Mostro e mostruoso: due studi per interrogarci sulle nostre tante ombre quotidiane

Mostro può essere il tranquillo vicino di casa che cura le magnifiche rose del suo giardino o ognuno di noi, a dispetto dell’innocenza presunta o dichiarata. Mostruoso può essere un attacco di panico che colpisce a tradimento. Tra l’amore vezzoso e subalterno di genitori che, non sapendo educare, scelgono di accontentare sempre e comunque i figli e l’infanzia invisibile abbandonata in ogni angolo del mondo, ci sono bambini in scenari all’apparenza ‘ordinari’ che muoiono per crimini molto efferati e per mano di chi si prende cura di loro (soprattutto padri e madri). La cronaca, purtroppo, ci racconta, spesso con toni sovraeccitati e pruriginosi, queste vicende. Raccoglie, esamina e  interpreta solo fatti di cronaca il libro Mostri uccisori di bambini (Curcio editore, 2012) scritto da Francesco Bruno, psichiatra e criminologo, con Francesca Lonero, psicologa clinica e criminologa. Il libro è stato presentato all’università La Sapienza di Roma, nel corso della programmazione didattica del master in Scienze Forensi, coordinato anche da Bruno. Nella stessa circostanza è stato presentato pure il libro Il disturbo di panico (Alpes edizioni 2011), a cura degli psichiatri Donatella Marazziti e Niccolò Renda, disturbo ancora poco in evidenza, qualcosa di più (ha ricordato Renda) di “una malattia psichica ma una sindrome complessa che ha parecchi fattori che interagiscono” e comunque un disturbo sempre con una forte valenza relazionale. Il libro Mostri nasce dalla necessità di operare un chiarimento fondamentale: “Di mostri ne parlano tutti – ha chiarito Bruno – anche gente che si qualifica come criminologo senza esserlo. Li chiamano pedofili. Il primo motivo per cui ho voluto scrivere questo libro è che questi con i pedofili non c’entrano nulla. Il pedofilo vuole il bambino a scopo sessuale; il mostro per ammazzarlo, anche se crede di essere un pedofilo e di amare molto il bambino sia pure di un amore malato”. In realtà, è una patologia completamente diversa: “non possono soffrire il bambino che è in loro e l’ammazzano come insegna il caso Chiatti”.

Francesca Lonero, coautrice del libro, ha raccolto i casi di mostri non riconosciuti come tali, dai secoli passati ai giorni nostri. Paolo De Nardis, professore di sociologia alla Sapienza di Roma, ha fatto un excursus sul significato del vocabolo mostro e sull’accezione del termine nell’immaginario comune. Mostro allude infatti a qualcosa che si mostra e, in questo caso, qualcosa che si mostra non essendo mostrabile. “Anche nella letteratura dell’infanzia – ha osservato De Nardis – c’è il concetto di mostro che prende il bambino per ucciderlo e divorarlo; l’orco, qualcuno che ha a che vedere con la morte”: così nei racconti ‘classici’ di Perrault, dei fratelli Grimm, di Andersen. L’unica variante possibile è che “quando il bambino si fa ‘adulto’ nella furbizia (è il caso di Hansel e Gretel, Pollicino) diventa più forte del mostro e vince”. Pascoli ci ricorda con pietas che il fanciullino è in noi: va protetto e amato. Difficile amare il fanciullino interiore se è stato calpestato da una madre patologica o da un padre malato. Il mostro però è un archetipo forte, onnipresente nell’immaginario collettivo. “Erode compie la strage degli innocenti  per problemi di potere e perché ha paura. È la mitologia di uccidere la tenerezza”, ha detto De Nardis. Nell’antichità accadeva che un imperatore quale Tiberio nella sua villa a Capri usava i bambini come trastulli sessuali per poi farli uccidere quando se ne era stancato. A Sparta, è noto, erano gettati dalla rupe i bambini deformi o malati.

Anche la propaganda politica ama creare ‘mostri’. Quella dell’Italia anni ’50 ma anche la demagogia in tempi recenti, considerava l’avversario comunista l’orco che mangia i bambini. Nella vulgata della storia italiana diversa dalla storiografia ufficiale, i briganti sono i “mammoni”: è la mamma ad averli resi ‘mostruosi’ e cattivi. Insomma “nell’immaginario collettivo e in una certa pedagogia spicciola il tema del mostro è declinato e decodificato come qualcosa che può essere rappresentabile. Il problema è quando si passa dalla favola alla realtà”. Ai casi di cronaca: il piccolo Tommaso, Alessia e Livia, le gemelline svizzere scomparse (il padre Matthias Schepp si è suicidato buttandosi sotto un treno). D’altra parte, ha evidenziato Gino Saladini, medico legale, criminologo e scrittore (fece l’autopsia sui resti dei tre bambini di Tullio Brigida): “la mostruosità fa parte del genere umano. Il tempo cronologico comincia con un padre Kronos che uccide i figli appena nati”. Finché l’ultimo, Zeus, si salva perché  la madre Rea inganna il marito facendogli ingoiare, al posto del neonato, una pietra avvolta nelle fasce. Oppure in principio ci sono le madri assassine come Medea “che uccide i figli per far dispetto a Giasone”.  Saladini ha impresso, indelebile nella memoria, il ricordo di Tullio Brigida che si spolvera la forfora dalla camicia quando la moglie gi grida ‘maledetto’ in occasione del ritrovamento dei resti dei tre figli da lui uccisi,  a Cerveteri, vicino Roma. “Questo per dire dell’estrema essenzialità e semplicità dell’essere un mostro al di fuori di categorie nosografiche psichiatriche. Ci è accanto il mostro e cammina nelle strade”. Natale Fusaro, avvocato, criminologo, coordinatore didattico e scientifico del master in criminologia, ha ripercorso alcune vicende di mostri (il caso del Circeo, Izzo) sottolineando che dal punto di vista giudiziario “i mostri vanno giudicati e quanto meno ritenuti semi-infermi di mente. Tutti i mostri hanno problemi con la mamma, figuriamoci con il papà assente (come il caso del mostro di Firenze). Non c’è contrasto tra premeditazione e vizio di mente, la giurisprudenza lo dice, anzi, proprio il vizio di mente provoca la premeditazione”.

Camillo Loriedo, professore di psichiatria alla Sapienza di Roma e presidente fondatore della società italiana di Psicoterapia, ha osservato che ciò che unisce i due libri è  il fatto che affrontino argomenti o esecrati o considerati terribili (il mostro in noi e fuori di noi, compaia esso anche in forma di attacco di panico). “Mi occupo di famiglie e coppie e ho una lunga esperienza – ha raccontato Loriedo – la psicopatologia spesso è abbondantemente superata dalle coppie”. Loriedo ha ricordato il caso di Olindo e Rosa: “qualcosa di terribile che scatta tra due persone e un bambino che ci va di mezzo. Anche persone terribilmente malate non compiono delitti del genere. L’omicida è stato un bambino che uccide, un bambino che ha avuto esperienze con genitori che non l’hanno ucciso ma l’hanno portato a un tale punto di esasperazione che l’abusato diventa l’infanticida”. Accade anche che abbiamo bisogno di mostri per sentirci meglio, sani e normali; li creiamo perché se i mostri sono sempre gli altri la coscienza ci si alleggerisce: “anche questo è un aspetto da curare. Direi – ha concluso Loriedo – che il collegamento che funziona male ha prodotto non il mostro, ma la mostruosità. Ognuno di noi ha dentro il bambino e il mostro”. Tutto sta a come storia e vissuto familiare agiscono sulla sensibilità individuale e con quali risultati.

  Titolo: Mostri uccisori di bambini
Autori: Francesco Bruno, Francesca Lonero
Editore: Curcio (collana Electi)
Data di Pubblicazione: Gennaio 2012, p. 159, prezo 14,90 €

 Titolo: Il disturbo di panico
Curatore: Marazziti D., Renda N.
Editore: Alpes Italia
Data di Pubblicazione: Febbraio 2012, p. 120, prezzo: 14,00 €

Bauman-Galimberti: dialogo a distanza nel mare della psicoterapia

C’è un frizzantino dialogo a distanza nelle pagine del libro Il nostro mare affettivo (Alpes edizioni) che è  la trascrizione di un convegno del 2010 della Federazione italiana delle associazioni di psicoterapia, ma anche una riflessione globale, con tanto di contributi esterni, sul compito e sul senso delle psicoterapie in Italia negli ultimi 20 anni. Il dialogo a distanza è tra un sociologo, cittadino del mondo, e un filosofo che è insieme antropologo e fenomenologo. Il libro ospita, infatti, un’intervista a Zygmunt Bauman, il sociologo più famoso al mondo, inventore della categoria della ‘liquidità’ per interpretare il ‘clandestino’ vivere post-moderno e un paio di capitoli che riportano gli interventi di Umberto Galimerti al convegno già citato. Bauman sostiene che per capire quanto il senso della psicoterapia sia cambiato bisogna rivolgersi alla letteratura e leggere o rileggere per esempio I Buddenbrook di Thomas Mann, saga di una ricca famiglia di mercanti. Nel XIX e XX secolo, secondo Bauman, mantenere lo status sociale di rispettabili borghesi era facile purché si aderisse a regole precise, “perché tutto il mondo era un mondo di prescrizione e proibizionismo”. Lo stile di vita era stabile, i cambiamenti erano molto lenti. Oggi invece vige l’assenza di regole, valori, la cosiddetta ‘generazione Y’ vive una stabile instabilità. L’impermanenza è applicata ai consumi: la rapidità con cui si cambia auto, cellulare, partner, vita, almeno in apparenza, è diventata sinonimo di capacità e successo sociale.  Anche il pensiero, le idee risentono di questa instabilità.

Forte di questa analisi, Bauman ritiene che la psicoterapia sia nata come “una componente indispensabile nel mondo moderno” per aiutare i cittadini non in grado di integrarsi a un simile sistema. All’origine della modernità infatti, secondo il sociologo c’è l’idea di un individuo facilmente suggestionabile e dell’uso delle terapie mentali a beneficio di reietti della società, disadattati. Con Freud però si fa strada l’idea che potenzialmente la patologia è sempre in agguato e nessuno è sicuro in casa propria. “Adesso sfortunatamente non c’è un traguardo, c’è l’orizzonte. E come sapete, quando ci si avvicina all’orizzonte, l’orizzonte si allontana, quindi non si raggiunge mai”. Il mercato si adegua meglio e in tempi più veloci agli utenti non dovendosi confrontare, come nel caso di chi svolge professioni d’aiuto psichico, con rigorosi codici professionali. La ‘generazione Y’,  generazione triste, fornirà secondo Bauman prossimi ‘clienti’ agli psicoterapeuti, clienti con una visione del mondo come gigantesco contenitore pieno di opportunità e di pezzi di ricambio ma senza punti in cui ancorarsi. Anche la famiglia è liquida: molto poco oggi è condiviso nel suo ambito. La famiglia prima era unità di consumo e produzione: oggi stazione di sosta obbligata per mancanza di risorse proprie. Allora insegnanti e psicoterapeuti sono esposti, più dei propri studenti o pazienti, all’invecchiare precoce  di conoscenze, regole e norme. Molto difficile dunque il loro ruolo.  Galimberti nel capitolo intitolato ‘dialogo sulla modernità’ precisa che le analisi della società di Bauman evidenziano i sintomi ma non spiegano le cause, non vanno al cuore del problema, molto più disperato: “siamo entrati nell’epoca che Nietzsche definisce nichilista: manca cioè lo scopo,  il perché, tutti i valori si svalutano. È  finito tutto l’ottimismo di cui era animata la cultura occidentale grazie al cristianesimo”. La fiducia sconfinata nel futuro  è svanita. “La speranza – sostiene Galimberti – è un sostantivo della passività ma in un contesto cristiano diventa figura di fiducia nel futuro”.

Dio è morto, non fa più mondo. I giovani, al massimo della forza biologica sessuale ideativa, sono stroncati in partenza. Occidente vuol dire terra del tramonto e probabilmente per il filosofo è davvero giunta l’ora di tramontare. Per Bauman siamo in una società liquida dove tutto è possibile; per Galimberti in una società ‘fortemente cementata’ dove la libertà significa solo “possibilità di revocare tutte le scelte”. In questo contesto la psicoterapia o le psicoterapie devono vedersele con individui non più alle prese con repressioni del Super io ma in cerca d’autore e di senso, carenti di biografia perché la biografia è data da scelte irrevocabili mai compiute; individui costretti a scambiare l’identità per la funzione che l’apparato dà. La società pretende che decliniamo un nome e una qualifica perché “esistenza e funzione sono oggi imprescindibili”. Annientati Super-io e senso di colpa, vige il disagio da senso di inadeguatezza. Si vive di presente assoluto consumando finché c’è e si può. È questo l’ospite inquietante che non si può mettere alla porta perché non è che mettendolo alla porta scompaiano crisi d’ansia, insonnia e altri sintomi sparsi. Che poi, se ci chiediamo cosa davvero sia questo nostro corpo, nessuno ancora lo sa bene, anche se i medici per via riduzionista l’hanno inteso quale  contenitore di organi. E la psiche? Cosa è la psiche? È l’intangibile del corpo. “La psicologia è arte dell’interpretazione” per Galimberti e malgrado le sue pretese scientifiche cade nella contraddizione di voler rendere universali considerazioni che partono dall’unicità dell’individuo. La psiche nasce nel ‘700 come cura dell’anima; in un certo, sostiene il filosofo con sdrucciolevole ironia la psicologia “lavora sui rifiuti della medicina”, su ciò che la medicina del corpo non sa catalogare. Passati dalla società della disciplina alla società dell’efficienza (Ehnrenberg)e il prevalere del ‘modello della razionalità tecnica’ vuole che si debba essere funzionali all’efficienza del sistema. Il mondo della vita è espulso. L’individuo è costretto a una schizofrenia funzionale. La psicoanalisi funziona nella società della disciplina. In quella della tecnica secondo Galimberti il raggio d’azione si restringe: il problema è la ‘disidentità’: non si percepisce più il senso della vita. L’apparato espelle chi non è funzionale. La ricetta del filosofo è tornare alle origini, ricongiungersi alla cultura greca  per cui il tempo era circolare per cui non aveva il senso del futuro bensì della morte quindi del limite umano. Infatti ammoniva: conosci te stesso ma soprattutto conosci il tuo limite.

Titolo: Il nostro mare affettivo. La psicoterapia come viaggio
Curatore: Patrizia Moselli
Editore: Alpes Italia
Dati: 2011, 368 pp.,  25,00 €

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Nel cimitero diffuso alla ricerca della morte ricordando un grande "anarchico" epistemologo

“Così come la traiettoria di un proiettile termina al bersaglio, la vita termina nella morte che è quindi il bersaglio, lo scopo di tutta la vita”.  Le parole di Jung sono farmaco che nessuna industria farmaceutica potrà mai produrre: ragion per cui dovrebbero procurare all’istante una guarigione o almeno sollievo da ogni forma di disagio o instabilità esistenziale perché sono permanente emanazione di senso; tracce di carne viva poeticamente pensante ciò che occorre pensare tralasciando il superfluo; sprone al coraggio d’agire nel mondo; invito al risveglio alla consapevolezza, valido a ogni stagione, oltre la primavera incalzante. Coltiviamoci dunque respirando il flusso della vera ontologia e riflettendo, dal corpo attraverso l’immaginazione attiva che non è fantasticheria, mentre assistiamo al gioco del tempo che consolida i suoi talenti.  Qualche compagno assai più avanti nel viaggio abbandona questa riva: la morte l’avvolge traghettandolo verso altre sponde; svolta di cui non si può registrare nulla eccetto il mistero che comunque riveste tutto, sia il corpo  vivo che inerte. Così l’analista junghiana Simonetta Putti con Marcello Pignatelli ha aperto la presentazione del libro Corpo Riflessione Immagine (Alpes edizioni) presso la libreria Assaggi di Roma ricordando Bruno Callieri, anarchico epistemologo e psicopatologo,  cercatore di senso e significato oltre i parametri riduzionistici della psichiatria e della codificata divisione dei saperi, scomparso appena da un mese. É stata una rievocazione sintetica, dritta al bersaglio, il centro dell’identità di un’anima eccezionale: “Con lui ho avuto modo di lavorare negli ultimi 15 anni e ciò che ci lascia non è un ricordo, ma una modalità operativa. Nell’ultimo scritto contenuto nel libro, Callieri propose il titolo “Ambigua identità dello psicopatologo e dell’analista junghiano” perché chi oggi si occupa della cura di corpo e psiche, sa che la guarigione passa per l’integrazione di vita e morte, non può chiudersi nel sapere specialistico ma deve essere, da nuovo umanista, attento all’etnologia, all’antropologia,alla psicopatologia, ma anche alle indicazioni che vengono da letteratura, filosofia, teologia, costume, sociologia, virtualità informatica e altro ancora. Così faceva Callieri, così praticava la via e trovava sempre nuovi “compagni nel transito”.

Gli sarebbe piaciuta moltissimo la serata di presentazione del libro che l’ha visto tra gli autori perché si è parlato dei temi propri del suo essere nel mondo: limite, vita, morte. Della morte costitutiva dell’esserci, di heideggeriana memoria, di cui Callieri aveva parlato al convegno del Centro studi di psicoanalisi e letteratura del 2010 e scritto sul numero 10 del Giornale storico del Centro. La morte per un fenomenologo quale era rappresenta di certo il momento più critico, “lo scacco più radicale” dell’intersoggettività perché “rottura netta, definitiva, irrevocabile” del co-esserci (così scriveva nel numero di aprile 2010 del Giornale). Ma Callieri segnalava anche che la rimozione della morte è espressione di una cultura nevrotica: “se la cultura attuale tende a occultare la morte e a rimuovere  ogni discorso a essa relativo, ciò spinge a pensare a un profondo disagio della civiltà”. E comunque, esplorando le nevrosi come le grandi tematiche psicopatologiche, fobiche e ossessive, melanconiche e deliranti, pulsionali e immaginative, psicopatiche e sadiche, lo psichiatra ‘eretico’ invitava sempre a centrare – junghianamente – il bersaglio: “la questione della morte non è più eludibile né dallo psicologo del profondo né dall’antropoanalisi, né dal pastore d’anime né dalla teologia, in perenne invito all’indagine. Perentorio è il richiamo secolare alla grande Incognita, iscritta nella carne stessa dell’uomo radice costitutiva dell’ambiguità del suo esserci”. In piena continuità con la questione di centrare il vero bersaglio della vita, la morte, isoliamo un paio di spunti offerti nel corso della presentazione di Corpo Riflessione Immagine, tra i tanti che offre il libro (di cui abbiamo già scritto qui), caleidoscopio di voci e professionalità sul tema messo insieme da Simonetta Putti e Ferdinando Testa con l’intento ha spiegato Putti “di andare oltre la superficialità, questa modalità di vivere che è fatta di dispercezioni,ovvero percezioni distorte che ci impediscono di scavare oltre la buccia e comprendere. Il libro è un invito a riflettere per comprendere e se comprendiamo possiamo cavare spazio per un certo benessere”.

La dilagante “extraterritorialità della morte” (Callieri), “morte che non parla più, morte inarticolata, guardata a vista” (J.Baudrillard) è colta anche da Marta Paniccia (psicoterapeuta sistemica-relazionale e membro del servizio clinico per i lutti dell’Accademia della famiglia) nel capitolo del libro dedicato al cimitero diffuso. Nota Paniccia che il principale campo di socializzazione con la morte è la ‘tele-visione’: videogiochi, film, tv, tg, ma “la tele morte ha in questa società il suo contro altare nelle morti sulla strada”, dove sembra si abbia un contatto diretto con la morte. Allora lo spazio urbano diventa un cimitero diffuso: sempre più spesso vediamo sorgere nelle strade cenotafi privati, altarini con foto, biglietti e fiori in ricordo di chi è morto in un incidente quasi a volere restituire la corporeità di un proprio caro violentemente annientata. È un rituale in espansione che esprime un disagio crescente, il bisogno di opporsi “all’occultamento del lutto nella cultura occidentale, alla sua proscrizione e soppressione”. Occultamento a cui far risalire le psicopatologie del lutto: lutti bloccati, ritardati, o distorti.  Scrive Paniccia: “La morte chiusa nei cimiteri e negli ospedali irrompe col suo potere disgregante sulla strada, portando in superficie un problema sommerso nella nostra società dell’immagine, mettendo anche gli estranei in contatto (forse solo visivo) con l’esigenza di trovare un posto alla morte”.

L’indicazione di Simonetta Putti è di “riportare la morte nella vita”. Perché “proprio in quanto limite dato, può conferire senso all’esistenza” (Si legga il bel saggio di S. Putti, Il limite come attrattore di senso in Giornale storico numero 10, 2010), e il limite non è impedimento ma possibilità di valorizzare il tempo a disposizione sapendo che la morte “non è qualcosa che ci attende alla fine della vita, ma ciò che accompagna sempre la vita stessa, ciò a cui siamo sempre contemporanei”.  La più profonda e radicale paura umana, la paura della morte “strutturale al potere” più della paura della sessualità, può essere affrontata in tanti modi, compreso il non affrontarla e farla vivere come “la grande rimossa del nostro tempo”. L’accettazione cosciente della finitezza è invece per Putti la risposta che evidenzia il vero talento creativo umano. “Creatività del quotidiano” di un individuo  liberato che approda a “un vivere adeguatamente sereno”. Centrare il bersaglio, allora, è anche terminare con l’interrogativo proposto da Simonetta Putti: “Immaginando un mondo fatto di uomini che non abbiano paura della morte e che possano serenamente accettarla, o anche liberamente desiderarla e cercarla… quali conseguenze si avrebbero sul piano della coscienza collettiva e sul piano religioso?”.

Maria e Giuseppe: l'infanzia in manicomio. Storie di bambini eccitati

“Quando ero in manicomio, e vedevo l’erba dalla parte delle radici, ero convinta (e ancora lo sono) che il grande arazzo della volontà divina lo vedano gli angeli, mentre noi, incamminati verso l’indolenza o il sacrificio estremo, non comprendiamo nulla”. Così Alda Merini, poetessa malgrado il manicomio. Chissà se avranno mai guardato fili d’erba e che emozioni gli avranno dato, cosa avranno sentito,  pensato, come avranno percepito il vivere i 2761 bambini ricoverati  al manicomio del Santa Maria della Pietà di Roma tra il 1914 e il 1974, 60 anni di storia italiana appena lasciata alle spalle. Bambini costretti al silenzio, reificati, a cui è stata tolta la possibilità d’esistere, in alcuni casi diventati anziani in manicomio, oppure morti precocemente, quasi mai tornati a vite “normali”. Ha ridato voce a questi nostri fratelli e sorelle maggiori del secolo scorso  “incamminati verso il sacrificio estremo” quanto folle dell’internamento, immotivato se non funzionale alla logica del controllo e dell’esclusione sociale, Ezio Sartori, pediatra. Da anni Sartori è  impegnato a ricostruire un’altra storia della pediatria, a colmare le lacune della storia della psichiatria infantile che è anche storia sociale. Lo ha fatto in un libro di grande interesse e impatto emotivo, Maria e Giuseppe in manicomio – I bambini eccitati (Alpes edizioni) che testimonia una realtà drammatica e quasi mai raccontata. Grazie a una collaborazione con il Centro studi e Ricerche del museo Laboratorio della Mente della Asl Rm E Sartori ha consultato centinaia di cartelle cliniche del prezioso archivio del Santa Maria della Pietà fino a produrre una testimonianza straordinaria che va oltre il freddo studio epidemiologico e restituisce la consapevolezza del privilegio d’ esser nati sotto un cielo senza manicomi e con una maggiore coscienza individuale e collettiva nonché istituzionale dell’universo infantile. Emerge una narrazione in cui come precisa Pompeo Martelli, direttore del Museo Laboratorio della Mente, “a chi sa leggerle queste vite restituite dall’Archivio rivelano una quasi eternità in cui non smettono di dissolversi e di annullarsi”. Ricorda ancora Martelli che “la fonte d’archivio non costituisce una testimonianza ingenua, essa è formattata dall’autorità, per quanto trascini senza volerlo, frammenti di realtà, trasmetta echi di voci spente e di ribellioni stroncate”. Per questo Sartori ha elaborato “un suo personale contro archivio stabilendo a sua volte gerarchie di senso”, lasciando parlare i bambini sia pure con parole di costrizione: quelle di chi è interrogato da un’autorità inaccessibile.

È una narrazione partecipata in cui l’espediente di chiamare tutti i bambini di cui sono ricostruite le storie manicomiali Maria e Giuseppe è attuato perché nessuno si senta offeso, nessuno venga  discriminato, almeno nella memoria, almeno da morto. Nota Sartori che tra il 1914 (quando fu inaugurata la nuova sede del manicomio romano) e la definitiva chiusura del padiglione pediatrico del Santa Maria della pietà nel 1974, 239 bambini furono internati perché riconosciuti affetti da stato di eccitamento: oggi si direbbe  “deficit d’attenzione-iperattività”, sindrome allora non identificata. Il pediatra riemerge dall’appassionata perlustrazione delle cartelle cliniche sorpreso perché in esse non scorge traccia di patologie significative né di condizioni tali di pericolosità per sé e per gli altri da internare bambini anche solo di 3 anni. Allora cosa si nasconde dietro diagnosi che dovrebbero essere il risultato di complesse valutazioni e invece erano generiche? Si nascondono tante storie di povertà e ignoranza, esclusione sociale, discriminazioni, abbandono. Le cartelle cliniche fanno emergere storie di bambini nati sotto cattive stelle e la storia di una particolare comunità autosufficiente che era il manicomio. La struttura romana aveva due padiglioni dedicati all’ ‘assistenza dei minori’: uno per i bambini ‘tranquilli’ o recuperabili che aveva 50 posti; l’altro per i ‘sudici’ o irrecuperabili, con 40 posti. A determinare l’internamento, erano il più delle volte situazioni di difficoltà sociale e familiari, stili di pensiero repressivo, modalità ‘pedagogiche’ coercitive e limitate. Famiglia assente o disgregata a causa della miseria, delle malattie, dell’etilismo, della mancanza di un genitore era condizione sufficiente perché bambini fossero rimbalzati da orfanotrofi, collegi, riformatori fino al manicomio dove era più che ‘naturale’ sviluppare comportamenti reattivi, ribelli, abnormi, fino a tentativi di fuga, in assenza di un sistema capace di garantire davvero protezione e assistenza al minore. Vigeva invece una compatta rete istituzionale quasi sempre di matrice cattolica in cui si rispondeva a un’unica necessità: eliminare chi non fosse funzionale al codice sociale, chi ponesse problemi di difformità, anche fisica, tanto più in anni di autoritarismo e dittatura fascista.

Allora ecco che nelle cartelle cliniche in cui il bambino o la bambina sono chiamati per nome solo all’arrivo nella struttura (oltre a essere foto segnalati e privati dei loro pochi oggetti), poi diventano cose o animali da custodire, di cui si parla con linguaggio burocratico e stereotipato in terza persona.  In manicomio finivano per problemi neurologici alla nascita, per un deficit psichico o sensoriale (sordomuti, ciechi), perché figli della guerra o dei bombardamenti, perché per curare la malaria i farmaci portavano a sviluppare psicosi, perché figli di famiglie sbandate, perché orfani, perché non gestibili da genitori non dotati di nessun talento d’affetto. A volte bastava anche soffrire di enuresi notturna o manifestare le prime pulsioni sessuali o uno scarso rendimento scolastico per esser ritenuti soggetti incompatibili con il normale vivere. La famiglia per prima li estrometteva; la scuola li estrometteva; le istituzioni altrettanto feroci non vedevano l’ora di sbarazzarsene, farli internare per non accoglierli mai più.  Una strada senza ritorno. Viceversa in certi casi, la situazione dei bambini era di talmente tanta povertà e degrado che il manicomio rappresentava il male minore, quasi un rifugio, la possibilità di frequentare la scuola, ’istituto psico pedagogico che il padiglione per recuperabili aveva.  Certo di questi bambini conosciamo una storia parziale tracciata dalla penna di altri:  medici, infermieri, assistenti sociali, suore; ognuno con i propri pregiudizi professionali e umani, personificazioni della paura sociale dell’altro, sia pure il più debole della catena;  spesso incapaci persino di elementare sensibilità umana.

Il bambino non era  “centro di un progetto di cura e riabilitazione”, ma intoppo o falla del sistema da isolare, rinchiudere, controllare, foto segnalare all’ingresso, a cui mettere una divisa,  contenere mani e piedi, interrogare da parte  di un medico più simile a un inquirente che a un guaritore, da catalogare con formule stereotipate senza neanche un reale interesse non già al caso umano ma clinico. Bambini costretti ad affrontare sofferenze sproporzionate  rispetto alla loro età, compreso subire contenzioni a uso punitivo ed elettroshock. Solo intorno agli anni ’70 quando la cultura psichiatrica progredisce, la cartella clinica è più dettagliata e attenta alle individualità. Intanto però ci sono stati l’isolamento e la segregazione in applicazione di una legge del 1904. La legge Basaglia è del 1978, ed è il grande spartiacque tra un prima e un dopo. Nessuno può dirsi normale. Specie se messo in condizioni di non esserlo. Per questo, a tanti è toccata in sorte ‘una vita trascorsa senza vivere’.  Maria e Giuseppe siamo anche noi.

Titolo: Maria e Giuseppe in manicomio. I bambini eccitati
Autore: Ezio Sartori
Editore: Alpes Italia
Dati: 2011, pp., 15.00 €

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Corpo, riflessione, immagine: una trinità di senso multiverso

“Il corpo è il punto zero del mondo; laddove le vie e gli spazi si incrociano il corpo non è da nessuna parte: è al centro del mondo, questo piccolo nucleo utopico a partire dal quale sogno, parlo, procedo, immagino, percepisco le cose al loro posto e anche le nego attraverso il potere infinito delle utopie che immagino”. Questa concentrata esplosione di senso del filosofo francese Michel Foucault sembra contenere i temi portanti del libro Corpo riflessione immagine (Alpes edizioni), raccolta di brevi saggi curata dagli analisti junghiani e psicoterapeuti Simonetta Putti e Ferdinando Testa. Si tratta di un volume polifonico e composito che indaga la triade corpo, riflessione, immagine. Triade declinata, scomposta e ricomposta da ogni singolo autore a seconda dell’ambito di applicazione. Ognuno ha un osservatorio privilegiato da cui  guardare il modo di avvolgersi e intersecarsi di tale movente fondamentale dell’essere: vita  morte ed elaborazione del lutto (Marta Paniccia); terapia analitica (Francesco Montecchi); arti terapie con malati oncologici (Paola Caboara Luzzatto); filosofia gnostica (Giorgio Antonelli); funzione immaginativa dell’inconscio e significato simbolico dei miti (Silvana Ceresa); fotografia e cinema (Roberto Cantratrione, Amedeo Caruso); body art e tatoo (Desirèe Pangerc); teatro (Marcello Cotugno); giurisprudenza e vincolo a norma del diritto all’immagine (Letizia Proietti). È omessa dalla trattazione la parola, quasi stazione periferica rispetto ai linguaggi del corpo e dell’immagine. Certo, il fil rouge delle singole elaborazioni è l’ “invenzione” di Jung più volte ribadita, di considerare la riflessione come la creatività quali ‘fattori istintivi’ sui generis, capaci di mutare radicalmente le dinamiche interiori fino a sbocchi creativi verso l’individuazione, meta di ogni viandante.

A fare da apristrada di questo percorso, composito, eterogeneo e polisemico, è un saggio (che dà il nome all’intera raccolta) a firma di Simonetta Putti e Bruno Callieri. La ‘trinità’ corpo riflessione immagine è ambito di osservazione e terreno di lavoro privilegiato dell’analista che può riscontrare come il corpo sia metafora vivente; custode di disagi, blocchi; sapiente testimone di quel che la psiche ancora non sa a livello cosciente. Finché, nel percorso del paziente si osservano i modi e i tempi in cui interviene la riflessione, junghianamente sospensione della scarica energetica e sua introversione, fino a attivare la facoltà di produrre immagini nuove ‘individuanti’ perché artefici di una trasformazione creativa. Simonetta Putti nel coniugare pensiero junghiano e approccio fenomenologico parla di “creatività del quotidiano” come “possibilità di rielaborare il noto nel nuovo ri-ordinando quindi le componenti del nostro vivere”, transitando “dalle immagini primordiali (archetipi) verso l’immagine nuova e individuante (simbolo) e talvolta anche a ritroso”. Bruno Callieri, padre italiano della fenomenologia, in tempi di “monarchia clinico-nosografica” invita a superare le sirene neurobiologiche incantevoli ma non sufficienti a spiegare cosa si prova a essere se stessi. Occorre che lo psicopatologo e lo psicoterapeuta siano “anarchici epistemologici” con in dotazione un sentimento della complessità da non lasciare  mai: “Essere consapevoli sempre della multidimensionalità dell’uomo – scrive Callieri – ci consente di cogliere nell’uomo paziente la variegata significanza di ogni sua parte costitutiva: corpo, fantasia e immaginazione, pensiero”. Per evitare la caduta in un modello riduttivo dell’uomo ogni contributo è utile. In questo libro si possono pescare spunti di ogni genere. Sulla contemporaneità, illuminante è il capitolo dedicato alla ‘dispercezione’ di cui scrive Luigi D’Elia, quale percezione distorta dal corpo al mondo.

“L’immagine è psiche” e poi “ogni accadimento psichico è un’immagine e un immaginare”, sosteneva Jung.

Il pensiero gnostico è almeno in parte all’origine dell’immaginazione attiva di Jung: “Occorre rinascere attraverso l’immagine”, scrive nel Vangelo di Filippo un eretico gnostico. Antonelli ricorda che nel vangelo gnostico ci sono istruzioni date al morente per incamminarsi nel viaggio ultraterreno. Tecniche di visualizzazione estatica necessarie perché l’anima  si nutre d’immagini, compresa l’angoscia, fino poi al venir meno della dimensione immaginale stessa con l’avvento salvifico della vera gnosi. Immagini come principio di ogni azione: “immaginazione, attività dell’immaginare, l’energia che si concentra nel pensare” anche come origine dell’azione violenta, fino alle scene violente dei film che attraggono perché permettono un’esplorazione protetta dell’Ombra: questa la tesi di Amato Luciano Fargnoli. Alle immagini cinematografiche dedica un capitolo Amedeo Caruso (che analizza i film ‘Il corpo dell’anima’, ‘L’immagine allo specchio’, ‘Quell’oscuro oggetto del desiderio’, ‘Riflessi in un occhio d’oro’). Sua è anche l’intervista a Silvia Rosselli, parte della storia italiana della psicologia analitica perché allieva di Ernst Bernhard, ma anche della storia italiana da ricordare a mente perché lo zio e il padre furono assassinati barbaramente nel 1937 in Francia per ordine del regime fascista. Nel ritrovare immagini intese come fotografie del passato possiamo riscoprire il percorso e il significato di una vita secondo Roberto Cantatrione.

Ci sono le immagini prodotte dai malati oncologici grazie all’arte terapia con cui riescono a manifestare l’inesprimibile; mentre il gioco della sabbia è un metodo terapeutico che coinvolge il corpo e l’immaginario anche del terapeuta. Ricorda Franco Bellotti nel suo articolo sulla psicologia analitica che Jung nel commentare l’Ulisse di Joyce passò da un giudizio estremamente negativo a un graduale ripensamento fino a riconoscerne la grandezza perché quell’opera all’apparenza inaccessibile rivela “in forma di immagine, la simultaneità di contenuti sia coscienti che inconsci; mostrando nella sua globalità la dimensione psichica”. Già per Baudelaire l’immaginazione è “regina del vero”. Pensare per immagini è superamento di ogni dualità fino al grado assoluto dell’essere. L’immaginazione abbinata alla riflessione diventa per Jung  modalità scientifica e poetica “di dare un senso alla conoscenza simbolica e trasformativa”. Lo ricorda Ferdinando Testa nella postfazione. Il corpo stesso è parte di questo itinerario. Jung scrisse: “L’esperienza visionaria strappa dall’alto al basso il velo sul quale sono dipinte le immagini del cosmo, e consente allo sguardo di intravedere le inafferrabili profondità di ciò che non è ancora nato”.

 Titolo: Corpo riflessione immagine
Curatore: Simonetta Putti, Ferdinando Testa
Editore: Alpes Italia
Dati: 2011, 200 pp., 21,00 €

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Vieni! C’è una strada nel deserto per leggere la Bibbia in chiave junghiana oltre Jung

“È necessario leggere la Bibbia altrimenti non capiremo mai la psicologia. La nostra psicologia, tutte le nostre vite, il nostro linguaggio e il nostro corredo d’immagini sono costruiti sulla Bibbia”. Nel 1931, in occasione di un seminario, Jung esorta i partecipanti a rileggere il testo sacro della cristianità. È convinto che l’inconscio collettivo abbia lì concentrato archetipi che continuano ad agire, circolare, animare visioni.  Nella Bibbia rintraccia simboli storici di quel “processo d’individuazione” che fa dell’esistenza un cammino spirituale. Così vivo e presente è nell’indagine dello psichiatra zurighese il riferimento al libro dei libri che alcuni storici della psicologia hanno provocatoriamente interpretato tutta la sua indagine e opera come una rilettura dello stesso. Certo è innegabile la continuità tra psicologia del profondo (ovvero la psicologia che crede nell’inconscio) e  tradizione ermeneutica cristiana; tra indagine religiosa dell’Occidente e ricerca psicoanalitica. A partire da tale passaggio di testimone fondamentale ma poco esplicitato, tra controversie, affinità, avversioni e insanabili fratture,  Antonio Dorella, socio fondatore del Centro Studi di Psicologia e Letteratura,  laureato in psicologia clinica e farmacologia, ha elaborato il saggio “La strada nel deserto – Esegesi simbolica e Bibbia”. L’autore si muove su un terreno minato: dal versante cattolico sono mosse accuse di relativismo e individualismo; dall’altro, di astrattismo teologico e di ignorare la fondamentale dimensione psichica di ogni esperienza e racconto.

Il libro (pubblicato dalla casa editrice Alpes nella collana di Psicologia dinamica, diretta da Giorgio Antonelli) è un originale contributo (nell’anno in cui ricorre il cinquantenario della morte di Jung) in un sentiero poco battuto, se non volutamente accantonato dall’attuale dibattito psicoanalitico, perché scomodo e spinoso. Un ambito di nicchia invece da illuminare a giorno se è vero che la ricerca tra psicologia e religione può a un tempo svelare e rinnovare la nostra sensibilità psichica e spirituale, rivedere e integrare metodi clinici, aggiornare lo junghismo senza perdere la lezione del maestro, scremata però dall’eccesso di teologia che ha generato equivoci e rotture. Dorella, che di questi argomenti si occupa da molti anni e ne ha scritto sul “Giornale storico del Centro Studi di psicologia e letteratura”, ha presentato il libro presso la sede del Centro italiano di psicologia analitica di Roma in forma di conferenza dal titolo “Revisione junghiana dei testi biblici”. È poco noto che a Jung  si deve un modo di leggere la Bibbia “sub specie psychologica“, alternativo al metodo storico-critico, metodo ufficiale dell’esegesi cattolica.  Jung era spinto da ragioni persino intime. Che fosse legato a filo doppio alla teologia lo riprova la sua storia familiare: otto zii e il nonno materno, tutti pastori protestanti. Così anche il padre che però fu travolto da una profonda crisi di fede, morì prematuramente e subì le critiche filiali. Comunque sia, la psicologia del profondo prende le mosse dalla tradizione religiosa occidentale e intrattiene rapporti con personaggi in abito talare. Freud, “il malvagio eretico” ebbe una sincera amicizia e un fitto scambio epistolare con il reverendo Oskar Pfister; Jung con il domenicano Victor Francis White.

Certo, per “l’ebreo senza Dio”, la psicoanalisi avrebbe sconfitto le religioni quali manifestazioni di nevrosi sociali; al contrario per Jung, “il cristianesimo si è indebolito perché è distante dallo spirito del nostro tempo. Il mito deve essere nuovamente raccontato con un nuovo linguaggio spirituale” e la psicologia è il nuovo linguaggio della spiritualità occidentale. Jung si considera investito da “un compito gigantesco”, quello di “creare un nuovo approccio a una vecchia verità”. E da lì comincia la sua continua incursione nel testo biblico, persino minuziosamente conteggiata dai suoi biografi,  fittissima specie nel vangelo di Giovanni (non a caso, evangelista a maggiore influenza gnostica) per superare le ristrettezze del metodo storico-critico e riattivare altre risonanze interiori nella certezza che il simbolo e l’inconscio collettivo siano canali d’accesso non solo a ogni attività clinica ma anche al sentimento religioso. Dorella tra l’altro rintraccia nella problematica religiosa i motivi di insanabile frattura per cui Freud fu tacciato da Jung d’essere solo un “pansessualista”; Jung da parte del maestro viennese d’essere un “panpsichista”. Secondo un inflazionato aforisma dello psicoanalista Aldo Carotenuto, il rapporto tra psicologia, religione e sacre scritture è insieme ferita e feritoia per i “traditori” dei saperi convenzionali. Il dio delle religioni è l’inconscio della psicologia del profondo; Cristo è il Sé; alla salvezza/redenzione subentra l’individuazione.

Il metodo storico-critico di importazione protestante (adottato dal cattolicesimo romano e ufficializzato attraverso due fondamentali documenti, il “Dei Verbum” del 1965 e “L’interpretazione della Bibbia nella Chiesa” del 1993 a opera dell’allora cardinale Ratzinger), ha superato la visione monolitica del dettato biblico come libro di un unico autore interamente ispirato a Dio e cerca di dissezionare il testo per analizzare i contesti storici e gli intendimenti con cui sono state prodotte le singole parti. L’ermeneutica simbolica di Jung, invece, considera le vicende bibliche “come una produzione degli archetipi dell’inconscio collettivo”, fino a scandalizzare alcuni interlocutori cattolici quali il domenicano White, padre Agostino Gemelli che “ha tagliato la testa a un possibile inserimento di Jung in ambito cattolico” perché il maestro svizzero ha ridotto Dio a realtà psichica, o lo psicologo Fromm. L’ipotesi dell’autore nella complessità delle questioni in gioco e nella molteplicità delle interpretazioni della Bibbia (retorica, narrativa, semiotica) e degli approcci (tradizionale, liberazionista e femminista; sociologico, antropologico, psicologico analitico), è che psicoanalisi e psicologia del profondo proseguano la visione del mondo dell’antico e nuovo testamento. Secondo l’esegesi simbolica aggiornata (di cui principale fautore è Eugen Drewermann, teologo, sacerdote sospeso a divinis, psicoanalista, noto anche per le sue interpretazioni di miti e fiabe) non si ipotizza più una redazione della Bibbia “a partire dalle proiezioni dell’inconscio collettivo” ma è “come se fosse il perimetro elettivo della manifestazione di Dio”.

Nella prima parte del libro, La strada, Dorella definisce i metodi esegetici, l’ origine e i limiti; scorge i rischi dello psicologismo sia nel riduttivismo di stampo freudiano che nell’archetipismo junghiano che straborda in altri campi  quali la teologia. Entrambe le procedure sono irrispettose della ‘cosa del testo’ o ‘mondo del testo’ secondo l’accezione del filosofo Paul Ricoeur. Rispetto a queste ermeneutiche psicoanalitiche, l’esegesi simbolica, a partire dalla necessità dell’uso della psicologia del profondo, considera il testo come “oggetto transizionale”, vero in sé, punto di incontro tra il trascendente e la sensibilità umana.  Nella seconda parte del libro, Il deserto, l’autore utilizza la prassi simbolica per interpretare personaggi dell’Antico Testamento. Abramo, che ha spose sorelle, è ancora calato in una dimensione “manipolativa” del femminile; Giuseppe fonda la propria saggezza sui sogni. È l’uomo dei sogni che dice no e salva l’Egitto; il Mosè tanto caro a Freud attraverso le tavole manifesta per la prima volta la dimensione Super egoica; Sansone è l’Edipo della Bibbia, subisce la castrazione in forma di taglio dei capelli, come Edipo prigioniero ancora di un infantilismo non sa dire no a figure femminili seduttive e letali, ingenuamente crede di saper risolvere indovinelli.

Davide “è il poeta biblico del tradimento. Il re dolorosamente consapevole che canta le sue colpe, (…) il prototipo dell’individuo che utilizza la sua vita, la sua arte e i suoi errori per non tradire se stesso”, dunque “portatore di una genitalità matura, per dirla con Freud”. Osea deve sposare per volere di Jahwè una prostituta dedita al culto pagano di Baal: nozze scandalose che “sembrano rappresentare la variante biblica di un mitologema universale in cui l’unione del più alto con il più basso, dell’eccelso con l’indegno costituiscono la meta di un rischioso ma inevitabile percorso evolutivo della psiche”. Infine Giobbe, costretto a terribili prove da Jahwè, sopporta le avversità, la perdita dei suoi beni, dei figli, le sofferenze, la malattia. Al di là della lettura tradizionale dell’esegesi cattolica del dio come sommo bene e di quella junghiana che riscontra invece la dualità nel divino,  nella prassi simbolica Giobbe è l’eroe biblico che “integra la Sophia come dimensione di saggezza endopsichica”. Il femminile integrato come via di suprema elevazione. Un uomo che fa tale esperienza della complessità della psiche, del mondo, della realtà, che riesce ad assorbire l’Ombra, persino quella del suo dio, è un uomo che ha sviluppato una coscienza, dunque è pienamente individuato. Beato lui.

 

Titolo: La strada nel deserto. Esegesi simbolica e Bibbia
Autore: Antonio Dorella
Editore: Alpes Italia
Dati: 2011, 120pp.,  14,00 €

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