Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. III: Action, adventure e americanate varie #winter14tv

Terza e ultima puntata di presentazione delle serie tv in onda durante la stagione invernale. Oggi ci occupiamo di avventure, serie d’azione, spy stories, horror stories… tutto ciò che vorrebbe stimolare sostanziosi rilasci di adrenalina nel vostro organismo, insomma.


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The Americans, FX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
I coniugi Jennings sono scampati per il rotto della cuffia alla cattura, Elizabeth (Keri Russell) è stata ferita ma la copertura dei due agenti sovietici è salva. I rocamboleschi eventi che hanno concluso la prima stagione hanno avuto il merito di riavvicinare Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth, e il matrimonio nato come una copertura e sviluppatosi avendo sempre presente come fine ultimo la vittora della “Causa” si è evoluto, non senza traumi, verso un affetto sincero. Se la relazione tra i due pare stabilizzata, addirittura reale come non lo è mai stata nei quindici anni precedenti, ad essere turbata dall’attività spionistica sarà la famiglia: i due figli, Henry e Paige, crescono, ed è sempre più difficile sfuggire alle loro inquisitorie curiosità. Soprattuto Paige (Holly Taylor), in piena adolescenza, inizierà a porre le domande giuste, e la coesistenza della tipica famigliola suburbana (non sempre) felice con la spericolata vita extra-professionale dei due agenti KGB sarà sempre più difficile da gestire. Elizabeth potrebbe avere il ruolo più difficile, dovendo far convivere il ruolo di madre con quello di spia, ma Philip si troverà nella complicata situazione di gestire anche un secondo matrimonio, quello “finto” messo in piedi per circuire l’impiegata FBI Martha Hanson (Alison Wright) e sottrarle informazioni preziose. Analogamente, dall’altro lato della barricata, Stan Beeman (Noah Emmerich), l’agente FBI vicino di casa dei Jennings, aveva iniziato una relazione con la funzionaria russa Nina (Annet Mahendru) con lo stesso scopo, ma il coinvolgimento emotivo gli è sfuggito di mano, e il legame sin troppo profondo non gli ha permesso di intuire che Nina è in realtà una gran doppiogiochista. E l’omicidio dell’agente Amador grida ancora vendetta. Tra i personaggi di contorno, la pragmatica e glaciale Claudia (Margo Martindale) manterrà il suo ruolo di supervisore dei Jennings, fungendo da collegamento tra gli alti quadri del KGB e i due agenti operativi sul campo.
La prima stagione ha stupito per aver messo in scena un plot solido e avvincente e due personaggi di rara bad-assery (i Jennings spaccano per davvero, e le scene di combattimento a base di arti marziali sono entusiasmanti), oltre che per l’impiego massiccio di accurate musiche anni ’80, parrucche e travestimenti di ogni sorta e per la descrizione delle creative procedure necessarie a far fronte alle limitate risorse tecnologiche dell’epoca. Se possiamo aspettarci che questi aspetti legati all’ambientazione rimangano pressoché invariati, è lecito attendersi un’inasprimento delle tensioni legate al ruolo delle due spie, alla loro fedeltà di lungo periodo alla Madrepatria nel momento in cui saranno gli inconsapevoli Harry e Paige a finire nel fuoco incrociato della Guerra Fredda. Il creatore Joe Weisberg ha preannunciato che i Jennings dovranno affrontare situazioni enormemente più complicate rispetto al passato, ed è probabile che dilemmi e ripensamenti si ripresentino ancora più pressanti. Spionaggio, contrapposizione tra i due blocchi, family drama, oggettistica anni ’80 ed estetica sovietica: motivi ben più che sufficienti per attendere con trepidazione la nuova stagione.

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Vikings, History (seconda stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Sul finire della scorsa stagione la figura tipicamente eroica di Ragnar Lothbrok (Travis Fimmel), impavido condottiero vichingo assetato di conoscenza, si è un po’ incrinata, e gli ideali nobili che ne avevano ispirato l’agire iniziale si sono progressivamente annacquati con il crescere delle ambizioni personali. La conquista della guida della comunità di Kattegat, compiuta alla spese di Earl Haraldson, ha consentito a Ragnar di proseguire nella propria impresa di esplorare le terre dell’Ovest, risoltesi in fruttuose razzie e in una vittoriosa battaglia contro gli Angli guidati da re Æelle di Northumbria (Ivan Kaye), ma ha anche gettato il primo seme della discordia all’interno della comunità, scatenando le invidie del fratello Rollo (Clive Standen), fino ad allora lealissimo combattente al fianco del protagonista. La faccenda si è ulteriormente complicata nel corso della missione diplomatica condotta da Ragnar su mandato del neo-alleato re Horik (Donal Logue). Non solo la contesa con Jarl Borg non è stata risolta, ma nel corso dello stesso viaggio Ragnar ha perso definitivamente l’appoggio di Rollo, schieratosi dalla parte di Borg, ed è stato egli stesso protagonista di un tradimento, lasciandosi sedurre dalla sensualissima principessa Aslaug mentre la bellissima e battagliera moglie Lagertha (Katheryn Winnick) è rimasta da sola al villaggio a fare in conti con un’epidemia di peste e con il trauma personale di una gravidanza interrotta. La seconda stagione si muoverà quindi lungo questi temi, già abbozzati nella prima: le amare conseguenze della lotte per la conquista del potere, e la crisi del matrimonio e dell’unità familiare, con l’allontanamento dell’amato figlio Bjorn (Alexander Ludwig).
Semplice, lineare e a tratti didascalica, ma — al netto di alcune significative sbavature — sorprendentemente godibile: Vikings è stata una delle rivelazioni dello scorso anno, capace di trovare un bilanciamento quasi perfetto tra la vocazione allo spettacolo (battaglie sanguinose e intrighi sentimentali) e l’aspirazione alla divulgazione documentaristica della cultura e della spiritualità pagana norrena. Forte di un budget più ricco, tradottosi in un episodio extra rispetto alla prima stagione, ci auguriamo che la creatura di Michael Hirst possa ripetersi agli stessi ottimi livelli dell’esordio.

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Banshee, Cinemax (seconda stagione, 10 episodi, 10 gennaio)
Dopo aver gettato di tutto nel calderone della prima stagione (un protagonista ex-galeotto che si spaccia per sceriffo, una ex-fidanzata ex-ladra figlia di un gangster ucraino mimetizzata dietro la facciata di una classica famigliola felice, una spietata organizzazione criminale guidata dallo stesso gangster ucraino, un transgender esperto di arti marziali e tecnologia, comunità amish e criminali locali fuoriusciti in modo traumatico da essa, una tribù di nativi americani, scazzottate da spaghetti western con coreografie da b-movie di arti marziali, sconcezze gratuite al limite del softcore) siamo effettivamente curiosi di sapere cos’altro si possa aggiungere a questa esplosiva miscela che ha stravolto la piccola e tranquilla cittadina di Banshee, Pennsylvania. Il finale della scorsa stagione lasciava intendere che, dopo lo scontro finale, Mr. Rabbit (Ben Cross), il gangster ucraino padre di Anastasia/Carrie Hoswell (Ivana Miličević) fosse ancora vivo, ed è facile pensare che lo smacco abbia acuito il suo proposito di vendetta nei confronti di Lucas Hood (Antony Starr), impossessatosi dell’identità del nuovo sceriffo di Banshee immediatamente dopo la sua uscita dal carcere, autore di un furto di diamanti ai danni di Rabbit e soprattutto ritenuto responsabile dell’allontanamento dell’adorata figlia Anastasia. Temiamo, pertanto, che il tentativo di Lucas e della stessa Anastasia/Carrie di tornare alla loro finta normalità verrà turbato molto presto. La situazione si complicherà con l’arrivo in città del tenace agente dell’FBI Jim Racine (Zeljiko Ivanek), ossessionato dalla cattura di Rabbit, e di Jason Hood (Harrison Thomas), figlio del vero Lucas Hood. Sullo sfondo, una lotta per il potere oppone Kai Proctor (Ulrich Thomsen), il piccolo boss locale ex-Amish, al nuovo leader della locale tribù Kinaho, Alex Longshadow (Anthony Ruivivar), desideroso di dotare la riserva dell’immancabile casinò.
Banshee è la serie più pulp che si possa immaginare, e sfida il ridicolo ad ogni puntata, ma lo fa con l’attitudine giusta, senza lesinare humor e sbruffonaggine, e senza timore di spingere a tavoletta sull’acceleratore dell’azione più sfrenata (e innalzando sensibilmente, in questa seconda avventura, il livello della violenza). Poi ci sono i ridicoli siparietti erotici, ma il fast forward è un’opzione sempre disponibile. La seconda stagione è stata anticipata da due brevi webisodes (Hotwire e The Diner) ed è affiancata, così come la prima, da una serie di corti che esplorano il passato dei protagonisti.

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Black Sails, Starz (prima stagione, 10 episodi, 25 gennaio)
Ahoy! Arrrrrrrrrrh! Quale miglior ispirazione, per una serie di pirati, di un classico d’avventura come Treasure’s Island, principale responsabile dell’iconografia piratesca predominante nella cultura pop? Black Sails prende in prestito dal noto romanzo la figura del Capitano Flint, personaggio centrale (ma in realtà “grande assente”) nel testo, ed invece presentissimo e assoluto protagonista di questa serie che ambisce ad essere un prequel dell’opera di R.L. Stevenson. Flint (Toby Stephens), carismatico e temuto capitano della “Walrus”, ha un piano ambizioso: riunire i bucanieri di New Providence — isola delle Bahamas covo di pirati, corsari, contrabbandieri, ex-schiavi e fuggiaschi di ogni risma, ma anche città libera, indipendente e fondamentalmente senza legge — sotto l’egida di uno stato indipendente in grado di resistere alla crescente minaccia che l’Impero Britannico, in nome della civilizzazione, pone nei confronti della società piratesca. Per realizzare il sogno di una Nazione di Ladri, egli mira al prezioso carico del galeone spagnolo “Urca de Lima”, custode di beni e denaro per un valore stimato nella strabiliante cifra di cinque milioni di dollari. La bella e decisa Eleanor Guthrie, figura centrale dell’economia di New Providence, condivide il progetto di Flint, al contrario del suo ex-amante, il sanguinario capitano Charles Vane (Zach McGowen). Ma il maggiore antagonista è un altro personaggio preso in prestito dal libro: si tratta del giovane, scaltro, intraprendente, subdolo e opportunista John Silver (Luke Arnold), non ancora “Long”, sprovvisto di pappagallo sulla spalla e non ancora dotato di iconica gamba di legno. Queste premesse, e la generale cornice piratesca, lasciano immaginare una serie tutta azione e avventura, ma queste attese sono destinate ad essere deluse: una galleria di personaggi enorme, tra personaggi storici e letterari, comandanti in seconda, piccoli furfanti e bellone da urlo, viene impiegata per dare vita ad una trama che bada all’aspetto politico e burocratico più che a quello avventuroso. C’è ampio spazio per grandi macchinazioni politiche/commerciali e per la ricostruzione delle dinamiche proto-democratiche che regolano la vita a bordo di una nave pirata, e molta meno attenzione per le auspicate battaglie all’arma bianca (e sicuramente non abbastanza soldi per mettere in scena troppi spettacolari abbordaggi).
Incredibilmente, Black Sails non è una sesquipedale tamarrata tutta pettorali lucidi e generosi seni al vento: la serie co-prodotta da Michael Bay, pur rispecchiando la cifra estetica a cui i prodotti Starz ci hanno abituato — una magniloquente period drama impreziosito da sfarzose ricostruzioni e da numerosi personaggi — nella sua forma narrativa spicca per essere meno cialtrona del solito. Suo malgrado, però, non è neanche estremamente avvincente. E il livello del cast, con l’eccezione di Stephens, appare ancora una volta mediocre. Sull’onda dell’entusiasmo suscitato al ComiCon dello scorso anno scorso, il network ha già ordinato la seconda stagione senza attendere il responso degli ascolti.

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, seconda parte, 8 episodi, 9 febbraio)
Gira che ti rigira, siamo tornati al punto di partenza. La prigione è stata buttata giù a colpi di cannonate, e con essa è caduta la fortezza che ha dato riparo ai protagonisti per due stagioni e mezzo. Se per i personaggi della serie questa è indubbiamente una gran iattura, in termini narrativi era la scelta obbligata per smuovere la serie dall’immobilismo di queste stesse due stagioni e mezzo. Per dare una scossa al tutto gli autori hanno fatto ricorso ad una misura estrema: premere il pulsante del reset e riportare i protagonisti alla pericolosa situazione di partenza, tutti allo scoperto, senza protezioni, a vagabondare pericolosamente per boschi infestati di walkers. E per aggiungere un grado di difficoltà e non ricadere in modo troppo palese nel già-visto-già-sentito, il game master Scott M. Gimple ha pensato di disgregare il gruppo in tante piccole unità, in fuga disordinata dalla prigione invasa da orde di famelici walkers. Gli otto episodi si dedicheranno ad un gruppo di sopravvissuti per volta, forse per seguirne il periglioso percorso di riavvicinamento? Chissà.
In ogni caso, sapete come la pensiamo su The Walking Dead, e dubitiamo che questo ritorno alle origini ci farà cambiare idea. A meno che Maggie e Glenn non vengano sbranati già alla prossima puntata, così da mettere fine alla love story più insipida della tv contemporanea. A meno che, a finire tra le fauci dei biters non siano anche Beth, Tyreese, Shasha e tutti gli altri inutili personaggi (certo non Michonne: non toccateci Michonne!). A meno che non ci venga spiegato l’arcano sortilegio che permette alla faretra di Daryl di produrre dardi infiniti, imprimendo allo allo show un’inaspettata sterzata verso il magico. Purtroppo, già lo sappiamo, non succederà niente di tutto ciò.

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From Dusk Till Dawn: The Series, El Rey Network (prima stagione, 10 episodi, 11 marzo)
Ideata, prodotta e parzialmente diretta da Robert Rodriguez per il nuovo canale via cavo fondato, presieduto e diretto dallo stesso Rodriguez, From Dusk Till Dawn: The Series è l’estensione televisiva e serializzata della saga iniziata con l’omonimo film del 1996. Filmaccio come pochi, ci sentiamo di dire, ma assurto comunque al rango di cult movie, e ispiratore di una lunga serie di sequel e vari progetti paralleli. Ai quali si aggiunge, per l’appunto, questa decina di episodi che evidentemente Rodriguez ha ritenuto imprescindibili per esplorare a dovere le avventure dei fratelli Seth e Richard Gecko (quelli che nel capostipite cinematografico erano interpretati da Clooney e Tarantino e che vengono ora affibbiati rispettivamente a D.J. Cotrona e Zane Holtz). I due sono ricercati e in fuga dopo una rapina in banca condotta in maniera un po’ approssimativa, inseguiti dai federali e da due tignosi Texas Rangers, Earl McGraw (Don Johnson!) e Freddie Gonzales (Jesse Garcia). Sulla strada verso l’agognato confine messicano, i due fratelli prendono in ostaggio l’ex-pastore Jacob Fuller (Robert Patrick, nel ruolo che fu di Harvey Keitel) e la sua famiglia. Il bello accade non appena passato il confine: un’improvvida deviazione conduce i due fuggiaschi e i loro prigionieri verso uno strip club popolato di vampiri, tra i quali spicca per qualità non solo estetiche la supersexy Santánico Pandemonium (che non è interpretata da Salma Hayek, ma da Eiza Gonzáles, la quale, perdonateci il maschilismo, è senza dubbio sexy e senza dubbio gran gnocca), e da lì in poi il sangue finto scorrerà davvero a fiumi, ne siamo certi, così come siamo certi che si tratterà di sangue finto di ottima qualità, poiché a curare make-up ed effetti visivi ci penserà Greg Nicotero, responsabile dei marcescenti zombie che affollano The Walking Dead. Rispetto al film, dovrebbe essere dedicata maggiore attenzione alla mitologia vampiresca, approfondendone le origini atzeche.
Pronostico: se saprà tenersi un passo al di qua dall’eccesso di ridicolaggine (rischio che non ci sentiamo di escludere a priori), potrebbe essere una di quelle serie da guardare con il cervello spento, senza pretendere niente di più di un’oretta di adrenalinico intrattenimento, o da tenere su quando si sta facendo altro e si sente il bisogno della presenza confortante della tv accesa.

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Klondike, Discovery (miniserie, 3 episodi, 20 gennaio)
Dici “Klondike”, e tutto l’immaginario letterario legato alla febbre dell’oro di fine Ottocento sovviene subito alla mente. Resa immortale dai romanzi d’avventura di Jack London e penetrata così a fondo nella cultura popolare da infiltrare persino l’universo disneyano (si pensi ai racconti delle prime fortune di Zio Paperone), la corsa all’oro del Klondike vide centinaia di migliaia di persone incamminarsi verso le selvagge terre del nord-ovest canadese alla ricerca di fortuna, trasformandosi immediatamente in uno di quei miti fondativi americani ammantato di quella dimensione epica che sovente caratterizza le storie “di frontiera”. La miniserie televisiva in questione, primo prodotto seriale realizzato da Discovery Channel, ambisce a restituire l’epicità legata alla corsa all’oro, passando in rassegna — senza dimenticarne alcuno — tutti i tópoi associati a questa narrazione: montagne maestose, natura inospitale e inclemente, poveri diavoli speranzosi di fare fortuna disotterrando qualche pepita custodita nel bacino dello Yukon, un’umanità abbruttita dal permanere in uno stato di natura in cui i vige una spietata legge del più forte, affaristi senza scrupoli, truffatori, sciacalli e avvoltoi pronti a derubare il proprio vicino non appena quello si dimentica di guardarsi alle spalle. Su questi elementi si innestano altrettanto scontati luoghi comuni da americanata cinematografica: grande storia di amicizia, grande storia di lealtà e lotta contro l’ingiustizia, e grande storia sentimentale destinata ad esplodere in un tripudio di viole e violoncelli dopo un principio difficoltoso. Tutto questo è Klondike: la storia (vera) del giovane Bill Haskell (Richard Madden), dell’amico e compagno di viaggio Byron Epstein (Augustus Prew), dell’immensa carovana umana in marcia verso il lontano nord, dell’incontro con un Jack London (Johnny Simmons) alla ricerca di storie da raccontare, di Belinda Mulrooney (Abbie Cornish), l’interesse amoroso del protagonista, dell’affarista denominato semplicemente “Il Conte” (Tim Roth) e della sua rapace ingordigia, delle giubbe rosse canadesi e del solito eccidio di popolazioni native.
Il cast è prestigioso (annovera anche Sam Shepard e Tim Blake Nelson), la produzione è ricca (generosamente offerta da Ridley Scott), ma la serie non decolla mai. Le montagne innevate dello Yukon sono decisamente più espressive e interessanti di Madden e colleghi, e le riprese aeree dei clamorosi paesaggi, degne di un documentario di… uh, Discovery Channel, sono di gran lunga l’aspetto di maggiore pregio, ma il merito, in questo caso, è tutto di Mamma Natura e non certo degli sceneggiatori. La storia, infatti, è trita e prevedibile, i dialoghi sin troppo letterari (insopportabili le riflessioni fuori campo di Haskell) e la durata infinita dei tre episodi (circa 90′ ciascuno, ma sembrano almeno 270) non aiuta a scuotere dal torpore un prodotto mai avvincente. Di epica, alla fin fine, c’è solo la noia.

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The Musketeers, BBC One (prima stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
BBC partecipa alla fiera delle tante riduzioni (televisive, cinematografiche, cartoonesche) del celebre feuilleton di Alexandre Dumas con una versione ad alto budget destinata ad essere il programma di punta del proprio palinsesto invernale. L’approccio al classico è sostanzialmente conservativo per quanto riguarda l’ambientazione (la Francia di metà XVII Sec.) e la caratterizzazione degli ormai arci-noti personaggi (D’artagnan giovanotto spavaldo e impulsivo, Athos carismatico e spadaccino olimpico, Aramis compassato e donnaiolo, Porthos forzuto e guascone, Milady ammaliante e spietata, Richelieu ferocissimo e abile politico assetato di potere, Luigi XIII… un caricaturale fantoccio) ma meno canonico nella rivisitazione dell’intreccio, con molte libertà rispetto allo sviluppo della (già seriale) fonte originale e orientato verso un ancor più seriale “cappa e spada procedurale” in cui i 3+1 moschettieri dovranno, di settimana in settimana, cimentarsi con qualche nuova infida macchinazione ordita dal potente Cardinale e neutralizzarla per proteggere il re e la Francia tutta.
Non è un melenso prodotto per famiglie (per fortuna!), ma pur rivolgendosi ad un pubblico adulto non ha altre velleità se non quella di essere un’americanata pseudo-hollywoodiana in cui un cast di bellocci si cimenta in una sequenza di duelli, cavalcate, precipitosi tuffi dalle finestre e palpitanti avventure amorose.

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Fleming: The Man Who Would Be Bond, BBC America (miniserie, 4 episodi, 29 gennaio)
Il Fleming del titolo, colui che sarebbe diventato Bond, è Ian Fleming, autore dei 173.952 romanzi aventi per protagonista l’inarrestabile agente segreto al servizio di Sua Maestà. Il biopic — preceduto dall’abusata tagline “basato su una storia vera”, ma in realtà per nulla timido nel concedersi ampie divagazioni dalla realtà a fini drammatici — racconta la vita del giovane Ian Fleming (Dominic Cooper), dalla poco soddisfacente carriera di investitore finanziario alle avventure nei ranghi dei servizi segreti della Marina inglese durante il secondo conflitto mondiale, fonte primaria di ispirazione per le avventure del suo futuro eroe di carta. Eroe contraddistinto da una ben nota aura di seduttore, e a dare retta alla miniserie si direbbe che anche l’aspetto sentimentale e passionale che contraddistingue Bond ha un precedente nella vita di Fleming, donnaiolo di successo e soprattutto protagonista in una torrida relazione che lo lega a Ann O’Neill (Laura Pulver), gentil donna sposata ma incline ad intrattenersi con varie compagnie maschili in assenza del consorte.
Sin dal titolo si intuisce che la chiave di lettura attraverso cui interpretare la vita del celebre scrittore britannico è quella di legare la vicenda personale del giovane Fleming alle avventure del suo personaggio di successo: Bond sarebbe così una versione idealizzata dello stesso Fleming, ma anche una che ne esacerba gli aspetti negativi (inclusa l’inguaribile tendenza a portarsi a letto tutti gli esemplari di sesso femminile con cui viene a contatto). Fleming abbonda di riferimenti presi di peso dal Bond-lore (Martini mescolati e non shakerati, personaggi che poi sarebbero comparsi nei libri, gadget fantasiosi, riconoscibilissime scene topiche tratte dai film, e persino musiche che richiamano subdolamente la nota colonna sonora, fermandosi giusto qualche battuta prima del plagio), ma per essere una serie dai forti connotati action/spy story è drammaticamente soporifera.

The Assets, ABC (miniserie, 8 episodi, 2 gennaio). Il binomio Spionaggio + Guerra Fredda è una combo a cui difficilmente sappiamo resistere, per cui, anche se era facile aspettarsi la riproposizione di reaganiani stereotipi CIA/buoni vs. KGB/cattivissimi, avevamo in programma almeno la visione del pilota. Tuttavia, ABC ha deciso di sfoltire la nostra watching list segando questo filler di metà stagione già dopo il secondo episodio, causa record mondiale di ascolti negativi.

Killer Women, ABC (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). In teoria è un remake della serie argentina Mujeres Asesinas, in pratica è Walker, Texas Ranger al femminile con un trailer che saccheggia senza vergogna estetiche e musiche tarantiniane. La protagonista è Molly Parker, la quale, per essere presa sul serio tra i super-machisti Texas Rangers, deve necessariamente dimostrare di essere più cazzuta dei colleghi maschietti. Che idea moderna, originale, e per nulla sessista!

Intelligence, CBS (prima stagione, 13 episodi, 7 gennaio). Gabriel (Josh Holloway) è un ex-militare con un super-microchip impiantato nel cervello. Grazie a questo aggeggino hi-tech può lasciare a casa smartphone e Google Glass, poiché il nostro vive perennemente connesso a Internet, a tutte le reti WiFi, telefoniche e satellitari, e ha accesso ad una moltitudine di banche dati. È quindi perfetto per essere impiegato nell’US Cyber Command, agenzia dell’intelligence che si occupa di cyberterrorismo e altre amenità del genere. Un action/adventure/spy story che farà tremare i polsi ai parlamentari a cinque stelle. Ma in effetti, a chi altro potrebbe mai interessare?

Helix, SyFy (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Ricerca scientifica deviata, minacce aliene e ghiacci polari: questo non originalissimo trinomio è alla base di Helix, horror/thriller fantascientifico in cui un gruppo di scienziati del CDC raggiunge una stazione di ricerca dell’Arctic ByoSystems (localizzata, evidentemente, al Polo Nord) per indagare su una possibile epidemia. Che si rivelerà invece qualcosa di molto più pericoloso, tale da mettere in pericolo l’intera umanità.

Bitten, Space / Syfy (prima stagione, 11/13 gennaio). Elena, da tempo allontanatasi dal suo branco, scopre di essere l’unico esemplare rimasto di licantropo donna, e viene ricondotta tra i consimili per indagare sui misteriosi omicidi di alcuni di essi. Serie canadese tratta dal primo romanzo di una delle tante dimenticabili serie fantasy per giovani adulti, in cui una qualche specie di essere soprannaturale morde ed è contagiosa: se non son vampiri sono zombie, e se non sono zombie sono lupi mannari come in questo caso.

Star-Crossed, The CW (prima stagione, 13 episodi, 17 febbraio). La giovane Emery si innamora di un giovane alieno di etnia Atrian, Roman, quando quest’ultimo, insieme ad alcuni simili, viene liberato e mandato a socializzare nel classico liceo dei classici sobborghi americani dopo dieci anni di internamento in una sorta CIE per alieni sbarcati sulla Terra. Soap-opera fantascientifica adolescenziale: Beverly Hills 90210 versione sci-fi?

The 100, The CW (prima stagione, 13 episodi, 19 marzo). Sci-fi distopico post-apocalittico, ambientato 97 anni dopo una catastrofe nucleare. L’umanità sopravvissuta alla fine della civiltà vive in orbita a bordo dell’Arca (che poi sarebbero le varie stazioni spaziali internazionali unite fra loro), ma lo spazio è poco e le risorse scarseggiano. Che fare? Per esempio, pensa qualcuno, si potrebbero spedire sulla Terra 100 giovani delinquenti, giusto per vedere che aria tira tra radiazioni e possibili mutanti. I problematici giovanotti vengono quindi esiliati sulla Terra, pianeta ormai sconosciuto pieno zeppo di pericoli. Divertitevi, ragazzi, e non pomiciate troppo! (È pur sempre The CW, no?)

… e infine tutto il resto:

Being Human, SyFy (quarta stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Bates Motel, A&E (seconda stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Continuum, Showcase (terza stagione, 13 episodi, 16 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in questo inverno 2014? Pt. II: Comedy (più o meno) #winter14tv

Secondo articolo dedicato alle serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Oggi parliamo di commedie, ma soprattutto di dramedy, come amano dire quelli più à la page.


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Babylon, Channel 4 (episodio pilota, 9 febbraio)
La prima stagione, costituita da sei episodi, andrà in produzione solo a primavera, ma per scaldare i motori Channel 4 ha deciso di mandare in onda l’episodio pilota già durante l’inverno. Episodio pilota sui generis, in realtà, poiché vista la lunghezza (circa 80′) potrebbe essere considerato un vero e proprio film per la tv. Questo oggetto televisivo anomalo si merita la nostra attenzione non solo perché reca in calce la firma di un regista di richiamo come Danny Boyle, ma soprattutto perché Channel 4 ci ha abituato in questi anni a produzioni di altissima qualità (le disturbanti — e cinematograficamente pregevolissime — Black Mirror e Utopia su tutte), e gode quindi di grande fiducia da parte nostra. Babylon è un poliziesco che ambisce a mescolare commedia (forse addirittura satira) e procedural drama raccontando, con abbondanza di humor caustico, il tentativo del comandante della polizia londinese (nota ai più come “the Met”) di migliorare la percezione pubblica delle forze dell’ordine in un epoca in cui, tra cittadini sempre muniti di smartphone e giornalisti obbligati a riempire di contenuti il ciclo continuo dell’informazione mediatica, l’operato della polizia finisce spesso nell’occhio del ciclone per la propria inefficacia, inettitudine o, peggio, per la propria brutalità. Il commissario Richard Miller (Jimmy Nesbitt) decide di affidare l’incarico alla rinomata PR americana Liz Garvey (Brit Marling), guru della comunicazione e super-esperta di nuovi media, la quale dovrà destreggiarsi tra poliziotti ostili, colleghi invidiosi e giornalisti senza scrupoli per riuscire ad implementare una strategia comunicativa imperniata sulla trasparenza. Purtroppo per lei, si trova subito nel bel mezzo di una crisi (un misterioso cecchino sparacchia sui terrorizzati londinesi) che ne metterà alla prova le capacità.
Forse pecca di eccessivo eclettismo, poiché il tono comico, la satira sulla comunicazione e l’impietoso e cinico sguardo sulla disfunzionalità del dipartimento di polizia talvolta coesistono a fatica, e il ritmo frenetico che contraddistingue lo stile di Boyle non è quello a noi più congeniale, ma vi consigliamo comunque di dargli un’occhiata.

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Shameless, Showtime (quarta stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
La famiglia più sgangherata d’America si appresta ad affrontare un altro gelido inverno nei bassifondi del South Side di Chicago. In realtà, i Gallagher potrebbero essere meno sgangherati del solito, poiché Fiona (Emmy Rossum), grazie ad un lavoro rispettabile e a uno stipendio dignitoso, sta trascinando di peso la famiglia al di sopra di quella soglia della povertà che fino ad ora li ha costretti a lottare per la sopravvivenza con ogni mezzo lecito e (più spesso) semi-illecito. Le difficoltà economiche meno pressanti e il lusso dei tanto sospirati “benefits” (roba tipo l’assicurazione sanitaria, per intenderci) di cui può godere un’onesta (?) famiglia della lower middle class coincidono, tuttavia, con un momento di disgregazione della famglia stessa: Lip (Jeremy Allen White) è una matricola alla University of Chicago, non sempre a suo agio; Carl (Ethan Cutkosky), psicopatico in erba, manca chiaramente di una figura paterna di riferimento; Debbie (Emma Kenney) è alle prese con con i primi amori adoloscenziali; e Ian (Cameron Monaghan) è desaparecido, dato che, senza informare nessuno, si è arruolato nell’esercito (spacciandosi per il fratello, lo ricorderete dalla scorsa stagione). Su questa semi-sicurezza economica incombe, come sempre, la minacciosa presenza di Frank (William H. Macy), il disastrato capofamiglia per nulla convinto dall’accorato appello di Fiona che, in maniera un po’ melodrammatica, lo supplicò, in nome dell’amore che dovrebbe legarlo ai propri figli, di raddrizzare la propria condotta ed evitare la propria autodistruzione per mezzo delle sue infinite dipendenze. Anni di abusi di alcool e di qualunque tipo di sostanza anche vagamente psicoattiva hanno gravemente minato il fisico di Frank, il quale necessita ormai di un fegato tutto nuovo. Non osiamo immaginare come riuscirà a procurarselo, ma potrebbe essere questo il momento della redenzione di una delle canaglie più divertenti e allo stesso tempo più riprovevoli del panorama televisivo? E se la cronica irresponsabilità di Frank si fosse trasferita, con tutto il resto del patrimonio genetico, alla solitamente combattiva ma deliziosa Fiona?
Il lato positivo di Shameless è che, con il passare delle stagioni, sta crescendo insieme ai suoi protagonisti, riuscendo nell’impresa di tagliare poco a poco gli archi narrativi insopportabili (Jody & Karen, Jimmy/Steve) per concentrarsi sulle (dis)avventure della famiglia e dei circoli che le orbitano intorno — i Malkovich, se possibile ancora più disastrati dei Gallagher, e la divertente coppia Kev & Veronica (Steve Howey e Shanola Hampton) alle prese con un’inaspettata nidiata di pargoli. Se nel corso della stagione anche Sheila (Joan Cusack) dovesse partire potremmo avere per le mani la commedia perfetta per noi, leggera e con la giusta dose di sentimentalismo e melodramma (ovvero, una spruzzatina di entrambi, ma in quantità non tossiche).

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Girls, HBO (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Le Piccole Donne in versione contemporanea newyorkese crescono, ma alle soglie dei 25 anni la transizione verso l’età adulta non è certo completa, e il percorso appare accidentato, non lineare e mai indolore. Le quattro ragazze continuano ad essere antipatiche e spesso insostenibili, ma un chiaro segno della loro crescita è il modo in cui provano a circumnavigare le difficoltà: non più strepiti e piagnistei contro il mondo ingiusto, ma la ricerca di strade alternative, di piani B non sempre intelligenti ed efficaci, ma che sono pur sempre dei tentativi. Cosa le attende, quindi, in questa stagione? Abbiamo lasciato Hannah Horvath (Lena Dunham) tra le braccia di Adam Sackler (Adam Driver) nel finale rom-com della scorsa stagione, e ora i due convivono e sembrano aver trovato la giusta dimensione della loro relazione. Hannah persegue con ostinazione il progetto dell’e-book che dovrebbe lanciarla come “voce di una generazione”, ma per il soggiungere di nuovi intoppi si troverà a svolgere un lavoro redazionale che cozza irrimediabilmente con il suo narcisismo patologico, ma che d’altro canto potrebbe essere il reality check di cui ha un gran bisogno. La ribelle Jessa Johansson (Jemima Kirke), appena dimessa da un centro di recupero, proverà a stabilizzare la propria vita raminga lavorando come commessa in un negozio di vestiario infantile, ma finirà soprattutto per terrorizzare le neo-mamme che frequentano detto negozio. Shoshanna Shapiro (Zosia Mamet) è ancora la più naif del lotto, e pare aver passato il suo periodo di sperimentazioni sessual-sentimentali per dedicarsi con continuità al suo piano che dovrebbe condurla al successo nel giro di quindici anni. E poi Marnie Michaels (Allison Williams), l’ex-perfettina del gruppo le cui granitiche certezze si sono dissolte con la fine della relazione con Charlie, e che ora, in un momento di sbandamento totale, troverà inaspettata consolazione con Ray Ploshansky (Alex Karpovsky).
Girls ha il pregio di trattare con leggerezza — ma allo stesso tempo con cinismo — le difficoltà di queste quattro millennials, offrendo piccoli bozzetti in cui emergono con tutta la loro forza le enormi difficoltà di dare un senso alla propria vita. La creatura di Lena Dunham continua a polarizzare la critica e il pubblico: se talvolta la serie viene glorificata al di là dei propri evidenti meriti, molto più spesso prevale una reazione infastidita ad una narrazione che a noi appare invece onesta e in grado di adoperare con perizia lo strumento dell’ironia, capace di veicolare attraverso di essa una ben articolata critica ad alcune tendenze ben presenti nella società contemporanea. E se il motivo delle critiche è ancora, alla terza stagione, l’esibita nudità della protagonista a dispetto del fisico non perfetto, beh, è la dimostrazione che Dunham, Judd Apatow e colleghe sono capaci di toccare argomenti (e, tutto sommato, di problematizzarli a dovere) che, inspiegabilmente, sono tabù ancora ben radicati.

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Looking, HBO (prima stagione, 8 episodi, 19 gennaio)
Patrick Murray (Jonathan Groff) è un giovane sulla trentina, level designer in una software house che sviluppa videogiochi. Agustìn (Frankie J. Alvarez) è un aspirante artista, suo miglior amico sin dai tempi del college. Dom (Murray Bartlett) è il più grande dei tre, prossimo alla quarantina, e lavora come cameriere. Tutti e tre sono alla ricerca di qualcosa, e tutti e tre subiscono, in qualche modo, pressioni sociali che li rendono insoddisfatti di ciò che hanno: Patrick ha successo nel lavoro, patisce la mancanza di relazioni stabili e durature; Agustìn, il quale coltiva ancora sogni d’artista, è appagato dagli evidenti “pro” di una convivenza e di una relazione stabile, ma è allo stesso tempo intimorito dai “contro” (serate in pantofole davanti alla tv, rinunce e compromessi); Dom è quasi la somma di entrambi, prossimo a scollinare gli “anta” e consapevole che i suoi sogni sia sentimentali che professionali sono ben lungi dall’essere realizzati. Alcune figure di secondo piano aiutano a completare le varie sfaccettature della cultura gay: Doris (Lauren Weedman), divertentissima coinquilina di Dom; Lynn (Scott Bakula), gay maturo e imprenditore a Castro, memore dei tempi in cui nelle le strade di Frisco la comunità gay lottava per la propria legittimazione; Frank (O.T. Fagbenle), compagno e convivente di Agustìn; Richie (Raúl Castillo), l’ultimo interesse sentimentale di Patrick, rappresentante dell’anima latina della città. Ed è poi la città stessa e la comunità che la abita ad essere protagonista, con i suoi luoghi tipici, le sue consuetudini, i suoi riti collettivi.
Una serie sulla vita di tre (più o meno) giovani gay nella San Francisco contemporanea non può che suscitare la lapidaria definizione di “equivalente gay di Girls“, ma sarebbe un parallelo semplicistico e fuorviante. Lo sguardo di Michael Lannan sui suoi personaggi mira a svelarne i sentimenti più intimi, ma riesce a farlo in modo discreto e garbato, attraverso una narrazione compassata delle loro amicizie e delle loro relazioni sentimentali. La qualifica di dramedy, in gran voga di questi tempi, potrebbe addirittura essere erronea, sia perché l’elemento commedia non è così evidente (niente gag comiche o grottesche, e personaggi distanti anni luce dal gay “flamboyant” così presente nel discorso mainstream), sia perché di vero e proprio drama, ormai a metà stagione, non c’è traccia: ci sono delusioni, qualche tensione nei rapporti interpersonali, incertezze e ripensamenti, titubanze e imbarazzi, ma nessun evento che davvero sconvolga la quotidianità. Tutto questo, che ci crediate o no, è un gran pregio. Altra nota di merito: la regia (spesso curata dal produttore esecutivo Andrew Haigh) ben si combina con lo stile di scrittura, restituendo immagini dei protagonisti il più possibile oneste e delicate, attenta a cogliere le impercettibili sfumature in grado di esprimere le emozioni più nascoste e complesse ma mai invasiva e iper-presente. Il gradevole stile visivo di Looking può contare, inoltre, su un’eccellente fotografia, in grado di fare un uso impeccabile della luce naturale e di restituire in modo convincente la calda e morbida luce che avvolge San Francisco e la fa risplendere in tutta la sua bellezza e peculiarità.

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The Spoils Of Babylon, IFC (miniserie, 6 episodi, 9 gennaio)
Nell’introdurre la stagione invernale 2014 avevamo accennato al revival delle miniserie Anni ‘70/’80, e il progetto di Andrew Steele e Matt Piedmont (quest’ultimo anche regista dell’intera serie) potrebbe essere il miglior esempio di questa tendenza: compiendo un triplo salto meta-filmico, The Spoils of Babylon è infatti una miniserie che presenta una miniserie che è a sua volta una parodia delle grandiose, epiche miniserie speciali in voga in quei decenni, spesso tratte da bestseller letterari e contraddistinte da una rara pretenziosità. Al livello della parodia, The Spoils Of Babylon è la (finta) miniserie tratta dal (finto) romanzo omonimo del fantomatico Eric Jonrosh, scrittore e genio autoproclamato, ma soprattutto autore, regista e sceneggiatore (e mille e mille altre cose) della trasposizione televisiva della sua opera di maggior successo. Jonrosh introduce ogni puntata con dei preamboli ampollosi e autocelebrativi, disvelando i dietro le quinte del suo ambizioso kolossal televisivo: una serie di 22 ore incentrata sulla saga familiare dei Morehead, dalla scoperta del giacimento di petrolio a partire dal quale il capofamiglia Jonas fondò il proprio impero all’incestuosa passione amorosa che sin dall’adolescenza travolse la sprezzante figlia Cynthia e l’idealista figlio adottivo Devon.
La struttura della trama, arrovellata all’inverosimile e continuamente stravolta da improbabili (o, viceversa, telefonatissimi) colpi di scena, è essa stessa oggetto della parodia che investe tutti i cliché propri del codice espressivo televisivo e cinematografico dell’epoca: il tono melodrammatico e soap-operistico, i dialoghi dalla verbosità eccessiva, le recitazioni drammaticamente sopra le righe, le ambientazioni grandiose ma che, nei campi lunghi, rivelano essere costruite con modellini da pochi spiccioli, i fondali smaccatamente finti, le musiche pompose e iper-enfatiche, la regia che ambisce ad essere raffinata ma inciampa spesso in grossolani errori, le azzardate sperimentazioni stilistiche destinate a tracimare nel kitch, e così via. Il ritmo della serie (e della serie nella serie) è però sin troppo stagnante — nonostante la brevissima durata degli episodi — e le gag comiche non sono sempre divertentissime. La vera fonte di divertimento, in grado di compensare parzialmente queste pecche, è il gioco metalinguistico davvero ottimo, merito anche di un super-cast che può contare su un numero spropositato di stelle: oltre ai protagonisti Tobey Maguire (Devon), Kristen Wiig (Cynthia) e Tim Robbins (Jonas), il parco attori annovera tra le sue fila anche Jessica Alba, Val Kilmer, Haley Joel Osment, Carey Mulligan (solo in voce), Michael Sheen, e, a svettare su tutti, Will Ferrell, brevemente nei panni dello Shah di Persia ma soprattutto in quelli di un Eric Jonrosh ricalcato sull’avvinazzato, panciuto e barbuto Orson Welles di fine carriera. La produzione è a cura di Funny Or Die, il noto sito di parodie fondato, tra gli altri, proprio da Ferrell.

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Inside No. 9, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 5 febbraio)
Cosa succede al numero 9 della strada in cui abitate? Cose ordinarie, cose buffe e cose macabre e atroci, secondo questa antologia di sei episodi il cui tono si situa a metà tra commedia, thriller e horror. Nel corso delle sei storie indipendenti che compongono questa prima stagione, i due attori protagonisti, Reece Shearsmith e Steve Pemberton, ricopriranno ruoli sempre diversi in ambientazioni altrettanto distinte, ma tutte accomunate dall’avere il numero nove sulla porta d’ingresso. Le informazioni in merito alla serie non sono dettagliatissime, ma siamo grandi fan dello humor britannico e delle venature dark che lo contraddistinguono e che sembrano essere uno degli ingredienti primari di questa nuova serie, accanto ad una comicità fisica e a tratti surreale. A quanto pare anche la BBC nutre una discreta fiducia nei confronti dell’ultima fatica del duo noto per la serie cult The League of Gentlemen, dato che alla talentuosa coppia di autori-attori è stata già commissionata una seconda stagione ancor prima della messa in onda del primo episodio.

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This Is Jinsy, Sky Atlantic (seconda stagione, 8 episodi, 8 gennaio)
Nuove avventure per gli strambi personaggi dai nomi assurdi che abitano l’ancora più assurda isola di Jinsy, contrassegnata da fenomeni atmosferici imprevedibilii, abitata da animali bizzarri e caratterizzata dalla presenza incombente del misterioso “The Great He”. L’isoletta di fantasia in cui è ambientata questa stravagante commedia britannica accoglierà nuovi eccentrici residenti, anch’essi presumibilmente caratterizzati da un’onomastica inusuale e destinati, come tutti, a non sfuggire all’onnipresente orwelliano sistema di controllo di cui Jinsy è dotata. La seconda stagione, come la prima, promette sketch surreali, canzoncine buffe e la presenza di numerose guest star di richiamo (tra le quali spicca Olivia Colman).

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House Of Lies, Showtime (terza stagione, 12 episodi, 12 gennaio)
Il gruppo storico si è disgregato alla fine della scorsa stagione, quando Martin “Marty” Kaan (Don Cheadle) ha messo in piedi il suo grande piano: avviare un’agenzia di consulenze tutta sua, Kaan & Associates, contando sul fatto che il gruppo storico di collaboratori aka “the Pod” — Jeannie van der Hooven (Kristen Bell), Clyde Oberholt (Ben Schwartz) e Doug Guggenheim (Josh Lawson) — avrebbe lasciato Galweather-Stearn per seguirlo nella sua ambiziosa avventura. Invece, in questo universo di eccentrici ricconi one-percenter e consulenti viscidi come serpenti, chi di doppiogioco ferisce rischia di essere ripagato con la stessa moneta, ed è precisamente quello che è successo a Marty: nessuno lo ha seguito, e lui è rimasto solo con la patata bollente in mano. Ma poiché egli è anche eccellente nel proprio lavoro, o addirittura il migliore, Kaan & Associates ha comunque preso il via, ed è alla ricerca di ricchi clienti per riempire il proprio portfolio e soprattutto le proprie tasche. La nuova stagione seguirà il tentativo di rimettere il gruppo assieme, poiché, nonostante gli sfottò, nonostante gli insulti, e anche se non lo ammetterebbero mai, i quattro si trovavano bene assieme. E tra Marty e Jeannie è ancora ben presente un’irrisolta attrazione sentimentale che i due non si decidono ad affrontare.
House of Lies prosegue ad esplorare le vicende di questi eccellenti professionisti dalle vite private incredibilmente danneggiate con la solita miscela di humor cinico e cattivo, ma il tono è così monocorde, e i personaggi così negativi e senza alcuna qualità in grado di redimerli o renderli interessanti, che l’intero prodotto, nonostante uno stile visivo sgargiante e intrigante, spesso risulta solo irritante.

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Chozen, FX (prima stagione, 13 episodi, 13 gennaio)
Chozen (doppiato da Bobby Moynihan) è un rapper bianco, gay, appena uscito di prigione (l’avrete notato, l’ex-galeotto protagonista è un tema ricorrente), dove ha scontato la pena per una falsa accusa orchestrata da un ex-membro della sua crew (doppiato da Method Man) diventato nel frattempo uno dei nomi più celebrati dello star system. Uscito dal carcere, Chozen proverà, con la collaborazione di un gruppo di amici un po’ sfigati, a trasformarsi in un rapper di successo. Lo stile grafico è tratto di peso da Archer (vedi sotto), il tono — volgare, sguaiato, basato su una comicità grossolana tesa a sfidare in modi prevedibili il puritanesimo e l’ipocrisia del politicamente corretto — proviene dritto dritto da Eastbound & Down, e non è un caso che i produttori di entrambe le serie siano dietro a questo prodotto.

Community, NBC (quinta stagione, 13 episodi, 2 gennaio). Il creatore dello show Don Harmon è di nuovo al timone della sit-com ambientata tra gli studenti e i docenti del fittizio Greendale Community College. Stagione imbottita di guest star, tra cui spiccano Nathan Fillion, Johnatan Banks e nientepopodimeno che Walton Goggins.

Enlisted, FOX (prima stagione, 13 episodi, 10 gennaio). Le (dis)avventure in caserma di tre fratelli (il sergente Pete Hill, reduce dell’Afghanistan, e le due reclute Derrick e Randy) e del plotone di disadattati di cui fanno parte. La solita insipida sit-com familiare ibridata con la solita insipida sit-com militare.

Archer, FX (quinta stagione, 13 episodi, 13 gennaio). La commedia/spy story animata, uno dei maggiori successi in casa FX, è stata sottoposta ad una consistente ristrutturazione, tale da cambiare il titolo in Archer Vice ed assumere un’estetica che ricorda vagamente Grand Theft Auto: Vice City. Questo perché si è scoperto che l’agenzia spionistica ISIS non era in realtà un’agenzia governativa autorizzata, e i suoi membri sono costretti ad appendere al chiodo gli strumenti da spia per riciclarsi come spacciatori di cocaina. Di tanta, tantissima cocaina: una tonnellata!

Broad City, Comedy Central (prima stagione, 10 episodi, 22 gennaio). Due squattrinate ventenni a New York, tra lavori precari e decisioni azzardate che non pagano (quasi) mai, intrappolate, come ogni sitcom che si rispetti, in una dinamica che, rubando una citazione illustre, potremmo definire “Try again. Fail again. Fail better”. Creata, prodotta e interpretata da Ilana Glazer e Abbie Jacobson (protagoniste nei ruoli di… Ilana e Abbie), la serie si basa sull’omonima webserie che le due amiche hanno messo in scena dal 2009 al 2011.

Rake, FOX (prima stagione, 13 episodi, 23 gennaio). L’attività professionale dell’avvocato difensore Keegan Dean messa a repentaglio dalla sua incasinatissima vita privata, tra una ex-moglie che lo maltratta, giudici che non lo rispettano, e il fisco che lo insegue. Lui ci mette del suo, parlando spesso a sproposito e coltivando interessi sconvenienti (prostitute e gioco d’azzardo). Il pilot è a cura di Sam Raimi.

Ja’mie: Private School Girl, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 6 febbraio). Ja’mie è una studentessa presso la prestigiosa Hilford Girls’ Grammar School, e come tutte le teenager privilegiate è insopportabilmente vacua e snob. Commedia mockumentary creata dal comico australiano Chris Lilley (interprete della protagonista) andata in onda lo scorso autunno su HBO, ma siccome non ne abbiamo dato notizia allora la proponiamo in occasione dell’approdo sugli schermi inglesi.

About A Boy, NBC (prima stagione, n. di episodi da definire, 21 febbraio). Will è single e disoccupato, ma grazie ai diritti di una canzone di successo è libero di dedicarsi al cazzeggio più sfrenato. Anagraficamente è un adulto, ma in realtà è fondamentalmente un bambino, e in quanto tale stringerà un’inusuale amicizia con l’undicenne Marcus, figlio di Fiona, recentemente trasferitasi nell’appartamento adiacente. Tratto dall’omonimo best-seller di Nick Hornby, già fonte d’ispirazione di una dramedy per il grande schermo.

Doll & Em, HBO (prima stagione, 6 episodi, 19 marzo). Commedia semi-improvvisata che racconta le complesse dinamiche della profonda amicizia che lega due donne, un’attrice hollywoodiana e la sua amica d’infanzia assunta come assistente personale durante la lavorazione di un film. Doll (Dolly Wells) e Em (Emily Mortimer) sono realmente amiche fuori dal set.

… e poi tutto il resto:

Cougar Town, TBS (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Episodes, Showtime (terza stagione, 9 episodi, 12 gennaio)
Uncle, BBC Three (prima stagione, 6 episodi, 13 gennaio)
House Of Fools, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 14 gennaio)
Death In Paradise, BBC One (terza stagione, 8 episodi, 14 gennaio)
Suburgatory, ABC (terza stagione, 13 episodi, 15 gennaio)
Outnumbered, BBC One (quinta stagione, 6 episodi, 29 gennaio)
Mixology, ABC (prima stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Portlandia, IFC (quarta stagione, 10 episodi, 27 febbraio)
Legit, FXX (seconda stagione, 13 episodi, 26 febbraio)
Saint George, FX (prima stagione, 10 episodi, 6 marzo)
Mind Games, ABC (prima stagione, 13 episodi, 11 marzo)

Quali sono le serie tv in onda in quest'inverno 2014? Pt. I: Drama #winter14tv

Riuscirà il 2014 televisivo a rivaleggiare con l’anno passato in termini di qualità e quantità? Quante nuove emittenti si tufferanno nel mercato delle serie tv con nuove produzioni originali? Le serie debuttanti saranno in grado di prendere il posto di quelle approdate — o di quelle che, nel corso di quest’anno, approderanno — alla loro conclusione? La nona stagione di Don Matteo (dal 9 gennaio in prima serata su RaiUno) sarà appassionante come le precedenti otto? Ma soprattutto, c’era davvero bisogno di un remake sudamericano (colombiano, per la precisione) di Breaking Bad, intitolato Metástasis e avente per protagonisti Walter Blanco, Ciélo Blanco, José Rosas e un vecchio scuolabus nelle veci dello scassato Winniebago? Non sappiamo rispondere a nessuna di queste domande (beh, forse all’ultima sì), ma se volessimo trarre qualche indicazione dalla stagione televisiva invernale — inaugurata sin dai primissimi giorni di gennaio con il ritorno di serie storiche (o quasi), da qualche esordio importante, da un paio di nuovi canali alle prime esperienze con la serialità, e dall’antipasto di un trend che proseguirà tutto l’anno (le miniserie, tornate di gran moda come tornano ciclicamente di moda i pantaloni a zampa e le gonne a fiori) — diremmo che le prospettive sono decisamente rosee.
Per avere un’idea di tutto quello che potete trovare in televisione di questi tempi, ecco il primo di tre articoli in cui presenteremo le serie tv in onda da gennaio fino al tanto atteso equinozio di primavera. Cominciamo con le serie drammatiche.


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Game of Thornes Ice and Fire: A Foreshadowing, HBO (speciale, 9 febbraio)
Prima di pensare che questo paragrafetto sia solo un tentativo un po’ ruffiano di truffare i motori di ricerca buttando lì un po’ a caso il titolo della serie più piratata di tutti i tempi, lasciateci spiegare. Se è vero che la quarta stagione di Game Of Thrones approderà sui nostri schermi solo il 6 aprile, è anche vero che HBO ha messo in onda (in piena stagione invernale, e quindi pertinente in questo articolo) quello che è a tutti gli effetti un teasing estremo per portare alle stelle l’hype già esagerato che precede ogni season premiere. Per solleticare la nostra sete di spoiler e curiosità sull’incontrastato blockbuster della televisione contemporanea, ecco uno speciale di quindici-minuti-quindici (un promo formato kolossal, come si confà allo status della serie) durante il quale, tra un ripassino delle stagioni precedenti, un po’ di dietro le quinte e qualche intervista ai protagonisti, c’è spazio per la fugace visione di immagini inedite tratte dall’incombente quarta stagione. Quindici minuti non sono certo sufficienti a placare la nostra brama di intrighi politici, efferati delitti, amori torbidi e carismatiche biondine drago-munite, ma facciamoci coraggio, la primavera sta arrivando.

justified

Justified, FX (quinta stagione, 13 episodi, 7 gennaio)
Justified mette in scena il suo penultimo capitolo da orfano di papà Elmore Leonard, scomparso la scorsa estate. Quale miglior modo (oltre al breve tributo dedicatogli in occasione della season premiére) di omaggiare il grande scrittore se non quello di estendere il raggio d’azione a due location tipicamente Leonard-esche come Detroit e la Florida? In ossequio al principio “WWED” (What Would Elmore Do?), da sempre guida ed ispirazione di Graham Yost e soci, le avventure di Raylan Givens e del suo frenemy Boyd Crowder ripartono da questi luoghi distanti mille miglia dall’ormai familiare piccola e povera contea di Harlan. Tuttavia, potete scommetterci: sarà pure piccola, povera e sperduta tra le valli dei monti Appalachi, ma tutte le strade (criminali), da Miami, da Detroit, e persino dal Canada, porteranno di nuovo ad Harlan County, Kentucky, e quest’angolo depresso della provincia americana tornerà presto ad essere il teatro della lotta tra logorroici hillbillies criminali e tutori della legge dai metodi spicci, dalla lingua affilata e dalla mira infallibile. Più che in passato, la quinta stagione sembra concentrarsi in modo particolare sulle relazioni familiari. A partire da quelle che interessano Raylan Givens (Timothy Olyphant), a cui non hanno mai fatto difetto swag e sarcasmo, ma che non appare più così sicuro di sé nel suo ruolo di fresco neo-papà, forse perché il defunto genitore non gli ha certo offerto un modello impeccabile di paternità. Sarà Art Mullen (Nick Searcy), burbero ma paziente come sempre, ad insegnagli una cosa o due su come diventare un genitore almeno decente? I mal di testa familiari interessano anche Boyd Crowder (Walton Goggins), impegnato nella problematica gestione del traffico di eroina insieme al sopraccigliuto neo-socio Wynn Duffy (Jere Burns, promosso series regular), ma soprattutto in difficoltà nel placare le ire di Ava (Joelle Carter), insofferente per una permanenza dietro le sbarre più lunga del previsto. E all’orizzonte si intravede la figura di Johnny Crowder (David Meunier), notoriamente frustrato del suo ruolo secondario rispetto al fascinoso cugino dalla loquela forbita. Ma è soprattutto la natura dell’antagonista principale della stagione ad essere familiare, in senso lato e in senso letterale. Familiare poiché ad incrociare il percorso del nostro U.S. Marshal preferito sarà Darryl Crowe (Michael Rapaport), vecchia conoscenza di Raylan sin dai tempi della sua movimentata permanenza nel Sunshine State. Ma familiare soprattutto perché quello dei floridiani Crowes, allevatori di allegatori di professione ma ovviamente immischiati in molteplici loschi traffici, è un vero e proprio clan, composto da cugini e fratelli delinquenti incorreggibili e una sorella indecisa tra la fedeltà alla famiglia e il desiderio di un futuro rispettabile. Da veri parenti-serpenti, i Crowes decidono di insediarsi ad Harlan per sfruttare il redditizio business capitato in mano al cugino scemo, quel Dewey Crowe (Damon Herriman) spesso maltrattato da Raylan e forse proprio per questo diventato uno dei personaggi più osannati dai fan della serie. E se pure Dewey non esita a definire i cugini come portatori di notizie nefaste, Raylan potrebbe avere tra le mani una brutta gatta da pelare.
Si potrebbe accusare Justified di riproporsi sempre uguale a sé stesso, ed in effetti dopo la divagazione dello scorso anno — il lungo arco narrativo dedicato alla ricerca di Drew Thompson — si ritorna alla formula del supervillain, declinata, come anni addietro, nella forma di un’intera famiglia di bifolchi ai ferri corti sia con Raylan che con Boyd (ricordate la fantastica Mags Bennett e il suo temibile moonshine?). Qualcuno potrebbe pensare che sia rimasto poco da dire, ma a noi Raylan & Co. piacciono così: prevedibili, forse, ma incredibilmente godibili. Come si fa a non amare i meravigliosi cantilenanti accenti sudisti di questi amabili zotici? Come non apprezzare i dialoghi grondanti saggezza ruspante, strafottenza e sagacia, forse l’aspetto principale in cui ricercare l’eredità di Elmore Leonard?

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True Detective, HBO (prima stagione, 8 episodi, 12 gennaio)
Rustin “Rust” Cohle (Matthew McConaughey) è un barista part-time, capellone, trasandato, abbirrazzato e fumatore compulsivo. Martin “Marty” Hart (Woody Harrelson) è un omaccione stempiato, non troppo raffinato con le parole, che lavora per la sicurezza privata. Entrambi si trovano di fronte a una telecamera, a rispondere alle domande di due detective, Maynard Gilbough (Michael Potts) e Thomas Papania (Tory Kittles). Rust e Marty sono due ex-detective della polizia statale della Louisiana, i quali, diciassette anni prima dell’interrogatorio a cui stanno prendendo parte, nel lontano 1995, condussero le indagini che portarono alla cattura dell’autore di una serie di omicidi rituali. I due, diversissimi per carattere e approccio all’attività investigativa, hanno intrattenuto una proficua relazione professionale, hanno imparato a conoscersi nel corso delle indagini condotte assieme, forse sono addirittura diventati amici (benché, vista la personalità dei due soggetti, questo possa sembrare eccessivo), fino ad una improvvisa separazione avvenuta nel 2002. Dieci anni dopo, si trovano di fronte a Gilbough e Papania, i quali stanno indagando su un nuovo omicidio dalle caratteristiche terribilmente simili a quello in qui si imbatterono i due ex-colleghi, e sono interessati alla ricostruzione delle loro indagini, poiché il caso potrebbe non essere stato chiuso. Tutto ordinario, no? Omicidi seriali con tanto di coreografiche disposizioni di cadaveri, tracce di esoterici misteri, indagini complicate, tante false piste, una coppia di detective che, a dispetto delle differenze, si trovano a lavorare insieme, in ossequio alla tradizione del buddy-cop… e invece True Detective ordinario non lo è per niente, e se non rivoluzionerà il poliziesco è solo perché essere (solo) un poliziesco non è il suo obiettivo principale. C’è un crimine orrendo, ci sono tanti interrogativi a cui dare risposta (davvero il caso non fu risolto? E per quale motivo la relazione tra Rust e Marty si interruppe così bruscamente? C’entra forse la moglie di Marty, capace di instaurare subito un legame con l’ombroso Rust?), ma nel corso di una narrazione che alterna in continuazione il presente dell’interrogatorio e il passato vissuto attraverso i flashback dei due protagonisti quello che emerge non è tanto la procedura dell’indagine poliziesca, ma piuttosto l’analisi della psicologia di due uomini profondamente feriti. Cohle è un pessimista cosmico, un nichilista oltranzista inghiottito in una spirale autodistruttiva scatenata da un terribile incidente che ha disgregato la sua famiglia. Hart è invece un uomo prigioniero delle proprie menzogne e intrappolato nelle auto-giustificazioni, il quale pretende di vestire i panni del marito responsabile, dell’affettuoso padre di famiglia, dell’uomo irreprensibile,  pur essendo in realtà solo un donnaiolo patologico à la Jimmy McNulty (senza neanche un centesimo dell’acume investigativo del protagonista di The Wire).
Lento, suadente e ipnotico come un blues, sporco come un pezzo southern rock, True Detective è impregnato dell’atmosfera umida, appiccicosa e decadente dei bayou del sud della Louisiana, in cui desolati paesaggi industriali e sinistre raffinerie petrolifere punteggiano le paludi della Gulf Coast, facendo da sfondo alle vite povere di una popolazione tradizionalista e profondamente religiosa. Sin dai primi minuti, sin dai titoli di testa, dominati dalle inquietanti doppie esposizioni che suggeriscono il tema centrale della serie, la dualità come tratto fondamentale dell’umanità, la serie creata da Nic Pizzolatto sembra portare le stigmate dell’eccellenza seriale. Siamo appena a febbraio e appena a metà della prima stagione, ma True Detective — forte di una scrittura eccellente (a cura del solo Pizzolatto), di un’estrema coerenza visiva e stilistica (Cary Fukunaga è dietro la macchina da presa in tutti gli episodi) e impreziosito da una strepitosa, magnetica interpretazione di Matthew McConaughey (decisamente in stato di grazia di questi tempi e possibile dominatore dei prossimi Grammys, Golden Globes e affini) — ci sta entusiasmando così tanto da volerlo prematuramente candidare al titolo di serie dell’anno. Al diavolo la prudenza, è un fottutissimo capolavoro: provare per credere.

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The Red Road, Sundance Channel (prima stagione, 6 episodi, 27 febbraio)
Relegata in una piccola riserva sul monte Ramapo, in una zona montuosa situata a nord di New York, la tribù Lenape — non riconosciuta dal governo federale — convive a fatica con la vicina comunità bianca che abita la vicina cittadina di Walpole, NJ. Quando una tragedia colpisce la comunità dei nativi, la precaria pace sociale vacilla in modo ancora più pericoloso, anche perché pare che la polizia locale abbia coperto le responsabilità di Jean Jensen (Julianne Nicholson), figlia di un senatore dello stato del New Jersey, moglie dello sceriffo e alcolista in fase di riabilitazione. Nel bel mezzo di questa spinosa situazione e in difficoltà nel gestire l’ordine pubblico, lo sceriffo Harold Jensen (Martin Henderson) si troverà suo malgrado a contatto con la minacciosa figura di Phillip Kopus (Khal Drogo Jason Momoa), un ex-galeotto rientrato nella riserva, il cui profilo è reso ancor più problematico dalla (burrascosa) relazione che lo lega al padre Jack (Tom Sizemore), un criminale di lungo corso dedito al traffico di droga nella vicina Brooklyn. Con il precipitare degli eventi i segreti che caratterizzano il passato dei due protagonisti verranno drammaticamente a galla, costringendoli ad una collaborazione sempre più compromettente. La situazione è ulteriormente complicata sia dalla situazione familiare dello sceriffo, a causa del conflitto sempre più acceso tra l’adolescente figlia maggiore Rachel (impegnata in una relazione con un coetaneo Lenape) e la moglie Jean, sia dai crescenti tumulti tra i nativi, le cui rivendicazioni si fanno sempre più pressanti grazie alla battagliera Sky Van Der Veen (Lisa Bonet), avvocato e membro prominente della comunità Lenape.
La serie sembra avere tutti gli elementi giusti per proseguire sul filone “indie” tanto caro a Sundance Channel (piccole comunità marginali, conflitto sociale esasperato da rivendicazioni etniche, personaggi dal passato problematico e oscuro dal quale non riescono a liberarsi). Il giovane canale ha esordito col botto l’anno scorso, con un’incredibile tripletta di serie originali, miniserie e serie d’importazione, e ora l’aspettiamo al varco: sophomore slump o un decisivo passo avanti verso lo status di stella tra i canali televisivi americani?

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House Of Cards, Netflix (seconda stagione, 13 episodi, 14 febbraio)
Chissà se il Presidente si è pentito di aver negato a Frank Underwood (Kevin Spacey) la nomina a Segretario di Stato. Mai lo avesse fatto! Il vendicativo deputato della South Carolina ha messo in atto un macchiavellico piano che, attraverso la manipolazione del sindacato degli insegnanti, la manipolazione di una giovane giornalista, e soprattutto la manipolazione del giovane Peter Russo, spinto all’autodistruzione e “suicidato” senza troppe remore, lo ha portato ad un passo dall’ambita meta: la vice-presidenza e la probabile candidatura a prossimo Presidente degli Stati Uniti, un ottimo modo per rifarsi del grande diniego di cui sopra. Dopo tutto questo incessante e infallibile macchinare e manipolare, è naturale attendersi che lo scaltrissimo deputato si sia guadagnato ancora più nemici di prima, sia nei palazzi del potere sia al di fuori di essi. Tutti, dal Presidente (comprensibilmente poco propenso a farsi fare le scarpe) in giù, proveranno ad ostacolarne l’ascesa, e tra gli agguerriti neo-nemici annoveriamo anche Zoe Barnes (Kate Mara), la giornalista ex-amante diventata suo malgrado una pedina dello spietato Frank, la quale avendo scoperto con la preziosa collaborazione di Lucas e Janine cosa sia veramente successo al povero Russo, ha per le mani una storia che definire scottante è un eufemismo. E poi c’è il grande circo mediatico, interessato a sbattere in prima pagina tutti i dettagli della strana relazione matrimoniale che lega Lady Macbeth Claire Underwood (Robin Wright) al conosorte. Il problema, per tutti questi nuovi avversari, è uno solo: vogliono DAVVERO mettere i bastoni tra le ruote a Frank Underwood e sperare di uscirne vivi? Perché il pluripremiato torbido thriller politico prodotto da David Fincher (che, a differenza di quanto avvenuto durante la prima stagione, non metterà mano alla macchina da presa) e guidato dal brillante Beau Willimon pare aver messo bene in chiaro cosa succede, quando questa eventualità si verifica…
Quando Obama ha candidamente affermato di apprezzare la serie e si è lamentato del fatto che, purtroppo (!), i meccanismi della politica non gli permettono di essere — uhmmmm — efficiente nel perseguire i propri obiettivi quanto Frank Underwood, tutti hanno riso. Poi ci hanno riflettuto un attimo, e non hanno riso più.

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Those Who Kill, A&E (prima stagione, 10 episodi, 3 marzo)
Poteva mai mancare il remake di una fortunata serie scandinava? Certo che no. È il turno, stavolta, di Those Who Kill, riadattamento americano della fortunata serie danese omonima. Poteva mai trattarsi, in quanto serie televisiva scandinava, di qualcosa di diverso da uno psico-thriller infarcito di omicidi seriali, detective con consistenti turbe psicologiche e malsane tensioni erotiche? Certo che no. L’azione si sposta da Copenhagen a Pittsburgh, ma la vicenda ruota sempre attorno alla figura di Katrine/Catherine Jensen (Chloë Sevigny), neo-promossa detective sempre in prima linea quando si tratta di indagare sugli omicidi più efferati. Mai ligia al protocollo e spesso incapace di limitare il proprio coinvolgimento empatico con le vittime dei delitti, Catherine è anche ossessionata dalla scomparsa del fratello e dalla convinzione che l’ambigua figura paterna nasconda in realtà un serial killer. Ad assisterla tanto nelle indagini quanto nella propria personale ricerca della verità sarà lo psicologo forense Thomas Schaeffer (James D’Arcy), anch’egli persona alquanto problematica e, cosa ancor più preoccupante, con la sinistra tendenza ad assumere il punto di vista dell’assassino nei casi su cui Catherine indaga. Vittima e carnefice per interposta persona: gran coppia, no?

Sherlock, BBC One (terza stagione, 3 episodi, 1 gennaio). Due anni dopo la messa in onda della seconda stagione, e preceduti dalla chicca natalizia del mini-episodio prequel Many Happy Returns, arrivano, attesissimi da orde di fan pronti a inondare Tumblr di nuove gif emblematiche della bro-mance tra l’eroe eponimo e il fido Watson, i tre nuovi episodi da 90 minuti ciascuno di questa rivisitazione contemporanea della figura di Sherlock Holmes. Che, evidentemente, non è morto come tutti credevano. Vabbé, ok, non ci aveva creduto nessuno in realtà. AtlantideZine parlò a suo tempo della prima stagione.

Being Mary Jane, BET (prima stagione, 8 episodi, 7 gennaio). Estensione seriale del film omonimo (anch’esso produzione BET), racconta le vicende di Mary Jane, giornalista televisiva che, come tutte le persone di questo mondo, trova estremamente difficile bilanciare i propri impegni lavorativi, la propria vita sentimentale, e la necessità di assicurare adeguato sostegno alla famiglia (padre, madre malata, due fratelli e pure una nipote). Prima serie tv prodotta da BET.

Chicago PD, NBC (prima stagione, 15 episodi, 8 gennaio). Spin-off di Chicago Fire, con i poliziotti ad assumere il ruolo di protagonisti al posto dei pompieri. Un procedurale in grado di riscrivere le paludate regole del poliziesco televisivo? Manco per niente.

The Following, FOX (seconda stagione, 15 episodi, 19 gennaio). La prima stagione di questo oscuro thriller, teoricamente impreziosito dalla presenza di un protagonista di richiamo come Kevin Bacon, ha conquistato un posto in svariate classifiche di fine anno. Il problema è che si è trattato delle classifiche delle peggiori serie viste nel 2013. Un ottimo motivo per evitare, dopo la prima, anche la seconda stagione.

Line Of Duty, BBC Two (seconda stagione, 6 episodi, 12 febbraio). Un nuovo caso per gli agenti DS Steve Arnott, DC Kate Fleming e Superintendent Ted Hastings e per la (fittizia) unità anti-corruzione AC-12. L’obiettivo delle loro indagini sarà, stavolta, l’insospettabile DI Lindsay Denton, la quale, tuttavia, non è l’unica a custodire qualche scheletro nell’armadio. La prima stagione, datata 2012, è stata una delle serie di maggior successo nel Regno Unito.

Hannibal, NBC (seconda stagione, 13 episodi, 28 febbraio). La scorsa stagione ha raccolto ampi consensi, e la critica ha elogiato tanto la perizia cinematografica quanto le creative disposizioni di cadaveri. Oltre ad aver lodato la… uhm, raffinatezza culinaria del giovane Hannibal Lecter. Immaginiamo l’impianto estetico della serie resti invariato, per cui chi ha apprezzato la prima stagione attenderà con ansia la seconda. Noi non siamo tra questi.

Crisis, NBC (prima stagione, 13 episodi, 16 marzo). Il rapimento dei figli delle persone più ricche e potenti di Washington, Presidente incluso, è l’evento che scatena la grossa crisi a cui allude il titolo. In ballo ci sono le sorti di tante famiglie, ma anche quelle dell’intero Paese. Cosa saranno disposti a fare i ricchi e potenti, pur di riavere i propri figli? Con Dermot Mulroney e soprattutto con Gillian Anderson, per la quale, ormai lo sapete, abbiamo un debole.

… e poi tutto il resto:

The Bletchley Circle, ITV (seconda stagione, 4 episodi, 6 gennaio)
Call The Midwife, BBC One (terza stagione, episodi, 19 gennaio)
Mr Selfridge, ITV (seconda stagione, 10 episodi, 19 gennaio)
Silk, BBC One (terza stagione, 6 episodi, 24 febbraio)

A year in television. Il meglio e il peggio della serialità televisiva 2013

Il 2013 volge al termine, e un modo facile facile per tirare le somme è quello di stilare delle opinabili, parzialissime, fondamentalmente inutili classifiche di fine anno. L’intrattenimento televisivo seriale è la forma narrativa che al momento mi garantisce le maggiori soddisfazioni (o forse ho semplicemente scoperto che la soglia della mia attenzione non supera i 50 minuti), e l’abbondanza di contenuti di qualità mi ha costretto a scelte dolorose per evitare che questa Top 20 si trasformasse in una Top 50. Ciò non toglie che, nella ricerca spasmodica della next big thing televisiva, mi sia capitato di imbattermi in prodotti insopportabili anche per un tv junkie come il sottoscritto. Vi propongo, quindi, sia le venti serie televisive che, se ancora non le avete viste, dovete assolutamente vedere, sia le dieci che, se ancora non le avete viste, potrete rimuovere senza remore dalle vostre watching list per dedicarvi a qualcosa di meglio (tipo un bel disco).
Precisazione scontata ma doverosa: sono le migliori (e peggiori) serie SECONDO ME. Qualora qualcuno avesse voglia di dissentire, argomentare, e magari contrapporre le proprie preferenze (o le proprie idiosincrasie), ben venga. Altra precisazione: seguono spoiler come se piovesse. Ergo, procedete con cautela.

Il 2013, in sintesi

L’anno della Carneficina. Riposino in pace: mezza casata Stark (Robb Stark, la neo-mogliettina Talisa e il futuro erede che si portava in grembo, mamma Catelyn e persino il direwolf) , la povera Ros, bersaglio umano di un ragazzino psicopatico, e il vecchio “Lord Crow” Jeor Mormont; Walter “Heisenberg” White e Hank Schrader, più un sacco di cattivoni (Todd, Lydia, lo zio Jack e la sua gang di nazisti) e un paio di incolpevoli vittime collaterali (Andrea, Gomez); Otto Delaney (o quel poco che ne restava), Eli Roosewelt, Filthy Phil, Clay Morrow e soprattutto Tara Knowles; il Sergente Nicholas Brody; Tricia; Merle Dixon, Milton, Andrea, The Guv’nor e il saggio Hershel; Arlo Givens; Albert “Big Chief” Lambreaux, stoico fino alla fine; un paio di cloni di Sarah Manning, di cui non ricordo il nome né tantomeno la nazionalità; mamma Campbell; Dunn Purnsley, l’agente Tolliver/Knox, il fido Eddie Kessler e il vendicatore semi-mascherato Richard Harrow; Sean McGinnes; l’agente FBI Amador e, per ripicca, un agente KGB che passava di lì per caso, sedotto con un hamburger; il giovane Jamie, in una scena mozzafiato; David Tate, il povero Gus e tanti, troppi, sfortunati migranti messicani; il nazista Dr. Arden, la posseduta Sister Mary Eunice, Bloody Face e pure Sister Jude; Bullet, testarda, Ray Seward, innocente, e James Skinner, assai colpevole; Peter Russo, debole e ingenuo; Spartacus e molti di coloro che l’hanno seguito nella sua rivolta; il faccino pulito del DS Justin Ripley; Earl Haraldson; Brian Griffin (quasi); Steve AKA Jimmy, a bagno permanente nel lago Michigan (speriamo); varie streghe di New Orleans (oppure no, visto che vengono sistematicamente riportate in vita?). Stando a quanto ho letto in giro, una manciata di personaggi di spicco di DexterDownton Abbey e True Blood hanno subito la stessa infelice sorte. Insomma, un’ecatombe. Al di qua dello schermo, invece, il tributo (reale) è per James Gandolfini, scomparso lo scorso giugno, e Marcia Wallace, voce di Edna Krabapell in The Simpsons.

L’anno dei Debuttanti. Per ogni Netflix (House Of CardsArrested DevelopmentHemlock GroveOrange Is The New Black) che arriva sul mercato con il piglio del rottamatore, dando del vecchio decrepito a tutti gli altri attori sulla piazza e urlando ai quattro venti che il futuro è nella rete, c’è un Sundance Channel (RectifyTop Of The LakeThe Returned) che nasce vecchio nell’animo e sfoggia la propria attitudine old-school con orgoglio, regalandoci alcune tra le più belle ore di tv viste durante tutto l’anno. Alla fiera dei nuovi produttori di serie originali hanno partecipato anche History (VikingsThe Bible), Amazon (Alpha House), DirectTV (Full CircleRogue) e qualcun altro che al momento mi sfugge.

L’anno delle Serie al Femminile. Donne protagoniste (Elisabeth Moss, Claire Danes, Tatiana Maslany, Julia Louis-Dreyfus, Mireille Enos, il ritorno di Gillan Anderson, le ragazze con problemi da primo mondo di Girls, il cast tutto al femminile di American Horror Story: Coven, l’esercito di donne di svariate appartenenze etniche e ancora più svariati orientamenti sessuali visto in Orange Is The New Black), donne co-protagoniste (tra le tante, ancora Elisabeth Moss, Keri Russell, Diane Kruger, Robin Wright, Anna Gunn, Lizzy Caplan, Emmy Rossum, Holly Hunter, Abigail Spencer, Jessica Lange e le tante guest start di AHS: Coven, e, tra le giovanisime, la piacevole sorpresa Bex Taylor-Klaus), donne dietro la macchina da presa (Lena Dunham, ma soprattutto Jane Campion) e nel ruolo di showrunner (Veena Sud, Meredith Stiehm, Michelle Ashford, Jenji Kohan, la stessa Dunham) e — finalmente, aggiungerei — un buon numero di storie in cui si fa a meno degli stantii maschi-alfa e predomina invece la prospettiva femminile (GirlsOrphan BlackEnlightenedMasters Of SexOrange Is The New BlackTop Of The Lake, American Horror Story).

L’anno della Grande Abbondanza e della conseguente Grande Abbuffata. È stata un’annata in cui, tra nuovi canali all’esordio nella diffusione di contenuti seriali originali e vecchi protagonisti del mercato stimolati dalla concorrenza, ci sono state così tante nuove produzioni di ottimo livello che una buona metà della mia Top 20 è costituita da freshmen. Ma le nuove proposte non finiscono certo qui:  un paio le ho dovute lasciar fuori davvero a malincuore (In The Flesh, BBC Three, Spring ’13; The Wrong Mans, BBC Two, Fall ’13), e un altro paio non rientrano tra le prime venti ma non vanno oltre le ipotetiche prime 25 (The Fall, BBC Two, Spring ’13; Banshee, Cinemax, Winter ‘13). Certo, ci sono anche mezze delusioni, ovvero serie che hanno sviluppato bene alcuni aspetti ma che globalmente si collocano più sul versante “MEH” che sul versante “OMFG I WANT MORE!” (Peaky Blinders, BBC Two, Fall ’13; The Tunnel, Sky Atlantic, Fall ’13), e non mancano i  fallimenti, totali o parziali (i primi, quelli più eclatanti si trovano nella classifica delle cose peggiori viste durante l’anno, mentre i secondi hanno scampato la gogna della Top 10 dell’infamia solo perché c’è chi ha fatto peggio).
A questa profondissima classe di rookies si sommano i veterani, e anche per quanto riguarda le “returning series” una straordinaria sovrabbondanza di qualità mi ha costretto a lasciar fuori dalla mia personale classifica pezzi da novanta (Game Of Thrones, S03, HBO, Spring ‘13; la conclusione di American Horror Story: Asylum, S02, FX, Winter ’13 e la prima parte di American Horror Story: Coven, S03, FX, Fall ’13), piccole gemme (Girls, S02, HBO, Winter ‘13, Enlightened, S02, HBO, Winter ‘13) e prodotti magari non memorabili ma comunque sufficientemente interessanti da garantire una serata dignitosa sul divano di casa (Hell On Wheels, S03, AMC, Summer ’13; Magic City, S02, Starz, Summer ’13; Luther, S03, BBC One, Summer ’13). Per tacere di tutto ciò che non ho visto: chissà quante cose mi sono perso! (Prime avvisaglie della sindrome FOMO).

Ma bando alle ciance, e via con

Le 20 Migliori Serie TV del 2013

#20 Sleepy Hollow, S01 (FOX, Fall ‘13)
#20: Sleepy Hollow, S01 (FOX, Fall '13)Cosa succede se si combinano le premesse di un famoso racconto gotico con le profezie dell’Apocalisse di Giovanni e con la mitologia della Rivoluzione Americana, insaporendo il tutto con una spruzzata di cospirazionis-occultismo e di blandissimo horror-fantasy? Succede che, per quanto assurdo possa sembrare, ci si potrebbe anche divertire. Show leggero leggero, nonostante la presenza di un minaccioso Cavaliere Senza Testa armato di fucili d’assalto, di demoni e di varie creature poco amichevoli, costruito essenzialmente sull’eccellente chimica tra il viaggiatore nel tempo Ichabod Crane e la poliziotta Abbie Mills. Menzione speciale: tutto funziona meglio grazie al delizioso accento british e all’ironia di Tom Mison.

#19 Shameless, S03 (Showtime, Winter ‘13)
#19: Shameless, S03 (Showtime, Winter '13)Continua, più tragica che comica, la travagliata epopea dei Gallagher, primatisti mondiali nell’arte di arrangiarsi e dediti senza vergogna a piccole truffe e furtarelli per sopravvivere nei misero South Side di Chicago. Il cast è perfetto: William H. Macy ha fatto di Frank, working class (anti)hero, un’odiosa e amabile canaglia, Emmy Rossum regala a Fiona una luminosità e un’energia infinita, e tutti gli altri (tanti, spesso giovanissimi) non sono da meno. La serie è un continuo alternarsi di atmosfere sentimentali e adrenaliniche, e talvolta, tra subplot dimenticabili (Sheila & Co.), la confusione prende il sopravvento, ma paradossalmente questo è anche uno dei pregi. Menzione speciale: Shanola Hampton, Steve Howey e i loro siparietti comico-erotici (specie quelli in costume).

#18 Sons of Anarchy, S06 (FX, Fall ‘13)
#18: Sons Of Anarchy, S06 (FX, Fall '13)Nell’universo di Kurt Sutter tutto quello che può andare storto lo farà. E lo farà in modo cruento: stagione sanguinosissima, culminata con i tragici omicidi di due personaggi fondamentali (vedi sopra). Jax ha provato in tutti i modi a sottrarsi alla spirale di violenza, svincolando il club dalla nefasta partnership con l’IRA e cercando di metterlo sulla retta via, ma, come dice Nero, “Karma’s a bitch”, e tutti i nodi, alla fine, sono venuti al pettine (o meglio, al forchettone). All’orizzonte si profila lo scontro edipico con il vero cattivissimo dello show: la madre di Jax, la vedova nera Gemma Teller Morrow. Menzione speciale: CCH Pounder nel ruolo della DA Patterson ha dato vita al miglior antagonista che SAMCRO abbia mai incontrato.

#17 Veep, S02 (HBO, Spring ‘13)
#17: Veep, S02 (HBO, Spring '13)I politici di Washington (e tutto il carrozzone di burocrati e funzionari che necessariamente ronza attorno ai luoghi del potere) sono rappresentati da una galleria di personaggi che, dalla VP Selina Meyer in giù, sono inevitabilmente goffi, cinici, sboccati ipocriti, meschini e arrivisti, intenti a coprire nei modi più astrusi i disastri causati dalla propria incompetenza e sempre ossessionati dalla propria immagine. Armando Iannucci & soci infarciscono i dialoghi di giochi di parole e oscenità varie (spesso sommando i due aspetti), imponendo un ritmo vertiginoso a questa satira sul potere. Menzione speciale: Julia Louis-Dreyfus da sola rende Veep la miglior commedia in casa HBO, ma è stato bello rivedere Isiah Whitlock, Jr in un breve cameo.

#16 House of Cards, S01 (Netflix, Winter ’13)
#16: House Of Cards, S01 (Netflix, Winter '13)Ancora politica americana, ma radicale cambio di tono: il lato oscuro di Washington è rappresentato dall’ossessivo desiderio di vendetta del deputato democratico Frank Underwood, inviperito per non essere stato nominato Segretario di Stato e deciso a punire, manipolando tutto e tutti, chi ne ha intralciato l’ascesa. Un thriller politico costruito come una tragedia shakespeariana (con tanto di frequenti rotture della quarta parete da parte di un ispirato Kevin Spacey), condito da una regia impeccabile e da soluzioni visive ricercate e non convenzionali. Menzione speciale: non per Kevin Spacey e il suo (discutibile) accento del Tennessee, ma bensì per Robin Wright, sensuale e spietata complice nei giochi di potere orchestrati dall’implacabile marito.

#15 Masters Of Sex, S01 (Showtime, Spring ‘13)
#15: Masters Of Sex, S01 (Showtime, Fall '13)Il sesso c’è, abbondante, non esposto nel trionfo di nudità gratuite che mi attendevo ma bensì sapientemente rivestito di un patina in grado di neutralizzare qualsiasi voyeurismo. Ne è venuto fuori un biopic (quanto accurato, non importa) peculiare e stranamente appassionante, capace di alternare lo sguardo tra evoluzione dei costumi sessuali e sviluppi sentimentali più soap-operistici. La chiave è il contrasto di toni tra l’algido Michael Sheen, rigidissimo nella parte del problematico Bill Masters, luminare della ginecologia, e la passionale Lizzy Caplan nelle vesti (ma anche senza le vesti) della brillante e progressista segretaria-collaboratrice Virginia Johnson. Menzione speciale: Beau Bridges, ottima guest star, e Ulysses, ottimo oggetto di scena.

#14 Broadchurch, S01 (ITV, Spring ’13)
#14: Broadchurch, S01 (ITV, Spring '13)Le premesse sono sempre quelle dell’immortale Twin Peaks (al netto delle divagazioni onirico-fantastiche), lo sviluppo quello di un canonico poliziesco. Niente di originale, si direbbe, ma usare i cliché con sagacia non è facile. Qui c’è tutto: crimine orrendo, paesaggi minacciosi nelle vicinanze di uno specchio d’acqua, piccola comunità con troppi segreti, detective problematici (David Tennant/DI Hardy segnato da un caso del passato, Olivia Colman/DS Miller timorosa di rovinare le buone relazioni con i compaesani), ma il vero pregio è l’opprimente atmosfera di disperazione e di inconsolabile lutto che pervade la cittadina. Il numero limitato di episodi è d’aiuto nel mantenere concisa la narrazione. Menzione speciale: David Bradley/Jack, il mostro sbattuto in prima pagina.

13 Orphan Black, S01 (BBC America, Spring ’13)
#13: Orphan Black, S01 (BBC America, Spring '13)Dal momento in cui Sarah Manning (Tatiana Maslany) assiste al suicidio della propria dopplegänger, Orphan Black ti intrappola in una narrazione tutta di corsa, alla scoperta dell’identità della protagonista (e delle mille “consorelle”) e dei piani della solita misteriosa organizzazione (qui promotrice della fantomatica “Neolution” — sorta di biohacking genetico per percorsi evolutivi personalizzati — e dell’esperimento di cui Sarah è parte inconsapevole). Due topoi classici della sci-fi, cospirazione e clonazione, esplorati in una serie frenetica, disimpegnata ma coinvolgente. Menzione speciale: clone dopo clone (e sono tanti!), si scopre il camaleontico talento di Tatiana Maslany, interprete del 90% dei personaggi sulla scena. Impossibile fare altri nomi.

#12 Vikings, S01 (History, Spring ’13)
#12: Vikings, S01 (History, Spring '13)Storia lineare, personaggi secondari monodimensionali, eppure ad un passo dalla Top 10. Controsenso? Non proprio: a compensare una scrittura poco raffinata ci pensa una fotografia clamorosa, il corredo di effetti visivi di prim’ordine, un altissimo tasso di epicità e un bilanciamento di azione e approfondimento “culturale” sulla civiltà e sulla mitologia norrena quasi impeccabile. Niente più di una divulgazione televisiva, certo, ma di grande fascino. La figura eroica di Ragnar, impavido guerriero ed esploratore, evolve dagli stereotipi d’inizio stagione, prende corpo e diventa il cardine di una riflessione sulle dinamiche del potere. Menzione speciale: il sorriso strafottente di Travis Fimmel. È l’unica espressione che ha, ma gli viene alla grande.

#11 Black Mirror, S02 (Channel 4, Winter ’13)
#11: Black Mirror, S02 (Channel 4, Winter '13)Una seconda stagione di impatto leggermente inferiore rispetto alla prima, ma i distopici tecno-incubi del genio disturbato Charlie Brooker pongono ancora una volta allarmanti interrogativi sulle possibili conseguenze della degenerazione tecnologica (l’illusiva umanità dei social media, la brutalità della giustizia mediatica, la pervasività della comunicazione populista). La formula antologica (tre episodi legati solo dal tema di fondo) resta invariata, così come la cifra stilistica. Menzione speciale: Waldo, perché l’ultimo episodio sarà anche il più banale e il più moraleggiante, ma a chiunque viva in Italia e abbia assistito alle elezioni del febbraio 2013 non può non aver fatto pensare che il futuro, con tutte le sue storture, sia già arrivato.

#10 Orange Is The New Black, S01 (Netflix, Summer ’13)
#10: Orange Is The New Black, S01 (Netflix, Summer '13)Inizialmente OITNB non aveva solleticato in me particolari curiosità, ma mi sbagliavo di grosso. La storia di Piper Chapman (Taylor Schilling), pesce fuor d’acqua come può esserlo una bionda wasp newyorkese in un carcere federale, e la sua scoperta di sé in un ambiente ostile diventano rapidamente il pretesto per allargare l’inquadratura e raccontare le mille sfumature dell’universo femminile, esplorando la vita in carcere di una moltitudine di donne diverse in ogni possibile aspetto, dal background socioeconmico all’appartenenza etnica, dall’età al credo religioso all’orientamento sessuale. Ne viene fuori una narrazione corale in cui comicità e tragedia si intrecciano alla perfezione. Menzione speciale: le vette (tragi)comiche sono appannaggio di Danielle Brooks/Taystee.

#9 The Americans, S01 (FX, Winter ’13)
#09: The Americans, S01 (FX, Winter '13)Un dramma familiare sullo sfondo della guerra fredda, o, viceversa, un’avvincente spy-story Anni ’80 sullo sfondo dei problemi di casa Jennings. La fedeltà (sia coniugale che nei confronti della Madrepatria) vacilla, e le difficoltà tra Philip (Matthew Rhys) ed Elizabeth (Keri Russell), spietate spie sovietiche mimetizzate da famigliola piccolo borghese, si intrecciano con la ferocia delle vendette e delle ritorsioni tra i due blocchi. Poche sbavature, colpi di scena uno dopo l’altro, procedure e gadget low-tech, mille parrucche e un finale palpitante, ma quello che più mi piace è che sembra che la guerra fredda si sia combattuta a colpi di manipolazioni sentimentali. Menzione speciale: Keri Russell domina la scena, donando al suo personaggio una durezza agghiacciante.

#8 Utopia, S01 (Channel 4, Winter ’13)
#08: Utopia, S01 (Channel 4, Winter '13)Alcuni giovani entrano in possesso del secondo inedito volume di un fumetto di culto, nel quale il visionario autore ha cifrato i segreti di una cospirazione internazionale. La canonica organizzazione di tecnocrati (denominata “The Network”) dà loro una caccia spietata per recuperare il prezioso manoscritto. Tradimenti continui, doppi giochi, episodi di violenza inaudita (con alcuni ragazzini protagonisti), un ossessivo ritornello (“Where is Jessica Hyde?”) e tanto, tantissimo, luminoso, accecante… giallo. Una fotografia dai colori lisergici e una trascinante colonna sonora avvolgono di tinte pop questo strano thriller venato di sci-fi. Menzione speciale: Neil Meskell presta all’efficientissimo e implacabile killer Arby/R.B. una faccia allucinata.

#7 Mad Men, S06 (AMC, Spring ’13)
#07: Mad Men, S06 (AMC, Spring '13)Avvio letargico, con la ripetizione di schemi narrativi consolidati, fino all’improvviso concretizzarsi della catastrofe preannunciata dai piccoli indizi sparsi qui e là: la maschera di Don Draper, indossata per anni con feroce determinazione, è caduta, e Dick Whitman è nudo. Il gioiello di Matt Weiner sfoggia le solite ottime regie, le solite citazioni di gran classe (anche se il fantasma di Sharon Tate, da tutti preconizzato, non si è materializzato), la solita maniacale cura dei dettagli attraverso cui cogliere appieno lo zeitgeist del tempo, e tanti siparietti tra l’assurdo, il comico, il farsesco e lo slapstick, roba che solo Mad Men può permettersi. Menzione speciale: Vincent Karthesier, chirurgico nel ridicolizzare i tic da borghese piccolo piccolo di Pete Campbell.

#6 Top Of The Lake, miniserie (Sundance Channel / BBC Two / UKTV, Spring ’13)
#06: Top Of The Lake, miniserie (Sundance Channel, Spring '13)Echi Twin Peaks-iani (paesino sperduto tra i paesaggi da sogno delle aspre montagne neozelandesi, un immancabile lago, e la scomparsa di una dodicenne) per un crime drama dalle sensibilità spiccatamente femministe. Elisabeth Moss interpreta la detective Robin Griffin, personalità forte e al contempo segnata da vecchie ferite mai sanate, causa prima della fuga dalla cittadina natale. La regia di Jane Campion conferisce un ritmo lento e cadenzato al racconto, prendendosi tutto il tempo che occorre per sviscerare le emozioni più recondite e l’opprimente clima di violenza che avvelena la comunità. Menzione speciale: Peter Mullan (il boss/capofamiglia Matt Mitcham, puro white trash) e Holly Hunter (la serafica guru GJ) talvolta rubano la scena persino alla fenomenale Moss.

#5 Boardwalk Empire, S04 (HBO, Fall ’13)
#05: Boardwalk Empire, S04 (HBO, Fall '13)La creatura di Terence Winter si è finalmente scossa dal torpore, riuscendo ad esprimere al meglio tutto il proprio enorme potenziale. L’intricato plot e la lussuosa confezione di Boardwalk Empire sono rimasti inalterati, ma Steve Buscemi/Nucky Thompson ha fatto un passo indietro (beh, forse di lato) e ha dato modo ai tanti personaggi secondari di emergere e sviluppare le tante trame parallele. Con il protagonista in posizione defilata, Michael K. Williams è salito finalmente sugli scudi: Chalky White è diventato il focus del racconto, protagonista dell’epico scontro con il mellifluo e ipocrita Dr. Narcisse. Menzione speciale: la presenza di Jeffrey Wright, capace di dotare il malefico Narcisse di uno charme irresistibile, è stata decisiva per il salto di qualità.

#4 Justified, S04 (FX, Winter ’13)
#04: Justified, S04 (FX, Winter '13)Purtroppo Elmore Leonard, ispiratore di Justified, è scomparso, ma fortunatamente ha fatto in tempo ad assistere alla migliore stagione della serie. Raylan Givens (Timothy Olyphant) è stato impegnato a risolvere un intricato mistero (“dov’è nascosto Drew Thompson?”), senza doversi occupare del solito bad guy. Le strade di Raylan e Boyd (Walton Goggins), sua nemesi storica, si sono incrociate solo sul finire della stagione, limitando il numero delle deliziose schermaglie tra i due ma lasciando spazio a tanti personaggi secondari (Tim!). Per il resto, epiche scene da western contemporaneo e i soliti infiniti discorsi di logorroici bifolchi con il loro meraviglioso accento del sud. Menzione speciale: indeciso tra Jim Beaver e Patton Oswalt, caratteristi fantastici.

#3 Treme, S04 (HBO, Fall ’13)
#03: Treme, S04 (HBO, Fall '13)Treme non ha mai seguito una vera e propria trama, concentrandosi piuttosto sulle piccole grandi sfide che un gruppo di personaggi rappresentativi della vibrante cultura di NOLA deve quotidianamente affrontare in una città disfunzionale. Le ultime puntate sono il saluto finale a questi personaggi, un ultimo chiedergli “Hey, come va?”, poiché tale è stata l’intimità che Simon & Overmyer sono stati capaci di creare. La storia, la musica, i costumi degli Indians, il cibo, le mille comunità, questa apoteosi del creolo, questa testardaggine nel voler resistere ai continui assalti alla propria identità meticcia, questa eterna sfida tra innovazione e tradizione… la familiarità con tutto questo è tale che mi sembra di conoscerla, “N’awlins”. E dirle addio non è facile. Menzione speciale: Clarke Peters, monumentale Grande Capo.

#2 Breaking Bad, S05.2 (AMC, Summer ’13)
#02: Breaking Bad, S05.2 (AMC, Summer '13)L’epilogo dell’irresistibile parabola di Walter White “da Mr. Chibs a Scarface” era la serie più attesa di tutto il 2013. Vince Gilligan è riuscito nell’impresa impossibile di tener testa alle smisurate aspettative e consegnare alla storia uno dei series finale più emozionanti di sempre. Otto puntate vissute sul bordo della sedia, in un inarrestabile crescendo di tensione culminato in uno scontro finale da antologia, conclusosi con Walter White e tanti altri personaggi in vacanza permanente in Belize. Ad ulteriore conferma dell’inadeguatezza del bipolarismo, l’annosa questione che divide i teledipendenti (“Meglio The Sopranos o The Wire?”) deve ora necessariamente includere un terzo contendente al titolo di “serie televisiva più bella di sempre”. Menzione speciale: tutti odiano Skyler, ma la prestazione di Anna Gunn è clamorosa.

#1 Rectify, S01 (Sundance Channel, Spring ’13)
#01: Rectify, S01 (Sundance Channel, Spring '13)In soli sei episodi Rectify ha messo in scena una profondissima indagine sulle conseguenze che i cambiamenti traumatici hanno sulla vita delle persone, e su come esse cerchino di reagire a questi traumi per ristabilizzare le proprie esistenze. Affrontando temi enormi come la ricerca di sé, le incertezze del sentimento religioso, le dinamiche che regolano le risposte empatiche (o l’assenza di esse) tra gli esseri umani, Rectify ha imbastito una narrazione complessa, introspettiva, riflessiva, ricca di simbolismi più o meno oscuri (biblici, per la maggior parte) e rimandi più o meno espliciti (da Flannery O’Connor al mito della caverna di Platone), caratterizzata da una minuziosa analisi delle emozioni e della psicologia dei personaggi piuttosto che dallo svolgimento di una tradizionale trama. Sei episodi in cui lo spettatore è stato costantemente sfidato a prendere posizione in una vicenda la cui ambiguità morale è rimasta irrisolta, venendo allo stesso tempo ipnotizzato dalla figura catatonica dell’ex-condannato Daniel Holden e dal suo tormentato ritorno alla vita dopo 19 anni passati nel braccio della morte, quasi un viaggiatore nel tempo catapultato in un mondo (ostile) in cui non immaginava di fare ritorno. Ray McKinnon ha creato una serie contraddistinta da una cinematografia pregevole, da un’ottima sceneggiatura, e si è avvalso di un cast straordinario. Di Rectify avevo già intessuto le mie entusiastiche lodi in modo più articolato al termine della stagione, e se vi va potete andare a rileggervi il tutto qui. Menzione speciale: non so davvero scegliere tra Aden Young, interprete dell’enigmatico protagonista, e Abigail Spencer, la passionale ed iperprotettiva sorella di Daniel, entrambi capaci di due interpretazioni di rarissima intensità. Standing ovation.

Fuori classifica, per vari motivi

The Returned, S01 (Sundance Channel, Fall ’13)
The Returned, S01 (Sundance Channel, Fall '13)The Returned completa l’hat-trick messo a segno da Sundance Channel nel 2013, ma non si tratta di una serie originale, bensì di un import (francese: la serie è andata in onda nell’autunno 2012 su Canal+). Le premesse (bambini e adulti morti anni prima cominciano, senza nessuna apparente ragione e ignari del tempo trascorso dalla loro dipartita, a fare ritorno alle proprie case in un piccolo paesino alpino collocato nei pressi di una diga) e il setting (paradisiaco e lugubre allo stesso tempo, con immancabile bacino d’acqua) sono quelli canonici dei fantasy drama televisivi, ma qui il classico zombie-lore lascia il posto ad uno storytelling raffinato. Non ci sono voraci mangiacervelli, ma piuttosto individui turbati dalla loro condizione di “risorti”, il cui ritorno non può che alterare i fragili equilibri familiari faticosamente ricostruiti dopo il lutto. Sull’isolato paesino aleggia, inoltre, un’atmosfera misteriosa e “sospesa”, e alcuni preoccupanti fenomeni (il livello idrostatico in calo costante, i frequenti blackout) conferiscono al tutto inquietanti tinte soprannaturali. La gelida fotografia e il contributo della bella colonna sonora dei Mogwai, sognante e angosciante allo stesso tempo, fanno il resto.

A Young Doctor’s Notebook, S01 / A Young Doctor’s Notebook & Other Stories, S02 (Ovation / Sky Arts, Fall ’13)
A Young Doctor's Notebook & Other Stories, S02 (Sky Arts, Fall '13)Più che un prodotto televisivo, le due miniserie ispirate ai racconti brevi e (semi)autobiografici di Bulgakov sono sembrate, per tempi della recitazione e modalità della narrazione, un divertissement teatrale: quattro puntate per stagione (la prima l’ho scoperta questo autunno grazie alla riproposizione americana, ma risale in realtà al 2012), otto episodi in totale, ciascuno della durata di poco superiore ai venti minuti, con abbondanza di gag talvolta spassose, talvolta sature di humor nero, talvolta amarissime, specie quando hanno a che fare con la dipendenza dalla morfina del protagonista e con la morte di Anna. Il passato e il presente del dottore russo Vladimir Borngard, impersonati da due stelle del calibro di Jon Hamm e Daniel Radcliffe, si intrecciano in siparietti di volta in volta buffi e tragici, tra la commedia slapstick e toni decisamente drammatici. I due attori principali hanno ovviamente il monopolio assoluto della scena, ma il risicatissimo cast di supporto — in cui spicca Adam Godley nel ruolo del grottesco (ma ilare) “Feldsher” — contribuisce in maniera preziosa.

Miglior Episodio

Ex-aequo: Game Of Thrones, S03 Ep.09 “The Rains Of Castamere” (HBO, Spring ’13) e Breaking Bad, S05.2 Ep.07 “Ozymandias” (AMC, Summer ’13)
Best Episode: Game Of Thornes S03E09 "The Rains Of Castamere" (HBO, Spring '13)I primi otto episodi della terza stagione sono stati sufficientemente noiosi da far correre un serio rischio al blockbuster di casa HBO di finire nella parte sbagliata della classifica, ovvero in quella delle peggiori serie viste quest’anno. La consueta maestosità delle ambientazioni, gli intrighi politici di Westeros, il percorso che ha portato Jamie e Brianne da cordiali avversari a BFFs, e la crociata anti-schiavitù di Dany sono materiale narrativo di prim’ordine, ma il criminale spreco di screentime dedicato al supplizio di Theon Greyjoy (torture porn all’ennesima potenza, con infelici battutacce pseudo-comiche annesse) e la stucchevole love story da romanzetto rosa tra Hygritte e Jon “You know nothing” Snow (culminata con la visione di un tramonto da cartolina dopo aver scalato il colossale Muro) ha vanificato (quasi) tutto. Poi è arrivato il tanto temuto/atteso episodio 9, e allora lì ci si è divertiti per davvero. L’avrete visto e rivisto, ma non c’è miglior commento al famigerato “Red Wedding” del video delle reazioni degli spettatori al massacro compiuto da quell’infame di Walder Frey e dai suoi accoliti. “The Lannisters send their regards”, ‘sti bastardi…

Best Episode: Breaking Bad S05.2E14 "Ozymandias" (AMC, Summer '13)Diverso il caso di Breaking Bad. L’intera stagione è stata costruita in modo così magistrale da rendere difficile il tentativo di isolarne un momento specifico. Ci provo, e dico “Ozymandias”, penultimo capitolo della serie e momento in cui il personaggio di Walt raggiunge il suo climax, o forse, più appropriatamente, il fondo dell’abisso. L’impero di Walter White collassa definitivamente con la morte di Hank, e Walt appare in tutta la sua mostruosità di fronte a quella famiglia che è sempre stata la sua scusa prediletta per giustificare gli abomini compiuti durante la sua avventura nel mondo delle metanfetamine. Una telefonata tra Walt e Skyler racchiude l’essenza del personaggio, e la sua indissolubile ambivalenza viene sublimata in un dialogo la cui ambiguità riflette quella duplicità di fondo che ha guidato le azioni del protagonista sin dagli albori della sua carriera criminale: estremo gesto d’amore verso la propria moglie e verso la propria famiglia, per scagionarla di ogni accusa? Rancorosa rivendicazione delle motivazioni che hanno portato Walter a fare ciò che ha fatto? Estrema manifestazione di una hybris che, da sempre, ha caratterizzato il personaggio, covando tra le ceneri dell’insoddisfatto e frustrato Professor White? Persino George R. R. Martin, la mente malata ideatrice dell’atrocità ricordata solo poche righe più sopra, ha definito Walter White “a bigger monster than anyone in Westeros”.

Runner up: Justified, S04 Ep.11 “Decoy” (FX, Winter ‘13)

Le 10 Peggiori Serie TV del 2013

#10 Homeland, S03 (Showtime, Fall ’13)
N10: Homeland, S03 (Showtime, Fall '13)Giudizio troppo severo, dite? Beh, parliamo dei colossali buchi di trama, tra doppi giochi assurdi e colpi di scena improbabili, allora. O del mento tremulo di Carrie. O dell’intollerabile sicumera barbuta di Saul. Doveva essere la stagione del riscatto, rischia di essere il colpo di grazia. Il finale ha chiuso la vicenda-Brody, purtroppo con due stagioni di ritardo. L’odiosa Dana, inspiegabilmente, è ancora viva. Unico pro: il finale consegna nelle mani degli sceneggiatori la possibilità di un nuovo inizio, teoricamente al riparo dal vicolo cieco che ha fortemente condizionato la stagione appena conclusa. Hall Of Shame: la scelta di relegare Quinn (Rupert Friend), uno dei pochi personaggi interessanti, al ruolo di offri-sigarette, è sciagurata.

#9 House Of Lies, S02 (Showtime, Winter ‘13)
N09: House Of Lies, S02 (Showtime, Winter '13)Che Showtime non sia il canale adatto a me? House of Lies è una dramedy un po’ sguaiata che gioca a fare la dramedy un po’ sofisticata. Dosi elefantiache di cinismo e battute pesanti, ma in tutta la stagione mi avrà strappato sì e no due mezzi sorrisi. I talento dei due lead Don Cheadle e Kristen Bell sembra tenuto a freno dal tono monocorde dei dialoghi, raffiche al vetriolo sparate al vertiginoso ritmo di 500 parole al secondo ma mai realmente efficaci. Hall Of Shame: il cinismo è la cifra dello show, e tra tanti personaggi detestabili fino al midollo Clyde (Ben Schwartz) è forse il più insopportabile.

#8 The Killing, S03 (AMC, Summer ’13)
N08: The Killing, S03 (AMC, Summer '13)Ah, niente da fare: Veena Sud ci ha provato ancora una volta, riportando miracolosamente in vita una serie a cui era già stata data l’estrema unzione un anno fa, ma il prodotto non migliora. Tra i tanti nipotini più o meno legittimi di Twin Peaks, The Killing è senza dubbio il peggiore. La qualità estetica sarebbe anche piacevole (magari un po’ monotona nella sua insistita uggiosità), e Mireille Enos fa il suo, ma il plot è lacunoso come pochi, imperniato ancora una volta solo e unicamente sul meccanismo delle false piste. Ok le atmosfere, ma un crime drama la cui trama è prevedibile non va da nessuna parte. Hall of Shame: purtroppo, The Killing si conferma… un-killable: Netflix l’ha salvata dall’ennesima cancellazione. Booo!

#7 The Walking Dead, S03.2/S04.1 (AMC, Winter ’13/Fall ’13)
N07: The Walking Dead, S04.1 (AMC, Fall '13)Che macini ascolti comparabili solo al football americano importa poco. La spinta propulsiva della “Zombie Apocalypse” si è esaurita da tempo, ma la sceneggiatura è così debole che le uniche sequenze godibili restano quelle puramente splatter (il che è tutto dire, data la ripetitività delle situazioni). I cattivi sono così cattivi da sembrare la caricatura dei cattivi, e i buoni — che dovrebbero apparire tormentati e moralmente combattuti — finiscono per essere delle lagne insostenibili. Peggio la S03.2 della S04.1 appena conclusa, ma solo di un’incollatura. Hall Of Shame: ad ogni episodio auguro a Glenn e Maggie di finire divorati, per porre fine a questa insulsa love story tra il cartonato asiatico (Steven Yeun) e la cartonata campagnola del sud (Lauren Cohan).

#6 Low Winter Sun, S01 (AMC, Summer ’13)
N06: Low Winter Sun, S01 (AMC, Summer '13)Um, tre fallimenti in serie targati AMC, brutto segno… Questo è un poliziesco così oscuro e livido e brutale da essere collocabile a metà strada tra il puro esercizio di stile e la bieca collezione di cliché. Di primo acchito sembra avere le carte giuste per un buon prodotto di genere: poliziotti corrotti, lo sfondo di una metropoli squallida, grigia, dura e dall’immaginario criminale tristemente fecondo come Detroit, e un cast di livello (Mark Strong, Lenny James e due alumni di The Wire, James Ransone e David Costabile). Il problema è che finisce per essere il solito, vecchio, prevedibile, abusato prodotto di genere: un poliziesco dalla moralità ambigua infarcito di dialoghi pretenziosi. Hall Of Shame: “Folks talk about morality like it’s black and white…”: bastaaaaa!

#5 Ray Donovan, S01 (Showtime, Summer ’13)
N05: Ray Donovan, S01 (Showtime, Summer '13)Vale più o meno lo stesso discorso fatto sopra: Ray Donovan è la caricatura del tormentato e moralmente ripugnante antieroe che ha fatto la fortuna della Golden Age della televisione, ma che riproposto tale e quale mostra chiari segni di usura. La premessa dello show è labile (Ray è un fixer bravissimo nel risolvere i guai altrui, ma con una famiglia destinata ad andare in frantumi e un grosso problema che invece non riesce a risolvere, ovvero… il proprio padre) e ciò che lo caratterizza è soprattutto la noia e lo spreco del talento di Paula Malcolmson e della personalità di Jon Voight. Hall Of Shame: la critica generalmente poco benevola nei confronti della serie non ha disprezzato la prestazione di Liev Schreiber, ma io l’ho trovata di una piattezza epocale.

#4 Dracula, S01 (NBC, Fall ’13)
N04: Dracula, S01 (NBC, Fall '13)Il problema non è tanto nello stravolgimento della figura letteraria di Dracula. Anzi, ben vengano adattamenti e stravolgimenti. Certo, quello operato in questo caso non è proprio convincente (Dracula & Van Helsing alleati contro l’Ordo Draco, Ka$ta di petrolieri che i due nemiciamici vogliono sconfiggere con la produzione di lampadine eco-friendly) ma con un po’ di ironia ce la poteva fare. Il problema vero è che Dracula è scritto malissimo, e recitato peggio. Hall Of Shame: Johnatan Rhys Myers gode inspiegabilmente di ampio credito presso la critica, ma al di là del terribile finto accento americano in cui si deve cimentare a causa dei deliri degli sceneggiatori, la sua interpretazione è così banale da rendere soporifero uno dei personaggi più affascinanti della cultura pop.

#3 Da Vinci’s Demons, S01 (Starz, Spring ’13)
N03: Da Vinci's Demons, S01 (Starz, Spring '13)David Goyer lo ha spacciato per fumettone storico-fantasy, ma voi rubricatelo sotto la voce “colossale cafonata”. Che il realismo storico non fosse in programma era ovvio, ma Leonardo da Vinci (Tom Riley) con il giubbottino di pelle come Fonzie (o Renzi) come lo vedete? Leo è un incrocio tra Indiana Jones, Casanova, Tony Stark e Sherlock Holmes, il conflitto politico tra Roma e Firenze è ridotto ad un vago “oscurantismo vs libertinismo”, la sottotrama esoterica è quantomeno confusa (gita in Valacchia e cena dal Conte Dracula? Check!), il cast è tra i peggiori mai visti, e la pronuncia dei pochi vocaboli in italiano atroce (“Me-DEE-tchi“, of course). Hall Of Shame: il miglior modo per caratterizzare la dissolutezza e la crudeltà di un personaggio? Insinuarne — o dichiararne — l’omosessualità.

#2 Hemlock Grove, S01 (Netflix, Spring ’13)
N02: Hemlock Grove, S01 (Netflix, Spring '13)Perché va bene decantare le lodi di Netflix e delle sue produzioni originali, ma questa è davvero orribile. Così orribile che non si lascia guardare neanche come guilty pleasure. Così orribile che, nonostante violi la regola che mi ero imposto (vedere almeno il 50% della serie prima di giudicare) andare oltre il pilota è stato impossibile. Dice: “Ma allora come fai a dire che sia brutta? Magari migliora!”. Se anche voi aveste visto l’episodio pilota non direste così. Eli Roth ha messo insieme un accozzaglia di stranezze tenute insieme dal cattivo gusto, e se il tentativo era quello di creare un prodotto eccessivo e sopra le righe partendo dall’immortale classico “piccola cittadina nasconde grandi misteri” ci è riuscito, ma per le ragioni sbagliate. Hall Of Shame: indeciso tra i due giovani attori principali scelgo entrambi, soprattutto a causa dei loro pronunciati zigomi lucidi.

#1 The Newsroom, S02 (HBO, Summer ’13)
N01: The Newsroom, S02 (HBO, Summer '13)Signore e signori, una conferma! Il peggio del 2012 è tornato più irritante e più saccente che pria a reclamare ancora una volta il suo poco ambito premio. Dopo le feroci critiche, Aaron Sorkin ci ha riprovato, cercando di mettere una toppa ai macroscopici difetti della prima stagione. E via con le promesse: personaggi meglio caratterizzati, personaggi femminili meno idioti, e, soprattutto, un lungo arco narrativo (il caso Genoa) finalizzato a dare alla stagione una parvenza di coerenza. Ora sì che Sorkin potrà davvero fare sfoggio della propria innegabile (?) maestria (?!) in una narrazione di fiction propriamente detta! E al contempo potrà anche aggirare una delle critiche principali mosse al suo prodotto: “troppo facile — dicevano i detrattori — armarsi del senno di poi per rileggere gli eventi del recente passato e mostrarsi integerrimi giornalisti a posteriori”, a cui Sorkin ha potuto finalmente rispondere, con la sua rinomata alterigia, “E allora eccovela, la notizia finta” (che poi finta lo è stata in tutti i sensi, ma non divaghiamo). Persino la sigla iniziale pareva riflettere questi buoni propositi. Ahimè, tutto inutile: The Newsroom lo si guarda solo per assecondare quell’irresistibile impulso che ci spinge a fissare lo sguardo, chessò, su un disastro ferroviario. Magari ben coreografato e occasionalmente ben ripreso, ma pur sempre un disastro. Aspetti la puntata successiva con ansia, ma solo per scoprire quale altra assurdità moraleggiante tirerà fuori dal suo cilindro. Quale altra patetica battuta di spirito ironizzerà sull’ingenuità dell’americano medio (cosa di cui solo l’americano medio non è consapevole, e quindi farà sbellicare dalle risate solo i liberal mediamente acculturati, facendoli al contempo sentire intelligentissimi). In quale altro modo supponente verranno ridicolizzate le nuove tecnologie, con argomenti che rendano evidente come la critica provenga da qualcuno che non le conosce né le comprende. In quale altro modo cercherà di dipingersi come caustico e intransigente, risultando solo conformista e consolatorio. Lo so, ci sono quelli che diranno che non è così, che Sorkin lo si ama o lo si odia, che i dialoghi (magari riciclati più volte) sono i più belli mai concepiti nella storia della cinematografia mondiale (ma fatemi il santissimo piacere, fatemi!), che le gag che inframmezzano detti dialoghi sono di una portata comica senza pari (ma rifatemi il santissimo piacere!)… Balle. Tutte balle. The Newsroom è paternalista, altezzoso come chi pensa di girare con la verità in tasca e ha un’irrefrenabile attitudine al predicozzo. Per tutti quelli che non ci credono, o che non sono d’accordo, ho una sola risposta: Maggie e la sua avventura africana, summa di tutto ciò che non funziona in The Newsroom. Hall Of Shame: i personaggi sono così odiosi da penalizzare anche prestazioni attoriali non particolarmente disastrose. Sam Waterson, tuttavia, potrebbe essere riuscito ad adeguare la propria recitazione al livello del suo ignobile personaggio.

(Dis)honorable Mentions

Se è vero com’è vero che l’annata 2013 è stata sorprendentemente ricca di pregevoli debutti (o anche di superbi debutti), questo inatteso stato di grazia non si è esteso alle novità proposte sui broadcast network. A fronte di una programmazione mastodontica e al lancio (quasi) simultaneo di dozzine di novità, le serie più reclamizzate, quelle destinate a dominare gli ascolti autunnali, sono state, a mio giudizio, dei fiaschi epocali. Contenuti banali e personaggi con lo spessore di una sagoma di cartone sono il tratto che accomuna The Blacklist (NBC, Fall ’13), Marvel Agents of S.H.I.E.L.D. (ABC, Fall ’13), Almost Human (FOX, Fall ’13) e Reign (The CW, Fall ’13), le quali non compaiono nella Top 10 dei peggiori solo perché non sono riuscito ad andare oltre l’episodio pilota (unica eccezione a questa regola è stata la già citata Hemlock Grove, perché lì il kitch era davvero oltre i livelli di guardia).
Anche sul cavo — sia premium che basic — non è tutto oro, e gli esordienti The White Queen (Starz, Summer ’13), Mob City (TNT, Fall ’13) e Hello Ladies (HBO, Fall ’13) hanno scampato di un soffio l’inclusione tra le peggiori dieci serie, ma troverebbero di sicuro un posto tra le peggiori quindici. Defiance (SyFy, Spring ’13) ha creato una mitologia fantascientifica di contorno sufficiente a riempire sei tomi e ad ispirare un videogioco che in teoria dovrebbe complementare la serie televisiva, ma ha vanificato tutto con un primo episodio di rara cialtronaggine, e si salva solo grazie alla già citata regola autoimposta. The Bridge (FX, Summer ’13) non è stata così terribile, ma si guadagna la mia disapprovazione per aver vanificato una buona prima parte di stagione con una disastrosa conclusione della trama principale, e per aver lasciato solo a livello di abbozzo alcune sottotrame promettenti. Di sicuro l’irrealistico obiettivo di inizio stagione (tenetevi: emulare The Wire nella rappresentazione epica di un’area geografica travolta da una moltitudine di problemi… E ora ridete!) è stato ampiamente mancato. [NdA: HAHA! Maddai?! Ma questi davvero pensavano…]
Tra le serie veterane, immagino nessuno si aspettasse grandi cose da How I Met Your Mother (S09, CBS, Fall ’13), eppure un guizzo d’orgoglio in occasione della stagione finale ci poteva stare. Invece niente, EEG piatto (vedi sotto). Dexter (S08, Showtime, Summer ’13) io non l’ho (mai) vista, ma poiché devo ancora leggere un parere anche solo semi-positivo sul series finale direi che non è troppo azzardato pensare di relegarla tra gli insuccessi.

Peggior Episodio

How I Met Your Mother, S09 Ep.11 “Bedtime Stories” (CBS, Fall ’13)
Worst Episode: How I Met Your Mother S09E11 "Bedtime Stories" (CBS, Fall '13)The Newsroom avrebbe probabilmente potuto stravincere anche in questa categoria con uno qualsiasi dei nove episodi della sua seconda infelice stagione, ma volendo fare le cose in modo onesto ho pensato che così, su due piedi, il peggio del peggio non mi sovveniva, e per determinare l’episodio avrei dovuto rivederli uno per uno. Poiché non mi è minimamente passata per la testa l’idea di sottopormi a un supplizio simile, ho cambiato idea, risparmiato il secondo cucchiaio di legno a Sorkin, e scelto quella che, a memoria, è la mezz’ora di televisione più irritante di tutto il 2013. Che la nona stagione di HIMYM sarebbe stata asfittica era l’aspettativa più ragionevole che si potesse avere. Che la premessa della stagione fosse limitante per lo svolgimento della trama (benché flebile come quella di una sit-com), anche. Che la carenza di idee degli sceneggiatori fosse arrivata al punto di non ritorno, così da doversi inventare come filler un episodio interamente recitato in rima, beh, questo era un po’ meno prevedibile. “Bedtime Stories” batte tutte le precedenti sessanta puntate (episodio più, episodio meno) infarcite di gag mediocri a cui HIMYM ci ha ormai abituato, segnando l’indiscusso nadir della serie. Tre storielle una più noiosa dell’altra, ma soprattutto tante, troppe rime così azzardate da suonare stonate anche al mio orecchio non nativo. Neanche la frecciatina a LeBron mi ha strappato un sorriso.

Quali sono le serie tv in onda in quest’autunno 2013? Pt. IV: Broadcast networks #fall13tv

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Oh, eccoci finalmente all’ultimo appuntamento dedicato alle serie tv autunnali. Lo sappiamo, siamo in clamoroso ritardo rispetto alla tabella di marcia che ci eravamo imposti quando abbiamo cominciato il nostro viaggio. Abbiate pazienza e siate comprensivi, perché una miriade di episodi pilota richiede tempo per essere vista e digerita. Senza trascurare il fatto che si tratta di serie concepite per la tv generalista, per le quali generalmente non impazziamo, e che, puntualmente, si rivelano per la maggior parte dei prodotti noiosi, banali, già-visti-già-sentiti, ennesime ripetizioni di percorsi narrativi esplorati in lungo e in largo millantamila volte, impenitenti propagatori di stereotipi usati e abusati, farciti di cliché, promotori esclusivi di valori conformi alle ideologie egemoni, etc.
Affrontiamo questo ultimo capitolo quando ormai la stagione è ben più che avviata, con quasi due mesi di programmazione ormai alle spalle. Si sono inoltre appena conclusi i temuti sweeps novembrini, quel periodo dell’anno in cui i programmi televisivi vengono a conoscenza del proprio destino (ovvero: back-9 order e stagione completa, rinnovo per la prossima annata, o cancellazione senza pietà), legato a doppio filo all’andamento dei rating di ascolto. Le serie veterane hanno ripreso i loro consueti spazi all’interno del palinsesto, le novità proposte dai network hanno ormai consolidato il proprio pubblico (anche se spesso con risultati non particolarmente lusinghieri) e ci restano solo una manciata di settimane prima della pausa natalizia e della partenza della prossima programmazione invernale. Per le serie passate indenni tra le forche caudine delle valutazioni degli investitori pubblicitari, la stagione proseguirà fino a primavera inoltrata (o magari ricomincerà a primavera, per quelle serie che osservano un lungo periodo di letargo durante i mesi invernali). Per quelle che invece non hanno passato gli esami, beh, non ce ne vogliano, ma non ne sentiremo certo la mancanza.


Oggi parliamo di: How I Met Your Mother (CBS), Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D. e Modern Family (ABC), Sleepy Hollow e Almost Human (FOX), The Blacklist e Dracula (NBC), e Reign (The CW). In coda, la programmazione completa di tutti i cinque maggiori network: ABC, NBC, CBS, FOX e The CW.

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How I Met Your Mother, CBS (nona stagione, 24 episodi, 23 settembre)
La brillante rom-com/sit-com degli esordi è irrimediabilmente persa, soffocata nella lenta agonia delle ultime annate, e siamo sicuri che non sarà quest’ultima stagione a riportare a galla una barca affondata ormai da tempo. Comunque sia, gioia e giubilo, perché finalmente HIMYM è arrivato alla sua conclusione, anche se l’attesa per questa nona e ultima stagione è in gran parte dovuta solo ad un mal riposto senso di responsabilità verso qualcosa che, una volta iniziato, si vuole portare a termine. L’ultimo episodio della passata stagione ha rivelato finalmente il volto della Madre del titolo, e gettato le fondamenta su cui si reggerà tutto il finale: tutti gli ultimi episodi, infatti, avranno luogo nell’arco temporale coperto dalle 56 ore che precedono il matrimonio di Robin e Barney. 56 ore durante le quali tutti i protagonisti incontreranno La Madre Dei Figli Di Ted (Cristin Milioti, ovviamente series regular) prima di Ted: ne converrete, la premessa è un po’ labile per sostenere 24 puntate, e i primi episodi non hanno fatto che confermare quest’impressione. Alla fine, il miglior commento possibile nei confronti dello stato attuale della serie potrebbe averlo fornito la stessa CBS, con il trailer diffuso in occasione del ComiCon di San Diego dello scorso luglio: chi di voi, arrivati a questo punto, non si sente ESATTAMENTE come gli ormai cresciuti figli di Ted, arcistufi di ascoltare una vicenda che ormai è talmente tirata per i capelli da poter vincere a mani basse tutte le gare di “Serie Televisive Palesemente Allungate In Modo Patetico E Ingiustificato Per Fare Cassa”? A cui ci sentiamo di aggiungere: per quante puntate ancora ci dovremo sorbire Ted e il suo continuo rimuginare sul suo amore per Robin, prima di vedere compiuta la vicenda?
Per rendere il tutto ancora più amaro, sappiate che in questi giorni le voci di uno spinoff della serie (sorpresa sorpresa, virato al femminile!) si sono concretizzate nell’ordine da parte di CBS dell’episodio pilota, previsto per la stagione 2014/2015. Kids, siete curiosi di conoscere in un numero spropositato di stagioni la storia di… wait for it… How I Met Your Dad?! Uhm. No.

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Sleepy Hollow, FOX (prima stagione, 13 episodi, 16 settembre)
Rilettura in chiave contemporanea del pluri-riadattato racconto di Washington Irving. Il primo, comprensibile, istinto è quello di immaginare la serie come un’estensione della riduzione cinematografica curata da Tim Burton, ma in realtà questa ennesima versione di Sleepy Hollow si allontana decisamente dal predecessore visto sul grande schermo (mantenendo una flebile traccia di atmosfere burtoniane solo nella sigla di apertura) e prende le mosse da premesse del tutto originali. Ichabod Crane assume stavolta l’identità di un professore di storia di Oxford arrivato in America al seguito delle truppe britanniche per reprimere le istanze indipendentiste dei coloni ribelli alla vigilia della Rivoluzione Americana. Inorridito dalla ferocia della tirannia inglese, il nostro protagonista dismette rapidamente la giubba rossa e passa in men che non si dica dall’altra parte della barricata, arruolandosi tra le giacche blu dell’esercito continentale. Da bravo voltagabbana, Crane scala rapidamente le gerarchie dell’esercito guidato dal generale George Washington, diventandone uno dei collaboratori più stretti, e in quanto tale viene introdotto ai segreti che si celano dietro la guerra e alle sue reali implicazioni. “No taxation without representation!”, direte voi, memori di quello che vi hanno insegnato a scuola, ma sappiate che quella è solo una favoletta buona per i manuali di storia: qui si parla di eroi americani, quelli veri, ed è noto che quando entrano in gioco gli eroi americani, quelli veri, a rischio c’è sempre la salvezza del mondo intero, non banali quisquilie politiche o economiche. In missione per conto di Washington, Crane è alla ricerca di un mercenario hessiano al servizio della corona inglese, incarnazione di questo enorme pericolo che incombe su tutta l’umanità. Il tedesco è un marcantonio mascherato che si muove con la macchinosità e la pesantezza di un T-800, brandisce un’enorme ascia con la quale riesce a fare evoluzioni degne di uno sbandieratore del Palio di Siena, e appare per lo più immune alle pallottole: tutti aspetti che lo rendono effettivamente una minaccia piuttosto consistente. I due si incontrano presto sul campo di battaglia, dando vita ad un duello che si rivelerà mortale per entrambi i contendenti: pari e patta, i due avversari stramazzano al suolo, Ichabod ferito a morte da una poderosa asciata del tedesco e il colosso in giubba rossa decapitato da un fendente dell’inglesino. Fine? Per niente, questo era solo l’inizio. Perché qui arriva il “twist” introdotto dalla serie televisiva alla nota storia di Ichabod Crane e del Cavaliere Senza Testa: il buon Ichabod, in virtù di un sortilegio praticato dalla moglie-strega Katrina, torna in vita dopo due secoli e mezzo passati a far compagnia ai lombrichi, e si trova, confuso e spaesato, nella placida cittadina di Sleepy Hollow dell’Anno del Signore 2013. Contemporaneamente, richiamato dal demone Moloch, fa capolino nel XXI Secolo anche il feroce hessiano, nelle vesti ancor più minacciose del Cavaliere Senza Testa. E perché un demone come Moloch dovrebbe richiamare un militare deceduto da secoli e per giunta privo di un’estremità piuttosto importante? Perché il corpulento cavaliere altri non è che il Cavalier Morte! Proprio Morte, membro di punta del famoso quartetto dei Cavalieri dell’Apocalisse, evocato dal demone con l’obiettivo di richiamare i colleghi Pestilenza, Carestia e Guerra, riunire la band e scatenare letteralmente l’inferno, ovvero l’Armageddon. E mentre Ichabod è comprensibilmente disorientato di fronte alle meraviglie tecnologiche della contemporaneità (nonché profondamente ferito nella sua sensibilità di uomo del XVIII secolo da alcune inconcepibili assurdità del sistema capitalista contemporaneo), il Cavaliere Senza Testa sembra in grado di approfittarne per il perseguimento del suo apocalittico scopo, potendosi servire non più solo della sua vetusta ascia — arma ancorché perfetta per le decapitazioni con cui si dedica con passione –, ma anche di fucili d’assalto, pistole automatiche e fucili a pompa. Tutto l’arsenale che si può recuperare in una qualsiasi cittadina americana, insomma.
Come da profezia biblica, Ichabod, uno dei due testimoni dell’Apocalisse annunciati nel noto best-seller di Giovanni Apostolo & Evangelista, non sarà solo nella sua disperata impresa di combattere le forze del male e scongiurare il catastrofico avvento dei Quattro Cavalieri. Ad affiancarlo nella sua missione sarà la bella e tignosa poliziotta Abbie Mills, giovane tenente in servizio presso il dipartimento di polizia di Sleepy Hollow e in procinto di trasferirsi a Quantico per intraprendere una brillante carriera da profiler nei ranghi dell’FBI, ma trattenuta nella cittadina natale dall’omicidio del suo mentore e compagno di pattuglia, lo sceriffo Corbin, prima vittima decapitata dal neo-resuscitato Cavaliere Senza Testa. Vincendo il suo iniziale scetticismo e la sua incredulità razionalista, Abbie accetta il suo ruolo di secondo testimone, un destino preannunciato — ma colpevolmente ignorato — da alcuni misteriosi eventi accaduti nella sua tormentata infanzia. La coppia Crane-Mills, ennesima riproposizione della felice formula sbirro afroamericano (Abbie) e pseudo-sbirro bianco (Ichabod), si adopererà per svelare i tanti segreti nascosti a Sleepy Hollow, dei quali Corbin era apparentemente a conoscenza, e dei quali sembra avere consapevolezza anche Jenny, sorella di Abbie da anni internata in un ospedale psichiatrico e considerata da tutti una matta da legare (appunto) ma inevitabilmente una delle poche persone in grado di comprendere la reale entità del pericolo incombente.
Sleepy Hollow è, per ora, una felice miscela di atmosfere da thriller cospirazionista e commedia buddy cop, il tutto immerso in un’ambientazione fantastica e soprannaturale e insaporito da una spruzzatina di (blandissimo) horror, narrato a un ritmo incalzante, girato con abbondanza di effetti visivi non troppo dozzinali e sostenuto da una colonna sonora appropriatamente pomposa e “bombastic”. La serie promette di spararla sempre più grossa di puntata in puntata, e paradossalmente questo non sembra essere un male: tra immaginifiche contro-ricostruzioni pseudo-storiche degli episodi più salienti della mitologia indipendentista americana (il Boston Tea Party, la cavalcata notturna di Paul Revere, etc.), leggende bibliche e oscuri complotti, congreghe di streghe buone e streghe cattive, demoni, sette segrete e logge massoniche, riferimenti ai capisaldi dell’esoterismo e dell’occultismo (mainstream, certo, e comunque tutto spiegato per filo e per segno, in modo da renderlo comprensibile anche ai bambini delle scuole elementari), il risultato è chiassoso e sfacciatamente pop — una versione “bassa” del pop, intendiamoci — ma di sicuro non noioso. La chiusura della prima stagione si avvicina (la serie, curiosamente, non aveva in programma il classico back-9 order, ma è stata tuttavia già confermata per una seconda stagione) e ci sono ancora ampi margini per mandare tutto a ramengo — per esempio, con una mal consigliata love story tra i due protagonisti, soluzione narrativa che violerebbe il primo principio del “buddy cop film” –, ma per ora Sleepy Hollow, grazie ad una piacevole vena umoristica che fa sovente capolino nel bel mezzo delle situazioni più assurde, all’eccellente chimica tra i due lead, al delizioso tocco “british” di Tom Mison nella parte del protagonista maschile, e soprattutto al plateale e categorico rifiuto di prendersi sul serio anche solo per mezzo secondo, è una delle (poche) piacevoli novità della stagione, e non solo all’interno dei confini della tv generalista.

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The Blacklist, NBC (prima stagione, 22 episodi, 23 settembre)
The Blacklist è una delle novità più reclamizzate della stagione, e, a differenza dei tanti flop andati in onda negli ultimi tempi sulla rete del pavone, sta ottenendo un discreto successo di pubblico, per quanto di questi tempi la definizione di “successo” sia stata pesantemente ridimensionata da streaming, DVR e affini. Ma il nostro giudizio si sintetizza in un perplesso e lapidario “bah”. Che è un modo rapido e veloce, ancorché poco argomentato, per dire che non ci ha convinto per nulla.
I primi 30 secondi del pilot sono sufficienti a farci conoscere il protagonista, e occorrono giusto un paio di minuti in più per delineare le premesse di uno show costruito secondo la canonica formula “un caso alla settimana”: Raymond “Red” Reddington, un pericoloso criminale ricercatissimo dall’FBI e dai dipartimenti di polizia di mezzo mondo, si costituisce alle autorità, presentandosi al quartier generale della polizia federale per farsi arrestare. Scattano le manette ai polsi del flemmatico delinquente, e per lui appare inevitabile la condanna a decenni di reclusione, ma l’impeccabilmente vestito Reddington, che la sa lunghissima e parla e si muove con felpata sicumera, ha un piano: evitare la scontata sentenza mettendo a disposizione dell’FBI tutte le inestimabili conoscenze maturate nel corso della sua attività sul campo, ovvero in oltre un ventennio di brokeraggio di proficue relazioni tra i peggiori fuorilegge attivi a livello internazionale. Essendo a conoscenza del come-dove-quando di tutti i principali ricercati, Reddington stila quella che definisce una “lista nera”, con i nomi dei più pericolosi mafiosi, politici corrotti, truffatori, spie, immancabili terroristi e esponenti di spicco della feccia criminale mondiale, e — come Larry Bird alzò il dito al cielo prima che l’ultimo pallone si infilasse morbido in una storica gara del tiro da tre — senza il minimo segno di incertezza ne assicura la cattura qualora si faccia come dice lui. Pone quindi le sue condizioni: alloggio nei migliori hotel, vari privilegi che gli consentano vita agiata e confortevole, e collaborazione garantita solo se l’agente destinato a seguire le sue soffiate sarà la giovane e inesperta profiler Elizabeth Keen (la quale, del tutto accidentalmente, è anche discretamente sexy). Red dice di esserne ossessionato, ma il perché di questa sua ossessione non lo sappiamo. Per quanto è stato possibile intuire dal pilota, Reddington sa qualcosa su di lei ignoto a tutti, interessata inclusa. Qualcosa che ha a che fare con lo sconosciuto padre dell’agente Keen, e, forse, anche con l’insospettabile marito di lei, insegnante scanzonato ma possibile doppiogiochista al soldo di feroci terroristi. In una dinamica con molti elementi in comune con quella instaurata dal Dr. Lecter con la giovane Clarice, Reddington guida maiuteicamente Elizabeth alla soluzione del caso della settimana, e contemporaneamente la conduce alla scoperta dei lati oscuri di quella che la giovane poliziotta ritiene una vita tutto sommato normale (salvo il fatto di essere socialmente isolata e considerata una stronza da tutti i compagni d’accademia).
Quali sono le motivazioni profonde che hanno portato Reddington a compire questa scelta, e perché chiede di lavorare solo e soltanto con l’agente Keen? Non sappiamo rispondere a nessuna delle due domande, ma immaginiamo che gli sceneggiatori abbiano pensato che fossero due curiosità sufficienti per tenerci incollati alla loro creatura settimana dopo settimana. Cari sceneggiatori, missione fallita, e non di poco: la sigla finale del primo episodio ha segnato la chiusura definitiva della nostra esperienza di The Blacklist.

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Marvel’s Agents of S.H.I.E.L.D., ABC (prima stagione, 22 episodi, 24 settembre)
Un fumettone — e non poteva essere altrimenti, vista l’etichetta “Marvel” che campeggia sopra il titolo — che gli appassionati di supereroi con superproblemi e i fanatici di tutto ciò che ha a che fare con lo sterminato universo Marvel potrebbero anche trovare gradevole. Noi, invece, che non siamo tra i più accaniti estimatori di fumetti di supereroi e di film derivati, facciamo molta più fatica a trovarlo interessante, e indubbiamente questo ha influenzato lo spirito con cui ci siamo apprestati a guardarlo.
Uno degli obiettivi della serie firmata Joss Whedon era quello di risultare intellegibile anche a chi, come noi, non abbia frequentato con assiduità l’universo cinematografico Marvel, e sotto questo punto di vista il pilota sarebbe anche un esperimento riuscito: totalmente ignari degli eventi (tra i quali quella che viene sovente ricordata come l'”Epica Battaglia di New York”) che hanno coinvolto Thor, Iron Man, Capitan America & Co. nel film The Avengers, di cui Agents of S.H.I.E.L.D. è una sorta di estensione/continuazione, non abbiamo avuto grandi difficoltà a ricostruire una backstory sufficientemente chiara. Punto di contatto fondamentale tra il film e la serie è l’agente Phil Coulson, un soprintendente della S.H.I.E.L.D., l’ormai nota agenzia governativa (il cui acrostico, oltre a risultare un tormento per chi scrive a causa di maiuscole e puntini, sta per un improbabile Strategic Homeland Intervention, Enforcement and Logistics Division, ed è evidente che, come sottolinea uno dei personaggi, sia stato pensato da qualcuno che “really wanted our initials to spell out SHIELD”) deputata ad occultare la presenza dei supereroi agli occhi dell’umanità, e a proteggerla dai supereffetti collaterali dovuti all’uso improvvido di supertecnologie aliene o, peggio, da superpsicopatici con superpoteri e/o superarmi animati da superdeliri di grandezza. Gli umani, si sa, sono incapaci di comprendere l’esistenza di tutti questi superfenomeni e sono superterrorizzati dal “diverso” (specie in formato “super”), ragion per cui mantenere uno stato di beata ignoranza tra di essi è fondamentale per poter garantire il quieto e ingenuo vivere dei bravi cittadini americani: quando i supercattivi e i superbuoni se le danno di santa ragione, entrano in scena gli agenti S.H.I.E.L.D., ripuliscono la scena, e tutto può prosegue placido e sereno come prima.
L’agente Coulson, si diceva, è il protagonista e l’anello di congiunzione tra il film e la serie. Pugnalato mortalmente da Loki durante i catastrofici eventi raccontati in The Avengers, egli era evidentemente dato per deceduto dai più — supereroi e spettatori assieme — per cui immaginiamo gli stupefatti “ooooh” del pubblico nel momento in cui il nostro riappare, vivo, vegeto e più sassy che mai, sulla scena. Protagonista di una messa in scena atta a motivare la banda dei supereroi nella battaglia contro il fratellastro pazzerello di Thor (o forse riportato in vita grazie ad una delle tante supertecnologie marchiate Marvel? O magari clonato?), il redivivo agente Coulson ci spiega per filo e per segno la sua nuova missione: mettere insieme un team di agenti (senza superpoteri) per prendersi cura delle minuzie per i quali i big fellas, Thor, Iron Man e colleghi non si scomoderebbero mai. Detto fatto, incontriamo uno ad uno i membri di questo team, composto seguendo le ferree regole dei polizieschi televisivi: Grant Ward, maschio, bianco, un duro e scontroso agente black-ops; Melinda May, donna, asiatica, pilota della mastodontica fortezza volante in dotazione alla S.H.I.E.L.D. ed esperta di armi; Leo Fitz e Jemma Simmons, coppia di nerd dall’accento britannico, massimi esperti mondiali di tecnologia il primo, e di biologia umana e aliena la seconda. A questo gruppetto di stereotipi ambulanti manca, lo avrete notato, la “donna giovane, bella e simpatica (possibilmente bianca)”, ma non temete, perché nel corso dei primi 45 minuti scarsi verrà reclutata anche lei: è Skye, membro di un collettivo di hacktivisti denominato Rising Tide, in fissa con le teorie sul complotto supereroistico e decisa a denunciare al mondo tutto ciò che gli agenti S.H.I.E.L.D. cercano di insabbiare in nome del quieto vivere — a quanto pare tutte ottime credenziali per essere reclutati dall’agenzia: tenentele a mente e inseritele nel vostro CV nel caso miriate ad una rapida carriera nei ranghi dei G-Man. Come in ogni poliziesco televisivo generalista che si rispetti (e non a caso la definizione più pregnante di Agents of S.H.I.E.L.D. — circolata su twitter — è “CSI: Superheroes”), i nostri (not-so-super) eroi risolveranno un caso alla settimana, sbrogliando vicende che vanno dal recupero di pericolosi manufatti alieni al contenimento di supereroi minori appena arrivati alla consapevolezza dei propri poteri, fino alle indagini sul misterioso Project Centipede.
Probabilmente anche a causa della poca familiarità con il mondo supereroico a cui la serie fa riferimento, abbiamo trovato l’episodio pilota noioso e prevedibile, strutturato avendo in mente un pubblico giovanile e/o nerd (anche se come scusante per un episodio mediocre regge poco, poiché non ci sovviene alcuna buona ragione per cui sia cosa buona e giusta propinare ai ragazzi e/o ai supposti nerd delle storie di una banalità disarmante). In realtà, stando ai rating di ascolto, anche i tanto agognati telespettatori appartenenti al segmento “18-49” pare non stiano apprezzando in modo così viscerale una serie che, nella testa degli executive ABC, era destinata a sbaragliare la concorrenza e diventare l’incontrastato blockbuster della stagione autunnale. A salvare la baracca non basterà certo l’annunciato cameo di Samuel L. Jackson nel suo ruolo canonico di Nick Fury. D’altra parte, cosa ce ne facciamo di un Samuel L. Jackson privato della possibilità di pronunciare anche un solo “muthafucka”, vietatissimo dall’iper-perbenismo del broadcast network?

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Almost Human, FOX (prima stagione, 13 episodi, 17 novembre)
“La nuova imperdibile serie di J.J. Abrams!”, avrete letto da più parti. Ed in effetti lo sforzo promozionale di Fox ha spinto parecchio sul nome del futuro autore dell’atteso (?) settimo capitolo della saga di Star Wars. La serie, invece, l’avrebbe ideata J.H. Wyman, e J.J. Abrams, al di là della compartecipazione allo sforzo produttivo, molto probabilmente non avrà contribuito neanche con mezza riga allo script (mentre ha contribuito con le banalissime note della colonna sonora), preso come sarà dalla supervisione di altri ottocento progetti a suo nome. Ma siccome il nome di richiamo è il suo, fatti da parte J.H. Wyman, nonostante la tua fama planetaria dovuta a prodotti di successo come Fringe, e via libera a te, J.J. Abrams, autore/showrunner/produttore (e ultimamente anche scrittore) di quasi tutta la fantascienza mainstream degli ultimi dieci anni. Mah. Noi facciamo una gran fatica a capire il motivo per cui il nome di Abrams dovrebbe fungere da richiamo piuttosto che da repellente, ma è evidente la nostra estraneità al pubblico di riferimento immaginato dalla Fox. La quale, nel non individuarci quali membri di questa cerchia, ci ha visto giusto, poiché il primo episodio di Almost Human ci ha annoiato mortalmente, tanto da averlo visto in varie sedute causa inevitabili appisolamenti. Il che, per un episodio da 45 minuti, ci pare un risultato eccellente, seppure per le ragioni più sbagliate che si possano immaginare.
Si comincia male, malissimo, con una voce narrante che ci vorrebbe fornire le coordinate spazio-temporali entro cui collocare la vicenda: siamo nel 2048, la scienza e la tecnologia hanno fatto e continuano a fare passi da gigante, e nel mondo circola una gran quantità di armi e di nuove droghe sintetiche, smerciate da potenti e anonime (maddai?!) organizzazioni criminali che minacciano tutto e tutti, e che sono responsabili di un aumento del crimine quantificato in uno strabiliante “+400%”, qualunque cosa significhi questa statistica buttata lì un po’ a caso (400% in più ogni mese? 400% in più rispetto al 2013? rispetto al 2047? Chissà). Poiché i criminali del futuro sono armati fino ai denti e piuttosto incattiviti, il Dipartimento di Polizia di Los Angeles ha stabilito che ciascun agente svolga le proprie mansioni di tutoraggio dell’ordine pubblico affiancato da un sofisticato androide da combattimento denominato MX-43. Questi androidi sono dotati di un potentissimo cervellino elettronico, e sono programmati in modo da massimizzare l’efficienza delle proprie azioni sulla base di un processo decisionale basato sul freddo calcolo del rapporto costi/benefici: praticamente l’intelligenza artificiale di quarant’anni fa, spacciata come un’enorme conquista di un tecnologicissimo futuro prossimo. A causa delle scelte operate da uno di questi androidi, il protagonista John Kennex, detective presso l’LAPD, ha perso un caro collega (e una gamba) nel corso di un un violento scontro a fuoco tra la sua pattuglia e una gang. Risvegliatosi dal coma dopo 17 mesi, Kennex si porta dietro, oltre ad una sofisticata protesi cibernetica, un odio viscerale per i colleghi al silicio e per la loro inscalfibile logica binaria. Nonostante una valanga di sintomi (tra i quali depressione, OCD indotti dal trauma, e inevitabile PTSD) ne sconsiglino il reintegro nei ranghi della polizia, il capitano del dipartimento lo richiama in servizio, poiché John, benché scorbutico e asociale, è pur sempre l’unico sottoposto di cui si fidi per perseguire il suo obiettivo: svelare i traffici della gang Insyndicate e incastrare i poliziotti corrotti al soldo della stessa gang, i quali sarebbero anche responsabili dell’agguato in cui John ha perso gamba e amico. Come da regolamento, il detective Kennex deve essere affiancato nello svolgimento delle sue funzioni da un androide, cosa che non manca di generare notevoli tensioni nell’ombroso e turbato protagonista. Fatto fuori il primo MX-43 assegnatoli, scagliato fuori da una vettura in corsa, John viene obbligato ad accompagnarsi ad un DRN, che è pur sempre un androide, ma più datato. Inspiegabilmente, “più datato”, all’interno della serie, significa “in grado di esibire comportamenti sostanzialmente indistinguibili da quelli messi in atto dagli esseri umani, e per giunta di quelli buoni”, e Dorian, il DRN affidato a Kennex, dimostra queste invidiabili caratteristiche sin dai primi 30 secondi di screen-time, rivelandosi persona amabilissima e sensibile. Talmente amabile, di buon senso, e animato da moralità ineccepibile (e mai timido nel fartelo pesare, quasi fosse un Grillo Parlante) che quasi quasi scaglieresti anche lui fuori da una macchina in corsa. Invece no, John Kennex stavolta resiste all’impulso iniziale e conclude la sua prima avventura al fianco di Dorian, nonostante non manchi mai di apostrofarlo con quello che è il suo insulto razziale prediletto: “sintetico”.
Ad accompagnare Kennex e Dorian nelle loro indagini per risolvere il caso della settimana ci saranno un manipolo di personaggi cartonati presi di peso, come quelli del sopracitato Agents of S.H.I.E.L.D., da qualsiasi altro poliziesco seriale. In questo caso, il gruppo è composto da: Sandra Maldonando, donna, bianca, capitano dell’LAPD, Region Delta, leader eccezionale e sbirro irreprensibile, grande supporter di John; Valerie Stahl, donna, bianca, bella, esperta di intelligence e ammiratrice dell’eroico e burbero John; Richard Paul, bianco, sbirro con la faccia da sbirro (ma non troppo irreprensibile?), per niente entusiasta del ritorno in servizio di John; Rudy Lom, uomo, bianco, nerd con la faccia da nerd, esperto di robotica e responsabile della messa in opera degli androidi, e fido aiutante di John.
Un po’ Blade Runner, un po’ Class of 1999, un po’ Strange Days, un pizzico di Minority Report rintracciabile nell’adozione di alcune soluzioni visive: Almost Human pesca a piene mani tra i temi e le situazioni più classiche del cinema sci-fi, a partire dalla premessa di un futuro quasi-distopico di dilagante delinquenza urbana. Su questo, si innesta anche qui la classica dinamica buddy-cop “poliziotto bianco & poliziotto nero”, declinata secondo lo schema sbirro buono ma scontroso e sbrigativo (l’umano) e sbirro buono e simpatico in grado di dire sempre la cosa giusta al momento giusto, nonché capace di empatia (benché androide). La presunta ostilità del protagonista umano per gli organismi artificiali e l’iniziale diffidenza nei confronti del partner cibernetico vengono risolte già alla fine del primo episodio, perché non vorrete mica che allo spettatore rimanga il dubbio, per più di una puntata, sull’eventuale prevalere dei buoni sentimenti, vero?

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Modern Family, ABC (quinta stagione, 24 episodi, 25 settembre)
La sit-com più premiata d’America è arrivata alla quinta stagione e ancora non accenna a perdere colpi. La formula è sempre la stessa, ve ne parlavamo già un paio d’anni fa, semplice fino alla banalità e vecchia come Menandro, ma efficace e rodatissima: famiglia allargata, personaggi comuni un po’ macchiettizzati e situazioni quotidiane ingarbugliate da una successione di improbabili equivoci. Anche la tanto reclamizzata componente LGBT non ha in fondo altre funzioni se non quelle narrative di aggiungere un po’ di straordinarietà a quelle situazioni ordinarie cui lo spettatore (e parliamo di un’audience potenziale ampissima, Modern Family è uno dei pochi show oggi in onda che potremmo davvero definire “per tutti”) può facilmente rapportarsi. E del resto, non è questa l’essenza di una sit-com? Quando vediamo una puntata di Modern Family, ci aspettiamo dialoghi brillanti e gag esilaranti, e raramente rimaniamo delusi.

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Dracula, NBC (prima stagione, 10 episodi, 25 ottobre)
Nell’era post-Twilight la serialità televisiva non ha certo ignorato il potenziale commerciale dei vampiri, svestendo le seducenti creature succhiasangue dai tradizionali abiti divenuti familiari grazie ai capolavori della letteratura gotica e trapiantandole nella contemporaneità, immerse in atmosfere che dal fantasy drama per adolescenti sono arrivate fino al porno soft-core (e vedremo presto cosa ci riserveranno le prossime variazioni sul tema vampiresco a cura di Robert Rodriguez e Guillermo del Toro). Sorprendentemente, in questo acclamato revival di creature dagli inconfondibili canini appuntiti, l’unico a non trovare spazio è stato proprio uno dei supercattivi più celebri della cultura popolare, il Principe delle Tenebre, il Re dei Non-Morti, e il Signore di tutti i vampiri: proprio lui, il conte Vlad III di Valacchia, meglio noto con l’affettuoso soprannome di Vlad Tepes “L’Impalatore”, e assurto a fama mondiale con il nome d’arte di Dracula. A porre rimedio alla lunga assenza dal piccolo schermo del fascinoso e sanguinario conte Dracula (con la trascurabilissima eccezione di un breve cameo nel dimenticabile fantasy storico Da Vinci’s Demons) ci ha pensato la NBC, la quale ha fatto della serie eponima una delle novità principali del palinsesto autunnale. Purtroppo, quello che ne è venuto fuori è un pastrocchio tale da farci augurare per il povero Conte un celere ritorno nella bara in cui è stato rinchiuso per anni.
La nuova avventura televisiva di Dracula si apre con il risveglio del nostro tenebroso protagonista, liberato dall’impolverato sarcofago che ne ha custodito il corpo per una manciata di secoli da un misterioso avventuriero, che altri non è se non il Professor Van Helsing, nemico giurato del noto vampiro. Se già questo primo accenno alla trama vi ha fatto corrugare la fronte e mormorare un sommesso “what the fuckin’ fuck?”, state a sentire il resto. Per quale motivo, vi starete chiedendo, la nemesi storica del temibile vampiro dovrebbe essere interessato a risvegliare il proprio avversario da un sonno pluri-secolare? Difficile a credersi, ma a quanto pare i due hanno una causa in comune: l’avversione per una fantomatica organizzazione segreta, denominata “Order of the Dragon” (e qui il rapporto con la tradizione vampiresca si fa davvero complicato, perché non abbiamo capito il collegamento con il vero Order of the Dragon), responsabile, tra le tante nefandezze perpetrate nel corso dei secoli, di innumerevoli crocifissioni di cui venne incolpato il povero Vlad, della sua trasformazione in vampiro, della martirizzazione via incenerimento della bella e amata moglie Ilona, e, dulcis in fundo, dello stermino della famiglia del Dr. Van Helsing. L’Ordine si è evoluto nel corso dei secoli fino a diventare una sorta di congrega di turbocapitalisti reazionari e neoliberisti in versione tardo-ottocentesca, composta da vecchi, avidi petrolieri  e ricconi aristocratici, i quali, grazie alle loro smisurate ricchezze, sono in grado di infiltrare i propri membri in tutti i posti che contano e governare di fatto i destini del mondo intero. Senza scii kimiki, per ora, e con un avversione particolare per i vampiri, ai quali danno una caccia spietata. Il loro punto di forza è (non si stancheranno mai di ripetercelo) il controllo del petrolio e il monopolio delle fonti energetiche, e proprio su questo hanno deciso di puntare i due ex-acerrimi nemici per consumare la propria tanto sospirata vendetta. Per farlo, hanno architettato un piano la cui macchinosità e intrinseca stupidità hanno pochi rivali nella storia delle narrazioni televisive (ma forse anche delle narrazioni tout court): sviluppare una tecnologia che sfrutti il magnetismo terrestre per poter ricavare da esso energia pulita, senza fili, infinita, e soprattutto gratuita, e mandare così in bancarotta i famigerati petrolieri di cui sopra. Non fa una grinza: niente più petrolio, niente più soldi, e, conclude il funereo e sillogistico uomo-pipistrello, niente più soldi, niente più potere. Protetto da un’identità fittizia, il redivivo conte Dracula in versione ecologista anti-Ka$ta si trasferisce (immaginiamo dalla natìa Transylvania, anche se la mitologia vampiresca dello show — l’avrete intuito — è abbastanza stravolta) nella Londra vittoriana per dare inizio al suo macchiavellico piano. Nei panni del visionario tycoon americano Alexander Grayson (dotato di un ridicolo, fintissimo, involontariamente spassoso accento pseudo-americano, del genere “awana-gana what’s american style o’rait”!), il conte millanterà gli enormi vantaggi delle sue innovative lampadine, nel tentativo di minare l’impero economico dell’Ordine.
A complicare questo fallibilissimo piano sarà, potete scommetterci, l’amore, ma anche una sana, meno romantica, lussuria. Una delle allieve di Van Helsing, la bella Mina Murray, sembra infatti la reincarnazione della defunta moglie, cosa che turba alquanto il nostro Vlad Tepes/Alexander Grayson. Il quale, tuttavia, troverà modo di attenuare il proprio turbamento intrattenendosi sessualmente con la fascinosa Lady Jayne Wetherby, lasciva e indipendente nobildonna facente parte dell’Ordine, e incaricata da esso della missione di eliminare il vampiro che si aggira per le nebbiose strade londinesi.
Che c’è di male in tutto ciò? Molto, e non solo a causa di una sceneggiatura evidentemente oscena. Innanzitutto, per essere una serie vampiresca, manca decisamente di… mordente (ha-ha! …*groan*): non fa paura e non affascina neanche un po’, è sanguinolenta ma non abbastanza gore da solleticare gli appetiti degli appassionati del genere, vuole essere sexy, accennando a qualche tensione erotica qui e là, ma riesce a farlo solo in modo trito e pacchiano, in una ripetizione inconsapevolmente parodistica della (già di per sè parodistica) esibizione del sesso tipica del via cavo (ovviamente, essendo broadcast, in versione morigerata e castigata). L’impatto visivo, nonostante una sfarzosa e maestosa scena di ballo in occasione della festa di gala durante la quale Mr. Grayson presenta per la prima volta le lampadine eco-friendly, non fa certo urlare al miracolo. Anzi, aggiungiamo una manciata di penalità extra al giudizio negativo globale per punire sia gli occasionali ma fastidiosi slow-mo da videoclip, sia per il combattimento svoltosi sui tetti londinesi tra il Conte e un ammazzavampiri, coreografato e girato in modo da apparire una via di mezzo tra Matrix e 300.
Ma il peccato capitale è un altro: è uno show che si prende terribilmente sul serio, cosa che lo squalifica dopo aver percorso neanche mezzo metro dall’apertura del cancelletto di partenza. Al contrario di Sleepy Hollow, a nostro avviso riuscitissimo prodotto mainstream proprio grazie all’approccio scherzosamente serioso all’assurdo universo della propria narrazione, Dracula, nonostante le proprie visionarie premesse, non lascia trasparire un briciolo d’ironia, cadendo inevitabilmente nel ridicolo. Chissà, magari si tratta di uno di quei casi di prodotti talmente dozzinali da diventare di culto in virtù della propria ineguagliabile sciatteria, ma noi non saremo qui a testimoniare questo evento, poiché per nessun motivo al mondo ci avventureremmo oltre la conclusione del primo episodio. Unica, piccola, nota positiva dello show: il personaggio di Renfield, reinterpretato nella figura di un cristone afroamericano che agisce da braccio destro e rappresentante legale di Dracula/Greyson.

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Reign, The CW (prima stagione, 22 episodi, 17 ottobre)
Ebbene sì: per completezza e dovere di cronaca (?!), non abbiamo trascurato neanche la principale novità proposta da The CW, nonostante la data di nascita sulla nostra carta d’identità ci collochi al di fuori del target del canale di svariati lustri. Si tratta, in perfetto accordo con la cifra stilistica di The CW, della solita soap opera adolescenziale, la cui unica particolarità è quella di essere sì un canonico teen drama, ma in costume. La serie è infatti ambientata nel 1557, ed ha come protagonista la quindicenne Mary Stuart, Regina di Scozia e promessa sposa di Francesco di Valois, futuro Re di Francia. La vita della giovane Mary, divenuta regina alla tenera età di… sei giorni e prontamente spedita in Francia per essere protetta dagli intrighi di corte che contrassegnarono il lungo conflitto a bassa intensità tra inglesi e scozzesi, è piuttosto turbolenta. Sfuggita ad un ennesimo tentativo di avvelenamento, Mary lascia il convento che l’ha ospitata fin dalla più tenera età e si trasferisce alla corte di Francia, laddove alle palpitazioni amorose per il bel Francesco si affiancheranno le tensioni per i giochi di potere e gli intrighi di palazzo. Non ultimi, quelli messi in atto dalla regina in carica Caterina de’ Medici, la quale, informata da Nostradamus del tragico destino a cui andrà incontro l’insipido Francesco in caso di matrimonio con la bella Mary, prova in tutti i modi ad evitare le nozze. Di contorno a tutto ciò, un quartetto di strillanti e vacue amiche adolescenti di Mary si dedica alla ricerca di un marito tra gli squallidi personaggi che popolano la corte.
L’episodio pilota ha fatto scalpore per una scena di masturbazione femminile ritenuta “troppo esplicita”, ma in realtà talmente castigata che probabilmente la passerebbe liscia anche di fronte a un censore quacchero. E invece, scandalo! …Yawn.


E per finire, ecco tutto il resto del palinsesto dei cinque network principali, canale per canale, valido, salvo cancellazioni, più o meno fino alla prossima primavera:

abcLast Man Standing (terza stagione, n. di episodi da definire, 20 settembre)
The Neighbors (seconda stagione, 22 episodi, 20 settembre)
Castle (sesta stagione, n. di episodi da definire, 23 settembre)
The Goldbergs (prima stagione, 22 episodi, 24 settembre)
Lucky 7 (prima stagione, cancellata dopo 2 episodi, 24 settembre)
Trophy Wife (prima stagione, 22 episodi, 24 settembre)
Back In The Game (prima stagione, cancellata, ma andranno in onda comunque i primi 13 episodi già prodotti, 25 settembre)
The Middle (quinta stagione, n. di episodi da definire, 25 settembre)
Nashville (seconda stagione, n. di episodi da definire, 25 settembre)
Gray’s Anatomy (decima stagione, 24 episodi, 26 settembre)
Once Upon A Time (terza stagione, 22 episodi, 29 settembre)
Revenge (terza stagione, 24 episodi, 29 settembre)
Betrayal (prima stagione, 13 episodi, 29 settembre)
Super Fun Night ( (prima stagione, 17 episodi, 2 ottobre)
Scandal (terza stagione, 18 episodi, 3 ottobre)
Once Upon A Time In Wonderland (prima stagione, n. di episodi da definire, 10 ottobre)

nbcChicago Fire (seconda stagione, 22 episodi, 24 settembre)
Law & Order: Special Victims Unit (quindicesima stagione, 22 episodi, 25 settembre)
Revolution (seconda stagione, 22 episodi, 25 settembre)
The Michael J. Fox Show (prima stagione, 22 episodi, 26 settembre)
Parenthood (quinta stagione, 22 episodi, 26 settembre)
Parks & Recreation (sesta stagione, 22 episodi, 26 settembre)
Ironside (prima stagione, cancellata dopo 4 episodi, 2 ottobre)
Sean Saves The World (prima stagione, 18 episodi, 3 ottobre)
Welcome To The Family (prima stagione, cancellata dopo 3 episodi, 3 ottobre)
Grimm (terza stagione, 22 episodi, 25 ottobre)

cbsHostages (prima stagione, 15 episodi, 23 settembre)
Mom (prima stagione, 22 episodi, 23 settembre)
2 Broke Girls (terza stagione, 24 episodi, 23 settembre)
NCIS (undicesima stagione, 24 episodi, 24 settembre)
NCIS: Los Angeles (quinta stagione, 24 episodi, 24 settembre)
Person Of Interest (terza stagione, 23 episodi, 24 settembre)
Criminal Minds (nona stagione, 22 episodi, 25 settembre)
CSI (quattordicesima stagione, 22 episodi, 25 settembre)
The Crazy Ones (prima stagione, 22 episodi, 26 settembre)
Elementary (seconda stagione, 24 episodi, 26 settembre)
Two And A Half Man (undicesima stagione, 22 episodi, 26 settembre)
The Big Bang Theory (settima stagione, 24 episodi, 26 settembre)
Blue Bloods (quarta stagione, n. di episodi da definire, 27 settembre)
Hawaii Five-0 (quarta stagione, 22 episodi, 27 settembre)
The Mentalist (sesta stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
The Good Wife (quinta stagione, 22 episodi, 29 settembre)
We Are Men (prima stagione, cancellata dopo 2 episodi, 30 settembre)
The Millers (prima stagione, 22 episodi, 3 ottobre)

foxBones (nona stagione, n. di episodi da definire, 16 settembre)
Brooklyn Nine-Nine (prima stagione, 22 episodi, 17 settembre)
Dads (prima stagione, 19 episodi, 17 settembre)
The Mindy Project (seconda stagione, n. di episodi da definire, 17 settembre)
New Girl (terza stagione, n. di episodi da definire, 17 settembre)
Glee (quinta stagione, n. di episodi da definire, 26 settembre)
American Dad (decima stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
Bob’s Burgers (quarta stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
Family Guy (dodicesima stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
The Simpsons (venticinquesima stagione, n. di episodi da definire, 29 settembre)
Raising Hope (quarta stagione, 22 episodi, 15 novembre)

thecwThe Originals (prima stagione, 22 episodi, 3 ottobre)
The Vampire Diaries (quinta stagione, 22 episodi, 3 ottobre)
Beauty & The Beast (seconda stagione, 22 episodi, 7 ottobre)
Hart Of Dixie (terza stagione, 22 episodi, 7 ottobre)
Supernatural (nona stagione, 23 episodi, 8 ottobre)
Arrow (seconda stagione, n. di episodi da definire, 9 ottobre)
The Tomorrow People (prima stagione, 22 episodi, 9 ottobre)
The Carrie Diaries (seconda stagione, 13 episodi, 25 ottobre)
Nikita (quarta stagione, 6 episodi, 22 novembre)

Quali sono le serie tv in onda in quest'autunno 2013? Pt. III: Le serie europee #fall13tv

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Eccoci giunti al terzo appuntamento della nostra guida al panorama televisivo autunnale. Dopo aver esplorato l’élite dei canali televisivi statunitensi, il premium cable e il basic cable, e dato uno sguardo alle serie “blockbuster” che i loro capienti portafogli sono in grado di produrre, ci trasferiamo nel Vecchio Continente, dove gli studi non possono ambire alle stesse risorse economiche e le serie televisive raramente possono sperare di raccontare la propria storia in più di una mezza dozzina di episodi. Su questa sponda dell’oceano ci sono meno soldi, senza dubbio, ma le energie creative sono comunque di primissimo livello, e le serie di qualità prodotte in Europa non hanno nulla da invidiare ai riveriti colleghi della tv americana, specie sulle distanze brevi (miniserie, o giù di lì). Sono ormai numerose le serie originali europee (scandinave, per lo più) depredate per carenza di idee e riadattate per il mercato americano, e sono sempre più frequenti i casi di prodotti che, dopo la messa in onda in patria, trovano spazio nei palinsesti delle televisioni d’oltreoceano. Nelle precedenti puntate abbiamo visto i casi più recenti di questo fenomeno (Dancing on the Edge e A Young Doctor’s Notebook, rispettivamente su Starz e Ovation), e oggi ne diamo ulteriore conferma inserendo in questa lista le produzioni (inglesi) che verranno ritrasmesse dalla televisione pubblica americana (PBS).

Prima di cominciare, una precisazione doverosa: abbiamo intitolato il pezzo “le serie europee”, ma in effetti quest’etichetta potrebbe essere impropria, poiché non parleremo della televisione europea tout court (ché tanto lo sapete, la tv nostrana non la degniamo di uno sguardo, e gran parte del resto non lo conosciamo, anche a causa di evidenti barriere linguistiche). “Europa” coincide, nel nostro caso, pressoché unicamente con “Regno Unito”, poiché il 90% delle serie tv che presenteremo quest’oggi è a cura dei sudditi di Sua Maestà (mentre il restante 10% fa riferimento alle già menzionate tv scandinave). In verità potremmo addirittura restringere ulteriormente il campo, dato che la stragrande maggioranza di quel 90% in quota britannica è appannaggio di quel monumento della televisione mondiale che è la BBC.


Oggi parliamo di: Peaky Blinders, Quirke, Ripper Street, By Any Means, The Escape Artist, The Wrong Mans e Atlantis (BBC), The Tunnel e A Young Doctor’s Notebook & Other Stories (Sky Atlantic e Sky Arts), Downton Abbey (ITV), The Hollow Crown e The Paradise (PBS), London Irish (Channel 4) e, uniche eccezioni al monopolio anglosassone, Bron/Broen (SVT1/DR1) e Nymfit/Nymphs (MTV3)

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Peaky Blinders, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 12 settembre)
Alla faccia della “differente sensibilità europea”: la prima serie del lotto odierno è probabilmente la più “americana” (per modelli ispiratrici e forme della narrazione) vista in tempi recenti. Peaky Blinders è un crime drama in costume, non a caso propagandato come la versione inglese di Boardwalk Empire (e qualcuno ha anche azzardato un meno convincente “i Sopranos delle Midlands”, per via della saga familiare che percorre la serie), con il quale condivide l’ambizione di raccontare lo spietato mondo criminale degli Anni ’20, offrendone una rappresentazione che non lesina in violenza e turpiloquio. Tuttavia, l’ambientazione in cui sono calate le due serie non potrebbe essere più distante: in Peaky Blinders non c’è spazio per il lusso e i luccichii del lungomare di Atlantic City, i quali lasciano invece il posto alle tetre atmosfere degli slums di Birmingham. Il centro principale della cosiddetta “Black Country” è infatti una livida città industriale immersa in fumi malsani, attraversata da strade fangose, popolata da prostitute, ubriaconi, bambini teppisti, operai derelitti e gangster, assordata dall’incessante martellare proveniente dalle manifatture e illuminata dalle sinistre fiamme sputate dagli altiforni, che offrono un contributo decisivo alla creazione di una scenografia da girone infernale. Immaginate una pagina di Dickens, aggiornatela al primo dopoguerra, et voilà.
La serie ci porta nell’anno di (poca) grazia 1919, nel bel mezzo di un momento storico in cui il Regno Unito è percorso da mille tensioni: gli uomini, giovani e meno giovani (per lo meno quelli più fortunati), hanno appena fatto ritorno dalle trincee della Prima Guerra Mondiale, e ne portano ben visibili le cicatrici fisiche e psicologiche; in Irlanda gli eventi stanno rapidamente precipitando verso la sanguinosa guerra d’indipendenza; e, ciliegina sulla torta, il fantasma del comunismo, che per oltre cinquant’anni si è aggirato in forma esclusivamente eterea per la Vecchia Europa, ha finalmente acquisito sostanza, assumendo le fattezze concrete dei tanti movimenti e partiti politici determinati a rovesciare le classi dominanti sull’onda dell’entusiasmo scatenato dalla presa del potere da parte dei Bolscevichi in Russia. Questo groviglio di situazioni esplosive è ben visibile a Birmingham, tra ex-soldati tornati dal fronte con evidenti tracce di PTSD e immediatamente riassorbiti dalle sfiancanti mansioni operaie, agit-prop che minacciano scioperi e rivolte in grado di annientare lo sfruttamente capitalista, irlandesi indipendentisti intenti a pianificare le strategie di ribellione al dominio inglese, e le gang malavitose a dettare legge. I “Peaky Blinders” del titolo — una gang criminale storicamente esistita, attiva nell’area di Birmingham dalla fine del XIX Secolo — sono esponenti di spicco di quest’ultima categoria, insieme alle bande di irlandesi e di immigranti di varia provenienza (tra i quali, non vi stupirete, ci sono gli immancabili italiani), e sono dediti principalmente al controllo delle scommesse clandestine e alla ricettazione di merci rubate. L’origine del nome aiuta a ben caratterizzare lo spirito della banda, e in generale il clima dell’epoca: il curioso appellativo deriva infatti dal particolare segno distintivo indossato dai suoi membri, ovvero una lametta da rasoio cucita sulla visiera dei cappelli in uso all’epoca (“peaked caps”, appunto), il cui utilizzo principale, lo avrete intuito, non era esattamente quello canonico. La lametta era infatti la “weapon of choice” di questi amabili giovanotti, adoperata per sfregiare ed accecare (“blinders”, appunto) i rivali nelle frequenti controversie per il controllo del territorio. Il leader non dichiarato della gang è Tommy Shelby, il carismatico, bello e giovane protagonista: anch’egli reduce del fronte — sopravvissuto ad uno dei peggiori teatri della Grande Guerra, le Fiandre — si dedica, come gli altri ex-commilitoni, a medicare le proprie ferite interiori con abbondanti dosi di whisky irlandese e oppio. Ma Tommy è anche proprietario di una vivida intelligenza e di una pari ambizione, e si appresta ad assumere in modo più netto la leadership del gruppo, scavalcando il fratello maggiore Arthur (ma non la matriarca della famiglia, Aunt Polly, che continua ad avere un ruolo fondamentale nei processi decisionali della banda). Sarà proprio una decisione di Tommy, presa senza consultare il resto della gang, a mettere in moto gli eventi di questa prima stagione. Egli ha infatti ordinato il furto di alcune motociclette, ma per un fortunato (o sfortunato, staremo a vedere) errore la cassa rubata alla BSA contiene una gran quantità di armi e munizioni dirette in Libia. Contrariamente a quanto promesso ad Aunt Polly, Tommy decide di tenere l’arsenale in quanto potenziale mezzo per espandere gli affari dei Blinders, nonostante si tratti di refurtiva estremamente scottante. Il furto delle armi, attribuito all’IRA, ha come conseguenza principale l’invio nella regione dell’ispettore capo Chester Campbell, lo sbirro migliore di Belfast, costruitosi la fama di inflessibile tutore della legge (immaginiamo in che modo) reprimendo le istanze indipendentiste irlandesi. Il cazzutissmo poliziotto, ossessionato dal suo desiderio di spazzare via l’IRA, arriva in città con il mandato diretto di Winston Churchill, allora Ministro della Guerra, per recuperare il pericoloso carico ed evitare che le armi finiscano nelle mani degli indipendentisti irlandesi o, peggio, dei rivoluzionari comunisti così invisi al “British Bulldog”. Inoltre, visto che si trova in città, Campbell avrà anche il compito di dare una bella ripulita a questa tardo-edoardiana Gomorra (alla quale non manca neanche il predicatore ambulante che preannuncia l’imminente scatenarsi dell’ira divina contro la depravazione degli abitanti della città: c’è, e si chiama Jeremiah Jesus).
L’ambientazione, esaltata da una cinematografia di buon livello (con evidenti richiami al western e ai gangster movie americani), è di sicuro fascino, e compensa la sensazione che lo sviluppo narrativo non sia intenzionato ad avventurarsi su strade poco battute. I dialoghi non sono un capolavoro di scrittura, e in molti hanno criticato la poca accuratezza degli accenti, lontani dal caratteristico dialetto Brummie. Ci è piaciuta la scelta anticonformista di una colonna sonora palesemente anacronistica, con musiche tratte dal repertorio di Nick Cave e dei The White Stripes, capaci di ben sottolineare la durezza e la ruvidezza dell’ambientazione. Poi, forse lo avrete intuito, noi abbiamo una speciale predilezione per le avventure che coinvolgono i criminali, di qualunque parte del mondo essi siano e a qualunque attività illecita essi si dedichino, e abbiamo quindi ragioni più che sufficienti per seguire la serie.

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Quirke, BBC One (miniserie, tre episodi, autunno 2013)
Secondo crime drama della nostra scaletta. Anche questo è ambientato nel passato, ma rispetto al precedente il calendario fa un salto in avanti di una trentina d’anni, catapultandoci negli Anni ’50, mentre l’azione si sposta al di là dell’Irish Sea, portandoci in quel di Dublino. Qui incontreremo il Quirke protagonista, individuo di cui non sapremo mai il nome di battesimo ma di cui seguiremo le giornate passate presso l’obitorio della città. Quirke è infatti un malinconico anatomopatologo, consulente presso l’obitorio della capitale irlandese, sempre vestito in modo impeccabile, turbato dall’attrazione proibita che prova nei confronti della moglie del suo fratello adottivo, e con la tendenza ad affogare nell’alcool la sua depressione. Ma è anche dotato di un cervello finissimo, e la caratteristica fondamentale del personaggio è la sua naturale propensione all’indagine. Il solitario Quirke pare trovare sollievo dai turbamenti interiori quando può dedicare le proprie energie ad indagare le cause della morte delle persone che finiscono sul proprio tavolo da lavoro, seguendo tracce che, a partire dai cadaveri, lo condurranno nei luoghi più affascinanti di un oscura Dublino (e ancor più spesso in uno dei tanti bar). Nel corso della serie, egli proverà a ricostruire le dinamiche che hanno portato alla morte di tre persone, trasformandosi in una sorta di detective per caso. Inaspettatamente, però, le indagini lo condurranno verso i suoi familiari più stretti, costringendolo ad un doloroso riesame di un passato torbido.
Interpretato da un Gabriel Byrne dalla faccia appropriatamente triste, Quirke è un personaggio ispirato ai romanzi di successo di Benjamin Black, trasposti in tre episodi (intitolati “Christine Falls”, “The Silver Swan” e “Elegy for April”) della durata di 90 minuti ciascuno. È un po’ pochino, lo sappiamo, ma questo è tutto quello che siamo riusciti a sapere su questa miniserie. A quanto pare, pur essendo considerata uno dei prodotti di punta della programmazione autunnale, la BBC non ha ancora investito granché in materiali promozionali, e le poche informazioni in proposito sono limitate ad una scarnissima press release. L’incertezza intorno a Quirke è tale che, sebbene il DVD sia già in prevendita su Amazon, le date della messa in onda non sono ancora state rese note, per cui siamo costretti a indicare un vago “autunno 2013”. Vi terremo aggiornati.

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Ripper Street, BBC One (seconda stagione, 8 episodi, ottobre/1 dicembre 2013)
Terzo crime drama, terza balzo indietro nel tempo. Stavolta un pochino più lungo: Ripper Street è ambientato nell’ultimo decennio dell’Ottocento, tra la sporcizia e il degrado dei quartieri malfamati dell’East End londinese di epoca tardo-vittoriana. Precisamente a Whitechapel, la cui notorietà è indissolubilmente legata agli omicidi perpetrati da Jack the Ripper (dopo questa rivelazione, anche a chi non ha visto la prima stagione il titolo sembrerà di sicuro meno sibillino). Ma ormai siamo alla seconda annata, e la pratica Jack the Ripper è stata ormai archiviata. Questo non significa che non ci sia del lavoro da fare per il brillante (e, per motivi a noi ignoti, turbato) ispettore Edmund Reid, per il suo braccio destro, il duro sergente Bennet Drake (che se non vestisse la divisa non sarebbe poi così diverso dai criminali a cui dà la caccia), e per il capitano ex-Pinkerton Homer Jackson, il talentuoso medico legale della compagnia (oltre che appassionato donnaiolo, bevitore e giocatore d’azzardo: “la donna, la taverna e ‘l dado”?). Al contrario, le sfide che attendono gli uomini della H-Division potrebbero essere persino più impegnative, poiché nel cuore oscuro di Londra la violenza sembra salire di livello man mano che ci si avvicina alla fine del secolo, in un deprimente scenario fatto di recessione economica e crisi dell’Impero britannico. Tra oppiacei smerciati nella nascente Chinatown, un fanatico promotore dell’eugenetica alla caccia di fenomeni da baraccone (il noto Elephant Man è il protagonista dei primi episodi) su cui condurre esperimenti, feroci gang di sole donne e l’onnipresente corruzione del sistema politico e della stessa polizia (immaginiamo impersonata da una new entry tra i personaggi, l’ispettore Jebediah Shine, descritto come l’alter ego oscuro del protagonista), Reid e compagni non avranno di che stare con le mani in mano per le prossime otto puntate.
Ripper Street non è una di quelle serie che attendiamo con trepidazione, nonostante la prima stagione sia stata abbastanza soddisfacente (e lo slang londinese di fine secolo abbia contribuito a renderla a tratti divertente), per cui non ci turba più di tanto l’incognita della data di messa in onda su BBC One (anche se un po’ ci preoccupiamo per la salute della stessa BBC: che succede, cara BBC? Come mai tutte queste titubanze nello stilare il palinsesto?!). Se invece c’è qualcuno che non sopporta l’incertezza, sappia che BBC America ha confermato la data del primo dicembre.

UPDATE: La season premiere andrà in onda su BBC One il 28 ottobre.

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By Any Means, BBC One (prima stagione, 6 episodi, 22 settembre)
Ancora una serie legata al mondo del crimine, per completare il poker dei crime drama BBC di quest’anno. A differenza dei precedenti, By Any Means è ambientato ai giorni nostri e si schiera in modo più netto dalla parte della legge. Dalla parte della legge, sì, ma con qualche deroga, poiché racconta le vicende di una squadra speciale assemblata in gran segreto da una dirigente dell’intelligence britannica con il compito di compiere operazioni difficili ai limiti della legalità. Il team, come lascia ben presagire il titolo, ha infatti carta bianca sui metodi impiegati per raggiungere i propri scopi: con ogni mezzo, legale o illegale, gli obiettivi dovranno essere raggiunti. Di cosa si occupa questo reparto composto da ex-agenti e specialisti vari? Essenzialmente di mettere una pezza ai fallimenti della giustizia, catturando le migliori menti criminali che, per imperizia e negligenza del sistema, o per scaltrezza e abilità nel saper trovare i giusti cavilli, riescono sempre a scampare alle condanne. Questi geni del crimine nascondono i loro imperi criminali dietro la facciata pulita dei loro business di successo, stando attenti a non esporsi mai in prima persona e facendo in modo che le operazioni illegali non siano mai ad essi riconducibili. Inoltre, spesso hanno esteso la loro influenza anche sui mezzi di comunicazione, manipolando i quali possono sostenere di essere vittime di persecuzioni illegittime e ingiustificate da parte della giustizia. (Vi state chiedendo anche voi se per caso le cronache italiane abbiano fornito una qualche ispirazione agli sceneggiatori?) Questi pericolosi cattivoni, dipinti talvolta in modo inavvertitamente caricaturale, devono essere in qualche modo assicurati alla giustizia, e se non ci si è riusciti per mezzo della legge ordinaria, allora ecco entrare in gioco il nostro gruppo speciale, autorizzato a giocare sporco tanto quanto i criminali a cui deve dare la caccia.
Qualora queste insipide premesse non fossero sufficienti a tenervi lontano dall’ultima fatica di Tony Jordan, ecco un ulteriore elemento: il reparto clandestino è la classica collezione di stereotipi che vi aspettereste in uno show di questo tipo. Abbiamo quindi un leader, Jack Quinn, ex-poliziotto, duro e deciso e bravo e bello e intelligente; abbiamo un’aiutante donna, la bella e schietta Jessica Jones, risolvi-problemi abilissima a operare sotto copertura e alla quale nessuna serratura è in grado di resistere; abbiamo un collaboratore nerd, “TomTom” Hawkins, ex-hacker balzato dall’altra parte della barricata, genio dei computer e mago di tutte le diavolerie tecnologiche; e infine c’è Charlie O’Brian, il novellino del gruppo, anch’egli ex-poliziotto come Jack e animato da un odio viscerale per il crimine. Se solo ci fosse un briciolo d’ironia a salvare il tutto…
Invece no, niente ironia. Il tutto è impacchettato in una confezione pulitina e patinata, ed è (ovviamente!) girato a ritmo frenetico: quanto basta per portare sotto zero il nostro interesse nei confronti di questa serie. Quando avremo voglia di poliziotti (o pseudo-tali) senza remore nella loro lotta contro il crimine lo faremo per ammirare il fascino infinito di Idris Elba e del suo Luther. Che il protagonista di questa serie sia Warren Brown, proprio il Justin Ripley di Luther, non ci basta.

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The Tunnel, Sky Atlantic/Canal+ (prima stagione, 10 episodi, 16 ottobre)
The Tunnel farebbe la felicità di uno strutturalista. Si tratta, infatti, del secondo adattamento del fortunato crime drama scandinavo Bron/Broen, a dimostrazione di come gli elementi formali di una storia possano essere adattati ai contesti più disparati mantenendo per lo più invariate le relazioni tra di essi. L’efferato omicidio di un politico svedese, il cui cadavere venne ritrovato, tagliato a metà, deposto sulla linea di confine tra Svezia e Danimarca tracciata sull’Øresundbron/broen, si è ripetuto in modo pressoché identico nella serie americana The Bridge (ne abbiamo parlato la scorsa estate), in cui il cadavere era però quello di una giudice texana e il luogo del ritrovamento era il Bridge of the Americas, il viadotto che collega Messico e Stati Uniti unendo Ciudad Juárez a El Paso. In questa terza ripetizione del misfatto, la figura di spicco a finire sezionata è quella di un noto politico francese, anch’egli abbandonato su una struttura deputata ad unire due paesi diversi: non di ponte si tratta, stavolta, ma bensì del famoso Eurotunnel che attraversa la Manica per collegare le sponde di Francia e Regno Unito. Il corpo della vittima è stato scenograficamente posizionato al centro del tunnel ferroviario, una metà in territorio francese e l’altra metà in territorio britannico, in modo da ripartire la giurisdizione tra i due paesi coinvolti. Alle indagini dovranno dunque collaborare, in una problematica convivenza, i dipartimenti di polizia dei due paesi, guidati rispettivamente dai detective Elise Wasserman e Karl Roebuck. La vicenda si complica quando, dopo i primi rilevi, si scopre che le due metà del corpo non appartengono alla stessa persona, e che l’omicidio e la sua teatrale messa in scena sono opera di un serial killer motivato dal desiderio di denunciare il degrado morale dell’Europa contemporanea. Drammatici effetti delle politiche di austerity? Risentimenti nazionalisti anti-euro? In realtà, con il proseguire delle indagini, che coinvolgeranno suo malgrado anche il giornalista britannico Danny Hillier, le azioni del killer appaiono sempre più legate al perseguimento di motivazioni personali.
Chi ha visto l’originale dano-svedese e il successivo adattamento tex-mex curato da FX non faticherà a riconoscere i tanti punti di contatto tra le tre iterazioni dello stesso schema narrativo: l’omicidio di una prominente figura pubblica, il corpo diviso in due, l’assemblaggio di due cadaveri e le rivendicazioni a sfondo politico e sociale del “Truth Terrorist” scandinavo e dei suoi successivi epigoni, il coinvolgimento dei media (nella figura di un giornalista tirato per i capelli dentro la vicenda), l’accoppiata di due detective, un uomo e una donna, dai modi e dalle personalità apparentemente inconciliabili (anche se in quest’ultimo adattamento, la freddezza e il distacco emotivo della poliziotta francese non sono da attribuire alla sindrome di Asperger o ad una qualche forma di autismo, come nel caso di Saga Norén e Sonya Cross, ma bensì alla drammatica scomparsa, anni prima, della sorella gemella. Non ci è dato sapere se la controparte maschile si rivelerà un donnaiolo come Martin Rhode e Marco Ruìz). Il tratto più interessante, così come nelle precedenti versioni, è senza dubbio la messa in scena delle differenze culturali tra paesi confinanti, esemplificata dalla difficile collaborazione tra i due dipartimenti di polizia (diffidenti l’uno dell’altro sulla base degli stereotipi e dei pregiudizi che caratterizzano le diverse culture di appartenenza) ed enfatizzata dalle differenze linguistiche. Anche The Tunnel, come i predecessori, non ha paura di mettere in scena un’ambientazione bilingue e pretendere che i propri spettatori facciano lo sforzo di leggere i sottotitoli (per dare un’idea della rarità della cosa: si tratta della prima serie bilingue mai trasmessa in Francia e Regno Unito), puntando sul mantenimento delle differenze linguistiche per rimarcare, attraverso di esse, le difficoltà di comunicazione e di mutua comprensione tra abitanti di paesi diversi. L’esperimento è riuscito abbastanza bene nelle due produzioni che hanno l’hanno preceduta, e noi siamo abbastanza curiosi di vedere se all’ennesima trasposizione il gioco regge ancora. E siamo curiosi anche di ammirare nuovi evocativi (e cupi) paesaggi: dopo le glaciali coste scandinave e il maestoso ponte che attraversa l’Øresund, dopo la caotica Juárez e l’infinito deserto texano, è ora il turno dei campi lunghissimi (inevitabili establishing shot in questo genere di noir) su Folkestone e Calais, per metterne in mostra i paesaggi costieri, tra bellezze naturali e ruvidi porti industriali.

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Bron/Broen, SVT1/DR1 (seconda stagione, 10 episodi, 22 settembre)
Eccola, la fonte di ispirazione di cui si parlava poco fa. Il progenitore di The Tunnel The Bridge torna per la sua seconda avventura, senza cadaveri smembrati ma con gli stessi protagonisti, Saga Norén e Martin Rhode. I quali si troveranno ancora una volta a collaborare, dopo un nuovo misterioso crimine consumato nei pressi dell’Øresundbron/broen.
Una nave cisterna, dopo aver ignorato tutti i richiami delle autorità portuali che controllano il canale tra Danimarca e Svezia, si è schiantata su uno dei piloni che sorreggono il ponte. Quando la guardia costiera riesce ad abbordare la nave, si scopre che questa procedeva senza equipaggio, e che, imprigionati nel relitto, ci sono cinque ragazzi tenuti incatenati sotto coperta. Il dipartimento di polizia di Malmö si incarica delle indagini, potendo contare su quella che è ormai la più grande esperta di “eventi criminosi aventi a che fare con il ponte sull’Øresund”: proprio lei, la bizzarra Sara Norén. La quale, una volta preso possesso dell’indagine, decide di ricostituire la squadra vincente della passata avventura, chiedendo la collaborazione di Martin Rhode. Un evento improvviso fa però precipitare la situazione: i cinque ragazzi, due danesi e tre svedesi, sono stati infettati da un misterioso untore, e mostrano i sintomi di una rara e contagiosissima forma di peste polmonare che mette rapidamente in pericolo le loro vite. Oltre alla minaccia batteriologica, i due detective devono far fronte alle difficoltà delle loro rispettive vite private: Martin non ha certo superato il trauma della perdita del figlio (e, per cercare di chiudere con il passato, visita addirittura Jans in prigione), e Sara si trova coinvolta in una relazione sentimentale che per la prima volta è davvero seria, ma conoscendone l’imprevedibilità caratteriale, quella con il suo fidanzato non si preannuncia una convivenza facile. Quale sarà il piano del nuovo serial killer/terrorista? Riusciranno, Sara e Martin, a risolvere il caso, nonostante le inevitabili interferenze della loro sfera privata? (Beh, sì, certo che ci riusciranno, è una domanda retorica. Ma come?)

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A Young Doctor’s Notebook & Other Stories, Sky Arts (seconda stagione, 4 episodi, 21 novembre)
Ormai appare chiaro: è il periodo d’oro delle serie ad ambientazione storica. La scorsa puntata abbiamo parlato (in toni abbastanza lusinghieri) della prima stagione di questa serie in grado di combinare con grande perizia elementi drammatici e comici, ed oggi è il turno della seconda, trasmessa da Sky Arts, la tv britannica che per prima aveva scommesso sul progetto “A Young Doctor’s Notebook”. L’attesa seconda parte della miniserie interpretata dal duo Jon Hamm/Daniel Radcliffe si ispira a un’ulteriore raccolta di racconti (“& Others Stories”, recita appropriatamente il titolo di questa seconda stagione) di Mikhail Bulgakov, ed è ambientata qualche tempo dopo gli eventi narrati nella prima: siamo ancora, quindi, alle soglie degli Anni ’20.
A Young Doctor’s Notebook prosegue, immaginiamo senza discostarsi troppo dallo stile che ha caratterizzato i primi quattro episodi, nel racconto delle (dis)avventure di Vladimir Borngard, giovane dottore di stanza nel piccolo paese di Muryevo, microscopico puntino disperso nell’immensità della Russia rurale. I problemi di Vladimir nel relazionarsi con i superstiziosi paesani e con gli ostili collaboratori sono ora resi esponenzialmente più complicati dalla delicatezza del momento storico: la Russia sta attraversando, infatti, i turbolenti anni della guerra civile, all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre. Nel bel mezzo di questa situazione a dir poco tumultuosa, il giovane dottore si trova inoltre a combattere i propri demoni interiori, essendo prigioniero di una pericolosa dipendenza dalla morfina (aspetto ispirato da uno dei racconti più noti di Bulgakov, il semiautobiografico Morfina) e contemporaneamente preda dei turbamenti d’amore, scatenati dall’arrivo nel remoto paesino della bella aristocratica Natasha.

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The Hollow Crown: Shakespeare’s History Plays, PBS (miniserie, 4 episodi, 20 settembre)
Bene, siamo alla centonovantasettesima serie in costume, ma di questa parliamo molto volentieri perché: a) in questo caso siamo finalmente fuori dall’arco temporale canonico delle serie ad ambientazione storica (seconda metà Ottocento/prima metà Novecento) e ci immergiamo invece nel tardo medioevo inglese; ma, soprattutto, b) SHAKESPEARE!!!
The Hollow Crown è una manna dal cielo per tutti gli shakespearofili là fuori: un kolossal per la tv che sembra uscito da quell’epoca in cui la televisione aveva l’ambizioso obiettivo (invero un po’ paternalista) di acculturare le masse e di rendere disponibili a tutti, e non solo alle élite, le opere immortali dei grandi scrittori. Questa miniserie sembra voler fare proprio questo, e lo fa sfoggiando nomi importanti sia tra i produttori (Sam Mendes) sia tra i membri del chilometrico cast (Jeremy Irons, Ben Whishaw, Rory Kinnear, Iani “Ser Jorah Mormont” Glen, David “Guv’nor” Morrissey, Patrick “Prof. X” Stewart,  Julie Walters, Richard Griffiths, John Hurt, e un manipolo di attori di teatro a noi ignoti). Cari amanti di William Shakespeare, preparatevi: i quattro episodi sono la trasposizione della seconda tetralogia di drammi storici — quella che racconta le vite di Riccardo II, Enrico IV e Enrico V (e non fate la faccia di quelli che i drammi storici no, i drammi storici sono solo vuoto patriottismo, i drammi storici impallidiscono di fronte alle tragedie e alle commedie, eccetera eccetera) — resi con grande perizia artistica, sia dal punto di vista della cinematografia che da quello della recitazione. Il tutto consolidato da ottime scelte di regia (ad opera di tre registi provenienti dal mondo del teatro: rispettivamente, Rupert Goold, Richard Eyre, curatore di entrambe le parti in cui è suddiviso l’Enrico IV, e Thea Sharrock), capaci di fornire una convincente interpretazione del testo shakespeariano (tranne, forse, nel discusso eccesso di simbologia cristiana nel primo episodio della serie). E poi c’è l’enorme tensione drammatica che caratterizza la sfida all’ordine divino delle successioni reali e l’ascesa e la caduta di questi gloriosi sovrani, ma quella è tutta farina del sacco del Bardo.
La serie risale allo scorso anno, quando fu mandata in onda per la prima volta su BBC Two in occasione delle manifestazioni culturali promosse per celebrare l’anno olimpico, e se ve la siete persa allora, ringraziate PBS per averla rimessa in circolazione all’interno del ciclo (appropriatamente denominato) “Great Performances”.

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Downton Abbey, ITV (quarta stagione, 8 episodi + 1 speciale natalizio, 22 settembre)
Altra serie in costume, altra serie ambientata all’inizio del Ventesimo secolo: non abbisogna di grandi presentazioni, Downton Abbey, essendo una delle serie di maggior successo di questi ultimi anni, capace di macinare ascolti record in patria, conquistarne altrettanti in tutto il Nord America (dove la quarta stagione arriverà, sempre sulle frequenze della PBS, agli inizi di gennaio), e raccogliere sul suo percorso manciate di Emmy e Golden Globe. Eppure, cari lettori, questa proprio non fa per noi. Non l’abbiamo mai guardata, perché i melodrammi non sono proprio nelle nostre corde, e una soap opera che ha per protagonisti i membri delle classi aristocratiche inglesi d’inizio Novecento (e che non a caso si è accattivata le simpatie della critica più conservatrice) lo è ancora meno.
Se siete appassionati (e, visto il successo della show, ci sono buone possibilità che lo siate) saprete già tutto. Per gli altri, segue brevissima sinossi: drammi, colpi di scena, nuovi arrivi destinati ad alterare le gerarchie della famiglia Crawley e della (fedele?) servitù scuotono la pace apparente che circonda il maniero di Downton e le granitiche certezze di una società ancorata nel passato. Praticamente è la stessa sinossi delle tre stagioni precedenti: aggiungete, per soprammercato, concetti vaghi come “ambizione, desideri, speranze, dilemmi e passioni amorose”, collocate il tutto all’inizio dei ruggenti Anni ’20, e il gioco è fatto. Noi passiamo oltre senza voltarci indietro.

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The Escape Artist, BBC One (prima stagione, 3 episodi, 29 ottobre)
Legal thriller incentrato sulla figura di Will Burton, interpretato dall’onnipresente David Tennant, ex-Doctor Who, e recentemente visto nei panni del detective Alec Hardy nell’acclamato Broadchurch (a proposito di serie europee e mercato americano: non solo Broadchurch è passata sui teleschermi americani, a cura di BBC America, ma ora se ne progetta addirittura un adattamento, prodotto dalla Fox e al quale prenderà parte lo stesso Tennant).
Will Burton è un brillante avvocato difensore, un vero e proprio principe del foro, soprannominato “The Escape Artist” per la sua abilità nel tirare fuori gli accusati da situazioni processuali apparentemente senza uscita. Non avendo mai perso una causa, le prestazioni di Will sono naturalmente richiestissime da chiunque abbia la possibilità di garantirsene i servigi. Ma un bel giorno (o, presumibilmente, un brutto giorno) l’impeccabile difesa di Will permette a sua difesa permette lo scagionamento del principale sospettato in un caso di efferato omicidio. La positiva risoluzione del processo è dimostra ancora una volta la bravura dell’avvocato protagonista, ma stavolta le conseguenze di questa vittoria si ripercuoteranno drammaticamente sullo stesso Will.

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The Wrong Mans, BBC Two (prima stagione, 6 episodi, 24 settembre)
The Wrong Mans (non è un errore di battitura: il titolo originale è proprio sgrammaticato) coltiva la difficile ambizione di fondere thriller e umorismo, coinvolgendo due inconsapevoli sempliciotti in un’improbabile avventura criminale attraverso il consolidato schema della commedia degli equivoci.
La vicende prende le mosse da un telefono cellulare ritrovato ai margini della strada, in una zona dove è appena accaduto uno spettacolare incidente automobilistico. Il telefono squilla, e Sam Pinkett, anonimo funzionario pubblico dall’aria non particolarmente sveglia, decide di rispondere. Purtroppo per lui, il messaggio pronunciato dal misterioso interlocutore fa riferimento al un rapimento di una donna, e alla fatale sorte che l’attende qualora il presunto destinatario della chiamata non si presenti ad un appuntamento. I tentativi di chiarire il malinteso con il minaccioso sconosciuto non fanno che peggiorare la situazione, e Sam decide di consegnare il telefono alla polizia. Entra in scena il collega Phil Bourne, il quale lo dissuade dal suo proposito prospettandogli la gloria che li attende qualora fossero proprio loro due a risolvere il mistero. Sam intravede l’opportunità di farsi bello agli occhi dell’ex- fidanzata (e direttrice dell’ufficio dove egli lavora), ma da lì in poi sarà un incontrollabile escalation di disavventure nel mondo criminale, tra cospirazioni, servizi segreti corrotti e rocambolesche fughe dalla polizia e dai malviventi.

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Atlantis, BBC One (prima stagione, 13 episodi, 23 novembre)
Il trailer lascia presagire una serie degna di SyFy, qualcosa sul modello Hercules/Xena, roba per adolescenti che per qualche strano motivo si è conquistata la prima serata su BBC One e un budget stratosferico. Però è ambientata ad Atlantide, potevamo forse ignorarla? Probabilmente avremmo dovuto, ma non temete, non ci soffermeremo molto.
Atlantis narra le epiche avventure del giovane Jason (Giasone, proprio lui) alla ricerca del padre disperso durante un naufragio. Il giovane naviga in lungo e in largo, finché, pooof!, Jason si ritrova su Atlantis, una misteriosa isola popolata di tutte (TUTTE!) le manifestazioni ornitologiche e mostrologiche della mitologia greca, dai minotauri alle ofidiocrinite gorgoni. Coadiuvato da un Hercules avvinazzato e per nulla atletico, e da Pythagoras (WHAT?!), Jason salterà di avventura in avventura, attraversando palazzi colossali (così grandi che si dice che per costruirli siano stati impiegati i giganti, che immaginiamo essere una signora manovalanza) e affrontando ogni sorta di pericolo per scoprire la sua vera natura, di cui è ignaro: egli è, infatti, figlio dell’Oracolo, e questo gli ha garantito un destino tutto speciale. Che noi, francamente, non siamo curiosi di scoprire insieme a lui.

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The Paradise, PBS (prima stagione, 8 episodi, 6 ottobre)
The Paradise, BBC One (seconda stagione, 8 episodi, 20 ottobre)
Argh, basta! Non ce la possiamo fare: The Paradise è l’ennesima serie in costume di cui ci apprestiamo a scrivere, e francamente ne abbiamo abbastanza di pizzi e merletti. Almeno fino a primavera. Gli appassionati di drammoni in costume, invece, gioiranno per questa miniserie ispirata ad un romanzo di Emile Zola e coprodotta da BBC e PBS. La prima stagione è stata trasmessa dalla rete ammiraglia inglese nell’autunno del 2012, ma viene ritrasmessa solo quest’anno dalla rete pubblica americana. Nel frattempo, la BBC ci (vi) delizierà con la seconda stagione.
Di cosa parla? Di una giovane ragazza di campagna, Denise Lovett, e del suo fondamentale contributo creativo apportato al primo (siamo nel 1875) stilosissimo grande magazzino inglese, il Paradise. E parla anche degli intrighi amorosi che coinvolgono la bella Denise, il padrone del negozio, John Moray, e Katherine, figlia del potente finanziere che con i suoi investimenti ha permesso la creazione del Paradise, determinata a convolare a nozze con John. E anche dei segreti celati dallo stesso John, e dei suoi debiti che metto a rischio la sua attività imprenditoriale. E delle rivalità sorte tra i dipendenti del Paradise, tra i quali Miss Audrey e Clara, invidiose dell’ascesa di Denise e dell’occhio di riguardo che John ha per lei, La seconda stagione apparentemente prosegue sulla stessa scia: amore, passione, gelosia, vendetta, eccetera. Vale lo stesso discorso fatto qualche paragrafo più super Downton Abbey: non è roba per noi, ma voi accomodatevi pure.

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London Irish, Channel 4 (prima stagione, 6 episodi, 24 settembre)
Dopo tanti, troppo drammi strappalacrime, è l’ora di una sit-com. Ne abbiamo una con quattro ventenni nord-irlandesi a Londra: Conor (che, contrariamente a quanto dice la carta d’identità, è fondamentalmente un bambino), Bronagh, sua sorella maggiore (cinica, dura e tenace), Packy (quello del gruppo con un briciolo di maturità in più) e Niamh (tanto ambiziosa quanto priva di talento — qualsiasi talento — e tanto svampita quanto determinata nell’ottenere quello che vuole). Cosa fanno questi quattro giovanotti? Vivono delle avventure improbabili, non si lasciano scappare un party, e passano il tempo al pub a bere come delle spugne, perché sangue irlandese non mente. Parola di autrice nord-irlandese come i suoi personaggi, ma che ha ovviamente sollevato un polverone di polemiche contro l’abusato stereotipo. Per il resto, è una commedia che non ha paura di essere sboccata, di parlare spesso e abbondantemente di sesso, e di fare ironia su tutto, senza nessuna concessione al politically correct.

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Nymfit (Nymphs), MTV3 (prima stagione, 12 episodi, autunno 2013)
La Scandinavia, lo abbiamo detto, è salita alla ribalta tra i teledipendenti soprattutto grazie ad una manciata di noir di successo, fagocitati con alterne fortune dall’industria americana che ne ha prontamente realizzato dei remake. Nel caso di Nymfit (ninfe, in finlandese) si esce dai territori del giallo per entrare in quelli del fantasy e del fiabesco. Non avremo a che fare, quindi, con i soliti serial killer che popolano gli oscuri paesaggi nordici, ma piuttosto con un avventuroso trapianto di un pezzettino di mitologia greca — le ninfe — nella Helsinki contemporanea.
La prima stagione introduce il personaggio della giovane Didi e la drammatica scoperta della sua natura semidivina. In una notte di luna piena, la bella giovincella e il suo ragazzo, Johannes, fanno all’amore per la prima volta, ma il piacevole evento si tramuta irrimediabilmente in tragedia: il povero Johannes, infatti, muore immediatamente dopo l’atto amoroso. Il mattino seguente, in ospedale, due donne, Katy e Nadia, venute a conoscenza della drammatica disavventura della notte precedente, avvicinano Didi e le rivelano la sua natura di ninfa. Non solo: oltre ad essere una ninfa (il che comporta dei vantaggi non indifferenti, tra i quali la giovinezza infinita), Didi è anche “La Prescelta”, la leggendaria ninfa che garantirà loro, ninfe un pochino più adulte, la definitiva liberazione dal giogo dei Satiri. Didi, ben lungi dall’essere entusiasta di questa scoperta, fugge dalle due donne, per cercare riparo e comprensione da Samuel, amico di infanzia e vecchia fiamma della nostra eroina. Le ninfe, si sa, non disdegnano certo i piaceri della carne, e con il vecchio spasimante la passione si riaccende piuttosto rapidamente. Purtroppo per lei, un solo bacio al nuovo partner è sufficiente a ridurre il poveretto in fin di vita. Didi, immaginiamo piuttosto seccata di questo aspetto non secondario della propria vita sessuale, è costretta a richiamare le due ninfe senior, le quali amorevolmente le spiegheranno i dettagli che si celano dietro l’essere una divinità della natura. Le ninfe, la istruiscono le due veterane, godono del raro privilegio di un’eterna gioventù, ma con una clausola scritta in piccolo: ad ogni plenilunio sono obbligate a consumare un rapporto intimo con un uomo, altrimenti moriranno. Un obbligo del genere dovrebbe apparire piuttosto piacevole ai più, se non fosse che il suddetto rapporto comporterà l’inevitabile morte del partner maschile: sesso senza amore è tutto ciò che è concesso alle ninfe. La vicenda assume inevitabilmente toni da tragedia shakespeariana (beh, più o meno…), con contorno di un’indagine di polizia che andrà a coinvolgere la nostra eroina.
Dalle anticipazioni e dalla sinossi non sembra nulla più di un polpettone erotico-sentimentale, e l’avremmo bollato come “adolescenziale” se non fosse per la presenza di situazioni “rated R” che, già dal trailer, appaiono un pelo troppo esplicite per garantirsi il bollino verde. Se proprio vi incuriosisce, ma masticate a fatica il finlandese, non disperate: Sky Uno trasmetterà la serie doppiata in italiano a partire dal 29 ottobre.

Quali sono le serie tv in onda in quest'autunno 2013? Pt. II: Basic Cable (e affini) #fall13tv

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Secondo appuntamento con la nostra panoramica delle serie televisive in programma per l’autunno 2013. Qualche giorno fa ci siamo soffermati sull’offerta dei  canali “premium cable”, mentre oggi diamo un’occhiata a quelli “basic”, quelli che mandano la pubblicità, non dicono le parolacce, e per i quali il nudo è ancora tabù. Accanto a questi, abbiamo pensato di includere alcune novità in onda sui canali via satellite, e siccome non abbiamo ancora capito quale sia la giusta categorizzazione della tv via internet (premium? basic? broadcast?), ci infiliamo pure quella.


Oggi parliamo di: The Walking Dead (AMC), American Horror Story: Coven, Sons of Anarchy e It’s Always Sunny in Philadelphia (FX e consorelle), Mob City (TNT), White Collar (USA Network), Derek (Netflix), A Young Doctor’s Notebook (Ovation) e Full Circle (Audition).

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The Walking Dead, AMC (quarta stagione, 16 episodi, 13 ottobre)
The Walking Dead ci aveva lasciati all’ingresso dell’ormai familiare, claustrofobica Prigione, all’arrivo di tutti gli impauriti cittadini di Woodbury sopravvissuti all’epico scontro finale che ha concluso la terza stagione, e da lì si riprende. Il titolo della season premiere (“30 Days Without an Accident”) ci informa che da quelle caotiche giornate è trascorso almeno un mese, e che presumibilmente la convivenza tra i nuovi arrivati e lo storico nucleo dei protagonisti non deve essere stata particolarmente problematica, ma sembra anche un tentativo piuttosto esplicito di generare un senso di falsa sicurezza…  La Prigione, simbolo principe del sovvertimento delle convenzioni e dei valori della civiltà contemporanea all’indomani di una zombie apocalypse, ha fornito a Rick Grimes e compagni un riparo più o meno sicuro, ma i trailer e le immagini promozionali lasciano intendere che l’edificio cesserà di essere quella (semi)inespugnabile fortezza in grado di tenere alla larga le orde di walkers e di resistere, fino ad un certo punto, all’assalto di una milizia di psicopatici. Alcuni dei personaggi introdotti durante la scorsa stagione dovrebbero trovare più spazio, ed è atteso l’ingresso di una manciata di nuovi protagonisti, tra i quali l’ex-medico militare Bob Stookey, che andrà a rimpolpare (insieme ai confermati Tyreese, Sasha e all’idolo dei fan Michonne) un cast storicamente sguarnito di attori afroamericani in posizioni rilevanti (e quindi ci auguriamo introduca una figura un pochino più articolata del pur compianto T-Dawg, reso immortale dai memorabili one-liner: “Oh, hell naw!”). Tra la boscaglia si aggira, reduce dal ruolo di antagonista principale, la poco rassicurante figura di Phillip Black, il famigerato Governatore dell’ormai scomparsa idilliaca cittadina di Woodbury, il quale starà senza dubbio covando propositi di vendetta conformi a quella spiccata tendenza al sadismo che lo rende così amabile. Ma la novità principale di questa nuova annata dovrebbe essere l’emergere di una non meglio precisata terza minaccia, che andrà ad affiancare gli zombie e gli umani — come il già citato “Guv’nor” e i suoi scagnozzi — dediti alla competizione piuttosto che alla cooperazione con gli altri sopravvissuti. I tentativi di estorcere agli autori e ai membri del cast maggiori dettagli attraverso i quali cercare di identificare la natura di questa minaccia non hanno avuto molto successo, e ci dobbiamo accontentare di risposte sibilline (“potrebbe essere il pericolo più grande che i nostri eroi dovranno mai affrontare” e “si tratta di un nemico del nostro mondo, ma in quel mondo — quello pieno di zombie e psicopatici — potrebbe essere terrificante”) o supreme prese per i fondelli (“i white walkers”, “i draghi” e “uno sharknado“).
The Walking Dead sarà guidato per l’ennesima volta da un nuovo showrunner (stavolta è il turno di Scott M. Gimple), e proseguirà nella formula adottata lo scorso anno di una stagione lunga suddivisa in due tronconi. Benché abbia pienamente senso da un punto di vista finanziario, l’espediente di allungare il brodo suddividendolo in due mini-stagioni da otto puntate ciascuna non ci ha convinto granché, e il sensibile incremento del numero di episodi, e quindi la possibilità di articolare la storia un pochino oltre gli stilemi classici dello zombie-movie (senza peraltro recuperarne il sottotesto, che sarebbe poi la parte più interessante), non ha portato grandi benefici alla narrazione, mettendo anzi ancor più in evidenza la superficialità dei personaggi. Che siano sei, tredici o sedici episodi, The Walking Dead rimane uno show in grado di intrattenere lo spettatore che non ha voglia di pensare troppo a quello che vede, capace di regalare qualche sussulto ogni qual volta la macchina da presa si avvicina ad un angolo buio, ma che allo stesso tempo tende a diventare noioso proprio a causa della ripetizione di questo schema. Per di più, i personaggi sono ormai ben addestrati a fronteggiare i famelici walkers, e anche la suspense generata dall’incontro con i non-morti tende a scemare. Purtroppo, ogni qual volta l’adrenalina scende sotto i livelli di guardia (ed è una condizione che si sta verificando con frequenza sempre più preoccupante), son dolori, poiché la sceneggiatura non è quasi mai stata in grado di creare delle situazioni per cui valga davvero la pena prendersi a cuore la sorte dei personaggi. Quale investimento emotivo è possibile fare su un manipolo di personaggi dal grilletto facile? Ci basta davvero seguire i fantasmi che popolano la mente di Rick, o seguirlo nel suo vano tentativo di evitare che il figlio Carl cresca avvezzo alla violenza che sembra essere l’unica strategia vincente in questo mondo capovolto? E non crediamo certo che le vicende sentimentali di Glenn e Maggie siano in grado di appassionare seriamente un solo spettatore. Sarebbe fantastico se la nuova leadership creativa avesse il coraggio di dare una sterzata all’aridità narrativa della terza stagione, ma nutriamo seri dubbi sull’effettiva possibilità che un’eventualità del genere si realizzi. E in fondo, perché dovrebbe? La serie ha un successo clamoroso, inanella ascolti record, ed è parte di un redditizio franchise che dall’originale fumetto si è esteso a videogiochi, giochi da tavolo e miniature per collezionisti, e che a breve dovrebbe ulteriormente espandersi con uno spin-off in lavorazione presso la stessa emittente. (Per non parlare dei corsi universitari correlati alla serie, perché why the fuck not?) Insomma, la squadra potrà anche cambiare, a seconda dei personaggi che via via finiranno tra le fauci di un walker di passaggio, ma è ragionevole pensare che AMC voglia sfruttare fino in fondo la sua nuova gallina dalle uova d’oro, e che pertanto lo schema narrativo rimanga invariato.
Prima di ogni nuova stagione, AMC è solita pubblicare sul proprio sito gli episodi di una webserie ideata e diretta dal co-produttore Greg Nicotero. Quest’anno è il turno di “The Oath“, una sorta di breve prequel della serie principale che racconta alcuni eventi accaduti prima del risveglio di Rick dal coma. Nel corso di questi tre episodi, aventi una durata complessiva di circa 25 minuti, “The Oath”, così come i suoi predecessori “Torn Apart” e “Cold Storage”, accenna alle fasi immediatamente successive all’esplosione dell’epidemia (o quello che è!), con alcuni sottili rimandi alla serie vera e propria. I fan non faticheranno a riconoscere i luoghi in cui è ambientata la vicenda che ha per protagonisti Karina, Paul e la dottoressa Gale, e anche il veicolo utilizzato dovrebbe risultare abbastanza familiare (spoiler: è una Hyundai Tucson, la macchina preferita dai nostri eroi. Perché cosa c’è di meglio di una Hyundai per affrontare una zombie apocalypse in tutta sicurezza? Ragazzi, il product placement non conosce limiti). A coloro che non hanno interesse a deviare dalla trama principale, e hanno la necessità di un rapido riassunto delle stagioni precedenti, consigliamo invece il divertente mash-up The Seussing Dead.

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American Horror Story: Coven, FX (terza stagione, 13 episodi, 9 ottobre)
Terza iterazione per questa (talvolta confusionaria, talvolta intrigante) esplorazione dell’enciclopedia horror curata dalla premiata ditta Ryan Murphy/Brad Falchuk. Dopo “haunted house” e “asylum”, il dito degli sceneggiatori si è fermato stavolta sulla parola “witch”, ed ecco quindi che il carrozzone si trasferisce a New Orleans — patria di una lunga tradizione occultista che va da Aleister Crawley alla particolare variante locale dei riti voodoo, nata dalla commistione di cattolicesimo e tradizioni magiche importate dalla diaspora africana per via caraibica — per raccontare la storia di una congrega di streghe, le cui componenti non sono altro che le pronipoti di quelle sfuggite ai famigerati processi di Salem (anche se poi lo sappiamo, nel calderone di una stagione di American Horror Story finisce praticamente di tutto, per cui dubitiamo che ci sia spazio solo per le streghe).
Ad oltre tre secoli di distanza dalle cruente esecuzioni seguite ai processi celebrati nella cittadina del Massachusetts, la vita delle streghe non è per niente facile: le povere fattucchiere si trovano di nuovo nell’occhio del ciclone, e rischiano l’estinzione a causa di una misteriosa minaccia. Per ovviare a questo poco desiderabile epilogo, le giovani e inesperte streghette vengono mandate in una speciale scuola di autodifesa istituita a New Orleans, un istituto che sfoggia il roboante nome di “Miss Robichaux’s Academy for Exceptional Young Ladies” e che veste le proprie studentesse con delle stilosissime uniformi, dove le allieve dovranno imparare a difendersi dai pericoli che le circondano. Le giovani scolarette apprenderanno i principi dell’arte stregonesca sotto lo sguardo severo della carismatica (e favolosamente glamour) Superiora Fiona, la strega più potente in circolazione, la quale, dopo un periodo di ingiustificato disinteresse nei confronti delle colleghe, è decisa a riprendere il controllo della congrega e riallacciare i rapporti con la figlia Cordelia, dalla quale è stata a lungo separata e che nel frattempo è diventata direttrice della scuola. Ovviamente non finisce qui: a complicare il tutto, infatti, sarà il terrificante segreto custodito da Zoe, spedita a frequentare la scuola dopo essere venuta a conoscenza in modo drammatico dei poteri in suo possesso ed aver appreso di poter vantare una discendenza diretta con le sfortunate progenitrici finite sulla graticola nel lontano 1693. Sullo sfondo, inoltre, si combatte lo scontro tra le streghe di Salem e le locali Voodoo Queen, due fazioni stregonesche da sempre impegnate in una violenta faida. La vicenda si costruirà attraverso l’intersezione di molteplici piani temporali, dagli Anni ‘30 dell’Ottocento ai giorni nostri, proseguendo nell’uso di una formula narrativa impiegata con alterne fortune nelle stagioni precedenti (non particolarmente riuscita nella prima stagione, ma di grande efficacia nella seconda, e ci auguriamo che il trend positivo si estenda a questa nuova avventura). Se non abbiamo elementi per avventurarci in ulteriori anticipazioni è a causa dell’estrema reticenza di autori ed attori nel riferire i particolari della nuova stagione, e di una campagna promozionale (ottima, a nostro parere) che per ora non ha fatto uso di veri e propri trailer, ma piuttosto si è affidata ad un gran numero di enigmatici e inquietanti teaserpromo e posters, dai quali è difficile desumere elementi utili a ricostruire la trama, ma che sono efficacissimi nel dare un’idea di quale sarà il “mood” della stagione. Che così, su due piedi, sembra poter rivaleggiare con la precedente in fatto di atmosfere malsane e personaggi grotteschi, anche se, garantiscono gli autori, non andrà ad esplorare anfratti così oscuri come erano quelli custoditi nel lugubre manicomio di Briarcliff.
Il cast, come al solito, è stellare, e dovrebbe garantire ancora una volta un nutrito numero di nominations agli Emmy Awards. Preponderante la presenza femminile, che annovera, accanto alla sempre presente Jessica Lange, tante attrici di ottimo livello, tra graditi ritorni dalle precedenti ambientazioni di American Horror Story (Sarah Paulson, Frances Conroy, Lily Rabe, Taissa Farmiga) e pregevoli nuovi arrivi (Kathy Bates nel ruolo di Delphine LaLaurie e Angela Bassett in quello della voodoo queen Marie Laveau). Tra i co-protagonisti maschietti segnaliamo il ritorno di Evan Peters e di Denis O’Hare, e la new entry Danny Huston (l’ex-“butcher” di Magic City).

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A Young Doctor’s Notebook, Ovation (prima stagione, 4 episodi, 2 ottobre)
Miniserie basata sull’omonima raccolta di racconti autobiografici del celebre romanziere e drammaturgo russo Mikhail Bulgakov. Trasmessa lo scorso autunno da Sky Arts in UK (e la scorsa primavera in Italia da Sky Arte), dopo il grande successo di pubblico e di critica ottenuto in patria approda sugli schermi americani, anche qui in onda su un canale solitamente dedicato all’arte.
Siamo a Mosca, alla metà degli Anni ’30. L’ufficio del dottor Vladimir Borngard (Jon Hamm, meglio noto come Don Draper) viene perquisito dalla polizia, alla ricerca delle prove del reato di cui è accusato (ovvero l’essersi prescritto della morfina). La perquisizione riporta alla luce i diari tenuti in gioventù dal dottore, e la lettura delle sue note è lo stratagemma narrativo per dare avvio al lungo flashback degli eventi che lo videro protagonista quando, appena laureatosi in medicina all’università di Mosca, venne mandato a prendere servizio nell’ambulatorio di Muryevo, un isolato paesino sperduto nella steppa russa. Alla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, il giovane dottore alle prime armi (interpretato Daniel Radcliffe, meglio noto come Harry Potter) si trova a fare le sue prime esperienze sul campo in una gelida e sperduta località, solo di fronte alle proprie incertezze in merito alle proprie capacità professionali e ulteriormente intimidito dall’aperta diffidenza che i collaboratori dell’ambulatorio mostrano nei suoi confronti. Le due infermiere, Pelageya e Anna, e un “feldsher” un po’ imbranato, non fanno nulla per nascondere i pregiudizi che nutrono nei confronti del nuovo arrivato, e apertamente rimpiangono la presenza del predecessore di Vladimir, l’esperto medico Leopold Leopoldovich. Vladimir cerca quindi di ambientarsi in questo nuovo mondo, dove nessuno si fida di lui e le sue competenze sono messe alla prova ogni giorno da pazienti superstiziosi.
Presentato così sembrerebbe un ordinario period drama, magari impreziosito da un cast importante e nobilitato dal riferimento letterario. E invece ordinario non è. L’aspetto più interessante di A Young Doctor’s Notebook è il collegamento tra i due piani temporali distinti in cui si articola il racconto delle vicende del dottore protagonista. Le due linee temporali, il presente e il passato, non sono connesse da un canonico flashback, ma bensì si compenetrano in modo surreale: più che un racconto degli eventi passati si tratta di una ripetizione di questi stessi eventi così come vengono ricostruiti dalla memoria del dottore, e in questi ricordi la sua versione “adulta” si trova ad interagire con il suo io “giovane” (la maggior parte delle volte per rimbrottarlo e schernirlo per la propria inettitudine e le continue incertezze). L’avrete già notato: come è possibile che Jon Hamm e Daniel Radcliffe impersonino lo stesso individuo, seppure in momenti diversi della sua esistenza? Tra i due non sussiste nessuna somiglianza che possa lasciar pensare all’uno come alla versione adulta dell’altro, e il trucco non interviene minimamente per colmare la distanza (e neppure la significativa differenza di altezza tra i due!). Ci si accorge presto, tuttavia, di come la diversità nell’aspetto fisico dei due dottori non sia assolutamente un fattore rilevante: al contrario, l’intera narrazione assume il valore di una riflessione sulla memoria, e su come essa non abbia affatto le caratteristiche di oggettività (quasi “filmica”) che le vengono ingenuamente e inconsciamente attribuite, ma sia invece una riproposizione totalmente soggettiva del passato. I ricordi del dottore sono continuamente trasfigurati dalla presenza in essi del suo io attuale, a rimarcare come la pretesa di un oggettiva registrazione dei fatti sia un illusione, e di come l’atto del ricordare consista piuttosto in un’attiva ricostruzione operata nel presente, suscettibile di modifiche e aggiustamenti legati al variare degli stati emotivi e cognitivi nel momento in cui il passato viene recuperato.
Oltretutto, non lasciatevi ingannare dalla categorizzazione “drama”: tanta è l’ironia (spesso caustica, e che sovente tracima nel sarcasmo), abbondante lo humor nero, e non mancano momenti di vera e propria slapstick comedy, in misura tale da alleggerire con toni farseschi le ambientazioni cupe e gli eventi talvolta tragici e macabri di cui si narra.

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Mob City, TNT (prima stagione, 6  episodi, 4 dicembre)
Ad oltre un anno dall’annuncio della messa in produzione, e dopo aver cambiato una girandola di titoli, finalmente approda sui nostri schermi il noir creato e in parte diretto da Frank Darabont, noto ai più per essere stato tra i creatori dell’adattamento tv di The Walking Dead (che per la serie in oggetto è probabilmente irrilevante, ma ve lo diciamo lo stesso, visto che ne abbiamo parlato un paio di paragrafi più su).
Siamo a Los Angeles, nel secondo dopoguerra, in una città in cui il glamour, i lustrini e i luccichii legati alla presenza dell’industria cinematografica e dei suoi divi contrastano (o si intersecano) con la brutale realtà criminale delle gang mafiose decise a fare della metropoli californiana il proprio quartier generale sulla costa Ovest. Il Dipartimento di Polizia della città (LAPD) è notoriamente corrotto e connivente con la malavita, fino a quando il leggendario capitano William Parker non ne prenderà il controllo e inizierà la sua crociata contro il crimine. Una delle misure adottate da Parker è la creazione di un pool di agenti antimafia capeggiato dal detective Hal Morrison (e del quale entrerà a far parte uno dei protagonisti della storia, l’ex-marine Joe Teague), il cui compito è quello di dare la caccia ai famigerati boss Bugsy Siegel e Mickey Cohen. Altri ex-militari che, al contrario di Teague, hanno trovato una redditizia sistemazione nei ranghi della mafia (come Ned Stax, diventato avvocato dei boss), politici che giurano di voler fare piazza pulita del sottobosco criminale che infesta la città (come il sindaco Fletcher Bowron) e le immancabili, sensuali femme fatale che animano i night club della meteropoli californiana (come Anya e Jasmine) sono le figure — invero abbastanza classiche, visto il genere — che completano il quadro di questo violento crime drama.
L’ambientazione è tanto fascinosa quanto non originale (alzi la mano chi non ha immediatamente pensato a Ellroy?? A occhio e croce dovreste averla tirata su tutti) ma i prodotti di genere ci piacciono, l’attitudine hard-boiled ci piace ancor di più, e i cliché non ci disturbano quando di essi se ne fa un uso sapiente. Speriamo sia questo il caso, e ne derivi un poliziesco all’altezza dei modelli da cui pare trarre ispirazione.

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Sons of Anarchy, FX (sesta stagione, 13 episodi, 10 settembre)
Tara in prigione, Clay in prigione, Otto sempre in prigione, ridotto ad un moncherino di uomo e costretto a subire le più crudeli umiliazioni e torture. SAMCRO in difficoltà, tra possibili addii (Bobby lascierà il club per rifondare i “Nomad”?) e personaggi emotivamente segnati dagli eventi (Tiggy). La presenza minacciosa di Lee Toric, un ambiguo ex-U.S. Marshal deciso a vendicare la sorella (brutalmente uccisa da Otto) facendo ricorso agli agganci coltivati durante la sua precedente occupazione, e che non esita a ricorrere all’illegalità pur di raggiungere il suo scopo. Gli irlandesi che ancora legano i Sons al traffico d’armi, e la relazione pericolosa intrattenuta dal club con la gang di Oakland guidata dall’ambizioso August Marks. Tante le gatte da pelare per il biondo Jax Teller, a parole sempre motivato nella sua missione di redenzione del suo club dalla spirale di violenza in cui la leadership di Clay l’ha condotto, ma nei fatti sempre più invischiato e sempre più a suo agio in questa stessa violenza. Ma, imperterrito, Jax continua a scrivere lunghe, noiosissime lettere piene di retorica “one percenter” ai propri figli, e non sembra aver ancora realizzato appieno quanto sia più figo il ruolo di leader di una banda di motociclisti fuorilegge rispetto alla tanto agognata occupazione di papà in una famiglia modello “Mulino Bianco”.
Questa sesta stagione potrebbe (dovrebbe?) essere il penultimo capitolo della saga dei motociclisti californiani, e immaginiamo non si discosti di un millimetro dalle precedenti. Un filo più pessimista che in passato, magari, ma Sons Of Anarchy resta fondamentalmente una soap opera con tante sparatorie e un po’ di scazzottate, e per quanto ci riguarda è al suo meglio quando fila via rapida e violenta (ma sostanzialmente indolore, visto l’investimento emotivo nullo nei confronti dei personaggi), assecondando le visioni pìu truculente del suo creatore Kurt Sutter. Al contrario, è decisamente difficile da digerire quando si intestardisce su questioni sentimentali e/o esistenziali. Non lo neghiamo, Sons Of Anarchy ci ha un po’ stancato: la passata stagione ha parzialmente corretto una rotta narrativa che non sembrava per niente positiva, ma dovrebbe esserci un limite di legge al numero di volte in cui uno sceneggiatore può adoperare lo schema “SAMCRO in un angolo e Jax ad inventarsi qualcosa per garantire la sopravvivenza sua e del club”. E poi, andiamo, quanti sono i pretesti improbabili che ancora possono essere utilizzati per risparmiare a Clay Morrow una fine che appare inevitabile da un paio di stagioni? Per quanto si possa apprezzare Ron Pearlman, desideriamo ardentemente che il suo personaggio sparisca il più presto possibile. Purtroppo, siamo realisti: saremmo i primi ad essere felici qualora la nostra previsione venisse smentita, ma temiamo che difficilmente la dipartita di Clay si verificherà in questa stagione.
Al di là dell’opinione tendenzialmente negativa sull’evoluzione della serie, dobbiamo riconoscere che il primo episodio della nuova stagione non è affatto male: limita i toni melodrammatici e orchestra una sapiente miscela tra esplosioni di violenza inaudita (tra le quali una scena finale che va a mettere il dito in una delle piaghe purulente dell’America contemporanea, e che come tale ha suscitato notevoli — e come al solito mal dirette — polemiche) e la necessità di tempi riflessivi utili a gettare le basi della stagione, che sarebbe poi il naturale compito di un episodio introduttivo. La chiave scelta per unire questi due aspetti si rivela sorprendentemente felice, e l’inesorabile discesa dei Sons nel vortice della violenza viene immerso in una straniante atmosfera di calma ineluttabilità. Jax, ovviamente, ripete ai quattro venti di voler remare controcorrente per tirare fuori i Sons da questo vortice, ma la sensazione è che tutto e tutti finiranno per esserne risucchiati. Quantomeno sarebbe un bell’epilogo.

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Derek, Netflix (prima stagione, 7 episodi, 12 settembre)
La proposta di Netflix per l’Autunno è in realtà un prodotto d’importazione dalla tv inglese, e nemmeno tanto recente: originariamente commissionata da Channel 4, la serie è andata in onda sugli schermi dell’emittente britannica durante l’inverno del 2012. Si tratta dell’altro side-project del duo comico Stephen Merchant/Ricky Gervais a cui avevamo accennato nella presentazione (poco entusiasta) di Hello Ladies. A differenza di Merchant, Ricky Gervais, che dei due è quello che, con i suoi progetti solisti, ha raccolto i maggiori successi, ha curato tutti, ma proprio tutti, gli aspetti della sua serie: ne è infatti autore, regista e soprattutto interprete principale, nel ruolo del protagonista che dà il titolo alla serie, Derek Noakes.
Derek è un eccentrico cinquantenne impiegato presso la Broad Hill Retirement Home, una casa di riposo in cui svolge il suo lavoro di assistenza agli anziani con dedizione assoluta, ed è pertanto adorato dagli inquilini residenti presso la struttura. Tutti, in realtà, adorano Derek, dagli stravaganti colleghi Dougie e Kev alla manager Hannah, e tutti gli riconoscono due qualità di cui dispone in quantità industriali: l’altruismo e la bontà d’animo. Se non siete ancora nauseati dall’eccesso di sdolcinatezza, aggiungeremo anche che la serie è realizzata secondo lo schema del mockumentary (tanto per non perdere di vista The Office), e, con il pretesto di seguire una troupe fittizia interessata al funzionamento della casa di riposo, racconta la relazione di Derek con i pazienti e con i colleghi, i quali sono perennemente impegnati a fronteggiare le croniche difficoltà economiche in cui versa la residenza e i continui tagli al budget della stessa.
Cosa ci sia di comico in tutto ciò stentiamo a immaginarlo, ed in effetti il trailer non ci ha strappato neanche mezzo sorriso. Gervais sostiene di aver voluto realizzare uno show in cui a farla da padrone sono le persone ordinarie, le persone buone e gentili che abitano ai margini della società e la cui positività viene normalmente disconosciuta. Non devono essere stati dello stesso avviso i critici inglesi, i quali, a partire dalla messa in onda del pilot, hanno accusato lo show di essere imperniato sulla ridicolizzazione di un individuo affetto da disabilità mentale, e di sfruttrare a fini comici la patologia (e di propagandare pertanto un’attitudine discriminatoria nei confronti di coloro che ne sono affetti). L’attore ha rispedito al mittente le accuse, precisando che Derek non è affetto da alcuna disabilità cognitiva, e che il suo intento è invece quello di ironizzare sulla percezione diffusa che la società ha degli individui relegati ai margini della stessa, i nerd, gli stravaganti, i tipi “strani” in generale. Perché, ripete ancora una volta, tutte queste persone, ignorate dai più, costituiscano la parte migliore delle nostre comunità. Bene, a costo di passare per cinici senza cuore, una serie del genere non la guarderemo mai. Addio, Derek.

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White Collar, USA Network (quinta stagione, 13 episodi, 17 ottobre)
Il patinato procedurale che narra le avventure della strana collaborazione tra il poliziotto buono Peter Burke e il fascinoso falsario Neal Caffrey è probabilmente l’unica produzione originale di USA Network degna di nota (diciamo “probabilmente” perché quest’estate abbiamo ignorato Graceland, per cui per ora rimandiamo il giudizio assoluto). La quarta stagione si è chiusa con un cliffhanger non da poco: l’agente dell’FBI Peter Burke è accusato dell’omicidio del Senatore Pratt, il quale in realtà è stato ucciso dal James (il padre di Neal) utilizzando l’arma d’ordinanza dello stesso Peter. Sarà dunque compito del brillante ex-galeotto Neal, in virtù dell’affetto e della reciproca fiducia che ormai lo lega a Peter, tentare di scagionare l’incolpevole agente dell’FBI. Ma per fare ciò, Neal dovrà evidentemente compiere una scelta difficile, poiché la salvezza di colui che ha assunto il ruolo di figura paterna sembra avere un prezzo piuttosto alto: sacrificare la relazione con il suo vero padre. Tentennerà, il buon Neal?

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Full Circle, Audience (prima stagione, 10 episodi, 9 ottobre)
Undici personaggi inconsapevolmente interrelati gli uni agli altri sono i protagonisti di uno show la cui struttura è quantomeno anomala. Ogni episodio, infatti, presenta due di questi personaggi impegnati in una conversazione imperniata su complicate questioni sentimentali mentre siedono ad uno dei tavoli del ristorante Ellipsis. Uno dei due partecipanti all’incontro sarà tra i protagonisti dell’episodio successivo, che non si limiterà ad introdurrà solo un nuovo interlocutore (e presumibilmente le sue complicate questioni sentimentali), ma che soprattutto offrirà una inaspettata chiave di lettura delle vicende raccontate nell’episodio precedente. Lo schema di queste conversazioni  interconnesse procede fino alla… chiusura del cerchio, per l’appunto, nel quale presumibilmente ci sarà la rivelazione finale sul senso di tutte queste ingarbugliate relazioni.
Il formato invita a pensare ad una narrazione dai ritmi quasi teatrali (e l’autore, Neil LaBute, è in effetti un drammaturgo), ma il trailer lascia intravedere molto poco, e i materiali promozionali sono alquanto avari di informazioni. Rimandiamo alla visione del pilot le considerazioni sulla riuscita o meno dell’esperimento.

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It’s Always Sunny in Philadelphia, FXX (nona stagione, 13 episodi, 4 settembre)
Serie storica del portfolio di FX, da quest’anno traslocata sulla neonata rete consorella FXX, il cui compito è appunto quello di ospitare le commedie. Uno degli episodi della stagione, che quest’anno taglierà il traguardo dei 100 episodi, è a cura degli autori di Game of Thrones, D.B. Weiss e David Benioff. Se questo implicherà la morte cruenta di uno dei protagonisti, e il contorno di scene di nudo totalmente ininfluenti ai fini della trama, lo ignoriamo. In realtà, la presenza di Weiss e Benioff in qualità di guest writers è praticamente tutto ciò che sappiamo a proposito di questa serie, poiché nonostante si tratti di una sit-com di lungo corso, spesso elogiata dalla critica e capace di raccogliere ampi consensi di pubblico, non ci è mai capitato di seguirla. Otto stagioni da recuperare non sono uno scherzo!

Quali sono le serie tv in onda in quest'autunno 2013? Pt. I: Premium Cable #fall13 tv

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Parte della programmazione estiva è ancora in pieno svolgimento, ma l’autunno è già arrivato, e si sa, l’autunno è il periodo in cui le emittenti televisive indossano il vestito delle grandi occasioni. Ed è quindi anche il momento per l’ormai consueta guida all’incombente nuova stagione televisiva (che in realtà già dai primi giorni di settembre ha cominciato a bussare prepotentemente alle porte seriali dei nostri hard disk).

La canonica organizzazione della programmazione annuale in “Fall Season” e “Midseason”, una suddivisione che sin dagli anni ‘60 ha plasmato le abitudini dei telespettatori nordamericani (ma un po’ anche le nostre), non è più così assoluta come un tempo, e l’efficacia descrittiva di queste due categorie sta progressivamente declinando. Eppure, nonostante l’annata televisiva non sia più ridotta solo a “Fall” e “Spring” ma sia ormai spalmata senza soluzione di continuità dall’autunno all’estate; nonostante i blocchi della programmazione dei network siano ormai praticamente allineati con quelli delle cable tv (e internet tv); nonostante tutte le stagioni portino con sé il proprio bagaglio di consolidati successi e di rilevanti novità, l’autunno riveste ancora un ruolo privilegiato, primus inter pares tra le stagioni climatiche. In virtù di questo, l’elenco delle serie tv che popoleranno gli schermi delle nostre tv e dei nostri computer è decisamente più lungo di quello delle passate edizioni delle nostre presentazioni stagionali.

A contribuire in modo decisivo saranno soprattutto le nuove serie lanciate dal quintetto NBC-CBS-ABC-FOX-CW. Di solito evitiamo con cura di prendere in considerazione le chilometriche liste di nuovi titoli in onda sui grandi network, con rarissime eccezioni per quelle poche novità che, a nostro parziale, viscerale e insindacabile giudizio, promettono (e non sempre mantengono) di essere particolarmente innovative e/o interessanti (e/o vantano nel cast un’attrice/attore verso il quale siamo particolarmente ben disposti), e che in virtù di queste caratteristiche potrebbero, sempre e solo secondo noi, in qualche modo sperare in un destino migliore di quello che aspetta gran parte di questa programmazione, ovvero, la cancellazione senza pietà causa emorragie di ascolti immediatamente successive alla visione del pilot, oppure (per quelle serie di successo capaci di sopravvivere attraverso la ripetizione ad libitum degli stessi temi e delle stesse identiche situazioni per un numero di stagioni che spesso sfora la doppia cifra abbondante) svariati turni di punizione in uno dei gironi dell’Inferno delle Serie TV, tra i quali il temutissimo “prima e seconda serata su RaiDue con supplizio aggiunto di doppiaggio indecente”. Questo autunno, inaugurazione della stagione 2013/2014, temiamo che questa gigantesca programmazione non possa e non debba essere ignorata. Al contrario: nei prossimi giorni le dedicheremo un articolo tutto per lei, in cui troverete un rapido excursus sull’offerta di ogni singola componente del quintetto di cui sopra, comprensiva di novità e veterani di lungo corso. E siccome anche sul via cavo (sia premium che basic) la programmazione è abbondante, suddivideremo anche la presentazione di quest’ultima in vari appuntamenti. E non tralasceremo neanche di dare un’occhiata a ciò che accade sugli schermi del Vecchio Continente, soprattutto in terra d’Albione (con la mai abbastanza lodata BBC, ma non solo).

Ecco il calendario degli appuntamenti dedicati all’Autunno 2013:

  • 1 ottobre: prima parte dedicata al premium cable (HBO, Showtime, Starz e Cinemax);
  • 5 ottobre: seconda parte dedicata al basic cable (AMC, FX, TNT, USA Network), Netflix e network minori (Audience, Ovation);
  • 9 ottobre: terza parte dedicata alla tv pubblica americana (PBS), e alle tv europee (principalmente inglesi);
  • 12 ottobre: quarta parte dedicata ai broadcast network.

Pronti? Via!


Cominciamo il nostro viaggio con: Treme, Boardwalk Empire, Hello Ladies e Eastbound and Down (HBO), Homeland e Masters of Sex (Showtime),  Dancing on the Edge (Starz) e Strike Back: Origins (Cinemax)

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Treme, HBO (quarta stagione, 5 episodi, 1 dicembre)
La serie più attesa (da noi e pochi altri, purtroppo) arriverà solo allo scadere del quarto autunnale, e per giunta in formato ridotto, declassata a miniserie di cinque puntate invece dell’abituale decina. Il rinnovo è stato a lungo incerto, e quindi non possiamo che gioire e sottoscrivere le parole del creatore David Simon: “[HBO] fought very hard to give us half a loaf. We’re going to take it and run”. Certo, saremmo un pochino più contenti se HBO, non pienamente soddisfatta di aver punito con un drastico taglio di budget i bassi ascolti registrati nelle passate stagioni, non avesse anche pensato di relegarla in uno dei periodi più infelici dell’anno: avete mai visto un season (e series) finale programmato a ridosso di Capodanno, quando solo i disadattati come noi sono disposti a spendere del tempo di fronte alla tv? Shame on you, HBO, shame on you. Questo sarà l’inglorioso epilogo di una delle serie che più abbiamo apprezzato in questi ultimi anni, ennesima creazione di un eccellente staff di autori guidati da quel David Simon che sembra non sbagliarne mai una (rapido résumé per i più distratti: The Corner, Generation Kill e nientepopodimeno che The Wire), che accumula premi e consensi di critica come se piovesse, ma che allo stesso tempo non sembra avere un grande feeling con il pubblico americano, sempre tiepido nei confronti delle sue straordinarie storie corali.
Dopo il difficile ritorno a casa degli abitanti di New Orleans nell’immediato dopo-Katrina (prima stagione, AtlantideZine ne era entusiasta già allora), il successivo riemergere della criminalità (seconda stagione), seguito a stretto giro di posta dal fluire dei soldi per la ricostruzione e dalle magagne degli impresari edili per accaparrarseli (terza stagione), la quarta stagione ci presenta NOLA 38 mesi dopo l’uragano che devastò la città, in un momento in cui le cupe nubi della crisi economica si addensano all’orizzonte. Nubi che potrebbero essere foriere di nuove difficoltà per i protagonisti della serie: infatti, nonostante la tenacia dei suoi abitanti e la testarda voglia di rinascita che ha permesso, pur tra mille difficoltà, di tenere viva la comunità e le sue tradizioni, la Crescent City del 2008 è ancora gravemente debilitata dai ceffoni rifilatigli da Giove Pluvio nel 2005. Nella timeline dello show incombe ora il fallimento di Lehman Brothers, l’evento che innescò la crisi finanziaria e la conseguente spirale recessiva, e se non fosse un’espressione così terribilmente infelice considerato il contesto, diremmo che purtroppo si appresta a piovere sul bagnato di una città le cui croniche disfunzionalità sono già state messe drammaticamente in luce dalla tremenda inondazione. (Ad onor del vero, si potrebbe intravedere anche la speranza delle presidenziali del Novembre 2008, ovvero delle elezioni che sancirono la fine dell’egemonia repubblicana e diedero l’impressione di un deciso cambio di rotta, ma avete mai assistito ad uno show di Simon in cui le buone opportunità si concretizzano davvero in un lieto fine?) Quale impatto avranno questi grandi eventi sulle piccole storie che hanno sin qui composto il mosaico-Treme? Il trailer non lascia intuire granché, ma una cosa possiamo immaginarla: Katrina è la metafora delle tante piccole “katrina” che hanno sconvolto le vite dei personaggi (la malattia di Albert, la violenza — o le violenze — subite da LaDonna, la scomparsa di persone care, quale era Harley per Annie), e Treme proseguirà ad esplorare questo doppio binario, mettendo in luce i problemi del “contenitore” e quelli del “contenuto”: ai difetti congeniti della città (uno fra i tanti: il NOPD marcio fino al midollo, corrotto e inefficiente) corrispondono quelli degli abitanti (il sogno infantile di Davis di sfondare nel mondo della musica, o l’ingenuità di Jeanette nel tuffarsi nell’impresa del ristorante), alle reazioni delle istituzioni al disastro e alle scelte compiute per indirizzare la ripresa (il tentativo di cogliere l’opportunità della ricostruzione per imborghesire la città, scacciarne gli abitanti poveri — guarda caso afroamericani — e sfruttarne biecamente la fama turistica) fanno da contraltare quelle individuali dei protagonisti (l’ostinata caparbietà di LaDonna nel far rivivere il bar Gigi’s, o la scoperta dell’importanza della tradizione e della vocazione pedagogica di Antoine Batiste). Ma il significato simbolico di Katrina si estende anche ad un livello più alto, ed è forse questo il punto che più ci incuriosisce di questo finale. Treme, nelle intenzioni degli autori, è infatti una spietata allegoria dell’America travolta dalla crisi economica. Katrina è stato un evento tragico (ma non del tutto imprevedibile) che ha portato al collasso la città esasperandone i tanti problemi di cui essa soffriva da tempo, e, in modo analogo, la crisi dei mutui subprime è stato un’evento altrettanto improvviso (ma di cui non mancarono certo le avvisaglie) in grado di generare il tracollo economico degli Stati Uniti (e del resto del mondo) facendo breccia in un sistema produttivo e in un tessuto sociale e culturale gravemente indeboliti da anni di feroci politiche economiche neoliberiste. Come il malfunzionamento degli argini ha permesso alle acque di sommergere l’80% della superficie della città, così i continui tagli allo stato sociale, compiuti in nome del “Mercato”, hanno lasciato senza una rete di protezione milioni di cittadini, lasciati in balia delle difficoltà economiche. Cosa dobbiamo aspettarci ora che il cerchio si chiude? Ora che l’evento a cui l’allegoria di Treme alludeva sin dall’inizio si materializzerà all’interno dello show?
Al grido di “PIÙ Treme, MENO The Newsroom” attendiamo trepidanti queste ultime cinque ore, che ci aspettiamo piene di tutti quegli elementi che, già lo sappiamo, ci mancheranno quando tutto sarà concluso: le inquadrature sature dei colori sgargianti dei magnifici costumi dei Mardi Gras Indians guidati da un “Big Chief” Lambreaux, indebolito nel corpo dalla malattia, ma sempre più che combattivo nello spirito (e comunque in grado di fare gli occhi dolci all’altrettanto combattiva LaDonna); il carosello infinito di suoni che pescano a piene mani nell’infinita tradizione musicale della Big Easy (dal jazz sofisticato di Delmond Lambreaux al root rock di Annie Tee, dalle tradizionali brass band in cui Antoine Batiste sta formando i suoi allievi ai tour tra i miti del passato e i fenomeni underground del presente sotto la guida euforica di Davis McAlary); i succulenti piatti della cucina di Jeanette Desautel, pur imprigionata in un franchise che svuota di significato il suo tentativo di rispettare le tradizioni culinarie della città. Insomma, piene di tutto quello che contribuisce alla ricca cultura visuale e aurale (e olfattiva, se solo il mezzo televisivo lo consentisse!) di New Orleans. Il tutto per un prodotto che si situa all’incrocio ideale tra narrativa seriale, reportage giornalistico e indagine etnografica, e che per mezzo di questi strumenti cerca di comprendere le diverse sfaccettature dell’America contemporanea, le sue mille comunità e le sue mille culture. E, soprattutto, tre lenti utili a sviscerarne i lati oscuri e malsani, senza avere il timore di scardinare la consolatoria retorica del Sogno Americano. Nel caso non bastassero le statistiche a scalfirla.

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Boardwalk Empire, HBO (quarta stagione, 10 episodi, 8 settembre)
Preoccupati che la sanguinosa stagione passata, responsabile della morte di una miriade di personaggi abbia lasciato sguarnito il roster dei protagonisti del nostro drammone in costume preferito? La guerra tra gangster combattuta sul lungomare del New Jersey ha reclamato vittime eccellenti (Gyp Rosetti, Owen Sleater e Billie Kent su tutti), ma una nutrita pattuglia di nuovi arrivi è pronta a compensare la loro prematura dipartita: si va dai fratelli di Al Capone al giovane J. Edgar Hoover, da Sally Wheet, tignosa proprietaria di una rivendita illegale di alcolici in quel di Tampa, a Warren Knox, federale con la faccia e i modi del pivellino che dimostra subito di non essere poi così tanto sprovveduto, per finire con colui che promette di essere l’antagonista principale della stagione, Dr. Valentine Narcisse, raffinato caraibico dalla parlata melliflua, dedito alla filantropia e all’attivismo politico pan-africanista e al contempo signore dei traffici di eroina ad Harlem e dintorni, con una spiccata antipatia condita da una buona dose di rancore per le etnie “carenti di melanina” e non troppo ben disposto neanche verso i “fratelli” che giudica asserviti al potere bianco.
Il calendario segna “Febbraio 1924”, e l’azione si svolge, come sempre, tra Atlantic City, Chicago, e New York, con un’attenzione particolare rivolta ad Harlem. Nucky Thompson pareggiati i conti con Joe Masseria e Arnold Rothstein, ha riconquistato il controllo della città del New Jersey e si conferma boss indiscusso del traffico di alcolici in tutta la costa Est, nonostante abbia prudenzialmente deciso di abbandonare la privilegiata e prominente postazione sul luccicante boardwalk per ritirasi in posizione più defilata e geograficamente prossima a NYC, e debba ancora fare i conti con il fatto di essere stato definitivamente abbandonato da Margaret. A Chicago si prepara la prepotente ascesa di Al Capone, coadiuvato da fratelli dai modi altrettanto spicci, in una scalata ai vertici del potere criminale che potrebbe coinvolgere, volente o nolente, anche l’ex-G-Man Van Alden. Nel frattempo, le alleanze newyorchesi tra i grandi boss e le giovani leve del sottobosco criminale desiderose di azzannare fette più consistenti dei tanti business illegali sono fluide e tendenti al rimescolamento, ed è facile pensare che ci siano truculenti sviluppi anche in questo scenario. E il semi-mascherato Richard Harrow? I trailer non anticipano molto, se non che continua ad essere il solito glaciale individuo in grado di piantare una pallottola in testa a chiunque. Omicida ancora alla ricerca di di sé stesso?
La creatura di Terence Winter brilla per l’accuratezza storica delle ambientazioni, lo sfarzo dei costumi e per l’ambizione di raccontare la grande storia corale di un’era di sicuro fascino come il Proibizionismo, e benché riesca con maestria a creare atmosfere pertinenti al degrado morale, politico e sociale del periodo in questione, sin dalla prima stagione si porta dietro un difetto in grado di tenerla sempre un quarto di punto sotto l’eccellenza: la vicenda di Nucky Thompson, talvolta, ci interessa poco. Non ce ne vogliate, ma con rammarico dobbiamo sottolineare che l’interpretazione di Steve Buscemi da protagonista assoluto non ci ha mai conquistato del tutto: bravissimo nel caratterizzare il personaggio, ottimo nel far risaltare i personaggi intorno a lui… ma non ci ha conquistato lo stesso. Di fatto, spesso vorremmo che gran parte dello screen-time fosse garantito alle storie dei tanti personaggi di contorno. Al Capone è talvolta una macchietta, eppure la storia della sua ascesa, così come le vicende legate ai traffici degli altri elegantissimi gangster — italo-americani e non — che popolano Chicago e New York, ci affascinano di più, e persino la figura di Eli Thompson, il fratello sempre relegato nell’ombra dall’ingombrante figura di Nucky, potrebbe meritare maggiore attenzione. Per non parlare del nostro personaggio prediletto, quel Chalky White che a Nucky ha spesso tolto le castagne dal fuoco senza tuttavia riuscire a conquistare un vero e proprio posto al sole per sé e per la comunità afroamericana che rappresenta. Almeno fino a questa stagione, in cui i nostri desideri potrebbero venire accontentati: non solo Chalky ha ottenuto il lungamente desiderato club sul lungomare (l’Onyx Club), con il quale cavalcare l’onda della nascente popolarità del jazz, ma si troverà a dover affrontare il suo primo vero e proprio avversario, in una perfetta esemplificazione dello storico conflitto tra le diverse anime della comunità nera: il trailer lascia presagire, infatti, un inevitabile scontro con l’autoproclamatosi Re di Harlem, il già citato Valentine Narcisse. “A’yo! Chalky’s comin’!” [la cui colonna sonora non potrebbe essere che The Farmer in the Dell]

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Homeland, Showtime (terza stagione, 12 episodi, 29 settembre)
La seconda stagione, a tratti inconsistente e globalmente deludente (vero e proprio sophomore slump, come si usa dire per gli atleti che alla seconda stagione non confermano le eccellenti potenzialità fatte intravedere nella campagna da rookie), si è tuttavia parzialmente riscattata sul finale, chiudendo col botto per niente metaforico dell’attentato che ha raso al suolo il quartier generale della CIA a Langley, in un perfetto capovolgimento rispetto alla prima, ottima stagione, che invece si chiuse lasciandoci un po’ l’amaro in bocca proprio per non aver avuto il coraggio di mettere in scena un altrettanto clamoroso botto. Al di là del catastrofico impatto diegetico — 219 vittime, tra le quali David Estes, viscido direttore dell’ antiterrorismo — l’attentato è ovviamente uno snodo chiave nello svolgimento della trama generale della serie, in grado di ridefinire ruoli e obiettivi dei protagonisti, a partire da quelli di Carrie Mathison e Nicholas Brody, e via via di tutti gli altri.
Il corpo di Brody non è stato trovato tra le macerie del George Bush Center for Intelligence, e le autorità sono fermamente convinte che egli ne sia stato l’esecutore materiale. L’ex-marine ex-jihadista ex-eroe ex-deputato, ex-collaboratore dei servizi assoldato nel doppio gioco anti-Nazir ed ex-potenziale vicepresidente nel ticket con il defunto Walden è ora vilipeso dai media come supremo traditore della patria, incastrato dalla sua vecchia videoconfessione diffusa ad arte da Al-Qaeda nella rivendicazione dell’attentato. In realtà sappiamo che Brody è innocente, ma in fuga oltre confine con la complicità di Carrie. L’enigmatico Saul Berenson assumerà il controllo del dipartimento decapitato dall’attentato, e ce lo immaginiamo dedicarsi con veemenza alla caccia all’uomo da cui Brody dovrà sfuggire, e chissà, magari nel frattempo potrebbe anche cercare di stanare la talpa di Al-Qaeda che si annida all’interno della CIA. Ci sarà occasione di incontrare di nuovo l’altrettanto enigmatico Dar Adal? E che ruolo avrà Peter Quinn, il gelido ma a tratti sorprendentemente umano agente deputato a portare a termine le più spietate missioni BlackOp? La famiglia di Brody è in frantumi, e non solo per la fine del matrimonio tra Jessica e Nicholas. La pressione dei media sulla famiglia del presunto attentatore è enorme, e il momento appare particolarmente delicato per l’adolescente Dana, la quale reagirà con (adolescenziale) furore al trauma di constatare che l’adorato paparino sembra davvero essere il responsabile dell’attacco, e che tra le vittime dell’esplosione c’è anche Finn, il rampollo Walden con il quale ha avuto una burrascosa (adolescenziale) relazione. E infine la protagonista principale, Carrie Mathison, passata dall’essere l’unica a ritenere Brody colpevole (stagione 1) ad essere l’unica a ritenere Brody innocente (stagione 2). Probabile che trascorra i prossimi episodi a cercare di scagionare, come promesso al momento dell’addio-non-è-un-addio-è-un-arrivederci, l’amato Nicholas dalle infamanti accuse piovute sul suo conto, ma è altrettanto probabile che la sua relazione pericolosa con quello che è diventato il nemico pubblico numero uno le esploda in faccia nel momento in cui dovrà fronteggiare la commissione del Senato che indaga sull’attacco portato a termine dalla cellula terroristica di Abu Nazir. A quale difficile decisione allude Saul nel trailer? Di cosa si scusa? È evidente che per Carrie c’è in serbo qualcosa in grado di scuoterne ulteriormente i già fragili nervi (come, per esempio, fungere da capro espiatorio per il fallimento operativo dell’Agenzia), e non ci stupiremmo se dovesse trascorrere buona parte di questi dodici episodi in lacrime.
Senza la ricerca spesso eccessiva del colpo di scena ad effetto, e limitando le derive fantapolitiche talvolta fuori controllo, Homeland potrebbe essere una serie sopra la media, e speriamo vivamente che ritorni ad esserlo in modo costante. Alex Gansa, mastermind di Homeland, ha lasciato intendere di voler uscire dallo schema narrativo “grande minaccia che Carrie e/o Saul devono sventare prima della conclusione della stagione”, e questo, se confermato, lo riterremmo un fatto decisamente positivo. Se la componente “caccia al bad guy” (che però non è del tutto “bad guy”) appare purtroppo inevitabile, ci auguriamo si accompagni ad una maggiore propensione per quella che è la dote migliore di Homeland, ovvero sguazzare nelle ambiguità e farci sospettare di tutto e di tutti, ricreando lo stato di paranoia perenne di chi crede di vivere sotto una perpetua, invisibile minaccia. Vogliamo tornare a porci, ad ogni inquadratura, domande del tipo: e se Saul fosse dietro a tutto ciò, mente di un complotto dei servizi deviati? Oppure: e se fosse lui la talpa di Al-Qaeda?! O ancora: e se invece fosse tutto un triplo e quadruplo gioco per determinare la politica interna ed estera degli Stati Uniti? E se Brody fosse davvero colpevole?!? Dun-dun-duuun! E così via speculando e dubitando ed elaborando teorie cospirazioniste il più aggrovigliate possibile. L’altra possibile/probabile direttrice della storia, che ugualmente ci ha convinto in passato, è quella di esplorare a fondo le implicazioni che il logorante lavoro all’interno dell’intelligence ha nella vita emotiva dei protagonisti, e il preannunciato ritorno di Mira e i conflitti interiori di Carrie, dilaniata tra la passione maniacale per il suo lavoro e l’aspirazione ad una vita abbastanza normale (da lasciare spazio, per esempio, ad una relazione sentimentale) sembrano andare in questa direzione.
Prima di divorare la season première vi consigliamo assolutamente di vedere il documentario che ricostruisce il tragico evento, soprattutto per farvi due risate ogni qual volta una scritta in sovrimpressione vi ricorderà (più e più volte!) che tutto quello che state vedendo è una finzione cinematografica. Ma in che diavolo di mondo viviamo??

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Masters Of Sex, Showtime (prima stagione, 12 episodi, 29 settembre)
La seconda novità introdotta da Showtime in questo 2013 sembra anche quella più promettente, e non lo diciamo solo perché abbiamo già assistito al fallimento di quella introdotta la scorsa estate (Ray Donovan, una soporifera delusione) e siamo consapevoli di quanto sia arduo far peggio. No, Masters of Sex potrebbe vincere per meriti suoi, non per demeriti altrui: il tema affrontato sembra aderire come un guanto alla filosofia del canale, e soprattutto ci sembra una piacevole deviazione dal modello che ha fatto la fortuna della tv contemporanea ma che, serie dopo serie, sta arrivando al termine del suo ciclo vitale (abbiamo salutato Dexter, domenica scorsa se n’è andato Walter White, e l’anno prossimo sarà il turno di Don Draper: gli amati-odiati antieroici maschi-alfa dalle dubbie qualità morali si stanno estinguendo). Altra caratteristica peculiare in grado di rendere questa serie (potenzialmente) interessante è l’assenza della violenza che, in un modo o nell’altro ha caratterizzato gli universi televisivi padroneggiati dagli uomini appena ricordati. Invece, forse per la prima volta, ad essere protagonista è il sesso, e non in qualità di orpello pressoché obbligatorio in un prodotto destinato al via cavo, in cui la nudità e l’esposizione di una sessualità più o meno esplicita ricopre spesso e volentieri solo la funzione di titillare il pubblico (maschile, ovviamente). Niente di tutto questo: Masters of Sex affronta di petto i temi legati alla sessualità, alle dinamiche del desiderio e alle relazioni di potere ad essa collegate, il tutto inserito nella cornice temporale della seconda metà degli Anni ‘50, ai prodromi della liberazione sessuale, e in un momento storico in cui il discorso delle avanguardie protofemministe (la possibilità e la necessità di demolire il monopolio maschile sulla sfera sessuale e nella vita di coppia, ma non solo), cominciano a fare breccia al di là dei circoli intellettuali. E di sicuro le nudità saranno abbondanti, ma tra elettrodi, cronometri, camici bianchi, bloc-notes e retrofuturistici sex toys da utilizzare come strumenti di indagine scientifica, l’esposizione dei corpi potrebbe avere finalmente un ruolo funzionale alla storia e un minor carattere di gratuità. Oh, intendiamoci: sempre di un prodotto di intrattenimento si tratta, per cui non pretendiamo che l’esplorazione di questi argomenti raggiunga chissà quali vette, ed è probabile che le nudità femminili siano comunque sovraesposte ed enfatizzate, ma ci pare comunque una salutare boccata d’aria fresca.
Protagonista della serie (che è sostanzialmente un biopic in forma serializzata, con tutte le inaccuratezze storiche e le libertà narrative del caso) è una coppia di ricercatori che, a partire dalla seconda metà degli Anni ‘50, misero in atto una proficua collaborazione sfociata nella pubblicazione di alcuni pionieristici studi sulla sessualità in generale, e su quella femminile in particolare. La storia ha inizio nel 1956, e racconta l’incontro tra William H. Masters, ginecologo e noto esperto di fecondazione presso la Washington University di St. Louis, e Virginia E. Johnson, ex-cantante, pluridivorziata e madre single di due bambini. Intrigato dai misteri (poiché negli Anni ‘50 tali erano) legati alla sfera sessuale, Masters deve fare i conti con l’ostracismo dei dirigenti dell’università nei confronti di un’area di studio che al tempo non poteva che suscitare notevoli imbarazzi, e la frustrazione per le incomprensioni in ambito accademico si accompagna a quella derivata da una vita privata e familiare tutt’altro che soddisfacente. Masters conduce le sue ricerche in segreto, spiando gli incontri amorosi che si consumano in un bordello e avvalendosi delle testimonianze dirette di alcune prostitute che vi esercitano, spinto da una (caricaturale, a tratti) sete di conoscenza nei confronti di ciò che appropriatamente descrive come “l’origine della vita” e da una furia positivista di misurare tutto ciò che nell’atto sessuale gli appare come misurabile. Johnson, invece, è alla ricerca di un’occupazione, e la trova nel momento in cui il centro di ricerca guidato da Masters annuncia di voler assumere una segretaria. Nonostante l’assenza di una preparazione formale in ambito medico, la giovane Virginia più che una segretaria si rivela una preziosa collaboratrice capace di acute osservazioni, e ben presto grazie al suo intuito, alla sua visione della sessualità in abbondante anticipo sui tempi, e alla sua sensibilità di donna “liberata” dalle inibizioni legate ai comportamenti sessuali, viene promossa al ruolo di assistente di Masters (con il quale poi fonderà, negli anni a venire, il centro studi Masters & Johnson. Non è uno spoiler, è la storia vera!).
Masters of Sex si inserisce nel filone — ormai piuttosto affollato — di produzioni che ambiscono a rivisitare più o meno fedelmente la metà del Ventesimo Secolo, incamminandosi sul sentiero aperto da Mad Men. La serie sviluppata dal Michelle Ashford potrebbe riuscire nell’impresa di non essere solo un pallido clone dell’acclamato predecessore, ma di riuscire ad affiancarlo andando ad esplorare un ambito che nella serie capostipite del filone “retrò” non ha avuto poi tantissimo spazio. Mad Men ci ha recentemente condotto alle porte della rivoluzione giovanile, e ora Masters of Sex potrebbe riavvolgere il nastro e ripercorrere la strada che ha portato alla liberazione sessuale e al lungo percorso (certamente lungi dall’essere completato) verso la rimozione del predominio maschile, che di quella ribellione fu senza dubbio una componente fondamentale insieme al sovvertimento del potere autoritario degli adulti e alle lotte per i diritti civili. La presenza di una marcata (e a tratti prevalente) prospettiva femminile è forse l’aspetto che più di ogni altro potrebbe garantire a Masters of Sex i nostri favori, e una protagonista che non sia, per una volta, caratterizzata da un qualche tipo di problema psicologico ci sembra finalmente un passo avanti nella rappresentazione delle donne.
Nota a margine: Virginia Johnson, quella vera, è scomparsa lo scorso luglio, e non avrà quindi il piacere di ammirare la propria storia riportata sul piccolo schermo.

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Dancing on the Edge, Starz (miniserie, 5 episodi, 19 ottobre)
Continua l’improbabile grande amicizia tra BBC e Starz, anche se in questo caso non di co-produzione si tratta, bensì di semplice riproposizione di una serie originale. La miniserie in questione, scritta e diretta dall’acclamato drammaturgo Stephen Poliakoff, è andata in onda lo scorso Febbraio sui teleschermi degli abbonati britannici, e viene ora importata oltre oceano a beneficio dei telespettatori americani. Ispirata alle vicende della band guidata da Duke Ellington, la serie racconta la storia del complesso jazz Louis Lester Band, composto da soli musicisti neri, e delle sue difficoltà a raggiungere il successo a causa dell’imperante razzismo della Londra degli Anni ‘30, tra aristocratici e membri della famiglia reale dediti al mecenatismo in quanto grandi appassionati di jazz, e altri ricconi maggiormente a proprio agio nel rimarcare le differenze di classe sociale e interessati unicamente all’esercizio del potere nei confronti di individui di status inferiore. A complicare il tutto, un misterioso omicidio (che non abbiamo ben capito come si colleghi al resto della trama, ma in tv tutto è possibile, e poi un giallo di contorno ci sta sempre bene).
Le recensioni in patria sono state estremamente polarizzate, divise tra coloro che hanno adorato la sognante atmosfera della serie e altri che ne hanno odiato l’apparente inconsistenza e l’assenza di un qualsivoglia plot. Di sicuro può sfoggiare un ottimo cast (Chiwetel Ejiofor, Matthew Goode, Angel Coulby, Jacqueline Bisset, Anthony Head e John Goodman, tra gli altri), e ci ha intrigato abbastanza da volerla vedere.

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Hello Ladies, HBO (prima stagione, 8 episodi, 29 settembre)
Sit-com tratta dall’omonimo stand-up show ideato da Stephen Merchant, noto ai più come “quello alto” del duo comico autore e protagonista di serie di successo come Extras e (in qualità di solo autore e regista) The Office. Il collega Ricky Gervais ha lanciato il suo progetto personale (Derek, su Netflix, del quale parleremo tra qualche giorno), e il lungagnone Stephen non voleva evidentemente essere da meno. La trama: un web designer si trasferisce dall’Inghilterra a Los Angeles, località in cui prova a soddisfare il suo inesauribile desiderio di rimorchiare qualunque essere di sesso femminile egli incontri sulla sua strada. Stuart è accompagnato da due grandi amici, Kives e Wade, dei quali si libera non appena si imbatte in una donna. Stuart prova ripetutamente e senza successo ad entrare a far parte del glamour di Tinseltown e fare colpo sulle tante bellezze che popolano la notte angelina, ma, ovviamente, verrà inesorabilmente tradito dalla propria nerditudine, in un susseguirsi di gag goffe e imbarazzanti che si concluderanno con l’inevitabile umiliazione del protagonista.
Siamo d’accordo sul fatto che HBO debba porre rimedio all’assenza di una commedia di valore nel proprio palinsesto, ma non sarebbe stato meglio evitare di creare questo vuoto lasciando in vita la deliziosa Bored to Death? Perché questa Hello Ladies di primo acchito non ci convince per niente… Poi magari, e ce lo auguriamo, saremo smentiti dal plot.

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Eastbound & Down, HBO (quarta stagione, 8 episodi, 29 settembre)
Ecco, a proposito di commedie HBO di livello accettabile… non includeremmo nella lista Eastbound & Down. La serie ad alto tasso di testosterone imperniata sulle vicende dell’ex-stella del baseball Kenny Powers è arrivata al suo ultimo inning (va bene, è solo la quarta serie, perdonateci la licenza!), ma non abbiamo idea di cosa sia successo tra il pilot e l’inizio di questa ultima stagione. Potremmo fare un riassuntino mettendo insieme dei brandelli di trama raccolti qui e là in giro per la rete, ma è una serie che ci interessa così poco da impedirci di fare anche questo. Guest star: Lindsay Lohan! (No, davvero: nella parte della figlia illegittima di Kenny).

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Strike Back: Origins, Cinemax (miniserie, 6 episodi, 25 ottobre)
Nel lontanissimo maggio 2010 Sky1 trasmise nel Regno Unito una miniserie basata sui romanzi di Chris Ryan, un ex-militare con un passato nei corpi speciali dell’esercito di Sua Maestà. Da quella miniserie prese spunto un fortunato franchise anglo-americano prodotto in collaborazione tra la pay-tv inglese e Cinemax e incentrato sulle missioni della cosiddetta Section 20, unità d’elite dell’MI6. La serie è ben avviata ed è giunta ormai alla sua quarta stagione, incominciata su Cinemax quest’estate e tutt’ora in corso (ebbene sì, avete ragione: a suo tempo ce la siamo dimenticata, e quindi non l’abbiamo inclusa nella panoramica dedicata alla programmazione estiva), ma a quanto pare non c’era mai stata l’occasione di riproporre sugli schermi americani ciò che diede inizio al tutto. Quindi eccola qui, sagacemente ribrandizzata come prequel, per raccontare la storia di come John Porter venne congedato con disonore a causa della fallita liberazione di un ostaggio in Iraq nel 2003. Porter non era in realtà responsabile del cattivo esito della missione, e viene riassunto sette anni dopo, in occasione di un nuovo caso di rapimento in terra irachena, guarda caso compiuto dagli stessi terroristi responsabili del rapimento precedente. In una serie di questo tipo il protagonista non può certo sbagliare due volte di seguito, e difatti la missione viene completata con successo. Porter viene dunque arruolato nella Section 20, guidata da Hugh Collison, il quale fu impiegato anch’egli nella sfortunata missione di cui sopra. Piano piano si scoprirà che Collison non era totalmente estraneo a quanto avvenne allora, e si profila una resa dei conti con il nuovo arrivato. Sostanzialmente vale la pena solo per la presenza di Richard Armitage e Andrew Lincoln nei due ruoli principali. Anzi, forse non vale neanche la pena, a meno che non siate dei tipi da action movie senza nessun’altra velleità.

Quali sono le serie tv in onda in quest'estate 2013? #summer13tv

Non abbiamo ancora finito di raccontarvi tutte le novità appena andate in onda in questa ricca primavera (e soprattutto non abbiamo ancora finito di vederle) che è già tempo di pensare alla stagione estiva: tale è l’abbondanza televisiva, e non saremo certo noi a lamentarcene. L’estate 2013 segnerà la conclusione di due serie che hanno fatto la storia della televisione contemporanea (Breaking Bad e Dexter), vedrà il ritorno di alcune serie di grande successo di cui non ci importa molto (True Blood), altre più di nicchia di cui ci importa abbastanza (Hell On Wheels), e proverà a dare un’altra chance ad alcune cocenti delusioni di questi ultimi anni (The Newsroom e The Killing). Ai cancelli di partenza del terzo quarto del 2013 si presentano meno debuttanti rispetto al mid-season, ma c’è comunque spazio per esordi che sulla carta sembrano promettenti (The Bridge e Ray Donovan, più il primo che il secondo) e per qualche serie poco reclamizzata che potrebbe tuttavia rivelarsi la sorpresa della stagione (Low Winter Sun?). Di seguito una breve panoramica di tutte le principali serie che, secondo noi, vale la pena tenere d’occhio. Come sempre, ce n’è per tutti i gusti.


Breaking Bad, AMC (quinta stagione, seconda parte, 8 episodi, 11 agosto)
La seconda parte dell’ultima stagione di Breaking Bad è l’headliner indiscusso dell’estate 2013. L’irresistibile parabola di Walt White da timido insegnante di chimica a signore della droga sembra ormai giunta al termine: Walter e il socio Jesse hanno abbandonato il business delle metanfetamine, tutti i possibili collaboratori della DEA sono stati zittiti per sempre, e la famiglia White, dopo le furibonde liti tra Walt e Skyler, è di nuovo unita. Tuttavia, scordiamoci una conclusione pacifica: Jesse non ha mai digerito l’omicidio a sangue freddo del ragazzino in motorino; dal cold opening della scorsa stagione sappiamo che nel portabagagli di Walt c’è una pistola di Cechov grossa quanto un M60; e, soprattutto, la prima parte ci ha lasciato con Hank Schrader, cognato di Walt e agente della DEA alla caccia del fantomatico Heisenberg, che sembra aver finalmente realizzato chi si cela dietro le iniziali W.W. (“no shit, Sherlock!”, ci viene da dire). Vince Gilligan, creatore della serie, si è lasciato andare ad un commento sibillino sul finale della serie: sarà “victorious”. Cosa diavolo avrà mai voluto dire?

breakingbad

Dexter, Showtime (ottava stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Ultima stagione per il serial killer più amato della storia della tv. Il cerchio intorno a Dexter Morgan si stringe sempre più, con nuovi personaggi sulle tracce del Bay Harbor Butcher, tra i quali l’intelligentissima neuropsichiatra Evelyn Vogel, deputata ad elaborarne il profilo psicologico. Ma non solo dalla legge dovrà guardarsi il nostro (anti)eroe, poiché non sappiamo quali siano le intenzioni di Hannah (nemesi o collaboratrice controvoglia?) né quelle di Deb, profondamente segnata dall’aver ucciso il capitano LaGuerta. Come per Walt White, la domanda che tutti si pongono è una sola: che fine farà il protagonista? Le alternative, anche in questo caso, sembrano essere tre: a) sopravviverà e continuerà a fare ciò in cui eccelle (ovvero impacchettare nel domopak le sue vittime); b) verrà catturato e la giustizia potrà fare il suo corso; c) conclusione definitiva: finirà sul tavolo di un obitorio. Se il materiale promozionale offre qualche indicazione in proposito, l’immagine del teaser poster non lascia presagire nulla di buono. Oppure è una clamorosa falsa pista.

dexter

The Newsroom, HBO (seconda stagione, 12 episodi, 14 luglio)
Continua la crociata dell’anchorman Will McAvoy per redimere il giornalismo contemporaneo dalla faziosità e dalla passione per gli scandali. Ancora una volta le pressioni del network ACN, tutto business e zero etica, proveranno a ostacolare gli impavidi giornalisti di News Night mentre provano a farci vedere come i media avrebbero dovuto trattare notizie come l’omicidio di Trayvon Martin, le primarie e le elezioni, la questione libica, lo scandalo Strauss-Kahn. Cosa ci aspettiamo? Dialoghi veloci e battute ad effetto, idealismo à gogo, un po’ di humor: il solito campionario sorkinista, insomma. Tecnicamente impeccabile, ma la combinazione mortifera di buonismo e moralismo è tale da far impallidire il duo Fazio-Saviano. Perpetra la solita idea liberal-consolatoria che l’America sia stata, in un passato non troppo lontano, il paese più bello del mondo, e con un po’ di fatica può tornare ad esserlo. Per lo meno in tv.

thenewsroom

The Bridge, FX (prima stagione, 13 episodi, 10 luglio)
Il cadavere di una donna viene abbandonato sul ponte che unisce El Paso a Ciudad Juàrez. Il ritrovamento del corpo dà il via ad un’indagine congiunta tra la polizia messicana e quella americana, entrambe alla caccia di un serial killer che opera lungo il confine. Marco Ruìz, poliziotto messicano abituato a non andare troppo per il sottile a causa della corruzione dilagante nel suo dipartimento, si troverà a collaborare controvoglia con la sua controparte americana Sonya Cross, la quale è invece uno di quei detective ligi al regolamento che fanno tutto secondo le procedure. Il tutto nel mezzo della violenta guerra tra i cartelli messicani per il controllo del narcotraffico. Il trailer e gli enigmatici teaser lasciano intravedere uno show magari non particolarmente originale, ma di sicuro piuttosto macabro (e questo ci piace). Remake della serie scandinava omonima, il cui ponte del titolo unisce però Svezia e Danimarca.

thebridge

The White Queen, Starz (prima stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Ennesima serie in costume prodotta da Starz. Stavolta ci troviamo nel 1464, nel bel mezzo della Guerra delle Due Rose, la trentennale guerra dinastica tra Stark e Lannister York e Lancaster per la successione al trono di spade d’Inghilterra. Protagoniste della vicenda sono tre donne, Elizabeth Woodville, Margaret Beaufort e Anne Neville, e le loro macchinazioni per impossessarsi della corona. Lo spirito della serie è ben riassunto dalle parole chiave ricorrenti nei materiali promozionali: passione-seduzione-lussuria-inganno-tradimento-assassinio. Da Starz non sai mai cosa aspettarti, o meglio, lo sai: violenza un tanto al chilo, una scena di sesso ogni 16 minuti e mezzo, e tanti, tanti nudi femminili, ma nonostante questo la cifra stilistica kitch del canale talvolta ha dato frutti (almeno parzialmente) apprezzabili. La cooperazione con BBC potrebbe dare adito a qualche speranza in questo senso, ma l’imbarazzante precedente stabilito da Da Vinci’s Demons ci ha reso diffidenti.

thewhitequeen

The Killing, AMC (terza stagione, 12 episodi, 2 giugno)
Le vicende dei detective Sarah Linden e Stephen Holden riprendono a distanza di un anno dalla conclusione del caso Rosie Larsen. The Killing ritorna, resuscitata per una terza stagione che sembrava improbabile, mettendo in chiaro che questa volta il caso si risolverà entro il season finale: non è molto, ma ci sembra apprezzabile il tentativo di evitare le assurdità delle prime stagioni, ovvero la scellerata (non-)conclusione della prima stagione e i patetici ammiccamenti a Twin Peaks (Who killed Rosie Larsen? GTFO!). Per il resto, però, non ci aspettiamo niente di particolarmente rivoluzionario: Linden continuerà a masticare incessantemente il suo chewing-gum, Holder continuerà a parlare da perfetto wigger, e su Seattle continueranno a venir giù migliaia di metri cubi di pioggia, ché fa tanto atmosfera noir. Ah, stavolta i due daranno la caccia ad un serial killer mica da ridere, con una striscia aperta di ben diciassette omicidi.

thekilling

Hell On Wheels, AMC (terza stagione, 10 episodi, 10 agosto)
Siamo nel 1867, al terzo anno di costruzione della ferrovia transcontinentale, grande opera investita del compito simbolico di ricucire un paese lacerato dalla lunga Guerra Civile. Cullen Bohannon ha esaurito i suoi propositi di vendetta, e si dedicherà anima e corpo alla ferrovia e alla corsa verso Ovest che oppone la Union Pacific alla Central Pacific Railroad. Alla città viaggiante si unisce un nuovo personaggio, Louise Ellison, arguta e intransigente giornalista inviata dal New York Tribune a seguire i lavori dell’opera del secolo. Sulla costa Est, invece, cresce il peso di Wall Street nel determinare le scelte politiche compiute a Washington, in un sinistro presagio dell’America contemporanea, rieccheggiata anche nelle altre tematiche affrontate dalla serie: la distruzione dell’ambiente per fare spazio al “progresso”, il razzismo, l’impatto delle scelte politiche e industriali sui nativi. Il western ci piace, e tanto, e quindi siamo inclini a perdonare l’uso e l’abuso dei clichè propri del genere.

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Ray Donovan, Showtime (prima stagione, 12 episodi, 30 giugno)
Prima novità del palinsesto Showtime da circa un secolo. Il Ray del titolo è un “fixer”, la persona a cui i ricconi e le celebrità di LA si rivolgono quando hanno un problema scomodo. Pare sia piuttosto bravo a risolvere le grane di businessman, attori e atleti (che sia stato assoldato da Kobe per far fuori Dwight Howard e Pau Gasol?), e questo suo talento gli ha garantito un certo benessere. C’è però un problema che lo riguarda direttamente, e che non sembra in grado di risolvere in modo altrettanto efficace: il ritorno in libertà dopo vent’anni del padre Mickey, un criminale convinto del fatto che Ray abbia contribuito a farlo condannare. La relazione padre-figlio sembra tutto fuorché idilliaca, e l’inaspettata scarcerazione rappresenta una seria minaccia alla famiglia di Ray e a tutto ciò che egli è riuscito a costruire nella sua vita. Non sembra nulla di particolarmente memorabile, ma di sicuro almeno il pilot avrà la possibilità di un giretto sul nostro video player.

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Magic City, Starz (seconda stagione, 8 episodi, 14 giugno)
Miami Beach, 1959. Abbiamo lasciato Ike Evans, orgoglioso proprietario del Miramar Playa, lussoso hotel di Miami Beach meta prediletta di uomini politici, celebrità e gangster, invischiato nella pericolossisima relazione con il boss mafioso Ben “The Butcher” Diamonds. Per il bene della sua famiglia e del suo albergo, Ike proverà a liberarsi da questo abbraccio mortale, ma a quale prezzo? Nel frattempo, i figli intraprendono carriere decisamente opposte, l’uno attratto dalla malavita, l’altro negli uffici dello spregiudicato pubblico ministero Jack Klein. Oltre a girovagare per il sottobosco criminale di Miami e Chicago (con accenni alle montanti tensioni razziali),  ci troveremo anche all’Havana, per seguire i primi passi dalla rivoluzione castrista e la liberazione dell’isola da dittatura e clan mafiosi, invero piuttosto seccati per il forzoso trasferimento nella dirimpettaia Florida. Senza correre neanche lontanamente il rischio di essere scambiata per un capolavoro, è una serie godibile: c’è di molto peggio, specie sullo stesso canale.

magiccity

Low Winter Sun, AMC (prima stagione, 10 episodi, 11 agosto)
La storia di un omicidio perfetto che si rivela non essere tale, in una ruvida realtà urbana in cui la linea di demarcazione tra poliziotti e criminali non è per niente chiara. Frank Agnew, poliziotto di Detroit, ha ucciso un collega per vendetta. È convinto di aver cancellato le prove del suo crimine, ma scopre che sul caso è in corso un’indagine degli affari interni. La sua vita cambia radicalmente, e Frank, accompagnato dal collega Geddus, si troverà in parecchie situazioni scomode, tra poliziotti corrotti, violenza che chiama altra violenza, e incursioni nei bassifondi di Detroit. A quanto pare, il protagonista continua a ripetere (e a ripetersi) di non essere una persona cattiva. Potrebbe essere il tanto atteso e necessario aggiornamento del filone poliziotti-con-problemi? Non lo sappiamo, perché le informazioni diffuse da AMC sono di una vaghezza più unica che rara. Però ci speriamo, e a pelle siamo fiduciosi.

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True Blood, HBO (sesta stagione, 10 episodi, 16 giugno)
Vampiri della Louisiana in salsa porno softcore. A causa di queste poco esaltanti premesse, è una delle poche serie HBO che non ci ha mai incuriosito, e continua a non incuriosirci. Siamo alla sesta stagione, quindi c’è poco da dire: se siete dei fan sapete già tutto meglio di noi, se non lo siete non saremo certo noi a spingervi tra le loro fauci.

trueblood

Copper, BBC America (seconda stagione, 12 episodi, 23 giugno).
Poliziesco ambientato a New York negli anni della Guerra Civile americana, tra immigrati irlandesi, comunità afroamericana, e le gang che si danno battaglia per il controllo di Five Points. La seconda stagione si apre nei mesi immediatamente precedenti l’assassinio di Lincoln, e continua a seguire le vicende del detective irlandese Kevin Corcoran, impegnato da un lato a collaborare con il generale Donovan, appena tornato dalla guerra, nel tentativo di porre un freno alla violenza dilagante nel celebre slum newyorkese, e dall’altro a mettere ordine nelle propria vita dopo il tradimento della moglie e del suo migliore amico.

Orange is the New Black, Netflix (prima stagione, 13 episodi, 11 luglio)
Piper Chapman, newyorkese di successo, viene condannata alla reclusione in un carcere federale a causa di una relazione avuta ai tempi del college con una spacciatrice. La dramedy segue il difficile adattamento alla vita carceraria di Piper e l’incontro con un gruppo di detenute che le spiegherà come si vive in un carcere femminile. L’arancione del titolo è ovviamente quello della tuta indossata dai carcerati. Hype? Non pervenuto.

Wilfred, FX (terza stagione, 13 episodi, 20 giugno)
Commedia surreale incentrata sulla relazione tra Ryan (Elijah Wood), ex-avvocato depresso con tendenze suicide, e il cane della sua vicina, Wilfred. Mentre per tutti Wilfred è un normale cane, Ryan lo vede come un adulto travestito da cane. Cosa sia successo tra i due nelle prime due serie, e cosa succederà nella terza, lo ignoriamo, ma la premessa è talmente assurda che potremmo essere tentati di vedere tutto quello che ci siamo persi prima dell’inizio della nuova stagione.

Camp, NBC (prima stagione, 10 episodi, 10 luglio)
Mack Granger è la direttrice del Little Otter Family Camp, un campeggio estivo per famiglie. La vicenda si svolge tra turbamenti amorosi adoloscenziali, bravate da studenti collegiali, e adulti che fanno di tutto per non dimostrarsi tali. Sullo sfondo, la fine del matrimonio di Mack. Descritta in questi termini potrebbe essere la dramedy meno interessante di sempre. Il pilota potrebbe (e dico potrebbe) meritarsi un’occhiata solo per via della presenza di Rachel Griffiths, indimenticata Brenda di Six Feet Under.

Under the Dome, CBS (prima stagione, 13 episodi, 24 giugno)
L’improvvisa comparsa di una gigantesco campo di forza isola una cittadina del New England dal resto del mondo. Progetto in ballo da anni, tratto da un romanzo di Stephen King.


L’estate porta in dote tanto tempo libero, e sappiamo benissimo che è inutile confidare nel contributo della tv nostrana per cercare di riempirlo: il palinsesto italico estivo è, se possibile, ancor più desolante e deprimente che nel resto dell’anno. Se siete come noi, e delle amichevoli estive non vi importa nulla, agosto sarà il periodo giusto per recuperare la visione di alcune serie andate in onda durante questa primavera e che, tra tanti protagonisti, erano sfuggite al nostro radar.

The Fall, BBC Two (prima stagione, 5 episodi, 13 maggio)
Stella Gibson, esperta detective, è sulle tracce di un serial killer che terrorizza Belfast. Un pitch del genere non lascia immaginare niente di più di un canonico thriller psicologico, ma il ritorno in tv di Gillan Anderson nei panni della protagonista è stato acclamato dalla critica. E noi abbiamo deciso di fidarci.

Broadchurch, ITV (prima stagione, 8 episodi, 4 marzo)
Thriller che si muove lungo la linea tracciata da Twin Peaks e ripresa, di recente, da The Killing e Top of The Lake. In questo caso, però, la vittima è un ragazzo, Danny. E siccome la serie è inglese, pare ci sia spazio per un po’ di sano humor nero.  Il luogo dove si svolge la vicenda, invece, è la consueta idilliaca cittadina che dietro una facciata da paradiso terrestre nasconde tanti misteri. Altra serie molto apprezzata dalla critica, e anche in questo caso ci fidiamo del consiglio e procediamo con la visione.

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Qualche sera può essere salutare, anche per i più serie-dpiendenti, lasciar perdere la fiction ed immergersi invece in qualche bella storia del mondo reale. Questi documentari provano a raccontarcene un paio che ci sembrano piuttosto interessanti. (E dovrebbero sembrarlo anche a voi: streetball e street art, che volete di più??)

Doin’ It In The Park
Questo documentario indipendente è il racconto di un viaggio di 90 giorni a spasso per i five boroughs di New York City, e di centinaia di partitelle giocate su ben 180 playground della Big Apple, alla ricerca dell’essenza della pallacanestro. Un racconto, quello realizzato da Bobbito Garcia e Kevin Couliau nel loro film d’esordio, che trasuda amore incondizionato per “the city game” e per i suoi protagonisti. Sotto la loro guida ripercorriamo cinquant’anni di storia della pallacanestro così come viene vissuta sui playground della Mecca del basket, attraverso il racconto delle gesta mitologiche degli eroi che dagli anni ’70 ad oggi ne hanno calcato l’asfalto. Gesta che da generazioni vengono tramandate oralmente all’interno della comunità cestistica newyorkese, equivalente metropolitano dei poemi omerici. E come l’epica classica aveva i suoi aedi, così il basket newyorkese ha i suoi cantori, e Bobbito Garcia, egli stesso leggenda dei campetti (e, per sovramercato, enciclopedico conoscitore di scarpe da basket, che stanno al cantore di avventure cestistiche come la cetra sta al poeta) ne è uno degli esponenti principali. Oltre alla sapienza di Bobbito, il racconto è arricchito dalle parole di molti dei protagonisti — per lo meno quelli vivi e in buona salute — che hanno vissuto in prima persona l’esperienza di coltivare il proprio talento con la palla a spicchi sull’asfalto newyorkese, alcuni capaci di raggiungere il successo tra l’Olimpo dei pro, altri destinati a restare leggende della strada: possiamo così ascoltare frammenti di mitologia direttamente dalla voce dei protagonisti degli albori del movimento, Dr. J, “Fly” Williams, PeeWee Kirkland, per arrivare a quelli più recenti, Kenny Smith, Mark Jackson, Kenny Anderson e Rafer “Skip To My Lou” Alston. Imperdibile per gli appassionati, caldamente consigliato a tutti gli altri. Trailer

Inside Out: The People’s Art Project, HBO (dal 20 maggio)
La storia del progetto di arte globale ideato dallo street artist francese JR, diventata la più grande opera d’arte urbana mai realizzata. Il progetto, presentato in occasione della TED Conference di Long Beach e vincitore del TED Prize nel 2011, aveva come obiettivo quello di permettere a chiunque lo desiderasse, in qualunque parte del mondo, di esprimere il proprio messaggio per mezzo della tecnica artistica resa famosa da JR, ovvero l’affissione di gigantesche riproduzioni in bianco e nero di autoritratti fotografici di persone comuni. Centinaia di gruppi d’azione e di singoli individui provenienti da tutto il mondo, dal Borneo alla Palestina, hanno aderito spontaneamente all’iniziativa di “attacchinaggio globale” proposta dall’artista francese, inviando i propri autoritratti fotografici e ricevendoli indietro in formato poster, pronti per essere incollati ovunque i partecipanti ritenessero di voler dare visibilità ai singoli e alle comunità locali. Trailer

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Rectify, alla ricerca dei limiti dell'umana compassione

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Rectify, Sundance Channel.
Prima stagione.
Lunedì, dal 22 aprile al 20 maggio.
Sito ufficiale

L’ultimo decennio, e persino qualcosa di più, se annoveriamo The Sopranos, o persino Oz, quali legittimi capostipite, è considerato pressoché all’unanimità l’età dell’oro della televisione, seppure per motivi ben diversi da quelli che caratterizzarono la Golden Age che a cavallo tra gli Anni ‘50 e gli Anni ‘60 vide l’esplosione e il consolidamento della popolarità del “gigante timido” quale principale forma di intrattenimento per il pubblico americano e britannico. Iniziata allo scadere del XX Secolo — scelta di tempo perfetta per rendere ancora più memorabile questo momento di svolta: si pensi a tutta la gamma di significati associati al “turn of the century”, alla “fine del millennio”, al “futuro alle porte”, che accompagnarono lo scoccare dell’anno 2000 — questa seconda stagione aurea della televisione è da qualche tempo oggetto di nefaste previsioni che ne profetizzano l’imminente conclusione, sotto la spinta di nuovi soggetti che assalgono il mercato senza che abbiano mai avuto a che fare con il modo tradizionale di pensare la televisione, e a causa della crescita esponenziale presso il grande pubblico di modalità di fruizione che, ormai, non hanno più nulla in comune con il familiare accomodarsi sul divano del salotto — di solito convenientemente posizionato di fronte all’apparecchio televisivo ma inevitabilmente situato ad una distanza dal telecomando superiore alla portata garantita dalla massima estensione delle nostre braccia. A differenza di quanto accaduto alla metà del secolo scorso, il lascito più evidente di questa recente epoca di splendore non è da misurare (soltanto) nei termini di un incremento del numero di spettatori, quanto, piuttosto, nella cancellazione di quella scomoda etichetta di “sorella scema del cinema” che da tempo gravava sulle spalle del mezzo televisivo. (Altro lascito fondamentale è stato l’imporsi di un modello di business che sarà anche a rischio, ma è stato in grado di garantire osceni margini di profitto ai vari canali via cavo. Ma di questo, in questa sede, poco ci importa). Grazie all’ascesa di colossi come HBO, e attraverso la messa in onda, lungo il corso degli anni “zero”, di prodotti di alta qualità, la televisione ha radicalmente cambiato il modo di raccontare le sue storie, sfruttando le potenzialità offerte dalla serialità e allo stesso tempo abbracciando un linguaggio visivo la cui ricchezza e perizia non ha avuto nulla da invidiare a quel fratello maggiore crogiolatosi troppo a lungo nella presunzione di essere l’unico mezzo di massa in grado di veicolare contenuti “d’autore”.

That’s why you’re the saddest man I’ve ever known,
‘cause you can’t feel anything for anybody. You can’t cry for anybody.

Eppure… è mancato qualcosa. In tutti questi anni, dopo aver assistito a decine di serie e personaggi entrati di prepotenza nell’immaginario collettivo, a centinaia di episodi memorabili, quanti di questi hanno davvero saputo toccare le corde profonde dell’umana compassione? Quante scene, in queste innumerevoli ore di storie di volta in volta avvincenti, appassionanti, talvolta assurde, surreali, persino grottesche, vi hanno lasciato con un groppo in gola difficile da sciogliere, in forte sintonia empatica con i personaggi che vivono dentro lo schermo? Giocare con questo genere di emozioni, rappresentarle in modo credibile (leggi: umano) e non stereotipato e suscitarle senza apparire subdoli, si è dimostrato, anche per la tv, un compito spesso arduo, e il rischio di scadere nel melodrammatico, nel patetico o nel “cheesy” è apparso sempre troppo incombente. Qualunque cosa abbia detto McLuhan a proposito dell’ipotetica freddezza del medium e della sua presunta capacità di coinvolgere profondamente lo spettatore, scatenare in lui una reazione di genuina commozione evitando al contempo di il rischio di ottenere in cambio solo un fragoroso “groan” di disapprovazione, non è certo un compito facile. Magari sto generalizzando, e la ragione di questa percepita assenza è dovuta solo alla mia particolare insensibilità. Magari sono troppo scettico per allentare il controllo razionale che paralizza e neutralizza le emozioni più intime, quel campanello che infallibilmente ti ricorda che quello a cui stai assistendo è solo finzione, e come tale va vissuta, e non si merita qualche lacrima. E quindi, pooof!, la tensione emotiva si allenta sempre un attimo prima di scivolare nell’esperienza di compartecipazione profonda alle sofferenze dei protagonisti.

Fortunatamente, ci sono delle eccezioni. Poche, talmente poche da poter essere contate sulle proverbiali dita di una mano. Ma, oh boy, che eccezioni! Come evitare la stretta al cuore quando si assiste, impotenti tanto quanto il Sgt. Carver, alla sconfitta delle istituzioni e alla rabbia, ma soprattutto alla paura e alla disillusione di Randy, abbandonato al suo destino da quelle stesse istituzioni che dicevano di volerlo proteggere? Come non provare la stessa disperazione di Annie di fronte all’assurdo omicidio di Harley, vittima incolpevole di una città abbandonata a sé stessa? Come non lasciarsi travolgere dal dramma interiore di Nate, dilaniato dal senso di colpa per la scomparsa di Lisa? Come non commuoversi di fronte all’atto di umana pietà di Al Swearengen, unico bagliore di umanità in un personaggio altrimenti ferocissimo, nel porre fine alle atroci sofferenze del Reverendo Smith?

pecanE qui — alla fine di questa lunga e forse irrilevante premessa — arriviamo all’oggetto di questa recensione, ovvero Rectify. Cosa c’entra Rectify con tutto questo discorso sul passato e sull’ipotetico futuro della tv, sulla capacità della stessa di suscitare sentimenti di compassione, e con la mia personale classifica dei momenti più tristi della storia della tv? C’entra, per almeno tre ragioni.

C’entra perché, alla faccia di tutti i profeti e menagrami, Rectify è la prima serie originale prodotta da Sundance Channel, che è sì un protagonista esordiente nel campo della produzione di serie scripted, ma non appartiene certo a quella cerchia di aggressivi “nuovi soggetti” che ambiscono alla distruzione dell’attuale modello televisivo servendosi dell’ariete delle nuove tecnologie. Al contrario, Sundance Channel è un vero e proprio dinosauro, se non nell’età di sicuro nella mentalità, come è facile immaginare se si tengono in considerazione i lontani legami di parentela con il Sundance Institute e il Sundance Film Festival, da cui derivano tanto il nome quanto l’attitudine “indie”, e l’attuale appartenenza al gruppo AMC Networks, recente acquisizione che lo ha reso cugino di alcuni protagonisti già piuttosto noti della tv contemporanea, ovvero AMC e IFC. Sundance Channel potrebbe essere un dinosauro comparso troppo tardi sulla scena dell’evoluzione, e il meteorite della tv via internet potrebbe decretarne l’estinzione ancora prima che il canale abbia davvero l’effettiva possibilità di evolversi in qualcosa di più di un piccolo rettile tra i giganti che ancora popolano questa (presunta) coda del mesozoico televisivo. Fatemelo dire: qualora Rectify sia davvero indicativo del potenziale che questo canale è in grado di esprimere (e la co-produzione di Top of The Lake sembrerebbe essere un altro piccolo indizio in questa direzione), sarebbe davvero un peccato se questo restasse inespresso a causa dello scenario apocalittico a cui si è accennato sopra.

E poi c’entra anche perché Rectify, in questa breve prima stagione, non solo ha messo in mostra una sensibilità cinematografica rara anche per gli ottimi livelli a cui la tv ci ha ormai abituato, ma soprattutto è stato in grado, in sole sei puntate, di contribuire in modo decisivo a quella personale e ristrettissima lista di episodi in grado di farmi prendere a cuore le sorti dei suoi personaggi, e provare, ripetutamente, in modo talvolta travolgente, quel senso di compartecipazione emotiva di cui lamentavo la mancanza.

Ed infine, ultimo legame con la mia lunga e divagante introduzione, Rectify è una creazione di Ray McKinnon, che ne ha al contempo curato anche la produzione, in gran parte la scrittura, e, perché no, la regia del season finale. Ray chi?

“Salve, sono Ray McKinnon. Forse vi ricorderete di me nel ruolo del Reverendo Smith nell’indimenticabile e mai abbastanza rimpianto Deadwood (e in quello di Linc Potter nel più recente ma di svariati ordini di magnitudine meno entusiasmante Sons of Anarchy)”.

E con questo chiudo il cerchio aperto dall’ultimo episodio citato in quella lista.

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Prima di elencare tutte le buone ragioni che idealmente dovrebbero spingervi a dedicare quasi cinque ore del vostro tempo alla visione di questa prima (mini)stagione, credo sia necessaria una precisazione: nonostante su trailer e materiali promozionali campeggi in bella evidenza la scritta “Breaking Bad”, le due serie non hanno nulla in comune. Nulla, salvo il nome dei co-produttori Melissa Bernstein e Mark Johnson, agitati maliziosamente come specchietto per le allodole in quanto produttori esecutivi anche dell’acclamata stella del palinsesto AMC: bene, la parentela tra le due serie inizia e muore qui.

I primi dieci minuti del primo episodio sono sufficienti a gettare le basi della storia: Daniel Holden viene scarcerato dopo aver trascorso gli ultimi diciannove anni della sua vita nel braccio della morte, la sua sentenza di condanna ribaltata dai risultati di un recente test del DNA (tecnologia che, all’epoca del processo, non era ancora disponibile). Le nuove prove insinuano il ragionevole dubbio che Daniel, benché reo confesso dello stupro e dell’omicidio della sua fidanzata ai tempi del liceo, la sedicenne Hannah Dean, possa non essere il colpevole, o quantomeno l’unico colpevole dell’atroce delitto. Condannato appena diciottenne, scampato a ben cinque esecuzioni durante la sua permanenza nel Death Row di un carcere della Georgia, Daniel si trova improvvisamente libero grazie ad un cavillo giudiziario e all’incrollabile ostinazione della sorella Amantha nel pretendere l’ammissibilità dei risultati del test. Libero sì, ma, agli occhi di (quasi) tutti, non innocente: la scarcerazione e il ritorno a casa nella piccola cittadina (fittizia) di Paulie, Georgia, profondo sud degli Stati Uniti, sono destinati a turbare la quiete e l’apparente normalità faticosamente raggiunta nel corso deii quasi due decenni trascorsi dal tragico evento, oltre a suscitare parecchio nervosismo sia nello sceriffo, che incriminò Daniel al termine di indagini condotte secondo procedure alquanto dubbie, sia nel senatore Foulkes, il quale deve gran parte delle sue fortune politiche proprio al fatto di essere stato il pubblico ministero che fece condannare Daniel.

Ora alzi la mano chi, dopo aver letto questa sinossi, non ha tratto almeno una delle seguenti conclusioni:

  1. Daniel è stato incarcerato ingiustamente;
  2. non solo Daniel è stato incarcerato ingiustamente, ma la polizia (o il giudice, o il politico) lo vorrà incastrare di nuovo;
  3. quello che vedremo sarà la storia del secondo processo di Daniel;
  4. anzi, sarà la storia di Daniel che cercherà di trovare le prove che incastreranno i veri assassini, dovendo al contempo sfuggire alla polizia che lo ritiene (in buona o in mala fede, a seconda del subplot) ancora il colpevole;
  5. dulcis in fundo, sarà la solita storia che ci racconta, qualora ce ne fosse ancora bisogno, di quanto è aberrante la pena di morte. Ah, e ovviamente si parlerà della violenza nelle carceri.

Io, ingenuo, ho fatto tutte queste ipotesi a partire dal cold opening del primo episodio. Che vi devo dire, troppe ore di tv con troppi cliché ti rendono diffidente.

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E invece, per fortuna, Rectify va da tutt’altra parte. McKinnon ci fa intravedere i dettagli che puntano verso questi schemi narrativi consolidati che, come un riflesso condizionato, lo spettatore tende a dare per scontati una volta posto di fronte a queste premesse. Permette che la storia giochi con queste aspettative, lasciando filtrare più e più volte quegli elementi che contribuiscono a stuzzicarle. Abilmente, ci fa credere di avere questa carta in mano e di poterla — o volerla — giocare da un momento all’altro, ma, in realtà, ci sta conducendo, a passi lenti e misurati, verso l’esplorazione di luoghi del tutto inaspettati. Perché Rectify non è un procedural drama, né un crime drama, né un legal thriller. Non è un film di denuncia nei confronti dell’inumanità del “complesso carcerario-industriale” o dell’assurdità ancora più inumana della pena di morte. Rectify non è Oz (toh, ho chiuso un altro cerchio!), e non è nemmeno la storia di “chi ha ucciso Hannah Dean” (does it ring a bell?). Qui non c’è un “ispettore Javert” che dà la caccia al nostro eroe ingiustamente incarcerato, anche perché, forse, non c’è un “eroe ingiustamente incarcerato”. Infatti, Rectify non solo rifugge continuamente la fatidica domanda (“Ma alla fine, Daniel è colpevole o no?”), ma, cosa ancor più straordinaria, progressivamente riesce a farci perdere qualunque interesse per la risposta, canalizzando la nostra attenzione su un ordine di problemi completamente diverso (“Daniel, che sia innocente o colpevole, come percepisce sé stesso? E come lo percepiscono gli altri?”). E questa è una grande trovata, perché sublima uno dei tratti che hanno reso eccellente gran parte della tv contemporanea, ovvero il rifiuto del manicheismo buoni vs cattivi, del bianco vs nero, preferendo indugiare sulle infinite sfumature di grigio che convivono nella stessa persona. Costringendoci a rifiutare le scelte morali dicotomiche, questa televisione ci ha chiesto di identificarci in figure moralmente dubbie, di simpatizzare per un serial killer come Dexter, di capire le ragioni che portano Walt White a diventare un signore della droga, o di solidarizzare con le difficoltà di Tony Soprano nel gestire la sua famiglia e il suo clan mafioso, oltre che accettare la scomparsa delle adorate anatre. Rectify si spinge persino più in là, ponendoci di fronte ad una situazione ancora più estrema, poiché elimina quell’alone di grottesco che potevamo rintracciare in ciascuna di queste figure. Si può mai entrare in sintonia con Daniel, che potrebbe confermarsi uno stupratore omicida? E nel caso fosse colpevole, si può arrivare al punto di comprendere le ragioni di un crimine così efferato? Si può accettare una persona anche solo sfiorata dal sospetto che nel suo passato ci sia una macchia così indelebile? Ai più questo dovrebbe risultare parecchio difficile, presumo. Eppure…

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I’m just so aware that most of what I draw on from inside my head are things I’ve read about.
My real life experiences are actually rather narrow.

Daniel è reduce da vent’anni di isolamento quasi completo, vent’anni trascorsi nell’angusto spazio di una cella 3 x 2, circondato solo dal bianco accecante di muri senza finestre. Unica compagnia, i due prigioneri del braccio detenuti nelle celle adiacenti alla sua, con i quali riesce a scambiare qualche parola attraverso le grate di areazione (ma saranno poi reali queste conversazioni che riviviamo attraverso i ricordi di Daniel?), e tanti libri (ma non troppi, ché le autorità carcerarie non te lo perdonano). Incarcerato poco più che adolescente, dopo una vita spesa nel tentativo di accogliere l’ineluttabilità della morte, al momento dell’inaspettata liberazione Daniel si trova catapultato in un mondo che non conosce più, disorientato come potrebbe esserlo un uomo proveniente dal passato messo di fronte agli iPod, ai chilometri quadrati di merci esposte in un Walmart, ai lettori DVD e agli energy drinks che ormai fanno parte della nostra quotidianità. Soprattutto, Daniel ha disimparato — o forse non ha mai avuto modo di imparare — a relazionarsi con gli altri, dando vita ad un curioso personaggio perennemente spaesato e privo delle più basilari social skills che orientano le interazioni quotidiane tra le persone e che si è soliti attribuire agli adulti. Daniel è totalmente analfabeta del mondo circostante e delle convenzioni sociali su cui questo si fonda, ed è così alieno alle norme che regolano la vita quotidiana da essere incapace a sostenere persino la più banale delle conversazioni: di fronte all’innocua affermazione “sure is a beautiful day”, canonica considerazione sul clima e universale rompighiaccio di un’ordinario scambio comunicativo, l’unico commento che è in grado di profferire è uno stentoreo ed enigmatico “it… um… has lots of colors…”. Ma Daniel è davvero un adulto, come la sua età anagrafica lascia supporre? Oppure quell’impacciato individuo incapace di indossare una cravatta prima di presentarsi alla stampa il giorno della sua liberazione è ancora lo stesso teenager di vent’anni prima?

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Magistrale, nel rappresentare la sofferenza di questo personaggio alle prese con la sua prima settimana di libertà (questo l’arco temporale coperto dai primi sei episodi), è l’interpretazione di Aden Young: l’attore australiano sfodera una prestazione di un’intensità straordinaria, capace di trasmettere attraverso la sua fisicità le mille emozioni contrastanti che percorrono Daniel quando, di volta in volta, deve cercare di adeguarsi alle difficoltà della madre nel riuscire ad accogliere tra le sue braccia un figlio che riteneva perduto, fronteggiare l’ostilità dei cittadini di Paulie, e affrontare il costante, ininterrotto, disagio nel percepire la propria inadeguatezza in qualsiasi contesto. Young si muove in uno stato quasi catatonico, indossando una maschera che è, allo stesso tempo, l’espressione perfetta del gigante punto interrogativo che compare nella testa di Daniel di fronte a tutte le novità, e del lacerante conflitto interiore di chi, da un lato, non può non apprezzare l’idea di avere a disposizione una seconda chance, ma che dall’altro dimostra di non sapere bene cosa farne, di questa seconda possibilità. Continuamente messo in crisi dalle infinite variabili della vita di tutti i giorni (“there were variables inside, but wasn’t like out here”), Daniel finisce per essere il classico “weirdo” la cui stranezza è resa ancora più evidente dalla reazione dei membri di una comunità conservatrice altrettanto inetta nell’interagire con chi, in qualche modo, devia dalla supposta “normalità”. Ed è l’intensità della recitazione di Young la ragione principale per cui, volenti o nolenti, ci troviamo in sintonia con questo personaggio ambiguo, il cavallo di Troia attraverso il quale la questione della sua innocenza perde rilevanza e ciò che resta è il senso di partecipazione profonda alle difficoltà di un uomo incredibilmente fragile.

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I’m not sure what to make of this drastic change of course in my life.
I’m certainly not against it.

Rectify è una storia sul cambiamento, sulle reazioni al cambiamento, e sulle strategie messe in atto dalle persone per cercare di neutralizzare quanto più possibile l’impatto del cambiamento. La scarcerazione di Daniel è un sassolino lanciato nello stagno apparentemente placido di tante vite ormai stabilizzate, ognuna a suo modo, da quasi un ventennio, e Rectify segue meticolosamente le onde concentriche che si propagano dal centro di questa perturbazione dello status quo. Una perturbazione che da Daniel, che ne è l’origine ma è soprattutto il primo a dover trovare il modo, e forse anche una ragione convincente, per non esserne travolto, si estende via via alla sua famiglia nucleare, alla famiglia acquisita attraverso il secondo matrimonio della madre, ai familiari della vittima ancora residenti in città, alle istituzIoni di Paulie, fino a lambire tutta la comunità di quest’angolo archetipico del sud rurale e tradizionalista, cittadina in piena Bible Belt nella quale, secondo la felice sintesi di Amantha, “you can sentence a man to die, but you can’t buy a beer”.

Estremamente efficace, nel rappresentare il trauma del cambiamento, la violenza con cui la realtà fisica si apre un varco in un sensorium atrofizzato dai lunghi anni del carcere: la luce invade la camera da letto di Daniel — finalmente dotata di finestre! — ed egli è costretto a ripristinare uno stato di semioscurità per non esserne travolto; l’iPod del fratellastro Jared vomita le note di un pezzo rap ad un volume parossistico; la prossimità fisica con le persone e il contatto con i familiari, nella forma innocua di un abbraccio, diventano inevitabilmente motivo di imbarazzo e frustrazione. Da qui inizia un lungo ed accidentato percorso di rieducazione sensoriale, che coinvolge la vista (a partire da un ilare visita oculistica, al quale Daniel, proprio come un bambino, si reca accompagnato dalla mamma), l’udito (attraverso l’ascolto delle musiche dell’adolescenza — Stone Temple Pilots e Cracker su tutti) e il tatto (stimolato dal contatto dei piedi nudi sull’erba), ma che non sembra mai compiersi in modo definitivo.

Mentre è compito del fratellastro Ted, Jr. (Clayne Crawford) dare voce, con una franchezza che travalica abbondantemente nella stronzaggine, caratteristica saliente di questo good ol’ boy spesso egoista ed insensibile, al sentimento che, bene o male, tutti provano nei confronti del ritorno di Daniel: “I hate to say it, but we all thought he’d be dead by now anyway”. Ed invece, bontà sua, Daniel non è morto, e il cambiamento per la famiglia Holden/Talbot si traduce nella preoccupazione di Ted per il danno d’immagine che la presenza di un presunto colpevole provocherà all’impresa di famiglia, nel frastornato agire della madre di Daniel (J. Smith-Cameron), alla vana ricerca di un modo per ripristinare una relazione interrotta, e nell’ostentata calma dal patrigno Ted Sr. (Bruce McKinnon), che decide di ignorare in qualsiasi modo il problema trincerandosi dietro l’ostinata sicurezza della sua innocenza. Senza dimenticare l’afflato salvifico scatenato in Tawney (Adelaide Clemens), giovane mogliettina di Ted e fervente born-again Christian, tanto ingenua quanto ben intenzionata, per la prima volta non in perfetta sintonia con il poco simpatico marito in quanto fermamente convinta che trovare dio sia la soluzione per tutti i problemi di Daniel.

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Di segno opposto la reazione della combattiva sorella Amantha (una fantastica, bellissima Abigail Spencer), personaggio travolgente diventato sin dal primo momento il mio ultimo crush televisivo dopo Kima Greggs e Annie Tallarico, che, oltre al ruolo decisivo nella liberazione di Daniel, si dedica alla protezione del fratello con una devozione ed una tenacia senza dubbio ammirevoli, ma che ben presto tracimano in un’attenzione oppressiva tale da trasformarla in una presenza soffocante. Anche Amantha deve affrontare il cambiamento, lasciare che Daniel riacquisti confidenza con la vita seguendo un percorso che lei non potrà determinare e accettare, sostanzialmente, l’evidente necessità per sé stessa di costruirsi una ragione di vita finalmente scollegata dalla drammatica vicenda che ha coinvolto il fratello.

Le strazianti parole urlate ai microfoni dei reporter, “why ain’t you dead, Daniel Holden?! Why ain’t you dead?!”, esprimono invece tutta la disperazione e la rabbia della madre di Hannah, del cui dolore, in uno degli ennesimi testacoda emotivi con cui Rectify ci costringe a fare i conti. ci sentiamo inesorabilmente partecipi.

Di questo stesso dolore sono partecipi i membri della comunità di Paulie, nei quali l’onda del cambiamento suscita aperta ostilità nei confronti di colui che è, per tutti, il brutale assassino di una ragazza nel fiore della sua gioventù. Un’ostilità, però, mista ad insicurezza, dettata dalla difficoltà di comprendere e accettare la ragione per cui un principio tanto semplice quanto brutale, quella legge del taglione su cui si impernia la concezione della giustizia in questo angolo di mondo, sia stato violato. D’altra parte, sottolinea il vecchio avvocato di Daniel (interpretato dal veterano Hal Holbrook), dovremmo finalmente convincerci che tutta l’avveneristica tecnologia di cui disponiamo, e il mito del progresso che l’accompagna, è solo una confortante menzogna dietro la quale si cela una sconcertante verità: l’umanità è irrimediabilmente ferma al medioevo.

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Rectify esplora tutto questo con un andamento estremamente meditativo, quasi a seguire il dolce southern drawl in cui si esprimono i personaggi. Che è il modo più gentile che ho trovato per evitare di dire che Rectify è lento, lentissimo, lento da morire. Con questo, non voglio spaventare nessuno. Mi rendo conto che questa non dovrebbe essere, di per sé, una ragione sufficiente per precludersi a priori la visione di un’opera, e io credo fermamente che non lo sia, ma è anche comprensibile che l’eccessiva titubanza nello sviluppare la trama possa rivelarsi uno scoglio talvolta troppo grande per affrontare la visione. L’offerta televisiva è ricca, e soprattutto per chi, come me, ne fruisce facendo ricorso al lato… ahem, oscuro (aka torrent & affini), la tentazione di lasciar perdere passando immediatamente a qualcosa che appare più coinvolgente è sempre molto forte. Quindi, sia ben chiaro: Rectify procede ad un passo più controllato di qualunque altra cosa abbiate mai visto in tv, roba che Mad Men, notoriamente poco più brioso di un’opera di Bill Viola, al confronto potrebbe essere scambiato per un contropiede di Ty Lawson. Ora, fatevi un favore: per quanto possibile, ignorate questo avvertimento e sconfiggete l’iniziale straniamento causato da uno stortytelling non convenzionale, perché basta davvero poco per farsi ipnotizzare da Rectify e dal suo modo quieto e riflessivo di esplorare l’articolata psicologia dei suoi personaggi, con un incedere pacato che esalta l’intensità di questo dramma introspettivo e permette di assaporare in profondità le complesse e spesso non confortanti emozioni che questa serie è in grado di regalare. Tutto questo senza voler comunque sminuire la costruzione della trama, che, come si diceva all’inizio, gioca sapientemente con le aspettative dello spettatore: ogni qual volta si percepisce l’imminenza di una svolta narrativa la cui direzione appare prevedibile, ecco che Rectify prende un’altra strada, lasciando aperte delle questioni che appaiono vitali, ma che rapidamente passano sullo sfondo nel momento in cui riprende l’osservazione minuziosa dei personaggi.

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Rectify non nasconde le sue ambizioni cinematografiche, tanto nella scrittura quanto nella dimensione estetica. Il racconto, soprattutto nei primi episodi, procede per impressioni, attraverso la giustapposizione di piccoli frammenti adatti a creare un mosaico di sensazioni percettive ed emotive talvolta contrastanti, che danno luogo a scene di una bellezza visiva spesso stordente, immerse come sono in una luce che deve molto al Terrence Malick di Tree of Life, in aperto contrasto con una vicenda che prende le mosse da un crimine orrendo. Vicenda che, nel solco del classico gotico americano declinato in salsa Southern (ambientazione che lo rende perfettamente adeguato a sposarsi con il cinema indie per cui il Sundance Festival è diventato famoso, tutto teso ad analizzare l’America attraverso le piccole storie della sterminata provincia americana), ha le sue divagazioni nel campo del magico, sia attraverso una deliberata confusione tra i piani della realtà, dell’immaginazione e del sogno, sia per mezzo di un’insistita simbologia religiosa, talvolta esplicita (nei titoli degli episodi, o nell’onnipresente tema battesimale), talvolta implicita, per non dire esoterica (l’orario di una sveglia che punta ad un preciso versetto del Vangelo, o la complessa allusione alle tentazioni di Cristo).

La prima serie è andata ben oltre le più rosee aspettative, e — per fortuna, dico io — Rectify è stato prontamente rinnovato per una seconda stagione, estesa a ben dieci episodi. Questa scelta di Sundance Channel ha destato qualche timore, perché, per quanto sorprendente, non è chiaro quanto resti da esplorare dell’idea alla base di Rectify, e di come questa possa sostenere il peso di una stagione più lunga. Dubbio legittimo, ma, a mio modesto parere, fuorviante. Considerazione che mi spinge ad avventurarmi in un azzardato paragone cestistico: gli appassionati di basket universitario americano lamentano spesso la tendenza di molti analisti a giudicare i giocatori di livello collegiale sulla base del loro potenziale NBA, invece di esprimere valutazioni in merito al loro impatto sul livello di gioco a cui appartengono e gustarsi le loro prestazioni nel campionato NCAA. Pazienza, dicono i veri appassionati, se l’ala piccola John Doe non sarà in grado di esprimersi con la stessa efficacia al piano di sopra, o se Tom, Dick e Harry non sembrano fisicamente adatti alle battaglie sotto canestro che dovranno affrontare tra i pro: ciò che conta sono le emozioni sportive che sono in grado di regalarci hic et nunc. Lo stesso discorso dovrebbe essere fatto per Rectify: piuttosto che rimuginare sulla possibile difficoltà che questa serie potrebbe incontrare nel mantenere lo stesso livello della prima stagione lungo l’arco di una stagione di durata significativamente superiore, la cosa migliore da fare è godersi questi sei episodi, ed ammirare tutti i piccoli dettagli del gioiello più brillante di questa primavera 2013.

Note a margine

  • È indubbiamente molto difficile riuscire ad immaginare quali conseguenze possa avere una lunga detenzione sullo sviluppo psicologico di un essere umano, e quali possano essere gli effetti di un brusco reinserimento nella società. A questo proposito può essere illuminante una trasmissione radiofonica andata in onda su NPR giusto qualche settimana fa.
  • È un fatto personale, ed è probabilmente tutta colpa di Steinbeck, ma il fatto che i personaggi si esprimano nel cantilenante accento Southern (a quanto pare piuttosto accurato) è per me ragione sufficiente per apprezzare la serie.
  • Daniel: “You’re my Beatrice”. Tawney: “What?” Daniel: “From ‘The Divine Comedy’”. Tawney: “I… I don’t know what that is…”. Sicuri che il modello di istruzione che vogliamo importare sia quello americano, si?