I used to be a little boy – Smashing Pumpkins + Mark Lanegan live a Rock in Roma 2013

Attenzione!
Questo articolo potrebbe rivelarsi eccessivamente lungo e troppo personale.

Smashing Pumpkins - Rock in Roma 14/07/2013 (fonte: http://www.onstageweb.com/)

14/07/2013: suonano a Rock in Roma, a Capannelle, gli Smashing Pumpkins. Ad aprire il concerto Mr. Mark Lanegan. Come possa uno come Mark Lanegan essere uno che suona quando ancora c’è la luce del sole aprendo concerti altrui è uno sconcertante mistero ed una delle desolanti anomalie che, senza controllare, sono certo possano sussitere solo in Italia. Ma tant’è, nella stessa serata noi beceri ma fortunati italiani abbiamo l’occasione di vedere sia Mark Lanegan che gli Smashing Pumpkins. Amen.

Comunque sia, qui servono un po’ di premesse per dare il giusto contesto a questo articolo e farvi capire di cosa effettivamente stiamo parlando. Chi scrive nella sua adolescenza è stato fan sfegatato, stupido, degli Smashing Pumpkins. A partire dal 1994, sedicenne, ascoltavo ossessivamente Siamese Dream (ricordo che promisi a me stesso che avrei ascoltato almeno un po’ di Siamese Dream ogni giorno della mia vita, per sempre), acquistavo immediatamente senza badare al prezzo qualsiasi cosa pubblicasse Corgan o avesse sopra il marchio SP: album, singoli, vhs, cofanetti, bootleg, compilations, vinili anche se non avevo il piatto, la colonna sonora di Batman & Robin, libri, t-shirts, stickers, spillette. A Londra in gita scolastica setacciai Virgin Store et similia a caccia di chicche e rarità, tornai con un orrido cd con un’intervista in inglese.

Gli Smashing Pumpkins nel 1994

Quello che mancava per soddisfare la mia esuberante passione adolescenziale era lo spettacolo live, il concertone. Obiettivo non facile da raggiungere per un teenager barese: da quello che sapevo gli SP avevano suonato una volta in Emilia prima che li conoscessi (tipo ad una festa dell’Unità, se non ricordo male) e poi nulla fino all’aprile 1996, Palatrussardi di Milano. Non ancora diciottenne ero pronto al grande viaggio in treno ma non riuscì a trovare un compagno di viaggio; mandarmi da solo in treno da Bari a Milano a 17 anni era troppo per i miei genitori: occasione persa. Finalmente il mio sogno di vedere Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins dal vivo si concretizzò il 7 giugno del 1998 alla scalinata dell’EUR a Roma (se volete sentirlo sta qui). Per vicessitudini che non ricordo non ero riuscito a procurarmi il biglietto, dovetti comprarlo da un bagarino a cifre astronomiche. Ovviamente ne valse la pena: a 20 anni, il viaggio con amici vecchi e nuovi, il concerto in una location fuori dal comune, il mio gruppo preferito (benché senza il prodigioso batterista Jimmy Chamberlin) in un momento di grazia, il tour di un disco che avevo amato visceralmente (Adore), la notte passata per strada. Un pietra miliare della mia crescita.

Adesso siamo nel 2013, da quel 1998 sono passati 15 anni e gli Smashing Pumpkins nel frattempo si sono sciolti ed erano un po’ finiti nell’oblio; poi Billy Corgan, dopo vari progetti fallimentari e momenti in cui sembrava avesse davvero perso completamente la testa, ha ricostituito la band e tirato fuori un album inaccettabile (Zeitgeist), il fidato batterista Jimmy Chamberlin lo ha abbandonato, ha trovato un nuovo batterista (Mike Byrne) e poi riformato la band selezionando i membri con pubblica audizione, poi ha sbroccato con un disco pubblicato gratuitamente solo su Internet un pezzo alla volta, poi finalmente si è rimesso in tour suonando scorpacciate di pezzi dei bei vecchi tempi e tutto si è risolto. Infine nel 2012 ha pubblicato Oceania che, diciamoci la verità, non è questo granché ma non è neanche una cosa imbarazzante e dimostra che Billy si è finalmente rimesso in carreggiata per fare quello che ha sempre voluto fare: scrivere canzoni, pubblicare dischi, girare il mondo suonando di fronte a grandi platee osannanti. Dategli torto.

Dal canto mio invece in questi 15 anni sono successe un sacco di cose, oltre ad aver rivisto gli Smashing Pumpkins in altre due occasioni: sono cresciuto. L’appassionato romantico teenager superfan di allora è diventato un trentacinquenne lavoratore e padre di famiglia e durante il tragitto ha avuto modo di scoprire ed approfondire un sacco di altra musica, ampiamente coadiuvato dalla rivoluzione digitale. Tra le tante cose scoperte e approfondite spicca la figura di un cantante che viene dalla stessa era e dalla stessa scena musicale di Billy Corgan ma la cui attitudine (e la cui voce) è agli antipodi di quella del leader degli Smashing Pumpkins. Sto parlando di Mark Lanegan. Lanegan è un mito, già ve ne ho parlato. Ma quando dico ‘mito’ non lo intendo in senso gergale, proprio nel senso che per me è una sorta di figura mitologica, una leggenda, la summa di quanto di meglio la musica rock sia riuscita a produrre negli ultimi 20 anni. Lanegan è tra i padri della scena di Seattle con gli Screaming Trees già negli anni ’80, amico fraterno e partner musicale di chiunque da Kurt Cobain a Greg Dulli, da Layne Staley a Josh Homme, è un filologo del blues, del folk, del garage, del rock and roll. E poi possiede una delle voci più profonde e magnetiche che potrete mai ascoltare. Se Billy Corgan è un hall of famer del gigioneggiamento sul palco, del cazzeggiare con la chitarra e stravolgere i pezzi, dilatarli, masticarli e risputarli, strillare, sorprendere e sfidare i fans ecc, Lanegan invece viene fuori e canta. Basta, niente pose, niente divagazioni: solo lui, la band, la musica e la sua voce da un altro mondo, freddo, immobile, profondo, sincero. La rockstar e il bluesman.

Mark Lanegan

Crescendo ho imparato ad amare l’attitudine di Lanegan e a diffidare di quella di Corgan, così come diffido di appariscenti imbonitori mentre ho una predilezione per i tipi burberi e taciturni. E per un periodo ho avuto un vero e proprio rifiuto per la musica di Billy Corgan che disperatamente cercava di ritagliarsi una presenza nel panorama musicale prima con gli Zwan, poi col suo disco solista The Future Embrace, poi con Zeitgeist e l’altra robaccia che pubblicava infangando il buon nome degli Smashing Pumpkins e la mia adolescenza. Ero deluso, tradito.

Poi nel novembre 2011 sono venuti a suonare in Italia, ho visto la setlist e mi sono detto che, cavolo, sarebbe stato fantastico essere ancora una volta sotto quel palco mentre gli Smashing Pumpkins suonano Cherub Rock o Zero. E poi è uscito Oceania, l’ho ascoltato timoroso e mi sono detto che, al diavolo, è vero che Billy dev’essere certamente stato una carogna con Jimmy Chamberlin, James Iha e D’Arcy, è vero che nessuno di quei pezzi di Oceania sarebbe neanche stato una b-side negli anni ’90, è vero che Corgan sta facendo tutto questo per i soldi e la celebrità, però cavolo, se lo è guadagnato. In fondo non è forse stato lui a scrivere e suonare Gish, Siamese Dream, Mellon Collie and the Infinite Sadness, Adore, Machina? Billy Corgan è uno dei più grandi musicisti rock della sua generazione. Si merita tutto, anche se l’ispirazione che con lui era stata così generosa (quanti pezzi ha pubblicato tra il ’95 e il ’96, tra Mellon Collie e The Aeroplane Flies High? 60? Di più?) lo ha ormai abbandonato.

Smashing Pumpkins + Lanegan - Rock in Roma, 14/07/2103

E dopo questo brevissimo preambolo, se state ancora leggendo, arriviamo a bomba al 14 luglio 2013, Smashing Pumpkins + Mark Lanegan Band live a Capannelle, a 10 minuti da casa. Non potevo mancare. Arrivo al concerto trafelatissimo nel mezzo di mille cose da fare (fatemi gli auguri, tra una settimana nasce il mio secondo figlio) senza aver pensato a nulla tranne che recuperare nel fondo di una scatola la vecchia maglietta che avevo 15 anni fa alla scalinata dell’EUR. Arrivo a Capannelle in perfetto orario, attraverso l’impressionante corridoio di stands e sponsors e arrivo davanti al palco. Tanta gente, quasi tutti over 30 naturalmente, eccetto qualche under 10 figlio di fans di vecchia data che si aggira sereno tra la folla. Bella atmosfera. Per primi, per farci ingannare un po’ l’attesa, escono i californiani Beware of Darkness di cui non so nulla ma che si fanno ascoltare volentieri nella loro mezz’oretta di rock alternativo dal sapore anni ’60, non privi di una certa personalità.

Dopo di loro, quando luce in cielo ancora ce n’è tanta, arriva Mark Lanegan con la sua band. Sono in posizione pressoché perfetta, centrale a 10 metri dal palco. La setlist di Lanegan è asciutta e favolosa come da programma: si inzia con la spettacolare The Gravedigger’s Song e si va avanti con pezzi fantastici vecchi e nuovi come I hit the City, One Way Street, Metanphetamine Blues, la meravigliosa Harbourview Hospital, la cover dei Leaving Trains Creepin Coastline of Lights e l’immancabile pezzo degli Screaming Trees, che questa volta è Black Rose Way dal disco ‘fantasma’ Last Words. Dopo mezz’ora o poco più Mark e la sua band lasciano il palco: nessun bis, nessuna concessione al pubblico, come nel suo stile. Solo una breve frase tipo “lasciamo il palco agli straordinari Smashing Pumpkins” o qualcosa del genere. Sembra ironico, forse lo è, forse no. Ciao Mark, ci rivedremo e non vedo l’ora di ascoltare a settembre Imitations.

Mark Lanegan live @ Rock in Roma - 14/07/2013

Il sole è tramontato, ancora una mezz’ora di attesa, e finalmente Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins escono sul palco a fare i conti con la mia adolescenza. Il concerto si apre nello stesso modo in cui si apre Oceania: Quasar e Panopticon. La prima è buona, adeguata per iniziare a scaldare il pubblico, sulla seconda non mi pronuncio. I ragazzi suonano bene comunque: il batterista Mike Byrne è potente come dev’essere un batterista degli SP, Nicole Fiornentino e Jeff Schroeder non fanno rimpiangere di certo le loro controparti D’Arcy e James Iha, almeno dal punto di vista tecnico. Il terzo pezzo è Starz da Zeitgeist e su questo invece mi pronuncio: orribile e venuto anche maluccio. Qua va a finire male, penso. Dopo questo preoccupante inizio arriva Rocket a rinfrancarmi un po’, anche se il pubblico rimane ancora troppo immobile per i miei gusti; dai Billy, “the moon is out the stars invite”, iniziamo ‘sto concerto! E invece nulla, dopo Rocket ancora non si decolla, Corgan si imbarca in una prescindibilissima versione di Space Oddity di David Bowie; Billy, con la discografia che hai a disposizione Bowie francamente potevi lasciarlo in pace: Pumpkin Oddity. Il pubblico sembra apprezzare però, io invece, dopo cinque pezzi, comincio a sentirmi un po’ frustrato. Per fortuna arriva X.Y.U., uno dei capitoli più tirati della discografia degli SP e mio vecchio pallino. In più il pubblico inizia a muoversi: mi butto nel pogo e finalmente posso sfogare la mia insoddisfazione (e arrivare sotto il palco). “And in the eyes of the jackal I say KA-BOOM!”. La verità è che sotto il palco si sente malissimo e Corgan per il momento pare che si stia davvero risparmiando la voce, ma almeno mi sto divertendo nel gruppetto di pogatori.

2nite

Ormai lo spettacolo è entrato nel vivo e arrivano momenti più intensi con Disarm e Tonight, Tonight. I pezzi sono quelli che sono quindi arrivano, non posso negarlo, ma la delusione è tanta. Forse Billy non le sente più come una volta, forse è stanco di cantarle da quasi 20 anni, ma le tira davvero via senza passione. Disarm la suonano persino con la base di archi registrata. Per me è davvero un momento di grossa malinconia e i testi dei due brani contribuiscono a rendere più profonda la mia riflessione su quanti anni siano passati e quanto siamo cambiati tutti quanti. “I used to be a little boy”, “You can never ever leave without leaving a piece of youth – We’re not the same, we’re different tonight”.

Ho l’occasione di metabolizzare il mio momento epifanico in cui rifletto sui bei tempi andati e su cosa oggi, 15 anni dopo, siamo diventati io, Billy Corgan e gli Smashing Pumpkins perché arrivano altri due trascurabili brani tratti da Oceania e perché Corgan pensa bene di fermare il concerto per buoni dieci minuti passati a chiacchierare mettendo in imbarazzo i ragazzi della band, raccontando delle sue origini italiane (salta fuori che ha un quarto di sangue siciliano), la cognata italiana, i nipotini rumorosi, gli italiani che gesticolano, lui che ama l’Italia e la cucina italiana ecc. Ovviamente il pubblico è in visibilio mentre la mia crisi interiore si infittisce. Mi sfogo un po’ su twitter.

Per fortuna il concerto riparte e arriva un brano che mi riconcilia un po’ con Billy Corgan: Thirty-Tree. Speak to me in a language I can hear Billy, you can make it last forever. Sarà che la chiacchierata lo ha caricato ma Corgan sembra cominciare a dare qualcosa di più dal punto di vista di energia ed intensità e poi, con due pezzi come Ava Adore e Bullet With Butterfly Wings il pogo diventa sostenuto. Ora si comincia a ragionare ragazzi: eccoli qui, sul palco ci sono gli Smashing Pumpkins! Arriva un’altra doppietta da OceaniaOne Diamond, One HeartPale Horse, due pezzi orecchiabili senza infamia e senza lode che però questa volta accolgo con benevolenza perché fermano un attimo il pubblico: grondiamo sudore. La pausa è gradita anche perché ci aspetta una chiusura da paura con Today, Zero, Stand Inside Your Love e una United States da Zeitgeist che non sarà una grande canzone ma Billy la suona con passione, forse quella suonata meglio in tutta la serata. Ormai tutti i muri sono caduti, sono bastate una manciata di canzoni suonate con passione e posso dirmi ufficialmente riconciliato con Billy Corgan e la mia adolescenza.

Smashing Pumpkins live @ Rock in Roma - 14/07/2013

Ma il meglio deve ancora venire. Il primo bis è clamoroso, ritorno alle origini con i primi tre meravigliosi brani di Gish: I am one, Siva e Rhinoceros. Sotto il palco siamo in visibilio; in particolare Siva ci manda in estasi, con la parte psichedelica virata a Breathe dei Pink Floyd. Il mio appagamento ormai è totale. La band lascia di nuovo il palco, un secondo bis è nell’aria ma io sono a pezzi: dopo un paio d’ore di pogo la mia preziosa t-shirt è fradicia e le gambe mi reggono a stento. Mi allontano 20/30 metri dal palco e un po’ me ne pento perché gli Smashing Pumpkins rientrano con Immigrant Song dei Led Zeppelin (e con questa sono ben tre cover, tutte dagli anni ’70 inglesi) e chiudono con una fantastica Cherub Rock, fresca, veloce e potente.

Se devo fare un bilancio sulla setlist dico che 6 pezzi da Oceania più 2 da Zeitgeist sono davvero troppi, specie se pensiamo che Adore e Machina hanno avuto solo un brano ciascuno; la stessa Space Oddity poteva essere risparmiata mentre non sarebbe stato male inserire qualche pezzo soft come To Sheila o Try Try Try. Ma in fondo tutto è bene quello che finisce bene: quasi due ore e mezza di concerto in cui, nell’ultima ora, Corgan è riuscito prima a recuperami e alla fine a riconquistami completamente. Chissà, forse tra 15 anni tornerò a vedere un concerto degli Smashing Pumpkins, magari con i miei figli adolescenti.

Parte il festival Collisioni 2013 (con il nostro live-tweeting!)

Collisioni-2013-Barolo

Sui maggiori siti d’informazione è da poco apparsa la mesta notizia dell’improvviso attacco influenzale di Sir Elton John, malattia che metterebbe a repentaglio la partecipazione del cantante alla serata di martedì 9 luglio del festival di letteratura e musica Collisioni. A noi di AtlantideZine, la notizia, in realtà, interessa fino a un certo punto. Ci spiace per Elton ma nelle Langhe, e più precisamente a Barolo, noi ci andremo domani, sabato 6 luglio, per quella che è la giornata inaugurale, almeno dal punto di vista letterario, perché per quanto riguarda la musica dal vivo il festival comincia col botto questa sera con l’esibizione dei Jamiroquai.

Certo che per avere solo quattro anni di età, Collisioni riesce ad attirare a sé dei nomi di assoluto rilievo e l’ha fatto sin dall’inizio, quando il festival si svolgeva nel mese di maggio, sempre nelle Langhe, ma a Novello, un nome che contiene anch’esso dei decisi richiami enologici, ma meno altisonanti. All’inizio erano gli scrittori a farla da padroni: a Novello sono passati Paul Auster e Salman Rushdie, tanto per citarne solo due. Il 2012 ha visto la netta sterzata musicale, con le esibizioni di Vinicio Capossela, Patti Smith e nientepopodimeno che Bob Dylan.

Ian McEwan

La giornata di sabato dell’edizione 2013, quella che ci vedrà scatenati in un live-tweeting serrato sul nostro account @Atlantidezine, non fa rimpiangere affatto i fasti del passato e, almeno dal punto di vista letterario, è la più ricca del lungo fine settimana. Noi ci saremo sin dalle prime luci dell’alba: dal reading in musica di Ascanio Celestini, passando per l’attesissimo incontro con lo scrittore britannico Ian McEwan, fino all’intervento senza dubbio sagace e corrosivo di Oliviero Toscani sulla televisione e sul perché essa debba essere abolita e quello del prezzemolo dei festival estivi, Roberto Saviano – è dappertutto, ma meno male che c’è. E poi, ancora, tra un calice di barolo e l’altro, andremo ad ascoltare il premio Pulitzer Michael Chabon che presenta Telegraph Avenue, il suo ultimo romanzo e Serena Dandini, in vesta di scrittrice.
Elio e le storie tese

Elio e le Storie Tese

Poi ci sarà tanta, tantissima musica, così tanta che non riusciremo a sentirla tutta, ma ci impegneremo per farci scappare il meno possibile. Non ci faremo sicuramente mancare gli Elio e le storie tese che chiudono la serata dopo un mini live di Gianna Nannini.

Se, per un motivo o per l’altro, sabato 6 luglio non riuscirete a venire a Barolo per la prima giornata del festival Collisioni, seguite il live-tweeting di @AtlantideZine. Sarà la cosa più vicina ad esserci.

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Le api e il pianoforte: Lisa Germano a Torino

Lisa Germano

Seguo Lisa Germano da più di dieci anni e credo che la sua massima espressività sia stata raggiunta nei primi anni 90, con i memorabili On the way down from the moon palace (1991), Happiness e Geek the girl (1994). A poco a poco, nei lavori successivi – e capita molto spesso – il numero dei pezzi davvero interessanti è forse progressivamente diminuito ma con No Elephants (2013), a parere di chi scrive, l’inversione di tendenza è evidente. È un album che trasuda ispirazione dall’inizio alla fine nelle sue cantate per pianoforte, animali e rumori elettrici, suonato quasi per intero ieri sera al BlahBlah di Torino in un’atmosfera intima per un pubblico di settanta/ottanta persone. Solo Lisa Germano e un piano elettrico per un excursus sui suoi ultimi anni di carriera, numerosi brani intervallati dai racconti delle sue ispirazioni e delle idee che hanno accompagnato la stesura di No Elephants.

Lei stessa ammette che non avrebbe mai pensato di scrivere un album sugli animali ma quest’ultimo lavoro è, di fatto, una sorta di concept sull’argomento attraverso il quale l’artista americana offre la sua lettura del corrotto rapporto fra l’uomo contemporaneo e la Terra nell’epoca della crisi economica ed ecologica. Non ci sono sentenze né la volontà di convincere ma, più semplicemente, la necessità di raccontare e di trasformare in musica riflessioni personali.

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Ad esempio, Lisa racconta che Dance of the bees si ispira al calo numerico delle api principalmente dovuto, secondo l’Istituto Federale Svizzero della Tecnologia, alle interferenze dei cellulari che ne alterano il normale comportamento e le dinamiche difensive. In Ruminants canta “I need four stomachs to deal”, in riferimento ai 4 stomaci, appunto, dei ruminanti (rumine, reticolo, omaso ed abomaso), necessari per digerire la cellulosa delle piante tramite un continuo processo di ingestione e rigurgito (“Ruminants / four stomachs / throw up / start over”). In Apathy and the Devil i riferimenti a una sorta di Paradise Lost contemporaneo sono espliciti: “The weeds beneath my bed are growing / With all this dirty waste around” e ancora “The weeds around my room eroding / And I just watch the world exploding”.

Nella title track ascoltiamo “All plugged in and tuned out / No elephants around” e quel “took my space / mine / mine” che nell’epoca della perenne interconnessione riporta a un bisogno fondamentale di spazio proprio, fil rouge dell’intero album e del concerto stesso, lungo momento di condivisione intima che Lisa sottolinea dicendo “I can’t believe you are so quiet”.

L’atmosfera generale è stata esattamente questa; un profondo senso di calma, forse la necessità condivisa di ascoltare lo storytelling di un talento immenso che a ben 55 anni ha sfoderato il suo miglior disco (parere del recensore) post 2000. Ad emergere è stata anche una personalità istrionica la cui pseudo-tragicità della musica, parole sue, nasce invece da un forte sense of humor e da una propensione allo scherzo e all’ironia che ha accompagnato l’intera serata.

In chiusura la cantante di Mishawaka chiede se abbiamo preferenze per un’ultima esecuzione e la scelta cade sulla splendida The Darkest Night of All, pezzo conclusivo di Happiness. Finito il concerto mi avvicino a Lisa e le stringo la mano dicendole che amo la sua musica, che la seguo fin dai suoi primi album e che ritengo Geek the girl uno dei dischi più belli di sempre. Facciamo due chiacchiere e mi dice che è felice di avermi conosciuto dopodiché, con un pennarello dorato, raccomandandosi di “make it dry” per evitare sbavature, firma con dedica la mia copia di No Elephants: To Andrea. I’m still a geek. Una bellissima serata di empatia, una ricca esperienza emozionale e se in “Diamonds” Lisa canta “Such a cold world / Such cold times / When man goes so low” è molto bello pensare che lei stia andando nella direzione completamente opposta.

Ypsigrock Festival 2011: la cronaca

Pere Ubu

E come da copione, uno degli eventi di spicco e più interessanti dell’estate musicale (e non solo) italiana si è rivelato tale. Dal 5 al 7 Agosto l’Ypsigrock Festival di Castelbuono, un piccolo paese del palermitano immerso nel favoloso scenario naturale delle Madonie, ci ha regalato un po’ più di qualche emozione, seppur con qualche piccola delusione. C’è voluto un po’ di tempo infatti per digerire l’inaspettata e improvvisa assenza degli Spiritualized sul palco siciliano alla vigilia dell’Ypsi fest. La band di J. Spaceman ha dovuto dare forfait per la data siciliana, e non solo, a causa dei problemi di salute di quest’ultimo (ci stava quasi lasciando le penne). Ma i ragazzi di Castelbuono hanno subito saputo provvedere alla pesante defezione arruolando per la chiusura della prima serata i Pere Ubu. La storica band di David Thomas ha portato sul palco “The Modern Dance” (1978), loro album d’esordio, riproponendo lo show eseguito poco più di 2 mesi prima al PrimaveraSound di Barcellona. E con questo diciamo tutto.

Twin Shadow

A precederli sul palco del castello sono stati Josh T. Pearson e Twin Shadow. Il cantautore folk statunitense ci era piaciuto su disco ma dal vivo, forse appesantito dall’ottimo cibo siciliano, ha inanellato una serie di canzoni monotone e quasi tutte uguali con un voce fioca e spenta. Solo alla fine si è saputo riprendere con qualche riff di chitarra ben eseguito. Twin Shadow, al contrario, bissando lo show del festival di Barcellona ha regalato a noi presenti uno set ben fatto alternando pezzi danzerecci a ballate coinvolgenti.

Ma non è solo la musica a farla da padrona. L’Ypsigrock ha rivelato sin da subito la sua anima di festa più che di kermesse musicale. Appena messo piede in paese si è subito respirata quell’aria di spensieratezza estiva, di voglia di divertimento, amicizia e aggregazione che  da anni ormai caratterizza l’anima del festival. “Ypsi&Love” infatti il motto principale. Oltre allo splendido e vecchio Ypsigro (il castello del paese), location assolutamente perfetta per un concerto, è anche il campeggio messo su dall’organizzazione nel bel mezzo del parco naturale delle madonie ad essere la seconda anima del festival. Sono qui che si concludono tutte le serate. Appena terminata la musica in paese si va su velocemente, tutti, con le navette messe a disposizione per continuare a ballare all’insegna di djset, birre e panini. Ebbene sì, apro qui una parentesi che mi sta molto a cuore. I panini del campeggio! Una delle cose per cui vale la pena andarci (io personalmente me ne sono divorati almeno una decina), non soltanto per il contenuto in sé, ma soprattutto per l’amore con cui vengono modellati dai ragazzi in cucina. Ypsi&Love appunto.

Yuck

Ma torniamo a parlare di musica, andando a vedere quello che è successo sabato, il secondo giorno. Come da copione gruppi altrettanto degni di nota, Yuck e Junior Boys, si sono alternati sul palco. Ebbene si, ahimè i primi ce li siamo persi quasi per intero. Forse per errore nostro (siamo arrivati un po’ tardino, ma non tanto) o forse per un misunderstanding con l’organizzazione. Il quartetto londinese si è esibito come seconda band quando invece sulla scaletta erano previsti come terzi. Ma vabbè, poco male. Per mia fortuna era la seconda volta che li vedevo in quest’anno solare e sicuramente credo ci saranno molte altre occasioni per risentirli. Il clou della serata sono stati senza dubbio Junior boys. Li aspettavano tutti in piazza castello e come previsto non hanno deluso nessuno. Il loro electropop ha fatto muovere tutta la gente come fossero onde in preda a una tempesta. Una vera e propria febbre del sabato sera! Febbre che è continuata nell’aftershow del campeggio con tutti gli “ypsini” che ballavano a suon di musica, accompagnati per tutta la notte dalla irrefrenabile voglia di divertimento di Max Bloom e Jonny Rogoff, rispettivamente chitarrista e batterista degli Yuck, grandi mattatori della serata.

Mogwai

Insomma, all’Ypsi se la passano tutti bene, sia pubblico che artisti.

Ed arriviamo alla domenica. Il giorno che tutti aspettavamo, e si vede. I biglietti vanno sold out prima dell’inizio dei concerti. Forse perché ci sono i Mogwai! Ma, chiaramente, non ci sono solo loro ad animare la serata. Infatti ad aprire l’ultimo giorno di festival c’è Dimartino. Il cantautore palermitano che ha tanto fatto parlare di sé quest’anno non ha deluso le aspettative e sicuramente ne sentiremo ancora parlare.

A chiudere la XV edizione dell’ Ypsigrock non poteva che essere la band cult del post-rock. Appena entrati nel castello, e con ancora Dimartino che suonava, non si poteva non notare l’arsenale di amplificatori che era stato montato appositamente per loro. Per non parlare poi della quantità di chitarre che si sono susseguite sul palco. I Mogwai sono una certezza. Il loro sound ha investito il pubblico ypsino con tanta violenza ed inaudita bellezza. Momenti indimenticabili sono stati pezzi come la storica Helicon 1 e How to be a Warewolf, una delle ultime arrivate.

Come indimenticabili sono state tutte le persone che hanno collaborato a rendere grande e accogliente questo festival. Sono ragazzi del paese, volontari, che hanno lavorato instancabilmente per 4 giorni affinché le persone arrivate da tutta europa si trovassero come a casa loro. Chi in piazza, chi dietro gli spillatori, chi pelando 15 cassette di cipolle (non è proprio il massimo del divertimento), chi in campeggio. Risultato: uno spettacolo davvero degno di nota.

Castelbuono, ci rivedremo, stanne certa.

Road to Summer 2011 – People Involvement Festival

Quarto ed ultimo appuntamento con la nostra piccola rubrica dedicata ai festival indie più cool del Bel Paese (intendiamo l’Italia, non il noto formaggio). Questa volta abbiamo fatto una piccola chiacchierata con Maria Assunta, uno dei ragazzi che hanno messo su il People Involvement Festival che si terrà in Campania, a Frigento (AV), il 9 e il 10 di agosto.


D: Com’è nato il festival?
R: Il People Involvement Festival è nato all’interno di un progetto di prevenzione primaria alla droga svolto dall’associazione omonima. L’idea è quella che le dipendenze non sono mai un problema individuale o meramente sanitario, ma una problematica che investe il sociale, i contesti culturali che determinano la geografia antropologica di una comunità. Questo festival è il momento più importante del laboratorio dell’associazione People Involvement. La più rappresentativa delle fratture che caratterizzano la nostra struttura-cuneo. Il cuneo è un’opera simbolica: sedimentiamo messaggi e coscienza sugli scassi umani. Non seguiamo la logica imperante di repressione, terrorismo e mistificazione. Vogliamo soltanto invitare tutti ad un maggiore rispetto di Sé, del proprio corpo e delle proprie emozioni.

D: Da quali esigenze è venuto fuori?
R: Nasce dall’esigenza di porre le basi per un evento altamente simbolico, di qualità e che uscisse dai confini territoriali, con l’obiettivo di poter diffondere la progettualità della nostra Associazione in maniera estesa, grazie ad un contesto che avesse caratteristiche di unicità sul territorio. L’intento principale è quello di avere la possibilità di fare prevenzione primaria lanciando messaggi e lavorando sul coinvolgimento popolare.

D: Quest’anno è la sua prima edizione?
R:
Il People Involvement Festival è alla sua seconda edizione. Quest’anno avrà la durata di due giorni (9 e 10 agosto) e verrà realizzato presso il Campo di Volo di Frigento (AV). La location, facile da raggiungere, offre la possibilità di avere a disposizione uno spazio molto vasto e adatto a tale manifestazione. Il nostro paese spesso viene riconosciuto grazie al People Involvement Festival e questo è motivo di orgoglio.

D: Che cosa ci offre?
R:
Anche quest’anno gli artisti che si esibiranno sono tra i più importanti del panorama rock indie italiano. La prima sera si esibiranno i Massimo Volume, i Virginiana Miller, il Cielo di Bagdad, Baby Blue ecc. Mentre il 10 agosto potremo assistere ai concerti degli One Dimensional Man, Tre allegri ragazzi morti, IoSonoUnCane, Vegetable G ecc. Oltre alla musica ci sarà uno spazio di dibattito con lo scrittore Bonfanti. E potremo onorarci della presenza delle unità mobili di alcuni centri terapeutici campani, primo fra tutti La Locanda del Gigante di Acerra, impegnata nella lotta alle droghe da moltissimi anni. Naturalmente saranno allestiti stand gastronomici.

D: Ci sono in serbo sorprese?
R:
Certo, ma non anticipiamo.

D: Il People Involvement non è solo un festival ma un festival in Campania: ci date alcune dritte?
R:
Il People Involvement Festival si svolge a Frigento, nel cuore dell’Irpinia e nei pressi della Valle Ufita. L’idea che accompagna l’organizzazione dell’evento è che l’Irpinia ha bisogno di una diversificazione delle proposte artistico-culturali. In ambito musicale negli ultimi anni si è assistito ad una saturazione dell’offerta “folk”, con clonazioni di realtà e gruppi maggiori. Inoltre, il nostro proposito è quello di creare uno spazio aperto ed in costruzione per definire un momento che si arricchisce di sguardi ampi sulla realtà sociale di un territorio periferico del sud.

D: Cosa ci consigliate, cosa vedere, dove mangiare?
R:
Il paese offre un paesaggio suggestivo all’interno del Parco Panorami ma anche un museo d’arte contemporanea di rilievo (raccolta Pina Famiglietti), in uno dei suoi tanti palazzi settecenteschi, già sede operativa della nostra Associazione. Da visitare sono anche le cisterne romane e il centro storico. Mentre nelle vicinanze ci sono luoghi incantevoli per chi ama la natura e l’architettura. A pochi km la mefite e l’importante centro storico di Gesualdo, dominato dal Castrum che fu di Carlo Gesualdo . Sul piano gastronomico Frigento e i centri limitrofi offrono un’offerta di qualità con delle punte di eccellenza nel settore. È difficile farne un elenco, sul web comunque è facile trovare tutte le informazioni necessarie per una scelta e dei percorsi turistici su misura.

D: Chiudiamo con un po’ di colore. C’è un episodio, una curiosità, un dietro le quinte che riguarda il festival e ci volete raccontare?
R:
Lo scorso anno vi era scetticismo nel paese. Alla fine è stata una giornata colorata, un’invasione gioiosa di giovani e meno giovani che hanno rivitalizzato il paese. Il backstage sembrava un luogo di incontro delle autorità locali: amministratori, carabinieri ed il parroco. Abbiamo avuto un enorme successo sia per la qualità artistica che per l’impeccabile organizzazione, tenuta insieme da un nutrito gruppo di giovani. E lo scetticismo ha lasciato il passo ad un’eco di complimenti.


Tutte le info relative al festival (line-up, orari etc etc etc) li trovate qui

Road to Summer 2011 – Giovinazzo Rock Festival

Ed eccoci arrivati alla terza puntata della rubrica dedicata ai festival più interessanti che si terranno quest’estate dalla nostre parti. Protagonista di questo nuovo episodio è il Giovinazzo Rock Festival che si terrà a Giovinazzo dal 30 luglio al 1 agosto e sarà completamente gratuito. Ne abbiamo parlato con Tommy, vediamo cosa ci ha raccontato.


D: Com’è nato il festival? Ci raccontate poi com’è cresciuto? È tutto gratis vero?
Giovinazzo Rock FestivalR: Il Giovinazzo Rock nasce alla fine degli anni ’90, grazie all’iniziativa di alcuni giovani volenterosi del paese che con quattro soldi e il sostegno dell’assessore dell’epoca fecero capire al nostro paese che il rock non era poi così cattivo e che anzi poteva diventare occasione di sana aggregazione anche in una piccola e tranquilla cittadina semiaddormentata sul mare.
Di anno in anno i buoni risultati hanno portato sempre maggiore convinzione da parte degli organizzatori, degli amministratori locali, di qualche sparuto sponsor privato, fino a diventare quello che è oggi, forse l’ultimo grande festival rock a ingresso completamente gratuito della provincia e non solo…

D: Quest’anno è arrivato alla sua XII edizione? Che cosa ci offre? Ci sono in serbo sorprese?
R: Quest’anno tocchiamo la dodicesima edizione! Un traguardo già difficilmente ipotizzabile nei primissimi anni.E dato che non amiamo mai addormentarci sugli allori, abbiamo introdotto ancora qualche elemento di novità: in questa edizione troverete una presenza maggiore di band internazionali, e per la prima volta un secondo “stage” alternativo, del tutto particolare, che si alternerà con il palco principale.

D: Il Giovinazzo Rock non è solo un festival ma un festival in Puglia: ci date alcune dritte? Cosa ci consigliate, quali spiagge, dove mangiare, cosa vedere?
Giovinazzo Rock Festival - Il mare di GiovinazzoR:
Il Giovinazzo Rock è un festival che si tiene in un fine settimana probabilmente perfetto, alla fine di luglio, al termine delle sessioni estive di esami, ma prima degli arrivi di massa di agosto. Tre giorni perfetti per godere di grandi concerti completamente gratuiti di sera e di mare pulito, buon cibo e della famosa accoglienza pugliese di giorno. Già senza spostarsi da Giovinazzo ci trovate mare spettacolare, ottimi ristoranti pieni di specialità locali a prezzi contenuti, un centro storico che toglie il fiato. Se poi pensate che nel raggio di pochi chilometri siete in posti spettacolari come Trani, Castel del Monte, Polignano, Alberobello… è una meta perfetta per una vacanza piena di posti e musica da scoprire.

D: Chiudiamo con un po’ di colore. C’è un episodio, una curiosità, un dietro le quinte che riguarda il festival e ci volete raccontare?
R: Ce ne sarebbero tanti da raccontare in 11 anni passati dietro il palco, ma un aspetto che vorrei sottolineare è il grande feeling che si respira sempre tra i ragazzi dell’organizzazione, gli artisti ospiti, il pubblico, gli addetti ai lavori. Non sarà un caso che ogni anno qualcuno resta sempre qualche giorno in più a Giovinazzo anche dopo essersi esibito sul nostro palco!


Giovinazzo Rock Festival (poster)

Tutte le info relative al festival (line-up, orari etc etc etc) li trovate qui

Cosa succede in città? Lo stato dell’arte (e della musica) di Torino

Da metà del marzo scorso, la città di Torino è diventata il centro nevralgico di una serie di manifestazioni e festeggiamenti legati al centocinquantenario dell’Unità d’Italia e, finalmente giunta l’estate, la dose di eventi tricolore si è ulteriormente accresciuta. Purtroppo, come spesso accade, la quantità e qualità non vanno di pari passo, ingenerando il sospetto che alcune di queste occasioni di celebrazione abbiano giocato più sull’opportunismo che su di un’offerta di reale valore culturale e artistico, finendo anche per snaturare delle formule consolidate e di successo.

Domenico Borrelli - La colonna (2011)Andiamo per ordine. Martedì scorso, dopo un paio di settimane di ritardo e di polemiche dovute all’insoddisfazione di Vittorio Sgarbi, è stata finalmente inaugurata la sezione piemontese del Padiglione italiano della 54a Biennale di Venezia, curato dallo stesso Sgarbi. Il critico ha avuto l’intrigante idea di estendere la già nutrita rappresentanza artistica italiana – si parla di duecento artisti solo all’Arsenale di Venezia – oltre i confini della laguna, con tante mostre satellite quante sono le regioni italiane e le nazioni estere che ospitano le più nutrite comunità di nostri compatrioti. L’idea, come detto, è ottima e immagino che in qualche regione essa sia stata realizzata a dovere, regalando al pubblico una testimonianza effettivamente rappresentativa del suo stato dell’arte. Purtroppo, a Torino non è andata così. Sgarbi si era detto deluso del fatto che la mostra piemontese comprendesse poco più di venti artisti e che alcuni nomi importanti mancassero del tutto. Bene, la soluzione attuale – visitabile fino al 31 luglio al Museo Regionale di Scienze Naturali – è composta delle stesse venti opere, disposte in un allestimento povero e male illuminato, per la maggior parte anonime, eccezion fatta per la suggestiva Colonna di Domenico Borrelli, le due stampe fotografiche su film trasparente di Alessandro Pianca e Duda di Carlo Gloria, evanescente ed aereo ritratto femminile che scompare poeticamente in uno sfondo bianco. Una rappresentanza misera che, grazie al cielo, si viene a sapere, sempre da Sgarbi, dovrebbe essere solo un guasto antipasto di ciò che verrà a settembre: due nuove sedi per il Padiglione piemontese e addirittura un Padiglione Italia bis all’interno dell’edificio di Torino Esposizioni. C’è di che nutrire delle speranze, quindi, ma viene anche da chiedersi se, con tutta questa carne al fuoco, avesse senso mandare comunque avanti questa deludente collettiva che dell’arte piemontese non restituisce certo la migliore delle immagini.

E perché sconvolgere l’essenza rock e alternativa del festival torinese Traffic per trasformare anch’esso in una celebrazione dell’Unità d’Italia? Già l’edizione dell’anno scorso aveva visto un lieve calo dell’offerta musicale a causa della scarsità di fondi, ma l’organizzazione era comunque riuscita a portare a Torino Paul Weller e gli Specials. Il cambio di sede, dal Parco della Pellerina alla Reggia di Venaria, non aveva certo aiutato, quindi, si è ben pensato di cambiarla nuovamente, portando il palco nella centralissima Piazza San Carlo, un salotto alto borghese per un festival che, negli anni passati, ha visto sfilare Iggy Pop e gli Stoogies, Patty Smith, la versione moribonda dei Sex Pistols, Lou Reed, Antony and the Johnsons e Nick Cave, solo per citare alcuni nomi che di borghese hanno ben poco. Ieri sera è toccato di aprire le danze all’onnipresente Francesco De Gregori, che sarà seguito da Edoardo Bennato, la PFM, i Verdena, gli Area, Cristina Donà e via dicendo. Non si discute il valore artistico dei cantanti e dei gruppi, ma la mancata coerenza con le edizioni passate. C’è da sperare che la palese ruffianata malamente nascosta dietro la bandiera tricolore riesca quantomeno a portare dei soldi nelle casse dell’organizzazione e che, il prossimo anno, finiti i festeggiamenti, si torni ai fasti rockeggianti dei bei tempi andati.

Eppur qualcosa di buono si muove nel panorama artistico torinese e, guarda caso, non ha nulla a che spartire con i triti festeggiamenti. Ancora una volta, la città dimostra di essere la vera capitale della Street art italiana e lo fa attraverso il recupero temporaneo di un edificio dismesso e in attesa di demolizione situato in Via Foggia, 28. Una sorta di esaltazione dei labirintici spazi abbandonati dell’ex fabbrica Aspira; una sublimazione “permanente fino al giorno della sua distruzione”, fatta di mescolanze cromatiche intense, richiami alla cultura pop tramite l’utilizzo ripetuto di celeberrime icone dei videogiochi, pareti solcate da hamburger cannibali e mostri fantascientifici che danno vita ad un immaginario esaltante, un luogo unico che presto non esisterà più, portandosi via, nel suo crollo, anche le tante opere che gli hanno dato una nuova ed esaltante vita. Certo, non è tutto oro quel che compone Sub Urb Art, ideato dall’associazione Urbe, ma, tra qualche scarabocchio urbano e alcune silhouette solo abbozzate, esplodono delle opere tanto violente quanto affascinanti disegnate da grandi firme della Street art torinese e italiana. Murales astratti, stencil iperrealistici, facciate surreali. Mentre gli altisonanti spazi del Museo Regionale di Scienze Naturali offrono un pessimo e minuscolo esempio di arte stanca, le mura di Via Foggia colpiscono l’occhio e l’immaginazione e riescono nell’impresa di riappacificare lo spettatore con l’arte torinese.

E la musica? Purtroppo, per chi scrive, un’alternativa torinese, nella settimana del Traffic, non esiste e allora non resta che fare il pieno di benzina e partire alla volta di Milano per ritrovare il vecchio Lou Reed, o a Lucca per gli Arcade Fire.