Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. III: Action, adventure e americanate varie #winter14tv

Terza e ultima puntata di presentazione delle serie tv in onda durante la stagione invernale. Oggi ci occupiamo di avventure, serie d’azione, spy stories, horror stories… tutto ciò che vorrebbe stimolare sostanziosi rilasci di adrenalina nel vostro organismo, insomma.


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The Americans, FX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
I coniugi Jennings sono scampati per il rotto della cuffia alla cattura, Elizabeth (Keri Russell) è stata ferita ma la copertura dei due agenti sovietici è salva. I rocamboleschi eventi che hanno concluso la prima stagione hanno avuto il merito di riavvicinare Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth, e il matrimonio nato come una copertura e sviluppatosi avendo sempre presente come fine ultimo la vittora della “Causa” si è evoluto, non senza traumi, verso un affetto sincero. Se la relazione tra i due pare stabilizzata, addirittura reale come non lo è mai stata nei quindici anni precedenti, ad essere turbata dall’attività spionistica sarà la famiglia: i due figli, Henry e Paige, crescono, ed è sempre più difficile sfuggire alle loro inquisitorie curiosità. Soprattuto Paige (Holly Taylor), in piena adolescenza, inizierà a porre le domande giuste, e la coesistenza della tipica famigliola suburbana (non sempre) felice con la spericolata vita extra-professionale dei due agenti KGB sarà sempre più difficile da gestire. Elizabeth potrebbe avere il ruolo più difficile, dovendo far convivere il ruolo di madre con quello di spia, ma Philip si troverà nella complicata situazione di gestire anche un secondo matrimonio, quello “finto” messo in piedi per circuire l’impiegata FBI Martha Hanson (Alison Wright) e sottrarle informazioni preziose. Analogamente, dall’altro lato della barricata, Stan Beeman (Noah Emmerich), l’agente FBI vicino di casa dei Jennings, aveva iniziato una relazione con la funzionaria russa Nina (Annet Mahendru) con lo stesso scopo, ma il coinvolgimento emotivo gli è sfuggito di mano, e il legame sin troppo profondo non gli ha permesso di intuire che Nina è in realtà una gran doppiogiochista. E l’omicidio dell’agente Amador grida ancora vendetta. Tra i personaggi di contorno, la pragmatica e glaciale Claudia (Margo Martindale) manterrà il suo ruolo di supervisore dei Jennings, fungendo da collegamento tra gli alti quadri del KGB e i due agenti operativi sul campo.
La prima stagione ha stupito per aver messo in scena un plot solido e avvincente e due personaggi di rara bad-assery (i Jennings spaccano per davvero, e le scene di combattimento a base di arti marziali sono entusiasmanti), oltre che per l’impiego massiccio di accurate musiche anni ’80, parrucche e travestimenti di ogni sorta e per la descrizione delle creative procedure necessarie a far fronte alle limitate risorse tecnologiche dell’epoca. Se possiamo aspettarci che questi aspetti legati all’ambientazione rimangano pressoché invariati, è lecito attendersi un’inasprimento delle tensioni legate al ruolo delle due spie, alla loro fedeltà di lungo periodo alla Madrepatria nel momento in cui saranno gli inconsapevoli Harry e Paige a finire nel fuoco incrociato della Guerra Fredda. Il creatore Joe Weisberg ha preannunciato che i Jennings dovranno affrontare situazioni enormemente più complicate rispetto al passato, ed è probabile che dilemmi e ripensamenti si ripresentino ancora più pressanti. Spionaggio, contrapposizione tra i due blocchi, family drama, oggettistica anni ’80 ed estetica sovietica: motivi ben più che sufficienti per attendere con trepidazione la nuova stagione.

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Vikings, History (seconda stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Sul finire della scorsa stagione la figura tipicamente eroica di Ragnar Lothbrok (Travis Fimmel), impavido condottiero vichingo assetato di conoscenza, si è un po’ incrinata, e gli ideali nobili che ne avevano ispirato l’agire iniziale si sono progressivamente annacquati con il crescere delle ambizioni personali. La conquista della guida della comunità di Kattegat, compiuta alla spese di Earl Haraldson, ha consentito a Ragnar di proseguire nella propria impresa di esplorare le terre dell’Ovest, risoltesi in fruttuose razzie e in una vittoriosa battaglia contro gli Angli guidati da re Æelle di Northumbria (Ivan Kaye), ma ha anche gettato il primo seme della discordia all’interno della comunità, scatenando le invidie del fratello Rollo (Clive Standen), fino ad allora lealissimo combattente al fianco del protagonista. La faccenda si è ulteriormente complicata nel corso della missione diplomatica condotta da Ragnar su mandato del neo-alleato re Horik (Donal Logue). Non solo la contesa con Jarl Borg non è stata risolta, ma nel corso dello stesso viaggio Ragnar ha perso definitivamente l’appoggio di Rollo, schieratosi dalla parte di Borg, ed è stato egli stesso protagonista di un tradimento, lasciandosi sedurre dalla sensualissima principessa Aslaug mentre la bellissima e battagliera moglie Lagertha (Katheryn Winnick) è rimasta da sola al villaggio a fare in conti con un’epidemia di peste e con il trauma personale di una gravidanza interrotta. La seconda stagione si muoverà quindi lungo questi temi, già abbozzati nella prima: le amare conseguenze della lotte per la conquista del potere, e la crisi del matrimonio e dell’unità familiare, con l’allontanamento dell’amato figlio Bjorn (Alexander Ludwig).
Semplice, lineare e a tratti didascalica, ma — al netto di alcune significative sbavature — sorprendentemente godibile: Vikings è stata una delle rivelazioni dello scorso anno, capace di trovare un bilanciamento quasi perfetto tra la vocazione allo spettacolo (battaglie sanguinose e intrighi sentimentali) e l’aspirazione alla divulgazione documentaristica della cultura e della spiritualità pagana norrena. Forte di un budget più ricco, tradottosi in un episodio extra rispetto alla prima stagione, ci auguriamo che la creatura di Michael Hirst possa ripetersi agli stessi ottimi livelli dell’esordio.

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Banshee, Cinemax (seconda stagione, 10 episodi, 10 gennaio)
Dopo aver gettato di tutto nel calderone della prima stagione (un protagonista ex-galeotto che si spaccia per sceriffo, una ex-fidanzata ex-ladra figlia di un gangster ucraino mimetizzata dietro la facciata di una classica famigliola felice, una spietata organizzazione criminale guidata dallo stesso gangster ucraino, un transgender esperto di arti marziali e tecnologia, comunità amish e criminali locali fuoriusciti in modo traumatico da essa, una tribù di nativi americani, scazzottate da spaghetti western con coreografie da b-movie di arti marziali, sconcezze gratuite al limite del softcore) siamo effettivamente curiosi di sapere cos’altro si possa aggiungere a questa esplosiva miscela che ha stravolto la piccola e tranquilla cittadina di Banshee, Pennsylvania. Il finale della scorsa stagione lasciava intendere che, dopo lo scontro finale, Mr. Rabbit (Ben Cross), il gangster ucraino padre di Anastasia/Carrie Hoswell (Ivana Miličević) fosse ancora vivo, ed è facile pensare che lo smacco abbia acuito il suo proposito di vendetta nei confronti di Lucas Hood (Antony Starr), impossessatosi dell’identità del nuovo sceriffo di Banshee immediatamente dopo la sua uscita dal carcere, autore di un furto di diamanti ai danni di Rabbit e soprattutto ritenuto responsabile dell’allontanamento dell’adorata figlia Anastasia. Temiamo, pertanto, che il tentativo di Lucas e della stessa Anastasia/Carrie di tornare alla loro finta normalità verrà turbato molto presto. La situazione si complicherà con l’arrivo in città del tenace agente dell’FBI Jim Racine (Zeljiko Ivanek), ossessionato dalla cattura di Rabbit, e di Jason Hood (Harrison Thomas), figlio del vero Lucas Hood. Sullo sfondo, una lotta per il potere oppone Kai Proctor (Ulrich Thomsen), il piccolo boss locale ex-Amish, al nuovo leader della locale tribù Kinaho, Alex Longshadow (Anthony Ruivivar), desideroso di dotare la riserva dell’immancabile casinò.
Banshee è la serie più pulp che si possa immaginare, e sfida il ridicolo ad ogni puntata, ma lo fa con l’attitudine giusta, senza lesinare humor e sbruffonaggine, e senza timore di spingere a tavoletta sull’acceleratore dell’azione più sfrenata (e innalzando sensibilmente, in questa seconda avventura, il livello della violenza). Poi ci sono i ridicoli siparietti erotici, ma il fast forward è un’opzione sempre disponibile. La seconda stagione è stata anticipata da due brevi webisodes (Hotwire e The Diner) ed è affiancata, così come la prima, da una serie di corti che esplorano il passato dei protagonisti.

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Black Sails, Starz (prima stagione, 10 episodi, 25 gennaio)
Ahoy! Arrrrrrrrrrh! Quale miglior ispirazione, per una serie di pirati, di un classico d’avventura come Treasure’s Island, principale responsabile dell’iconografia piratesca predominante nella cultura pop? Black Sails prende in prestito dal noto romanzo la figura del Capitano Flint, personaggio centrale (ma in realtà “grande assente”) nel testo, ed invece presentissimo e assoluto protagonista di questa serie che ambisce ad essere un prequel dell’opera di R.L. Stevenson. Flint (Toby Stephens), carismatico e temuto capitano della “Walrus”, ha un piano ambizioso: riunire i bucanieri di New Providence — isola delle Bahamas covo di pirati, corsari, contrabbandieri, ex-schiavi e fuggiaschi di ogni risma, ma anche città libera, indipendente e fondamentalmente senza legge — sotto l’egida di uno stato indipendente in grado di resistere alla crescente minaccia che l’Impero Britannico, in nome della civilizzazione, pone nei confronti della società piratesca. Per realizzare il sogno di una Nazione di Ladri, egli mira al prezioso carico del galeone spagnolo “Urca de Lima”, custode di beni e denaro per un valore stimato nella strabiliante cifra di cinque milioni di dollari. La bella e decisa Eleanor Guthrie, figura centrale dell’economia di New Providence, condivide il progetto di Flint, al contrario del suo ex-amante, il sanguinario capitano Charles Vane (Zach McGowen). Ma il maggiore antagonista è un altro personaggio preso in prestito dal libro: si tratta del giovane, scaltro, intraprendente, subdolo e opportunista John Silver (Luke Arnold), non ancora “Long”, sprovvisto di pappagallo sulla spalla e non ancora dotato di iconica gamba di legno. Queste premesse, e la generale cornice piratesca, lasciano immaginare una serie tutta azione e avventura, ma queste attese sono destinate ad essere deluse: una galleria di personaggi enorme, tra personaggi storici e letterari, comandanti in seconda, piccoli furfanti e bellone da urlo, viene impiegata per dare vita ad una trama che bada all’aspetto politico e burocratico più che a quello avventuroso. C’è ampio spazio per grandi macchinazioni politiche/commerciali e per la ricostruzione delle dinamiche proto-democratiche che regolano la vita a bordo di una nave pirata, e molta meno attenzione per le auspicate battaglie all’arma bianca (e sicuramente non abbastanza soldi per mettere in scena troppi spettacolari abbordaggi).
Incredibilmente, Black Sails non è una sesquipedale tamarrata tutta pettorali lucidi e generosi seni al vento: la serie co-prodotta da Michael Bay, pur rispecchiando la cifra estetica a cui i prodotti Starz ci hanno abituato — una magniloquente period drama impreziosito da sfarzose ricostruzioni e da numerosi personaggi — nella sua forma narrativa spicca per essere meno cialtrona del solito. Suo malgrado, però, non è neanche estremamente avvincente. E il livello del cast, con l’eccezione di Stephens, appare ancora una volta mediocre. Sull’onda dell’entusiasmo suscitato al ComiCon dello scorso anno scorso, il network ha già ordinato la seconda stagione senza attendere il responso degli ascolti.

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, seconda parte, 8 episodi, 9 febbraio)
Gira che ti rigira, siamo tornati al punto di partenza. La prigione è stata buttata giù a colpi di cannonate, e con essa è caduta la fortezza che ha dato riparo ai protagonisti per due stagioni e mezzo. Se per i personaggi della serie questa è indubbiamente una gran iattura, in termini narrativi era la scelta obbligata per smuovere la serie dall’immobilismo di queste stesse due stagioni e mezzo. Per dare una scossa al tutto gli autori hanno fatto ricorso ad una misura estrema: premere il pulsante del reset e riportare i protagonisti alla pericolosa situazione di partenza, tutti allo scoperto, senza protezioni, a vagabondare pericolosamente per boschi infestati di walkers. E per aggiungere un grado di difficoltà e non ricadere in modo troppo palese nel già-visto-già-sentito, il game master Scott M. Gimple ha pensato di disgregare il gruppo in tante piccole unità, in fuga disordinata dalla prigione invasa da orde di famelici walkers. Gli otto episodi si dedicheranno ad un gruppo di sopravvissuti per volta, forse per seguirne il periglioso percorso di riavvicinamento? Chissà.
In ogni caso, sapete come la pensiamo su The Walking Dead, e dubitiamo che questo ritorno alle origini ci farà cambiare idea. A meno che Maggie e Glenn non vengano sbranati già alla prossima puntata, così da mettere fine alla love story più insipida della tv contemporanea. A meno che, a finire tra le fauci dei biters non siano anche Beth, Tyreese, Shasha e tutti gli altri inutili personaggi (certo non Michonne: non toccateci Michonne!). A meno che non ci venga spiegato l’arcano sortilegio che permette alla faretra di Daryl di produrre dardi infiniti, imprimendo allo allo show un’inaspettata sterzata verso il magico. Purtroppo, già lo sappiamo, non succederà niente di tutto ciò.

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From Dusk Till Dawn: The Series, El Rey Network (prima stagione, 10 episodi, 11 marzo)
Ideata, prodotta e parzialmente diretta da Robert Rodriguez per il nuovo canale via cavo fondato, presieduto e diretto dallo stesso Rodriguez, From Dusk Till Dawn: The Series è l’estensione televisiva e serializzata della saga iniziata con l’omonimo film del 1996. Filmaccio come pochi, ci sentiamo di dire, ma assurto comunque al rango di cult movie, e ispiratore di una lunga serie di sequel e vari progetti paralleli. Ai quali si aggiunge, per l’appunto, questa decina di episodi che evidentemente Rodriguez ha ritenuto imprescindibili per esplorare a dovere le avventure dei fratelli Seth e Richard Gecko (quelli che nel capostipite cinematografico erano interpretati da Clooney e Tarantino e che vengono ora affibbiati rispettivamente a D.J. Cotrona e Zane Holtz). I due sono ricercati e in fuga dopo una rapina in banca condotta in maniera un po’ approssimativa, inseguiti dai federali e da due tignosi Texas Rangers, Earl McGraw (Don Johnson!) e Freddie Gonzales (Jesse Garcia). Sulla strada verso l’agognato confine messicano, i due fratelli prendono in ostaggio l’ex-pastore Jacob Fuller (Robert Patrick, nel ruolo che fu di Harvey Keitel) e la sua famiglia. Il bello accade non appena passato il confine: un’improvvida deviazione conduce i due fuggiaschi e i loro prigionieri verso uno strip club popolato di vampiri, tra i quali spicca per qualità non solo estetiche la supersexy Santánico Pandemonium (che non è interpretata da Salma Hayek, ma da Eiza Gonzáles, la quale, perdonateci il maschilismo, è senza dubbio sexy e senza dubbio gran gnocca), e da lì in poi il sangue finto scorrerà davvero a fiumi, ne siamo certi, così come siamo certi che si tratterà di sangue finto di ottima qualità, poiché a curare make-up ed effetti visivi ci penserà Greg Nicotero, responsabile dei marcescenti zombie che affollano The Walking Dead. Rispetto al film, dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione alla mitologia vampiresca, approfondendone le origini atzeche.
Pronostico: se saprà tenersi un passo al di qua dall’eccesso di ridicolaggine (rischio che non ci sentiamo di escludere a priori), potrebbe essere una di quelle serie da guardare con il cervello spento, senza pretendere niente di più di un’oretta di adrenalinico intrattenimento, o da tenere su quando si sta facendo altro e si sente il bisogno della presenza confortante della tv accesa.

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Klondike, Discovery (miniserie, 3 episodi, 20 gennaio)
Dici “Klondike”, e tutto l’immaginario letterario legato alla febbre dell’oro di fine Ottocento sovviene subito alla mente. Resa immortale dai romanzi d’avventura di Jack London e penetrata così a fondo nella cultura popolare da infiltrare persino l’universo disneyano (si pensi ai racconti delle prime fortune di Zio Paperone), la corsa all’oro del Klondike vide centinaia di migliaia di persone incamminarsi verso le selvagge terre del nord-ovest canadese alla ricerca di fortuna, trasformandosi immediatamente in uno di quei miti fondativi americani ammantato di quella dimensione epica che sovente caratterizza le storie “di frontiera”. La miniserie televisiva in questione, primo prodotto seriale realizzato da Discovery Channel, ambisce a restituire l’epicità legata alla corsa all’oro, passando in rassegna — senza dimenticarne alcuno — tutti i tópoi associati a questa narrazione: montagne maestose, natura inospitale e inclemente, poveri diavoli speranzosi di fare fortuna disotterrando qualche pepita custodita nel bacino dello Yukon, un’umanità abbruttita dal permanere in uno stato di natura in cui i vige una spietata legge del più forte, affaristi senza scrupoli, truffatori, sciacalli e avvoltoi pronti a derubare il proprio vicino non appena quello si dimentica di guardarsi alle spalle. Su questi elementi si innestano altrettanto scontati luoghi comuni da americanata cinematografica: grande storia di amicizia, grande storia di lealtà e lotta contro l’ingiustizia, e grande storia sentimentale destinata ad esplodere in un tripudio di viole e violoncelli dopo un principio difficoltoso. Tutto questo è Klondike: la storia (vera) del giovane Bill Haskell (Richard Madden), dell’amico e compagno di viaggio Byron Epstein (Augustus Prew), dell’immensa carovana umana in marcia verso il lontano nord, dell’incontro con un Jack London (Johnny Simmons) alla ricerca di storie da raccontare, di Belinda Mulrooney (Abbie Cornish), l’interesse amoroso del protagonista, dell’affarista denominato semplicemente “Il Conte” (Tim Roth) e della sua rapace ingordigia, delle giubbe rosse canadesi e del solito eccidio di popolazioni native.
Il cast è prestigioso (annovera anche Sam Shepard e Tim Blake Nelson), la produzione è ricca (generosamente offerta da Ridley Scott), ma la serie non decolla mai. Le montagne innevate dello Yukon sono decisamente più espressive e interessanti di Madden e colleghi, e le riprese aeree dei clamorosi paesaggi, degne di un documentario di… uh, Discovery Channel, sono di gran lunga l’aspetto di maggiore pregio, ma il merito, in questo caso, è tutto di Mamma Natura e non certo degli sceneggiatori. La storia, infatti, è trita e prevedibile, i dialoghi sin troppo letterari (insopportabili le riflessioni fuori campo di Haskell) e la durata infinita dei tre episodi (circa 90′ ciascuno, ma sembrano almeno 270) non aiuta a scuotere dal torpore un prodotto mai avvincente. Di epica, alla fin fine, c’è solo la noia.

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The Musketeers, BBC One (prima stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
BBC partecipa alla fiera delle tante riduzioni (televisive, cinematografiche, cartoonesche) del celebre feuilleton di Alexandre Dumas con una versione ad alto budget destinata ad essere il programma di punta del proprio palinsesto invernale. L’approccio al classico è sostanzialmente conservativo per quanto riguarda l’ambientazione (la Francia di metà XVII Sec.) e la caratterizzazione degli ormai arci-noti personaggi (D’artagnan giovanotto spavaldo e impulsivo, Athos carismatico e spadaccino olimpico, Aramis compassato e donnaiolo, Porthos forzuto e guascone, Milady ammaliante e spietata, Richelieu ferocissimo e abile politico assetato di potere, Luigi XIII… un caricaturale fantoccio) ma meno canonico nella rivisitazione dell’intreccio, con molte libertà rispetto allo sviluppo della (già seriale) fonte originale e orientato verso un ancor più seriale “cappa e spada procedurale” in cui i 3+1 moschettieri dovranno, di settimana in settimana, cimentarsi con qualche nuova infida macchinazione ordita dal potente Cardinale e neutralizzarla per proteggere il re e la Francia tutta.
Non è un melenso prodotto per famiglie (per fortuna!), ma pur rivolgendosi ad un pubblico adulto non ha altre velleità se non quella di essere un’americanata pseudo-hollywoodiana in cui un cast di bellocci si cimenta in una sequenza di duelli, cavalcate, precipitosi tuffi dalle finestre e palpitanti avventure amorose.

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Fleming: The Man Who Would Be Bond, BBC America (miniserie, 4 episodi, 29 gennaio)
Il Fleming del titolo, colui che sarebbe diventato Bond, è Ian Fleming, autore dei 173.952 romanzi aventi per protagonista l’inarrestabile agente segreto al servizio di Sua Maestà. Il biopic — preceduto dall’abusata tagline “basato su una storia vera”, ma in realtà per nulla timido nel concedersi ampie divagazioni dalla realtà a fini drammatici — racconta la vita del giovane Ian Fleming (Dominic Cooper), dalla poco soddisfacente carriera di investitore finanziario alle avventure nei ranghi dei servizi segreti della Marina inglese durante il secondo conflitto mondiale, fonte primaria di ispirazione per le avventure del suo futuro eroe di carta. Eroe contraddistinto da una ben nota aura di seduttore, e a dare retta alla miniserie si direbbe che anche l’aspetto sentimentale e passionale che contraddistingue Bond ha un precedente nella vita di Fleming, donnaiolo di successo e soprattutto protagonista in una torrida relazione che lo lega a Ann O’Neill (Laura Pulver), gentil donna sposata ma incline ad intrattenersi con varie compagnie maschili in assenza del consorte.
Sin dal titolo si intuisce che la chiave di lettura attraverso cui interpretare la vita del celebre scrittore britannico è quella di legare la vicenda personale del giovane Fleming alle avventure del suo personaggio di successo: Bond sarebbe così una versione idealizzata dello stesso Fleming, ma anche una che ne esacerba gli aspetti negativi (inclusa l’inguaribile tendenza a portarsi a letto tutti gli esemplari di sesso femminile con cui viene a contatto). Fleming abbonda di riferimenti presi di peso dal Bond-lore (Martini mescolati e non shakerati, personaggi che poi sarebbero comparsi nei libri, gadget fantasiosi, riconoscibilissime scene topiche tratte dai film, e persino musiche che richiamano subdolamente la nota colonna sonora, fermandosi giusto qualche battuta prima del plagio), ma per essere una serie dai forti connotati action/spy story è drammaticamente soporifera.

The Assets, ABC (miniserie, 8 episodi, 2 gennaio). Il binomio Spionaggio + Guerra Fredda è una combo a cui difficilmente sappiamo resistere, per cui, anche se era facile aspettarsi la riproposizione di reaganiani stereotipi CIA/buoni vs. KGB/cattivissimi, avevamo in programma almeno la visione del pilota. Tuttavia, ABC ha deciso di sfoltire la nostra watching list segando questo filler di metà stagione già dopo il secondo episodio, causa record mondiale di ascolti negativi.

Killer Women, ABC (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). In teoria è un remake della serie argentina Mujeres Asesinas, in pratica è Walker, Texas Ranger al femminile con un trailer che saccheggia senza vergogna estetiche e musiche tarantiniane. La protagonista è Molly Parker, la quale, per essere presa sul serio tra i super-machisti Texas Rangers, deve necessariamente dimostrare di essere più cazzuta dei colleghi maschietti. Che idea moderna, originale, e per nulla sessista!

Intelligence, CBS (prima stagione, 13 episodi, 7 gennaio). Gabriel (Josh Holloway) è un ex-militare con un super-microchip impiantato nel cervello. Grazie a questo aggeggino hi-tech può lasciare a casa smartphone e Google Glass, poiché il nostro vive perennemente connesso a Internet, a tutte le reti WiFi, telefoniche e satellitari, e ha accesso ad una moltitudine di banche dati. È quindi perfetto per essere impiegato nell’US Cyber Command, agenzia dell’intelligence che si occupa di cyberterrorismo e altre amenità del genere. Un action/adventure/spy story che farà tremare i polsi ai parlamentari a cinque stelle. Ma in effetti, a chi altro potrebbe mai interessare?

Helix, SyFy (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Ricerca scientifica deviata, minacce aliene e ghiacci polari: questo non originalissimo trinomio è alla base di Helix, horror/thriller fantascientifico in cui un gruppo di scienziati del CDC raggiunge una stazione di ricerca dell’Arctic ByoSystems (localizzata, evidentemente, al Polo Nord) per indagare su una possibile epidemia. Che si rivelerà invece qualcosa di molto più pericoloso, tale da mettere in pericolo l’intera umanità.

Bitten, Space / Syfy (prima stagione, 11/13 gennaio). Elena, da tempo allontanatasi dal suo branco, scopre di essere l’unico esemplare rimasto di licantropo donna, e viene ricondotta tra i consimili per indagare sui misteriosi omicidi di alcuni di essi. Serie canadese tratta dal primo romanzo di una delle tante dimenticabili serie fantasy per giovani adulti, in cui una qualche specie di essere soprannaturale morde ed è contagiosa: se non son vampiri sono zombie, e se non sono zombie sono lupi mannari come in questo caso.

Star-Crossed, The CW (prima stagione, 13 episodi, 17 febbraio). La giovane Emery si innamora di un giovane alieno di etnia Atrian, Roman, quando quest’ultimo, insieme ad alcuni simili, viene liberato e mandato a socializzare nel classico liceo dei classici sobborghi americani dopo dieci anni di internamento in una sorta CIE per alieni sbarcati sulla Terra. Soap-opera fantascientifica adolescenziale: Beverly Hills 90210 versione sci-fi?

The 100, The CW (prima stagione, 13 episodi, 19 marzo). Sci-fi distopico post-apocalittico, ambientato 97 anni dopo una catastrofe nucleare. L’umanità sopravvissuta alla fine della civiltà vive in orbita a bordo dell’Arca (che poi sarebbero le varie stazioni spaziali internazionali unite fra loro), ma lo spazio è poco e le risorse scarseggiano. Che fare? Per esempio, pensa qualcuno, si potrebbero spedire sulla Terra 100 giovani delinquenti, giusto per vedere che aria tira tra radiazioni e possibili mutanti. I problematici giovanotti vengono quindi esiliati sulla Terra, pianeta ormai sconosciuto pieno zeppo di pericoli. Divertitevi, ragazzi, e non pomiciate troppo! (È pur sempre The CW, no?)

… e infine tutto il resto:

Being Human, SyFy (quarta stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Bates Motel, A&E (seconda stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Continuum, Showcase (terza stagione, 13 episodi, 16 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in quest'autunno 2013? Pt. II: Basic Cable (e affini) #fall13tv

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Secondo appuntamento con la nostra panoramica delle serie televisive in programma per l’autunno 2013. Qualche giorno fa ci siamo soffermati sull’offerta dei  canali “premium cable”, mentre oggi diamo un’occhiata a quelli “basic”, quelli che mandano la pubblicità, non dicono le parolacce, e per i quali il nudo è ancora tabù. Accanto a questi, abbiamo pensato di includere alcune novità in onda sui canali via satellite, e siccome non abbiamo ancora capito quale sia la giusta categorizzazione della tv via internet (premium? basic? broadcast?), ci infiliamo pure quella.


Oggi parliamo di: The Walking Dead (AMC), American Horror Story: Coven, Sons of Anarchy e It’s Always Sunny in Philadelphia (FX e consorelle), Mob City (TNT), White Collar (USA Network), Derek (Netflix), A Young Doctor’s Notebook (Ovation) e Full Circle (Audition).

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, 16 episodi, 13 ottobre)
The Walking Dead ci aveva lasciati all’ingresso dell’ormai familiare, claustrofobica Prigione, all’arrivo di tutti gli impauriti cittadini di Woodbury sopravvissuti all’epico scontro finale che ha concluso la terza stagione, e da lì si riprende. Il titolo della season premiere (“30 Days Without an Accident”) ci informa che da quelle caotiche giornate è trascorso almeno un mese, e che presumibilmente la convivenza tra i nuovi arrivati e lo storico nucleo dei protagonisti non deve essere stata particolarmente problematica, ma sembra anche un tentativo piuttosto esplicito di generare un senso di falsa sicurezza…  La Prigione, simbolo principe del sovvertimento delle convenzioni e dei valori della civiltà contemporanea all’indomani di una zombie apocalypse, ha fornito a Rick Grimes e compagni un riparo più o meno sicuro, ma i trailer e le immagini promozionali lasciano intendere che l’edificio cesserà di essere quella (semi)inespugnabile fortezza in grado di tenere alla larga le orde di walkers e di resistere, fino ad un certo punto, all’assalto di una milizia di psicopatici. Alcuni dei personaggi introdotti durante la scorsa stagione dovrebbero trovare più spazio, ed è atteso l’ingresso di una manciata di nuovi protagonisti, tra i quali l’ex-medico militare Bob Stookey, che andrà a rimpolpare (insieme ai confermati Tyreese, Sasha e all’idolo dei fan Michonne) un cast storicamente sguarnito di attori afroamericani in posizioni rilevanti (e quindi ci auguriamo introduca una figura un pochino più articolata del pur compianto T-Dawg, reso immortale dai memorabili one-liner: “Oh, hell naw!”). Tra la boscaglia si aggira, reduce dal ruolo di antagonista principale, la poco rassicurante figura di Phillip Black, il famigerato Governatore dell’ormai scomparsa idilliaca cittadina di Woodbury, il quale starà senza dubbio covando propositi di vendetta conformi a quella spiccata tendenza al sadismo che lo rende così amabile. Ma la novità principale di questa nuova annata dovrebbe essere l’emergere di una non meglio precisata terza minaccia, che andrà ad affiancare gli zombie e gli umani — come il già citato “Guv’nor” e i suoi scagnozzi — dediti alla competizione piuttosto che alla cooperazione con gli altri sopravvissuti. I tentativi di estorcere agli autori e ai membri del cast maggiori dettagli attraverso i quali cercare di identificare la natura di questa minaccia non hanno avuto molto successo, e ci dobbiamo accontentare di risposte sibilline (“potrebbe essere il pericolo più grande che i nostri eroi dovranno mai affrontare” e “si tratta di un nemico del nostro mondo, ma in quel mondo — quello pieno di zombie e psicopatici — potrebbe essere terrificante”) o supreme prese per i fondelli (“i white walkers”, “i draghi” e “uno sharknado“).
The Walking Dead sarà guidato per l’ennesima volta da un nuovo showrunner (stavolta è il turno di Scott M. Gimple), e proseguirà nella formula adottata lo scorso anno di una stagione lunga suddivisa in due tronconi. Benché abbia pienamente senso da un punto di vista finanziario, l’espediente di allungare il brodo suddividendolo in due mini-stagioni da otto puntate ciascuna non ci ha convinto granché, e il sensibile incremento del numero di episodi, e quindi la possibilità di articolare la storia un pochino oltre gli stilemi classici dello zombie-movie (senza peraltro recuperarne il sottotesto, che sarebbe poi la parte più interessante), non ha portato grandi benefici alla narrazione, mettendo anzi ancor più in evidenza la superficialità dei personaggi. Che siano sei, tredici o sedici episodi, The Walking Dead rimane uno show in grado di intrattenere lo spettatore che non ha voglia di pensare troppo a quello che vede, capace di regalare qualche sussulto ogni qual volta la macchina da presa si avvicina ad un angolo buio, ma che allo stesso tempo tende a diventare noioso proprio a causa della ripetizione di questo schema. Per di più, i personaggi sono ormai ben addestrati a fronteggiare i famelici walkers, e anche la suspense generata dall’incontro con i non-morti tende a scemare. Purtroppo, ogni qual volta l’adrenalina scende sotto i livelli di guardia (ed è una condizione che si sta verificando con frequenza sempre più preoccupante), son dolori, poiché la sceneggiatura non è quasi mai stata in grado di creare delle situazioni per cui valga davvero la pena prendersi a cuore la sorte dei personaggi. Quale investimento emotivo è possibile fare su un manipolo di personaggi dal grilletto facile? Ci basta davvero seguire i fantasmi che popolano la mente di Rick, o seguirlo nel suo vano tentativo di evitare che il figlio Carl cresca avvezzo alla violenza che sembra essere l’unica strategia vincente in questo mondo capovolto? E non crediamo certo che le vicende sentimentali di Glenn e Maggie siano in grado di appassionare seriamente un solo spettatore. Sarebbe fantastico se la nuova leadership creativa avesse il coraggio di dare una sterzata all’aridità narrativa della terza stagione, ma nutriamo seri dubbi sull’effettiva possibilità che un’eventualità del genere si realizzi. E in fondo, perché dovrebbe? La serie ha un successo clamoroso, inanella ascolti record, ed è parte di un redditizio franchise che dall’originale fumetto si è esteso a videogiochi, giochi da tavolo e miniature per collezionisti, e che a breve dovrebbe ulteriormente espandersi con uno spin-off in lavorazione presso la stessa emittente. (Per non parlare dei corsi universitari correlati alla serie, perché why the fuck not?) Insomma, la squadra potrà anche cambiare, a seconda dei personaggi che via via finiranno tra le fauci di un walker di passaggio, ma è ragionevole pensare che AMC voglia sfruttare fino in fondo la sua nuova gallina dalle uova d’oro, e che pertanto lo schema narrativo rimanga invariato.
Prima di ogni nuova stagione, AMC è solita pubblicare sul proprio sito gli episodi di una webserie ideata e diretta dal co-produttore Greg Nicotero. Quest’anno è il turno di “The Oath“, una sorta di breve prequel della serie principale che racconta alcuni eventi accaduti prima del risveglio di Rick dal coma. Nel corso di questi tre episodi, aventi una durata complessiva di circa 25 minuti, “The Oath”, così come i suoi predecessori “Torn Apart” e “Cold Storage”, accenna alle fasi immediatamente successive all’esplosione dell’epidemia (o quello che è!), con alcuni sottili rimandi alla serie vera e propria. I fan non faticheranno a riconoscere i luoghi in cui è ambientata la vicenda che ha per protagonisti Karina, Paul e la dottoressa Gale, e anche il veicolo utilizzato dovrebbe risultare abbastanza familiare (spoiler: è una Hyundai Tucson, la macchina preferita dai nostri eroi. Perché cosa c’è di meglio di una Hyundai per affrontare una zombie apocalypse in tutta sicurezza? Ragazzi, il product placement non conosce limiti). A coloro che non hanno interesse a deviare dalla trama principale, e hanno la necessità di un rapido riassunto delle stagioni precedenti, consigliamo invece il divertente mash-up The Seussing Dead.

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American Horror Story: Coven, FX (terza stagione, 13 episodi, 9 ottobre)
Terza iterazione per questa (talvolta confusionaria, talvolta intrigante) esplorazione dell’enciclopedia horror curata dalla premiata ditta Ryan Murphy/Brad Falchuk. Dopo “haunted house” e “asylum”, il dito degli sceneggiatori si è fermato stavolta sulla parola “witch”, ed ecco quindi che il carrozzone si trasferisce a New Orleans — patria di una lunga tradizione occultista che va da Aleister Crawley alla particolare variante locale dei riti voodoo, nata dalla commistione di cattolicesimo e tradizioni magiche importate dalla diaspora africana per via caraibica — per raccontare la storia di una congrega di streghe, le cui componenti non sono altro che le pronipoti di quelle sfuggite ai famigerati processi di Salem (anche se poi lo sappiamo, nel calderone di una stagione di American Horror Story finisce praticamente di tutto, per cui dubitiamo che ci sia spazio solo per le streghe).
Ad oltre tre secoli di distanza dalle cruente esecuzioni seguite ai processi celebrati nella cittadina del Massachusetts, la vita delle streghe non è per niente facile: le povere fattucchiere si trovano di nuovo nell’occhio del ciclone, e rischiano l’estinzione a causa di una misteriosa minaccia. Per ovviare a questo poco desiderabile epilogo, le giovani e inesperte streghette vengono mandate in una speciale scuola di autodifesa istituita a New Orleans, un istituto che sfoggia il roboante nome di “Miss Robichaux’s Academy for Exceptional Young Ladies” e che veste le proprie studentesse con delle stilosissime uniformi, dove le allieve dovranno imparare a difendersi dai pericoli che le circondano. Le giovani scolarette apprenderanno i principi dell’arte stregonesca sotto lo sguardo severo della carismatica (e favolosamente glamour) Superiora Fiona, la strega più potente in circolazione, la quale, dopo un periodo di ingiustificato disinteresse nei confronti delle colleghe, è decisa a riprendere il controllo della congrega e riallacciare i rapporti con la figlia Cordelia, dalla quale è stata a lungo separata e che nel frattempo è diventata direttrice della scuola. Ovviamente non finisce qui: a complicare il tutto, infatti, sarà il terrificante segreto custodito da Zoe, spedita a frequentare la scuola dopo essere venuta a conoscenza in modo drammatico dei poteri in suo possesso ed aver appreso di poter vantare una discendenza diretta con le sfortunate progenitrici finite sulla graticola nel lontano 1693. Sullo sfondo, inoltre, si combatte lo scontro tra le streghe di Salem e le locali Voodoo Queen, due fazioni stregonesche da sempre impegnate in una violenta faida. La vicenda si costruirà attraverso l’intersezione di molteplici piani temporali, dagli Anni ‘30 dell’Ottocento ai giorni nostri, proseguendo nell’uso di una formula narrativa impiegata con alterne fortune nelle stagioni precedenti (non particolarmente riuscita nella prima stagione, ma di grande efficacia nella seconda, e ci auguriamo che il trend positivo si estenda a questa nuova avventura). Se non abbiamo elementi per avventurarci in ulteriori anticipazioni è a causa dell’estrema reticenza di autori ed attori nel riferire i particolari della nuova stagione, e di una campagna promozionale (ottima, a nostro parere) che per ora non ha fatto uso di veri e propri trailer, ma piuttosto si è affidata ad un gran numero di enigmatici e inquietanti teaserpromo e posters, dai quali è difficile desumere elementi utili a ricostruire la trama, ma che sono efficacissimi nel dare un’idea di quale sarà il “mood” della stagione. Che così, su due piedi, sembra poter rivaleggiare con la precedente in fatto di atmosfere malsane e personaggi grotteschi, anche se, garantiscono gli autori, non andrà ad esplorare anfratti così oscuri come erano quelli custoditi nel lugubre manicomio di Briarcliff.
Il cast, come al solito, è stellare, e dovrebbe garantire ancora una volta un nutrito numero di nominations agli Emmy Awards. Preponderante la presenza femminile, che annovera, accanto alla sempre presente Jessica Lange, tante attrici di ottimo livello, tra graditi ritorni dalle precedenti ambientazioni di American Horror Story (Sarah Paulson, Frances Conroy, Lily Rabe, Taissa Farmiga) e pregevoli nuovi arrivi (Kathy Bates nel ruolo di Delphine LaLaurie e Angela Bassett in quello della voodoo queen Marie Laveau). Tra i co-protagonisti maschietti segnaliamo il ritorno di Evan Peters e di Denis O’Hare, e la new entry Danny Huston (l’ex-“butcher” di Magic City).

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A Young Doctor’s Notebook, Ovation (prima stagione, 4 episodi, 2 ottobre)
Miniserie basata sull’omonima raccolta di racconti autobiografici del celebre romanziere e drammaturgo russo Mikhail Bulgakov. Trasmessa lo scorso autunno da Sky Arts in UK (e la scorsa primavera in Italia da Sky Arte), dopo il grande successo di pubblico e di critica ottenuto in patria approda sugli schermi americani, anche qui in onda su un canale solitamente dedicato all’arte.
Siamo a Mosca, alla metà degli Anni ’30. L’ufficio del dottor Vladimir Borngard (Jon Hamm, meglio noto come Don Draper) viene perquisito dalla polizia, alla ricerca delle prove del reato di cui è accusato (ovvero l’essersi prescritto della morfina). La perquisizione riporta alla luce i diari tenuti in gioventù dal dottore, e la lettura delle sue note è lo stratagemma narrativo per dare avvio al lungo flashback degli eventi che lo videro protagonista quando, appena laureatosi in medicina all’università di Mosca, venne mandato a prendere servizio nell’ambulatorio di Muryevo, un isolato paesino sperduto nella steppa russa. Alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, il giovane dottore alle prime armi (interpretato Daniel Radcliffe, meglio noto come Harry Potter) si trova a fare le sue prime esperienze sul campo in una gelida e sperduta località, solo di fronte alle proprie incertezze in merito alle proprie capacità professionali e ulteriormente intimidito dall’aperta diffidenza che i collaboratori dell’ambulatorio mostrano nei suoi confronti. Le due infermiere, Pelageya e Anna, e un “feldsher” un po’ imbranato, non fanno nulla per nascondere i pregiudizi che nutrono nei confronti del nuovo arrivato, e apertamente rimpiangono la presenza del predecessore di Vladimir, l’esperto medico Leopold Leopoldovich. Vladimir cerca quindi di ambientarsi in questo nuovo mondo, dove nessuno si fida di lui e le sue competenze sono messe alla prova ogni giorno da pazienti superstiziosi.
Presentato così sembrerebbe un ordinario period drama, magari impreziosito da un cast importante e nobilitato dal riferimento letterario. E invece ordinario non è. L’aspetto più interessante di A Young Doctor’s Notebook è il collegamento tra i due piani temporali distinti in cui si articola il racconto delle vicende del dottore protagonista. Le due linee temporali, il presente e il passato, non sono connesse da un canonico flashback, ma bensì si compenetrano in modo surreale: più che un racconto degli eventi passati si tratta di una ripetizione di questi stessi eventi così come vengono ricostruiti dalla memoria del dottore, e in questi ricordi la sua versione “adulta” si trova ad interagire con il suo io “giovane” (la maggior parte delle volte per rimbrottarlo e schernirlo per la propria inettitudine e le continue incertezze). L’avrete già notato: come è possibile che Jon Hamm e Daniel Radcliffe impersonino lo stesso individuo, seppure in momenti diversi della sua esistenza? Tra i due non sussiste nessuna somiglianza che possa lasciar pensare all’uno come alla versione adulta dell’altro, e il trucco non interviene minimamente per colmare la distanza (e neppure la significativa differenza di altezza tra i due!). Ci si accorge presto, tuttavia, di come la diversità nell’aspetto fisico dei due dottori non sia assolutamente un fattore rilevante: al contrario, l’intera narrazione assume il valore di una riflessione sulla memoria, e su come essa non abbia affatto le caratteristiche di oggettività (quasi “filmica”) che le vengono ingenuamente e inconsciamente attribuite, ma sia invece una riproposizione totalmente soggettiva del passato. I ricordi del dottore sono continuamente trasfigurati dalla presenza in essi del suo io attuale, a rimarcare come la pretesa di un oggettiva registrazione dei fatti sia un illusione, e di come l’atto del ricordare consista piuttosto in un’attiva ricostruzione operata nel presente, suscettibile di modifiche e aggiustamenti legati al variare degli stati emotivi e cognitivi nel momento in cui il passato viene recuperato.
Oltretutto, non lasciatevi ingannare dalla categorizzazione “drama”: tanta è l’ironia (spesso caustica, e che sovente tracima nel sarcasmo), abbondante lo humor nero, e non mancano momenti di vera e propria slapstick comedy, in misura tale da alleggerire con toni farseschi le ambientazioni cupe e gli eventi talvolta tragici e macabri di cui si narra.

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Mob City, TNT (prima stagione, 6  episodi, 4 dicembre)
Ad oltre un anno dall’annuncio della messa in produzione, e dopo aver cambiato una girandola di titoli, finalmente approda sui nostri schermi il noir creato e in parte diretto da Frank Darabont, noto ai più per essere stato tra i creatori dell’adattamento tv di The Walking Dead (che per la serie in oggetto è probabilmente irrilevante, ma ve lo diciamo lo stesso, visto che ne abbiamo parlato un paio di paragrafi più su).
Siamo a Los Angeles, nel secondo dopoguerra, in una città in cui il glamour, i lustrini e i luccichii legati alla presenza dell’industria cinematografica e dei suoi divi contrastano (o si intersecano) con la brutale realtà criminale delle gang mafiose decise a fare della metropoli californiana il proprio quartier generale sulla costa Ovest. Il Dipartimento di Polizia della città (LAPD) è notoriamente corrotto e connivente con la malavita, fino a quando il leggendario capitano William Parker non ne prenderà il controllo e inizierà la sua crociata contro il crimine. Una delle misure adottate da Parker è la creazione di un pool di agenti antimafia capeggiato dal detective Hal Morrison (e del quale entrerà a far parte uno dei protagonisti della storia, l’ex-marine Joe Teague), il cui compito è quello di dare la caccia ai famigerati boss Bugsy Siegel e Mickey Cohen. Altri ex-militari che, al contrario di Teague, hanno trovato una redditizia sistemazione nei ranghi della mafia (come Ned Stax, diventato avvocato dei boss), politici che giurano di voler fare piazza pulita del sottobosco criminale che infesta la città (come il sindaco Fletcher Bowron) e le immancabili, sensuali femme fatale che animano i night club della meteropoli californiana (come Anya e Jasmine) sono le figure — invero abbastanza classiche, visto il genere — che completano il quadro di questo violento crime drama.
L’ambientazione è tanto fascinosa quanto non originale (alzi la mano chi non ha immediatamente pensato a Ellroy?? A occhio e croce dovreste averla tirata su tutti) ma i prodotti di genere ci piacciono, l’attitudine hard-boiled ci piace ancor di più, e i cliché non ci disturbano quando di essi se ne fa un uso sapiente. Speriamo sia questo il caso, e ne derivi un poliziesco all’altezza dei modelli da cui pare trarre ispirazione.

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Sons of Anarchy, FX (sesta stagione, 13 episodi, 10 settembre)
Tara in prigione, Clay in prigione, Otto sempre in prigione, ridotto ad un moncherino di uomo e costretto a subire le più crudeli umiliazioni e torture. SAMCRO in difficoltà, tra possibili addii (Bobby lascierà il club per rifondare i “Nomad”?) e personaggi emotivamente segnati dagli eventi (Tiggy). La presenza minacciosa di Lee Toric, un ambiguo ex-U.S. Marshal deciso a vendicare la sorella (brutalmente uccisa da Otto) facendo ricorso agli agganci coltivati durante la sua precedente occupazione, e che non esita a ricorrere all’illegalità pur di raggiungere il suo scopo. Gli irlandesi che ancora legano i Sons al traffico d’armi, e la relazione pericolosa intrattenuta dal club con la gang di Oakland guidata dall’ambizioso August Marks. Tante le gatte da pelare per il biondo Jax Teller, a parole sempre motivato nella sua missione di redenzione del suo club dalla spirale di violenza in cui la leadership di Clay l’ha condotto, ma nei fatti sempre più invischiato e sempre più a suo agio in questa stessa violenza. Ma, imperterrito, Jax continua a scrivere lunghe, noiosissime lettere piene di retorica “one percenter” ai propri figli, e non sembra aver ancora realizzato appieno quanto sia più figo il ruolo di leader di una banda di motociclisti fuorilegge rispetto alla tanto agognata occupazione di papà in una famiglia modello “Mulino Bianco”.
Questa sesta stagione potrebbe (dovrebbe?) essere il penultimo capitolo della saga dei motociclisti californiani, e immaginiamo non si discosti di un millimetro dalle precedenti. Un filo più pessimista che in passato, magari, ma Sons Of Anarchy resta fondamentalmente una soap opera con tante sparatorie e un po’ di scazzottate, e per quanto ci riguarda è al suo meglio quando fila via rapida e violenta (ma sostanzialmente indolore, visto l’investimento emotivo nullo nei confronti dei personaggi), assecondando le visioni pìu truculente del suo creatore Kurt Sutter. Al contrario, è decisamente difficile da digerire quando si intestardisce su questioni sentimentali e/o esistenziali. Non lo neghiamo, Sons Of Anarchy ci ha un po’ stancato: la passata stagione ha parzialmente corretto una rotta narrativa che non sembrava per niente positiva, ma dovrebbe esserci un limite di legge al numero di volte in cui uno sceneggiatore può adoperare lo schema “SAMCRO in un angolo e Jax ad inventarsi qualcosa per garantire la sopravvivenza sua e del club”. E poi, andiamo, quanti sono i pretesti improbabili che ancora possono essere utilizzati per risparmiare a Clay Morrow una fine che appare inevitabile da un paio di stagioni? Per quanto si possa apprezzare Ron Pearlman, desideriamo ardentemente che il suo personaggio sparisca il più presto possibile. Purtroppo, siamo realisti: saremmo i primi ad essere felici qualora la nostra previsione venisse smentita, ma temiamo che difficilmente la dipartita di Clay si verificherà in questa stagione.
Al di là dell’opinione tendenzialmente negativa sull’evoluzione della serie, dobbiamo riconoscere che il primo episodio della nuova stagione non è affatto male: limita i toni melodrammatici e orchestra una sapiente miscela tra esplosioni di violenza inaudita (tra le quali una scena finale che va a mettere il dito in una delle piaghe purulente dell’America contemporanea, e che come tale ha suscitato notevoli — e come al solito mal dirette — polemiche) e la necessità di tempi riflessivi utili a gettare le basi della stagione, che sarebbe poi il naturale compito di un episodio introduttivo. La chiave scelta per unire questi due aspetti si rivela sorprendentemente felice, e l’inesorabile discesa dei Sons nel vortice della violenza viene immerso in una straniante atmosfera di calma ineluttabilità. Jax, ovviamente, ripete ai quattro venti di voler remare controcorrente per tirare fuori i Sons da questo vortice, ma la sensazione è che tutto e tutti finiranno per esserne risucchiati. Quantomeno sarebbe un bell’epilogo.

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Derek, Netflix (prima stagione, 7 episodi, 12 settembre)
La proposta di Netflix per l’Autunno è in realtà un prodotto d’importazione dalla tv inglese, e nemmeno tanto recente: originariamente commissionata da Channel 4, la serie è andata in onda sugli schermi dell’emittente britannica durante l’inverno del 2012. Si tratta dell’altro side-project del duo comico Stephen Merchant/Ricky Gervais a cui avevamo accennato nella presentazione (poco entusiasta) di Hello Ladies. A differenza di Merchant, Ricky Gervais, che dei due è quello che, con i suoi progetti solisti, ha raccolto i maggiori successi, ha curato tutti, ma proprio tutti, gli aspetti della sua serie: ne è infatti autore, regista e soprattutto interprete principale, nel ruolo del protagonista che dà il titolo alla serie, Derek Noakes.
Derek è un eccentrico cinquantenne impiegato presso la Broad Hill Retirement Home, una casa di riposo in cui svolge il suo lavoro di assistenza agli anziani con dedizione assoluta, ed è pertanto adorato dagli inquilini residenti presso la struttura. Tutti, in realtà, adorano Derek, dagli stravaganti colleghi Dougie e Kev alla manager Hannah, e tutti gli riconoscono due qualità di cui dispone in quantità industriali: l’altruismo e la bontà d’animo. Se non siete ancora nauseati dall’eccesso di sdolcinatezza, aggiungeremo anche che la serie è realizzata secondo lo schema del mockumentary (tanto per non perdere di vista The Office), e, con il pretesto di seguire una troupe fittizia interessata al funzionamento della casa di riposo, racconta la relazione di Derek con i pazienti e con i colleghi, i quali sono perennemente impegnati a fronteggiare le croniche difficoltà economiche in cui versa la residenza e i continui tagli al budget della stessa.
Cosa ci sia di comico in tutto ciò stentiamo a immaginarlo, ed in effetti il trailer non ci ha strappato neanche mezzo sorriso. Gervais sostiene di aver voluto realizzare uno show in cui a farla da padrone sono le persone ordinarie, le persone buone e gentili che abitano ai margini della società e la cui positività viene normalmente disconosciuta. Non devono essere stati dello stesso avviso i critici inglesi, i quali, a partire dalla messa in onda del pilot, hanno accusato lo show di essere imperniato sulla ridicolizzazione di un individuo affetto da disabilità mentale, e di sfruttrare a fini comici la patologia (e di propagandare pertanto un’attitudine discriminatoria nei confronti di coloro che ne sono affetti). L’attore ha rispedito al mittente le accuse, precisando che Derek non è affetto da alcuna disabilità cognitiva, e che il suo intento è invece quello di ironizzare sulla percezione diffusa che la società ha degli individui relegati ai margini della stessa, i nerd, gli stravaganti, i tipi “strani” in generale. Perché, ripete ancora una volta, tutte queste persone, ignorate dai più, costituiscano la parte migliore delle nostre comunità. Bene, a costo di passare per cinici senza cuore, una serie del genere non la guarderemo mai. Addio, Derek.

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White Collar, USA Network (quinta stagione, 13 episodi, 17 ottobre)
Il patinato procedurale che narra le avventure della strana collaborazione tra il poliziotto buono Peter Burke e il fascinoso falsario Neal Caffrey è probabilmente l’unica produzione originale di USA Network degna di nota (diciamo “probabilmente” perché quest’estate abbiamo ignorato Graceland, per cui per ora rimandiamo il giudizio assoluto). La quarta stagione si è chiusa con un cliffhanger non da poco: l’agente dell’FBI Peter Burke è accusato dell’omicidio del Senatore Pratt, il quale in realtà è stato ucciso dal James (il padre di Neal) utilizzando l’arma d’ordinanza dello stesso Peter. Sarà dunque compito del brillante ex-galeotto Neal, in virtù dell’affetto e della reciproca fiducia che ormai lo lega a Peter, tentare di scagionare l’incolpevole agente dell’FBI. Ma per fare ciò, Neal dovrà evidentemente compiere una scelta difficile, poiché la salvezza di colui che ha assunto il ruolo di figura paterna sembra avere un prezzo piuttosto alto: sacrificare la relazione con il suo vero padre. Tentennerà, il buon Neal?

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Full Circle, Audience (prima stagione, 10 episodi, 9 ottobre)
Undici personaggi inconsapevolmente interrelati gli uni agli altri sono i protagonisti di uno show la cui struttura è quantomeno anomala. Ogni episodio, infatti, presenta due di questi personaggi impegnati in una conversazione imperniata su complicate questioni sentimentali mentre siedono ad uno dei tavoli del ristorante Ellipsis. Uno dei due partecipanti all’incontro sarà tra i protagonisti dell’episodio successivo, che non si limiterà ad introdurrà solo un nuovo interlocutore (e presumibilmente le sue complicate questioni sentimentali), ma che soprattutto offrirà una inaspettata chiave di lettura delle vicende raccontate nell’episodio precedente. Lo schema di queste conversazioni  interconnesse procede fino alla… chiusura del cerchio, per l’appunto, nel quale presumibilmente ci sarà la rivelazione finale sul senso di tutte queste ingarbugliate relazioni.
Il formato invita a pensare ad una narrazione dai ritmi quasi teatrali (e l’autore, Neil LaBute, è in effetti un drammaturgo), ma il trailer lascia intravedere molto poco, e i materiali promozionali sono alquanto avari di informazioni. Rimandiamo alla visione del pilot le considerazioni sulla riuscita o meno dell’esperimento.

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It’s Always Sunny in Philadelphia, FXX (nona stagione, 13 episodi, 4 settembre)
Serie storica del portfolio di FX, da quest’anno traslocata sulla neonata rete consorella FXX, il cui compito è appunto quello di ospitare le commedie. Uno degli episodi della stagione, che quest’anno taglierà il traguardo dei 100 episodi, è a cura degli autori di Game of Thrones, D.B. Weiss e David Benioff. Se questo implicherà la morte cruenta di uno dei protagonisti, e il contorno di scene di nudo totalmente ininfluenti ai fini della trama, lo ignoriamo. In realtà, la presenza di Weiss e Benioff in qualità di guest writers è praticamente tutto ciò che sappiamo a proposito di questa serie, poiché nonostante si tratti di una sit-com di lungo corso, spesso elogiata dalla critica e capace di raccogliere ampi consensi di pubblico, non ci è mai capitato di seguirla. Otto stagioni da recuperare non sono uno scherzo!

Quali sono le serie tv in onda in quest'estate 2013? #summer13tv

Non abbiamo ancora finito di raccontarvi tutte le novità appena andate in onda in questa ricca primavera (e soprattutto non abbiamo ancora finito di vederle) che è già tempo di pensare alla stagione estiva: tale è l’abbondanza televisiva, e non saremo certo noi a lamentarcene. L’estate 2013 segnerà la conclusione di due serie che hanno fatto la storia della televisione contemporanea (Breaking Bad e Dexter), vedrà il ritorno di alcune serie di grande successo di cui non ci importa molto (True Blood), altre più di nicchia di cui ci importa abbastanza (Hell On Wheels), e proverà a dare un’altra chance ad alcune cocenti delusioni di questi ultimi anni (The Newsroom e The Killing). Ai cancelli di partenza del terzo quarto del 2013 si presentano meno debuttanti rispetto al mid-season, ma c’è comunque spazio per esordi che sulla carta sembrano promettenti (The Bridge e Ray Donovan, più il primo che il secondo) e per qualche serie poco reclamizzata che potrebbe tuttavia rivelarsi la sorpresa della stagione (Low Winter Sun?). Di seguito una breve panoramica di tutte le principali serie che, secondo noi, vale la pena tenere d’occhio. Come sempre, ce n’è per tutti i gusti.


Breaking Bad, AMC (quinta stagione, seconda parte, 8 episodi, 11 agosto)
La seconda parte dell’ultima stagione di Breaking Bad è l’headliner indiscusso dell’estate 2013. L’irresistibile parabola di Walt White da timido insegnante di chimica a signore della droga sembra ormai giunta al termine: Walter e il socio Jesse hanno abbandonato il business delle metanfetamine, tutti i possibili collaboratori della DEA sono stati zittiti per sempre, e la famiglia White, dopo le furibonde liti tra Walt e Skyler, è di nuovo unita. Tuttavia, scordiamoci una conclusione pacifica: Jesse non ha mai digerito l’omicidio a sangue freddo del ragazzino in motorino; dal cold opening della scorsa stagione sappiamo che nel portabagagli di Walt c’è una pistola di Cechov grossa quanto un M60; e, soprattutto, la prima parte ci ha lasciato con Hank Schrader, cognato di Walt e agente della DEA alla caccia del fantomatico Heisenberg, che sembra aver finalmente realizzato chi si cela dietro le iniziali W.W. (“no shit, Sherlock!”, ci viene da dire). Vince Gilligan, creatore della serie, si è lasciato andare ad un commento sibillino sul finale della serie: sarà “victorious”. Cosa diavolo avrà mai voluto dire?

breakingbad

Dexter, Showtime (ottava stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Ultima stagione per il serial killer più amato della storia della tv. Il cerchio intorno a Dexter Morgan si stringe sempre più, con nuovi personaggi sulle tracce del Bay Harbor Butcher, tra i quali l’intelligentissima neuropsichiatra Evelyn Vogel, deputata ad elaborarne il profilo psicologico. Ma non solo dalla legge dovrà guardarsi il nostro (anti)eroe, poiché non sappiamo quali siano le intenzioni di Hannah (nemesi o collaboratrice controvoglia?) né quelle di Deb, profondamente segnata dall’aver ucciso il capitano LaGuerta. Come per Walt White, la domanda che tutti si pongono è una sola: che fine farà il protagonista? Le alternative, anche in questo caso, sembrano essere tre: a) sopravviverà e continuerà a fare ciò in cui eccelle (ovvero impacchettare nel domopak le sue vittime); b) verrà catturato e la giustizia potrà fare il suo corso; c) conclusione definitiva: finirà sul tavolo di un obitorio. Se il materiale promozionale offre qualche indicazione in proposito, l’immagine del teaser poster non lascia presagire nulla di buono. Oppure è una clamorosa falsa pista.

dexter

The Newsroom, HBO (seconda stagione, 12 episodi, 14 luglio)
Continua la crociata dell’anchorman Will McAvoy per redimere il giornalismo contemporaneo dalla faziosità e dalla passione per gli scandali. Ancora una volta le pressioni del network ACN, tutto business e zero etica, proveranno a ostacolare gli impavidi giornalisti di News Night mentre provano a farci vedere come i media avrebbero dovuto trattare notizie come l’omicidio di Trayvon Martin, le primarie e le elezioni, la questione libica, lo scandalo Strauss-Kahn. Cosa ci aspettiamo? Dialoghi veloci e battute ad effetto, idealismo à gogo, un po’ di humor: il solito campionario sorkinista, insomma. Tecnicamente impeccabile, ma la combinazione mortifera di buonismo e moralismo è tale da far impallidire il duo Fazio-Saviano. Perpetra la solita idea liberal-consolatoria che l’America sia stata, in un passato non troppo lontano, il paese più bello del mondo, e con un po’ di fatica può tornare ad esserlo. Per lo meno in tv.

thenewsroom

The Bridge, FX (prima stagione, 13 episodi, 10 luglio)
Il cadavere di una donna viene abbandonato sul ponte che unisce El Paso a Ciudad Juàrez. Il ritrovamento del corpo dà il via ad un’indagine congiunta tra la polizia messicana e quella americana, entrambe alla caccia di un serial killer che opera lungo il confine. Marco Ruìz, poliziotto messicano abituato a non andare troppo per il sottile a causa della corruzione dilagante nel suo dipartimento, si troverà a collaborare controvoglia con la sua controparte americana Sonya Cross, la quale è invece uno di quei detective ligi al regolamento che fanno tutto secondo le procedure. Il tutto nel mezzo della violenta guerra tra i cartelli messicani per il controllo del narcotraffico. Il trailer e gli enigmatici teaser lasciano intravedere uno show magari non particolarmente originale, ma di sicuro piuttosto macabro (e questo ci piace). Remake della serie scandinava omonima, il cui ponte del titolo unisce però Svezia e Danimarca.

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The White Queen, Starz (prima stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Ennesima serie in costume prodotta da Starz. Stavolta ci troviamo nel 1464, nel bel mezzo della Guerra delle Due Rose, la trentennale guerra dinastica tra Stark e Lannister York e Lancaster per la successione al trono di spade d’Inghilterra. Protagoniste della vicenda sono tre donne, Elizabeth Woodville, Margaret Beaufort e Anne Neville, e le loro macchinazioni per impossessarsi della corona. Lo spirito della serie è ben riassunto dalle parole chiave ricorrenti nei materiali promozionali: passione-seduzione-lussuria-inganno-tradimento-assassinio. Da Starz non sai mai cosa aspettarti, o meglio, lo sai: violenza un tanto al chilo, una scena di sesso ogni 16 minuti e mezzo, e tanti, tanti nudi femminili, ma nonostante questo la cifra stilistica kitch del canale talvolta ha dato frutti (almeno parzialmente) apprezzabili. La cooperazione con BBC potrebbe dare adito a qualche speranza in questo senso, ma l’imbarazzante precedente stabilito da Da Vinci’s Demons ci ha reso diffidenti.

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The Killing, AMC (terza stagione, 12 episodi, 2 giugno)
Le vicende dei detective Sarah Linden e Stephen Holden riprendono a distanza di un anno dalla conclusione del caso Rosie Larsen. The Killing ritorna, resuscitata per una terza stagione che sembrava improbabile, mettendo in chiaro che questa volta il caso si risolverà entro il season finale: non è molto, ma ci sembra apprezzabile il tentativo di evitare le assurdità delle prime stagioni, ovvero la scellerata (non-)conclusione della prima stagione e i patetici ammiccamenti a Twin Peaks (Who killed Rosie Larsen? GTFO!). Per il resto, però, non ci aspettiamo niente di particolarmente rivoluzionario: Linden continuerà a masticare incessantemente il suo chewing-gum, Holder continuerà a parlare da perfetto wigger, e su Seattle continueranno a venir giù migliaia di metri cubi di pioggia, ché fa tanto atmosfera noir. Ah, stavolta i due daranno la caccia ad un serial killer mica da ridere, con una striscia aperta di ben diciassette omicidi.

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Hell On Wheels, AMC (terza stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Siamo nel 1867, al terzo anno di costruzione della ferrovia transcontinentale, grande opera investita del compito simbolico di ricucire un paese lacerato dalla lunga Guerra Civile. Cullen Bohannon ha esaurito i suoi propositi di vendetta, e si dedicherà anima e corpo alla ferrovia e alla corsa verso Ovest che oppone la Union Pacific alla Central Pacific Railroad. Alla città viaggiante si unisce un nuovo personaggio, Louise Ellison, arguta e intransigente giornalista inviata dal New York Tribune a seguire i lavori dell’opera del secolo. Sulla costa Est, invece, cresce il peso di Wall Street nel determinare le scelte politiche compiute a Washington, in un sinistro presagio dell’America contemporanea, rieccheggiata anche nelle altre tematiche affrontate dalla serie: la distruzione dell’ambiente per fare spazio al “progresso”, il razzismo, l’impatto delle scelte politiche e industriali sui nativi. Il western ci piace, e tanto, e quindi siamo inclini a perdonare l’uso e l’abuso dei clichè propri del genere.

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Ray Donovan, Showtime (prima stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Prima novità del palinsesto Showtime da circa un secolo. Il Ray del titolo è un “fixer”, la persona a cui i ricconi e le celebrità di LA si rivolgono quando hanno un problema scomodo. Pare sia piuttosto bravo a risolvere le grane di businessman, attori e atleti (che sia stato assoldato da Kobe per far fuori Dwight Howard e Pau Gasol?), e questo suo talento gli ha garantito un certo benessere. C’è però un problema che lo riguarda direttamente, e che non sembra in grado di risolvere in modo altrettanto efficace: il ritorno in libertà dopo vent’anni del padre Mickey, un criminale convinto del fatto che Ray abbia contribuito a farlo condannare. La relazione padre-figlio sembra tutto fuorché idilliaca, e l’inaspettata scarcerazione rappresenta una seria minaccia alla famiglia di Ray e a tutto ciò che egli è riuscito a costruire nella sua vita. Non sembra nulla di particolarmente memorabile, ma di sicuro almeno il pilot avrà la possibilità di un giretto sul nostro video player.

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Magic City, Starz (seconda stagione, 8 episodi, 14 giugno)
Miami Beach, 1959. Abbiamo lasciato Ike Evans, orgoglioso proprietario del Miramar Playa, lussoso hotel di Miami Beach meta prediletta di uomini politici, celebrità e gangster, invischiato nella pericolossisima relazione con il boss mafioso Ben “The Butcher” Diamonds. Per il bene della sua famiglia e del suo albergo, Ike proverà a liberarsi da questo abbraccio mortale, ma a quale prezzo? Nel frattempo, i figli intraprendono carriere decisamente opposte, l’uno attratto dalla malavita, l’altro negli uffici dello spregiudicato pubblico ministero Jack Klein. Oltre a girovagare per il sottobosco criminale di Miami e Chicago (con accenni alle montanti tensioni razziali),  ci troveremo anche all’Havana, per seguire i primi passi dalla rivoluzione castrista e la liberazione dell’isola da dittatura e clan mafiosi, invero piuttosto seccati per il forzoso trasferimento nella dirimpettaia Florida. Senza correre neanche lontanamente il rischio di essere scambiata per un capolavoro, è una serie godibile: c’è di molto peggio, specie sullo stesso canale.

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Low Winter Sun, AMC (prima stagione, 10 episodi, 11 agosto)
La storia di un omicidio perfetto che si rivela non essere tale, in una ruvida realtà urbana in cui la linea di demarcazione tra poliziotti e criminali non è per niente chiara. Frank Agnew, poliziotto di Detroit, ha ucciso un collega per vendetta. È convinto di aver cancellato le prove del suo crimine, ma scopre che sul caso è in corso un’indagine degli affari interni. La sua vita cambia radicalmente, e Frank, accompagnato dal collega Geddus, si troverà in parecchie situazioni scomode, tra poliziotti corrotti, violenza che chiama altra violenza, e incursioni nei bassifondi di Detroit. A quanto pare, il protagonista continua a ripetere (e a ripetersi) di non essere una persona cattiva. Potrebbe essere il tanto atteso e necessario aggiornamento del filone poliziotti-con-problemi? Non lo sappiamo, perché le informazioni diffuse da AMC sono di una vaghezza più unica che rara. Però ci speriamo, e a pelle siamo fiduciosi.

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True Blood, HBO (sesta stagione, 10 episodi, 16 giugno)
Vampiri della Louisiana in salsa porno softcore. A causa di queste poco esaltanti premesse, è una delle poche serie HBO che non ci ha mai incuriosito, e continua a non incuriosirci. Siamo alla sesta stagione, quindi c’è poco da dire: se siete dei fan sapete già tutto meglio di noi, se non lo siete non saremo certo noi a spingervi tra le loro fauci.

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Copper, BBC America (seconda stagione, 12 episodi, 23 giugno).
Poliziesco ambientato a New York negli anni della Guerra Civile americana, tra immigrati irlandesi, comunità afroamericana, e le gang che si danno battaglia per il controllo di Five Points. La seconda stagione si apre nei mesi immediatamente precedenti l’assassinio di Lincoln, e continua a seguire le vicende del detective irlandese Kevin Corcoran, impegnato da un lato a collaborare con il generale Donovan, appena tornato dalla guerra, nel tentativo di porre un freno alla violenza dilagante nel celebre slum newyorkese, e dall’altro a mettere ordine nelle propria vita dopo il tradimento della moglie e del suo migliore amico.

Orange is the New Black, Netflix (prima stagione, 13 episodi, 11 luglio)
Piper Chapman, newyorkese di successo, viene condannata alla reclusione in un carcere federale a causa di una relazione avuta ai tempi del college con una spacciatrice. La dramedy segue il difficile adattamento alla vita carceraria di Piper e l’incontro con un gruppo di detenute che le spiegherà come si vive in un carcere femminile. L’arancione del titolo è ovviamente quello della tuta indossata dai carcerati. Hype? Non pervenuto.

Wilfred, FX (terza stagione, 13 episodi, 20 giugno)
Commedia surreale incentrata sulla relazione tra Ryan (Elijah Wood), ex-avvocato depresso con tendenze suicide, e il cane della sua vicina, Wilfred. Mentre per tutti Wilfred è un normale cane, Ryan lo vede come un adulto travestito da cane. Cosa sia successo tra i due nelle prime due serie, e cosa succederà nella terza, lo ignoriamo, ma la premessa è talmente assurda che potremmo essere tentati di vedere tutto quello che ci siamo persi prima dell’inizio della nuova stagione.

Camp, NBC (prima stagione, 10 episodi, 10 luglio)
Mack Granger è la direttrice del Little Otter Family Camp, un campeggio estivo per famiglie. La vicenda si svolge tra turbamenti amorosi adoloscenziali, bravate da studenti collegiali, e adulti che fanno di tutto per non dimostrarsi tali. Sullo sfondo, la fine del matrimonio di Mack. Descritta in questi termini potrebbe essere la dramedy meno interessante di sempre. Il pilota potrebbe (e dico potrebbe) meritarsi un’occhiata solo per via della presenza di Rachel Griffiths, indimenticata Brenda di Six Feet Under.

Under the Dome, CBS (prima stagione, 13 episodi, 24 giugno)
L’improvvisa comparsa di una gigantesco campo di forza isola una cittadina del New England dal resto del mondo. Progetto in ballo da anni, tratto da un romanzo di Stephen King.


L’estate porta in dote tanto tempo libero, e sappiamo benissimo che è inutile confidare nel contributo della tv nostrana per cercare di riempirlo: il palinsesto italico estivo è, se possibile, ancor più desolante e deprimente che nel resto dell’anno. Se siete come noi, e delle amichevoli estive non vi importa nulla, agosto sarà il periodo giusto per recuperare la visione di alcune serie andate in onda durante questa primavera e che, tra tanti protagonisti, erano sfuggite al nostro radar.

The Fall, BBC Two (prima stagione, 5 episodi, 13 maggio)
Stella Gibson, esperta detective, è sulle tracce di un serial killer che terrorizza Belfast. Un pitch del genere non lascia immaginare niente di più di un canonico thriller psicologico, ma il ritorno in tv di Gillan Anderson nei panni della protagonista è stato acclamato dalla critica. E noi abbiamo deciso di fidarci.

Broadchurch, ITV (prima stagione, 8 episodi, 4 marzo)
Thriller che si muove lungo la linea tracciata da Twin Peaks e ripresa, di recente, da The Killing e Top of The Lake. In questo caso, però, la vittima è un ragazzo, Danny. E siccome la serie è inglese, pare ci sia spazio per un po’ di sano humor nero.  Il luogo dove si svolge la vicenda, invece, è la consueta idilliaca cittadina che dietro una facciata da paradiso terrestre nasconde tanti misteri. Altra serie molto apprezzata dalla critica, e anche in questo caso ci fidiamo del consiglio e procediamo con la visione.

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Qualche sera può essere salutare, anche per i più serie-dpiendenti, lasciar perdere la fiction ed immergersi invece in qualche bella storia del mondo reale. Questi documentari provano a raccontarcene un paio che ci sembrano piuttosto interessanti. (E dovrebbero sembrarlo anche a voi: streetball e street art, che volete di più??)

Doin’ It In The Park
Questo documentario indipendente è il racconto di un viaggio di 90 giorni a spasso per i five boroughs di New York City, e di centinaia di partitelle giocate su ben 180 playground della Big Apple, alla ricerca dell’essenza della pallacanestro. Un racconto, quello realizzato da Bobbito Garcia e Kevin Couliau nel loro film d’esordio, che trasuda amore incondizionato per “the city game” e per i suoi protagonisti. Sotto la loro guida ripercorriamo cinquant’anni di storia della pallacanestro così come viene vissuta sui playground della Mecca del basket, attraverso il racconto delle gesta mitologiche degli eroi che dagli anni ’70 ad oggi ne hanno calcato l’asfalto. Gesta che da generazioni vengono tramandate oralmente all’interno della comunità cestistica newyorkese, equivalente metropolitano dei poemi omerici. E come l’epica classica aveva i suoi aedi, così il basket newyorkese ha i suoi cantori, e Bobbito Garcia, egli stesso leggenda dei campetti (e, per sovramercato, enciclopedico conoscitore di scarpe da basket, che stanno al cantore di avventure cestistiche come la cetra sta al poeta) ne è uno degli esponenti principali. Oltre alla sapienza di Bobbito, il racconto è arricchito dalle parole di molti dei protagonisti — per lo meno quelli vivi e in buona salute — che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di coltivare il proprio talento con la palla a spicchi sull’asfalto newyorkese, alcuni capaci di raggiungere il successo tra l’Olimpo dei pro, altri destinati a restare leggende della strada: possiamo così ascoltare frammenti di mitologia direttamente dalla voce dei protagonisti degli albori del movimento, Dr. J, “Fly” Williams, PeeWee Kirkland, per arrivare a quelli più recenti, Kenny Smith, Mark Jackson, Kenny Anderson e Rafer “Skip To My Lou” Alston. Imperdibile per gli appassionati, caldamente consigliato a tutti gli altri. Trailer

Inside Out: The People’s Art Project, HBO (dal 20 maggio)
La storia del progetto di arte globale ideato dallo street artist francese JR, diventata la più grande opera d’arte urbana mai realizzata. Il progetto, presentato in occasione della TED Conference di Long Beach e vincitore del TED Prize nel 2011, aveva come obiettivo quello di permettere a chiunque lo desiderasse, in qualunque parte del mondo, di esprimere il proprio messaggio per mezzo della tecnica artistica resa famosa da JR, ovvero l’affissione di gigantesche riproduzioni in bianco e nero di autoritratti fotografici di persone comuni. Centinaia di gruppi d’azione e di singoli individui provenienti da tutto il mondo, dal Borneo alla Palestina, hanno aderito spontaneamente all’iniziativa di “attacchinaggio globale” proposta dall’artista francese, inviando i propri autoritratti fotografici e ricevendoli indietro in formato poster, pronti per essere incollati ovunque i partecipanti ritenessero di voler dare visibilità ai singoli e alle comunità locali. Trailer

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Quali sono le serie tv in onda in questa primavera 2013? #spring13tv

A uso e consumo dei fedelissimi lettori di AtlantideZine una breve quanto utilissima panoramica di tutte le serie tv in onda nella stagione primaverile 2013. Naturalmente quando scriviamo “in onda” non ci riferiamo alle tristi e sconsolate emittenti italiane (per non parlare delle produzioni…), ma cerchiamo di allargare lo sguardo il più possibile anche se inevitabilmente sono USA e UK a farla da padrone. In definitiva parliamoci chiaro, ci rivolgiamo a quegli utenti che hanno familiarità con cose come µTorrent, Pirate Bay, EZTV, Podnapisi e via dicendo. E naturalmente il nostro più sentito ringraziamento va ai valorosi ragazzi di Itasa e Subs Factory.


Game of Thrones, HBO (terza stagione, 10 episodi, 31 marzo)
La serie più attesa di questa primavera, se non dell’intera stagione 2013. La guerra continua ad imperversare, così come le infinite macchinazioni politiche fatte di alleanze e matrimoni combinati. La minaccia dal Nord si fa sempre più concreta, e dall’altra parte del mondo la bionda Khaleesi in esilio ha dei draghi, e non ha certo paura di usarli. Nessun appassionato di serie televisive degno di questo nome si sognerebbe mai di perderne un solo episodio.

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Mad Men, AMC (sesta stagione, 13 episodi, 7 aprile)
Don Draper e soci, ancora una volta tutti impegnati a ripetere i soliti errori. Il fantasma della guerra del Vietnam e la rivoluzione dei costumi in arrivo. Alla sesta stagione i personaggi sono rodati e la formula ormai collaudatissima. Forse troppo collaudata, inizia a perdere mordente: fino ad oggi non diciamo di essere delusi ma neanche entusiasti.

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Veep, HBO (seconda stagione, 10 episodi, 14 aprile)
Dopo il sorprendente ed acclamato esordio della stagione passata, la satira politca di Veep continua a raccontare le vicende della vicepresidente Selina Meyer e dei suoi tentativi di ottenere peso politico e visibilità dopo le elezioni di metà mandato. Consigliato a chi, non sufficientemente divertito dalle assurdità della politica di casa nostra, vuole passare una mezz’ora a ridere anche di quella degli altri.

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The Village, BBC One (prima stagione, 6 episodi, 31 marzo)
La vita in un piccolo villaggio inglese di inizio novecento raccontata in modo ammirevole dalla BBC. Non molto spettacolare e non così semplice da seguire, ma dategli una chance guardandovi il pilot.

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Orphan Black, BBC America (prima stagione, 10 episodi, 30 marzo)
Sarah Manning, emo-punk desiderosa di mettere ordine nella sua vita, assiste al suicidio della propria sosia, e decide di assumerne l’identità. Ma questo è solo l’inizio, e la vicenda diventa rapidamente parecchio più complicata. Thriller fantascientifico con sconfinamenti nell’horror e nel poliziesco, narrazione tutta di corsa senza pause di riflessione. Puro intrattenimento, non troppo raffinato, ma risultato ben al di sopra delle aspettative. E alla fine ti cattura.

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The Americans, FX (prima stagione, 13 episodi, 30 gennaio)
Le vicende di Elizabeth e Philip Jennings, una coppia di agenti del KGB infiltrati da 15 anni in territorio americano per operare, in piena guerra fredda, sotto la copertura di una canonica famiglia americana. Spy story con abbondanza di travestimenti e gadget vintage e, allo stesso tempo, family drama: fino a che punto la fedeltà alla madre patria e all’ideologia può prevalere sulle emozioni? Miglior esordio dell’anno.

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Vikings, History Channel (prima stagione, 9 episodi, 3 marzo)
La storia di Ragnar Lothbrok, leggendario condottiero, e dell’espansione ad occidente dei popoli scandinavi che diede inizio all’epoca vichinga. Visivamente appagante tanto nei costumi quanto nelle ambientazioni evocative. Battaglie avvincenti, tanta avventura, e il fascino innegabile della mitologia norrena fanno di Vikings, nonostante non sia un capolavoro di scrittura, una bella storia che si lascia seguire con piacere. Merita.

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Hemlock Grove, Netflix (prima stagione, 13 episodi, 19 aprile)
Un trucido omicidio sconvolge una piccola cittadina della Pennsylvania. Licantropi, vampiri, personaggi grotteschi, nomadi rom, adolescenti deformi e liceali turbati sono gli ingredienti di questo confusionario horror prodotto da Eli Roth, con troppi debiti nei confronti di Twin Peaks e neanche una briciolo della sua verve. Il primo episodio, diretto dallo stesso Roth, non invoglia certo a proseguire la visione degli altri dodici. È pur vero che provare non costa nulla.

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Rectify, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 22 aprile)
David Holden, reo confesso per lo stupro e l’omicidio della sua fidanzata ai tempi del liceo, viene scarcerato dopo 19 anni passati nel braccio della morte a causa di nuove prove che ne invalidano la sentenza di condanna. Dramma introspettivo, dedito all’esplorazione dello spaesamento di David in un mondo che non conosce più e della difficoltà del reinserimento in una società ostile. Con la prospettiva di un nuovo processo che aleggia minacciosa. Promette bene, speriamo mantenga.

Defiance, SyFy (prima stagione, 12 episodi, 15 aprile)
Ambiziosa saga ambientata in un futuro non troppo lontano, il cui esordio è accompagnato dall’uscita di un videogioco omonimo, idealmente complementare nella costruzione dell’universo fantascientifico della serie. Il pilota mette in mostra tanti stereotipi e getta le basi per una trama davvero poco originale. Roba per adolescenti, purché non troppo esigenti, o per chi non può proprio fare a meno di una dose settimanale di alieni ed è disposto ad accontentarsi di quello che passa il convento.

Da Vinci’s Demons, Starz (prima stagione, 8 episodi, 12 aprile)
Fumettone fantasy ad ambientazione storica, racconta le avventure di uno spavaldo Leonardo da Vinci venticinquenne, tra conquiste amorose, il servizio alla corte dei Medici, sette segrete, libri magici e gli intrighi politici del Rinascimento italiano. Senza prenderlo troppo sul serio, e avendo lo stomaco di sopportare una buona dose di smargiassate e luoghi comuni, si può guardare, anche solo per riderne.

In The Flesh, BBC Three (miniserie, 3 episodi, 17 marzo)
Grazie alla scoperta di un farmaco in grado di curare gli zombie, Kieren Walker, suicida tornato in vita durante una recente zombie apocalypse, si appresta a fare ritorno al suo paese nel nord dell’Inghilterra, affrontando il difficile reinserimento nella sua famiglia e l’ostilità della comunità. Zero azione e poco gore, mostra i non-morti ma parla di tutt’altro. Consigliatissimo a chi ha bisogno di disintossicarsi dopo una lunga stagione di The Walking Dead.

Top of The Lake, BBC Two/UKTV/Sundance Channel (miniserie, 7 episodi, 18 marzo)
Robin Griffin, giovane poliziotta, si trova coinvolta nella ricerca della dodicenne Tui, sparita qualche giorno dopo aver tentato il suicidio. Il maschilismo e l’ostilità dei colleghi e degli abitanti della piccola cittadina di Laketop non la aiutano nelle indagini. E il riemergere del suo passato complica le cose. Ambientazione inusuale, tra “rednecks” neozelandesi ed una comunità di recupero per donne vittime di abusi, ed il contorno stridente di paesaggi mozzafiato. Da vedere.

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La sterminata produzione americana offre anche un’altra manciata di serie, sia sui grandi network che sul via cavo, per cui io non nutro alcun interesse e di cui so poco o nulla, ma che sicuramente hanno, o possono trovare, degli estimatori.

Tra queste:

The Borgias, Showtime (terza stagione, 10 episodi, 14 aprile). Continua la storia della famiglia più dissoluta del Rinascimento italiano, ambientazione e soggetto ideali per intrighi politici, costumi sfarzosi e nudità da cable tv. AtlantideZine ne aveva già parlato in termini non troppo lusinghieri in occasione della prima stagione, un paio di anni fa. Passo.

Nurse Jackie, Showtime (quinta stagione, 10 episodi, 14 aprile). Non ho la minima idea di quale sia il soggetto di questa serie, però è arrivata alla quinta stagione, per cui magari è importante. Per quanto mi riguarda, continuerò a pensare a Edie Falco solo nei panni di Carmela Soprano e di Diane Whittlesey, secondina di Oz. Passo.

The Big C, Showtime (quarta stagione, 4 episodi, 29 aprile). The Big C si chiude con 4 episodi di un’ora ciascuno. Il seguito (relativamente) numeroso di appassionati non è stato sufficiente a garantire un’ultima stagione regolare. Poco male (per me, non per i fan): non mi ha mai incuriosito, non comincerò certo dalla fine.

Hannibal, TNT (prima stagione, 13 episodi, 4 aprile). La storia del giovane Hannibal Lecter. Mi interessa poco, ma visto l’argomento potrebbe essere un successone.

Bates Motel, A&E (prima stagione, 10 episodi, 18 marzo). La storia del giovane Norman Bates. Potenzialmente sacrilego.

Red Widow, ABC (prima stagione, 8 episodi, 3 marzo). Ennesimo remake di una serie nordeuropea. Sembra un ordinario thriller da broadcast network.

Arrested Development, Netflix (quarta stagione, 15 episodi, 26 maggio). Serie resuscitata da Netflix dopo anni. Immagino che per i fan della serie, dopo un’attesa così lunga, il 2013 possa tranquillamente concludersi il 26 maggio.

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Da segnalare, in calce a questa panoramica sulla programmazione primaverile, l’esordio dell’ennesimo nuovo grande produttore desideroso di azzannare una fetta del ricco mercato delle serie tv. È il turno, siore e siori, di Amazon! Si, proprio Amazon, noto a chiunque per essere il rivenditore di libri (ma ormai rivenditore di tutto ciò che su questo pianeta può essere legalmente rivenduto) più grande al mondo. Jeff Bezos — non contento di aver ottenuto questo modesto risultato e, si suppone, non appagato dalle palate di soldi accumulate fino ad ora — ha deciso che Amazon può e deve dire la sua anche sul mercato televisivo (che televisivo in senso tradizionale non è, ma in mancanza di adeguati neologismi bisogna accontentarsi delle vecchie categorie descrittive). Amazon assale il mercato con una strategia assai diversa rispetto a quella messa in atto da Netflix, altra grande novità di questo 2013, lanciando in contemporanea ben quattordici diconsi quattordici episodi pilota di altrettante nuove serie originali. Si tratta esclusivamente di commedie (una delle quali vanta la presenza di John Goodman, mentre un’altra, Zombieland, è la prosecuzione dell’omonima commedia demenziale) e serie animate per bambini, il cui primo episodio è disponibile gratuitamente sul sito di Amazon (precisamente qui, ma l’Italia, tanto per cambiare, è esclusa dal gioco. Tuttavia, i curiosi non avranno troppe difficoltà ad aggirare la restrizione geografica). La particolarità del modello di business sperimentato da Amazon consiste nel fatto che sarà il gradimento del pubblico a determinare quali e quante di queste serie riusciranno a vedere effettivamente la luce oltre il primo episodio, e quali saranno, invece, segate senza pietà e senza rimorso. Insomma, tutto demandato al giudizio degli spettatori e grande fiducia nel feedback della rete (perché la gente sanno! *groan*). Poi magari si rivelerà un cambio di paradigma epocale, chi può dirlo?