La vera storia di Babbo Natale, il dio dei bambini inventato dai grandi

E pensare che ha pure un luogo e una data di nascita precisi. È il 1822 quando a New York City il reverendo luterano Clement Clark Moore la notte prima di Natale scrive un breve racconto in versi intitolato ‘A visit from Saint Nicholas. Nel silenzio della notte il pastore che è il protagonista del racconto sente strani rumori: si alza e scopre una slitta piena di giochi trainata da otto renne e condotta da un vecchietto. È Saint ‘Nick’ che scende dal camino con una gerla piena di doni, vestito di pelliccia, le guance rosate, il naso a ciliegia, la pancia smisurata. Più che un santo è un buffo elfo. Moore ha creato un nuovo santo pagano trasformando la figura di San Nicola e avviando così l’iconografia convenzionale di Babbo Natale, seguito nel 1843 da Charles Dickens che, da parte sua, con il racconto Canto di Natale reinventa il Natale come festa moderna. Ci pensano poi gli illustratori, specie quelli al servizio della Coca Cola negli anni ’30 del Novecento a fissare definitivamente nell’immaginario collettivo i tratti del vecchio elfo quali li conosciamo, tratti rafforzati poi da pellicole cinematografiche a cominciare da Miracolo nella 34 esima strada del 1947 in cui si dimostra che Babbo Natale esiste davvero. A differenza di Nicola, Santa Claus è  donatore ma non protettore, eppure diventa il dio dei bambini. Una divinità imbattibile, sempre più in ascesa persino in questi tempi magri, riconosciuta a livello planetario, capace di imporsi e sbaragliare tutta la concorrenza, da Gesù Cristo ai re Magi a santa Lucia alle befane e altri esseri magici, anche se è stagionale, anzi in servizio pochi giorni all’anno e tanto effimero perché i bambini superata una certa età (di solito sette- otto anni) smettono di credere in lui.

La vera storia di Babbo Natale (Cortina editore) è raccontata in maniera sfiziosa e sagace da una coppia speciale, un padre, Alfio che è uno psicoterapeuta (docente di Psicologia del ciclo di vita a Milano) e un figlio, Michele Maggiolini, non bambino ma adulto e antropologo. Il libro esplora la storia di Babbo Natale quale trasformazione pagana di san Nicola, santo protettore dei bambini, capace di inserirsi nella tradizione del Natale, con grande forza di sopravvivenza perché, tra trasformazioni epocali e variazioni culturali effimere legate a un mondo globalizzato, assembla invarianti simboliche profonde. Lo studio ricostruisce la storia del Natale in cui solo in età recente si inserisce l’invenzione del grande vecchio vestito di rosso e di ermellino bianco, come un anomalo vescovo o un papa dei consumi, e soprattutto si interroga e ci interroga sul perché i bambini credono in questa figura, e allo stesso modo smettono di crederci.

Si sa che il Natale da sempre è stata la festa del sole che rinasce all’indomani del solstizio del 21 dicembre, giorno  in cui si ha il minimo di ore di luce e il tempo pare arrestarsi, il sole fermarsi e morire; poi è diventata la festa della famiglia, dei doni e dei bambini. A Roma c’erano due protagonisti del Natale, il dio Saturno e il re Mitra: i Saturnali erano all’insegna di travestimenti, eccessi alimentari e sessuali (associati oggi più al Capodanno) e rituali che continuano a caratterizzare le feste del solstizio d’inverno come lo scambio di doni che rafforza i legami sociali e affettivi. Mitra, divinità solare che guida un carro alato, precede Babbo Natale che a buon diritto si colloca nella famiglia degli dei solari. Dopo Mitra, Cristo divenne il nuovo sole della cristianità a cui però sono i Magi a portare doni, perché lui non ne dà. Solo dall’Ottocento il Natale diventa la festa della famiglia, dei doni e dei bambini. L’avvento di Babbo Natale, invenzione del capitalismo americano, porta alla moderna versione della festa dei consumi. Unico scopo di questo vecchio e neonato insieme piuttosto bizzarro è produrre felicità, soddisfare desideri; si espande il suo credo/culto perché è un personaggio duttile, internazionale e interreligioso, capace di sostenere dal punto di vista antropologico e psicologico un mito collettivo. Tuttavia, a differenza delle divinità tradizionali, gli adulti non credono in lui, il che lo assimila alle credenze e alle pratiche dei riti di passaggio. È un dio iniziatico, anomalo dunque, perché divide la popolazione per fasce d’età in una società che oltretutto quasi non ha più riti iniziatici. Ha una funzione simbolica perché rappresenta “un cambiamento soggettivo come marcatore di un passaggio evolutivo”. Ed ecco il cuore della questione: la credenza in Babbo Natale fa parte delle universali bugie della tradizione. I bambini credono in lui non perché, come riteneva lo psicoanalista Jean Piaget, dotati di un pensiero magico e perciò cognitivamente immaturo. Le recenti teorie psicologiche hanno rivisto questa concezione che considera i bambini portatori di un pensiero animistico come fossero primitivi. Babbo Natale è un’invenzione dell’immaginazione degli adulti i quali spingono i bambini a crederci. Finché verso i sette-otto anni cambia non già “il modo di comprendere la realtà oggettiva quanto piuttosto di comprendere se stessi”. Gli autori scorgono in questa svolta una modalità d’ingresso nel simbolico per cui i bambini scoprono insieme all’inganno il modo in cui funzionano le credenze condivise: esiste un altro livello di realtà, la realtà del simbolico. Ne escono quasi sempre senza traumi i piccoli, al punto che quasi sempre diventano complici dei genitori nel sostenere la bugia verso i fratelli più piccoli. “Per gli adulti in effetti Babbo Natale non è un dio, ma un simbolo. È il rappresentante immaginario della funzione di donatore” e “di una fede, seppure per bambini che non ha bisogno di religione”.

L’ultima domanda è allora: perché educhiamo i bambini mentendo, creando figure di fantasia magari per trasmettere valori di altruismo e bontà, sia pure in modalità pagane e secolarizzate? Babbo Natale è un residuo sia pure laico del senso del sacro, “una rappresentazione immaginaria di una funzione spirituale: la legge simbolica universale che impone ai grandi di  rendere omaggio ai piccoli”. Pare che oggi più che mai sia la risposta all’assenza del padre di cui ha scritto con largo seguito lo psicoanalista Massimo Recalcati: non più un padre di matrice freudiana che regola il desiderio attraverso il divieto ma che, bonario e generoso,  lo asseconda, lo esalta e lo moltiplica. Concludono gli autori: forse bisogna accontentarsi di restare senza una risposta unica;  perseverare nella credenza di Babbo Natale fa piacere a tutti, al di là di giustificazioni morali, religiose, alimenta la festa. In un mondo in cui la luce specie quella interiore spesso si spegne, l’esaurirsi delle risorse planetarie contrasta con il modello consumistico, il capitalismo sta facendo schiere di vittime, l’auspicio è che il Babbo rinsavisca, il Natale recuperi il nucleo originario e torni “a rendere omaggio al Sole e all’energia perenne del mondo”. (Piera Lombardi)

Titolo: La vera storia di Babbo Natale
Autore: Alfio Maggiolini, Michele Maggiolini
Editore: Cortina Raffaello
Dati: 2011, 14,00 €, 175 pp.

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Lettere illustrate da Babbo Natale

Father Christmas Letters, 1932 - TolkienJ. R. R. Tolkien incominciò a inviare ai propri figli lettere firmate da Babbo Natale il 25 dicembre 1920. Le lettere, inviate in buste candide come la neve, continuarono a essere recapitate in casa Tolkien per altri trent’anni, a volte consegnate dal postino, altre volte lasciate sul camino da misteriosi ambasciatori. Verrebbe subito in mente da dire che si tratta di un Tolkien affettuoso papà con vena pedagogica, considerata la cura, l’allegria dei disegni, della carta intestata, la perfezione minuziosa dei dettagli: i francobolli, i timbri, la calligrafia. In realtà è sempre il più classico Tolkien, quello filologo, che si nasconde in questa dolce saga familiare.

Prova ne sono le lettere del 1932, quella del 1937 e la letterina dell’Orso Polare Karhu, fido aiutante di Babbo Natale. Nella lettera del 1932 Babbo Natale racconta ai piccoli Tolkien di come, per ritrovare Orso Polare che si era smarrito, fosse venuto a conoscenza dell’esistenza di alcune bellissime grotte abitate dai folletti, sulle cui pareti spiccavano disegni di animali straordinari, alcuni ormai estinti, draghi, mammuth, e delle strane figure nere, quasi scarabocchi alla maniera folletta. Scarabocchi che si rivelano, invece, un vero e proprio alfabeto così come organizzati da Orso Polare: un alfabeto Goblin. Karhu spiega inoltre ai bambini come al Polo Nord si parli l’artico e per dar loro un’idea di questa lingua scrive una frase con relativa traduzione: Mára mesta an ni véla tye ento, ya rato nea, che in italiano diviene: Saluti fino al prossimo incontro, che spero sia presto. Così come nella letterina del 1937 c’è anche una misteriosa frase in elfico.

Le lettere di Babbo Natale, a cura di Baillie Tolkien, sono una selezione delle letterine giunte a casa Tolkien per mezzo delle quali scopriamo che Babbo Natale è sì un simpatico barbuto, ma anche un uomo dotato di un sottile senso dell’ironia, di humour, del resto all’epoca aveva già millenovecentoventi anni, e direi che con tutti quegli anni alle spalle si ha completa facoltà di giudizio. Assieme a lui vivono il fido Orso Polare e i Cuccioli polari, suoi diretti nipoti, gli Uomini-neve e i loro bambini, gli Gnomi rossi e gli Elfi (uno dei quali, Ilbereth, diventerà suo segretario). Tra tutti Orso Polare, protagonista di numerose e buffe disavventure, è certamente il mio preferito, anche, o forse soprattutto, visto il suo lato dotto. Anche se i suoi Cuccioli polari, pasticcioni non sono da meno in quanto a simpatia.

Le lettere di Babbo Natale - Tolkien, lettera del 1925Le lettere di Babbo Natale - Tolkien, lettera del 1920Le lettere di Babbo Natale - Tolkien, lettera del 1928Le lettere di Babbo Natale - Tolkien, lettera del 1939Le lettere di Babbo Natale - Tolkien, lettera del 1926

Tolkien ritrae con sorprendenti disegni, ricchissimi di dettagli, vere e proprie esplosioni di colori che mostrano un talento naturale per l’ideazione fantasiosa e la scelta e la varietà delle tinte sebbene d’altra parte le forme umane e animali risultino un po’ piatte, prive di profondità e proporzione: spigolose se confrontate con i paesaggi e con i fuochi d’artificio dell’aurora boreale.

Un libro illustrato classico in molto più di un senso che racchiude in sé l’essenza del Natale, anche di quello laico, se davvero ne esiste uno. Non dovrebbe mancare nella biblioteca dei vostri bambini.

Titolo: Le lettere di Babbo Natale
Autore: John R. R. Tolkien.
Editore: Bompiani
Dati: 2000, 56 pp., 14,00 €

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I’m Raino from Finland. We got Santa Claus

In origine c’erano due crudi e ironici cortometraggi del regista Jalmari Helander, uno incentrato sulla caccia e l’addestramento di una belva particolare, l’altro sul cosa fare quando tale belva, nonostante l’addestramento, impazzisce. Partendo da questi due spunti l’autore finlandese ha realizzato il suo primo lungometraggio, presentato in prima visione mondiale al Festival del cinema di Locarno.Diciamolo subito, Rare exports: a Christmas tale è un vero gioiello. C’è un demone antico sepolto nelle profondità della terra che viene liberato per avidità, al che qualcuno dovrà fermarlo. L’impianto narrativo di base è classico ma su di esso si innesta un’idea decisamente originale, che pesca a piene mani dal folklore nordico: il vero Babbo Natale era un demone maligno interessato soltanto a punire tutti i bambini. Ma l’originalità non basta per rendere interessante un film.E qui viene il bello. Rare exports è un divertimento cupo e sanguigno, un simil-horror natalizio nel quale i momenti di ilarità si inseriscono senza spezzare l’onnipresente suspense che culmina con un botto e un liberatorio “Happy fucking New Year”.
Helander punta subito al sodo, catturando l’attenzione dello spettatore e creando fin dall’inizio quella costante tensione che manterrà per quasi tutto il film, una tensione fatta di dettagli, sguardi e atmosfere, mai troppo esplicita. A ciò si aggiunge una fotografia pulita, perfetta per rendere la spettacolarità dei paesaggi naturali finlandesi, e un cast di attori – gli stessi dei cortometraggi – particolarmente azzeccati, a partire soprattutto dal giovanissimo Onni Tommila, decisamente più simpatico e meno irritante della maggior parte di tanti altri attori bambocci. Fra colpi di scena ben dosati e momenti di grottesca ironia la trama procede senza mai incespicare fino allo scontro finale. Tutto finito? No, c’è ancora una piccola e spassosa perla conclusiva.Non resta che sperare che la vetrina di Locarno consenta a questo film di ricevere la dovuta attenzione e, magari, di finire nelle nostre sale in pieno clima natalizio.
Rare exports: a Christmas tale – Finlandia/Francia/Norvegia/Svezia, 2010
di Jalmari Helander
con Onni Tommila, Jorma Tommila, Per Christian Ellefsen, Rauno Juvonen
78 minuti