Le Safari dans la Lune par Hugo Cabret

110 anni fa, nel 1902, l’illusionista, inventore e cineasta Georges Meliès produceva il primo colossal della storia del cinema: Le Voyage dans la Lune, 15 minuti di proiezione come non si era mai vista, ispirati a Jules Verne, fatti di invenzioni, effetti speciali, suggestioni e colpi di scena che segneranno profondamente il futuro della settima arte (assieme alle centinaia di altre sue pellicole). Meliès, illusionista e uomo di spettacolo, fu il primo a intuire il potenziale dell’invenzione dei fratelli Lumière, che aveva riprodotto, svincolando il cinema dalla dimensione di fotografia in movimento, adattando lo strumento al racconto di una storia inventando attributi fondamentali come il montaggio, gli effetti speciali o la costruzione di grandi teatri di posa (di vetro, per far entrare la luce del sole) ricchi di scenografie e costumi. Il successo dei suoi film fu grande nei primi anni ‘900 ma andò affievolendosi con il cambiare del cinema negli anni ’10 fino alla bancarotta e il maestro Meliès dovette vendere tutto e scomparire. Vi rimando al 12° e ultimo episodio della miniserie HBO (prodotta nel 1998 da Tom Hanks) From the Earth to the Moon per un bellissimo documentario sulle alterne fortune di Melies e sul suo metodo di lavoro.

In questa fase della vita di Meliès, negli anni ’20, si inserisce il romanzo The Invention of Hugo Cabret di Brian Selznick da cui è tratto il film Hugo Cabret di Martin Scorsese: la storia intercetta un Meliès stanco e deluso (Ben Kingsley) e lo proietta nella mitologia del cinema, costruendo una favolosa e spettacolare leggenda sull’invenzione e la riscoperta della settima arte in cui Meliès dismette i panni del regista e cineasta per diventare uomo, maestro, artista e vera e propria figura mitologica. Il film, girato in 3D, è assieme un omaggio a Meliès, che nei flashback vediamo al lavoro nel suo teatro di posa e di cui vediamo diversi spezzoni di film (in particolare il suo più noto Le Voyage dans la Lune), e un omaggio del cinema delle origini, le star del muto e a tutto l’immaginario che li accompagna: i cinefili possono davvero sbizzarrirsi con la caccia alle citazioni. Dal punto di vista prettamente visivo il film è incredibile (oscar per fotografia, effetti speciali e scenografia, quest’ultima di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo) e Scorsese questa volta sembra aver centrato perfettamente la regia di una grande produzione dopo averci lasciati insoddisfatti con Gangs of New York. Il lavoro sui colori, le sfumature, i dettagli, i costumi è quanto di meglio possiate sperare e il 3D viene incorporato in modo esteticamente magistrale. Davvero non era possibile fare meglio.

Tornando alla trama, protagonista della storia è il piccolo Hugo Cabret, ragazzino orfano di un orologiaio, esperto di ingranaggi e meccanismi che vive nascosto alla stazione di Montparnasse a Parigi cercando di sfuggire agli orfanotrofi con l’unico obiettivo di riparare un automa su cui stava lavorando assieme a suo padre prima di rimanere solo. Grazie a un destino provvidenziale quanto beffardo, come solo una sceneggiatura cinematografica può concepire, la sua strada si incrocerà e si intreccerà a quella di Meliès in modo straordinario, rocambolesco e funambolico, come si addice a un film sul creatore degli effetti speciali, in una corsa avventurosa e suggestiva verso lo sperato lieto fine in cui Hugo trova famiglia e Georges Meliès il riconoscimento che gli è dovuto.

Naturalmente gli eventi vengono ampiamente romanzati, la retorica abbonda e la figura di Hugo Cabret è inventata da Selznick, ma per il resto la struttura narrativa si appoggia alla reale biografia di Meliès: negli anni ’20 l’artista finì davvero solo e dimenticato a gestire con sua moglie (ex attrice dei suoi film) un piccolo chiosco di giocattoli nelle stazione di Montparnasse ed è vero che la sua riscoperta avvenne a inizio anni ’30. Da allora la sua fama non è più stata offuscata e alcuni suoi film sono inequivocabilmente patrimonio dell’umanità, opere immortali che fanno parte della storia del cinema, della tecnica, della narrazione, dell’arte. A partire dal suo più celebre fotogramma, il razzo che si schianta nell’occhio della luna.

E la sua fama continua a crescere e continuerà, ci auguriamo: nel 1993 venne donata da un anonimo alla Filmoteca della Catalogna l’unica copia a colori (dipinta a mano) rimasta di Le Voyage dans la Lune: la pellicola è stata restaurata e presentata a Cannes 2011 con una colonna sonora nuova di zecca ad opera degli AIR, il duo elettronico francese autore del capolavoro Moon Safari (la luna ce l’hanno del dna). Rivedere quei 15 minuti a colori e con una colonna sonora moderna (fantastica, perfetta) è un’emozione. Ma giudicate da voi e poi fatevi un favore, guardate i film di Georges Meliès.

Hugo Cabret – USA, 2011
di Martin Scorsese
con Ben Kingsley, Sacha Baron Cohen, Asa Butterfield
01 Distribution – 125 min.

Da Cesare a Obama, passando per Clooney

Le Idi di MarzoCi sono film politici come Gomorra di Matteo Garrone, ci sono film sulla politica come Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, e ci sono film come Le Idi di Marzo, di e con George Clooney, che guardano la politica dal buco della serratura. Che cosa appare dal buco della serratura? Una realtà deformata. Quale messaggio diffonde la politica? Una realtà deformata. Cosa serve per veicolare questo messaggio? I mezzi di comunicazione di massa.

Bene. A prima vista ne Le Idi di Marzo non manca nessun ingrediente. Ci troviamo in Ohio, terra del carbone e dell’acciaio, da sempre uno stato-chiave nella corsa alla Casa Bianca. In un futuro prossimo venturo è in corso la fase finale delle primarie, e trattandosi di un film di George Clooney (attore impegnato ma con charme), il focus è puntato sul Partito Democratico (non quello italiano, ed è per questo che si stanno facendo le primarie…). Per i primi venti minuti, piuttosto lenti, veniamo introdotti nel dietro le quinte della macchina elettorale: potrebbe quasi sembrare un documentario di Michael Moore, se non fosse che manca la sua “mole invadente” ad impallare la macchina da presa. Invece viene quasi sempre inquadrato Ryan Gosling (Drive, Blue Valentine), astro in ascesa di Hollywood, qui nelle vesti del trentenne Stephen Myers, «il miglior addetto stampa d’America», che si dichiara pronto a fare «qualsiasi cosa» pur di veder trionfare Mike Morris, governatore della Pennsylvania, interpretato appunto da George Clooney. Il nostro caro George compare relativamente in poche scene (nella pièce teatrale di Beau Willimon da cui il film è tratto non figurava neanche tra i personaggi), e tuttavia ricopre un ruolo centrale su due livelli: la comunicazione e il simbolo. Il candidato Morris è una presenza costante sui manifesti, sulle copertine, nelle interviste in TV dove si dichiara ateo, pacifista e tollerante  – vale a dire un concentrato di tutti i cliché del politically correct in salsa liberal; il candidato Morris, al di là dell’onestà dei valori professati, è soprattutto il simbolo della volontà di potenza che muove l’agire degli uomini, non solo ai vertici della piramide sociale (“chi diventerà presidente”), ma anche nella giungla della politica di partito (“trafugare segreti, screditare il rivale”).

Le Idi di Marzo

Non deve sorprendere il termine giungla: saranno soprattutto il caso e  la legge del più forte a muovere le pedine in gioco. Lo scontro si svolge tra le due fazioni del Partito democratico: da una parte Tom Duffy (Paul Giamatti), il responsabile della campagna del candidato più moderato, dall’altra il suo concorrente, Paul Zara (Philip Seymour Hoffman), responsabile della campagna di Morris. Tom Duffy vuole sabotare il lavoro di Myers, che a sua volta deve guardarsi dalle mosse di Paul Zara, suo diretto superiore, ben deciso a non farsi sopravanzare. Il tutto raccontato da Ida Horowicz (Marisa Tomei), giornalista del Times, dedita alla cronaca degli eroi di oggi che crolleranno domani, nell’eterno saliscendi del potere. In un rapido susseguirsi di colpi di scena, Myers sarà costretto a vedere il governatore Morris con occhi diversi. Come spesso capita nella fine di un amore o nell’abiura di una religione il suo atteggiamento diventerà diametralmente opposto. A ben guardare, non era mai stato un idealista, aveva trovato nel governatore Morris un profeta da idolatrare, nel suo discorso programmatico il Sacro Verbo. È emblematica a questo riguardo la tiepida scena di sesso tra Myers e la stagista Molly Stearns (Evan rachel Wood), figlia di un dirigente dei democratici, in una camera d’albergo: nel “pieno dell’azione” Myers cerca il telecomando per aumentare il volume mentre si gira verso la TV: non vuole rischiare di perdersi una dichiarazione di Morris. La breve relazione tra i due (entrambi pallidi e slavati, ma con Ryan Gosling pallido e slavato in modo ben più espressivo), innesta il secondo filone narrativo del film. Infatti la ragazza, non per niente democratica, aveva passato una notte anche col governatore Morris, e inoltre, come succederebbe in un film, era pure riuscita a rimanere incinta. Superfluo dire che gli sviluppi per Molly non saranno dei più rosei, perché se la politica è maschilista anche al cinema non si fanno sconti. C’è da notare che se il personaggio di Myers era sembrato troppo ingenuo all’inizio e troppo scaltro dopo, la figura di Molly è poco credibile nei comportamenti e nelle reazioni, tanto da rappresentare soprattutto un escamotage drammaturgico.

Le Idi di MarzoD’accordo, so cosa vi starete chiedendo adesso: dove abbiamo già sentito la storia del politico americano piacione con un debole per le stagiste? Ma oltre che a Clinton, per il naturale fascino e l’impatto sui media, il personaggio di Clooney non può non rimandare anche a Barack Obama, forse il più grande candidato presidente della storia degli Stati Uniti. Di solito sentiamo ripetere che il presidente degli USA è l’uomo più potente della terra, ma alla fine sarà davvero così? Se una campagna presidenziale supera in costi il miliardo di dollari, se le agenzie di rating private dettano le scadenze della vita pubblica, se il debito pubblico sfiora i quindicimila miliardi dei quali più di mille detenuti dalla Cina, se le corporation non operano entro i confini nazionali ma dovunque consenta il mercato globale, be’, forse, e ancora più di prima, non abbiamo bisogno di un altro eroe. Le Idi di Marzo, dentro stanze poco illuminate o sotto il cielo grigio dell’Ohio, ci racconta dei bassi traffici al mercato della politica, ed è superfluo ribadire quanto il messaggio giunga depotenziato allo spettatore italiano, reduce, tra l’altro, da vent’anni di berlusconismo.

Ci resta Clooney, accompagnato da un cast di attori impeccabili anche nei ruoli di contorno, ed un film dal retrogusto amaro che sa coinvolgere dopo un inizio stentato. Quando in un film americano la trama e gli interpreti prevalgono sulle marche autoriali, quando il regista si concentra più sul contenuto che non sul taglio delle inquadrature, non è insolito definire l’opera un Classico. Altre volte, semplicemente, si tratta di un film poco originale.

Le idi di marzo (poster)

Le Idi di Marzo – USA, 2011
di George Clooney
con George Clooney, Ryan Gosling, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti
01 Distribution – 101 min.

L'umanesimo glaciale di Refn è il Cinema del Futuro.

Drive (2011) di Nicolas RefnConservo nitido il ricordo di poche voci nella sala da proiezione: alcuni spettatori chiedono che il biglietto gli venga rimborsato. Mi pare avessero la malriposta speranza di assistere illanguiditi allo sciogliersi sullo schermo di biografie dissolute e spericolate, descritte al suono di motori roboanti e ardimentosi a là Fast and Furious. Deluse nelle aspettative, ma non rassegnate, quelle voci hanno continuato nell’intento, incapaci di sfinirmi. Conservo il ricordo: io che provo a sciogliere l’emozione che mi inchioda alla poltrona per l’incipit magnifico, stupendo, e la sala che recalcitra, rumoreggia, infida. Conservo nitido il ricordo: Ryan Gosling perfettamente stretto al volante, la musica di Cliff Martinez & Co. a tenergli il fianco, due malviventi persi nei passamontagna, il pericolo sventato, i titoli di testa e come per incanto io che mi assemblo alla poltrona in un corpo unico di braccia e braccioli. Incredibile, mi dico.

L’eclettismo e la debordante energia del cinema del quarantenne danese Nicholas Refn (autore dei notevoli Pusher, Bronson, Valhalla Rising) trovano una sintesi e una misura perfette in Drive, gesto d’amore incondizionato per il cinema del passato (in testa il noir degli anni Settanta). Tratto dal romanzo The Driver di James Sallis, è la storia  di un asso del volante (interpretato da Ryan Gosling) con una doppia vita: di giorno si guadagna da vivere come stuntman, di notte affitta la sua abilità di pilota a chiunque voglia ingaggiarlo, anche per lavori sporchi. La vita dell’anonimo protagonista verrà sconvolta dall’incontro con Irene (Carey Mulligan), sua vicina di casa. Quell’incontro è all’origine di un vortice di efferatezza in cui il protagonista resta imbrigliato.

Drive (2011) di Nicolas RefnIl film, vincitore al Festival di Cannes del Premio alla Regia, divide il pubblico, solleva questioni importanti: separa chi intenda il cinema come rappresentazione, rarefatta ed estraniata, del reale da chi voglia che a tutti i costi sullo schermo vengano rappresentate nude e crude le vite degli altri. Chi legge potrà trovarsi dall’una o dall’altra parte, e comunque considerare non sciolto il nodo centrale di un film così assorto, così algido. La sequenza d’esordio, nella sua concitata e cristallina perfezione, misura l’intento del regista: distillare in inquadrature nitide, perfette, gli stilemi del noir e l’estetica degli anni ’80. La sua è un’operazione di sottrazione (di qui il coro di detrattori convinti di ritrovarsi di fronte a sequenze di una pellicola ad alta velocità) piuttosto che cumulativa o propriamente nostalgica. Lo sguardo con cui stringe il cinema del passato è rapido e preciso, né conduce ad un sunto: Driver l’imprendibile di Hill e il Mann di Strade Violente sono modelli ambiti ma anche molto, troppo lontani per il danese. Refn procede elencando con scrupolosa parsimonia i luoghi del cinema classico, ripulendoli delle scorie del proprio tempo e fornendoli di una nuova, moderna dimensione. Il suo sguardo è ammirato e critico allo stesso tempo. Ne risulta un gioiello, corpo filmico perfetto, destinato a segnare il passo e –ne sono convinto- a divenire un must nelle visioni romantiche, rubate alla scuola da numerosi piccoli spettatori del futuro. Lo sguardo tagliente, freddo, quasi amimico di Gosling sostiene le intenzioni del regista, e porta a segno l’estenuante anelito alla rarefazione.

Dopo il rigore di Gosling nel dare corpo all’eroe che va contro il suo cieco destino, la colonna sonora rappresenta un tratto imprescindibile, necessaria a misurare la ferocia glaciale della messa in scena. La musica sopravvive al film, scandisce i ricordi delle inquadrature, inchioda ogni soggettiva alla memoria. La si porta a casa assieme al bisogno di riascoltarla. Sono certo che abbia tratto dal film grande vantaggio solo chi gli si sia abbandonato con semplicità e purezza, e sguardo scevro da pregiudizi. Un piccolo miracolo, avrà pensato.

 

Drive (USA, 2011) di Nicolas RefnDrive (USA, 2011)
di Nicolas Winding Refn
con Ryan GoslingCarey Mulligan
durata 95 min.

nelle sale italiane dal 30 settembre

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Lo zen e l'arte della regia cinematografica, fra grazia e natura

The Tree of LifeC’è qualcosa di tremendamente sbagliato nel fatto che un’opera di Terrence Malick possa essere oggetto di hype e che sia considerato  il film più atteso della stagione cinematografica. E c’è qualcosa di profondamente sbagliato anche nel pensare di recensirla, o semplicemente giudicarla, un’opera di Terrence Malick come The Tree of Life (e resto ovviamente sbigottito da quella fetta di pubblico di critici di Cannes che si mette a fischiare un film alla fine della sua prima, neanche fosse il pubblico della Corrida di Corrado).

Terrence Malick, laureato ad Harvard e professore di filosofia al MIT, non può essere incatenato nei soliti schemi in cui la società dello spettacolo ha rinchiuso il mondo della cultura e l’industria cinematografica in particolare, quello in cui uno spettatore si aspetta di andare al cinema a passare una serata di svago e all’uscita spara il proprio giudizio critico, basato sulla piacevolezza della visione e solitamente non supportato da alcuna specifica competenza ma solo, talvolta, dalle recensioni grossolane di sedicenti cinefili o addirittura critici cinematografici (baratro in cui il sottoscritto si sforza di non cadere). Vedere un suo film è qualcosa che non ha nulla a che vedere con l’essere intrattenuti o svagati: si avvicina più ad assistere a una straordinaria lezione di filosofia zen, dove poesia e prosa si incontrano in un magnifico e intensissimo racconto fatto di immagini e parole attraverso il quale Malick prova a farci entrare in contatto con le più complesse riflessioni e con le più intime emozioni umane. O meglio, prova a condividere e regalarci quanto di più profondo la sua brillante mente abbia concepito o il suo sensibile animo abbia patito. Riuscendoci.

The Tree of Life (Brad Pitt)

Come tutti saprete The Tree of Life è solo il suo quinto film dall’esordio (Badlands, 1974). Malick fa, a buon titolo, parte della mitologia Hollywoodiana quale autore per il quale attori come Pitt, Penn, Clooney, Travolta, Cusack, Nolte, Brody, Rourke ecc., sono disposti a lavorare gratis, che ha metodi di lavoro estremamente anticonvenzionali o che non rilascia interviste e non permette di essere fotografato da oltre 30 anni (alla Salinger). Francamente tutto questo, per quanto mi faccia sorridere e mi regali una certa soddisfazione, mi interessa poco; quello che mi interessa è che i suoi film continuino a uscire rispettando i suoi tempi e i suoi metodi di lavoro perché ognuno di essi finisce per risultare importante per la mia comprensione del mondo e della realtà. E da questo punto di vista probabilmente The Tree of Life è il progetto che si spinge più in là di qualsiasi altro. Inutile per me sforzarmi di non spoilerare così come sarebbe inutile tentare di spiegare; la complessità è talmente immensa che ho bisogno di tanta tanta riflessione prima di metabolizzare io stesso, figurarsi tentare di spiegare. Tranquilli comunque, perché quando dico complessità non intendo assolutamente oscurità alla David Lynch: come dicevo non ho gli strumenti per spiegarlo, ma il film mi è risultato perfettamente chiaro dall’inizio alla fine e vi ho ritrovato molte delle più profonde riflessioni che io stesso ho fatto nella mia vita e molte delle emozioni che ho provato nella mia crescita. E alla fine posso dire che la visione del film mi ha regalato qualcosa di utile alla comprensione di me stesso e della realtà.

The Tree of Life (Sean Penn)Parlando della trama, The Tree of Life racconta (indaga e sintetizza) il percorso interiore di un architetto (Sean Penn) che, nel recarsi al capezzale della madre in fin di vita, riflette sul suo passato e sulla sua stessa condizione di essere umano, creatura vivente e parte di questo universo, per affrontare le sue più profonde paure e incertezze, legate in particolare all’immenso dolore subito da lui e dalla sua famiglia al momento della morte di suo fratello, avvenuta tanti anni prima quando entrambi erano ragazzi. La narrazione si sviluppa attraverso i ricordi della sua crescita e formazione nel corso di infanzia e adolescenza, mescolati con riflessioni sue (o divagazioni dell’autore a nostro esclusivo beneficio?) sulla natura stessa della realtà, della vita, dell’universo e del nostro ruolo all’interno di esso: immagini astronomiche di nebulose, galassie e pianeti, ricostruzioni della vita sulla terra nell’era dei dinosauri, immagini naturalistiche (e non solo) del nostro pianeta (compresa una brevissima inquadratura dai Giardini di Bomarzo, che sottolineo con spirito patriottico).

Chiavi di lettura in apertura Malick ne fornisce due, entrambe di stampo religioso (e cristiano in particolare), anche se posso dire con certezza che quella religiosa è “solo” una componente fondamentale della formazione tanto dei personaggi quanto dell’autore, non certo una risposta ai fondamentali quesiti filosofici esistenzialisti posti dal film. La prima chiave di lettura, con cui il film si apre, è una citazione biblica:

Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra […]
mentre gioivano in coro le stelle del mattino e plaudivano tutti i figli di Dio?

Where were you when I laid the earth’s foundation […]
while the morning stars sang together and all the sons of God shouted for joy?

Giobbe (Job) 38: 4,7:

La seconda arriva dalla voce fuori campo di Jessica Chastain (che interpreta la madre del protagonista) che spiega come nella sua educazione le suore le avessero insegnato come le vie possibili per affrontare la vita siano due, quella della natura e quella della grazia: l’una più cruda e sofferta, l’altra più leggera e ascetica (per dirla fin troppo rozzamente). Il film di Malick è un percorso alla fine del quale saremo in grado di comprendere il valore di queste parole e della citazione tratta dal Libro di Giobbe, e, se ne avremo voglia, di cercare delle risposte. Altrimenti avremo comunque vissuto un’esperienza di un’indelebile intensità.

Prima di concludere sono costretto a dire che The Tree of Life, purtroppo, non è un film per tutti: benché affronti temi di assoluta universalità, si tratta di un’opera che per essere compresa richiede sensibilità, impegno e intelligenza, doti che lo spettatore cinematografico medio ha tristemente smarrito da decenni. Per questo è un sollievo che esistano ancora autori che non adattano (o che non sono costretti ad adattare) il proprio lavoro ai gusti del grande pubblico ed è un piacere perverso vedere quel pubblico alzarsi dalla poltrona e uscire dalla sala dopo i primi 30 minuti di proiezione.

The Tree of Life (Poster)

The Tree of Life – USA, India, GB 2011
di Terrence Malick
Con Brad Pitt, Sean Penn, Jessica Chastain
01 Distribution – 138 min.

nelle sale dal 18 maggio 2011

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Paesaggio di Londra criminale al tramonto

Dopo decenni trascorsi nell’ombra a rodersi il fegato per il successo degli altri, sono sempre più numerosi gli sceneggiatori di talento che decidono di passare alla macchina da presa sperando che, così, qualcuno ricordi il loro nome.
È il turno di William Monahan, sceneggiatore di fiducia di Ridley Scott (Le crociate, Nessuna verità) e, occasionalmente, di Martin Scorsese (The Departed). Premesso che nessuno dei film da lui scritti mi ha mai entusiasmato (no, nemmeno The Departed) volevo comunque scoprire come avrebbe potuto cavarsela Monahan al di fuori dell’ombra (magari un po’ soffocante) dei grandi nomi con cui ha collaborato.

London Boulevard è un gangster movie un po’ atipico che pesca sfacciatamente nei ricordi della nouvelle vague e nel cinema noir della vecchia Hollywood.
La storia, tratta dal romanzo di Ken Bruen, inizia il giorno in cui Mitchel (Colin Farrell) esce di prigione. Come tanti che hanno sperimentato l’ospitalità delle patrie galere, Mitch ha deciso che in quel posto non ci vuole più mettere piede, e che, di conseguenza, vuole vivere una vita pulita.
Ma, come prescrive la tradizione di genere, il proposito è più facile a formularsi che a mantenersi. Gli amici e i contatti di Mitch appartengono tutti al vecchio giro e persino la lussuosa casa dove Mitch risiede insieme all’amico e socio Billy, non è stata esattamente acquistata né presa in affitto.

Per cercare di guadagnare quanto basta per avere “un letto su cui dormire e qualcosa da mangiare” (ma davvero è questo ciò che desidera?) Mitch accetta uno strano e indefinito lavoro per conto di ancor più strani e indefiniti padroni. Svolgendo mansioni a metà tra guardia del corpo, manovale e dama di compagnia, Mitch si ritrova nella casa di una celeberrima attrice, Charlotte (Keira Knightely). La donna – in parte esasperata dall’insistenza quasi sadica con cui i paparazzi la assediano, in parte vittima delle sue personali nevrosi – ha deciso di rinchiudersi in casa ed evitare qualunque contatto con l’esterno.

La prima parte della storia, nonché l’intera campagna pubblicitaria, suggeriscono che la narrazione ruoti intorno al rapporto tra questi due personaggi problematici che, ognuno con i propri difetti, sembrano comunque destinati a sviluppare una tenera storia d’amore. Invece il ruolo di Keira Knigthley in questo film è poco più di quello di rendere plausibile una scena in cui sia lei che Colin Farrell siano parzialmente svestiti. Tolta questa tensione erotica (peraltro piuttosto debole) la funzione del suo personaggio resta piuttosto misteriosa e decisamente accessoria.

È possibile che, nell’intento dell’autore, la figura di questa diva ossessionata e fragile e del suo bizzarro e devoto manager (David Thewils che, per quanto mi sforzi, per me rimarrà sempre il professor Lupin di Harry Potter) sia una citazione da uno dei migliori film noir della storia del cinema: la splendida Gloria Swanson e il suo maggiordomo Heric von Stroheim in Viale del Tramonto (Sunset Boulevard), esplicitamente richiamato anche nel titolo.
In effetti Monahan ogni tanto viene colto dalla sindrome del primo della classe e dall’irrefrenabile desiderio di mostrare al pubblico quanti film abbia visto e quante cose abbia imparato: da Wilder, da Truffaut, da Tarantino solo per dire quelli più sfacciatamente omaggiati.

Se si vuole realizzare un film che ammicca ai cinefili, però, ci si espone al rischio che una parte degli spettatori concluda che il paragone è decisamente impietoso, e che, va bene divertirsi con le citazioni, ma se la storia è debole, il film, comunque, non decolla.

Tuttavia, eliminata l’improbabile storia d’amore e il citazionismo compulsivo, London Boulevard è un film che ha anche i suoi pregi.
In primo luogo Colin Farrell, che conferma di non essere solo muscoli e sopracciglia ma di saper persino recitare dignitosamente, quando vuole. Poi una buona sottotrama criminale che si regge abbastanza bene fino alla lunga e ben riuscita sequenza finale: in un crescendo di violenza così efferata da diventare quasi commedia, Monahan trova finalmente la sua personale e originale dimensione autoriale.
La violenza, alla fine, non può portare che alla violenza e non esistono criminali buoni o criminali cattivi, solo criminali vivi e criminali morti.
Davvero notevoli gli ultimi minuti, bellissima l’inquadratura finale. Quasi alla Orson Welles. Ma si era detto basta con le citazioni.

 

London Boulevard, USA/GB 2010
regia di William Monahan
tratto dal romanzo omonimo di Ken Bruen
con Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewils, Anna Freil
103 minuti
o1 distribution
nelle sale dal 10 Giugno 2011

It's the same train, but it's different.

Poco più di un anno fa mi sono imbattuto in Moon, film di cui non sapevo nulla ma di cui qualche amico mi aveva parlato con entusiasmo (sì, scrivo di cinema ma snobbo alquanto l’hype delle nuove uscite, i blog, le riviste e tutto il resto, quindi di questo film uscito a fine 2009 davvero non sapevo nulla). Ne rimasi folgorato: finalmente un film che possedesse l’inventiva, l’impatto visivo, l’universalità, il pathos e anche le problematiche etiche dei grandi classici di fantascienza. Non se ne vedevano da decenni.

Duncan Jones with David BowieRegista? Un esordiente, tale Duncan Jones, a me completamente sconosciuto. Il tutto riaccese in me nuove speranze sul futuro del cinema e dell’industria cinematografica. A non guastare per niente il quadro giunse la scoperta, avvenuta parecchio tempo dopo, che il buon Duncan fosse figlio di tale David Bowie e che, da quello che ho sentito dire, non abbia voluto cavalcare il nome del suo padre per farsi strada nel mondo dello spettacolo. Il tutto contribuiva ancora di più a riaccendere le mie speranze per il futuro: finalmente un figlio d’arte che non fosse un completo imbecille ma effettivamente un autore di belle speranze (e di un certo talento) e che non volesse marciare sul cognome di suo padre: in definitiva, quanta pubblicità in più riceverebbero i suoi film se si presentasse come mr. Duncan Bowie? Insomma, non sono così ingenuo da pensare che il buon Duncan non abbia avuto la vita un po’ più facile di un Pinco Pallino qualsiasi per arrivare al suo esordio cinematografico, ma ben venga se il suo esordio è un film di questo livello.

Detto questo, capirete che quando ho sentito dell’uscita del suo secondo film, Source Code, protagonista Jake Gyllenhaal (che pure mi piace), mi si sono rizzate le antenne, e non sono certo stato il solo. Con Source Code Jones rimane sul terreno su cui già aveva convinto: fantascienza. E anche i temi sono simili: la solitudine e la situazione estrema in cui si trova il protagonista, la frammentazione della realtà e la sua ripetizione ciclica e infine la disperata ricerca di una via d’uscita di un protagonista ignaro che si trova calato artificiosamente in una situazione che va molto oltre la sua comprensione, come un topo di laboratorio in un labirinto. Ovviamente non posso dirvi molto di più sul film, pena uno spoileraggio che ne comprometterebbe irrimediabilmente la visione. Provo però a spiegarvene il meccanismo di base: Gyllenhaal interpreta il capitano Colter Stevens, un marine che, grazie ad alcune oscure possibilità offerte dalla fisica quantistica, viene mandato ripetetutamente in una sorta di universo parallelo, basato su una specie di memoria a breve termine del mondo reale, in cui è libero di muoversi e agire liberamente; in questa realtà virtuale si trova a vivere e rivivere ripetutamente gli otto minuti che precedono il verificarsi di un terribile attentato avvenuto solo poche ore prima nel mondo reale. La sua missione non consiste nello sventare l’attentato, ormai già avvenuto e immodificabile nella realtà, ma nello scoprire l’identità dell’attentatore in modo che le forze dell’ordine possano catturarlo e fermare la sua “scia di morte”. Chiaro, eh? Cervellotico? Forse sì ma non fatevi spaventare perché, se la mia sintesi di pocanzi vi è risultata nebbiosa, gli autori sono stati molto più abili nello spiegare/raccontare tutto il meccanismo e poi, andiamo (!), che gusto c’è nel vedere un film di fantascienza senza dover rimanere concentrati e senza spremersi le meningi?

Insomma la complessità non è certo il punto debole del film (e, a parer mio, non è mai un punto debole), lo è al contrario proprio la semplificazione eccessiva di alcune componenti essenziali della narrazione come la crescita interiore dei personaggi e, in particolare, le loro reciproche relazioni. Alla fine del film scopriamo infatti che il protagonista avrà sorprendentemente instaurato dei legami saldissimi con altri personaggi, che all’inizio della storia erano dei completi sconosciuti, senza che noi spettatori ce ne fossimo minimamente accorti o che se ne riesca a comprendere i motivi. Un paio di dialoghi un po’ più personali, che a parer mio erano ancora al livello “rompere il ghiaccio”, onestamente non mi sembrano sufficienti. In definitiva Source Code è un film che svela un po’ i punti deboli nella poetica di Jones (e dello sceneggiatore Ben Ripley), che con Moon aveva in mano una storia con praticamente un solo personaggio, estremamente più semplice dal punto di vista dello sviluppo narrativo, ma che ne rimette in evidenza anche i punti di forza, sempre legati al genere fantascientifico. Il ragazzo ha margini di crescita.

Source Code – USA, Francia, 2011
di Duncan Jones
Con Jake Gyllenhaal, Michelle Monaghan, Vera Farmiga
01 Distribution – 93 min.

nelle sale dal 29 aprile 2011

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Peccato, poteva essere un buon Papa!

Habemus Papa (Moretti, 2011)L’ultimo film di Nanni Moretti era, come sempre, attesissimo. Questa volta però, l’indisponente regista romano è andato a toccare una tematica “sacra”, sotto tutti i punti di vista. Parlare di religione per un Italiano è assai difficile: che tu sia fervente cattolico, agnostico  o buddista non importa, l’ombra del Vaticano incombe. Da secoli. Se vivi a Roma poi, il “cupolone” è una presenza ancora più ingombrante.

Habemus Papam va quindi ad incamminarsi lungo un terreno periglioso. Non genericamente di religione si parla, inoltre, ma proprio di Vaticano e dell’emissario di Cristo in terra. Tuttavia, chi andasse a vedere il film sperando in un siparietto dissacrante e anticlericale, resterà deluso.

Il fuoco è sull’uomo, sulla solitudine, sull’incapacità di affrontare il proprio destino. Sulla convinzione che, forse, il proprio destino non è quello che altri ci hanno cucito addosso, ma è quello che ci costruiamo faticosamente, giorno dopo giorno. La retorica morettiana c’è, e si sente tutta. Ma è in qualche modo un rumore di sottofondo, così come il personaggio da Moretti interpretato, azzeccatissimo diversivo, protagonista della trama secondaria del film, necessario per esaltare l’efficacia della narrazione e per riportare all’ordine chiunque pensasse di dimenticarsi di lui.

La narrazione principale cavalca il tema della consapevolezza di sè, del percorso profondo e interiore di un uomo alle prese  con una responsabilità di cui sente tutto il peso.

Habemus Papa (Moretti, 2011)

E sulle strade di Roma, disorientato, lontano dalla sicurezza e dal mondo conosciuto, rappresentato dal cerimoniale cattolico, l’uomo cerca di ritrovare se stesso. O forse solo di fuggire dal ruolo che gli è stato imposto. E cerca una giustificazione nell’incapacità di gestire la situazione e di sostenerla. Non quindi una riflessione sulla fede o sulla sua mancanza. La fede, in qualche modo, non viene messa in discussione.

Il tema sullo sfondo è invece quello dell’attesa. L’attesa gioiosa, festante, rumorosa della folla di credenti che bivaccano su via della Conciliazione e sulla piazza del Vaticano.
Quella dei giornalisti, invadente a tutti i costi, che fanno a gara per dare lo scoop. L’attesa perplessa del resto del mondo e dei commentatori e degli opinionisti che, per la prima volta, sono senza parole.

Habemus Papa (Moretti, 2011)Attenta, divertente, irriverente, la telecamera viene puntata però sull’attesa dei Cardinali, riuniti in conclave e costretti a vivere sotto lo stesso tetto per molti giorni. La loro attesa è colma di speranza, in Dio e in quello che  ne è stato designato primo servitore. Moretti è l’elemento disturbante, che si ritrova, con il suo iper-razionalismo nel centro nevralgico della fede, cioè dell’accettazione passiva di tutto ciò che è al di là della ragione.

Il contrasto ci regala momenti di buona commedia, senza sconfinare nella blasfemia.

Quello che resta e’ la figura di un Papa in preda al dubbio, preoccupato per i fedeli, incapace di dare delle risposte e incapace anche di cercarle. Ma anche di un Papà pieno di umanità (e quindi di fallibilità), che accetta, a modo suo, una responsabilità enorme: quella di confessarsi davanti al mondo intero. Peccato che sia solo un film, sarebbe stato sicuramente un buon Papa.

Habemus Papam[poster] Habemus Papa (Moretti, 2011)
di Nanni Moretti

Italia/Francia 2011
Commedia, 104 min.
01 Distribution

nelle sale dal 15 aprile 2011