Andy Warhol e l'essenza dell'apparenza

È proprio vero che gli anni ’60 non passano mai di moda. A riprova di ciò si potrebbero citare un’infinità di esempi estratti da qualsivoglia settore culturale possibile e immaginabile. Giusto una manciata di giorni fa, per dire, Paul McCartney registrava il tutto esaurito sia a Milano che a Bologna. Questo vale anche per l’arte, ovviamente. Basti pensare che, dall’ottobre scorso, l’intera penisola è infestata di mostre dedicate all’Arte povera (e noi non ce le siamo lasciate scappare). Ma se c’è un artistica che, più di tutti gli altri, è sinonimo di quel decennio straordinario, questo è senza alcun dubbio Andy Warhol.

La mostra Dall’apparenza alla trascendenza – fino all’11 marzo 2012 al Centro Saint Benin di Aosta –  ripropone il percorso creativo del padre della Pop art attraverso una collezione di oltre settanta lavori, tra cui spiccano le celeberrime “icone” che, assieme alla serie di opere dedicata alle zuppe Campbell, sono l’essenza stessa dell’arte warholiana. I variopinti ritratti di Mao Tse-Tung, Marylin Monroe e Liza Minnelli – tutti presenti in mostra – sono quasi più riconoscibili dei volti reali degli stessi personaggi e certamente hanno avuto un ruolo fondamentale nello spingerli oltre la semplice fama, ergendoli al rango di icone immortali.

L’allestimento curato da Francesco Nuvolari, però, trova il suo vero punto di forza nel tentativo, riuscito, di andare oltre la mera proposta di opere arcinote a tutti – per quanto geniali e quindi sempre godibili –, inserendo l’artista originario di Pittsburgh all’interno di un contesto più ampio, quello della società dell’immagine, di cui egli stesso fu uno dei più celebri portabandiera. La serie degli Space Fruits, i già citati ritratti delle zuppe Campbell – riprese addirittura su di un sacchetto della spesa di carta, del 1966, e sulla tomaia di un paio di scarpe distribuite al Club 54 di New York, nel 1978 – e, soprattutto, la sorprendente collezione di copertine di dischi – da Sticky Fingers dei Rolling Stones, autografato da Mick Jagger e dallo stesso Warhol, fino alla celeberrima banana dei Velvet Undeground – testimoniano perfettamente di una creatività vulcanica sempre connessa a uno spiccato spirito imprenditoriale e opportunistico.

Perché, se Warhol è Warhol, cioè il nome più famoso dell’arte del secondo dopoguerra, è proprio grazie alla sua geniale trovata di “abbassare” l’arte al livello dei prodotti commerciali, rendendola, in un certo senso, più democratica, perché più facilmente reperibile, acquistabile, e quindi inserendola nel meccanismo della macchina consumistica. Lui che aveva predetto i 15 minuti di fama per ogni essere umano, aveva perfettamente capito come guadagnarsi la gloria immortale.

Andy Warhol - Judy GarlandAndy Warhol - Liz TaylorAndy Warhol - ManRay 1974Andy Warhol - InterviewMagazine Madonna 1985Andy Warhol - Liza Minnelli white ground 1978

 

Andy Warhol. Dall’apparenza alla trascendenza

Fino all’11 marzo 2012

Centro Saint Benin, Aosta

Povera, bella e del tutto innocua

Buren, Peinture sespendueGli anni ’60, come si è ripetuto fino alla noia, sono stati un decennio fondamentale per la ricerca in ambito artistico e, senza alcun dubbio, hanno sparigliato le carte in tavola più di quanto non avessero fatto la dionisiaca arte informale e l’apollineo astrattismo geometrico del secondo dopoguerra. Questa è l’epoca del concettualismo, della Pop art, dell’arte performativa, del minimalismo e, in Italia, dell’Arte povera. Lo si voglia o no, questi sono i padri e le madri di un’arte  incomprensibile per il grande pubblico e che gli stessi esperti del settore fanno spesso fatica a digerire. E allora, nell’orgia celebrativa del 2011, si è ben pensato di infilare anche i festeggiamenti di quello che è stato l’ultimo importante movimento artistico sfornato dalla penisola – con buona pace di Achille Bonito Oliva e della sua Transavaguardia –: l’Arte povera, appunto.

Il famigerato gruppo dei poveristi, nato nel 1967 attorno al critico Germano Celant, giunge dunque alla consacrazione storiografica – dopo aver incassato ampiamente quella del mercato – attraverso una serie di otto appuntamenti espositivi che si snodano sulla superficie peninsulare, dal MAMbo di Bologna al MADRE di Napoli, passando per Milano, Roma, Bergamo, Bari e, ovviamente, il Castello di Rivoli (To), che mai ha sottaciuto il suo amore per i vari Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Mario e Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Giuseppe Penone, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini e Gilberto Zorio.

Ogni singola mostra ha la sua peculiarità e quella del Castello di Rivoli sta nell’inserire una serie di opere storiche dei poveristi all’interno di un’ottica internazionale, dando vita a un gioco di rimandi, comunanze e contrasti con alcuni nomi importanti del panorama artistico di quegli anni: Oppenheim, Sol LeWitt, Warhol, Art & Language, Beuys ecc. ecc. L’operazione Arte Povera International è senz’altro riuscita e a provarlo ci pensa, ad esempio, il suggestivo dialogo tra un Concetto spaziale di Lucio Fontana e uno specchio deformante di Pistoletto, due indagini sul tema dello spazio tanto diverse nei materiali e nella forma quanto affini nel risultato distorcente.

Calzolari, Senza titoloCiononostante, lo scambio dialettico più affascinante, nonché il più facilmente fruibile, è quello che avviene tra le opere e le sale splendidamente decorate della seicentesca dimora sabauda che si affaccia da un colle sulla città Torino. L’impatto visivo generato dal contrasto estremo tra gli spazi merlettati e stuccati e le crude installazioni di Penone, Kounellis e Calzolari è di una forza a tal punto dirompente che, in assoluta spontaneità, allo spettatore vien da pensare che questi ammassi di foglie secche raccolte e accatastate contro tre pareti, le scarne lampadine e i vestiti e le scarpe scure adagiate sul pavimento siano addirittura belli.

Giunti a questo punto si sa che la consacrazione è avvenuta: l’Arte povera è finalmente diventata un classico degno di una retrospettiva museale. Anzi, di otto! Al contempo, è ovvio che essa abbia irrimediabilmente perso tutta la sua essenza provocatoria che, alla nascita, come il punk in ambito musicale o i sessantottini in quello politico e sociale, aveva scardinato i meccanismi di un marchingegno stanco, mostrando quanto bastasse poco per fare arte e per spaventare i benpensanti. Oggi il punk è stato edulcorato a tal punto da piacere alle pischelle, i sessantottini difendono Berlusconi a spada tratta e l’Arte povera è addirittura bella. C’è da dire che, all’epoca, quando ancora non entrava nei castelli e non sfiorava valutazioni milionarie, faceva davvero schifo a tutti. Bei tempi quelli.

Warhol, Ritratto ProustKounellis, LettoPistoletto, LampadinaPenone, Albero 11 metriKounellis

Arte Povera International
Fino al 19 febbraio 2012
Castello di Rivoli (To)

La vita segreta di Maurizio Cattelan

cattelanNel 2004 furono i tre bambini impiccati ai rami di un albero secolare in piazza XXIV maggio, nel cuore trafficato di Milano, a scatenare le polemiche e le invettive dei cittadini del capoluogo lombardo, tanto che, uno di loro, armato di scala e cesoie andò a “salvarli” nottetempo. Sei anni più tardi, in occasione della sua striminzita, seppur suggestiva, mostra a Palazzo Reale, sempre a Milano, Maurizio Cattelan, ex enfant prodige dell’arte italiana e oggi suo più decorato alfiere, scatenò l’ennesima polemica posizionando l’ormai famigerato dito medio di marmo bianco al centro di piazza degli Affari, rivolto in direzione di Palazzo Mezzanote, sede della Borsa. Passato un altro anno, non si è ancora smesso di parlare di quell’irriverente scultura. C’è chi vorrebbe tenerla per il prestigio che darebbe alla città – tra gli ultimi, Stefano Boeri, assessore alla Cultura della giunta Pisapia –, e chi, invece, proprio non la sopporta, non la vuole più vedere ed è pronto a cederla alla prima città che ne facesse richiesta.

La verità è che, così facendo, non si smette mai di parlare di Maurizio Cattelan, un ossimoro vivente che riesce a coniugare l’assenteismo proprio delle star – a giugno ha “bucato” un’ennesima conferenza, questa volta in quel di Padova – e l’ubiquità. Lo scorso fine settimana, Cattelan era ad Artissima con il suo tappeto che riprende il disegno della scatola del formaggino Bel Paese, alla Biennale di Venezia con i suoi piccioni, al Guggenheim di New York con la sua ultima incredibile retrospettiva intitolata All e, infine, nelle migliori librerie con il libro-intervista Un salto nel vuoto (Rizzoli, 2011), realizzato in collaborazione con Catherine Grenier, condirettrice del Centre Pompidou di Parigi.

Maurizio-CattelanQuest’ultimo offre l’occasione di conoscere più intimamente un artista schivo che aveva finito per coincidere quasi esclusivamente con le proprie opere e il cui volto reale era stato soppiantato da quello lievemente caricaturato dei suoi ritratti in cera. Veniamo a conoscenza di un’infanzia padovana solitaria, del lavoro in ospedale, del difficile rapporto col padre e, soprattutto, del costante anelito alla libertà, il vero motore che l’ha portato ad abbandonare una mera prospettiva di sopravvivenza che occupava otto ore della sua giornata, per inventarsi prima designer di mobili e lampade e, successivamente, artista.

Ancor più interessante è ripercorrere l’intera vicenda di questa carriera creativa, dai suoi geniali esordi concettuali – AC Forniture Sud, del 1991, progetto di una fantomatica squadra africana di calcio i cui giocatori erano in realtà un gruppo di venditori ambulanti; le casseforti svaligiate del 1992; il proprio spazio alla Biennale di Venezia del 1993 “affittato” a una marca di profumi –, passando per lo spartiacque costituito da La ballata di Trotsky (1996), il famoso cavallo sospeso che viene individuato da Greiner come il primo lavoro più prettamente scultoreo dell’artista, fino alla già citata immensa personale in pieno svolgimento in quel di New York, dove oltre duecento opere dell’artista – tra cui il papa colpito da un meteorite, l’Hitler inginocchiato e l’autoritratto che spunta da un buco nel terreno – galleggiano a mezz’aria, appese ad altrettante corde, impiccate proprio come i tre bambini dello scandalo del 2004, ma non con l’intenzione di creare l’ennesima polemica. Come dice lo stesso Cattelan, l’idea è quella di togliere loro “il lato tragico. L’insieme di tutte queste opere forma un’altra opera, un’opera unica. Per anni ho lavorato sulla decontestualizzazione. Adesso sono arrivato al punto in cui decontestualizzo me stesso”.

Stanco di essere visto come un costruttore di polemiche ad hoc, come ultimo atto, l’artista mostra le sue opere per ciò che sono materialmente e siamo certi che anche questa mossa farà parlare a lungo di lui.

Titolo: Un salto nel vuoto. La mia vita fuori dalle cornici
Autori: Maurizio Cattelan e Catherine Grenier
Editore: Rizzoli
Dati: 2011, 145 pp., 18,00 €

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Che cosa succede in città. Torino. Questa non è Artissima

La città di Torino si appresta ad affrontare un fine settimana che può benissimo essere inteso come il vertice della sua stagione artistica. Ovviamente ci riferiamo alla tre giorni fieristica di Artissima, giunta quest’anno all’edizione della maturità, la diciottesima. Per festeggiare si è ben pensato di raddoppiare l’evento fieristico, contrapponendo alle oltre cento gallerie nazionali e internazionali che esporranno all’Oval Lingotto Fierie, un’altra manifestazione, The Others, al Museo del Carcere Le Nuove, a cui prenderanno parte altre quaranta realtà del panorama italiano. Come se non bastasse, per il settimo anno di fila, il quartiere multietnico di San Salvario diventerà il palcoscenico di Paratissima, l’evento off di Artissima, che, dismessi i panni sgangherati delle primissime edizioni, presenta un parterre di eventi tanto ampio quanto interessante.

Sembrerebbe più che sufficiente per soddisfare anche i palati onnivori degli appassionati più esigenti, ma non finisce qui. Anticipando di una settimana le infinite inaugurazioni del weekend artistico torinese prossimo venturo, lo scorso 27 ottobre, hanno aperto i battenti due mostre, accomunate l’un l’altra dall’alta qualità dell’offerta, che si spera possano trarre giovamento dall’assiepamento di aficionados del contemporaneo che prenderà presto d’assalto il capoluogo piemontese.

La mostra del collettivo Truly Design, presso la Galo Art Gallery, ha già riscosso un sorprendente successo di pubblico nella sua serata inaugurale, tanto che, avvicinandosi alla galleria, si aveva l’impressione di avere a che fare con un vivace locale notturno, più che con una mostra. Poco distante, il vernissage della personale dell’artista americana Andrea Polli, al PAV (Parco d’Arte Vivente), pur avendo richiamato un numero più ristretto di persone, non per questo è risultato meno coinvolgente.  Giostrarsi tra le due mostre nell’arco di una sola serata ha il beneficio di sottolineare ulteriormente quelle che, al momento, sono le due correnti artistiche più vivaci e stimolanti: la street art e l’arte ecologica, lontane centinai di chilometri l’una dall’altra, ma accomunate dalla capacità di instaurare un discorso diretto e immediato con il pubblico.

I quattro di Truly Design (Emanuele ‘Rems182’ Ronco, Marco ‘Mach505’ Cimberle, Rocco Emiliano ‘Ninja1’ Fava e Mauro ‘Mauro149’ Italiano) riescono ad affascinare grazie a un immaginario pop variegato e non banale, che riflette i caratteri ben distinti di ciascun membro – dai ritratti di altri writers e delle loro bombolette, ai vortici animaleschi –  e, soprattutto, per l’esplosione abilmente calibrata della gamma cromatica impiegata, che da vita a un panorama infinito di varianti, da quelle più intense e infuocate a quelle oniriche e insalubri.

 

Al PAV, Andrea Polli, con la sua mostra Breathless, gioca su un altro tipo di comunicazione che, pur fondandosi anch’essa su di un’iniziale fascinazione estetica – la cascata infuocata Particle Falls e la FIAT 500 avvolta nella nebbia da lei stessa prodotta lasciano realmente senza fiato –, travalica successivamente nella divulgazione di dati climatici estremamente complessi e astratti. Le opere della Polli sono in primo luogo dei veicoli divulgativi. Tanto la cascata digitale, che la FIAT 500 rendono visibile un lato nascosto dell’ambiente artificiale con cui abbiamo a che fare quotidianamente, la prima cambiando di intensità luminosa man mano che muta il tasso di PM10 rilevato all’ingresso del museo e la seconda manifestando l’inquinamento prodotto da una singola automobile sotto forma di vapore acqueo.

C’è da esser certi che non tutta l’arte in esposizione ad Artissima sarà in grado di far pensare quanto le opere di Andrea Polli e, men che meno – viste alcune astruse tendenze contemporanee – sarà capace di affascinare con l’immediatezza di quelle del collettivo Truly Design, ma le due mostre saranno aperte anche il prossimo fine settimana, quindi, se proprio non ne potrete più di gallerie snob che vi impongo la loro idea di arte, be’, sapete dove recarvi. Dite che vi mandiamo noi.

Truly Design – Questo non è un graffito
fino al 26 novembre 2011
Galo Art Gallery
Via Saluzzo 11/g
011 7900074
info@galoartgallery.com
www.galoartgallery.com

 

Andrea Polli – Breathless
fino al 26 febbraio 2012
PAV
Via Giordano Bruno 31
011 3182235
www.parcoartevivente.it

Venezia, per amanti dell’arte

Llyn_FoulkesDella Biennale di Venezia ne hanno già parlato praticamente tutti, com’è giusto che sia. Tra il giugno e il luglio scorsi c’è stato un bombardamento di notizie, articoli, recensioni, opinioni, tutti incentrati sull’appuntamento artistico per eccellenza, giunto quest’anno alla sua 54esima edizione. Siamo arrivati tardi, verrebbe da concludere. L’argomento non è più così caldo perché, in fin dei conti, manca poco più di un mese alla chiusura dei battenti.

Eppure, proprio negli ultimi giorni, la Biennale è tornata all’onore delle cronache a causa dell’infausta decisione, presa dal ministro per i Beni culturali Giancarlo Galan, di sostituire Giulio Malgara, fondatore e presidente dell’auditel, all’amatissimo Paolo Baratta, nel ruolo di Presidente dell’evento lagunare. Il quotidiano La Nuova Venezia, nel giro di pochi giorni, ha già raccolto più di mille firme a favore della rielezione di Baratta e visitando i Giardini e l’Arsenale, i cui sono diffusi i vari padiglioni nazionali, la reazione degli “indignados” della cultura non stupisce affatto.

La Biennale funziona: è bella, affascinante, allo stesso tempo disorientante e sorprendente. È colorata di stili immensamente diversi tra di loro. Si passa, nel giro di poche decine di metri, dal freddo gelido e noioso del padiglione scandinavo, al caldo infuocato dei pavimenti di legno intagliati a raffigurare i volti delle miserie politiche italiane – Berlusconi, Andreotti, Santanchè, Claderoli – di quello danese, uno dei migliori dell’intera manifestazione e sicuramente il più pregno di critica alla classe dirigente; dalle centinaia di piccioni inquietanti di Maurizio Cattelan, che sovrastano minacciosi l’intero padiglione centrale curato dalla svizzera Bice Krueger, quasi a voler significare che anche quest’arte nuova, o quantomeno recente, è già vecchia quanto i monumenti delle nostre piazze e pronta a ricevere le deiezioni dei pennuti, alle magnifiche opere del Tintoretto, presenti nello stesso padiglione della Krueger, che fanno respirare una fresca boccata di forme e colori, dopo tutti i minimalismi e i postmodernismi precedenti.

In Francia, Christian Boltanski ha allestito una labirintica fabbrica delle nascite, in cui scorrono velocissimi i volti di centinaia di neonati, mentre in due sale aumentano a velocità diverse le cifre che segnano il numero delle nascite e quello delle morti che avvengono nel mondo, con il primo sempre superiore al secondo. Il padiglione degli Stati Uniti è stato messo interamente nelle mani del duo Allora & Calzadilla, capaci di sorprendere sia con un carro armato rovesciato, i cui cingoli vengono mossi da un tapis roulant sui cui corre un atleta e con il geniale organo a canne che, al posto dei tasti, ha un bancomat funzionate e suona ogni volta che qualche coraggioso supera la folla per ritirare dei soldi.

Della famigerata accozzaglia del Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi si è ormai già detto tutto e per un’analisi approfonditissima che mi trova pienamente d’accordo, vi rimando all’articolo Adieu, Venise scritto da Massimo Rizzante. Purtroppo, proprio per la caotica immensità del progetto – più di 200 opere affastellate l’una sull’altra – è difficile distinguere i sommersi dai salvati. Eppure, il passaggio dai padiglioni minimalisti, come quello inglese o quello belga, in cui viene presentato un solo artista, a questo magazzino dell’arte italiana, trova il suo fascino proprio nella sregolatezza effimera del secondo, privo di contenuti, o comunque abilissimo nel nasconderli. L’importante e non passare troppo tempo tra l’ammasso di dipinti e sculture voluto da Sgarbi, perché ci sono opere che valgono ben di più di queste, come l’incredibile The Clock, dell’artista Christian Marclay, giustamente premiata con il Leone d’oro. Immaginate un film che duri 24 ore e che, attraverso delle inquadrature di orologi estrapolate da una quantità pressoché infinita di film più o meno famosi, scandisca esattamente il tempo reale. Quando sullo schermo appare una scena di Via col vento, in cui un pendolo segna le 15.31, voi guardate il vostro orologio e scoprite divertiti che anche per voi, come per Rossella O’Hara, sono le 15.31 e così via, per un’intera giornata scandita temporalmente dalla finzione cinematografica.

Forse, a dicembre, qualcuno comincerà a tirare le somme di questa Biennale, ma noi, nel nostro piccolo, suggeriamo di non farlo, perché l’esperienza è troppo complessa ed eterogenea per essere racchiusa in un singolo giudizio. La speranza è che con il passaggio dalla guida di Baratta a quella del Signor Auditel, la manifestazione non si trasformi nella Biennale degli ascolti, piuttosto che in quella dell’arte contemporanea in tutte le sue forme, dalle più deprecabili a quelle più geniali.

 

54. Biennale di Venezia

fino al 27 novembre 2011

Christian Marclay, The Clock

Il giorno più nero

fotografia di Giulia ValentiniUna ricerca del 2010 aveva decretato che il giorno più nero dell’anno fosse il terzo lunedì di gennaio. Le vacanze natalizie sono ormai finite da un pezzo e le prossime sono ben lontane dall’apparire all’orizzonte, fa freddo, c’è poca luce. Tutti ottimi motivi per abbandonarsi alla depressione, non c’è dubbio, ma esclusivamente in un’ottica individuale. Se lo sguardo, invece, si fa più ampio, sino ad inglobare l’intera ultima decade della storia dell’umanità – i disgraziati “anni zero” –, con estrema certezza, quell’etichetta di “giorno più nero” andrebbe a posarsi sulla data dell’11 settembre 2001. Nero è stato quel giorno, nere le sue immagini che fanno parte della memoria collettiva, nere le oltre duemila vittime dell’attacco terroristico e ancor più nere, se possibile, le conseguenze di quel giorno, che ancora si trascinano a dieci anni esatti di distanza.

La mostra Su nero nero, in svolgimento al Centro d’arte contemporanea del Castello di Rivara, nel Canavese, regione a metà strada tra Torino e Ivrea, raggruppa una vastissima collezione di nerissimi sintomi della depressione globale in cui è piombato l’Occidente in seguito agli attacchi alle Torri Gemelle di New York. Neri sono i meccanici cani da caccia che puntano aggressivi gli spettatori all’ingresso dello splendido castello. Nero, se non per il mento e i bianchissimi occhi sgranati, è il Batman accovacciato e terrorizzato. Nere le sedie che colano sul pavimento e le borse di materiale riciclato. Nerissima è la monumentale scultura Deriva di Paolo Grassino che copre l’intera altezza della biblioteca del castello, con il suo ammasso di tubi di cartone che ricordano un roveto suburbano in cui è stata gettata la carcassa di un’automobile.

Molti degli artisti in mostra sembrano ben coscienti della straordinaria capacità del nero di esaltare gli altri colori. Tutto si illumina ulteriormente se stagliato su di uno sfondo completamente nero e così accade alle fragili margherite di Daniela Perego, o agli iridescenti tatuaggi che coprono i corpi di baffuti energumeni d’inizio Novecento.

Il colore nero genera immediatamente degli affascinanti contrasti e il gallerista torinese Franz Paludetto, curatore della mostra, ha saputo sfruttarli al meglio, certamente facilitato dalla cornice che ospita le opere, ancor più nere tra le pareti bianche delle sale del castello; fantasmi della tragedia newyorkese che diventano ancor più inquietanti nella noiosa tranquillità di una domenica pomeriggio canavesana.

Su nero nero
dall’11 settembre al 13 novembre
Castello di Rivara
piazza Casimiro Sillano 2, Rivara (To)
Info: www.castellodirivara.it

LUX AETERNA from Jacopo Jenna on Vimeo.

Alia super aliam (non vedo quasi più) from annamaria di giacomo on Vimeo.

Ritorno from claudia gambadoro on Vimeo.

Il corpo è l’anima. Fritz Baumgartner al MACA di Acri

In questi primi cinque anni di attività, uno dei pregi principali del MACA (Museo Arte Contemporanea Acri) è stato quello di riuscire a presentare al pubblico degli artisti che, seppur non particolarmente noti al pubblico, sono contraddistinti da un valore e un fascino indiscutibili. L’anno scorso era stata la volta di Joël Stein, uno dei padri dell’arte cinetica e membro fondatore del GRAV (Gruppo di Ricerca di Arte Visuale) e, successivamente, di Aldo Mondino, artista poliedrico ed esotico che, nella Torino degli anni Sessanta, aveva avuto il coraggio di allontanarsi dal movimento dell’Arte povera per seguire una strada personalissima fatta di ironia ed estrema padronanza tecnica.

L’artista austriaco Fritz Baumgartner (1929-2006), a cui il museo dedica la sua mostra estiva, è anch’egli un nome forse poco noto, ma, proprio come quelle degli artisti che l’hanno preceduto tra le mura di Palazzo Sanseverino Falcone, le oltre sessanta opere, tra dipinti e sculture, che compongo quest’antologica, sono le lampanti dimostrazione di una personalità forte congiunta ad un’estrema sensibilità cromatica e una padronanza segnica degne di ben maggior fama.

A colpire, in primis, è il costante ritorno della figura umana. L’ampio allestimento permette di percorrere l’affascinante evoluzione che essa ha subito nel tempo, attraverso una serie di tele che coprono l’intera carriera artistica di Baumgartner, dagli esordi degli anni Cinquanta, passando per la cupezza mistica delle tele più prettamente espressioniste del decennio successivo, le figure stilizzate e concentriche degli anni Settanta e l’approdo finale a una figurazione astratta personalissima, fatta di ombre e corpi incandescenti che si sviluppano sulla tela come i cerchi su una superficie d’acqua.

Le figure sono voluttuose, sensuali, calde e, allo stesso tempo, appaiono rarefatte come spiriti, delle essenze mistiche e passionali. Le tele sono attimi di vita interiore catturati attraverso gli straordinari accostamenti cromatici – da quelle più solari, come Sette donne (2001), alle più cupe e lancinanti, di cui è un perfetto esempio Pietà (2006), una delle ultime opere realizzate dall’artista, che presenta un Cristo quasi cubista dal corpo livido, fatti di verdi e blu che precipitano  nel nero, e una Madonna trasfigurata dal dolore, il volto rotto da un grido lancinante; un dipinto carico di un’umanità sofferente distante anni luce dalla calma ieratica della celeberrima Pietà michelangiolesca.

L’umanità è il vero tratto distintivo di queste opere, il loro filo conduttore, e la si coglie non solo nell’ovvia presenza dei corpi e dei volti, costanti protagonisti delle tele, ma nello stesso gesto utilizzato dall’artista per comporle. Gli splendidi disegni su carta sono i perfetti specchi di una sensibilità profonda, visionaria, capace di estrarre le emozioni più intime con dei ripetuti e sicuri passaggi di matita. Il disegno su carte – come sosteneva lo stesso Baumgartner – è il momento della verità e la verità che ci viene restituita da questa mostra è quella di trovarsi di fronte a delle opere straordinariamente intense e suggestive.