Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. III: Action, adventure e americanate varie #winter14tv

Terza e ultima puntata di presentazione delle serie tv in onda durante la stagione invernale. Oggi ci occupiamo di avventure, serie d’azione, spy stories, horror stories… tutto ciò che vorrebbe stimolare sostanziosi rilasci di adrenalina nel vostro organismo, insomma.


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The Americans, FX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
I coniugi Jennings sono scampati per il rotto della cuffia alla cattura, Elizabeth (Keri Russell) è stata ferita ma la copertura dei due agenti sovietici è salva. I rocamboleschi eventi che hanno concluso la prima stagione hanno avuto il merito di riavvicinare Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth, e il matrimonio nato come una copertura e sviluppatosi avendo sempre presente come fine ultimo la vittora della “Causa” si è evoluto, non senza traumi, verso un affetto sincero. Se la relazione tra i due pare stabilizzata, addirittura reale come non lo è mai stata nei quindici anni precedenti, ad essere turbata dall’attività spionistica sarà la famiglia: i due figli, Henry e Paige, crescono, ed è sempre più difficile sfuggire alle loro inquisitorie curiosità. Soprattuto Paige (Holly Taylor), in piena adolescenza, inizierà a porre le domande giuste, e la coesistenza della tipica famigliola suburbana (non sempre) felice con la spericolata vita extra-professionale dei due agenti KGB sarà sempre più difficile da gestire. Elizabeth potrebbe avere il ruolo più difficile, dovendo far convivere il ruolo di madre con quello di spia, ma Philip si troverà nella complicata situazione di gestire anche un secondo matrimonio, quello “finto” messo in piedi per circuire l’impiegata FBI Martha Hanson (Alison Wright) e sottrarle informazioni preziose. Analogamente, dall’altro lato della barricata, Stan Beeman (Noah Emmerich), l’agente FBI vicino di casa dei Jennings, aveva iniziato una relazione con la funzionaria russa Nina (Annet Mahendru) con lo stesso scopo, ma il coinvolgimento emotivo gli è sfuggito di mano, e il legame sin troppo profondo non gli ha permesso di intuire che Nina è in realtà una gran doppiogiochista. E l’omicidio dell’agente Amador grida ancora vendetta. Tra i personaggi di contorno, la pragmatica e glaciale Claudia (Margo Martindale) manterrà il suo ruolo di supervisore dei Jennings, fungendo da collegamento tra gli alti quadri del KGB e i due agenti operativi sul campo.
La prima stagione ha stupito per aver messo in scena un plot solido e avvincente e due personaggi di rara bad-assery (i Jennings spaccano per davvero, e le scene di combattimento a base di arti marziali sono entusiasmanti), oltre che per l’impiego massiccio di accurate musiche anni ’80, parrucche e travestimenti di ogni sorta e per la descrizione delle creative procedure necessarie a far fronte alle limitate risorse tecnologiche dell’epoca. Se possiamo aspettarci che questi aspetti legati all’ambientazione rimangano pressoché invariati, è lecito attendersi un’inasprimento delle tensioni legate al ruolo delle due spie, alla loro fedeltà di lungo periodo alla Madrepatria nel momento in cui saranno gli inconsapevoli Harry e Paige a finire nel fuoco incrociato della Guerra Fredda. Il creatore Joe Weisberg ha preannunciato che i Jennings dovranno affrontare situazioni enormemente più complicate rispetto al passato, ed è probabile che dilemmi e ripensamenti si ripresentino ancora più pressanti. Spionaggio, contrapposizione tra i due blocchi, family drama, oggettistica anni ’80 ed estetica sovietica: motivi ben più che sufficienti per attendere con trepidazione la nuova stagione.

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Vikings, History (seconda stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Sul finire della scorsa stagione la figura tipicamente eroica di Ragnar Lothbrok (Travis Fimmel), impavido condottiero vichingo assetato di conoscenza, si è un po’ incrinata, e gli ideali nobili che ne avevano ispirato l’agire iniziale si sono progressivamente annacquati con il crescere delle ambizioni personali. La conquista della guida della comunità di Kattegat, compiuta alla spese di Earl Haraldson, ha consentito a Ragnar di proseguire nella propria impresa di esplorare le terre dell’Ovest, risoltesi in fruttuose razzie e in una vittoriosa battaglia contro gli Angli guidati da re Æelle di Northumbria (Ivan Kaye), ma ha anche gettato il primo seme della discordia all’interno della comunità, scatenando le invidie del fratello Rollo (Clive Standen), fino ad allora lealissimo combattente al fianco del protagonista. La faccenda si è ulteriormente complicata nel corso della missione diplomatica condotta da Ragnar su mandato del neo-alleato re Horik (Donal Logue). Non solo la contesa con Jarl Borg non è stata risolta, ma nel corso dello stesso viaggio Ragnar ha perso definitivamente l’appoggio di Rollo, schieratosi dalla parte di Borg, ed è stato egli stesso protagonista di un tradimento, lasciandosi sedurre dalla sensualissima principessa Aslaug mentre la bellissima e battagliera moglie Lagertha (Katheryn Winnick) è rimasta da sola al villaggio a fare in conti con un’epidemia di peste e con il trauma personale di una gravidanza interrotta. La seconda stagione si muoverà quindi lungo questi temi, già abbozzati nella prima: le amare conseguenze della lotte per la conquista del potere, e la crisi del matrimonio e dell’unità familiare, con l’allontanamento dell’amato figlio Bjorn (Alexander Ludwig).
Semplice, lineare e a tratti didascalica, ma — al netto di alcune significative sbavature — sorprendentemente godibile: Vikings è stata una delle rivelazioni dello scorso anno, capace di trovare un bilanciamento quasi perfetto tra la vocazione allo spettacolo (battaglie sanguinose e intrighi sentimentali) e l’aspirazione alla divulgazione documentaristica della cultura e della spiritualità pagana norrena. Forte di un budget più ricco, tradottosi in un episodio extra rispetto alla prima stagione, ci auguriamo che la creatura di Michael Hirst possa ripetersi agli stessi ottimi livelli dell’esordio.

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Banshee, Cinemax (seconda stagione, 10 episodi, 10 gennaio)
Dopo aver gettato di tutto nel calderone della prima stagione (un protagonista ex-galeotto che si spaccia per sceriffo, una ex-fidanzata ex-ladra figlia di un gangster ucraino mimetizzata dietro la facciata di una classica famigliola felice, una spietata organizzazione criminale guidata dallo stesso gangster ucraino, un transgender esperto di arti marziali e tecnologia, comunità amish e criminali locali fuoriusciti in modo traumatico da essa, una tribù di nativi americani, scazzottate da spaghetti western con coreografie da b-movie di arti marziali, sconcezze gratuite al limite del softcore) siamo effettivamente curiosi di sapere cos’altro si possa aggiungere a questa esplosiva miscela che ha stravolto la piccola e tranquilla cittadina di Banshee, Pennsylvania. Il finale della scorsa stagione lasciava intendere che, dopo lo scontro finale, Mr. Rabbit (Ben Cross), il gangster ucraino padre di Anastasia/Carrie Hoswell (Ivana Miličević) fosse ancora vivo, ed è facile pensare che lo smacco abbia acuito il suo proposito di vendetta nei confronti di Lucas Hood (Antony Starr), impossessatosi dell’identità del nuovo sceriffo di Banshee immediatamente dopo la sua uscita dal carcere, autore di un furto di diamanti ai danni di Rabbit e soprattutto ritenuto responsabile dell’allontanamento dell’adorata figlia Anastasia. Temiamo, pertanto, che il tentativo di Lucas e della stessa Anastasia/Carrie di tornare alla loro finta normalità verrà turbato molto presto. La situazione si complicherà con l’arrivo in città del tenace agente dell’FBI Jim Racine (Zeljiko Ivanek), ossessionato dalla cattura di Rabbit, e di Jason Hood (Harrison Thomas), figlio del vero Lucas Hood. Sullo sfondo, una lotta per il potere oppone Kai Proctor (Ulrich Thomsen), il piccolo boss locale ex-Amish, al nuovo leader della locale tribù Kinaho, Alex Longshadow (Anthony Ruivivar), desideroso di dotare la riserva dell’immancabile casinò.
Banshee è la serie più pulp che si possa immaginare, e sfida il ridicolo ad ogni puntata, ma lo fa con l’attitudine giusta, senza lesinare humor e sbruffonaggine, e senza timore di spingere a tavoletta sull’acceleratore dell’azione più sfrenata (e innalzando sensibilmente, in questa seconda avventura, il livello della violenza). Poi ci sono i ridicoli siparietti erotici, ma il fast forward è un’opzione sempre disponibile. La seconda stagione è stata anticipata da due brevi webisodes (Hotwire e The Diner) ed è affiancata, così come la prima, da una serie di corti che esplorano il passato dei protagonisti.

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Black Sails, Starz (prima stagione, 10 episodi, 25 gennaio)
Ahoy! Arrrrrrrrrrh! Quale miglior ispirazione, per una serie di pirati, di un classico d’avventura come Treasure’s Island, principale responsabile dell’iconografia piratesca predominante nella cultura pop? Black Sails prende in prestito dal noto romanzo la figura del Capitano Flint, personaggio centrale (ma in realtà “grande assente”) nel testo, ed invece presentissimo e assoluto protagonista di questa serie che ambisce ad essere un prequel dell’opera di R.L. Stevenson. Flint (Toby Stephens), carismatico e temuto capitano della “Walrus”, ha un piano ambizioso: riunire i bucanieri di New Providence — isola delle Bahamas covo di pirati, corsari, contrabbandieri, ex-schiavi e fuggiaschi di ogni risma, ma anche città libera, indipendente e fondamentalmente senza legge — sotto l’egida di uno stato indipendente in grado di resistere alla crescente minaccia che l’Impero Britannico, in nome della civilizzazione, pone nei confronti della società piratesca. Per realizzare il sogno di una Nazione di Ladri, egli mira al prezioso carico del galeone spagnolo “Urca de Lima”, custode di beni e denaro per un valore stimato nella strabiliante cifra di cinque milioni di dollari. La bella e decisa Eleanor Guthrie, figura centrale dell’economia di New Providence, condivide il progetto di Flint, al contrario del suo ex-amante, il sanguinario capitano Charles Vane (Zach McGowen). Ma il maggiore antagonista è un altro personaggio preso in prestito dal libro: si tratta del giovane, scaltro, intraprendente, subdolo e opportunista John Silver (Luke Arnold), non ancora “Long”, sprovvisto di pappagallo sulla spalla e non ancora dotato di iconica gamba di legno. Queste premesse, e la generale cornice piratesca, lasciano immaginare una serie tutta azione e avventura, ma queste attese sono destinate ad essere deluse: una galleria di personaggi enorme, tra personaggi storici e letterari, comandanti in seconda, piccoli furfanti e bellone da urlo, viene impiegata per dare vita ad una trama che bada all’aspetto politico e burocratico più che a quello avventuroso. C’è ampio spazio per grandi macchinazioni politiche/commerciali e per la ricostruzione delle dinamiche proto-democratiche che regolano la vita a bordo di una nave pirata, e molta meno attenzione per le auspicate battaglie all’arma bianca (e sicuramente non abbastanza soldi per mettere in scena troppi spettacolari abbordaggi).
Incredibilmente, Black Sails non è una sesquipedale tamarrata tutta pettorali lucidi e generosi seni al vento: la serie co-prodotta da Michael Bay, pur rispecchiando la cifra estetica a cui i prodotti Starz ci hanno abituato — una magniloquente period drama impreziosito da sfarzose ricostruzioni e da numerosi personaggi — nella sua forma narrativa spicca per essere meno cialtrona del solito. Suo malgrado, però, non è neanche estremamente avvincente. E il livello del cast, con l’eccezione di Stephens, appare ancora una volta mediocre. Sull’onda dell’entusiasmo suscitato al ComiCon dello scorso anno scorso, il network ha già ordinato la seconda stagione senza attendere il responso degli ascolti.

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, seconda parte, 8 episodi, 9 febbraio)
Gira che ti rigira, siamo tornati al punto di partenza. La prigione è stata buttata giù a colpi di cannonate, e con essa è caduta la fortezza che ha dato riparo ai protagonisti per due stagioni e mezzo. Se per i personaggi della serie questa è indubbiamente una gran iattura, in termini narrativi era la scelta obbligata per smuovere la serie dall’immobilismo di queste stesse due stagioni e mezzo. Per dare una scossa al tutto gli autori hanno fatto ricorso ad una misura estrema: premere il pulsante del reset e riportare i protagonisti alla pericolosa situazione di partenza, tutti allo scoperto, senza protezioni, a vagabondare pericolosamente per boschi infestati di walkers. E per aggiungere un grado di difficoltà e non ricadere in modo troppo palese nel già-visto-già-sentito, il game master Scott M. Gimple ha pensato di disgregare il gruppo in tante piccole unità, in fuga disordinata dalla prigione invasa da orde di famelici walkers. Gli otto episodi si dedicheranno ad un gruppo di sopravvissuti per volta, forse per seguirne il periglioso percorso di riavvicinamento? Chissà.
In ogni caso, sapete come la pensiamo su The Walking Dead, e dubitiamo che questo ritorno alle origini ci farà cambiare idea. A meno che Maggie e Glenn non vengano sbranati già alla prossima puntata, così da mettere fine alla love story più insipida della tv contemporanea. A meno che, a finire tra le fauci dei biters non siano anche Beth, Tyreese, Shasha e tutti gli altri inutili personaggi (certo non Michonne: non toccateci Michonne!). A meno che non ci venga spiegato l’arcano sortilegio che permette alla faretra di Daryl di produrre dardi infiniti, imprimendo allo allo show un’inaspettata sterzata verso il magico. Purtroppo, già lo sappiamo, non succederà niente di tutto ciò.

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From Dusk Till Dawn: The Series, El Rey Network (prima stagione, 10 episodi, 11 marzo)
Ideata, prodotta e parzialmente diretta da Robert Rodriguez per il nuovo canale via cavo fondato, presieduto e diretto dallo stesso Rodriguez, From Dusk Till Dawn: The Series è l’estensione televisiva e serializzata della saga iniziata con l’omonimo film del 1996. Filmaccio come pochi, ci sentiamo di dire, ma assurto comunque al rango di cult movie, e ispiratore di una lunga serie di sequel e vari progetti paralleli. Ai quali si aggiunge, per l’appunto, questa decina di episodi che evidentemente Rodriguez ha ritenuto imprescindibili per esplorare a dovere le avventure dei fratelli Seth e Richard Gecko (quelli che nel capostipite cinematografico erano interpretati da Clooney e Tarantino e che vengono ora affibbiati rispettivamente a D.J. Cotrona e Zane Holtz). I due sono ricercati e in fuga dopo una rapina in banca condotta in maniera un po’ approssimativa, inseguiti dai federali e da due tignosi Texas Rangers, Earl McGraw (Don Johnson!) e Freddie Gonzales (Jesse Garcia). Sulla strada verso l’agognato confine messicano, i due fratelli prendono in ostaggio l’ex-pastore Jacob Fuller (Robert Patrick, nel ruolo che fu di Harvey Keitel) e la sua famiglia. Il bello accade non appena passato il confine: un’improvvida deviazione conduce i due fuggiaschi e i loro prigionieri verso uno strip club popolato di vampiri, tra i quali spicca per qualità non solo estetiche la supersexy Santánico Pandemonium (che non è interpretata da Salma Hayek, ma da Eiza Gonzáles, la quale, perdonateci il maschilismo, è senza dubbio sexy e senza dubbio gran gnocca), e da lì in poi il sangue finto scorrerà davvero a fiumi, ne siamo certi, così come siamo certi che si tratterà di sangue finto di ottima qualità, poiché a curare make-up ed effetti visivi ci penserà Greg Nicotero, responsabile dei marcescenti zombie che affollano The Walking Dead. Rispetto al film, dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione alla mitologia vampiresca, approfondendone le origini atzeche.
Pronostico: se saprà tenersi un passo al di qua dall’eccesso di ridicolaggine (rischio che non ci sentiamo di escludere a priori), potrebbe essere una di quelle serie da guardare con il cervello spento, senza pretendere niente di più di un’oretta di adrenalinico intrattenimento, o da tenere su quando si sta facendo altro e si sente il bisogno della presenza confortante della tv accesa.

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Klondike, Discovery (miniserie, 3 episodi, 20 gennaio)
Dici “Klondike”, e tutto l’immaginario letterario legato alla febbre dell’oro di fine Ottocento sovviene subito alla mente. Resa immortale dai romanzi d’avventura di Jack London e penetrata così a fondo nella cultura popolare da infiltrare persino l’universo disneyano (si pensi ai racconti delle prime fortune di Zio Paperone), la corsa all’oro del Klondike vide centinaia di migliaia di persone incamminarsi verso le selvagge terre del nord-ovest canadese alla ricerca di fortuna, trasformandosi immediatamente in uno di quei miti fondativi americani ammantato di quella dimensione epica che sovente caratterizza le storie “di frontiera”. La miniserie televisiva in questione, primo prodotto seriale realizzato da Discovery Channel, ambisce a restituire l’epicità legata alla corsa all’oro, passando in rassegna — senza dimenticarne alcuno — tutti i tópoi associati a questa narrazione: montagne maestose, natura inospitale e inclemente, poveri diavoli speranzosi di fare fortuna disotterrando qualche pepita custodita nel bacino dello Yukon, un’umanità abbruttita dal permanere in uno stato di natura in cui i vige una spietata legge del più forte, affaristi senza scrupoli, truffatori, sciacalli e avvoltoi pronti a derubare il proprio vicino non appena quello si dimentica di guardarsi alle spalle. Su questi elementi si innestano altrettanto scontati luoghi comuni da americanata cinematografica: grande storia di amicizia, grande storia di lealtà e lotta contro l’ingiustizia, e grande storia sentimentale destinata ad esplodere in un tripudio di viole e violoncelli dopo un principio difficoltoso. Tutto questo è Klondike: la storia (vera) del giovane Bill Haskell (Richard Madden), dell’amico e compagno di viaggio Byron Epstein (Augustus Prew), dell’immensa carovana umana in marcia verso il lontano nord, dell’incontro con un Jack London (Johnny Simmons) alla ricerca di storie da raccontare, di Belinda Mulrooney (Abbie Cornish), l’interesse amoroso del protagonista, dell’affarista denominato semplicemente “Il Conte” (Tim Roth) e della sua rapace ingordigia, delle giubbe rosse canadesi e del solito eccidio di popolazioni native.
Il cast è prestigioso (annovera anche Sam Shepard e Tim Blake Nelson), la produzione è ricca (generosamente offerta da Ridley Scott), ma la serie non decolla mai. Le montagne innevate dello Yukon sono decisamente più espressive e interessanti di Madden e colleghi, e le riprese aeree dei clamorosi paesaggi, degne di un documentario di… uh, Discovery Channel, sono di gran lunga l’aspetto di maggiore pregio, ma il merito, in questo caso, è tutto di Mamma Natura e non certo degli sceneggiatori. La storia, infatti, è trita e prevedibile, i dialoghi sin troppo letterari (insopportabili le riflessioni fuori campo di Haskell) e la durata infinita dei tre episodi (circa 90′ ciascuno, ma sembrano almeno 270) non aiuta a scuotere dal torpore un prodotto mai avvincente. Di epica, alla fin fine, c’è solo la noia.

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The Musketeers, BBC One (prima stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
BBC partecipa alla fiera delle tante riduzioni (televisive, cinematografiche, cartoonesche) del celebre feuilleton di Alexandre Dumas con una versione ad alto budget destinata ad essere il programma di punta del proprio palinsesto invernale. L’approccio al classico è sostanzialmente conservativo per quanto riguarda l’ambientazione (la Francia di metà XVII Sec.) e la caratterizzazione degli ormai arci-noti personaggi (D’artagnan giovanotto spavaldo e impulsivo, Athos carismatico e spadaccino olimpico, Aramis compassato e donnaiolo, Porthos forzuto e guascone, Milady ammaliante e spietata, Richelieu ferocissimo e abile politico assetato di potere, Luigi XIII… un caricaturale fantoccio) ma meno canonico nella rivisitazione dell’intreccio, con molte libertà rispetto allo sviluppo della (già seriale) fonte originale e orientato verso un ancor più seriale “cappa e spada procedurale” in cui i 3+1 moschettieri dovranno, di settimana in settimana, cimentarsi con qualche nuova infida macchinazione ordita dal potente Cardinale e neutralizzarla per proteggere il re e la Francia tutta.
Non è un melenso prodotto per famiglie (per fortuna!), ma pur rivolgendosi ad un pubblico adulto non ha altre velleità se non quella di essere un’americanata pseudo-hollywoodiana in cui un cast di bellocci si cimenta in una sequenza di duelli, cavalcate, precipitosi tuffi dalle finestre e palpitanti avventure amorose.

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Fleming: The Man Who Would Be Bond, BBC America (miniserie, 4 episodi, 29 gennaio)
Il Fleming del titolo, colui che sarebbe diventato Bond, è Ian Fleming, autore dei 173.952 romanzi aventi per protagonista l’inarrestabile agente segreto al servizio di Sua Maestà. Il biopic — preceduto dall’abusata tagline “basato su una storia vera”, ma in realtà per nulla timido nel concedersi ampie divagazioni dalla realtà a fini drammatici — racconta la vita del giovane Ian Fleming (Dominic Cooper), dalla poco soddisfacente carriera di investitore finanziario alle avventure nei ranghi dei servizi segreti della Marina inglese durante il secondo conflitto mondiale, fonte primaria di ispirazione per le avventure del suo futuro eroe di carta. Eroe contraddistinto da una ben nota aura di seduttore, e a dare retta alla miniserie si direbbe che anche l’aspetto sentimentale e passionale che contraddistingue Bond ha un precedente nella vita di Fleming, donnaiolo di successo e soprattutto protagonista in una torrida relazione che lo lega a Ann O’Neill (Laura Pulver), gentil donna sposata ma incline ad intrattenersi con varie compagnie maschili in assenza del consorte.
Sin dal titolo si intuisce che la chiave di lettura attraverso cui interpretare la vita del celebre scrittore britannico è quella di legare la vicenda personale del giovane Fleming alle avventure del suo personaggio di successo: Bond sarebbe così una versione idealizzata dello stesso Fleming, ma anche una che ne esacerba gli aspetti negativi (inclusa l’inguaribile tendenza a portarsi a letto tutti gli esemplari di sesso femminile con cui viene a contatto). Fleming abbonda di riferimenti presi di peso dal Bond-lore (Martini mescolati e non shakerati, personaggi che poi sarebbero comparsi nei libri, gadget fantasiosi, riconoscibilissime scene topiche tratte dai film, e persino musiche che richiamano subdolamente la nota colonna sonora, fermandosi giusto qualche battuta prima del plagio), ma per essere una serie dai forti connotati action/spy story è drammaticamente soporifera.

The Assets, ABC (miniserie, 8 episodi, 2 gennaio). Il binomio Spionaggio + Guerra Fredda è una combo a cui difficilmente sappiamo resistere, per cui, anche se era facile aspettarsi la riproposizione di reaganiani stereotipi CIA/buoni vs. KGB/cattivissimi, avevamo in programma almeno la visione del pilota. Tuttavia, ABC ha deciso di sfoltire la nostra watching list segando questo filler di metà stagione già dopo il secondo episodio, causa record mondiale di ascolti negativi.

Killer Women, ABC (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). In teoria è un remake della serie argentina Mujeres Asesinas, in pratica è Walker, Texas Ranger al femminile con un trailer che saccheggia senza vergogna estetiche e musiche tarantiniane. La protagonista è Molly Parker, la quale, per essere presa sul serio tra i super-machisti Texas Rangers, deve necessariamente dimostrare di essere più cazzuta dei colleghi maschietti. Che idea moderna, originale, e per nulla sessista!

Intelligence, CBS (prima stagione, 13 episodi, 7 gennaio). Gabriel (Josh Holloway) è un ex-militare con un super-microchip impiantato nel cervello. Grazie a questo aggeggino hi-tech può lasciare a casa smartphone e Google Glass, poiché il nostro vive perennemente connesso a Internet, a tutte le reti WiFi, telefoniche e satellitari, e ha accesso ad una moltitudine di banche dati. È quindi perfetto per essere impiegato nell’US Cyber Command, agenzia dell’intelligence che si occupa di cyberterrorismo e altre amenità del genere. Un action/adventure/spy story che farà tremare i polsi ai parlamentari a cinque stelle. Ma in effetti, a chi altro potrebbe mai interessare?

Helix, SyFy (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Ricerca scientifica deviata, minacce aliene e ghiacci polari: questo non originalissimo trinomio è alla base di Helix, horror/thriller fantascientifico in cui un gruppo di scienziati del CDC raggiunge una stazione di ricerca dell’Arctic ByoSystems (localizzata, evidentemente, al Polo Nord) per indagare su una possibile epidemia. Che si rivelerà invece qualcosa di molto più pericoloso, tale da mettere in pericolo l’intera umanità.

Bitten, Space / Syfy (prima stagione, 11/13 gennaio). Elena, da tempo allontanatasi dal suo branco, scopre di essere l’unico esemplare rimasto di licantropo donna, e viene ricondotta tra i consimili per indagare sui misteriosi omicidi di alcuni di essi. Serie canadese tratta dal primo romanzo di una delle tante dimenticabili serie fantasy per giovani adulti, in cui una qualche specie di essere soprannaturale morde ed è contagiosa: se non son vampiri sono zombie, e se non sono zombie sono lupi mannari come in questo caso.

Star-Crossed, The CW (prima stagione, 13 episodi, 17 febbraio). La giovane Emery si innamora di un giovane alieno di etnia Atrian, Roman, quando quest’ultimo, insieme ad alcuni simili, viene liberato e mandato a socializzare nel classico liceo dei classici sobborghi americani dopo dieci anni di internamento in una sorta CIE per alieni sbarcati sulla Terra. Soap-opera fantascientifica adolescenziale: Beverly Hills 90210 versione sci-fi?

The 100, The CW (prima stagione, 13 episodi, 19 marzo). Sci-fi distopico post-apocalittico, ambientato 97 anni dopo una catastrofe nucleare. L’umanità sopravvissuta alla fine della civiltà vive in orbita a bordo dell’Arca (che poi sarebbero le varie stazioni spaziali internazionali unite fra loro), ma lo spazio è poco e le risorse scarseggiano. Che fare? Per esempio, pensa qualcuno, si potrebbero spedire sulla Terra 100 giovani delinquenti, giusto per vedere che aria tira tra radiazioni e possibili mutanti. I problematici giovanotti vengono quindi esiliati sulla Terra, pianeta ormai sconosciuto pieno zeppo di pericoli. Divertitevi, ragazzi, e non pomiciate troppo! (È pur sempre The CW, no?)

… e infine tutto il resto:

Being Human, SyFy (quarta stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Bates Motel, A&E (seconda stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Continuum, Showcase (terza stagione, 13 episodi, 16 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in quest'inverno 2014? Pt. I: Drama #winter14tv

Riuscirà il 2014 televisivo a rivaleggiare con l’anno passato in termini di qualità e quantità? Quante nuove emittenti si tufferanno nel mercato delle serie tv con nuove produzioni originali? Le serie debuttanti saranno in grado di prendere il posto di quelle approdate — o di quelle che, nel corso di quest’anno, approderanno — alla loro conclusione? La nona stagione di Don Matteo (dal 9 gennaio in prima serata su RaiUno) sarà appassionante come le precedenti otto? Ma soprattutto, c’era davvero bisogno di un remake sudamericano (colombiano, per la precisione) di Breaking Bad, intitolato Metástasis e avente per protagonisti Walter Blanco, Ciélo Blanco, José Rosas e un vecchio scuolabus nelle veci dello scassato Winniebago? Non sappiamo rispondere a nessuna di queste domande (beh, forse all’ultima sì), ma se volessimo trarre qualche indicazione dalla stagione televisiva invernale — inaugurata sin dai primissimi giorni di gennaio con il ritorno di serie storiche (o quasi), da qualche esordio importante, da un paio di nuovi canali alle prime esperienze con la serialità, e dall’antipasto di un trend che proseguirà tutto l’anno (le miniserie, tornate di gran moda come tornano ciclicamente di moda i pantaloni a zampa e le gonne a fiori) — diremmo che le prospettive sono decisamente rosee.
Per avere un’idea di tutto quello che potete trovare in televisione di questi tempi, ecco il primo di tre articoli in cui presenteremo le serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Cominciamo con le serie drammatiche.


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Game of Thornes Ice and Fire: A Foreshadowing, HBO (speciale, 9 febbraio)
Prima di pensare che questo paragrafetto sia solo un tentativo un po’ ruffiano di truffare i motori di ricerca buttando lì un po’ a caso il titolo della serie più piratata di tutti i tempi, lasciateci spiegare. Se è vero che la quarta stagione di Game Of Thrones approderà sui nostri schermi solo il 6 aprile, è anche vero che HBO ha messo in onda (in piena stagione invernale, e quindi pertinente in questo articolo) quello che è a tutti gli effetti un teasing estremo per portare alle stelle l’hype già esagerato che precede ogni season premiere. Per solleticare la nostra sete di spoiler e curiosità sull’incontrastato blockbuster della televisione contemporanea, ecco uno speciale di quindici-minuti-quindici (un promo formato kolossal, come si confà allo status della serie) durante il quale, tra un ripassino delle stagioni precedenti, un po’ di dietro le quinte e qualche intervista ai protagonisti, c’è spazio per la fugace visione di immagini inedite tratte dall’incombente quarta stagione. Quindici minuti non sono certo sufficienti a placare la nostra brama di intrighi politici, efferati delitti, amori torbidi e carismatiche biondine drago-munite, ma facciamoci coraggio, la primavera sta arrivando.

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Justified, FX (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Justified mette in scena il suo penultimo capitolo da orfano di papà Elmore Leonard, scomparso la scorsa estate. Quale miglior modo (oltre al breve tributo dedicatogli in occasione della season premiére) di omaggiare il grande scrittore se non quello di estendere il raggio d’azione a due location tipicamente Leonard-esche come Detroit e la Florida? In ossequio al principio “WWED” (What Would Elmore Do?), da sempre guida ed ispirazione di Graham Yost e soci, le avventure di Raylan Givens e del suo frenemy Boyd Crowder ripartono da questi luoghi distanti mille miglia dall’ormai familiare piccola e povera contea di Harlan. Tuttavia, potete scommetterci: sarà pure piccola, povera e sperduta tra le valli dei monti Appalachi, ma tutte le strade (criminali), da Miami, da Detroit, e persino dal Canada, porteranno di nuovo ad Harlan County, Kentucky, e quest’angolo depresso della provincia americana tornerà presto ad essere il teatro della lotta tra logorroici hillbillies criminali e tutori della legge dai metodi spicci, dalla lingua affilata e dalla mira infallibile. Più che in passato, la quinta stagione sembra concentrarsi in modo particolare sulle relazioni familiari. A partire da quelle che interessano Raylan Givens (Timothy Olyphant), a cui non hanno mai fatto difetto swag e sarcasmo, ma che non appare più così sicuro di sé nel suo ruolo di fresco neo-papà, forse perché il defunto genitore non gli ha certo offerto un modello impeccabile di paternità. Sarà Art Mullen (Nick Searcy), burbero ma paziente come sempre, ad insegnagli una cosa o due su come diventare un genitore almeno decente? I mal di testa familiari interessano anche Boyd Crowder (Walton Goggins), impegnato nella problematica gestione del traffico di eroina insieme al sopraccigliuto neo-socio Wynn Duffy (Jere Burns, promosso series regular), ma soprattutto in difficoltà nel placare le ire di Ava (Joelle Carter), insofferente per una permanenza dietro le sbarre più lunga del previsto. E all’orizzonte si intravede la figura di Johnny Crowder (David Meunier), notoriamente frustrato del suo ruolo secondario rispetto al fascinoso cugino dalla loquela forbita. Ma è soprattutto la natura dell’antagonista principale della stagione ad essere familiare, in senso lato e in senso letterale. Familiare poiché ad incrociare il percorso del nostro U.S. Marshal preferito sarà Darryl Crowe (Michael Rapaport), vecchia conoscenza di Raylan sin dai tempi della sua movimentata permanenza nel Sunshine State. Ma familiare soprattutto perché quello dei floridiani Crowes, allevatori di allegatori di professione ma ovviamente immischiati in molteplici loschi traffici, è un vero e proprio clan, composto da cugini e fratelli delinquenti incorreggibili e una sorella indecisa tra la fedeltà alla famiglia e il desiderio di un futuro rispettabile. Da veri parenti-serpenti, i Crowes decidono di insediarsi ad Harlan per sfruttare il redditizio business capitato in mano al cugino scemo, quel Dewey Crowe (Damon Herriman) spesso maltrattato da Raylan e forse proprio per questo diventato uno dei personaggi più osannati dai fan della serie. E se pure Dewey non esita a definire i cugini come portatori di notizie nefaste, Raylan potrebbe avere tra le mani una brutta gatta da pelare.
Si potrebbe accusare Justified di riproporsi sempre uguale a sé stesso, ed in effetti dopo la divagazione dello scorso anno — il lungo arco narrativo dedicato alla ricerca di Drew Thompson — si ritorna alla formula del supervillain, declinata, come anni addietro, nella forma di un’intera famiglia di bifolchi ai ferri corti sia con Raylan che con Boyd (ricordate la fantastica Mags Bennett e il suo temibile moonshine?). Qualcuno potrebbe pensare che sia rimasto poco da dire, ma a noi Raylan & Co. piacciono così: prevedibili, forse, ma incredibilmente godibili. Come si fa a non amare i meravigliosi cantilenanti accenti sudisti di questi amabili zotici? Come non apprezzare i dialoghi grondanti saggezza ruspante, strafottenza e sagacia, forse l’aspetto principale in cui ricercare l’eredità di Elmore Leonard?

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True Detective, HBO (prima stagione, 8 episodi, 12 gennaio)
Rustin “Rust” Cohle (Matthew McConaughey) è un barista part-time, capellone, trasandato, abbirrazzato e fumatore compulsivo. Martin “Marty” Hart (Woody Harrelson) è un omaccione stempiato, non troppo raffinato con le parole, che lavora per la sicurezza privata. Entrambi si trovano di fronte a una telecamera, a rispondere alle domande di due detective, Maynard Gilbough (Michael Potts) e Thomas Papania (Tory Kittles). Rust e Marty sono due ex-detective della polizia statale della Louisiana, i quali, diciassette anni prima dell’interrogatorio a cui stanno prendendo parte, nel lontano 1995, condussero le indagini che portarono alla cattura dell’autore di una serie di omicidi rituali. I due, diversissimi per carattere e approccio all’attività investigativa, hanno intrattenuto una proficua relazione professionale, hanno imparato a conoscersi nel corso delle indagini condotte assieme, forse sono addirittura diventati amici (benché, vista la personalità dei due soggetti, questo possa sembrare eccessivo), fino ad una improvvisa separazione avvenuta nel 2002. Dieci anni dopo, si trovano di fronte a Gilbough e Papania, i quali stanno indagando su un nuovo omicidio dalle caratteristiche terribilmente simili a quello in qui si imbatterono i due ex-colleghi, e sono interessati alla ricostruzione delle loro indagini, poiché il caso potrebbe non essere stato chiuso. Tutto ordinario, no? Omicidi seriali con tanto di coreografiche disposizioni di cadaveri, tracce di esoterici misteri, indagini complicate, tante false piste, una coppia di detective che, a dispetto delle differenze, si trovano a lavorare insieme, in ossequio alla tradizione del buddy-cop… e invece True Detective ordinario non lo è per niente, e se non rivoluzionerà il poliziesco è solo perché essere (solo) un poliziesco non è il suo obiettivo principale. C’è un crimine orrendo, ci sono tanti interrogativi a cui dare risposta (davvero il caso non fu risolto? E per quale motivo la relazione tra Rust e Marty si interruppe così bruscamente? C’entra forse la moglie di Marty, capace di instaurare subito un legame con l’ombroso Rust?), ma nel corso di una narrazione che alterna in continuazione il presente dell’interrogatorio e il passato vissuto attraverso i flashback dei due protagonisti quello che emerge non è tanto la procedura dell’indagine poliziesca, ma piuttosto l’analisi della psicologia di due uomini profondamente feriti. Cohle è un pessimista cosmico, un nichilista oltranzista inghiottito in una spirale autodistruttiva scatenata da un terribile incidente che ha disgregato la sua famiglia. Hart è invece un uomo prigioniero delle proprie menzogne e intrappolato nelle auto-giustificazioni, il quale pretende di vestire i panni del marito responsabile, dell’affettuoso padre di famiglia, dell’uomo irreprensibile,  pur essendo in realtà solo un donnaiolo patologico à la Jimmy McNulty (senza neanche un centesimo dell’acume investigativo del protagonista di The Wire).
Lento, suadente e ipnotico come un blues, sporco come un pezzo southern rock, True Detective è impregnato dell’atmosfera umida, appiccicosa e decadente dei bayou del sud della Louisiana, in cui desolati paesaggi industriali e sinistre raffinerie petrolifere punteggiano le paludi della Gulf Coast, facendo da sfondo alle vite povere di una popolazione tradizionalista e profondamente religiosa. Sin dai primi minuti, sin dai titoli di testa, dominati dalle inquietanti doppie esposizioni che suggeriscono il tema centrale della serie, la dualità come tratto fondamentale dell’umanità, la serie creata da Nic Pizzolatto sembra portare le stigmate dell’eccellenza seriale. Siamo appena a febbraio e appena a metà della prima stagione, ma True Detective — forte di una scrittura eccellente (a cura del solo Pizzolatto), di un’estrema coerenza visiva e stilistica (Cary Fukunaga è dietro la macchina da presa in tutti gli episodi) e impreziosito da una strepitosa, magnetica interpretazione di Matthew McConaughey (decisamente in stato di grazia di questi tempi e possibile dominatore dei prossimi Grammys, Golden Globes e affini) — ci sta entusiasmando così tanto da volerlo prematuramente candidare al titolo di serie dell’anno. Al diavolo la prudenza, è un fottutissimo capolavoro: provare per credere.

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The Red Road, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 27 febbraio)
Relegata in una piccola riserva sul monte Ramapo, in una zona montuosa situata a nord di New York, la tribù Lenape — non riconosciuta dal governo federale — convive a fatica con la vicina comunità bianca che abita la vicina cittadina di Walpole, NJ. Quando una tragedia colpisce la comunità dei nativi, la precaria pace sociale vacilla in modo ancora più pericoloso, anche perché pare che la polizia locale abbia coperto le responsabilità di Jean Jensen (Julianne Nicholson), figlia di un senatore dello stato del New Jersey, moglie dello sceriffo e alcolista in fase di riabilitazione. Nel bel mezzo di questa spinosa situazione e in difficoltà nel gestire l’ordine pubblico, lo sceriffo Harold Jensen (Martin Henderson) si troverà suo malgrado a contatto con la minacciosa figura di Phillip Kopus (Khal Drogo Jason Momoa), un ex-galeotto rientrato nella riserva, il cui profilo è reso ancor più problematico dalla (burrascosa) relazione che lo lega al padre Jack (Tom Sizemore), un criminale di lungo corso dedito al traffico di droga nella vicina Brooklyn. Con il precipitare degli eventi i segreti che caratterizzano il passato dei due protagonisti verranno drammaticamente a galla, costringendoli ad una collaborazione sempre più compromettente. La situazione è ulteriormente complicata sia dalla situazione familiare dello sceriffo, a causa del conflitto sempre più acceso tra l’adolescente figlia maggiore Rachel (impegnata in una relazione con un coetaneo Lenape) e la moglie Jean, sia dai crescenti tumulti tra i nativi, le cui rivendicazioni si fanno sempre più pressanti grazie alla battagliera Sky Van Der Veen (Lisa Bonet), avvocato e membro prominente della comunità Lenape.
La serie sembra avere tutti gli elementi giusti per proseguire sul filone “indie” tanto caro a Sundance Channel (piccole comunità marginali, conflitto sociale esasperato da rivendicazioni etniche, personaggi dal passato problematico e oscuro dal quale non riescono a liberarsi). Il giovane canale ha esordito col botto l’anno scorso, con un’incredibile tripletta di serie originali, miniserie e serie d’importazione, e ora l’aspettiamo al varco: sophomore slump o un decisivo passo avanti verso lo status di stella tra i canali televisivi americani?

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House Of Cards, Netflix (seconda stagione, 13 episodi, 14 febbraio)
Chissà se il Presidente si è pentito di aver negato a Frank Underwood (Kevin Spacey) la nomina a Segretario di Stato. Mai lo avesse fatto! Il vendicativo deputato della South Carolina ha messo in atto un macchiavellico piano che, attraverso la manipolazione del sindacato degli insegnanti, la manipolazione di una giovane giornalista, e soprattutto la manipolazione del giovane Peter Russo, spinto all’autodistruzione e “suicidato” senza troppe remore, lo ha portato ad un passo dall’ambita meta: la vice-presidenza e la probabile candidatura a prossimo Presidente degli Stati Uniti, un ottimo modo per rifarsi del grande diniego di cui sopra. Dopo tutto questo incessante e infallibile macchinare e manipolare, è naturale attendersi che lo scaltrissimo deputato si sia guadagnato ancora più nemici di prima, sia nei palazzi del potere sia al di fuori di essi. Tutti, dal Presidente (comprensibilmente poco propenso a farsi fare le scarpe) in giù, proveranno ad ostacolarne l’ascesa, e tra gli agguerriti neo-nemici annoveriamo anche Zoe Barnes (Kate Mara), la giornalista ex-amante diventata suo malgrado una pedina dello spietato Frank, la quale avendo scoperto con la preziosa collaborazione di Lucas e Janine cosa sia veramente successo al povero Russo, ha per le mani una storia che definire scottante è un eufemismo. E poi c’è il grande circo mediatico, interessato a sbattere in prima pagina tutti i dettagli della strana relazione matrimoniale che lega Lady Macbeth Claire Underwood (Robin Wright) al conosorte. Il problema, per tutti questi nuovi avversari, è uno solo: vogliono DAVVERO mettere i bastoni tra le ruote a Frank Underwood e sperare di uscirne vivi? Perché il pluripremiato torbido thriller politico prodotto da David Fincher (che, a differenza di quanto avvenuto durante la prima stagione, non metterà mano alla macchina da presa) e guidato dal brillante Beau Willimon pare aver messo bene in chiaro cosa succede, quando questa eventualità si verifica…
Quando Obama ha candidamente affermato di apprezzare la serie e si è lamentato del fatto che, purtroppo (!), i meccanismi della politica non gli permettono di essere — uhmmmm — efficiente nel perseguire i propri obiettivi quanto Frank Underwood, tutti hanno riso. Poi ci hanno riflettuto un attimo, e non hanno riso più.

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Those Who Kill, A&E (prima stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Poteva mai mancare il remake di una fortunata serie scandinava? Certo che no. È il turno, stavolta, di Those Who Kill, riadattamento americano della fortunata serie danese omonima. Poteva mai trattarsi, in quanto serie televisiva scandinava, di qualcosa di diverso da uno psico-thriller infarcito di omicidi seriali, detective con consistenti turbe psicologiche e malsane tensioni erotiche? Certo che no. L’azione si sposta da Copenhagen a Pittsburgh, ma la vicenda ruota sempre attorno alla figura di Katrine/Catherine Jensen (Chloë Sevigny), neo-promossa detective sempre in prima linea quando si tratta di indagare sugli omicidi più efferati. Mai ligia al protocollo e spesso incapace di limitare il proprio coinvolgimento empatico con le vittime dei delitti, Catherine è anche ossessionata dalla scomparsa del fratello e dalla convinzione che l’ambigua figura paterna nasconda in realtà un serial killer. Ad assisterla tanto nelle indagini quanto nella propria personale ricerca della verità sarà lo psicologo forense Thomas Schaeffer (James D’Arcy), anch’egli persona alquanto problematica e, cosa ancor più preoccupante, con la sinistra tendenza ad assumere il punto di vista dell’assassino nei casi su cui Catherine indaga. Vittima e carnefice per interposta persona: gran coppia, no?

Sherlock, BBC One (terza stagione, 3 episodi, 1 gennaio). Due anni dopo la messa in onda della seconda stagione, e preceduti dalla chicca natalizia del mini-episodio prequel Many Happy Returns, arrivano, attesissimi da orde di fan pronti a inondare Tumblr di nuove gif emblematiche della bro-mance tra l’eroe eponimo e il fido Watson, i tre nuovi episodi da 90 minuti ciascuno di questa rivisitazione contemporanea della figura di Sherlock Holmes. Che, evidentemente, non è morto come tutti credevano. Vabbé, ok, non ci aveva creduto nessuno in realtà. AtlantideZine parlò a suo tempo della prima stagione.

Being Mary Jane, BET (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). Estensione seriale del film omonimo (anch’esso produzione BET), racconta le vicende di Mary Jane, giornalista televisiva che, come tutte le persone di questo mondo, trova estremamente difficile bilanciare i propri impegni lavorativi, la propria vita sentimentale, e la necessità di assicurare adeguato sostegno alla famiglia (padre, madre malata, due fratelli e pure una nipote). Prima serie tv prodotta da BET.

Chicago PD, NBC (prima stagione, 15 episodi, 8 gennaio). Spin-off di Chicago Fire, con i poliziotti ad assumere il ruolo di protagonisti al posto dei pompieri. Un procedurale in grado di riscrivere le paludate regole del poliziesco televisivo? Manco per niente.

The Following, FOX (seconda stagione, 15 episodi, 19 gennaio). La prima stagione di questo oscuro thriller, teoricamente impreziosito dalla presenza di un protagonista di richiamo come Kevin Bacon, ha conquistato un posto in svariate classifiche di fine anno. Il problema è che si è trattato delle classifiche delle peggiori serie viste nel 2013. Un ottimo motivo per evitare, dopo la prima, anche la seconda stagione.

Line Of Duty, BBC Two (seconda stagione, 6 episodi, 12 febbraio). Un nuovo caso per gli agenti DS Steve Arnott, DC Kate Fleming e Superintendent Ted Hastings e per la (fittizia) unità anti-corruzione AC-12. L’obiettivo delle loro indagini sarà, stavolta, l’insospettabile DI Lindsay Denton, la quale, tuttavia, non è l’unica a custodire qualche scheletro nell’armadio. La prima stagione, datata 2012, è stata una delle serie di maggior successo nel Regno Unito.

Hannibal, NBC (seconda stagione, 13 episodi, 28 febbraio). La scorsa stagione ha raccolto ampi consensi, e la critica ha elogiato tanto la perizia cinematografica quanto le creative disposizioni di cadaveri. Oltre ad aver lodato la… uhm, raffinatezza culinaria del giovane Hannibal Lecter. Immaginiamo l’impianto estetico della serie resti invariato, per cui chi ha apprezzato la prima stagione attenderà con ansia la seconda. Noi non siamo tra questi.

Crisis, NBC (prima stagione, 13 episodi, 16 marzo). Il rapimento dei figli delle persone più ricche e potenti di Washington, Presidente incluso, è l’evento che scatena la grossa crisi a cui allude il titolo. In ballo ci sono le sorti di tante famiglie, ma anche quelle dell’intero Paese. Cosa saranno disposti a fare i ricchi e potenti, pur di riavere i propri figli? Con Dermot Mulroney e soprattutto con Gillian Anderson, per la quale, ormai lo sapete, abbiamo un debole.

… e poi tutto il resto:

The Bletchley Circle, ITV (seconda stagione, 4 episodi, 6 gennaio)
Call The Midwife, BBC One (terza stagione, episodi, 19 gennaio)
Mr Selfridge, ITV (seconda stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
Silk, BBC One (terza stagione, 6 episodi, 24 febbraio)