La vita segreta di Maurizio Cattelan

cattelanNel 2004 furono i tre bambini impiccati ai rami di un albero secolare in piazza XXIV maggio, nel cuore trafficato di Milano, a scatenare le polemiche e le invettive dei cittadini del capoluogo lombardo, tanto che, uno di loro, armato di scala e cesoie andò a “salvarli” nottetempo. Sei anni più tardi, in occasione della sua striminzita, seppur suggestiva, mostra a Palazzo Reale, sempre a Milano, Maurizio Cattelan, ex enfant prodige dell’arte italiana e oggi suo più decorato alfiere, scatenò l’ennesima polemica posizionando l’ormai famigerato dito medio di marmo bianco al centro di piazza degli Affari, rivolto in direzione di Palazzo Mezzanote, sede della Borsa. Passato un altro anno, non si è ancora smesso di parlare di quell’irriverente scultura. C’è chi vorrebbe tenerla per il prestigio che darebbe alla città – tra gli ultimi, Stefano Boeri, assessore alla Cultura della giunta Pisapia –, e chi, invece, proprio non la sopporta, non la vuole più vedere ed è pronto a cederla alla prima città che ne facesse richiesta.

La verità è che, così facendo, non si smette mai di parlare di Maurizio Cattelan, un ossimoro vivente che riesce a coniugare l’assenteismo proprio delle star – a giugno ha “bucato” un’ennesima conferenza, questa volta in quel di Padova – e l’ubiquità. Lo scorso fine settimana, Cattelan era ad Artissima con il suo tappeto che riprende il disegno della scatola del formaggino Bel Paese, alla Biennale di Venezia con i suoi piccioni, al Guggenheim di New York con la sua ultima incredibile retrospettiva intitolata All e, infine, nelle migliori librerie con il libro-intervista Un salto nel vuoto (Rizzoli, 2011), realizzato in collaborazione con Catherine Grenier, condirettrice del Centre Pompidou di Parigi.

Maurizio-CattelanQuest’ultimo offre l’occasione di conoscere più intimamente un artista schivo che aveva finito per coincidere quasi esclusivamente con le proprie opere e il cui volto reale era stato soppiantato da quello lievemente caricaturato dei suoi ritratti in cera. Veniamo a conoscenza di un’infanzia padovana solitaria, del lavoro in ospedale, del difficile rapporto col padre e, soprattutto, del costante anelito alla libertà, il vero motore che l’ha portato ad abbandonare una mera prospettiva di sopravvivenza che occupava otto ore della sua giornata, per inventarsi prima designer di mobili e lampade e, successivamente, artista.

Ancor più interessante è ripercorrere l’intera vicenda di questa carriera creativa, dai suoi geniali esordi concettuali – AC Forniture Sud, del 1991, progetto di una fantomatica squadra africana di calcio i cui giocatori erano in realtà un gruppo di venditori ambulanti; le casseforti svaligiate del 1992; il proprio spazio alla Biennale di Venezia del 1993 “affittato” a una marca di profumi –, passando per lo spartiacque costituito da La ballata di Trotsky (1996), il famoso cavallo sospeso che viene individuato da Greiner come il primo lavoro più prettamente scultoreo dell’artista, fino alla già citata immensa personale in pieno svolgimento in quel di New York, dove oltre duecento opere dell’artista – tra cui il papa colpito da un meteorite, l’Hitler inginocchiato e l’autoritratto che spunta da un buco nel terreno – galleggiano a mezz’aria, appese ad altrettante corde, impiccate proprio come i tre bambini dello scandalo del 2004, ma non con l’intenzione di creare l’ennesima polemica. Come dice lo stesso Cattelan, l’idea è quella di togliere loro “il lato tragico. L’insieme di tutte queste opere forma un’altra opera, un’opera unica. Per anni ho lavorato sulla decontestualizzazione. Adesso sono arrivato al punto in cui decontestualizzo me stesso”.

Stanco di essere visto come un costruttore di polemiche ad hoc, come ultimo atto, l’artista mostra le sue opere per ciò che sono materialmente e siamo certi che anche questa mossa farà parlare a lungo di lui.

Titolo: Un salto nel vuoto. La mia vita fuori dalle cornici
Autori: Maurizio Cattelan e Catherine Grenier
Editore: Rizzoli
Dati: 2011, 145 pp., 18,00 €

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Vincere non cambia niente

Andre Agassi bambinoAndre Agassi ha sette anni e con suo padre guarda Wimbledon alla tv tra un allenamento e l’altro nel campo da tennis di casa. Gioca Björn Borg, l’idolo di Andre. Sembra una scena normalissima: il bambino che gioca a tennis guarda alla tv il suo idolo e sogna di emularlo, di vincere Wimbledon anche lui, un giorno. Eppure qualcosa stride in questa scena: «guardo Wimbledon alla televisione con mio padre e facciamo tutti e due il tifo per Björn Borg, perché è il migliore, non si ferma mai … – ma io non voglio essere Borg». Ecco perché questo libro nasconde, dietro le sembianze della classica autobiografia del campione dello sport, qualche motivo di interesse in più: perché in fondo racconta la storia di una lunga contraddizione, della vita di un uomo che odia lo sport che gli ha consentito di diventare un personaggio amato e rispettato, un idolo a sua volta e, aspetto ben presente nel libro, di diventare ricco. Tutto il memoir di Andre Agassi è strutturato attorno a questa contraddizione, che gli dà un tono effettivamente ai limiti del tragico: il tennista gioca (e vince) perché non ha scelta, ma odia quello che fa, e se avesse potuto scegliere avrebbe scelto di fare un altro mestiere. Qualsiasi altro mestiere. A tutti i personaggi del libro (preparatori atletici, ex pastori diventati cantautori, mogli, fidanzate, allenatori) Agassi a un certo punto confida di odiare il tennis. Tutti gli rispondono allo stesso modo: ma non può essere vero, stai esagerando, sei un campione, non è che un brutto momento. Solo una persona lo capisce e condivide al volo: Steffi Graf.

Andre Agassi, US Open 1992Chiunque abbia giocato anche sporadicamente a tennis da adolescente all’inizio degli anni Novanta ricorda il fascino esercitato da questo piccolo tennista di Las Vegas. In uno sport che, almeno fino ad allora, manteneva dei codici di comportamento e di abbigliamento di discendenza aristocratica Agassi, con i suoi capelli lunghi, i pantaloncini di jeans, le magliette lisergiche, trucco e orecchini ha rappresentato una rottura. Prima di completare una carriera ventennale e di vincere otto tornei del Grande Slam (i quattro tornei di gran lunga più importanti che scandiscono la stagione tennistica), di diventare un modello di filantropia con la ricchissima scuola da lui fondata a Las Vegas, di incarnare una sorta di famiglia tennistica perfetta insieme alla moglie Steffi Graf (ragionevolmente considerata una delle migliori tenniste di tutti i tempi), Agassi era una specie di punk del tennis, un ragazzetto americano ignorante, maleducato, malvestito e insofferente alle regole di Wimbledon, solo con una risposta esplosiva e una rapidità strabiliante.

Il libro smonta in parte questa immagine, o meglio la storicizza. La struttura è semplice: strettamente cronologica, dall’infanzia negli anni Settanta al ritiro nel 2006, con la narrazione della carriera sportiva e quella delle vicende personali che si intrecciano. Il tutto è incorniciato da un bel primo capitolo, in cui Andre racconta la sua ultima, epica vittoria in cinque set contro Baghdatis agli US Open del 2006 con taglio quasi fenomenologico, e una conclusione più convenzionale con la descrizione delle sue attività di direttore della scuola e di marito e padre. Diciamo subito che le parti più interessanti riguardano l’infanzia e l’adolescenza, qualche descrizione molto ben riuscita di alcuni incontri cruciali e il racconto dell’episodio famoso del 1997 in cui Andre, che non riesce più a vincere ed è sull’orlo della depressione, inizia a consumare metanfetamine, viene beccato dall’ATP (la federazione del tennis professionistico), scrive una lettera di scuse piena di bugie sostenendo di aver assunto quelle droghe a sua insaputa e la fa franca.

Andre Agassi And Steffi Graf's Baby Jaden

Ad Agassi non mancano di certo coraggio e sincerità. Le parti sulla vita privata, che pure è interessante e comprende un flirt con Barbra Streisland, un matrimonio fallito con Brooke Shields e un altro matrimonio con la principessa teutonica del tennis Steffi Graf, sono un po’ più macchinose e forse soffrono di uno sguardo troppo marcatamente retrospettivo. È come se ancora una volta Andre fosse condannato: nonostante ce la metta tutta a raccontarci la sua vita oltre il campo da tennis, alla fine quello che lo appassiona e ci appassiona di più è la sua vita di tennista.

Agassi non era un punk, era un ragazzo come tanti a cui non è stato concesso di fare altro se non giocare a tennis. In ogni caso, la figura centrale tra le molte che popolano il libro (da McEnroe a Connors, da Federer all’arcirivale Sampras, fino al cast di Friends e a Nelson Mandela) è certamente quella del padre. Mike Agassi, emigrato dall’Iran agli Stati Uniti negli anni Cinquanta, ex pugile, violento, ossessivo, autolesionista, aguzzino del piccolo Andre fino al punto di costruire per lui una macchina sputapalle con cui lo sottopone a pesantissimi allenamenti. Anche in questo caso Andre non risparmia i dettagli, dalle risse con i camionisti fino a piccoli particolari inquietanti. «Papà fa delle cose… Per esempio, spesso s’infila pollice e indice su per il naso e poi, irrigidendosi per il dolore che gli fa lacrimare gli occhi, si strappa un bel ciuffo di peli neri. È così che si prende cura del proprio aspetto». Molte sono le figure paterne di cui Agassi va alla ricerca del libro, molte lo deludono finché, con gesto narrativo un po’ retorico, non diventerà padre lui stesso, finalmente maturo.

Andre Agassi

Il libro presenta alcune pagine un po’ più tecniche sul gioco del tennis che fanno la felicità degli appassionati, e rievoca episodi e partite celebri per così dire dall’interno, da una prospettiva inedita per lo spettatore. Al di là degli avvenimenti sul campo, a volte Agassi si lascia andare a eccessi di zelo e cade vittima di una sorta di volontà edificante, ma non esagera mai e alla fine gliela si perdona volentieri. La cosa infatti che sorprende più di tutte è che alla fine questa autobiografia lascia aperte delle questioni. A volerla leggere con più attenzione, non ci si libera della sensazione che Agassi, campione nello sport e nella vita, sia solo una marionetta; del padre, degli sponsor, del gioco, nient’altro che una marionetta. E proprio questo tema un po’ logoro dei rapporti tra lo sport e la vita ce ne dà un esempio. Raramente l’appassionato di uno sport resiste alla tentazione di paragonarlo alla vita, di usarlo come metafora per parlare dell’esistenza. Neanche Agassi vi si sottrae, ma significativamente oscilla e in alcune pagine del libro nega recisamente qualsiasi validità a questo tipo di operazione intellettuale. All’inizio del libro leggiamo: «Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi basilari del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura»; e aggiunge poco dopo che nel campo da tennis si è soli come nella vita. Ma insomma, ci potremmo chiedere, che razza di vita è questa? Che immagine della vita è? Vengono in mente quelle che Marx chiamava le robinsonate: «il singolo e isolato cacciatore e pescatore con cui cominciano Smith e Ricardo appartengono alle immaginazioni del XVIII secolo», non sono altro che immagini funzionali all’ascesa di una classe sociale, e negano la socialità fondamentale dell’animale uomo. Così fa la metafora del tennis quando si applica alla vita. Ma Agassi lo intuisce: «il tennis non è la vita!» esclama altrove, prima di usare un altro paio di volte, debolmente, di nuovo la stessa metafora.

Andre Agassi vincitore al Roland Garros, 1999

Agassi nonostante tutto resta indeciso sulla sua carriera, sulla sua vita e sulla natura del suo sport. Nel 1992 vince Wimbledon, il suo primo slam; ne vincerà altri, su tutte le superfici. Solo quattro altri giocatori ci sono riusciti nella storia del tennis (Budge negli anni ’30, Laver negli anni ‘60, e poi Federer e Nadal in tempi recentissimi). Eppure scrive: «Io non credo che Wimbledon mi abbia cambiato. Anzi, ho la sensazione di essere stato messo a parte di un piccolo, ignobile segreto – vincere non cambia niente».

Titolo: Open. La mia storia
Autore: Andre Agassi
Editore: Einaudi (Stile Libero)
Dati: 2011, 502 pp., 20,00 €

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Un esempio di come si possa rinascere dalle ceneri

Viscerale. È il primo aggettivo che mi viene in mente quando ripenso a Le ceneri di Angela. Un libro inattaccabile, per la sua sincerità. Com’è possibile, infatti, criticare la storia vera di un’infanzia infelice? In questi casi, lo stile passa in secondo piano: la schiettezza stessa è lo stile. Il buonismo non c’entra nulla e offenderebbe la memoria di McCourt: basta andare su You Tube per rendersi conto dell’energia che il suo volto da bambino (anche in vecchiaia) emana. La storia ha al centro temi forti: povertà, malattie (e morte), emigrazione. A renderli toccanti, il fatto di essere stati vissuti in prima persona e raccontati senza filtri o pudori. Le cose vanno chiamate con il loro nome. Nessun impressionismo di sorta. L’infelicità è infelicità.Il Pulitzer era il minimo che McCourt potesse ottenere: se lo scopo dell’arte è toccare le corde profonde dell’essere umano, provocare anche sentimenti dimenticati da tempo (come la “semplice” pena per un bambino che cerca pezzi di carbone sotto la pioggia), Le ceneri di Angela ha centrato il bersaglio.

Ma è proprio qui il punto: l’autore non voleva raggiungere certo l’immortalità, perché la sua opera è frutto della vecchiaia, momento di bilanci e ricordi. Non ha i virtuosismi tipici di chi fa letteratura da tempo.

Altro aspetto sorprendente del romanzo, è la capacità di rallegrare, di fare dell’ironia su situazioni tutt’altro che risibili. Il titolo è un omaggio alla madre, unico punto di riferimento nell’infanzia dell’autore. Il padre, infatti, era troppo malinconico e dedito all’alcool per prendersi cura della famiglia. Frank era il primogenito; una posizione difficile, figuriamoci per chi vede morire, davanti ai suoi occhi, alcuni dei suoi fratelli. Ed è ai sopravvissuti che lo scrittore dedica il libro. Sullo sfondo delle peripezie di questa sfortunata famiglia (i cui componenti, nel bene o nel male, si sono sinceramente amati), due realtà complementari: gli Stati Uniti dei primi anni di vita dell’autore e l’Irlanda del ritorno in patria. Una nazione amata quanto odiata: l’Irlanda degli anni prima della Guerra era un Paese in cui ancora si poteva morire di fame o di freddo.

A fomentare la rabbia di Mc Court, bambino sensibile e per nulla infantile, le regole della Chiesta cattolica, che non di rado condannava i poveri, costretti, per salvarsi l’anima, a confessare ed espiare anche il peccato più innocente. Gli Stati Uniti rappresentano invece l’altrove, un’eccitante possibilità di altre vite. È lì che l’autore nacque ed è lì che visse, forse, i suoi anni meno duri, nonostante i lutti e la povertà. Il figlio di immigrati irlandesi poteva infatti annusare nell’aria un’atmosfera di promesse, quelle che l’America di allora poteva ancora mantenere. Ed è negli Stati Uniti che il romanzo si chiude, con il definitivo ritorno nel Paese natale, quello del riscatto.

Le ceneri di Angela è un mondo, più che un libro. A fine lettura, l’ho stretto al cuore e, se fosse stato davanti a me, avrei fatto la stessa cosa con Frank.

 

Titolo: Le ceneri di Angela
Autore: Frank McCourt
Editore: Adelphi
Dati: 2000, 378 pp., 11,00 €

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Né bugiarda né reticente: a lezione di stile da Franca Valeri

“La mente è una minuziosa macchina da presa che entra in tutte le stanze del passato, non sfugge uno sgabuzzino né il balcone di una cucina”. La mente di Franca Valeri è una prodigiosa macchina da guerra, irriverente e umoristica, che disgrega l’ordine costituito delle cose e lo riaggrega secondo la loro vera natura, sempre e comunque assurda e che, anche quando deve assemblare frasi per raccontare episodi drammatici, trova sempre il risvolto burlesco. È la mente di una signora di 90 anni, intellettuale non organica a nulla che non sia lo spirito d’osservazione e l’arguzia sapida, prestata al romanzo popolare e alle cronache di poveri non amanti, che sforna sceneggiature e sketch anche quando pensa a voce alta alla sua vita di notte quando non dorme e parla a sé stessa, ai suoi amati animali, quando affronta i ricordi. In fondo cosa è la vita?

La signora della comicità e del teatro ci insegna che è una sceneggiatura, di estensione, accidenti e densità variabile, che se la calchi sulle tavole di un palcoscenico ti passa in forma quasi indolore e aggiri le ordinarie sofferenze e le ritualità comuni e tutte quelle manfrine sul cosa fare o cosa non fare nell’arco di un giorno comune o festivo. Sessanta anni sulle scene e il miracolo della freschezza nell’impatto con le esperienze o la loro  rievocazione: “Francamente trovare idee per la mia vita mi sembrerebbe troppo, avendola anche vissuta”, scrive. Sintesi e sospiri, sospiri e sarcasmo però ci sono tutti per raccontarlo, questo miracolo. Bugiarda no, reticente: intendiamoci questa è la modalità di Franca Valeri di raccogliere i ricordi e ricapitolare i fatti, dichiarata fin dal titolo del suo libro senza infingimenti. In verità lei non è né bugiarda né reticente, solo spiritosa e anticonformista, ma non ci sono pose né forzature. C’è modo e modo di ideare, realizzare e porgere un’autobiografia, infatti. Tutto sta alla personalità dell’estensore.

Non si è certo arresa alla sollecitazione narcisistica dell’autoreferenzialità, percorso quasi scontato. A parte il fatto che avrebbe potuto permettersi questo e altro, non può essere che la signorina Snob, la sora Cecioni, la Cesira e via e via tanti personaggi fino alla moglie di Socrate, ecco non è possibile che componga una autobiografia convenzionale. Non la si cerchi, che tanto non la si trova nel suo libro. L’ha anche detto in un’intervista: niente  autobiografia sul genere del confessionale. Pudore sentimentale, scandaloso in questi tempi: in ciò consisterebbe il suo essere reticente, che era un appellativo che le aveva dato sua madre, molto amata e ricordata, a cui è  dedicato il libro. Il titolo sembra fare il verso casomai a un’altra autobiografia coi fiocchi e i lazzi, quella di Paolo Poli, uscita nel 2009, Siamo tutte delle gran bugiarde. Franca che di cognome si chiama Norsa, scelse il cognome  d’arte Valeri su suggerimento di una sua compagna di liceo, in omaggio al  poeta Paul Valery. Nel suo memoriale scritto che procede a salti e disordinata vivacità, c’è la rievocazione di un mondo, quello della borghesia milanese. Franca è figlia di un padre ebreo e di una madre cattolica, la sua è una giovinezza dorata: fin da piccola serate alla Scala con il fratello e la mamma bella ed elegante, villeggiature lunghissime al mare, a Riccione e all’Hotel des Bains del Lido di Venezia, in montagna sulle Dolomiti.

Vita felice stravolta dalle leggi razziali che costringono la famiglia alla diaspora: il padre in fuga in Svizzera, i gioielli di famiglia seppelliti in una cassetta di ferro nell’orto di amici in Brianza, lei e la mamma costrette a cambiare continuamente casa per cercare di sfuggire ai nazifascisti. Roba tosta e cruenta della grande storia che questa signora affronta senza retorica e con quella particolare impronta che ce l’ha fatta amare al cinema, in teatro, in tv. Dopo il fascismo e la guerra, arriva l’anelito alla libertà e all’affermazione di un’identità femminile emancipata; l’inizio della carriera e gli episodi più importanti: la radio, il teatro, il trasferimento da Milano a Roma dove tuttora vive, la nascita dei personaggi più celebri, il leggendario Teatro dei Gobbi fondato con Caprioli (che sarà suo marito, da cui poi divorzierà), Alberto Bonucci e Luciano Mondolfo che trionfò a Parigi, il Piccolo Teatro di Strehler e Grassi dove recita in La Maria Brasca, il cinema. E tanti personaggi soli incontrati o con cui ha condiviso anni di lavoro: Peppino Patroni Griffi, Nora Ricci, Sordi, Chaplin, il bellissimo Lawrence Olivier, la Callas, e poi la galleria di donne che le sono passate accanto e che ha saputo reinventare in palcoscenico.

Niente di organico e di ordinato nel racconto, e perché poi? Forse la vita lo è? Esemplare è la sua sintesi sferzante e vera di tanti anni trascorsi: “A vent’anni era affondare il fascismo, a trenta avere in pugno il teatro, a quaranta tutto, a cinquanta occhiali e quasi tutto, e… eccomi”. Anche gli amori ci sono, certo che ci sono, però quasi periferici e marginali, marginalità che spetta ai “traditori” come lei li chiama: due uomini, uno Vittorio Caprioli, raccontati senza nulla concedere al pettegolezzo, ma con la discrezione di una signora che resta indomita e pungente. Merito proprio di quella mente che le permette di andare dove vuole, sorvolando sui colpi meschini, planando sui grandi e piccoli accadimenti senza compiacimenti né lamentele. Casomai praticando lo sberleffo ben temperato. Certo c’è la vita, sostanza, fatti, itinerari, ma la trascrizione più efficace resta quella della sua vera vita nella vita, il lavoro, al teatro. Pagine poetiche perché il racconto non è mai autocelebrazione, ma invenzione eccentrica mossa dal senso del ridicolo e dall’autoironia. Un assaggio: “Ma sono stata fedele al mio lavoro? Sostanzialmente sì. Perché la fedeltà non è una mia virtù. È una mia necessità. Il motivo è molto semplice, è la sostanza di una scelta. Non sono mai stata scelta, né da un uomo, né da un amico, né da un mobile. C’è in genere la reciprocità, anzi sempre, ma la scelta è tua. Il proprio lavoro è quel meraviglioso individuo (dai più odiato) che ci accompagna. È stato per me generoso, ma pretende. È giusto. Vedermi piegata in due a insaponare un uomo distratto gli dava certamente ai nervi. È evidente che mi rappresento anche lui in fattezze umane, è la tendenza delle nostre limitate capacità d’astrazione”. Il lavoro a teatro, vero compagno di vita: “Invecchia tenendomi d’occhio. Io lo rassicuro, ti sarò fedele. Sembra che mi dica: Invecchiando si può perdere il controllo. Anche lui qualche volta dice delle sciocchezze, se si perde il cervello non si lavora più. Su questo pensiero consolatorio mi addormento”.

Titolo: Bugiarda no, reticente
Autore: Franca Valeri
Editore: Einaudi (collana Supercoralli)
Dati: 2010, 103 pp., € 17,00

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Cambiare idea, viatico per tornare in sé praticando l’incoerenza

“Il momento per farsi un’idea sulle persone non arriva mai” (Katharine Hepburne)

“Bisogna decidere cosa venerare” (David Foster Wallace)

“Le rughe non coprirmele. Ci ho messo una vita a farmele venire” (Anna Magnani)

Cambiare idea: ottima idea da qui in avanti. Che sia l’etica da viaggio se cambiare idea pungola l’essere e sfocia qualche volta in produzione inaspettata. Intanto è cura, igiene mentale e sentimentale per chi la pratica: ne è convinta la bella e poliedrica scrittrice Zadie Smith che ha tematizzato la sua irrequietezza ideologica e ne ha fatto una professione di fede, l’unica possibile. Ficcare la testa in ogni dove, da Hollywood degli Oscar alla Liberia (come esploratrice dei mondi nel mondo) passando per l’Italia e tornando a Londra, pur di non accasarsi in casa del Diavolo (la propria), di non attaccarsi al chiodo fisso della propria identità, peraltro talvolta convenzionale e perciò sterile. Diventare girandola per non farsi raggirare dai testicoli in agguato in testa. È disciplina della mente modificare il punto di vista, smentirsi, perdersi nel mondo e abbracciarne di volta in volta un aspetto, per non soccombere al sé di chi professa coerenza a oltranza. Cambiando idea Zadie Smith ha partorito qualcosa che non immaginava: doveva essere un romanzo, poi un libro “solenne e teorico sulla scrittura”; è venuta fuori, dettata dalle scadenze imposte dall’editoria, una molteplicità di tracce su letteratura, cinema, impressioni, identità, vita, morte, metamorfosi: c’è anche il racconto della morte del padre e la registrazione della sua testimonianza di reduce dalla Normandia che non dice io, ma noi, inglobando anche i cattivi, i tedeschi. Insomma una raccolta di saggi occasionali, scritti cioè per occasioni specifiche, anzi no, ho cambiato idea anche io, forse è un non genere che contiene anche il diario e l’autobiografia, in uscita in questi giorni in Italia per Minimum fax. (La traduzione è di Martina Testa; la revisione della traduzione di Andreina Lombardi Bom). Zadie Smith, (autrice dei romanzi Denti Bianchi e Della Bellezza), presenta il suo “cambiare idea” giusto oggi al festival delle letterature di Mantova (Giovedì 9 settembre ore 18.30, Chiostro del Museo Diocesano)

“L’incoerenza ideologica è per me un articolo di fede”, dichiara Zadie nella prefazione. È un talento naturale, il suo, rafforzato da una condizione speciale, di chi è ibrido, nero e bianco insieme, che lo fa essere “doppia coscienza”, e regala una vocazione alla pluralità , al polisenso.”Quando uno porta la propria molteplicità stampata in faccia, tematizzata in maniera quasi troppo ovvia, nel Dna,nei capelli e nel beige poco definibile della pelle, be’ si vede subito che viene dalla città dei sogni”, scrive nel testo della conferenza dedicata a “Il dono delle lingue”. La condizione, la sua, è, potrebbe essere quella del tragic mulatto, di chi come Zadie, padre bianco inglese e madre afro giamaicana, è di razza mista, ma detesta la collocazione e nei questionari si definisce nera; la stessa categoria della “sventurata mezzosangue nella letteratura americana dell’Ottocento, nel dramma dei transessuali, nella nostra odierna angoscia – camuffata da nobile sollecitudine – nei confronti degli immigrati, tragicamente scissi, ne siamo certi, tra mondi, idee, culture, voci diverse: che ne sarà di loro? Qualcosa deve cedere: una voce andrà sacrificata a beneficio dell’altra”. Obama è l’uomo dalle tante voci, che parla la lingua dei bianchi e dei neri e apre un orizzonte nuovo. In letteratura ci aveva già pensato molto tempo prima William Shakespeare: “più ancora che per la sua abilità linguistica lo amiamo per la sua mancanza di lealtà a una singola causa. Impossibile perché nelle sue opere teatrali “è donna, uomo, nero, bianco, credente, eretico, cattolico, protestante, ebreo, musulmano”. I poeti sono stati e continuano a essere i campioni di una pluralità di voci, roba da matti, “un dono complicato per un presidente, ma nei poeti è una pura delizia che non ha bisogno di apologie o spiegazioni”. Per Zadie è questo il salto quantico, quando “la voce si spossessa di sé, sviluppa un senso di dissociazione creativa in cui le istanze che le sono proprie non sembrano più forti di quelle di chiunque altro”.

L’io si fa noi. Noi commensali alla tavola del mondo, nei panni di chiunque e senza credenze, a parte il possibile. E allora Zadie, si fa abile trasformista, cambia d’abito, il tempo di sorvolare su una suggestione che dà incoerenza e intanto accende una luce di verità per poi ripartire; di volta in volta cerca testimoni a suo favore, tra chi ha incarnato l’esserci come singolare plurale, come diversa presenza e ha seminato cambiamento antropologico. Tra le pagine, un suo mito dell’infanzia, Katharine Hepburne, prima tra le sue “visioni” femminili; creatura antiretorica per eccellenza per la quale “non si trattò mai di cambiare per adeguarsi a Hollywood; fu Hollywood che dovette cambiare per adeguarsi a lei”. C’è la nostra Anna Magnani, scoperta nel soggiorno italiano, paese che alla voce donne sta a significare “degradante sessualizzazione, quotidiana umiliazione televisiva, paternalismo berlusconiano, esigua presenza parlamentare, invisibilità all’interno della Chiesa”. Tra le macerie nostrane, svetta per Zadie l’immagine prorompente di Anna Magnani in Bellissima di Visconti: bellezza anticonvenzionale “senza il minimo sforzo cosmetico, e soprattutto senza nutrire alcun interesse per la cosmetica”. E il film “è un caso raro nel cinema italiano: un film in cui la donna non è un problema posto a un uomo”. Zadie pratica la critica come amore attivo e incontra lo scrittore a lavoro. Mirabile in tal senso, più dei testi dedicati a James, Barthes, a Nabokov lo scritto su “F. Kafka, uomo qualunque”. Kafka è stato travisato dall’ideologia del suo biografo e amico Max Brod che l’ha voluto restringere nelle vesti del profeta pedante.

Per Zadie, Kafka è uno scrittore di grande potenza comica, che aveva orrore di ogni assimilazione a chicchessia, individuale e collettiva, e perciò cambiava voce e anche aspetto fino alla grande invenzione dello scarafaggio. E la sua domanda da ebreo non assimilato resta la nostra domanda: “La questione ebraica di Kafka è diventata la domanda di chiunque e l’alienazione ebraica il modello per tutti i nostri dubbi. Cosa vuol dire essere islamici? Cosa vuol dire essere donne? Cosa vuol dire essere polacchi? Cosa vuol dire essere inglesi? Al giorno d’oggi, tutti noi ci ritroviamo ad agitare le zampe anteriori in maniera scomposta. Siamo tutti insetti, tutti Ungeziefer, ormai”. Gli scrittori sono l’avanguardia di ogni metamorfosi e spesso lo testimoniano con il loro vivere ma ancor più con il morire all’io. Di doni ne aveva tanti David Foster Wallace, morto suicida due anni fa, a cui Zadie dedica il lungo e complesso saggio finale, cominciato a scrivere quando era vivo, e diventato un omaggio attraverso l’analisi dei racconti “Brevi interviste con uomini schifosi”. Zadie lo definisce scrittore di parabole, capace di cambiare linguaggio e registro per entrare nella testa di ogni suo personaggio e mostrarne la condizione solipsistica. Come Kafka, su cui tra l’altro aveva tenuto un discorso, anche Wallace, annota Zadie, si contraddistingueva per “l’attaccamento alle parabole, l’orrore per l’individualità nella sua pienezza, il sogno dell’annullamento di sé”, di quel falso sé che come i mistici e i buddisti Wallace ripudiava. Fino alla scelta del cambiamento estremo. L’oblio di sé.

Titolo: Cambiare idea
Autore: Zadie Smith
Editore: Minimum Fax (collana Sotterranei)
Dati: 2010, 424 pp., 19,00 €

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Il meraviglioso mondo di Athanasius Kircher

Drago volante, in "Physiologia Kircheriana Experimentalis" di Athanasius Kircher, p. 247 (1680)

Anche senza rendercene conto, quando pensiamo al XVII secolo, pensiamo ad Athanasius Kircher. Spesso paragonato a Leonardo Da Vinci per la varietà degli interessi, forse non stonerebbe nemmeno, visto il carattere immaginifico, “estatico”, della sua erudizione, un accostamento a Jules Verne. Anche se forse la definizione migliore del gesuita Athanasius Kircher, prototipo dell’erudito universale del ‘600, resta quella con cui Paula Findlen, nel 2004, ha intitolato una raccolta di saggi a lui dedicati: The Last Man Who Knew Everything, l’ultimo uomo che sapeva tutto.

Nei suoi quasi ottant’anni di vita, Kircher si occupò di magnetismo, geologia, matematica, storia, medicina, biologia, meccanica, linguistica, musica. Fu a un passo dall’inventare il cinema. Viene annoverato tra i pionieri dello studio dei fossili e dei microbi (e dell’uso del microscopio). Studiò la terra (sopra e sotto) e il cielo. Inventò strumenti ed automi, prefigurò i computer, arrivò a conoscere ventiquattro lingue. Resterà per sempre celebre per aver gettato le basi alla decifrazione dei geroglifici, teorizzando per primo la possibilità di sfruttare a tale scopo il copto, come poi farà Champollion. Anzi, morì convinto di averli decifrati lui stesso per la prima volta; del resto, anche Colombo morì convinto di aver scoperto un passaggio per le Indie. Le sue opere, così riccamente adornate di simbolici iconismi studiati dallo stesso Kircher, restano ad oggi alcuni dei più bei libri della storia, a ragione appetiti dai collezionisti di tutto il mondo.

Insomma, una vita interamente dedicata alla conoscenza, in tutte le sue forme, che ben gli valse l’appellativo di “maestro in un centinaio d’arti”; e che ora possiamo ascoltare, in una nuova e fluidissima traduzione, dalla sua stessa voce, grazie alla bellissima (al solito) edizione de La Lepre (già editrice, pochi mesi fa, di un libro per alcuni versi accostabile a questo, l’Ipazia di Adriano Petta e Antonino Colavito). Una vita straordinaria che ci si dipana davanti agli occhi in cinque capitoli, dalla nativa Geisa, vicino a Fulda, fino a Roma, dove Kircher passò gran parte dell’esistenza al Collegio Romano, fondandovi quella grande Wunderkammer che fu il Musæum Kircherianum.

Nel mezzo, una serie di rocambolesche avventure nello scenario della sanguinosa Guerra dei trent’Anni: fughe nella neve e su mari in tempesta, peregrinazioni in foreste notturne infestate da banditi e belve, fiumi ghiacciati, montagne di fuoco… Una prova dopo l’altra, un pericolo dopo l’altro, da cui Kircher esce miracolosamente (e a volta un po’ comicamente: a ragione, nella sua postfazione, Eugenio Lo Sardo lo paragona, in queste occasioni, a Buster Keaton) sempre indenne, come sotto la protezione divina. Del resto, proprio così il gesuita Kircher interpreta la propria vita: come l’esistenza di un miracolato destinato a grandi imprese, ma sempre sotto l’egida di una conoscenza “laica”, che intendeva sviscerare sotto ogni suo aspetto.

Una figura complessa non tanto (o non solo) per la molteplicità di settori a cui applicò il proprio ingegno, quanto per il difficile rapporto che sempre fu costretto a intrattenere col proprio tempo: come quando studiava astronomia, ma doveva poi insegnare a scuola le vecchie e imbrigliate teorie delle sfere angeliche. Emblematico resta il caso dell’obelisco ritrovato a Santa Maria Sopra Minerva, che Kircher studiò su ordine di papa Alessandro VII. Gli furono trasmessi i disegni dei soli tre lati scoperti: il quarto era ancora sotterrato, e difficile da portare alla luce. Malgrado ciò, studiando i primi tre, Kircher ci racconta (non senza un po’ di teatralità) di aver descritto minuziosamente anche il quarto, che poi si rivelò corrispondere perfettamente alla sua descrizione.

L’evento era sensazionale, e non poté mancare di destare grande stupore. Dietro il “miracolo” operato da Kircher, alcuni videro l’ispirazione dello Spirito Santo, altri lo zampino del diavolo. Kircher non ebbe mai dubbi: né santi né dannati, né religione né magia; il gesuita sapeva che “la conoscenza acquisita in tanti anni di studio poteva essere attribuita alle sole forze dell’ingegno”. Su questo insegnamento di un gesuita del 1600 noi, “moderni” di pieno XXI secolo, abbiamo ancora molto da riflettere. E forse, in un’epoca come la nostra, di ingerenze ed ipocrisie religiose e di ambiguità e codardia intellettuale, proprio questo resta, al di là di tutto, l’insegnamento più grande della figura di questo gesuita, al contempo moderno e polveroso, fantasioso e geniale quanto fallibile e strampalato.

Titolo: Vita del Reverendo Padre Athanasius Kircher scritta da sé medesimo
A cura di Flavia De Luca, Ingrid Rowland, Eugenio Lo Sardo
Editore: La Lepre Edizioni
Dati: aprile 2010, pp. 120, € 14

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Leggi qui un estratto del capitolo IV,
La vita dopo il noviziato, per gentile concessione de La Lepre Edizioni