L’inchiostro sangue del Rio della Plata traccia derive esistenziali e sociali

Se avete una “straordinaria passione per i paradossi dall’equilibrio instabile, come piramidi poggiate sulla punta”, la lettura che fa per voi, in amaca e in ogni luogo, è Inchiostro sangue, antologia di racconti del Rio de la Plata corredata da saggi, a cura di Loris Tassi e Antonella De Laurentiis (edizioni Arcoiris). Il libro è un assaggio, uno ‘sfizio’ croccante e sapido; piacevole scoperta per chi si apre al mondo della letteratura catalogata come poliziesca, ma abbiamo ragione di credere anche per i lettori di consumata competenza. Il poliziesco: genere ‘ferroviario’, secondo qualcuno, o balneare secondo un’altra variante consolidata; gioco fantastico in forma di crimine rompicapo da Borges in poi. Poliziesco è generico: i critici,  scrive Loris Tassi (docente di lingue e letterature ispanoamericane presso l’Orientale di Napoli) nel suo saggio narrativo in appendice, “sono d’accordo nel ritenere che le correnti principali del poliziesco siano tre: il romanzo enigma, il romanzo di suspense e il romanzo noir”. Abbiamo tante di quelle categorie in testa da far spavento: un’antologia simile è un buon pretesto per fare ordine in zona ‘giallo’ e capire che “anche se viviamo ‘sotto l’influenza calmante della letteratura standardizzata’, anche se i romanzi polizieschi confezionati con lo stampino si sprecano, molti scrittori latinoamericani dimostrano che è possibile riattivare il genere con infinite e sempre più complesse versioni e perversioni”, secondo l’avvertenza ancora di Tassi. Non c’è solo il Dupin di Edgard Allan Poe, il grande iniziatore, il creatore del genere secondo Borges ma anche del suo lettore specifico, sospettoso, guardingo, critico; non c’è solo il più noto ai cultori, il detective Marlowe di Raymond Chandler, o il filone anglo centrico classico, l’Holmes di Conan Doyle, l’Hercule Poirot o la Miss Marple di Agatha Christie (per restare ai più famosi).

L’Argentina è terra feconda che ha prodotto e produce una originale e efficace produzione poliziesca, prima di Borges e dopo. L’antologia sta a testimoniarlo e si scopre curiosamente leggendo i racconti e inoltrandosi poi nei saggi integrativi, che ci sono stati scrittori di polizieschi d’attitudine e costruzione borgesiane prima di Borges; scrittori che hanno usato un genere considerato marginale o minore come un pretesto o ‘salvacondotto’ per incanalare di volta in volta un gioco intellettuale, un’arte sublime e fantastica (come poi Borges lo intese) , la fotografia della realtà, la denuncia sociale per sfuggire alla censura, dittatoriale e non; la voglia di trasgredire a logiche date e scovare la libertà d’espressione attraverso lo scarto dalla norma.  Apre l’antologia il racconto L’indagine (primo racconto poliziesco pubblicato in lingua spagnola nel 1897,  segnala nel suo saggio Andrea Pezzè) di Paul Groussac, scrittore franco argentino. Questo racconto mostra che il poliziesco è un ottimo modo di fare meta letteratura e realizzare avventure mentali. La trama è raccontata nel corso di una gita in barca da un ex commissario di polizia a Buenos Aires che ha la “straordinaria passione per i paradossi dall’equilibrio instabile”.  Il racconto riferito dal narratore consiste nel fatto che la protagonista è costretta  a inventare lei stessa una trama fasulla e non perché colpevole. Non copre infatti il delitto della madre adottiva, ma copre la sua vita, o onorabilità. Caso vuole che quando la madre adottiva viene uccisa nella casa in cui convivono, ha ricevuto clandestinamente il suo amante. Siamo in costruzioni meta letterarie dove il delitto e la risoluzione dell’enigma sono elementi non prevalenti quasi: valgono come congegni per interessare il lettore e poi trasportarlo altrove, tra i fili che manovrano l’invenzione stessa, in sala macchine. Così è il racconto Il triplice furto di Bellamore dell’uruguaiano Horacio Quiroga, pubblicato nel 1903. Questo tal Bellamore è accusato da un antagonista che non ha niente di meglio da fare, tale Zaninsky, di aver compiuto tre furti in tre banche. Il narratore confuta le accuse e lo scagiona, senza indicare il vero colpevole. Allora in che consiste la trama e il punto di svolta? In realtà è un curioso racconto, “uno dei primi polizieschi sul poliziesco, un’opera che è la poetica di una narrazione”, chiarisce lo studioso Andrea Pezzè.

Scantona e trasgredisce regole proprie del genere La pazza e il racconto del crimine di Ricardo Piglia,  racconto scritto nel 1975 (guarda caso quando l’Argentina sta sprofondando nella dittatura) incentrato non tanto sul crimine, ma sul fatto che si può dire la verità su un crimine solo attraverso la finzione, la scrittura. Un linguista prestato al giornalismo risolve un caso di omicidio decifrando le frasi sconnesse di una pazza che svelano l’identità dell’assassino. Il direttore del giornale rifiuta di pubblicare lo scoop per evitare problemi con la polizia: la verità non può essere messa al servizio della giustizia. L’unico sistema di svelarla è trasformarla in letteratura, ovvero ricorrere alla finzione di un racconto poliziesco. Il tipo dell’argentino Mempo Giardinelli, è un uomo che sa di stare per essere freddato da un killer e non fa niente per sottrarsi alla fine, anzi fa il resoconto mentale a freddo dell’avvenimento mentre è seguito nel tragitto verso casa perché “la morte è un fatto quotidiano”. Finché a casa, compie i soliti gesti,  l’unico cruccio è accorgersi che lo slip ha l’elastico rotto,  sente i passi sulle scale, apre una birra e anche la porta. La prima cosa che vede è la pisola col silenziatore. Ed è anche l’ultima. Non conta tanto chi uccide e perché, quanto il mandante; vale la suspense e la minaccia incombente, la condizione di precarietà e pericolo in una società corrotta dove non c’è salvezza. O ci si salva perdendo la vita nei modi più bizzarri: in Inchiostro sangue di Juan Sasturain si scrive col proprio sangue la canzone di dedica all’amata per riconquistarla, ma il gioco eccede la misura e si muore. Se è così che vanno le cose, allora, caso argentino a parte, se il poliziesco declinato in vari modi contiene il mondo e la sua complessità, si spiega allora anche l’inflazione del genere (fino alla pattuglia di scandinavi la cui la sovrabbondanza produttiva di noir ha esternato la corrente pulsionale di distruzione e morte, oltre la facciata di società civile e ‘criteriata’ purtroppo confermata dalla cronaca dei giorni scorsi). Profeta o premonitore, Jean Patrick Manchette (fautore del noir francese contemporaneo, morto troppo presto, citato da Loris Tassi), l’ha annunciato all’alba del duemila: “il giallo è la grande letteratura morale della nostra epoca ed è la letteratura della crisi”.

Titolo: Inchiostro sangue. Antologia di racconti e saggi del Rio de la Plata
Curatori: Tassi L., De Laurentiis A.
Editore: Arcoiris
Dati: 2009, 154 pp., 10,00 €

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Gli occhi raccontano ciò che le bocche non dicono

Ci sono degli eventi che mutano irreversibilmente la nostra vita. Non sempre li riconosciamo appena si presentano, ma, spesso, quando ci voltiamo indietro a riflettere sul nostro passato, scopriamo che è proprio da quel preciso giorno che, semplicemente, non siamo più stati gli stessi di prima.
Arrivato all’età della pensione, l’impiegato del tribunale Benjamin Esposito comprende che la vita da lui vissuta non è quella che avrebbe desiderato: è come se, a un certo punto, si fosse smarrito, e gli fosse divenuto impossibile essere felice o trovare pace. Nella sua esistenza, infatti, grava un peso invisibile, un grumo che nemmeno venticinque anni di vita ordinaria sono riusciti a sciogliere.
Benjamin (interpretato da un eccezionale Ricardo Darin) decide, quindi, di riappropriarsi della sua anima, rimasta incastrata negli avvenimenti di molti anni prima, e, come arma e pretesto, sceglie la scrittura. Invece di dedicarsi a rassicuranti e deprimenti passatempi «da pensionato»,  Benjamin prova ad adoperare carta e penna per ripercorrere quelle strade della sua memoria ancora così dolorose e vivide. Ed è proprio riparandosi dietro il suo libro, prodotto goffo e imperfetto di uno scrittore inesperto, che Benjamin ritorna a Buenos Aires e si rituffa nel suo passato, recandosi nel luogo in cui tutto ha avuto origine: il tribunale in cui lavorava nel 1974.

Qui Benjamin ritrova il suo capo di allora, l’attraente ed energica Irene (Soledad Villamil), una delle due donne che, venticinque anni prima, avevano sconvolto la sua vita. La seconda donna che si imprimerà indelebilmente nell’animo di Benjamin è Liliana, una giovane maestra di appena ventitré anni. Il viso delicato e luminoso di Liliana sprigiona una tale grazia da farla apparire quasi una creatura fatata. Per questo motivo è impossibile, persino per un uomo abituato al crimine come Benjamin, dimenticare lo spettacolo orrendo del corpo della ragazza, brutalmente stuprato e assassinato. Ma, soprattutto, è impossibile per Benjamin dimenticare lo sguardo del marito di lei, carico di un amore puro e totale; un amore che Benjamin non ritroverà mai più, in nessun altro uomo.

Benjamin, insieme a Irene e al collega Pablo (Guillermo Francellal), scanzonato e tenerissimo ubriacone, riesce a risolvere il caso, partendo dall’assunto che, nella vita, è possibile abbandonare qualunque cosa – dalle abitazioni, ai coniugi, alle religioni – tranne le proprie passioni.
Ma nell’Argentina degli anni’70 la situazione politica crea condizioni anomale, e, troppo spesso, verità e giustizia percorrono due strade separate, trasformando la vittoria di Benjamin, Irene e Pablo in una beffa amarissima e pericolosa.

Un filo di passioni brucianti e mute, lega tra di loro tutti i personaggi di questa storia, incatenandoli a vicenda e rendendo le loro vite incomplete e sospese, fino a che, con venticinque anni di ritardo, Benjamin non sentirà il dovere e il bisogno di sciogliere tutti i nodi, non ultimo il sentimento che lo lega, sin dal primo incontro, a Irene; sentimento, doloroso e inconfessabile, che nessuno dei due ha avuto, in passato, il coraggio di inseguire.

Il regista argentino Juan José Campanella dimostra un raro talento narrativo, gestendo con disinvoltura lo sviluppo della storia su due diversi piani temporali – gli eventi degli anni’70 e quelli del 2000 – e sperimentando una riuscitissima mescolanza di generi che contempla il racconto di indagine, il thriller, il melodramma, e, persino, qualche momento di esilarante commedia.
L’oscar come miglior film straniero vinto da Il segreto dei suoi occhi all’ultima edizione degli Academy Awards, ci sembra più che meritato, non solo per la solidità della trama, la fotografia morbida e sfumata, l’interpretazione eccellente e i dialoghi ben scritti, ma, forse, soprattutto, per aver mostrato come si possa realizzare un film per il grande pubblico senza dover, necessariamente, sacrificare la qualità del racconto.

Il segreto dei suoi occhi (El secreto de sus ojos) – Argentina/ Spagna, 2009
di Juan José Campanella
con Ricardo Darin, Soledad Villamil, Guillermo Francella
Lucky Red – 129 min.

nelle sale dal 4 Giugno 2010