La Storia, Steven Spielberg, Abraham Lincoln e gli Stati Uniti d'America

[rating:85/100]

L’attenzione di Steven Spielberg nei confronti della Storia non è una novità né lo è la sua passione per la nazione degli Stati Uniti d’America e quegli ideali di civiltà, giustizia sociale, libertà e democrazia che nell’immaginario collettivo discendono dritti dritti dal mito della rivoluzione americana e dei padri fondatori. È chiaro quindi che un film sulla figura storica di Abraham Lincoln possa rappresentare la summa dell’attuale cinema di Spielberg e ritengo possa anche essere un’operazione importante in questo periodo storico. Il cinema infatti rimane un mass medium di portata immensa e diffusione globale e, specie quando si tratta di un regista affermato e blasonato come Spielberg, può riuscire a spostare l’attenzione di uno spropositato numero di persone su un tema, seppur per un breve momento. E non solo: il cinema (come la televisione), benché abbia da tempo dismesso ogni ambizione di funzioni didattiche o sociali, è anche uno strumento sorprendentemente efficace per affrontare argomenti di importanza sociale e culturale e persino per fini didattici, anche se da decenni lo mortifichiamo riducendolo a futile strumento di intrattenimento e svago.

LINCOLN

Portandomi dietro questo bagaglio di considerazioni capite voi stessi con quale interesse e aspettative io sia andato a vedere Lincoln di Spielberg. Il film racconta sostanzialmente gli eventi dell’inverno del 1865, periodo in cui Lincoln, durante il suo secondo mandato presidenziale e mentre il Paese era sconvolto dalla guerra civile, riuscì abilmente a far passare il celebre tredicesimo emendamento che aboliva la schiavitù e di fatto metteva fine alla guerra. Metto subito in chiaro che Lincoln è un film bello, importante, da vedere e che le mie aspettative sono state assolte, sebbene non in toto. E vado brevemente a spiegarmi.

Punto di forza è certamente il rigore storico, il lavoro sui documenti, il non cedere alla tentazione di spettacolarizzare lasciando invece che la narrazione sia dominata dalla parola: dai dialoghi, o meglio, dai monologhi di Abraham Lincoln, estratti e cesellati con un abile lavoro di taglia e cuci dai documenti originali.  Nella forma si tratta di un film rosselliniano se mai ce n’è stato uno e mi sembra evidente che Steven Spielberg conosca bene il cinema (e la televisione) di Roberto Rossellini e li abbia studiati a fondo durante la realizzazione del suo Lincoln. Il modo di raccontare gli eventi storici riesce ad essere insieme chiaro, convincente ed avvincente come forse solo Spielberg è oggi in grado di fare: la caccia ai voti democratici e repubblicani necessari per far passare l’emendamento, la bravura nel tenere le fila del proprio partito e prendere decisioni coraggiose e impopolari, l’interpretare i momenti storici e diventarne autore diventano i temi di un film hollywoodiano di largo consumo e questo, francamente, ha un che di prodigioso.

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Purtroppo però Spielberg non è stato altrettanto rosselliniano, altrettanto coraggioso, sul piano dei contenuti o sulla costruzione dei personaggi e alla fine il senso stesso dell’opera, inesorabilmente, tende a sfociare nell’insidiosa retorica. Il suo Abraham Lincoln è un personaggio da noi distante anni luce, sovrumano, soprattutto nella sua attività di leader politico: non lo vediamo mai commettere un errore, mai scosso da un dubbio, sempre serafico, impassibile e mai teso o intimorito dal corso dei drammatici eventi che sconvolgono il suo Paese. E valgono a poco poi i momenti di debolezza e umanità nell’ambiente familiare, con la moglie e i figli, che cozzano talmente con la figura pubblica da apparire posticci e superflui, ininfluenti. Un altro problema nella sostanza del film è che, nonostante si parli di una grande conquista civile di cui può gioire l’intera l’umanità, la storia non riesce ad universalizzarsi, a diventare patrimonio comune, e rimane fortemente e indissolubilmente legata agli Stati Uniti d’America e solo a loro. In definitiva Lincoln, a noi spettatori europei, non appare come un film sulla Storia dell’uomo (o dell’Occidente), la nostra Storia, ma sulla Storia Americana, distante da noi quasi come si trattasse di Aragorn che da Minas Tirith riporta pace e giustizia nella Terra di Mezzo.

Spielberg è andato vicino a girare un film di ricerca e analisi storica ma ha finito per deviare verso il sentiero della glorificazione e della retorica. O forse è stato costretto ad andare in quella direzione? Oppure è stato lui a volerlo? Non saprei dirlo, ma per quanto mi riguarda molta della sua forza e del suo significato il film lo ha perso quando ha intrapreso quel sentiero. Nondimeno rimane un bel film, importante, da vedere.

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PS: una postilla da fan di Rossellini: anche io sono convinto che Daniel Day Lewis sia un grande attore ma questa parte non dice nulle sue qualità; ruoli come questi sono facilissimi e l’interpetazione è insignificante, Rossellini li affidava letteralmente a gente presa in mezzo alla strada.

La stampa: se non ci fosse non bisognerebbe inventarla, parola di Balzac

“Se la Stampa non esistesse, non bisognerebbe inventarla”: dal tono perentorio si capisce senza possibilità di fraintendimento che la frase non vuole essere un’opinione, ma è un vero e proprio assioma, secondo le precise indicazioni dell’autore. Che non è in ordine di tempo l’ultimo fuoriuscito dal formicaio,  l’ultimo ribelle “antisistema” partorito da qualche attuale divergenza pubblica e privata, il grillo del caso. Chi scrive questa frase, dall’alto della sua grandezza e  delle sue ambasce, fallimenti compresi in qualità di giornalista, stampatore, tipografo, editore, è uno scienziato della realtà. Tale si considera e di fatto lo è stato. È il 1843 quando Honoré de Balzac, in quella fase scrittore affermato e di successo, pubblica un pamphlet dal titolo Monografia della stampa parigina, altrimenti noto con il titolo de I giornalisti.

L’ideatore e realizzatore dell’insuperato affresco da lui denominato Comedie humane, (colossale ciclo di 137 romanzi con circa 2 mila personaggi), studia con occhio da etologo il funzionamento della società e niente e nessuno sfugge al suo sguardo, anche e soprattutto le categorie  a lui più invise, politici e giornalisti. Certo Balzac era uomo ambizioso che non ammetteva le sconfitte, anche megalomane, capace di abbracciare progetti tanto fantasiosi da essere assurdi, compresa l’idea di avviare coltivazioni di ananas nella regione parigina o di avviare lo sfruttamento in Sardegna di miniere d’argento già abbandonate nell’antichità. D’altra parte, Il ritratto che di lui fa Baudelaire, è eloquente: “Il cervello poetico tappezzato di cifre come lo studio di un finanziere. L’uomo dai fallimenti mitologici, dalle imprese iperboliche e fantasmagoriche». E avrà avuto più di qualche sasso da levarsi dalle scarpe, come giornalista, ideatore e direttore di riviste giornalistiche poco riuscite, anzi fallite; avrà accumulato rancori e più di qualche desiderio di vendetta nei confronti di un mondo che in più occasioni gli ha sbarrato le porte e ha tramutato i suoi sogni in insuccessi. Fatto sta che questo pamphlet, troppo poco noto, è di “abominevole” attualità. Passa alla lente della critica tutti i tipi umani e psicologici che affollavano il panorama giornalistico, in base ai criteri della nascente sociologia. Intriso di ideologia positiva, certo, non meno lo è di acido solforico e qualche traccia di cianuro. Sembra una fredda indagine scientifica, se non fosse che l’animus rutilante e corrosivo dello scrittore tiene banco e morde anche là dove sembrerebbe limitarsi a catalogare tipologie umane, fino a restituire un quadro impietoso della Stampa. Più che protagonisti di fatti, i signori del giornalismo lo sono di misfatti. Il libello polemico e mordace merita d’esser ripescato, letto, o riletto, se non fosse che l’edizione italiana in cui l’abbiamo rinvenuto (Abramo, 1993) è avara di note, quando invece occorrerebbero di supporto all’aspetto “datato” del libro: qua e là riferimenti impliciti a fatti, situazioni, personaggi, certo avversari, meriterebbero indicazioni specifiche per apprezzare a pieno l’opera.

Ma vediamoli i signori giornalisti all’opera. Balzac individua due grandi insiemi: “il pubblicista” e il “critico”, come fossero due specie animali finalmente scoperte e catalogate. Nel formicaio parigino di sfrenate ambizioni di successo e ascesa sociale, i giornali in fase d’affermazione durante la monarchia borghese di Luigi Filippo, fanno bene la loro parte e si riempiono di arrampicatori di vario genere. Ecco perché Balzac individua per ogni specie tanti sottogeneri. Nel genere pubblicista rientrano tanto il giornalista che l’uomo di stato (che si dà alla carriera politica), il panflettista, il nientologo, il pubblicista col portafoglio, lo scrittore monobiblico che ha scritto una e una sola opera che ripropone in ogni scritto, il traduttore, l’autore con le certezze. Nel genere critico, rientrano il critico della vecchia guardia, il critico biondo, il grande critico, il feuielletonista, il costellato mondo dei piccoli giornali. La casistica individuata prevede, inoltre, che ogni sottogenere contempli un sottoinsieme di varietà. Il giornalista ne ha cinque: direttore-redattore-capo, proprietario-gestore, tenore, fabbricante di articoli di fondo, factotum, camarillista. Il giornalista uomo di stato sottintende quattro varietà: uomo politico, attaché, attaché-distaccato, politico con gli opuscoli. Non meno articolata la costellazione dei critici. Il critico della vecchia guardia è universitario o mondano. Il giovane critico biondo, può essere negatore, burlone, incensiere. Il grande critico può presentarsi in qualità di giustiziere delle grandi opere, o “eufuista”. Infine il piccolo giornalista si ripartisce in cinque tipi: bravo, buffone, pescatore, anonimo, guerrigliero. In questo universo composito, dunque Balzac individua trentanove tipi che dominano la stampa parigina. Potrebbe esser divertente, un improprio gioco di società, cercare le corrispondenze nella situazione italiana d’oggi. Non si rischierebbe di non trovarle.

Intanto, qualche definizione, più da vicino, per vedere come lavora Balzac. Spesso la caricatura si spinge a tal punto di riprodurre  gli stili degli odiati colleghi,  fare il verso ai loro articoli (ecco perché note di supporto avrebbero agevolato la lettura). Ogni descrizione di un tipo termina con un assioma: feroce stilettata su giornali e giornalisti. Sulla libertà di stampa: “si ucciderà la stampa come si uccide un popolo, dandogli la libertà”. Sugli uomini politici che sono “protettori” in forme più o meno esplicite di un giornale: “Quanto più un uomo politico è una nullità, tanto è migliore per diventare il Dalai Lama di un giornale”. Sulla presenza delle donne nell’ambiente: “Tutti i fogli pubblici hanno per timone una sottogonna in crinolina, assolutamente come la vecchia monarchia”. Sul nientologo, o volgarizzatore, che è “il dio della borghesia attuale, egli è alla sua altezza, è pulito, netto, senza imprevisti”, l’assioma è questo: “meno idee hanno, più ci si eleva”. I volgarizzatori,  sono necessari alle riviste, alcuni sono “beniamini del potere” e “mangiano a molte mangiatoie”.  Come non pensare agli attuali cronisti parlamentari specie televisivi e ai loro pastoni quando lo scienziato Balzac parla dei camarillisti? Costoro sono “redattori-stenografi” che devono “riferire per intero i discorsi dei deputati che appartengono al colore del giornale”, correggendo gli errori di lingua che i parlamentari fanno, quindi devono liquidare in poche righe i discorsi degli avversari politici e sempre in maniera sfavorevole. Il profeta è il “Maometto della stampa”, “nobile vittima di un’illusione generosa”; nel settario invece “la sua passione per il padrone è tale da non fargli concepire ostacoli: devoto fino all’imprudenza, è pronto a pagare di persona come Gesù Cristo per l’umanità (…) Tra la folla della gente della stampa, è una figura tanto sublime quanto rara, è la Fede! Il fenomeno più raro a Parigi”. Vi ricorda qualcuno? (Anche più di qualcuno) Il critico, in generale, si spiega così: “esiste in ogni critico un autore impotente”.  Per cui l’assioma che segue è: “la critica oggi serve a una sola cosa, a far vivere la critica”. L’incensiere, l’addetto alle lodi sperticate, è “un ragazzo senza fiele, benevolo, che fa della critica uno spaccio di latte puro (…) Pesta la rosa nel mortaio e ve la spande con una grazia da profumiere”. Il giustiziere delle grandi opere è “un ragazzo che si annoia e cerca di annoiare gli altri. La sua base è l’invidia; ma egli dà grandi dimensioni alla sua invidia e alla sua noia”.

Prima di citare l’intero libro ed essere giustamente tacciati da Honoré d’essere niente altro che pescatori di frodo, è meglio fermarsi. Quel che è certo è che i sacerdoti di questa divinità moderna sono per Balzac per lo più imbrattacarte di vario ordine e genere. Analisi di cui tener conto, magari da comparare agli studi più recenti (come il volume appena uscito  “La scimmia che vinse il Pulitzer”, di Nicola Bruno e Raffaele Mastrolonardo, Mondadori, che analizza gli attuali scenari dell’informazione mondiale e i suoi personaggi).  Balzac è fermo, il suo assioma conclusivo, come scritto sopra, è: “Se la stampa non esistesse, non bisognerebbe inventarla”. Anche se poi aggiunge: “Di fatto, c’è nelle vicende umane una forza superiore che né la discussione né le chiacchiere dell’uomo, stampate o no, possono ostacolare”.

I giornalisti
di Honoré de Balzac
Abramo – 1993
Prezzo: € 8.27

Viva l'Italia, presa a tradimento

Quando sento la parola “Risorgimento” la mia memoria opera un collegamento immediato e inevitabile: torno bambina sui banchi di scuola mentre ascolto perplessa il mio maestro elementare che racconta la storia di Mazzini e dei giovani Carbonari e mi accorgo che la voce gli trema dall’emozione e che sta per mettersi a piangere.
Patetici strascichi di un’educazione fascista? Forse sì.
Ma quello che mi colpisce ancora oggi, se ripenso a quel momento della storia italiana, è lo stesso aspetto che, stando alle interviste, pare abbia colpito anche Giancarlo De Cataldo (e forse persino il mio maestro): la potenzialità epica.

È quasi sorprendente, da questo punto di vista, rendersi conto di come, da anni, questa occasione vada sprecata. E non intendo aprire un discorso politico, ma restare in un ambito strettamente narrativo: il Risorgimento italiano è, potenzialmente, una bella storia; una storia intensa, eroica, disperata. Vi compaiono esplicitamente numerosi archetipi narrativi: la forza dell’ideale, figli che lottano contro i padri, cospirazioni, alleanze e tradimenti fino alla soppressione del sogno a favore di quello che poi, freddamente, viene considerato il bene comune (o spacciato per tale).

L’unità d’Italia è stato un processo controverso e chi venga dal Sud Italia lo sa, probabilmente, meglio di chiunque altro. E, in questo anno di celebrazioni, è facile sentirsi sommersi dalla retorica così come dall’antiretorica.
Credo che, a questo punto, l’unico antidoto sia informarsi, ascoltare voci diverse e provare, per quanto sia possibile, a elaborare una propria opinione.

Per questo mi ha fatto piacere scoprire che uno degli autori più in auge del momento come De Cataldo ha dedicato la sua ultima fatica all’Unità d’Italia.
Ma, lasciando da parte il valore dell’operazione culturale, il romanzo I Traditori è innanzitutto un’opera letteraria e in quanto tale va considerata.
Se lo scopo dell’autore era quello di esporre delle notizie storiche in forma narrativa o divulgativa, l’intento mi sembra ampiamente fallito. La storia vera, quella documentata, si intravede appena, e la commistione tra personaggi storici e creazioni letterarie è talmente stretta e sbilanciata a favore di questi ultimi da togliere ogni traccia di credibilità o affidabilità al racconto.
De Cataldo afferma di aver studiato a fondo diari, lettere, cronache dell’epoca. In tutta sincerità nelle pagine di questo romanzo ne resta poca traccia, se non come sfondo agli eventi narrati, quasi la scenografia di un film in costume.

Qualcosa di buono ne I Traditori sicuramente c’è. Innanzitutto l’idea di fondo che anche il più idealista e disinteressato dei rivoluzionari possa ritrovarsi ad essere una pedina ignara di ben altri giochi politici. In secondo luogo il ritratto di Mazzini – l’unico personaggio interessante di tutto il romanzo – figura enigmatica per metà affascinante e per metà inquietante. Infine il vero valore aggiunto mi sembra la scelta di inserire, come attori politici dell’Unità d’Italia, anche le Mafie e le loro strutture consolidate, mostrando come, sin dall’inizio, il potere in questa nazione abbia considerato la criminalità organizzata un interlocutore imprescindibile.
Per il resto, anche se spiace dirlo, siamo di fronte a personaggi vuoti, che appaiono poco più che figurini di cartone ritagliati da qualche illustrazione dozzinale.

Mi piace pensare che De Cataldo si sia divertito a scrivere questo romanzo, come potrebbe divertirsi un ragazzino infervorato. Il problema è che, purtroppo, I Traditori sembra davvero scritto da un adolescente, e risulta caratterizzato da una triste e quasi ridicola prevedibilità delle azioni e dall’abuso dilettantistico di frasi fatte e luoghi comuni.

Si potrebbe sperare che questo effetto da romanzo d’appendice di seconda scelta sia voluto, che sia una trovata stilistica. Se non fosse che, in ogni singola pagina, l’autore si prende irrimediabilmente sul serio, privando di qualsiasi appiglio il lettore, che pure lo ha in simpatia e vorrebbe giustificarlo.
Dal punto di vista della qualità letteraria, I Traditori è un romanzo semplicemente imbarazzante. Peccato. Ancora una volta il nostro Risorgimento è andato sprecato.

 

TITOLO: I Traditori
AUTORE: Giancarlo De Cataldo
EDITORE: Eiunaudi
DATI: 2010, pp 582, € 21,00
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The Black Brothers

Dopo una lunga assenza, il regista John Landis torna al grande schermo con una storia piuttosto bizzarra: la vicenda di Burke e Hare, due immigrati irlandesi che, nella Scozia di inizio Ottocento, uccisero diciassette persone per venderne i corpi a un istituto di ricerca anatomico.

La storia, ancorché sorprendente, è vera (“tranne per le parti che non lo sono”, come precisa Landis all’inizio del film) e i due malfattori sono piuttosto celebri nelle British Isles tanto che sono già stati protagonisti di racconti letterari – come quello di Robert Louis Stevenson – pièce teatrali e film hollywoodiani – come quello celeberrimo con Boris Karloff e Bela Lugosi – tutti ispirati alla loro vicenda. A dire il vero, però, prima di Landis nessuno aveva mai pensato di trasformare questa storia in una commedia.

Nel pieno dell’entusiasmo illuminista, a Edimburgo svolgono la propria attività ben due rinomatissime scuole mediche: quella del dottor Knox e quella del dottor Monroe. Per entrambi gli istituti, il principale elemento di prestigio e richiamo è l’insegnamento dell’anatomia “dal vivo” (se così si può dire), ovvero mediante la dissezione di cadaveri umani. Secondo la legge del tempo, però, solo i corpi dei criminali giustiziati o dei senzatetto non reclamati possono essere, come dire, lasciati alla scienza. Questo rende ogni cadavere di malfattore una risorsa ambita e contesa dai due titolari delle scuole rivali. Ma Monroe ha gli appoggi politici giusti e riesce a ottenere un’esclusiva.

La domanda, si sa, crea l’offerta e ai problemi di Knox rispondono due improbabili imprenditori (già esperti del settore in quanto profanatori di tombe) che si offrono di procurare all’illustre scienziato una così inusuale materia prima. All’inizio i due complici si limitano a portare a Knox persone accidentalmente decedute per cause naturali. Poi l’affare prende loro la mano e i due si trasformano in assassini seriali.

La vicenda è, a suo modo, gustosissima e la rete abbonda di notizie su questo sconvolgente fatto di cronaca.
Landis, come è giusto che sia, si prende qualche licenza presentando una strana coppia composta da un cinico e manipolativo Hare (Andy Serkis), il cui unico punto debole è l’affetto per l’ancora più cinica moglie dedita all’alcol, e un romantico e idealista Burke (Simon Pegg).
Un’attività così florida non poteva passare inosservata a lungo, soprattutto perché, a leggere qualche notizia storica, sembra che i veri Burke ed Hare fossero inetti e pasticcioni quasi quanto le loro caricature cinematografiche.

Anche se non è assolutamente polite ridere di due serial killer che ammazzarono per denaro molte persone innocenti, non si può negare che la commedia di Landis sia piuttosto godibile. Non siamo certo di fronte alla comicità più raffinata, ma quantomeno a una dignitosa black comedy che, a dirla tutta, è molto meno cruda di una qualsiasi puntata di CSI o di una trasmissione di Bruno Vespa. Gli attori si prestano bene alle loro caratterizzazioni un po’ eccessive e riescono a interpretare i rispettivi ruoli senza strafare. Il ritmo è buono, la sceneggiatura discreta.

Che fine abbiamo fatto Burke e Hare ce lo raccontano le cronache dell’epoca. Ma se i fatti non si possono cambiare, sulle motivazioni gli autori (e gli spettatori) possono divertirsi a formulare le ipotesi più fantasiose. Solo uno dei due assassini verrà condannato (indovinate quale?) e, se capitaste a Edimburgo, potreste vedere nel museo della scienza il suo cranio conservato. È sembrato quasi karmico, infatti, che il colpevole, in quanto criminale giustiziato, subisse la stessa sorte delle sue vittime. Il condannato è stato tradito dal suo complice (come suggeriscono i documenti) o si è sacrificato per salvare una persona cara (come ipotizza Landis)?

A voi la scelta: decidete voi se preferite credere alla nuda realtà dei fatti o a una improbabile versione secondo cui, anche la commedia più nera può rivelarsi una tenera storia d’amore.

Ladri di cadaveri (Burke & Hare), 2010
regia: John Landis
con: Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher
UK, 91 minuti

Nelle sale dal 25 febbraio 2011

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Il mito dell'Italia nell'Inghilterra vittoriana

Walter Crane - La danza dei Cinque Sensi, 1891-93 Acquarello

Abituata all’idea ammantata di elementi romantici con cui mi rapportavo ai preraffaelliti, legata più ai temi che ai manifesti stilistici e, quindi, allo stile compositivo, sono rimasta molto colpita dal parallelo quanto mai riuscito e attestato tra le opere inglesi e i prototipi italiani che ne hanno costituito il modello iconografico e la suggestione formale.

Dante Gabriel Rossetti - Proserpina, 1878 Acquerello e gouache su carta montata su tavolaSiamo nella prima sala della mostra “Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne-Jones e il mito dell’italia nell’Inghilterra vittoriana” alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma fino al 12 giugno. Sono esposti dipinti di Giotto, Crivelli, Carpaccio, Botticelli, Sebastiano del Piombo, Palma il Vecchio, Bergognone, Luini, Tiziano, Veronese, Tintoretto i quali sono esempi di come, pur nella totale diversità di cultura e ambientazione, siano stati profonda fonte di ispirazione in area inglese. La pregnanza cromatica dei dipinti vittoriani ricorda quella di Tiziano, e molti elementi, sia stilistici che simbolici ripercorrono le orme della grande ritrattistica italiana del Cinquecento.

Il nucleo principale della rassegna comprende i preraffaelliti Dante Gabriel Rossetti e Edward Burne-Jones, oltre ai  rappresentanti della cultura estetica e simbolista come Albert Moore, George F. Watts e John William Waterhouse.

il mio approccio naif mi ha indotta a perdermi nei colori: pieni, intensi, forti. E sempre la mia attitudine ingenua mi ha lasciata a indugiare sui dettagli naturalistici, sui fiori in particolar modo. Come la nostra predisposizione d’animo possa farci sorvolare su elementi chiave e volta di opere d’arte (qualsiasi sia il media usato) è affascinante. Mi soffermo a rimirare ammirata la mela che la Venus Verticordia regge in mano con decisione, mi chiedo se si sia rovinata cadendo di mano alla modella tanto discussa e tanto affascinante di D. G. Rossetti (Fanny Cornforth, governante della casa dell’artista e sua amante) o se fosse intonsa e integra e invece l’artista abbia voluto segnarla per evidenziare la decadenza e la caducità, e quasi nemmeno mi accorgo della parziale nudità che tanto scalpore fece all’epoca generando addirittura il rifiuto iniziale del  Dante Gabriel Rossetti - Venus Verticordia, 1864-1868 Olio su telacommittente. Ricordo poi il breve componimento (che chiude nella nostra traduzione questo articolo) a carattere prettamente erotico che Rossetti riportò sulla cornice di questo dipinto (e in base a questo le mie considerazioni fantasiose e ingenue in merito alla mela decadono miseramente), in cui elementi biblici si mescolano a elementi classici sovrapponendo Eva  e Venere, il classico e il pagano; molto meno superficialmente colgo, allora, i dettagli e il senso di questo dipinto. E ritorno ai fiori: alle spalle della Venere un cespuglio fitto di rose mi ricorda i Veneralia romani (festività dedicata proprio a Venere Verticordia e al suo compagno, Fortuna Virile), in cui la statua della dea era decorata proprio con fiori di rosa e dinanzi alla Venus, quasi immersa in essi, i caprifogli dal profumo che sembra lasciare la tela per diffondersi nella sala peraltro allestita con intelligenza e movimento: archi e colonne avvicendano gli spazi creandone di dedicati e aprendone altri destinati a opere che ben meritano di troneggiare, quali, per esempio, la Lamia di  George Frampton, ispirata al celebre e omonimo poemetto di Keats. Quel che inganna, in questo mezzobusto, è la sua compostezza: il volto sereno e compito sembra quasi rifuggire i topoi di sesso, vampirismo e morte di cui è portatore, esplicando come funzionale ed efficace fosse in quest’opera la resa simbolica della seduzione.

Il senso complesso di questa mostra si mimetizza bene nell’immediatezza della tensione simbolica che davvero con naturalezza parla ai visitatori. La mostra resterà allo Gnam fino al 12 giugno 2011.

She hath the apple in her hand for thee,
Yet almost in her heart would hold it back;
She muses, with her eyes upon the track
Of that which in thy spirit they can see.
Haply, ‘Behold, he is at peace,’ saith she;
‘Alas! the apple for his lips, – the dart
That follows its brief sweetness to his heart, –
The wandering of his feet perpetually.’A little space her glance is still and coy;
But if she gets the fruit that works her spell,
Those eyes shall flame as for her Phrygian boy.
Then shall her bird’s strained throat woe foretell,
And as far seas moan as a single shell,
And her grove glow with love-lit fires of Troy.
Ella ha in mano la mela per te
eppure in cuor suo quasi vorrebbe ritrarla
medita, gli occhi forse sulla traccia
Di ciò che possono vedere nel tuo animo
“Guarda, egli è in pace”, ella dice
“Ahimé! La mela per le sue labbra – il dardo
che segue la fugace dolcezza del frutto fino al cuore –
Il vagare perpetuo dei suoi piedi”.per breve spazio il suo sguardo è calmo e schivo
ma se prende il frutto che opererà l’incantesimo
Quegli occhi arderanno come per il suo ragazzo Frigio
Allora la gola tesa del suo uccello predirrà sventura
e i mari lontani si lamenteranno come una sola conchiglia
E il boschetto di lei arderà dei fuochi d’amore di Troia.

Traduzione di Alessandra Spirito

Dante Gabriel Rossetti, Edward Burne-Jones e il mito dell’Italia nell’Inghilterra vittoriana
Galleria nazionale d’arte moderna, Roma
dal 24/02 al 12/06/2011

Allegri figlioli, è arrivata la repubblica!

Francesco Jovine appartiene al numero di quegli scrittori italiani arbitrariamente, e talvolta ingiustamente, definiti «minori». L’oblio in cui è caduto il suo romanzo Signora Ava appare ancora più inspiegabile se si pensa che da esso Antonio Calenda trasse, a suo tempo, uno sceneggiato televisivo con Amedeo Nazzari che ebbe un discreto successo.
Dobbiamo probabilmente ringraziare le celebrazioni per l’Unità d’Italia (e l’editore Donzelli) se questo romanzo viene di nuovo riscaldato dalle luci della ribalta.

Signora Ava è un romanzo che colpisce fin dalle prime pagine. In primo luogo per ragioni linguistiche: la struttura è semplice e immediata ma la scelta delle parole ricca e poetica. Mi ricorda, dal punto di vista espressivo, alcuni visi ritratti da Carlo Levi che, in poche pennellate, racchiudono intere storie.
In secondo luogo mi colpisce la vividezza con cui sono descritti i personaggi, anche quelli minori. Alcuni sono figure eterne, di quelle tramandate dalla letteratura verista o, forse, addirittura dalla commedia dell’arte: il ricco che rischia di morire perché ha mangiato troppo, il medico incapace di cui nessuno si fida, il prete avido.
Sia i galantuomini che i contadini sono tratteggiati con tale efficacia che, leggendo, è quasi impossibile non attribuirgli mentalmente un volto, una voce, un modo di muoversi.
Jovine riesce nel tentativo ambizioso di rendere questi personaggi e queste storie, potenzialmente uguali a mille altri, unici, avvincenti e interessanti per il lettore. A questo scopo contribuisce egregiamente un personaggio che, al contrario di quasi tutti gli altri, si rivela decisamente originale. Si tratta di don Matteo, prete di second’ordine di Guardialfiera, piccolo paese del Molise di cui Jovine è originario e in cui si svolge la maggior parte della vicenda.

Nel paese ci sono a stento duemila abitanti ma almeno dieci preti che lottano ferocemente tra di loro per la conquista del maggior numero di fedeli. Ma non è nemmeno un insano orgoglio a guidarli quanto la necessità di sopravvivere: più fedeli significano più offerte e quindi più cibo e più denaro.
Don Matteo, marginalizzato dai colleghi canonici più influenti, è una figura davvero lontana dalla spiritualità e sicuramente antipodica rispetto all’ascetismo. Pensa troppo alla gola, ai beni materiali e a non ben precisati altri peccati citati in una lettera anonima. Inoltre è collerico e non ha abbastanza rispetto per l’autorità. La sua imperfezione e la sua incoerenza lo rendono irrimediabilmente simpatico al lettore che, proprio attraverso di lui, segue le vicende degli altri personaggi.

La prima parte del romanzo racconta la vita quotidiana nella piccola cittadina molisana e mostra una società rigidamente divisa in classi in cui la separazione di casta appare tanto più ridicola se si considera che anche i notabili di Guardialfiera sarebbero considerati dei poveracci in una città appena più importante.
Qui il lettore scopre, o riscopre, il mondo dei contadini, legato ai tempi e alle regole della terra, e governato da una saggezza popolare che si fonda su credenze magiche e sugli insegnamenti di creature mitiche, come la stessa signora Ava che dà il titolo al romanzo; storie e leggende che sempre si sono raccontate e sempre si racconteranno.
Per questa ragione il giovane Pietro Veleno – ragazzo intelligente e onesto, pupillo di Don Matteo – quando si accorge di provare attrazione per la sua coetanea e padrona Antonietta Di Risio, ricaccia indietro quel sentimento. Pur essendo consapevole che esso è ricambiato, un legame tra loro due appare, al ragazzo, semplicemente impossibile.

Ma le cose cambiano profondamente quando anche a Guardialfiera arrivano gli echi della rivoluzione. Un “re straniero” pare abbia tolto dal trono Francesco di Borbone. Non ha a caso si parla di echi. In quel piccolo paesino all’estrema periferia del Regno di Napoli, è difficile comprendere, e comprendere tempestivamente, cosa stia accadendo. Le voci parlano dell’esercito di un certo Gariobaldo che porta più benessere e giustizia per i contadini. Inizialmente il paese gioisce, considerando l’insediamento del nuovo re cosa fatta. Ma poi arrivano le truppe borboniche per reprimere le rivolte e i nobili, spaventati, denunciano i contadini.
Pietro è costretto a scappare per unirsi alle camicie rosse. Ma, per una pura casualità, si ritroverà invece a combattere con i borbonici.
Se la prima parte del romanzo è volutamente statica, la seconda segue la vita selvaggia e violenta a cui Pietro è costretto per sopravvivere, prima da soldato e poi da brigante.

Il Risorgimento raccontato da Jovine è un Risorgimento cieco, disperato, imposto; una lotta smitizzata in cui spesso chi combatte non ha la minima idea di quale sia “la sua parte” e, di sicuro, non ha in cuore altro ideale che non sia uccidere per non morire.
Abbrutiti e disillusi dalla guerra, alcuni dei personaggi di questa storia breve e intensa riscoprono una necessità di purezza e di riscatto. Persino don Matteo sembra, infine, crescere e trovare il modo per essere davvero strumento di Dio e per aiutare gli uomini a guadagnare un po’ di pace sulla terra.
Il finale asciutto e drammatico consacra, a mio parere, Jovine tra i grandi scrittori italiani contemporanei.
Un libro da leggere, assolutamente. Un’altra voce per raccontare una delle tante verità sulla nascita della nostra nazione.

 

TITOLO: Signora Ava
AUTORE: Francesco Jovine
EDITORE: Donzelli
DATI: 2010; pp XIV-223; € 23,00
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L'ultimo viaggio di un battello ebbro: da madre flagello a sorella morte

Gravoso è dover indossare una nomea in vita, in morte, per l’eternità. Specie se l’appellativo non corrisponde al risvolto più vero dell’esistenza. Di maledetto infatti qui non c’è proprio nulla, eccetto il corso che prende la vita quando tutto si sfalda e il destino si inabissa fino alla dissoluzione.

L’ultimo viaggio di mio fratello Arthur è tutt’altro che il ritratto di un “maledetto”. È  il resoconto realistico, finora inedito in Italia, della parte finale della vita di Rimbaud, poeta maudit per antonomasia secondo la vulgata comune, tratteggiato viceversa nella sua tribolazione umanissima della feroce, lei sì, maledetta malattia, colto tra speranze e paure. A scrivere questo resoconto fu la sorella minore Isabelle, indole opposta e contraria al fratello secondo l’accezione comune,  perché era bigotta e pia quanto basta da rendercela sulle prime detestabile. Ma anche qui il retroscena è che fu succube di una madre autoritaria e di un’educazione rigida da cui Arthur, precoce in tutto, fuggì per schiantarsi nel nulla di tanti rivoli. Certo Vitalie, la madre, lei per prima non ebbe vita facile e fu costretta a diventar tiranna: abbandonata dal marito, un capitano dell’esercito di nome Arthur come il nostro, e in questo forse vi è un principio di vera maledizione, ebbe a tirar su da sola cinque figli  aderendo in pieno al principio della rispettabilità sociale in una cittadina della provincia francese dell’ ‘800, Charleville, al confine col Belgio. E la tale sorella beghina in verità fu l’unica al capezzale di questo strano ribelle venuto a morire a casa, dopo un’esistenza breve, intensa, girovaga, irrequieta, persa. Il libricino di inaspettate memorie fa parte della felice collana Ocra Gialla della casa editrice Via del Vento di Pistoia che ha il merito di cercare e saper trovare con cognizione di causa e amorevole cura testi inediti e rari del Novecento: tasselli fondamentali per infrangere stereotipi che condizionano ancora il ricordo di possenti personalità letterarie e permettono di sganciarle dalla fissità della definizione unica.

Rimbaud era il secondo di cinque figli. Fu un enfant prodige, e questo è noto. Poeta di sensazioni e visioni, il  veggente capace di spingersi al di là di ogni canone di poesia fino a quel momento praticata, fuggì prima dalle sue radici, dalla casa, dalla madre “flagello”, dalla provincia; l’incontro con Verlaine e il loro rapporto non fu che un passaggio errabondo, quella che doveva essere una “illuminazione” divenne una “stagione all’inferno”  e la sua poesia non bastò ad acquietarlo né funzionò da amuleto per raddrizzare la sorte. Fuggì dunque Arthur anche dalla scrittura, ultima sponda, e il suo destino fu di dover espiare una smisurata sofferenza interiore declinata in forma di insofferenza perpetua, l’irrequietezza ante litteram attraverso il nomadismo, l’incessante spostamento, il viaggio, la fatica, lo sfinimento fisico fino alla malattia. Dall’abbandono della poesia inventò per sé tanti ruoli: insegnante a Londra, scaricatore al porto di Marsiglia, mercenario nelle isole olandesi e disertore a Giava, in viaggio al seguito di un circo, capomastro a Cipro, commerciante ad Harar, in Abissinia. Pare che fu uno dei primi occidentali a penetrare in questa città santa dell’Islam dove commerciò un po’ di tutto: avorio, caffè, pelli, oro, ma si diede persino a traffici spregiudicati come il commercio di armi. Finché fu costretto a tornare in Francia per un tumore osseo al ginocchio. Telegrafò alla madre perché lei o Isabelle lo raggiungessero subito. All’ospedale della Conception di Marsiglia gli venne amputata la gamba. Da quel momento Isabelle divenne la sola e unica custode del fratello, titolare del diritto di assisterlo e accompagnarlo alla morte.

Strano come il cerchio si chiuda a perfezione talvolta in certe storie familiari: la sua vita era trascorsa nella dimensione erratica da un punto d’inizio, condensato nella figura  della madre nastratrice, la mamma “flagello” (così la definì lui stesso)  alla fine, accudito da una sorella invasata dalla pietà e dalla devozione, sorella morte, secondo l’efficace definizione che ne dà Antonio Castronuovo nella bella postfazione. “Così quando Arthur – chiarisce Castronuovo – giunge nel luglio 1891 a Roche gravemente malato, dopo che a Marsiglia gli hanno amputato una gamba per tumore osseo del ginocchio, col moncherino invaso da propaggini cancerose e con guai sparsi per il corpo (il braccio destro paralizzato, forti dolori vaganti) è lei a rivendicare il diritto di assistere il fratello invalido, è lei a d accudirlo con una dedizione quasi angosciante. Ineluttabile allora che diventi anche depositaria dei segreti e dei tormenti del fratello: la scrittura e l’omosessualità, l’ingegno e l’ateismo”.

Zitella, trent’anni, fece dell’assistenza al fratello nei mesi della malattia e dell’agonia una missione di vita: “In quattro mesi – scrive Isabelle – mi ha insegnato più che altri in trent’anni. Devo a lui se oggi so che cosa sono il mondo  e la vita, e la felicità e il dolore. Distinguo che cos’è vivere, soffrire, morire”. A tal punto andò oltre questa simbiosi sororale che alla morte di Arthur, Isabella auspicò ciò che doveva realmente accadere anni dopo, come un’oscura profezia che si auto avvera: “E se Dio lo avesse voluto – morendo poco dopo della stessa sua morte, per andare a riposare laggiù, accanto a lui, e confortare così la sua anima inquieta, timorosa che io su questa terra, lo dimentichi”. Succederà infatti che la coincidenza o l’immedesimazione, si abbatterà su di lei: verrà aggredita anni dopo dallo stesso male di cui fu vittima il fratello (e singolarmente anche la sorella Vitalie, stesso nome della madre, morta giovanissima).

A tal punto l’identificazione fu totale che in quell’estate del 1891 si “appropriò” letteralmente del fratello per assisterlo a Roche, dove si era trasferita la famiglia, partire con lui in treno di nuovo alla volta dell’ospedale di Marsiglia dove ancora fu ricoverato, stargli accanto fino alla morte, sopraggiunta il 10 novembre 1891 quando Arthur aveva soli 37 anni, e infine accompagnare le spoglie nell’ultimo viaggio a Charleville. Quando parla di Arthur nei suoi scritti, parla usando il noi: “Non abbiamo gustato nessuno dei piaceri assaporati dai giovani. Nessuna vita è stata così austera come la nostra. Le carmelitane e i trappisti hanno più piaceri di quanti ce ne siamo concessi noi. E non per ruvidezza né per avarizia che noi conducevamo questo genere d’esistenza. La ragione è che eravamo assorbiti dall’idea di uno scopo santo e nobile; e concentravamo tutti i nostri sforzi verso quel fine. Siamo stati onesti, caritatevoli e generosi”. La simbiosi a tal punto si spinse da farle scrivere: “Pur senza averle mai lette, conoscevo le sue opere. Io le avevo concepite. Ma io, misera, non avrei mai potute esprimerle con le sue magiche parole. Ammiravo e capivo: tutto qui”. Eppure nel cerchio magico Isabelle entrò, e fece suo quel “vizio di famiglia tanto avversato dalla madre”: scrivere. Non solo dunque la sua vita divenne il prolungamento della vita del fratello con gli stessi esiti, ma anche un transito verso la scrittura quando  scrivere, per lei che con la madre gestiva e dirigeva il lavoro dei campi,  divenne un’urgenza non solo per placare ombre e sofferenze familiari, ma anche propri fantasmi interiori. Di più: Isabelle sposò il poeta Pierre Dufour (certo di tutt’altro calibro rispetto ad Arthur) e insieme divennero “devoti – con la libertà di correggere e tagliare i suoi testi – alla memoria di Arthur” (Castronuovo). Scrisse vari ricordi del fratello e anche un romanzo. Getta un’ombra su di lei il fatto che volle forzare l’immagine del fratello in una lettera alla madre in cui raccontò di una presunta conversione in punto di morte. Ma la dedizione fu estrema come il tracollo finale da eroe tragico. Una sorte simile tocca ai passeggeri di uno stesso “battello ebbro”: “Ma basta, ho pianto troppo! Le Albe sono strazianti. Ogni luna mi è atroce ed ogni sole amaro: L’acre amore mi gonfia di stordenti torpori. Oh, la mia chiglia scoppi! Ch’io vada in fondo al mare!”

Titolo: L’ultimo viaggio di mio fratello Arthur
Autore: Isabelle Rimbaud
Editore: Via del Vento
Dati: 2009, 35 pp., 4.00 €

Non resta che ripescare Una modesta proposta

In quanti riusciremmo ad entrare in un armadio non dotato di un passaggio segreto e a restarci agevolmente vita natural durante? In quanti potremmo trascorrere l’esistenza in un loculo, e intanto coltivare pensieri di pace, amore per l’umanità e magari anche progettare gioiosamente un qualche futuro? In parole povere: quante persone possono vivere sulla terra? In quanti ci entriamo? E chi ci entra che diritto di cittadinanza ha più di un altro che soccombe? E soprattutto come ci entra? A quali condizioni? In quali condizioni? Da che se l’è chiesto il biologo e matematico americano Joel Coehn più di un decennio fa in un libro proprio dal titolo Quante persone possono vivere sulla terra? (Il Mulino, 1998, € 25,82) l’interrogativo si è fatto sempre più pressante e urgente.

L’impatto dell’uomo sulla Terra sta creando una nuova era geologica. Il tempo si accorcia. Manca l’aria in questa stanza. I numeri costringono a renderci conto che, mentre in queste non più allegre contrade, cadute tutte le ideologie non è rimasto altro che il culto della propria di personalità psicolabile, di un ego capriccioso e bisbetico tirato su a diossina e mercurio, altrove, in ogni parte del pianeta la popolazione continua a crescere. La demografia ci stronca la carriera: 7 miliardi, il futuro in un mondo affollato. La copertina del National Geographic di questo inizio d’anno è l’unico oroscopo azzeccato, previsione che piacerebbe anche all’astrofisica Margherita Hack, che va bene per tutti i segni, sia che abbiano l’ascendente o piuttosto il discendente etico-valoriale: costipati dentro, costipati fuori, ci aspettano tempi difficili. E così, intercettato in edicola in bella vista il National Geographic con siffatta copertina trita coscienza, mi sono subito affrettata a leggere lo speciale, sormontando per una volta l’eterna cronaca delle eterne beghe nazionali dove si perde qualsiasi senso delle proporzioni e anche le questioni più gravi sono ridotte a pettegolezzo. A leggere dei fatti nazionali si smarrisce la misura delle cose. Ricollochiamoci nello spazio e nel tempo: secondo i demografi dell’Onu, entro quest’anno la popolazione mondiale raggiungerà la cifra di sette miliardi di abitanti. E non è finita: l’umanità continuerà ad aumentare, specie nei paesi poveri malgrado le politiche “contenitive”. Nel 2045 nove miliardi di persone abiteranno un pianeta sempre più affollato, sfruttato, raschiato, spremuto, solcato, perforato, violato. E se i paesi “emergenti” seguiranno il nostro stile di vita, le risorse del pianeta andranno a essere ancora più intaccate. Riprendo un passo dell’articolo pubblicato sul National Geographic a firma di Robert Kunzig, statunitense, giornalista scientifico pluripremiato: “Come non preoccuparsi al pensiero che ogni anno ci sono 80 milioni di persone in più sulla Terra? Viviamo in tempi di prosciugamento delle falde acquifere, erosione del suolo, scioglimento dei ghiacciai e impoverimento delle riserve ittiche. Ogni giorno quasi un milione di persone non mangia a sufficienza. Tra qualche decennio ci saranno due miliardi di bocche in più da sfamare , per la maggior parte nei paesi poveri. Miliardi di persone in più reclameranno il sacrosanto diritto di avere un tenore di vita più alto. Se seguiranno l’esempio degli abitanti dei paesi ricchi – disboscando le foreste, bruciando carbone e petrolio, usando liberamente fertilizzanti e pesticidi – sfrutteranno a fondo le risorse naturali del pianeta. Come possiamo cavarcela?”

Ecco, appunto, la domanda che sottintende ogni nostro automatismo e finta libertà di scelta che si esercita al discount: come possiamo cavarcela? Come uscirne? Che soluzioni inventare? Noi qui non abbiamo forza né mezzi né capacità di dare risposte. L’unica risposta, dal nostro punto di vista, consiste solo e soltanto nel chiedere aiuto alla letteratura, dove le soluzioni ai problemi del vivere e del sopravvivere sono di altro calibro e caratura. Talvolta di altra caricatura. Specie quella letteratura che se il mondo è scriteriato e i fatti di questa terra lo confermano, risponde con il suo criterio, il ribaltamento logico tout court, l’umorismo estremo. Non resta perciò che riferirsi a una modesta proposta e avvalorarla. Anzi l’unica e inimitabile modesta proposta, partorita da una mente irriverente: quella di Jonathan Swift, il papà di Gulliver e dei lillipuziani. Ecco perché è sgorgata spontanea l’associazione di idee. Già ne I viaggi di Gulliver (1726), Swift aveva trovato una soluzione al problema dell’umanità, tanta, troppa, comunque molesta, trasformandola in Yahoo, bestie dall’aspetto umano, schiave dei cavalli Houyhnhnm, e forse prossime a estinguersi. Sono andata in tutta fretta a ripescare Una modesta proposta (1729), trattato del capostipite dell’umorismo nero, ineguagliato capolavoro dell’assurdo. Swift propone di risolvere il problema del sovrappopolazione (nel caso specifico in Irlanda, ed è forte la polemica contro gli invasori inglesi) e della fame con una semplice soluzione: mangiare i bambini. La grandezza dello scritto è nell’invenzione provocatoria e nella modalità di far funzionare il meccanismo narrativo e il metodo della riduzione della realtà all’assurdo: uno stile sobrio, pacato, un’argomentazione lineare e logica sostiene la spregevole e ripugnante proposta. La vena polemica si manifesta proponendo soluzioni impossibili passate come possibili e di grande buon senso. Dopo aver dissertato sulla possibile ricerca di rimedi al problema del sovraffollamento e non averne trovati, con pacatezza Swift rompe l’equilibrio convenzionale, sconvolge ogni criterio comune e azzarda la soluzione “ragionevole”: “Un americano molto pratico, che ho conosciuto a Londra, mi ha assicurato che all’età di un anno un bimbo piccolo, sano e ben curato, è un cibo estremamente delizioso, nutriente e salubre, tanto in stufato che in arrosto, tanto al forno che a lesso, e sono certo che sarà altrettanto buono in fricassea o come spezzatino”.

Il trattatello nella sua inimmaginabile assurdità e ferocia satirica, suona come una condanna da parte di chi si potrebbe definire come il primo vero grande giornalista della storia occidentale (per forza polemica ed inventiva, quindi capacità di condizionare l’opinione pubblica e contribuire a determinare eventi politici). La condanna ha per bersaglio un preciso contesto socio-politico che genera miseria, condizioni di vita disumane. Il potere di un’invenzione è per sempre. Tuttavia oggi nel clima di psicosi cinica che affligge l’uomo occidentale di razza bianca di ogni ordine e grado, nella psicosi cinica che riguarda sia l’individuo nella sua sfera privata che impersonali macchine produttive e multinazionali, si corre il rischio che le invenzioni fantastiche di Swift nate a scopo polemico, siano prese per buone. Tra i vantaggi che la proposta offre si legge: “Questo cibo porterà molto lavoro alle trattorie, perché gli osti avran certo il buon senso di cercare le migliori ricette per cucinarlo perfettamente e quindi i loro locali saranno frequentati da tutti i signori eleganti che giustamente si vantano d’essere buongustai, e un cuoco abile, che sappia come attirarsi i clienti, riuscirà anche a renderlo tanto costoso quanto essi possono desiderare”. Ecco, magari per come vanno le cose, il colonialista che è nell’uomo occidentale potrebbe pensare oggi di avvantaggiarsi così dell’indice demografico fuori controllo, vendendo cara la giovane pelle altrui e facendone materia di altri traffici rispetto a quelli già esistenti. Non è il caso di Swift. Lui si che era un uomo corretto e lo dichiara: “Posso assicurare, con tutta lealtà, che non ho il minimo interesse personale nel cercar di varare questo progetto tanto necessario, e non ho altra ragione che il pubblico bene del paese per tentare di estendere il nostro commercio, di provvedere ai bambini, di venire in soccorso ai poveri e di procurare qualche piacere ai ricchi. Io non ho bambini dai quali possa sperare di guadagnare un solo centesimo, perché il più piccolo dei miei figli ha già nove anni e mia moglie è ormai troppo vecchia per far figliuoli”.

Titolo: Una modesta proposta per evitare che i figli dei poveri siano di peso ai loro genitori
e al paese e per renderli utili alla società

Autore: Jonathan Swift
Editore: Nuovi equilibri
Dati: 2010, 48 pp., 1,00 €

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La versione di Varney. Ovvero, il gotico nell'epoca della letteratura popolare

Grandi speranze non mantenute, quelle che danno il titolo alla prima parte delle avventure di Varney il vampiro, appena pubblicata da una coraggiosa Gargoyle per la prima volta in traduzione italiana (1500 pagine in tre volumi? complimenti alla traduttrice Chiara Vatteroni). Il banchetto di sangue che ci viene preannunciato si riduce infatti a poco più di un antipasto, non varcando nemmeno per una volta i confini del primo, breve capitolo: una narrazione, a onor del vero, senz’altro riuscita, dai ritmi e toni ben calibrati e con tanto di quell’immancabile contorno atmosferico da tregenda a costituire lo sfondo proverbiale per l’assalto del vampiro alla giovane protagonista.

Potremmo ben dire che se, per un qualche caso del destino, l’opera ci fosse giunta acefala, difficilmente ci renderemmo conto di avere tra le mani un racconto di vampiri. Dopo le prime battute, suspense, tensione, angoscia o anche solo inquietudine annegano irreparabilmente, trascinate via da una narrazione fluviale di più di 500 pagine in cui, di vampiri, non si vede più nemmeno l’ombra.  Una narrazione impegnata per l’80% in dialoghi infiniti (e talvolta surreali) tra i personaggi, “racconti nel racconto” che con la vicenda principale hanno poco o nulla a che fare, trame secondarie e terziarie, inserti comici del tutto fuori luogo per divertire il lettore… Un imponente arsenale di stratagemmi, sfoderato senza riserve per ottenere l’evidente scopo di allungare il più possibile il racconto, facendo leva sulla serialità della storia narrata e sulla capacità di assuefazione del pubblico. Esattamente come succede oggi con i serial televisivi.

Il tutto a scapito della qualità letteraria. Spessore pressoché nullo dei personaggi, scarsa coerenza nelle loro decisioni o scelte con le successive azioni e comportamenti (e come si potrebbe tenere sempre dritta una storia così lunga?); ripetitività e contraddizioni (esemplare il caso delle due diverse versioni della morte del padre di Henry Bannerworth, prima stroncato da malattia, poi suicida); pathos, suspense ed effetto scenico tanto annacquati da risultare, a un certo punto, del tutto evanescenti; una certa sensazione, in alcuni punti, più da Mel Brooks che da Francis Ford Coppola. Insomma: se cercate paura e sensazioni forti nella storia di Varney, rassegnatevi; sarebbe come cercare in Moby Dick un romanzo d’avventure.

Ma se cercate un esempio perfetto di narrativa popolare vittoriana, Varney è il vampiro che fa per voi. Se i suoi pregi letterari restano decisamente scarsi, ineludibile è la sua funzione di documento, di snodo all’interno di un genere, come il romanzo gotico, che alla metà del XIX secolo stava ormai già appassendo, dopo aver dato i suoi frutti migliori con l’indiscusso capolavoro Melmoth l’uomo errante di Charles Robert Maturin.

Pur adeguandosi ai canoni dei cosiddetti penny dreadful, o “terrore al prezzo di un penny” (quei romanzi per palati non troppo fini e per tasche non troppo piene, stampati in fascicoli a migliaia e migliaia di copie e dati in pasto a un pubblico seriale), Varney finisce per avere più fortuna dei suoi fratelli non tanto in se stesso, quanto nei suoi esiti. Con una sorta di ruolo catalizzatore, prende da ciò che c’è stato prima (proprio da Melmoth, ad esempio, deriva il tema della somiglianza tra Varney e il ritratto nella stanza di Flora) e prepara ciò che verrà dopo (anche l’inizio delle avventure di Varney include, come sarà in Dracula, un’operazione immobiliare). Non rivitalizza il genere gotico (non potrebbe, con uno stile così sciatto e una narrazione così estenuante, rinnovare un genere che vive di tensione, anche se applicata a stereotipi): piuttosto, ne collega due fasi, trasformando Lord Ruthven in Dracula.

Questo è l’ultimo paradosso di Varney: nato essenzialmente per arricchire autori ed editori sfruttando i discutibili gusti letterari del grande pubblico, risorge, quasi due secoli dopo, come peregrino oggetto di studio per gli appassionati di un genere, quale il gotico, che proprio in Varney vede, non il suo apice, ma la sua più perfetta esasperazione.

Titolo: Varney il vampiro. Il banchetto di sangue
Autore: Thomas Preskett Prest – James Malcolm Rymer
Editore: Gargoyle
Dati: 2010, 538 pp., 16,00 €

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Parole e numeri nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll

“Alice’s Adventures in Wonderland” (1865), Sir John Tenniel

Inventore del nonsense, spietato critico della morale vittoriana, letterato appassionato e creativo, studioso con uno speciale interesse per il mondo dell’infanzia, matematico. Oppure tutte queste cose assieme, era Lewis Carroll. Sorprendente inventore di giochi logici frammisti di lingua, narrativa e calcoli logico-matematici Carroll si rivela in ciascuna delle sue opere, ma è in Una storia ingarbugliata e ne Il gioco della logica (entrambi editi da Astrolabio) che questo talento è lampante.

Una storia ingarbugliata fu pubblicata a puntate nel The Monthly Packet, a partire dal 1880. In ogni “garbuglio” Carroll nascose “come le medicine che venivano nascoste con tanta abilità, ma con scarsi risultati, nelle marmellate della nostra prima fanciullezza” problemi logici, matematici, algebrici col chiaro intento di educare al pensiero logico per mezzo della narrazione. Carroll ci regala qualche ora di divertente umorismo e l’occasione di esercitare e mettere alla prova il nostro acume matematico per mezzo di dieci capitoli (garbugli) che costituiscono una storia piacevole e insolita che diverte, non limitandosi a ricordare le sue opere di maggior successo.

I piccoli universi logici creati da Carroll sono talvolta reali, altre iperrealistici, altre assurdi, assolutamente non rapportabili con la realtà stessa. Le proposizioni logiche semplici e ricorrenti (nessun x è m; alcuni x sono m; tutti gli y sono m) sono talvolta composte da elementi noti e comprensibili (il dentista, per esempio, e l’arcinota paura che i bambini nutrono nei suoi confronti o il fatto che il sale non sia zucchero), altre assolutamente astratte, con l’invenzione di parole prive di significato (i Grurmstipths) ma con un chiaro significante: essere parte integrante di un’equazione o proporzione o sillogismo logico.

Ne Il gioco della logica per mezzo di due diagrammi e nove gettoni, cinque blu e quattro rossi, Carroll ha ideato gioco semplice ma coinvolgente per mezzo del quale mostra come la logica aristotelica possa essere trasformata in un momento di svago. Le pagine di questo agile, e assolutamente stimolante volume, sono costellate da centinaia di sillogismi divertenti e stuzzicanti non solo per la mente ma anche per l’umore.

Humpty Dumpty e Alice, da "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò". Illustrazione classica di John Tenniel.

Mentre nell’algebra i rapporti tra i numeri e i simboli matematici, e il loro ordine, condizionano le soluzioni dei problemi, nel gioco della logica non c’è un limite alle combinazioni che possono intervenire, dando luogo a diversi risultati, quando si tratta di elementi lessicali e non meramente numerici. Le parole perdono il loro contatto originario con la realtà e da essa si discostano per divenire semplici ed efficaci elementi di equazioni logiche. Ripercorrendo una strada già battuta in Attraverso lo specchio, riproponendo un assioma della semiotica The Humpty Dumpty Position:
– “Quando io uso una parola” disse Humpty Dumpty, in tono non privo di disprezzo, “la parola significa quello che io voglio farle significare, nè più nè meno.”
– Ma la questione è”, disse Alice, “se può dare alle parole tanti significati diversi…”
– “La questione è” ripetè Humpty Dumpty, “chi è che  comanda… ecco tutto.”

Leggendo queste pagine sorrido non solo per l’irresistibile umorismo con il quale mi trovo a dialogare ma per certe affermazioni così attuali e allo stesso tempo desuete che, accidenti! Non dovrebbero farmi sorridere: “Come ben sapete non si ottiene nulla per nulla: [i giovani] devono lavorare per guadagnarsi da vivere. E come potranno lavorare se non sanno nulla? Date retta a me, con i tempi che corrono non c’è nulla da fare per gli ignoranti!”.

E adesso chi lo racconta a Lewis Carroll che la società non va più così? Che la situazione da lui dipinta e prospettata si è ribaltata in modo ancora più surreale che in una delle sue storie? Potremmo mettergliela così: viviamo in un Paese delle meraviglie, e per fortuna o per disgrazia dobbiamo esercitare le nostre menti e riuscire a confrontarci con crudeli regine di cuori e grotteschi cappellai matti. Sia mai che un giorno ci accorgeremo, e s’accorgeranno, che non siamo più bambini e che invece, molto dolorosamente, siamo diventati adulti, coscienti di esserlo.

Alice scoppiò a ridere. “Non serve riprovarci” disse. “Non si può credere alle cose impossibili”.
“Direi che sei giù d’esercizio” disse la Regina. “Quando avevo la tua età, io ci provavo sempre una mezz’oretta al giorno. A volte riuscivo a credere anche fino a sei cose impossibili prima di colazione, al mattino. Ecco il mio scialle che vola via di nuovo!”
(Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie).

Titolo: Una storia ingarbugliata
Autore: Lewis Carroll
Editore: Astrolabio
Dati: 1969, 102 pp., 9,30 €

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Titolo: Il gioco della logica
Autore: Lewis Carroll
Editore: Astrolabio
Dati: 1969, 106 pp., 8,50 €

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