3 cose su: Lei (Her)

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “Lei (Her)” di Spike Jonze.

MOVIE "HER"

  1. Noia? Affrontiamo un tema spinoso: chiacchierando di Her con amici è parenti è capitato più volte che siano venuti fuori termini come noia, noioso, lento. Ecco, su certe cose io sono integralista: mi viene il sangue alla testa quando nel giudicare un film profondo e complesso come Her saltano fuori parametri come il divertimento e la noia. Ammesso (e non concesso) che io possa anche concordare che questo film attraversi fasi piuttosto impegnative in cui la noia possa prendere il sopravvento e complicare la visione, specie se lo spettatore non si sforza (non ha voglia, non ha la concentrazione, non ha gli strumenti) di raccogliere e interpretare elementi meno immediati del testo (sul piano intellettivo ma anche, e forse in questo caso soprattutto, emotivo), ritengo che sia estremamente superficiale usare sempre e solo godimento o emozione come metro di giudizio di un film. Perché svalutare il cinema riconducendolo sempre a mero e banale intrattenimento? Per dire, i libri di autori come Proust, Melville, Joyce, Dostoyevsky possono essere tremendamente difficili e impegnativi, noiosi in ultima istanza, ma nessuno si sognerebbe di dirlo (o addirittura scriverlo in una recensione!) senza irrimediabilmente sentirsi una capra o un provocatore. Perché svalutare la nostra esperienza quando guardiamo un film? Ci sono film la cui funzione è solo quella di intrattenere, certo, e personalmente cerco emozione e intrattenimento di buona qualità quando vedo una sit-com o un film d’azione; ma se vedo un film di un autore come Spike Jonze mi aspetto qualcosa di più, dal film e da me stesso. Non mi interessa tanto se Her mi abbia fatto passare due ore piacevoli o emozionanti (e nel mio caso ci è riuscito) ma se abbia contribuito in qualche misura alla mia crescita personale, modificando o influenzando anche un pochino la mia visione del mondo. E lo ha fatto.
  2. Tecnologia. Ma parliamo un po’ del film: si tratta di un film di fantascienza di quelli che si sforzano di costruire scenari basati su realismo e verosimiglianza. Il protagonista è uno straordinario Joaquin Phoenix che, smarrito e depresso a causa della fine del suo matrimonio, si innamora profondamente e perdutamente del nuovissimo sistema operativo del suo computer, un’intelligenza artificiale capace di apprendere e, evidentemente, anche provare profonde emozioni. Lungi dall’essere un film fobico nei confronti della tecnologia, Her usa l’artificio narrativo fantascientifico per una profonda riflessione filosofica sulla natura dell’amore e dei sentimenti di coppia nella loro purezza e completezza, affrontando il tema su un piano che è completamente intellettivo e emotivo, spirituale. Uno dei due amanti infatti manca completamente di fisicità, non ha un corpo, è puro spirito: eppure la relazione tra i due è completa, appassionata, persino sul piano fisico, non solo “platonico”. Un aspetto completamente originale del film è che l’innamoramento del protagonista per un software non ha connotazioni negative, non lo porta all’autodistruzione, non è un monito sulle degenerazioni verso cui si sta spingendo la nostra società, anzi: è per certi versi singolare ma per certi altri una storia d’amore come tante altre e (senza spoilerare) sarà comunque di grande aiuto al protagonista per uscire dal pantano di insoddisfazione e depressione in cui era rimasto invischiato.

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  1. Riscrivere i classici. Uno dei fattori che ha fatto gridare in tanti alla noia è il fatto che per lunghe fasi il film sia piuttosto prevedibile, telefonato: effettivamente la struttura narrativa del film è in gran parte quella di un vecchio classico del cinema romantico e non ha nessuna paura di cavalcare i più banali cliché del genere, compresa la scena con i due innamorati che si godono insieme il tramonto sulla spiaggia. Soltanto che lei, invece di essere tra le sue braccia, è nel taschino della sua camicia! Sarà un punto di vista ingenuo il mio, ma resto convinto che scrivere e poi dirigere una storia d’amore al contempo tanto banale e tanto originale, facendola funzionare perfettamente e rendendola assolutamente credibile, sia già di per sé un’impresa non da poco.

her-posterLei (Her) – USA, 2013
di Spike Jonze
Con Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson, Amy Adams
BIM – 126 min.

3 cose su: Dallas Buyers Club

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “Dallas Buyers Club” di  Jean-Marc Vallée.

Dallas Buyers Club

  1. Tesoro sommerso. La trama di Dallas Buyers Club è tratta da una drammatica storia vera non priva di rischi di derive gentiste: Ron Woodroof (McConaughey) è un rustico texano appassionato di rodeo, sesso e droga cui negli anni ’80 viene diagnosticato l’AIDS in stato avanzato, pronosticati solo altri 30 giorni di vita e negate le cure con il farmaco sperimentale AZT. Da lì inizia un lungo percorso che lo porterà a superare i suoi pregiudizi nei confronti degli omosessuali (specie attraverso l’amicizia con Rayon – Jared Leto), a sperimentare metodi di cura alternativi e a mettersi in lotta contro l’industria farmaceutica e gli organismi pubblici che la proteggono. Questo è il primo film che vedo di Jean-Marc Vallée ed è stata una bella scoperta: l’autore canadese entra da subito nella lista di quei registi di cui aspetto il prossimo film.
  2. Reinvenzioni. Mattew McConaughey e Jared Leto sono entrambi personaggi pop che vengono da lontano che Dallas Buyers Club stanno dando una decisiva svolta alla propria carriera. Entrambi sono sulla scena dagli anni ’90: il primo frequentemente relegato al ruolo di belloccio in trascurabili commedie romantiche, il secondo alle prese con ruoli secondari nel cinema e una carriera musicale buona ma non esplosiva con i Thirty Seconds to Mars; questo film gli ha offerto l’occasione di due ruoli memorabili e loro hanno risposto con due ottime interpretazioni grazie alle quali stanno adesso facendo incetta di premi. Se è vero che con personaggi sopra le righe e malati terminali può essere relativamente semplice per gli attori conquistare la simpatia e l’affetto del pubblico, è anche vero che entrambi sono stati chiamati a fare qualcosa che in 20 anni di carriera non avevano mai fatto e hanno risposto in modo sorprendente. Ah, e entrambi hanno perso tantissimo peso e fatto enormi sforzi dal punto di vista fisico per interpretare al meglio i loro ruoli, se anche voi ancora attribuite un valore a questo genere di cose.

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  1. Storie vere. Sembra che l’industria cinematografica stia attraversando un momento di infatuazione per i film tratti da storie vere: dei nove candidati all’Oscar 2014 come miglior film ben cinque appartengono a questa categoria: oltre a Dallas Buyers Club ci sono The Wolf of Wall Street, 12 years a slave, Capitan Phllips e Philomena. Il fenomeno mi pare interessante ma, da appassionato cultore del cinema neorealista devo precisare che, di suo, il fatto che il soggetto provenga da una storia vera non è particolarmente significativo: si possono prendere persone e situazioni realmente accadute e impregnarli di retorica e sensazionalismo in modo strumentale così come si possono costruire personaggi di finzione e dargli spessore e verosimiglianza utilizzando un approccio sincero e onesto. Nel caso di Dallas Buyers Club il film non è privo di retorica e sensazionalismo ma credo che siano componenti già insite nella storia vera di Ron Woodroof, quindi direi che l’approccio degli autori è sufficientemente sincero e onesto, non strumentale. Bravi tutti.

Dallas_Buyers_ClubposterDallas Buyers Club – USA, 2013
di Jean-Marc Vallée
Con Matthew McConaughey, Jared Leto, Jennifer Garner, Denis O’Hare, Steve Zahn
Good Films – 117 min.

3 cose su: The Wolf of Wall Street

Siccome scrivere una vera e propria recensione è too mainstream, ecco a voi una rubrica che vi butta lì una manciata di osservazioni opinabilissime sui film più chiacchierati del momento. Questa settimana ho visto “The Wolf of Wall Street” di Martin Scorsese.

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  1. Prima di vederlo era chiara la trappola in cui The Wolf of Wall Street rischiava di cadere: un altro Goodfellas, questa volta in chiave Wall Street, in cui Scorsese avrebbe di nuovo dato sfoggio delle sue grandi doti registiche, Di Caprio avrebbe offerto un’altra bella prova di recitazione (pur essendo un po’ fuori parte) ma alla fine si sarebbe trattato di ben 3 ore di film con qualche scena memorabile ma anche tanta inconsistenza. Sbagliato: se è vero che il parallelo con Quei bravi ragazzi ci può stare come parabola della ascesa e caduta dei valori di un’intera generazione attraverso la storia (vera) di un singolo (Jordan Belfort) e della sua gang senza scrupoli, è anche vero che il film cammina con le proprie gambe lungo la sua strada, è solido sotto ogni aspetto e in particolare i personaggi  e i temi sono profondi e ben costruiti. Arrivano forti e chiari.
  2. Per come la vedo io la carriera di Martin Scorsese ha avuto un lungo periodo di appannamento che è iniziato subito dopo Casinò (o forse proprio con Casinò?) ed è passato attraverso grandi fallimenti come Gangs of New York e The Aviator (due dei più grandi progetti in cui il regista si sia imbarcato ma che alla fine sono stati profondamente deludenti) ed è continuato con film come The Departed o Shutter Island che (per quanto sempre splendidamente confezionati) non avevano assolutamente lo spessore e la profondità del giovane Scorsese. Il periodo di crisi ai miei occhi è ufficialmente finito con Hugo Cabret e adesso, con The Wolf of Wall Street, mi sento di dire che l’autore stia vivendo una seconda giovinezza e che, accanto alle sempre eccelse doti formali, i suoi film hanno ritrovato profondità e spessore, quella consistenza che sembravano aver perso. E finalmente anche l’ottimo Leonardo Di Caprio ha il suo film indimenticabile (e il personaggio larger than life) diretto da Martin Scorsese.

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  1. Dicevamo che quella raccontata nel film è una storia vera, tratta dall’autobiografia di Jordan Belfort, The Wolf of Wall Street, certamente con qualche piccola variazione. Il paragone con il film Wall Street di Oliver Stone e il Gordon Gekko interpretato da Michael Douglas è stato automatico, ma è stato lo stesso Jordan Belfort a sottolineare la differenza di fondo: se Gordon Gekko era un personaggio di finzione di cui lo spettatore non vede mai davvero il declino, nel film di Scorsese è evidente che Jordan perda tutto e come questo succeda, quindi in questo caso si tratta di un racconto di ammonimento, una lezione morale per tutti. Sì, a chiacchiere. Perché a quanto pare Jordan Belfort non sembra aver imparato nulla dalla sua stessa storia, che del suo libro e di questo film quello che gli importa sia vendere per riempirsi le tasche e che per raggiungere il suo obiettivo di guadagnare una barca di soldi ancora oggi non si faccia tanti scrupoli a mentire. Pensa un po’.

The Wolf of Wall StreetThe Wolf of Wall Street – USA, 2013
di Martin Scorsese
Con Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler
01 Distribution – 180 min.