scaletta. Anche questo è ambientato nel passato, ma rispetto al precedente il calendario fa un salto in avanti di una trentina d’anni, catapultandoci negli Anni ’50, mentre l’azione si sposta al di là dell’Irish Sea, portandoci in quel di Dublino. Qui incontreremo il Quirke protagonista, individuo di cui non sapremo mai il nome di battesimo ma di cui seguiremo le giornate passate presso l’obitorio della città. Quirke è infatti un malinconico anatomopatologo, consulente presso l’obitorio della capitale irlandese, sempre vestito in modo impeccabile, turbato dall’attrazione proibita che prova nei confronti della moglie del suo fratello adottivo, e con la tendenza ad affogare nell’alcool la sua depressione. Ma è anche dotato di un cervello finissimo, e la caratteristica fondamentale del personaggio è la sua naturale propensione all’indagine. Il solitario Quirke pare trovare sollievo dai turbamenti interiori quando può dedicare le proprie energie ad indagare le cause della morte delle persone che finiscono sul proprio tavolo da lavoro, seguendo tracce che, a partire dai cadaveri, lo condurranno nei luoghi più affascinanti di un oscura Dublino (e ancor più spesso in uno dei tanti bar). Nel corso della serie, egli proverà a ricostruire le dinamiche che hanno portato alla morte di tre persone, trasformandosi in una sorta di detective per caso. Inaspettatamente, però, le indagini lo condurranno verso i suoi familiari più stretti, costringendolo ad un doloroso riesame di un passato torbido.
Interpretato da un Gabriel Byrne dalla faccia appropriatamente triste, Quirke è un personaggio ispirato ai romanzi di successo di Benjamin Black, trasposti in tre episodi (intitolati “Christine Falls”, “The Silver Swan” e “Elegy for April”) della durata di 90 minuti ciascuno. È un po’ pochino, lo sappiamo, ma questo è tutto quello che siamo riusciti a sapere su questa miniserie. A quanto pare, pur essendo considerata uno dei prodotti di punta della programmazione autunnale, la BBC non ha ancora investito granché in materiali promozionali, e le poche informazioni in proposito sono limitate ad una scarnissima press release. L’incertezza intorno a Quirke è tale che, sebbene il DVD sia già in prevendita su Amazon, le date della messa in onda non sono ancora state rese note, per cui siamo costretti a indicare un vago “autunno 2013”. Vi terremo aggiornati.

ripper_street

Ripper Street, BBC One (seconda stagione, 8 episodi, ottobre/1 dicembre 2013)
Terzo crime drama, terza balzo indietro nel tempo. Stavolta un pochino più lungo: Ripper Street è ambientato nell’ultimo decennio dell’Ottocento, tra la sporcizia e il degrado dei quartieri malfamati dell’East End londinese di epoca tardo-vittoriana. Precisamente a Whitechapel, la cui notorietà è indissolubilmente legata agli omicidi perpetrati da Jack the Ripper (dopo questa rivelazione, anche a chi non ha visto la prima stagione il titolo sembrerà di sicuro meno sibillino). Ma ormai siamo alla seconda annata, e la pratica Jack the Ripper è stata ormai archiviata. Questo non significa che non ci sia del lavoro da fare per il brillante (e, per motivi a noi ignoti, turbato) ispettore Edmund Reid, per il suo braccio destro, il duro sergente Bennet Drake (che se non vestisse la divisa non sarebbe poi così diverso dai criminali a cui dà la caccia), e per il capitano ex-Pinkerton Homer Jackson, il talentuoso medico legale della compagnia (oltre che appassionato donnaiolo, bevitore e giocatore d’azzardo: “la donna, la taverna e ‘l dado”?). Al contrario, le sfide che attendono gli uomini della H-Division potrebbero essere persino più impegnative, poiché nel cuore oscuro di Londra la violenza sembra salire di livello man mano che ci si avvicina alla fine del secolo, in un deprimente scenario fatto di recessione economica e crisi dell’Impero britannico. Tra oppiacei smerciati nella nascente Chinatown, un fanatico promotore dell’eugenetica alla caccia di fenomeni da baraccone (il noto Elephant Man è il protagonista dei primi episodi) su cui condurre esperimenti, feroci gang di sole donne e l’onnipresente corruzione del sistema politico e della stessa polizia (immaginiamo impersonata da una new entry tra i personaggi, l’ispettore Jebediah Shine, descritto come l’alter ego oscuro del protagonista), Reid e compagni non avranno di che stare con le mani in mano per le prossime otto puntate.
Ripper Street non è una di quelle serie che attendiamo con trepidazione, nonostante la prima stagione sia stata abbastanza soddisfacente (e lo slang londinese di fine secolo abbia contribuito a renderla a tratti divertente), per cui non ci turba più di tanto l’incognita della data di messa in onda su BBC One (anche se un po’ ci preoccupiamo per la salute della stessa BBC: che succede, cara BBC? Come mai tutte queste titubanze nello stilare il palinsesto?!). Se invece c’è qualcuno che non sopporta l’incertezza, sappia che BBC America ha confermato la data del primo dicembre.

UPDATE: La season premiere andrà in onda su BBC One il 28 ottobre.

by_any_means

By Any Means, BBC One (prima stagione, 6 episodi, 22 settembre)
Ancora una serie legata al mondo del crimine, per completare il poker dei crime drama BBC di quest’anno. A differenza dei precedenti, By Any Means è ambientato ai giorni nostri e si schiera in modo più netto dalla parte della legge. Dalla parte della legge, sì, ma con qualche deroga, poiché racconta le vicende di una squadra speciale assemblata in gran segreto da una dirigente dell’intelligence britannica con il compito di compiere operazioni difficili ai limiti della legalità. Il team, come lascia ben presagire il titolo, ha infatti carta bianca sui metodi impiegati per raggiungere i propri scopi: con ogni mezzo, legale o illegale, gli obiettivi dovranno essere raggiunti. Di cosa si occupa questo reparto composto da ex-agenti e specialisti vari? Essenzialmente di mettere una pezza ai fallimenti della giustizia, catturando le migliori menti criminali che, per imperizia e negligenza del sistema, o per scaltrezza e abilità nel saper trovare i giusti cavilli, riescono sempre a scampare alle condanne. Questi geni del crimine nascondono i loro imperi criminali dietro la facciata pulita dei loro business di successo, stando attenti a non esporsi mai in prima persona e facendo in modo che le operazioni illegali non siano mai ad essi riconducibili. Inoltre, spesso hanno esteso la loro influenza anche sui mezzi di comunicazione, manipolando i quali possono sostenere di essere vittime di persecuzioni illegittime e ingiustificate da parte della giustizia. (Vi state chiedendo anche voi se per caso le cronache italiane abbiano fornito una qualche ispirazione agli sceneggiatori?) Questi pericolosi cattivoni, dipinti talvolta in modo inavvertitamente caricaturale, devono essere in qualche modo assicurati alla giustizia, e se non ci si è riusciti per mezzo della legge ordinaria, allora ecco entrare in gioco il nostro gruppo speciale, autorizzato a giocare sporco tanto quanto i criminali a cui deve dare la caccia.
Qualora queste insipide premesse non fossero sufficienti a tenervi lontano dall’ultima fatica di Tony Jordan, ecco un ulteriore elemento: il reparto clandestino è la classica collezione di stereotipi che vi aspettereste in uno show di questo tipo. Abbiamo quindi un leader, Jack Quinn, ex-poliziotto, duro e deciso e bravo e bello e intelligente; abbiamo un’aiutante donna, la bella e schietta Jessica Jones, risolvi-problemi abilissima a operare sotto copertura e alla quale nessuna serratura è in grado di resistere; abbiamo un collaboratore nerd, “TomTom” Hawkins, ex-hacker balzato dall’altra parte della barricata, genio dei computer e mago di tutte le diavolerie tecnologiche; e infine c’è Charlie O’Brian, il novellino del gruppo, anch’egli ex-poliziotto come Jack e animato da un odio viscerale per il crimine. Se solo ci fosse un briciolo d’ironia a salvare il tutto…
Invece no, niente ironia. Il tutto è impacchettato in una confezione pulitina e patinata, ed è (ovviamente!) girato a ritmo frenetico: quanto basta per portare sotto zero il nostro interesse nei confronti di questa serie. Quando avremo voglia di poliziotti (o pseudo-tali) senza remore nella loro lotta contro il crimine lo faremo per ammirare il fascino infinito di Idris Elba e del suo Luther. Che il protagonista di questa serie sia Warren Brown, proprio il Justin Ripley di Luther, non ci basta.

the_tunnel

The Tunnel, Sky Atlantic/Canal+ (prima stagione, 10 episodi, 16 ottobre)
The Tunnel farebbe la felicità di uno strutturalista. Si tratta, infatti, del secondo adattamento del fortunato crime drama scandinavo Bron/Broen, a dimostrazione di come gli elementi formali di una storia possano essere adattati ai contesti più disparati mantenendo per lo più invariate le relazioni tra di essi. L’efferato omicidio di un politico svedese, il cui cadavere venne ritrovato, tagliato a metà, deposto sulla linea di confine tra Svezia e Danimarca tracciata sull’Øresundbron/broen, si è ripetuto in modo pressoché identico nella serie americana The Bridge (ne abbiamo parlato la scorsa estate), in cui il cadavere era però quello di una giudice texana e il luogo del ritrovamento era il Bridge of the Americas, il viadotto che collega Messico e Stati Uniti unendo Ciudad Juárez a El Paso. In questa terza ripetizione del misfatto, la figura di spicco a finire sezionata è quella di un noto politico francese, anch’egli abbandonato su una struttura deputata ad unire due paesi diversi: non di ponte si tratta, stavolta, ma bensì del famoso Eurotunnel che attraversa la Manica per collegare le sponde di Francia e Regno Unito. Il corpo della vittima è stato scenograficamente posizionato al centro del tunnel ferroviario, una metà in territorio francese e l’altra metà in territorio britannico, in modo da ripartire la giurisdizione tra i due paesi coinvolti. Alle indagini dovranno dunque collaborare, in una problematica convivenza, i dipartimenti di polizia dei due paesi, guidati rispettivamente dai detective Elise Wasserman e Karl Roebuck. La vicenda si complica quando, dopo i primi rilevi, si scopre che le due metà del corpo non appartengono alla stessa persona, e che l’omicidio e la sua teatrale messa in scena sono opera di un serial killer motivato dal desiderio di denunciare il degrado morale dell’Europa contemporanea. Drammatici effetti delle politiche di austerity? Risentimenti nazionalisti anti-euro? In realtà, con il proseguire delle indagini, che coinvolgeranno suo malgrado anche il giornalista britannico Danny Hillier, le azioni del killer appaiono sempre più legate al perseguimento di motivazioni personali.
Chi ha visto l’originale dano-svedese e il successivo adattamento tex-mex curato da FX non faticherà a riconoscere i tanti punti di contatto tra le tre iterazioni dello stesso schema narrativo: l’omicidio di una prominente figura pubblica, il corpo diviso in due, l’assemblaggio di due cadaveri e le rivendicazioni a sfondo politico e sociale del “Truth Terrorist” scandinavo e dei suoi successivi epigoni, il coinvolgimento dei media (nella figura di un giornalista tirato per i capelli dentro la vicenda), l’accoppiata di due detective, un uomo e una donna, dai modi e dalle personalità apparentemente inconciliabili (anche se in quest’ultimo adattamento, la freddezza e il distacco emotivo della poliziotta francese non sono da attribuire alla sindrome di Asperger o ad una qualche forma di autismo, come nel caso di Saga Norén e Sonya Cross, ma bensì alla drammatica scomparsa, anni prima, della sorella gemella. Non ci è dato sapere se la controparte maschile si rivelerà un donnaiolo come Martin Rhode e Marco Ruìz). Il tratto più interessante, così come nelle precedenti versioni, è senza dubbio la messa in scena delle differenze culturali tra paesi confinanti, esemplificata dalla difficile collaborazione tra i due dipartimenti di polizia (diffidenti l’uno dell’altro sulla base degli stereotipi e dei pregiudizi che caratterizzano le diverse culture di appartenenza) ed enfatizzata dalle differenze linguistiche. Anche The Tunnel, come i predecessori, non ha paura di mettere in scena un’ambientazione bilingue e pretendere che i propri spettatori facciano lo sforzo di leggere i sottotitoli (per dare un’idea della rarità della cosa: si tratta della prima serie bilingue mai trasmessa in Francia e Regno Unito), puntando sul mantenimento delle differenze linguistiche per rimarcare, attraverso di esse, le difficoltà di comunicazione e di mutua comprensione tra abitanti di paesi diversi. L’esperimento è riuscito abbastanza bene nelle due produzioni che hanno l’hanno preceduta, e noi siamo abbastanza curiosi di vedere se all’ennesima trasposizione il gioco regge ancora. E siamo curiosi anche di ammirare nuovi evocativi (e cupi) paesaggi: dopo le glaciali coste scandinave e il maestoso ponte che attraversa l’Øresund, dopo la caotica Juárez e l’infinito deserto texano, è ora il turno dei campi lunghissimi (inevitabili establishing shot in questo genere di noir) su Folkestone e Calais, per metterne in mostra i paesaggi costieri, tra bellezze naturali e ruvidi porti industriali.

bron_broen

Bron/Broen, SVT1/DR1 (seconda stagione, 10 episodi, 22 settembre)
Eccola, la fonte di ispirazione di cui si parlava poco fa. Il progenitore di The Tunnel The Bridge torna per la sua seconda avventura, senza cadaveri smembrati ma con gli stessi protagonisti, Saga Norén e Martin Rhode. I quali si troveranno ancora una volta a collaborare, dopo un nuovo misterioso crimine consumato nei pressi dell’Øresundbron/broen.
Una nave cisterna, dopo aver ignorato tutti i richiami delle autorità portuali che controllano il canale tra Danimarca e Svezia, si è schiantata su uno dei piloni che sorreggono il ponte. Quando la guardia costiera riesce ad abbordare la nave, si scopre che questa procedeva senza equipaggio, e che, imprigionati nel relitto, ci sono cinque ragazzi tenuti incatenati sotto coperta. Il dipartimento di polizia di Malmö si incarica delle indagini, potendo contare su quella che è ormai la più grande esperta di “eventi criminosi aventi a che fare con il ponte sull’Øresund”: proprio lei, la bizzarra Sara Norén. La quale, una volta preso possesso dell’indagine, decide di ricostituire la squadra vincente della passata avventura, chiedendo la collaborazione di Martin Rhode. Un evento improvviso fa però precipitare la situazione: i cinque ragazzi, due danesi e tre svedesi, sono stati infettati da un misterioso untore, e mostrano i sintomi di una rara e contagiosissima forma di peste polmonare che mette rapidamente in pericolo le loro vite. Oltre alla minaccia batteriologica, i due detective devono far fronte alle difficoltà delle loro rispettive vite private: Martin non ha certo superato il trauma della perdita del figlio (e, per cercare di chiudere con il passato, visita addirittura Jans in prigione), e Sara si trova coinvolta in una relazione sentimentale che per la prima volta è davvero seria, ma conoscendone l’imprevedibilità caratteriale, quella con il suo fidanzato non si preannuncia una convivenza facile. Quale sarà il piano del nuovo serial killer/terrorista? Riusciranno, Sara e Martin, a risolvere il caso, nonostante le inevitabili interferenze della loro sfera privata? (Beh, sì, certo che ci riusciranno, è una domanda retorica. Ma come?)

a_young_doctors_notebook_other_stories

A Young Doctor’s Notebook & Other Stories, Sky Arts (seconda stagione, 4 episodi, 21 novembre)
Ormai appare chiaro: è il periodo d’oro delle serie ad ambientazione storica. La scorsa puntata abbiamo parlato (in toni abbastanza lusinghieri) della prima stagione di questa serie in grado di combinare con grande perizia elementi drammatici e comici, ed oggi è il turno della seconda, trasmessa da Sky Arts, la tv britannica che per prima aveva scommesso sul progetto “A Young Doctor’s Notebook”. L’attesa seconda parte della miniserie interpretata dal duo Jon Hamm/Daniel Radcliffe si ispira a un’ulteriore raccolta di racconti (“& Others Stories”, recita appropriatamente il titolo di questa seconda stagione) di Mikhail Bulgakov, ed è ambientata qualche tempo dopo gli eventi narrati nella prima: siamo ancora, quindi, alle soglie degli Anni ’20.
A Young Doctor’s Notebook prosegue, immaginiamo senza discostarsi troppo dallo stile che ha caratterizzato i primi quattro episodi, nel racconto delle (dis)avventure di Vladimir Borngard, giovane dottore di stanza nel piccolo paese di Muryevo, microscopico puntino disperso nell’immensità della Russia rurale. I problemi di Vladimir nel relazionarsi con i superstiziosi paesani e con gli ostili collaboratori sono ora resi esponenzialmente più complicati dalla delicatezza del momento storico: la Russia sta attraversando, infatti, i turbolenti anni della guerra civile, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre. Nel bel mezzo di questa situazione a dir poco tumultuosa, il giovane dottore si trova inoltre a combattere i propri demoni interiori, essendo prigioniero di una pericolosa dipendenza dalla morfina (aspetto ispirato da uno dei racconti più noti di Bulgakov, il semiautobiografico Morfina) e contemporaneamente preda dei turbamenti d’amore, scatenati dall’arrivo nel remoto paesino della bella aristocratica Natasha.

hollow_crown

The Hollow Crown: Shakespeare’s History Plays, PBS (miniserie, 4 episodi, 20 settembre)
Bene, siamo alla centonovantasettesima serie in costume, ma di questa parliamo molto volentieri perché: a) in questo caso siamo finalmente fuori dall’arco temporale canonico delle serie ad ambientazione storica (seconda metà Ottocento/prima metà Novecento) e ci immergiamo invece nel tardo medioevo inglese; ma, soprattutto, b) SHAKESPEARE!!!
The Hollow Crown è una manna dal cielo per tutti gli shakespearofili là fuori: un kolossal per la tv che sembra uscito da quell’epoca in cui la televisione aveva l’ambizioso obiettivo (invero un po’ paternalista) di acculturare le masse e di rendere disponibili a tutti, e non solo alle élite, le opere immortali dei grandi scrittori. Questa miniserie sembra voler fare proprio questo, e lo fa sfoggiando nomi importanti sia tra i produttori (Sam Mendes) sia tra i membri del chilometrico cast (Jeremy Irons, Ben Whishaw, Rory Kinnear, Iani “Ser Jorah Mormont” Glen, David “Guv’nor” Morrissey, Patrick “Prof. X” Stewart,  Julie Walters, Richard Griffiths, John Hurt, e un manipolo di attori di teatro a noi ignoti). Cari amanti di William Shakespeare, preparatevi: i quattro episodi sono la trasposizione della seconda tetralogia di drammi storici — quella che racconta le vite di Riccardo II, Enrico IV e Enrico V (e non fate la faccia di quelli che i drammi storici no, i drammi storici sono solo vuoto patriottismo, i drammi storici impallidiscono di fronte alle tragedie e alle commedie, eccetera eccetera) — resi con grande perizia artistica, sia dal punto di vista della cinematografia che da quello della recitazione. Il tutto consolidato da ottime scelte di regia (ad opera di tre registi provenienti dal mondo del teatro: rispettivamente, Rupert Goold, Richard Eyre, curatore di entrambe le parti in cui è suddiviso l’Enrico IV, e Thea Sharrock), capaci di fornire una convincente interpretazione del testo shakespeariano (tranne, forse, nel discusso eccesso di simbologia cristiana nel primo episodio della serie). E poi c’è l’enorme tensione drammatica che caratterizza la sfida all’ordine divino delle successioni reali e l’ascesa e la caduta di questi gloriosi sovrani, ma quella è tutta farina del sacco del Bardo.
La serie risale allo scorso anno, quando fu mandata in onda per la prima volta su BBC Two in occasione delle manifestazioni culturali promosse per celebrare l’anno olimpico, e se ve la siete persa allora, ringraziate PBS per averla rimessa in circolazione all’interno del ciclo (appropriatamente denominato) “Great Performances”.

downton_abbey

Downton Abbey, ITV (quarta stagione, 8 episodi + 1 speciale natalizio, 22 settembre)
Altra serie in costume, altra serie ambientata all’inizio del Ventesimo secolo: non abbisogna di grandi presentazioni, Downton Abbey, essendo una delle serie di maggior successo di questi ultimi anni, capace di macinare ascolti record in patria, conquistarne altrettanti in tutto il Nord America (dove la quarta stagione arriverà, sempre sulle frequenze della PBS, agli inizi di gennaio), e raccogliere sul suo percorso manciate di Emmy e Golden Globe. Eppure, cari lettori, questa proprio non fa per noi. Non l’abbiamo mai guardata, perché i melodrammi non sono proprio nelle nostre corde, e una soap opera che ha per protagonisti i membri delle classi aristocratiche inglesi d’inizio Novecento (e che non a caso si è accattivata le simpatie della critica più conservatrice) lo è ancora meno.
Se siete appassionati (e, visto il successo della show, ci sono buone possibilità che lo siate) saprete già tutto. Per gli altri, segue brevissima sinossi: drammi, colpi di scena, nuovi arrivi destinati ad alterare le gerarchie della famiglia Crawley e della (fedele?) servitù scuotono la pace apparente che circonda il maniero di Downton e le granitiche certezze di una società ancorata nel passato. Praticamente è la stessa sinossi delle tre stagioni precedenti: aggiungete, per soprammercato, concetti vaghi come “ambizione, desideri, speranze, dilemmi e passioni amorose”, collocate il tutto all’inizio dei ruggenti Anni ’20, e il gioco è fatto. Noi passiamo oltre senza voltarci indietro.

the_escape_artist

The Escape Artist, BBC One (prima stagione, 3 episodi, 29 ottobre)
Legal thriller incentrato sulla figura di Will Burton, interpretato dall’onnipresente David Tennant, ex-Doctor Who, e recentemente visto nei panni del detective Alec Hardy nell’acclamato Broadchurch (a proposito di serie europee e mercato americano: non solo Broadchurch è passata sui teleschermi americani, a cura di BBC America, ma ora se ne progetta addirittura un adattamento, prodotto dalla Fox e al quale prenderà parte lo stesso Tennant).
Will Burton è un brillante avvocato difensore, un vero e proprio principe del foro, soprannominato “The Escape Artist” per la sua abilità nel tirare fuori gli accusati da situazioni processuali apparentemente senza uscita. Non avendo mai perso una causa, le prestazioni di Will sono naturalmente richiestissime da chiunque abbia la possibilità di garantirsene i servigi. Ma un bel giorno (o, presumibilmente, un brutto giorno) l’impeccabile difesa di Will permette a sua difesa permette lo scagionamento del principale sospettato in un caso di efferato omicidio. La positiva risoluzione del processo è dimostra ancora una volta la bravura dell’avvocato protagonista, ma stavolta le conseguenze di questa vittoria si ripercuoteranno drammaticamente sullo stesso Will.

the_wrong_mans

The Wrong Mans, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 24 settembre)
The Wrong Mans (non è un errore di battitura: il titolo originale è proprio sgrammaticato) coltiva la difficile ambizione di fondere thriller e umorismo, coinvolgendo due inconsapevoli sempliciotti in un’improbabile avventura criminale attraverso il consolidato schema della commedia degli equivoci.
La vicende prende le mosse da un telefono cellulare ritrovato ai margini della strada, in una zona dove è appena accaduto uno spettacolare incidente automobilistico. Il telefono squilla, e Sam Pinkett, anonimo funzionario pubblico dall’aria non particolarmente sveglia, decide di rispondere. Purtroppo per lui, il messaggio pronunciato dal misterioso interlocutore fa riferimento al un rapimento di una donna, e alla fatale sorte che l’attende qualora il presunto destinatario della chiamata non si presenti ad un appuntamento. I tentativi di chiarire il malinteso con il minaccioso sconosciuto non fanno che peggiorare la situazione, e Sam decide di consegnare il telefono alla polizia. Entra in scena il collega Phil Bourne, il quale lo dissuade dal suo proposito prospettandogli la gloria che li attende qualora fossero proprio loro due a risolvere il mistero. Sam intravede l’opportunità di farsi bello agli occhi dell’ex- fidanzata (e direttrice dell’ufficio dove egli lavora), ma da lì in poi sarà un incontrollabile escalation di disavventure nel mondo criminale, tra cospirazioni, servizi segreti corrotti e rocambolesche fughe dalla polizia e dai malviventi.

atlantis

Atlantis, BBC One (prima stagione, 13 episodi, 23 novembre)
Il trailer lascia presagire una serie degna di SyFy, qualcosa sul modello Hercules/Xena, roba per adolescenti che per qualche strano motivo si è conquistata la prima serata su BBC One e un budget stratosferico. Però è ambientata ad Atlantide, potevamo forse ignorarla? Probabilmente avremmo dovuto, ma non temete, non ci soffermeremo molto.
Atlantis narra le epiche avventure del giovane Jason (Giasone, proprio lui) alla ricerca del padre disperso durante un naufragio. Il giovane naviga in lungo e in largo, finché, pooof!, Jason si ritrova su Atlantis, una misteriosa isola popolata di tutte (TUTTE!) le manifestazioni ornitologiche e mostrologiche della mitologia greca, dai minotauri alle ofidiocrinite gorgoni. Coadiuvato da un Hercules avvinazzato e per nulla atletico, e da Pythagoras (WHAT?!), Jason salterà di avventura in avventura, attraversando palazzi colossali (così grandi che si dice che per costruirli siano stati impiegati i giganti, che immaginiamo essere una signora manovalanza) e affrontando ogni sorta di pericolo per scoprire la sua vera natura, di cui è ignaro: egli è, infatti, figlio dell’Oracolo, e questo gli ha garantito un destino tutto speciale. Che noi, francamente, non siamo curiosi di scoprire insieme a lui.

The_paradise

The Paradise, PBS (prima stagione, 8 episodi, 6 ottobre)
The Paradise, BBC One (seconda stagione, 8 episodi, 20 ottobre)
Argh, basta! Non ce la possiamo fare: The Paradise è l’ennesima serie in costume di cui ci apprestiamo a scrivere, e francamente ne abbiamo abbastanza di pizzi e merletti. Almeno fino a primavera. Gli appassionati di drammoni in costume, invece, gioiranno per questa miniserie ispirata ad un romanzo di Emile Zola e coprodotta da BBC e PBS. La prima stagione è stata trasmessa dalla rete ammiraglia inglese nell’autunno del 2012, ma viene ritrasmessa solo quest’anno dalla rete pubblica americana. Nel frattempo, la BBC ci (vi) delizierà con la seconda stagione.
Di cosa parla? Di una giovane ragazza di campagna, Denise Lovett, e del suo fondamentale contributo creativo apportato al primo (siamo nel 1875) stilosissimo grande magazzino inglese, il Paradise. E parla anche degli intrighi amorosi che coinvolgono la bella Denise, il padrone del negozio, John Moray, e Katherine, figlia del potente finanziere che con i suoi investimenti ha permesso la creazione del Paradise, determinata a convolare a nozze con John. E anche dei segreti celati dallo stesso John, e dei suoi debiti che metto a rischio la sua attività imprenditoriale. E delle rivalità sorte tra i dipendenti del Paradise, tra i quali Miss Audrey e Clara, invidiose dell’ascesa di Denise e dell’occhio di riguardo che John ha per lei, La seconda stagione apparentemente prosegue sulla stessa scia: amore, passione, gelosia, vendetta, eccetera. Vale lo stesso discorso fatto qualche paragrafo più super Downton Abbey: non è roba per noi, ma voi accomodatevi pure.

london_irish

London Irish, Channel 4 (prima stagione, 6 episodi, 24 settembre)
Dopo tanti, troppo drammi strappalacrime, è l’ora di una sit-com. Ne abbiamo una con quattro ventenni nord-irlandesi a Londra: Conor (che, contrariamente a quanto dice la carta d’identità, è fondamentalmente un bambino), Bronagh, sua sorella maggiore (cinica, dura e tenace), Packy (quello del gruppo con un briciolo di maturità in più) e Niamh (tanto ambiziosa quanto priva di talento — qualsiasi talento — e tanto svampita quanto determinata nell’ottenere quello che vuole). Cosa fanno questi quattro giovanotti? Vivono delle avventure improbabili, non si lasciano scappare un party, e passano il tempo al pub a bere come delle spugne, perché sangue irlandese non mente. Parola di autrice nord-irlandese come i suoi personaggi, ma che ha ovviamente sollevato un polverone di polemiche contro l’abusato stereotipo. Per il resto, è una commedia che non ha paura di essere sboccata, di parlare spesso e abbondantemente di sesso, e di fare ironia su tutto, senza nessuna concessione al politically correct.

nymphs

Nymfit (Nymphs), MTV3 (prima stagione, 12 episodi, autunno 2013)
La Scandinavia, lo abbiamo detto, è salita alla ribalta tra i teledipendenti soprattutto grazie ad una manciata di noir di successo, fagocitati con alterne fortune dall’industria americana che ne ha prontamente realizzato dei remake. Nel caso di Nymfit (ninfe, in finlandese) si esce dai territori del giallo per entrare in quelli del fantasy e del fiabesco. Non avremo a che fare, quindi, con i soliti serial killer che popolano gli oscuri paesaggi nordici, ma piuttosto con un avventuroso trapianto di un pezzettino di mitologia greca — le ninfe — nella Helsinki contemporanea.
La prima stagione introduce il personaggio della giovane Didi e la drammatica scoperta della sua natura semidivina. In una notte di luna piena, la bella giovincella e il suo ragazzo, Johannes, fanno all’amore per la prima volta, ma il piacevole evento si tramuta irrimediabilmente in tragedia: il povero Johannes, infatti, muore immediatamente dopo l’atto amoroso. Il mattino seguente, in ospedale, due donne, Katy e Nadia, venute a conoscenza della drammatica disavventura della notte precedente, avvicinano Didi e le rivelano la sua natura di ninfa. Non solo: oltre ad essere una ninfa (il che comporta dei vantaggi non indifferenti, tra i quali la giovinezza infinita), Didi è anche “La Prescelta”, la leggendaria ninfa che garantirà loro, ninfe un pochino più adulte, la definitiva liberazione dal giogo dei Satiri. Didi, ben lungi dall’essere entusiasta di questa scoperta, fugge dalle due donne, per cercare riparo e comprensione da Samuel, amico di infanzia e vecchia fiamma della nostra eroina. Le ninfe, si sa, non disdegnano certo i piaceri della carne, e con il vecchio spasimante la passione si riaccende piuttosto rapidamente. Purtroppo per lei, un solo bacio al nuovo partner è sufficiente a ridurre il poveretto in fin di vita. Didi, immaginiamo piuttosto seccata di questo aspetto non secondario della propria vita sessuale, è costretta a richiamare le due ninfe senior, le quali amorevolmente le spiegheranno i dettagli che si celano dietro l’essere una divinità della natura. Le ninfe, la istruiscono le due veterane, godono del raro privilegio di un’eterna gioventù, ma con una clausola scritta in piccolo: ad ogni plenilunio sono obbligate a consumare un rapporto intimo con un uomo, altrimenti moriranno. Un obbligo del genere dovrebbe apparire piuttosto piacevole ai più, se non fosse che il suddetto rapporto comporterà l’inevitabile morte del partner maschile: sesso senza amore è tutto ciò che è concesso alle ninfe. La vicenda assume inevitabilmente toni da tragedia shakespeariana (beh, più o meno…), con contorno di un’indagine di polizia che andrà a coinvolgere la nostra eroina.
Dalle anticipazioni e dalla sinossi non sembra nulla più di un polpettone erotico-sentimentale, e l’avremmo bollato come “adolescenziale” se non fosse per la presenza di situazioni “rated R” che, già dal trailer, appaiono un pelo troppo esplicite per garantirsi il bollino verde. Se proprio vi incuriosisce, ma masticate a fatica il finlandese, non disperate: Sky Uno trasmetterà la serie doppiata in italiano a partire dal 29 ottobre.

Quali sono le serie tv in onda in quest'estate 2013? #summer13tv

Non abbiamo ancora finito di raccontarvi tutte le novità appena andate in onda in questa ricca primavera (e soprattutto non abbiamo ancora finito di vederle) che è già tempo di pensare alla stagione estiva: tale è l’abbondanza televisiva, e non saremo certo noi a lamentarcene. L’estate 2013 segnerà la conclusione di due serie che hanno fatto la storia della televisione contemporanea (Breaking Bad e Dexter), vedrà il ritorno di alcune serie di grande successo di cui non ci importa molto (True Blood), altre più di nicchia di cui ci importa abbastanza (Hell On Wheels), e proverà a dare un’altra chance ad alcune cocenti delusioni di questi ultimi anni (The Newsroom e The Killing). Ai cancelli di partenza del terzo quarto del 2013 si presentano meno debuttanti rispetto al mid-season, ma c’è comunque spazio per esordi che sulla carta sembrano promettenti (The Bridge e Ray Donovan, più il primo che il secondo) e per qualche serie poco reclamizzata che potrebbe tuttavia rivelarsi la sorpresa della stagione (Low Winter Sun?). Di seguito una breve panoramica di tutte le principali serie che, secondo noi, vale la pena tenere d’occhio. Come sempre, ce n’è per tutti i gusti.


Breaking Bad, AMC (quinta stagione, seconda parte, 8 episodi, 11 agosto)
La seconda parte dell’ultima stagione di Breaking Bad è l’headliner indiscusso dell’estate 2013. L’irresistibile parabola di Walt White da timido insegnante di chimica a signore della droga sembra ormai giunta al termine: Walter e il socio Jesse hanno abbandonato il business delle metanfetamine, tutti i possibili collaboratori della DEA sono stati zittiti per sempre, e la famiglia White, dopo le furibonde liti tra Walt e Skyler, è di nuovo unita. Tuttavia, scordiamoci una conclusione pacifica: Jesse non ha mai digerito l’omicidio a sangue freddo del ragazzino in motorino; dal cold opening della scorsa stagione sappiamo che nel portabagagli di Walt c’è una pistola di Cechov grossa quanto un M60; e, soprattutto, la prima parte ci ha lasciato con Hank Schrader, cognato di Walt e agente della DEA alla caccia del fantomatico Heisenberg, che sembra aver finalmente realizzato chi si cela dietro le iniziali W.W. (“no shit, Sherlock!”, ci viene da dire). Vince Gilligan, creatore della serie, si è lasciato andare ad un commento sibillino sul finale della serie: sarà “victorious”. Cosa diavolo avrà mai voluto dire?

breakingbad

Dexter, Showtime (ottava stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Ultima stagione per il serial killer più amato della storia della tv. Il cerchio intorno a Dexter Morgan si stringe sempre più, con nuovi personaggi sulle tracce del Bay Harbor Butcher, tra i quali l’intelligentissima neuropsichiatra Evelyn Vogel, deputata ad elaborarne il profilo psicologico. Ma non solo dalla legge dovrà guardarsi il nostro (anti)eroe, poiché non sappiamo quali siano le intenzioni di Hannah (nemesi o collaboratrice controvoglia?) né quelle di Deb, profondamente segnata dall’aver ucciso il capitano LaGuerta. Come per Walt White, la domanda che tutti si pongono è una sola: che fine farà il protagonista? Le alternative, anche in questo caso, sembrano essere tre: a) sopravviverà e continuerà a fare ciò in cui eccelle (ovvero impacchettare nel domopak le sue vittime); b) verrà catturato e la giustizia potrà fare il suo corso; c) conclusione definitiva: finirà sul tavolo di un obitorio. Se il materiale promozionale offre qualche indicazione in proposito, l’immagine del teaser poster non lascia presagire nulla di buono. Oppure è una clamorosa falsa pista.

dexter

The Newsroom, HBO (seconda stagione, 12 episodi, 14 luglio)
Continua la crociata dell’anchorman Will McAvoy per redimere il giornalismo contemporaneo dalla faziosità e dalla passione per gli scandali. Ancora una volta le pressioni del network ACN, tutto business e zero etica, proveranno a ostacolare gli impavidi giornalisti di News Night mentre provano a farci vedere come i media avrebbero dovuto trattare notizie come l’omicidio di Trayvon Martin, le primarie e le elezioni, la questione libica, lo scandalo Strauss-Kahn. Cosa ci aspettiamo? Dialoghi veloci e battute ad effetto, idealismo à gogo, un po’ di humor: il solito campionario sorkinista, insomma. Tecnicamente impeccabile, ma la combinazione mortifera di buonismo e moralismo è tale da far impallidire il duo Fazio-Saviano. Perpetra la solita idea liberal-consolatoria che l’America sia stata, in un passato non troppo lontano, il paese più bello del mondo, e con un po’ di fatica può tornare ad esserlo. Per lo meno in tv.

thenewsroom

The Bridge, FX (prima stagione, 13 episodi, 10 luglio)
Il cadavere di una donna viene abbandonato sul ponte che unisce El Paso a Ciudad Juàrez. Il ritrovamento del corpo dà il via ad un’indagine congiunta tra la polizia messicana e quella americana, entrambe alla caccia di un serial killer che opera lungo il confine. Marco Ruìz, poliziotto messicano abituato a non andare troppo per il sottile a causa della corruzione dilagante nel suo dipartimento, si troverà a collaborare controvoglia con la sua controparte americana Sonya Cross, la quale è invece uno di quei detective ligi al regolamento che fanno tutto secondo le procedure. Il tutto nel mezzo della violenta guerra tra i cartelli messicani per il controllo del narcotraffico. Il trailer e gli enigmatici teaser lasciano intravedere uno show magari non particolarmente originale, ma di sicuro piuttosto macabro (e questo ci piace). Remake della serie scandinava omonima, il cui ponte del titolo unisce però Svezia e Danimarca.

thebridge

The White Queen, Starz (prima stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Ennesima serie in costume prodotta da Starz. Stavolta ci troviamo nel 1464, nel bel mezzo della Guerra delle Due Rose, la trentennale guerra dinastica tra Stark e Lannister York e Lancaster per la successione al trono di spade d’Inghilterra. Protagoniste della vicenda sono tre donne, Elizabeth Woodville, Margaret Beaufort e Anne Neville, e le loro macchinazioni per impossessarsi della corona. Lo spirito della serie è ben riassunto dalle parole chiave ricorrenti nei materiali promozionali: passione-seduzione-lussuria-inganno-tradimento-assassinio. Da Starz non sai mai cosa aspettarti, o meglio, lo sai: violenza un tanto al chilo, una scena di sesso ogni 16 minuti e mezzo, e tanti, tanti nudi femminili, ma nonostante questo la cifra stilistica kitch del canale talvolta ha dato frutti (almeno parzialmente) apprezzabili. La cooperazione con BBC potrebbe dare adito a qualche speranza in questo senso, ma l’imbarazzante precedente stabilito da Da Vinci’s Demons ci ha reso diffidenti.

thewhitequeen

The Killing, AMC (terza stagione, 12 episodi, 2 giugno)
Le vicende dei detective Sarah Linden e Stephen Holden riprendono a distanza di un anno dalla conclusione del caso Rosie Larsen. The Killing ritorna, resuscitata per una terza stagione che sembrava improbabile, mettendo in chiaro che questa volta il caso si risolverà entro il season finale: non è molto, ma ci sembra apprezzabile il tentativo di evitare le assurdità delle prime stagioni, ovvero la scellerata (non-)conclusione della prima stagione e i patetici ammiccamenti a Twin Peaks (Who killed Rosie Larsen? GTFO!). Per il resto, però, non ci aspettiamo niente di particolarmente rivoluzionario: Linden continuerà a masticare incessantemente il suo chewing-gum, Holder continuerà a parlare da perfetto wigger, e su Seattle continueranno a venir giù migliaia di metri cubi di pioggia, ché fa tanto atmosfera noir. Ah, stavolta i due daranno la caccia ad un serial killer mica da ridere, con una striscia aperta di ben diciassette omicidi.

thekilling

Hell On Wheels, AMC (terza stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Siamo nel 1867, al terzo anno di costruzione della ferrovia transcontinentale, grande opera investita del compito simbolico di ricucire un paese lacerato dalla lunga Guerra Civile. Cullen Bohannon ha esaurito i suoi propositi di vendetta, e si dedicherà anima e corpo alla ferrovia e alla corsa verso Ovest che oppone la Union Pacific alla Central Pacific Railroad. Alla città viaggiante si unisce un nuovo personaggio, Louise Ellison, arguta e intransigente giornalista inviata dal New York Tribune a seguire i lavori dell’opera del secolo. Sulla costa Est, invece, cresce il peso di Wall Street nel determinare le scelte politiche compiute a Washington, in un sinistro presagio dell’America contemporanea, rieccheggiata anche nelle altre tematiche affrontate dalla serie: la distruzione dell’ambiente per fare spazio al “progresso”, il razzismo, l’impatto delle scelte politiche e industriali sui nativi. Il western ci piace, e tanto, e quindi siamo inclini a perdonare l’uso e l’abuso dei clichè propri del genere.

hellonwheels

Ray Donovan, Showtime (prima stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Prima novità del palinsesto Showtime da circa un secolo. Il Ray del titolo è un “fixer”, la persona a cui i ricconi e le celebrità di LA si rivolgono quando hanno un problema scomodo. Pare sia piuttosto bravo a risolvere le grane di businessman, attori e atleti (che sia stato assoldato da Kobe per far fuori Dwight Howard e Pau Gasol?), e questo suo talento gli ha garantito un certo benessere. C’è però un problema che lo riguarda direttamente, e che non sembra in grado di risolvere in modo altrettanto efficace: il ritorno in libertà dopo vent’anni del padre Mickey, un criminale convinto del fatto che Ray abbia contribuito a farlo condannare. La relazione padre-figlio sembra tutto fuorché idilliaca, e l’inaspettata scarcerazione rappresenta una seria minaccia alla famiglia di Ray e a tutto ciò che egli è riuscito a costruire nella sua vita. Non sembra nulla di particolarmente memorabile, ma di sicuro almeno il pilot avrà la possibilità di un giretto sul nostro video player.

raydonovan

Magic City, Starz (seconda stagione, 8 episodi, 14 giugno)
Miami Beach, 1959. Abbiamo lasciato Ike Evans, orgoglioso proprietario del Miramar Playa, lussoso hotel di Miami Beach meta prediletta di uomini politici, celebrità e gangster, invischiato nella pericolossisima relazione con il boss mafioso Ben “The Butcher” Diamonds. Per il bene della sua famiglia e del suo albergo, Ike proverà a liberarsi da questo abbraccio mortale, ma a quale prezzo? Nel frattempo, i figli intraprendono carriere decisamente opposte, l’uno attratto dalla malavita, l’altro negli uffici dello spregiudicato pubblico ministero Jack Klein. Oltre a girovagare per il sottobosco criminale di Miami e Chicago (con accenni alle montanti tensioni razziali),  ci troveremo anche all’Havana, per seguire i primi passi dalla rivoluzione castrista e la liberazione dell’isola da dittatura e clan mafiosi, invero piuttosto seccati per il forzoso trasferimento nella dirimpettaia Florida. Senza correre neanche lontanamente il rischio di essere scambiata per un capolavoro, è una serie godibile: c’è di molto peggio, specie sullo stesso canale.

magiccity

Low Winter Sun, AMC (prima stagione, 10 episodi, 11 agosto)
La storia di un omicidio perfetto che si rivela non essere tale, in una ruvida realtà urbana in cui la linea di demarcazione tra poliziotti e criminali non è per niente chiara. Frank Agnew, poliziotto di Detroit, ha ucciso un collega per vendetta. È convinto di aver cancellato le prove del suo crimine, ma scopre che sul caso è in corso un’indagine degli affari interni. La sua vita cambia radicalmente, e Frank, accompagnato dal collega Geddus, si troverà in parecchie situazioni scomode, tra poliziotti corrotti, violenza che chiama altra violenza, e incursioni nei bassifondi di Detroit. A quanto pare, il protagonista continua a ripetere (e a ripetersi) di non essere una persona cattiva. Potrebbe essere il tanto atteso e necessario aggiornamento del filone poliziotti-con-problemi? Non lo sappiamo, perché le informazioni diffuse da AMC sono di una vaghezza più unica che rara. Però ci speriamo, e a pelle siamo fiduciosi.

lowwintersun

True Blood, HBO (sesta stagione, 10 episodi, 16 giugno)
Vampiri della Louisiana in salsa porno softcore. A causa di queste poco esaltanti premesse, è una delle poche serie HBO che non ci ha mai incuriosito, e continua a non incuriosirci. Siamo alla sesta stagione, quindi c’è poco da dire: se siete dei fan sapete già tutto meglio di noi, se non lo siete non saremo certo noi a spingervi tra le loro fauci.

trueblood

Copper, BBC America (seconda stagione, 12 episodi, 23 giugno).
Poliziesco ambientato a New York negli anni della Guerra Civile americana, tra immigrati irlandesi, comunità afroamericana, e le gang che si danno battaglia per il controllo di Five Points. La seconda stagione si apre nei mesi immediatamente precedenti l’assassinio di Lincoln, e continua a seguire le vicende del detective irlandese Kevin Corcoran, impegnato da un lato a collaborare con il generale Donovan, appena tornato dalla guerra, nel tentativo di porre un freno alla violenza dilagante nel celebre slum newyorkese, e dall’altro a mettere ordine nelle propria vita dopo il tradimento della moglie e del suo migliore amico.

Orange is the New Black, Netflix (prima stagione, 13 episodi, 11 luglio)
Piper Chapman, newyorkese di successo, viene condannata alla reclusione in un carcere federale a causa di una relazione avuta ai tempi del college con una spacciatrice. La dramedy segue il difficile adattamento alla vita carceraria di Piper e l’incontro con un gruppo di detenute che le spiegherà come si vive in un carcere femminile. L’arancione del titolo è ovviamente quello della tuta indossata dai carcerati. Hype? Non pervenuto.

Wilfred, FX (terza stagione, 13 episodi, 20 giugno)
Commedia surreale incentrata sulla relazione tra Ryan (Elijah Wood), ex-avvocato depresso con tendenze suicide, e il cane della sua vicina, Wilfred. Mentre per tutti Wilfred è un normale cane, Ryan lo vede come un adulto travestito da cane. Cosa sia successo tra i due nelle prime due serie, e cosa succederà nella terza, lo ignoriamo, ma la premessa è talmente assurda che potremmo essere tentati di vedere tutto quello che ci siamo persi prima dell’inizio della nuova stagione.

Camp, NBC (prima stagione, 10 episodi, 10 luglio)
Mack Granger è la direttrice del Little Otter Family Camp, un campeggio estivo per famiglie. La vicenda si svolge tra turbamenti amorosi adoloscenziali, bravate da studenti collegiali, e adulti che fanno di tutto per non dimostrarsi tali. Sullo sfondo, la fine del matrimonio di Mack. Descritta in questi termini potrebbe essere la dramedy meno interessante di sempre. Il pilota potrebbe (e dico potrebbe) meritarsi un’occhiata solo per via della presenza di Rachel Griffiths, indimenticata Brenda di Six Feet Under.

Under the Dome, CBS (prima stagione, 13 episodi, 24 giugno)
L’improvvisa comparsa di una gigantesco campo di forza isola una cittadina del New England dal resto del mondo. Progetto in ballo da anni, tratto da un romanzo di Stephen King.


L’estate porta in dote tanto tempo libero, e sappiamo benissimo che è inutile confidare nel contributo della tv nostrana per cercare di riempirlo: il palinsesto italico estivo è, se possibile, ancor più desolante e deprimente che nel resto dell’anno. Se siete come noi, e delle amichevoli estive non vi importa nulla, agosto sarà il periodo giusto per recuperare la visione di alcune serie andate in onda durante questa primavera e che, tra tanti protagonisti, erano sfuggite al nostro radar.

The Fall, BBC Two (prima stagione, 5 episodi, 13 maggio)
Stella Gibson, esperta detective, è sulle tracce di un serial killer che terrorizza Belfast. Un pitch del genere non lascia immaginare niente di più di un canonico thriller psicologico, ma il ritorno in tv di Gillan Anderson nei panni della protagonista è stato acclamato dalla critica. E noi abbiamo deciso di fidarci.

Broadchurch, ITV (prima stagione, 8 episodi, 4 marzo)
Thriller che si muove lungo la linea tracciata da Twin Peaks e ripresa, di recente, da The Killing e Top of The Lake. In questo caso, però, la vittima è un ragazzo, Danny. E siccome la serie è inglese, pare ci sia spazio per un po’ di sano humor nero.  Il luogo dove si svolge la vicenda, invece, è la consueta idilliaca cittadina che dietro una facciata da paradiso terrestre nasconde tanti misteri. Altra serie molto apprezzata dalla critica, e anche in questo caso ci fidiamo del consiglio e procediamo con la visione.

broadchurch_thefall


Qualche sera può essere salutare, anche per i più serie-dpiendenti, lasciar perdere la fiction ed immergersi invece in qualche bella storia del mondo reale. Questi documentari provano a raccontarcene un paio che ci sembrano piuttosto interessanti. (E dovrebbero sembrarlo anche a voi: streetball e street art, che volete di più??)

Doin’ It In The Park
Questo documentario indipendente è il racconto di un viaggio di 90 giorni a spasso per i five boroughs di New York City, e di centinaia di partitelle giocate su ben 180 playground della Big Apple, alla ricerca dell’essenza della pallacanestro. Un racconto, quello realizzato da Bobbito Garcia e Kevin Couliau nel loro film d’esordio, che trasuda amore incondizionato per “the city game” e per i suoi protagonisti. Sotto la loro guida ripercorriamo cinquant’anni di storia della pallacanestro così come viene vissuta sui playground della Mecca del basket, attraverso il racconto delle gesta mitologiche degli eroi che dagli anni ’70 ad oggi ne hanno calcato l’asfalto. Gesta che da generazioni vengono tramandate oralmente all’interno della comunità cestistica newyorkese, equivalente metropolitano dei poemi omerici. E come l’epica classica aveva i suoi aedi, così il basket newyorkese ha i suoi cantori, e Bobbito Garcia, egli stesso leggenda dei campetti (e, per sovramercato, enciclopedico conoscitore di scarpe da basket, che stanno al cantore di avventure cestistiche come la cetra sta al poeta) ne è uno degli esponenti principali. Oltre alla sapienza di Bobbito, il racconto è arricchito dalle parole di molti dei protagonisti — per lo meno quelli vivi e in buona salute — che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di coltivare il proprio talento con la palla a spicchi sull’asfalto newyorkese, alcuni capaci di raggiungere il successo tra l’Olimpo dei pro, altri destinati a restare leggende della strada: possiamo così ascoltare frammenti di mitologia direttamente dalla voce dei protagonisti degli albori del movimento, Dr. J, “Fly” Williams, PeeWee Kirkland, per arrivare a quelli più recenti, Kenny Smith, Mark Jackson, Kenny Anderson e Rafer “Skip To My Lou” Alston. Imperdibile per gli appassionati, caldamente consigliato a tutti gli altri. Trailer

Inside Out: The People’s Art Project, HBO (dal 20 maggio)
La storia del progetto di arte globale ideato dallo street artist francese JR, diventata la più grande opera d’arte urbana mai realizzata. Il progetto, presentato in occasione della TED Conference di Long Beach e vincitore del TED Prize nel 2011, aveva come obiettivo quello di permettere a chiunque lo desiderasse, in qualunque parte del mondo, di esprimere il proprio messaggio per mezzo della tecnica artistica resa famosa da JR, ovvero l’affissione di gigantesche riproduzioni in bianco e nero di autoritratti fotografici di persone comuni. Centinaia di gruppi d’azione e di singoli individui provenienti da tutto il mondo, dal Borneo alla Palestina, hanno aderito spontaneamente all’iniziativa di “attacchinaggio globale” proposta dall’artista francese, inviando i propri autoritratti fotografici e ricevendoli indietro in formato poster, pronti per essere incollati ovunque i partecipanti ritenessero di voler dare visibilità ai singoli e alle comunità locali. Trailer

docs

Quali sono le serie tv in onda in questa primavera 2013? #spring13tv

A uso e consumo dei fedelissimi lettori di AtlantideZine una breve quanto utilissima panoramica di tutte le serie tv in onda nella stagione primaverile 2013. Naturalmente quando scriviamo “in onda” non ci riferiamo alle tristi e sconsolate emittenti italiane (per non parlare delle produzioni…), ma cerchiamo di allargare lo sguardo il più possibile anche se inevitabilmente sono USA e UK a farla da padrone. In definitiva parliamoci chiaro, ci rivolgiamo a quegli utenti che hanno familiarità con cose come µTorrent, Pirate Bay, EZTV, Podnapisi e via dicendo. E naturalmente il nostro più sentito ringraziamento va ai valorosi ragazzi di Itasa e Subs Factory.


Game of Thrones, HBO (terza stagione, 10 episodi, 31 marzo)
La serie più attesa di questa primavera, se non dell’intera stagione 2013. La guerra continua ad imperversare, così come le infinite macchinazioni politiche fatte di alleanze e matrimoni combinati. La minaccia dal Nord si fa sempre più concreta, e dall’altra parte del mondo la bionda Khaleesi in esilio ha dei draghi, e non ha certo paura di usarli. Nessun appassionato di serie televisive degno di questo nome si sognerebbe mai di perderne un solo episodio.

game-of-thrones

Mad Men, AMC (sesta stagione, 13 episodi, 7 aprile)
Don Draper e soci, ancora una volta tutti impegnati a ripetere i soliti errori. Il fantasma della guerra del Vietnam e la rivoluzione dei costumi in arrivo. Alla sesta stagione i personaggi sono rodati e la formula ormai collaudatissima. Forse troppo collaudata, inizia a perdere mordente: fino ad oggi non diciamo di essere delusi ma neanche entusiasti.

tumblr_mkshmgEPar1rccgy3o1_1280

Veep, HBO (seconda stagione, 10 episodi, 14 aprile)
Dopo il sorprendente ed acclamato esordio della stagione passata, la satira politca di Veep continua a raccontare le vicende della vicepresidente Selina Meyer e dei suoi tentativi di ottenere peso politico e visibilità dopo le elezioni di metà mandato. Consigliato a chi, non sufficientemente divertito dalle assurdità della politica di casa nostra, vuole passare una mezz’ora a ridere anche di quella degli altri.

veep

The Village, BBC One (prima stagione, 6 episodi, 31 marzo)
La vita in un piccolo villaggio inglese di inizio novecento raccontata in modo ammirevole dalla BBC. Non molto spettacolare e non così semplice da seguire, ma dategli una chance guardandovi il pilot.

3438095-high_res-the-village_FULL

Orphan Black, BBC America (prima stagione, 10 episodi, 30 marzo)
Sarah Manning, emo-punk desiderosa di mettere ordine nella sua vita, assiste al suicidio della propria sosia, e decide di assumerne l’identità. Ma questo è solo l’inizio, e la vicenda diventa rapidamente parecchio più complicata. Thriller fantascientifico con sconfinamenti nell’horror e nel poliziesco, narrazione tutta di corsa senza pause di riflessione. Puro intrattenimento, non troppo raffinato, ma risultato ben al di sopra delle aspettative. E alla fine ti cattura.

pj1bkaal

The Americans, FX (prima stagione, 13 episodi, 30 gennaio)
Le vicende di Elizabeth e Philip Jennings, una coppia di agenti del KGB infiltrati da 15 anni in territorio americano per operare, in piena guerra fredda, sotto la copertura di una canonica famiglia americana. Spy story con abbondanza di travestimenti e gadget vintage e, allo stesso tempo, family drama: fino a che punto la fedeltà alla madre patria e all’ideologia può prevalere sulle emozioni? Miglior esordio dell’anno.

554450_475206352542970_778463117_n

Vikings, History Channel (prima stagione, 9 episodi, 3 marzo)
La storia di Ragnar Lothbrok, leggendario condottiero, e dell’espansione ad occidente dei popoli scandinavi che diede inizio all’epoca vichinga. Visivamente appagante tanto nei costumi quanto nelle ambientazioni evocative. Battaglie avvincenti, tanta avventura, e il fascino innegabile della mitologia norrena fanno di Vikings, nonostante non sia un capolavoro di scrittura, una bella storia che si lascia seguire con piacere. Merita.

9lao3q

Hemlock Grove, Netflix (prima stagione, 13 episodi, 19 aprile)
Un trucido omicidio sconvolge una piccola cittadina della Pennsylvania. Licantropi, vampiri, personaggi grotteschi, nomadi rom, adolescenti deformi e liceali turbati sono gli ingredienti di questo confusionario horror prodotto da Eli Roth, con troppi debiti nei confronti di Twin Peaks e neanche una briciolo della sua verve. Il primo episodio, diretto dallo stesso Roth, non invoglia certo a proseguire la visione degli altri dodici. È pur vero che provare non costa nulla.

TV-Oversigt-Hemlock-Grove

Rectify, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 22 aprile)
David Holden, reo confesso per lo stupro e l’omicidio della sua fidanzata ai tempi del liceo, viene scarcerato dopo 19 anni passati nel braccio della morte a causa di nuove prove che ne invalidano la sentenza di condanna. Dramma introspettivo, dedito all’esplorazione dello spaesamento di David in un mondo che non conosce più e della difficoltà del reinserimento in una società ostile. Con la prospettiva di un nuovo processo che aleggia minacciosa. Promette bene, speriamo mantenga.

Defiance, SyFy (prima stagione, 12 episodi, 15 aprile)
Ambiziosa saga ambientata in un futuro non troppo lontano, il cui esordio è accompagnato dall’uscita di un videogioco omonimo, idealmente complementare nella costruzione dell’universo fantascientifico della serie. Il pilota mette in mostra tanti stereotipi e getta le basi per una trama davvero poco originale. Roba per adolescenti, purché non troppo esigenti, o per chi non può proprio fare a meno di una dose settimanale di alieni ed è disposto ad accontentarsi di quello che passa il convento.

Da Vinci’s Demons, Starz (prima stagione, 8 episodi, 12 aprile)
Fumettone fantasy ad ambientazione storica, racconta le avventure di uno spavaldo Leonardo da Vinci venticinquenne, tra conquiste amorose, il servizio alla corte dei Medici, sette segrete, libri magici e gli intrighi politici del Rinascimento italiano. Senza prenderlo troppo sul serio, e avendo lo stomaco di sopportare una buona dose di smargiassate e luoghi comuni, si può guardare, anche solo per riderne.

In The Flesh, BBC Three (miniserie, 3 episodi, 17 marzo)
Grazie alla scoperta di un farmaco in grado di curare gli zombie, Kieren Walker, suicida tornato in vita durante una recente zombie apocalypse, si appresta a fare ritorno al suo paese nel nord dell’Inghilterra, affrontando il difficile reinserimento nella sua famiglia e l’ostilità della comunità. Zero azione e poco gore, mostra i non-morti ma parla di tutt’altro. Consigliatissimo a chi ha bisogno di disintossicarsi dopo una lunga stagione di The Walking Dead.

Top of The Lake, BBC Two/UKTV/Sundance Channel (miniserie, 7 episodi, 18 marzo)
Robin Griffin, giovane poliziotta, si trova coinvolta nella ricerca della dodicenne Tui, sparita qualche giorno dopo aver tentato il suicidio. Il maschilismo e l’ostilità dei colleghi e degli abitanti della piccola cittadina di Laketop non la aiutano nelle indagini. E il riemergere del suo passato complica le cose. Ambientazione inusuale, tra “rednecks” neozelandesi ed una comunità di recupero per donne vittime di abusi, ed il contorno stridente di paesaggi mozzafiato. Da vedere.

bates-motel

La sterminata produzione americana offre anche un’altra manciata di serie, sia sui grandi network che sul via cavo, per cui io non nutro alcun interesse e di cui so poco o nulla, ma che sicuramente hanno, o possono trovare, degli estimatori.

Tra queste:

The Borgias, Showtime (terza stagione, 10 episodi, 14 aprile). Continua la storia della famiglia più dissoluta del Rinascimento italiano, ambientazione e soggetto ideali per intrighi politici, costumi sfarzosi e nudità da cable tv. AtlantideZine ne aveva già parlato in termini non troppo lusinghieri in occasione della prima stagione, un paio di anni fa. Passo.

Nurse Jackie, Showtime (quinta stagione, 10 episodi, 14 aprile). Non ho la minima idea di quale sia il soggetto di questa serie, però è arrivata alla quinta stagione, per cui magari è importante. Per quanto mi riguarda, continuerò a pensare a Edie Falco solo nei panni di Carmela Soprano e di Diane Whittlesey, secondina di Oz. Passo.

The Big C, Showtime (quarta stagione, 4 episodi, 29 aprile). The Big C si chiude con 4 episodi di un’ora ciascuno. Il seguito (relativamente) numeroso di appassionati non è stato sufficiente a garantire un’ultima stagione regolare. Poco male (per me, non per i fan): non mi ha mai incuriosito, non comincerò certo dalla fine.

Hannibal, TNT (prima stagione, 13 episodi, 4 aprile). La storia del giovane Hannibal Lecter. Mi interessa poco, ma visto l’argomento potrebbe essere un successone.

Bates Motel, A&E (prima stagione, 10 episodi, 18 marzo). La storia del giovane Norman Bates. Potenzialmente sacrilego.

Red Widow, ABC (prima stagione, 8 episodi, 3 marzo). Ennesimo remake di una serie nordeuropea. Sembra un ordinario thriller da broadcast network.

Arrested Development, Netflix (quarta stagione, 15 episodi, 26 maggio). Serie resuscitata da Netflix dopo anni. Immagino che per i fan della serie, dopo un’attesa così lunga, il 2013 possa tranquillamente concludersi il 26 maggio.

arrested-development_large_verge_medium_landscape

Da segnalare, in calce a questa panoramica sulla programmazione primaverile, l’esordio dell’ennesimo nuovo grande produttore desideroso di azzannare una fetta del ricco mercato delle serie tv. È il turno, siore e siori, di Amazon! Si, proprio Amazon, noto a chiunque per essere il rivenditore di libri (ma ormai rivenditore di tutto ciò che su questo pianeta può essere legalmente rivenduto) più grande al mondo. Jeff Bezos — non contento di aver ottenuto questo modesto risultato e, si suppone, non appagato dalle palate di soldi accumulate fino ad ora — ha deciso che Amazon può e deve dire la sua anche sul mercato televisivo (che televisivo in senso tradizionale non è, ma in mancanza di adeguati neologismi bisogna accontentarsi delle vecchie categorie descrittive). Amazon assale il mercato con una strategia assai diversa rispetto a quella messa in atto da Netflix, altra grande novità di questo 2013, lanciando in contemporanea ben quattordici diconsi quattordici episodi pilota di altrettante nuove serie originali. Si tratta esclusivamente di commedie (una delle quali vanta la presenza di John Goodman, mentre un’altra, Zombieland, è la prosecuzione dell’omonima commedia demenziale) e serie animate per bambini, il cui primo episodio è disponibile gratuitamente sul sito di Amazon (precisamente qui, ma l’Italia, tanto per cambiare, è esclusa dal gioco. Tuttavia, i curiosi non avranno troppe difficoltà ad aggirare la restrizione geografica). La particolarità del modello di business sperimentato da Amazon consiste nel fatto che sarà il gradimento del pubblico a determinare quali e quante di queste serie riusciranno a vedere effettivamente la luce oltre il primo episodio, e quali saranno, invece, segate senza pietà e senza rimorso. Insomma, tutto demandato al giudizio degli spettatori e grande fiducia nel feedback della rete (perché la gente sanno! *groan*). Poi magari si rivelerà un cambio di paradigma epocale, chi può dirlo?

Love is a sin for the ones that feel it the most

Leggendo articoli in rete sulle più promettenti novità nell’ambito delle serie televisive inglesi, mi sono imbattuta in un titolo che ha solleticato la mia fantasia: Luther.

La trama sembrava particolarmente convincente: una bizzarra assassina aiuta un detective a risolvere i suoi casi e i due sviluppano un malsano legame di amicizia. Oltre alla presentazione accattivante, un altro elemento di attrazione, per me, è stato il cast. La controversa coppia di protagonisti, infatti, è costituita da Idris Elba (attore e musicista già volto di The Wire) e Ruth Wilson (ottima interprete dell’ultimo adattamento di Jane Eyre sempre prodotto dalla BBC).

La sigla dei massive attack introduce subito in una certa atmosfera metropolitana e malinconica, e, del resto, che altro aspettarsi da un ispettore di polizia messo sotto inchiesta e appena mollato dalla moglie di cui è innamoratissimo? La prima serie consta di 6 episodi lunghi da circa 60 minuti, per scrivere i quali gli autori dichiarano di essersi ispirati a due canoni del genere: Sherlock Holmes e il Tenente Colombo. L’affermazione, almeno in parte, è veritiera dal momento che Luther affronta i casi con una certa metodicità e razionalismo sherlockiani, e che, come negli episodi di Colombo, lo spettatore conosce fin da principio l’identità del colpevole. Nonostante questo, però, la nuova serie BBC risulta piuttosto lontana, qualitativamente, dai modelli cui si richiama. Se volessimo continuare a cercare similitudini tra personaggi e situazioni di Luther e storie preesistenti, ne ricaveremmo l’impressione che questa serie tv sia, sostanzialmente, un mosaico di cliché. Nulla di nuovo nelle figure dei criminali, nulla di nuovo nel modo di svolgere le indagini, nulla di nuovo nemmeno nell’infallibilità dell’antieroe detective. Persino Alice, la killer glaciale e geniale che John Luther affronta nel primo episodio e con cui costruisce, un po’ alla volta, un inquietante rapporto di complicità, è un cliché in tutto e per tutto.

Ma allora perché vedere Luther? Perché siamo degli inguaribili ottimisti e quando vediamo delle buone potenzialità in una storia ci piace pensare che, prima o poi, esploderanno.
La caratterizzazione del protagonista, ad esempio, si distacca piacevolmente dalla figura di leader carismatico freddo, cinico e tendenzialmente anaffettivo che è diventata ormai quasi inevitabile nelle serie tv, da Gil Grissom al dottor House. Luther soffre (è il caso di dirlo) del problema opposto, ovvero una fede profonda nell’amore, una passione che gli brucia l’anima e che non riesce a tenere sotto controllo. Ma la potenzialità migliore della serie è, senza dubbio, il rapporto tra detective e assassino, complicato dalla differenza di sesso e dall’appeal erotico di entrambi.

I casi polizieschi in Luther non sono particolarmente interessanti e lo spettatore è catturato soprattutto dal rapporto dell’investigatore con la bella moglie e con Alice.
Alice, inoltre, è un elemento imprevedibile. Chi può dire cosa farebbe una giovane donna, che ha trucidato i suoi stessi genitori, per aiutare quello che ritiene il suo unico amico? Qualunque cosa, naturalmente, anche uccidere. E questo, com’era facile prevedere, non serve affatto a migliorare la vita di Luther ma, casomai, a renderla ancora più complicata.

Luther alterna un’ammirevole sobrietà narrativa nelle sequenze che mostrano il lavoro investigativo (dialoghi asciutti ed essenziali, personaggi realistici) ad una certa morbosità nel racconto delle azioni criminali; morbosità che, sebbene sia stata già esibita da numerose altre serie tv, continuo a trovare inutile e fastidiosa.
Il personaggio protagonista ha innumerevoli debiti nei confronti della tradizione letteraria hard boiled, ma l’interpetazione di Idris Elba (che gli è valsa la nomination per i Golden Globe 2011) lo rende, nonostante tutto, affascinante. Ruth Wilson, invece, purtroppo tende a scivolare nel ridicolo ma, per sua fortuna, madre natura l’ha dotata di un viso vagamente inquietante che si sposa perfettamente con il suo personaggio.

In definitiva Luther si è rivelato una delusione, ma le notizie sulla seconda serie hanno riacceso le speranze. Forse il nuovo formato – due soli episodi da due ore – consentirà agli sceneggiatori di trovare la dimensione giusta per sviluppare convincentemente sia la trama poliziesca che i rapporti personali di Luther con gli altri personaggi. Ma, soprattutto, ci permettiamo di dare agli sceneggiatori un consiglio spassionato: la completa assenza di ironia può uccidere anche una bella storia, quindi, ogni tanto, per favore, sorridete.

Luther, GB 2010-in corso
ideata da Neil Cross
per il network BBC
con Idris Elba, Ruth Wilson

.