Gli universi stellari di Giulio Turcato

Mi era già capitato in un paio di occasioni di incrociare le opere di Giulio Turcato (Mantova, 1912 – Roma, 1995): prima alla GAM di Torino, dove sono esposte in permanenza tre sue Composizioni informali e, in seguito, non più tardi di un anno fa, collaborando alla realizzazione della mostra del Gruppo degli Otto del MACA di Acri. Soprattutto in questo secondo caso, posto a confronto con un nucleo di suoi contemporanei che, almeno per la breve durata della vita del “Gruppo”, gli erano affini nella ricerca teorica tesa al raggiungimento di una risoluzione informale intrisa d’introspezione e lontana da qualsiasi compromesso astratto-geometrico o figurativo, Turcato mi era apparso di un valore artistico e di una freschezza superiori rispetto agli altri, forse eguagliato dal solo Emilio Vedova.

Approfittando di un momento libero in un fine settimana romano frenetico e stancante, ho scelto, tra le varie possibilità espositive offerte dalla capitale, di recarmi al MACRO, mosso proprio dalla curiosità di conoscere più a fondo l’arte del pittore mantovano. La mostra Stellare, a cura di Benedetta Carpi De Resmini e Martina Caruso, celebra il centenario dalla nascita dell’artista raccogliendo una selezione non particolarmente numerosa, ma certamente mirata, di opere, in cui viene esaltata la delicata eleganza delle sue composizioni astratte (Stellare, 1973) e l’inserimento innovativo – quantomeno in Italia – di oggetti estranei all’interno della superficie pittorica, come accade nell’astrale Tranquillanti per il mondo del 1961.

A rendere ancor più piacevole la mostra sono i numerosi materiali d’archivio riposti all’interno di due monoliti di cassetti liberamente consultabili che troneggiano al centro dell’unica sala dedicata all’esposizione, e, soprattutto, lo splendido contrasto offerto dalle due opere principali della raccolta. Comizio (1950) offre una vigorosa rappresentazione dello stretto legame che, in quegli anni, intercorreva tra arte e politica, trasformando le bandiere rosse dei manifestanti in altrettante vele che colmano si sé la superficie di un mare urbano. Al lato opposto dell’allestimento, La porta (1973) combina la presenza scultorea della struttura in legno ai tratti sinuosi dell’artista, per aprirsi, guidata dalla mano del visitatore, su di un mondo ancor più variopinti, ideato da Turcato appositamente come universo pittorico di evasione dal mondo reale.

Fino al 13 gennaio 2013
MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma
Via Nizza 138, Roma
info: www.museomacro.org

Buon compleanno Gerhard Richter

Non c’è modo migliore per festeggiare l’ottantesimo compleanno di uno dei più importanti – e quotati – artisti viventi, che dedicargli una tripla mostra personale in alcuni dei più importanti spazi espositivi d’Europa. Dopo il successo riscosso alla Tate Modern di Londra e alla Neue Nationalgalerie di Berlino, la ricchissima collezione di opere del meritatamente acclamato pittore tedesco Gerhard Richter, che compongono la retrospettiva Panorama, è approdata nei vasti spazi bianchi dell’ultimo piano del Centre Pompidou di Parigi. Per nulla al mondo mi sarei perso l’occasione di affondare lo sguardo nell’infinita versatilità di un artista capace di passare dai grigi delle tele monocrome e del realismo fotografico all’astrattismo informale più cromaticamente intenso, senza perdere nulla in qualità e impatto emotivo.

Lasciandomi trasportare dai nastri di scale mobili che si inerpicano nei tubi trasparenti che sono le vene scoperte della struttura scheletrica ideata da Renzo Piano, mi carico di un’ansia anticipatoria che si fa più intensa man mano che il mio orizzonte parigino si allarga e lo sguardo supera le ultime fronde degli alberi e i piani alti delle case, i tetti scuri con i caratteristici abbaini, fino a cogliere una visione d’insieme della città, dal Sacro Cuore alla Tour Eiffel e poi le nuvole nel cielo azzurro – le stesse che vedrò, identiche per impressione di leggerezza e rarefazione, all’interno della mostra e non potevano mancare, perché la pittura di Richter raccoglie un intero universo fatto di memorie tragiche e dattagliatissime ossessioni.

C’è Parigi anche all’interno delle sale del Centre Pompidou, ma è quella degli edifici martoriati della Seconda Guerra Mondiale, raccontata con una precisione stupefacente in un dipinto del 1968. Sono gli anni in cui Richter lavora a partire dalle fotografie, ritraendo una serie di importanti testimonianze storiche. Continuerà a farlo per tutto l’arco della sua carriera, come testimonia la tela del 2005 dedicata al disastro delle Torri Gemelle. Anche in questo caso il realismo è impressionante, ma Richter riesce a superare le sue capacità tecniche con un semplice gesto romantico e filosofico: passando un pennello bagnato sul dipinto ancora umido restituisce una lieve impressione di offuscamento. La riconoscibilità rimane imperturbata, ma l’opera acquisisce una dimensione ulteriore, quella del tempo.

Il percorso attraverso cui si dipana la mostra è cronologico e tematico e muovendosi a passo lento, di sala in sala, ci si imbatte nell’infinita malinconia dei monocromi degli anni Settanta, in pieno contrasto con le successive opere astratte. Le loro grandi dimensioni sembrano fatte apposta per fagocitare i visitatori al loro interno. Sono viscerali, istintive, ferine quanto lo erano i dipinti di Emilio Vedova, ma Richter, rispetto al grande maestro veneziano, ha un gusto più spiccato per i colori intensi, acidi, che in certi casi lambiscono la fluorescenza.

Proseguendo nella visita non si può fare a meno di sentirsi sopraffatti dalla quantità di opere presenti e dalla loro varietà: i ritratti di fronte, quelli enigmatici di spalle con i capelli a tal punto setosi che viene l’irresistibile desiderio di accarezzarli, le stampe digitali, le tele fatte di linee colorate che si sovrappongono l’una all’altra con rigore matematico. È un’apoteosi. È la consacrazione di un genio dell’arte contemporanea che parla di memoria, passione e infinito, ed è già un classico le cui opere supereranno i limiti circostanziali dell’epoca del ready made e del concettualismo. Buon compleanno Gerhard Richter!

 

Fino al 24 settembre 2012
Centre Pompidou, Parigi
www.centrepompidou.fr

Cosa resta del Dadaismo?

C’è stato uHans Richter - Man Kann, 1960n momento, a ridosso della fine del primo conflitto mondiale, in cui la devastazione e l’orrore provocati da quella stessa sanguinosissima guerra furono vissuti come l’inevitabile portato di una cultura vecchia, autoritaria e violenta. Il termine dei combattimenti venne accompagnato, prima nella neutrale Svizzera e poi nel resto dell’Europa centrale, dall’improvvisa nascita di un movimento avanguardistico che trovava nel totale rifiuto delle regole linguistiche ed estetiche la propria prerogativa e il proprio manifesto. Il Dadaismo nacque dalla voglia di libertà dei suoi membri e in totale libertà si sviluppò a cavallo tra le due guerre.

Hans Richter - Dreams that money can buy (still), 1947L’artista e cineasta tedesco Hans Richter (Berlino, 1888 – Locarno, 1976) è uno dei migliori esempi dello spirito Dada. Infarcito delle modalità pittoriche dell’espressionismo tedesco, trova presto scomodo l’angusto spazio della tela, troppo risicato per le sue ambiziose sperimentazioni. Si sposta, allora, sui rotoli di origine orientale, ma anche quelli rimasero solo una tappa intermedia di una progressione artistica che cerca di restituire il movimento in assoluta purezza. L’unica soluzione era il film ed egli è tra i primi e più eccelsi sperimentatori di quel nuovo mezzo espressivo, giungendo sino ad aggiudicarsi un Leone d’Oro a Venezia per il lungometraggio Dreams That Money Can Buy (1947), presente nella mostra Dada fino all’ultimo respiro assieme ad altri trenta esemplari della produzione cinematografica del grande artista tedesco e di altri suoi contemporanei e compagni dadaisti, quali Marcel Duchamp, Fernand Léger e Man Ray. Queste opere, sommate alle settanta testimonianze grafiche e pittoriche che spaziano lungo tutta la carriera artistica di Richter, compongono l’importante retrospettiva che il MACA di Acri (Cs) ospita fino al 7 ottobre 2012.

You are the one who has Changed from Gabe Vega on Vimeo.

Hans Richter, Variation sur le theme des tetes dadaLa mostra, a cura di Marisa Vescovo e realizzata in collaborazione con le associazioni culturali De Arte e Oesum Led Icima, è un dovuto omaggio a uno dei più importanti e poliedrici artisti del Novecento, capace di restituirne lo spirito innovatore in un allestimento che non trascura nessuno dei numerosi media artistici a cui Richter si è dedicato durante la sua lunga carriere.

Giuseppe Lo Schiavo, I Stay Here, 2012, cm 40x 65, fine art printA partire dal 15 settembre 2012, alla mostra verrà affiancata un’esposizione di lavori dei sette giovani artisti vincitori del concorso Young at Art (Walter Carnì, Giuseppe Lo Schiavo, Armando Sdao, Valentina Trifoglio, Giuseppe Vecchio Barbieri e il duo MovimentoMilc, formato da Michele Tarzia e Vincenzo Vecchio), che reinterpreteranno, ognuno attraverso il proprio peculiare stile, le suggestioni provate confrontandosi con l’opera di Richter, dando vita a un’interessante riflessione sull’eredità del Dadaismo nell’arte contemporanea, declinata attraverso l’intero spettro delle sue modalità espressive: pittura, scultura, body art, grafica vettoriale, fotografia e video-arte. Per chi fosse curioso, alcune opere dei sette giovani artisti sono visibili al link http://www.mediocratitour.it, in una riproposizione digitale della mostra che li ha visti protagonisti al MACA nei mesi di aprile e maggio.

Hans Richter. Dada fino all’ultimo respiro
fino al 7 ottobre 2012
http://www.museovigliaturo.it

I magnifici Otto dell’astrattismo italiano al MACA di Acri

C’è chi festeggia l’Arte povera, chi, per ripicca, glorifica la Transavanguardia e chi, infine, esce dallo stantio schema autocelebrativo proponendo una mostra che è frutto di una ricerca vera e appassionata, nonché di un amore incondizionato per l’arte del Novecento. Mentre nel resto d’Italia si canonizzano i due movimenti creati da Germano Celant e Achille Bonito Oliva – canonizzazione proposta e perpetrata dagli stessi critici/padrini –, al MACA di Acri, in provincia di Cosenza, si rende il giusto omaggio a un gruppo bistrattato e misconosciuto che, nonostante la sua breve parabola, ha dato l’avvio all’arte informale italiana.

Emilio VEDOVA, Oltre, 1987, pittura su tela, cm 61 x 81Il Gruppo degli Otto è passato come una cometa burrascosa nel cielo della pittura italiana del secondo dopoguerra. È durato solo due anni – tra il ’52 e il ’54; appena un paio Biennali di Venezia vissute come gruppo, ma un’altra ventina come singoli, giusto per far capire con che caratura di artisti abbiamo a che fare –, ma è comunque riuscito a lanciare un messaggio forte e duraturo a un mondo dell’arte troppo legato a ideologie politiche che tendevano a confinare l’estro del singolo all’interno di comuni schemi realisti prestabiliti. Per dirsi comunisti bisognava dipingere come Guttuso, altrimenti si era trattati alla stregua di eretici e, proprio come in quegli stessi anni aveva fatto Elio Vittorini scontrandosi contro il diktat di Palmiro Togliatti, così fecero gli otto spiriti liberi che, guidati dal critico Lionello Venturi, decisero di dire basta alla stanca vicenda del Fronte Nuovo delle Arti, aprendosi alle ventate di novità che giungevano dagli Stati Uniti e dalla vicina Europa.

Afro, Birolli, Corpora, Moreni, Morlotti, Santomaso, Turcato e Vedova capirono, in anticipo sui loro connazionali, che per un artista era fondamentale seguire il proprio animo e distenderlo sulla tela seguendo solo le proprie inclinazioni, senza istruzioni esogene. Certo, la mancanza di un vero e proprio Manifesto, accomunata ai forti caratteri che contraddistinguevano ciascuno degli Otto, fece in modo che l’esperienza tramontasse precocemente, ma guardando le quaranta opere – tra tele di grandi dimensioni e litografie – in mostra al MACA fino al 26 febbraio 2012, si capisce che quel tragitto fatto insieme, seppur breve, fu ricco di stimoli reciprochi, tanto che in Mattia Moreni capita, a volte, di cogliere l’impetuosità di Emilio Vedova e in Giulio Turcato le geometrie di Renato Birolli. La mostra non presenta solo opere create nei due anni di vita del gruppo – anche se non mancano alcune importanti testimonianze del periodo –, ma segue i suoi protagonisti nella loro personale vicenda, offrendo una panoramica esaustiva capace di restituire proprio quel marcato carattere di cui ho già accennato e che ha fatto sì che tra gli Otto non ci siano comparse, ma voci tonanti e intense da veri protagonisti dell’arte del secolo scorso.

AFRO Libio Basaldella,1963,  tecnica mista su carta di giornale, cm.43X63Ennio MORLOTTI, Composizione,1973, olio su tela, cm 100x80Mattia MORENI, Immagine Bestiale, 1960, olio su tela, cm 190x190Antonio CORPORA, Movimento,1975, olio su tela, cm 65x81

ASTRATTOCONCRETO. Il Gruppo degli Otto

Fino al 26 febbraio 2012

www.museovigliaturo.it