Identità: cercala, trovala e poi disfatene secondo la ricetta di Nietzsche e Pirandello

maschere pompeiPer trovarsi occorre saper morire. “L’identità è un’esperienza di morte, un’esperienza melanconica, di perdita, di lutto. Non è mai trionfante”. L’identità cercata, quella mancata, mancante se non impossibile, l’identità conquistata a fatica sapendo di doverla perdere; la parabola della vita come incessante ricerca di equilibrio tra affermazione e negazione, essere e non essere: temi affrontati da Lucio Russo, psicoanalista ordinario della Società psicoanalitica italiana, al convegno di psichiatria e psicoanalisi su Le maschere dell’identità, dissociazione e isteria organizzato tempo fa a Roma dall’associazione culturale Dialogos. Di identità negate, soppresse, trucidate, è tramata la storia: si pensi al mare nostro, il Mediterraneo, purtroppo al centro di cronache orrende, sempre più cimitero di identità. Le tante tragedie qui consumate sono tragedie di identità , oltre che “di corpi senza nome, persone venute nella nostra terra per cercare accoglienza, riconoscimento, invece negati”, secondo lo psichiatra Pietro Bria che ha introdotto la relazione. Un abisso separa queste catastrofi collettive dal comune senso, non del pudore né dell’individualità che sarebbe già un traguardo, ma dell’individualismo; senso calato in realtà comunque privilegiate, che porta a una difesa a oltranza spesso di un simulacro vuoto esibito e spacciato per essere. “L’ipseità è il più grande inganno come difesa maniacale, onnipotente. Io sono l’altro? Certo per rompere lo schema narcisistico”, dice Russo.

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Il cuore dell’identità sta proprio nell’esperienza della morte, “della perdita dell’oggetto narcisistico di base”. E il sentimento dell’identità si fonda necessariamente “da una parte sull’assenza originaria da cui veniamo, dall’altra sulla maschera. Tutto il campo sociale è un ballo in maschera”. Grande teorico della maschera è stato il filosofo Friedrich Nietzsche. Si ricordi un suo celebre passo: “Tutto ciò che è profondo ama la maschera; le cose più profonde hanno per l’immagine e l’allegoria perfino dell’odio. (…) Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera: e più ancora, intorno a ogni spirito profondo cresce continuamente una maschera, grazie alla costantemente falsa, cioè superficiale interpretazione di ogni parola, di ogni passo, di ogni segno di vita che egli dà”.

NietzschejpgIn Ecce Homo l’invito del filosofo è a diventare ciò che si è. “Indicazione da tenere presente come analisti al lavoro, diventare ciò che si è e non ciò che si sarà: il livello di collegamento necessario e continuo  è tra il divenire la maschera necessaria e l’essere che siamo e saremo”. Il ‘sé di base’ in prossimità del vuoto e della morte, molto più dell’io, ce lo portiamo dentro: “non c’è crescita che tenga a farci superare la mancanza da cui proveniamo”. La maschera è indispensabile purché si mantenga vitale “non perda il contatto con l’essere per la morte, la caducità da cui proveniamo e verso cui andiamo”. Anche l’esperienza del doppio diventa una grande maschera che il soggetto usa per vivere: “Freud, Rank, Bion, con il gemello immaginario hanno inteso in comune che il doppio nasca come meccanismo di difesa del riconoscimento dello straniero, il perturbante, quando l’io transita tra il narcisismo e il riconoscimento dell’altro da sé”. Secondo la psicoanalista Marion Milner citata da Russo la maschera compie una danza simile a quella del delfino che si tuffa nelle profondità del mare per poi riaffiorare in superficie. Il che sta a dire che le maschere non sono criminali “se mantengono un collegamento profondo con l’Essere, con la nostra autenticità, il sé autentico che è in prossimità della morte, sa morire, sa cosa è la morte propria e dell’altro”. L’essere  è tale in virtù della propria mancanza originaria; trionfa quando si emancipa da tutti i legami e da tutte le maschere usate, sia pure in nome di Eros. Che razza di essere è mai questo? “Chi riesce a vedere il Sé autentico e a far cadere tutte le maschere è il morente. Morire è esperienza drammatica ma salvifica quando si è attrezzati a vedere tutte le maschere”.

C’è una straordinaria novella di Luigipirandello 3 Pirandello citata da Russo a conclusione della sua abile e concentrata rassegna fatta a braccio, si intitola Una giornata e fu scritta nel 1935 in prossimità della morte dello scrittore siciliano. Tra l’altro in piena sintonia con quanto fin qui esposto sono le ultime volontà di Pirandello che i figli scoprirono manifestate su un foglietto di carta spiegazzato: “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni. II. Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cinerari portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui”.

Una giornata è la metafora della vita: il protagonista che coincide con l’autore, “strappato dal sonno” si scopre “espulso” da un treno e sentendosi come un bambino, racconta la caduta di tutte le maschere e la riconduzione di sé allo stato di corpo e viso nudi. La vita trascorre sotto i suoi occhi come fosse sogno, l’Eros in forma di donna bellissima lo abbandona, già i figli nati appena ieri hanno i capelli bianchi. Espulso da un treno si ritrova in una stanza dove l’essere è ricongiunto a sé, il vecchio al bambino. “Se noi come soggetti in identità riusciamo a mantenere il contatto con le maschere siamo nell’autenticità che prende il posto del vuoto al centro, se no siamo nel simulacro di identità. Pirandello ha felicemente sintetizzato la maschera nuda”. Fino alla sua esplosione di senso nell’oltrepassare ogni genere e categoria dei viventi: “…perché muoio ogni attimo io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, a in ogni cosa fuori”.

esperienze russoLucio Russo, psicoanalista con funzioni didattiche della Società Psicoanalitica Italiana, vive e lavora a Roma.

È autore, oltre che di diversi articoli e saggi, dei libri Nietzsche, Freud e il paradosso della rappresentazione (Roma, 1986), L’indifferenza dell’anima (Borla, Roma, 20022), Le illusioni del pensiero (Borla, Roma, 20062) e I destini delle identità (Borla, Roma, 2009).

Per le Edizioni Borla ha inoltre curato il volume Del genere sessuale (Roma, 1988, con M. Vigneri) e l’edizione italiana de La scorza e il nocciolo, di N. Abraham e M. Torok (Roma, 1993).  Sempre per Borla ha pubblicato il più recente lavoro (2013)  Esperienze – Corpo, visione, parola nel lavoro psicoanalitico.

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Archeologia e psiche: più che scavare occorre scovare la narrazione giusta!

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Sempreverde e allettante è la metafora del sottosuolo: che si riferisca alla psiche, che rinvii all’archeologia, che connetta saperi distinti, comunque allude a simboli reconditi e memorie accantonate. Metafora da cui è perciò naturale esser tentati  per fare il punto sullo stato dell’arte, che sia psicologica o archeologica: idea avuta dal Secondo centro di terapia interpersonale di Roma che ha organizzato sul tema una conferenza e a seguire persino esplorazioni guidate nel sottosuolo della città eterna. Memorie del sottosuolo, la stratigrafia come metafora psichica è il titolo dell’incontro introdotta dalla psicoterapeuta Maria Beatrice Toro, direttrice del centro di psicologia, e svolto in tandem da Bianca Crocamo, psicologa e psicoterapeuta, e Luca Giovanetti, archeologo dell’associazione Artefacto. Il sottosuolo di riferimento per l’avvio d’ogni ricognizione di meandri inesplorati è stato quello letterario di Dostoevskij. Rendiamo grazie alla letteratura sempre perché illumina il percorso umano, esistenziale nonché scientifico. “Come è noto, tornato dall’esperienza della reclusione, Fedor Dostoevskij scrisse Memorie del sottosuolo a cui ci siamo rifatti – così Beatrice Toro –  perché nel sottosuolo c’è tutto e come psicologi siamo interessati a portare alla luce ogni simbolo psichico e anche artistico”. Con un preciso intento: aggiornare la metafora che lega psicologia e archeologia o meglio che la psicoanalisi, anzi il suo padre fondatore, Sigmund Freud ha ‘scippato’, ed è stato un furto con destrezza, alla tanto amata archeologia, per trovare nuove connessioni nella contemporaneità. “La metafora nasce con Freud – ha spiegato Bianca Criocamo –  che per descrivere il metodo psicoanalitico la utilizzò abbondantemente. La psicoanalisi freudiana immaginava il lavoro psicologico come processo indiziario, scavo nell’inconscio per fare affiorare fatti che potevano essere occultati da meccanismi difensivi”. Tanta operosità per recuperare la memoria, disseppellire il cruciale reperto nascosto nei recessi della mente, far emergere il trauma d’origine dimenticato “così da generare l’evento catartico” e la guarigione. Oggi questo è uno stereotipo obsoleto, sia pure ancora diffuso tra esperti di psiche. Cent’anni e oltre, passati da alcuni sotto i ponti e nel sottoscala dell’anima ma da tanti altri sopra i lettini psicoanalitici, hanno modificato forma e sostanza della prassi psicoterapeutica grazie anche alle teorie costruttiviste e relazionali della mente, all’impostazione epistemologica più complessa che ha contagiato le scienze umane: “Le nuove acquisizioni della psicologia cognitiva – ha spiegato Crocamo – hanno arricchito il concetto di memoria. Diceva Giovanni Jervis che l’identità è memoria ovvero rintracciare costanti che definiscono nel tempo l’uomo sia per quel che è che per quel che non è”.

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 Stando così le cose, che ne è di tanto affannoso scavare? Come la psicologia cognitiva ha arricchito il senso della memoria? Dove è la differenza con Freud? “La memoria non è più intesa come fotografia statica di un passato, ma è un processo cumulativo. C’è un’attività soggettiva di rielaborazione degli eventi: continuamente li rievochiamo e trasferiamo, tutto ciò si sedimenta stratificandosi e generando condizionamenti. Il lavoro psicologico diventa una possibilità narrativa. Lo strato di sotto dipende dallo strato di sopra. Si può raccontare narrativamente. La psicologia diventa la possibilità di co-costruire un nuovo racconto decostruendo quello passato per raccontarsi una nuova storia”: questa la mirabile sintesi di Bianca Crocamo. Prioritario non è più riportare alla luce ricordi dimenticati ma ricostruirli narrativamente nel rapporto terapeuta-paziente integrando aspetti emotivi e cognitivi.

E a questo punto l’archeologia a sua volta cosa è o cosa è diventata oggi?: “È la scienza non troppo esatta che studia la cultura del passato in relazione all’ambiente  – così Luca Giovannetti –   e questo studio avviene attraverso la raccolta e l’interpretazione di reperti per creare una storia quanto più possibile verosimile, non la fotografia esatta del passato”.  La stratigrafia in questo ambito è più che metafora ma dai tempi di Schliemann e della scoperta di Troia molto è cambiato anche in questa scienza. “Il mio maestro, Andrea Carandini diceva che l’archeologo è artigiano della memoria. Posto che tutto è aleatorio e dipende dal punto di vista soggettivo, è stata introdotta una metodologia scientifica dello scavo per cui oggi gli strati che si sono formati nel sottosuolo si rimuovono in ordine inverso: dal più recente al più antico”.  Un po’ come si fa nell’attuale prassi psicoterapeutica.

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“Anche la psicologia – ha ricordato Bianca Crocamo –  raccoglie strati e ciò perché nel processo diagnostico facciamo il lavoro di mettere insieme tanti frammenti del comportamento, da quello più visibile, apparente, a quello latente”. In effetti, il nucleo centrale che unisce psicologia e archeologia  è la memoria intesa quale elemento costitutivo dell’identità: ricostruirla in forma di racconto serve a rendere comprensibile come siamo. Entrambe le scienze poi lavorano in stato di privazione: contemplano l’assenza, la mancanza, il vuoto, la lacuna da colmare sia che riguardi la storia personale e come si è edificata la struttura della personalità,  che la mancanza di materia e di tracce umane anche per secoli. “L’incredibile Roma – ha ricordato Giovannetti che con la sua associazione Artefacto composta da archeologi e storici dell’arte organizza visite guidate alla scoperta dei più affascinanti reperti – ha una stratificazione plurimillenaria dal  XII secolo a.C.   E oltre a una stratificazione verticale, c’è anche una compenetrazione perché  alcuni edifici sono stati riutilizzati nel tempo e in questo modo il passato condiziona ancora di più il presente”. Conta l’attualità.  L’appartenenza a un luogo è costitutiva dell’identità secondo una branca della psicologia cognitiva che è la psicologia ambientale che procede da John Bowlby e dalla sua teoria dell’attaccamento: “Recuperare memoria, sottosuolo e passato sia dal punto di vista intrapsichico che interculturale significa non solo riappropriarsi di una parte di noi ma anche dell’identità collettiva, operazione che ci fa sentire più sicuri specie in un mondo globalizzato”.  A ciascuno la sua narrazione; a ogni disciplina la sua modalità narrativa secondo caratteristiche proprie. Suggerirebbe Alberto Savinio, tanto per tornare alla letteratura, come di fatto poi ha scritto:  “Narrate, o uomini, la vostra storia, che nel raccontarla la rivivete doppiamente, soprattutto quando sentite che qualcuno vi ascolta, che qualcuno vi legge, qualcuno partecipa alla vostra vita, meglio: alla vostra storia e vi fa sentire meno soli”.

Per informazioni sull’Associazione culturale Artefacto e su Il secondo centro di terapia interpersonale di Roma, è possibile consultare direttamente i siti dai link sotto indicati.

http://www.artefactoroma.it/

http://www.duetc.it/

Occhio a tenere l'orecchio fisso sull'inconscio: solo così il setting 'funziona'

inconscio2“I chirurghi stiano molto attenti quando prendono il coltello! Sotto le loro abili incisioni si agita l’Imputato – la Vita!”. Parafrasando Emily Dickinson, si potrebbero invitare psicoterapeuti di ogni genere e grado a stare molto attenti a scavare nell’intimità dei pazienti: è cosa anche più rischiosa di un’incisione chirurgica. È quanto suggeriscono nel libro Prendersi cura, sul senso dell’esperienza psicoanalitica (Franco Angeli, 2013, € 27,00)  intriso di poesia e arte in quanto trascrizioni profonde e immediate dell’inconscio al servizio della conoscenza dell’altro e di sé, Pia De Silvestris (psicoanalista) e Adamo Vergine (psicoanalista Spi), compagni di vita e di professione. Di recente è stato presentato a Roma presso la Sipsia (Società italiana di psicoterapia psicoanalitica dell’infanzia, dell’adolescenza e della coppia di cui Pia De Silvestris è stata anche presidente). “Il libro – ha detto la psicoanalista Lucia Celotto  segretario scientifico Sipsia e responsabile sezione libri – testimonia il senso profondo dell’esperienza analitica, come gli autori si raccontino da analisti, il loro prendersi cura del paziente, la loro piena maturità umana e professionale. Oltre la consapevolezza della complessità del processo analitico emerge anche l’umanità e lo spirito di cura. Nel leggere il lavoro si vede quanto la passione del conoscere permei la loro vita e si esprima nell’autenticità della ricerca”.

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Evoluzionismo, antropologia, neuroscienze, interpellati dagli autori in un’ottica aperta e dialogante, non costringono la psicoanalisi al palo del riduzionismo. Si legge infatti nella premessa del volume: “Ci sembra che, dopo tanti dibattiti e tentativi di aggiustamenti per rendere la psicoanalisi conforme alla scienza, possa essere utile invece tentare la strada inversa: rompere con la tradizione illuministica che considera l’oggettività come un dovere ineluttabile del pensare razionale e della verità. L’oggetto individuato come tale è un’entità discreta isolata da tutto il resto, ma questa oggettività scientifica è astratta, perché nella vita invece soggetto e oggetto sono intimamente legati e anche confusi nella cooperazione a far funzionare la vita. Infatti la mente è un’entità che si può individuare soltanto nei suoi aspetti biologici, mentre nei suoi aspetti psicologici e di pensiero si può appena intuire soltanto quando si riesce a ricomporla in una sua probabile complessità, dove soggetto e oggetto non sono mai completamente separati, se persino dopo la morte di uno dei due si vive la mancanza come una presenza incessante”.

freud-collage-011-400 Non c’è allora una procedura di cui farsi strenui araldi, ma solo vale il suggerimento di stare in ascolto dell’inconscio: “Questo libro fatto con Pia con cui condivido la vita e il grande amore per la psicoanalisi – ha detto Adamo Vergine –  vuole mostrare quanto siano assurde le competizioni teoriche rispetto alla sofferenza umana che si vuole alleviare. Non abbiamo da proporre una tecnica che possa dimostrare che quel che ognuno di noi ha provato sia valido e magari un paziente con un altro terapeuta farebbe un percorso differente, ma nessuno può arrogarsi una ragione, sono solo gerarchie di pensiero”. Al bando dunque schemi e velleità assolutistiche: “Come facciamo a dire cosa guarisca una persona? Come dovrebbe essere, come vorrebbe essere, come è? Il paziente deve andare dove vuole e dove può. Non deve essere come vuole o, peggio, come vorremmo noi”. Al bando anche una certa vecchia impostazione della psicoanalisi “che deriva un po’ dalla medicina” e che soffrendo di complessi di non scientificità ha pretese di mostrarsi oggettiva “Bion mi ha commosso – ha testimoniato Vergine – perché aveva già teorizzato che ognuno debba pensare per conto proprio e che nella prassi ‘la peggior disgrazia è la risposta’, mentre qui si fanno ancora competizioni teoriche”.

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Non esiste iter prestabilito, dunque, eccetto “farsi suggerire dall’inconscio se ci crediamo. Freud l’unica cosa che chiedeva agli inizi della formazione era che venisse riconosciuto l’inconscio”. Il grande spauracchio perché “è la sorgente di tutte le pulsioni desideri e contraddizioni. Kandel, il neuro scienziato ha dedicato un libro a Freud per dire che l’80% della nostra mente è inconscio”. L’esperienza psicoanalitica è processo di massima condivisione nel suo progredire, non soltanto tra le persone che ne fanno esperienza, ma anche all’interno della stessa mente del terapeuta tra aspetti coscienti o teorici e aspetti profondi emotivi o irrazionali, con i quali si cerca di convivere sempre meglio: così è nel sentire di Pia De Silvestris e nel vivere la psicoanalisi.

ulisse“Molto spesso vediamo venire in analisi – ha raccontato Pia De Silvestris – persone che hanno un’umanità nascosta e poco per volta si rivela e quando viene fuori è straordinario: come strappare la terra al mare, secondo l’espressione di Freud. Poter riportare alla vita i pazienti è una delle cose più belle che possiamo fare”. E in questo svelarsi emergono anche le molteplici corde interiori del terapeuta, il guaritore che a sua volta accoglie la propria ‘guarigione’: “Se riconosciamo di fare un’analisi riconosciamo una parte del nostro sé nel paziente. Anche noi abbiamo parti confuse, aggressive, distruttive. Si tessono le potenzialità inconsce di tutte e due le identità che anche dopo molto tempo si scoprono. L’importante è che l’analista faccia continuamente autoanalisi. Non mi hanno certo aiutata le tecniche, le teorie. Bisogna soprattutto essere totalmente sinceri con se stessi”. E allora  il processo di riappropriazione dello spazio sacro del sé riguarda entrambi i componenti della relazione analitica: “l’umanità nascosta ci può essere anche nel terapeuta – ha ricordato Vergine – Dietro il concetto di neutralità e astinenza per 100 anni costui ha nascosto la sua vita”. È tempo di svoltare, che si chiami tale svolta con terminologia anglofona self-disclosure o arte di giocare a carte scoperte, l’importante è che il terapeuta secondo Adamo e Pia porti nel setting disponibilità ad auto svelarsi e a esplicitare il proprio punto di vista. Resta sempre valida tra le tante, la celebre indicazione di Freud: quella della psicoanalisi è  “una professione di curatori laici di anime, i quali non hanno bisogno di essere medici, e non dovrebbero essere sacerdoti”.

prendersi-cura-sul-senso-dellesperienza-psicoanaliticaTitolo: Prendersi cura. Sul senso dell’esperienza psicoanalitica
Autori: Adamo Vergine, Pia De Silvestris
Editore: Franco Angeli (Collana: Le vie della psicoanalisi)
Dati: 2013, 208 pp, € 27,00

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E caddi come corpo morto cade: psichiatria e storia della carne in Occidente

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In principio è il corpo e solo il corpo a condurre i giochi: di anima e suoi derivati non c’è neanche l’ombra in terra d’Occidente, leviamocelo dalla testa. La storia della nostra abitazione di carne, nervi, sangue, escrementi, detriti organici e altri aggregati è tutt’uno con la storia del’evoluzione del pensiero occidentale, del suo svolgersi a partire dalle fondamenta gettate dalla grecità e dalla cultura giudaico-cristiana. Da lì vengono i connotati che esibiamo sia pure stravolti e modificati. Una densissima lezione su Il corpo in Occidente frutto del suo migliore repertorio l’ha tenuta Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, ad apertura del I Forum Internazionale Changes in Psychiatry che si è svolto a Roma nel palazzetto dell’Eatitaly. Di che parliamo quando parliamo di corpo? Di certo di qualcosa che si è modificato di pari passo con la visione culturale prevalente in un’epoca piuttosto che in un’altra. Argomento scelto non a caso come a voler riepilogare a una platea di psichiatri di quale stelle, qualche volta stalle, siano  figli. “La psichiatria farà fatica a fare passi in avanti se non elimina il concetto di psiche e se non arriva a un concetto di corpo più evoluto rispetto a quello che ci ha consegnato Cartesio”: queste le premesse dell’articolato discorso di Galimberti che ha affrontato temi  ben noti ai lettori dei suoi saggi con la partigianeria che lo contraddistingue a favore del mondo greco per il modo in cui concepiva l’uomo, per la consapevolezza della sua fine e per il rispetto verso la morte.

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Omero, citato ad avvio di trattazione, concepisce solo il corpo, espressivo del suo rapporto con il mondo e non già rappresentativo di stati interiori come lo è per noi; modalità che sarà poi ripresa nel ‘900 dalla corrente filosofica nota come fenomenologia.  Psiche, anima, in Omero è solo l’ultimo respiro prima di morire e soma è riferito al cadavere. Finché Platone, che non si fida affatto delle informazioni che ci arrivano dal corpo perché soggettive, stabilisce che  bisogna costruire un sapere universale e lo si possa fare solo prescindendo dal mondo sensibile, ricorrendo a idee, numeri e costrutti. E dove si trovano idee, numeri, misurazioni oggettive? Che abbiano mica un organo di riferimento? L’anima, la grande invenzione platonica, nasce per rispondere a un’esigenza gnoseologica. Da quel momento in Occidente comincia la denigrazione del corpo. Gli ebrei invece, ha chiarito Galimberti, non avevano nessuna nozione di anima né idea dell’immortalità; che anzi per sette generazioni si sarebbero dovute espiare le colpe degli antenati. E per almeno 4 secoli i cristiani non hanno nozione alcuna dell’anima: anzi è roba che proprio non interessa. Il cristianesimo in principio è una religione del corpo: non crede alla resurrezione dell’anima, ma a quella del corpo. “Le nostre chiese sono piene di corpi”, ha evidenziato il filosofo.

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Agostino però ha il grande colpo di genio che rivoluziona l’intera faccenda: “Per difendersi dalla gnosi ricorre a Platone ma sottrae l’anima dal contesto della conoscenza in cui Platone l’aveva ideata per trasferirla sul piano della salvezza” perché nell’interiorità dell’anima abita dio. È l’inizio della nostra storia di esseri duali, scissi tra corpo e anima perché i cristiani, a differenza dei greci, hanno il terrore della morte e cercano una qualche svolta oltre la finitezza. Meglio allora che sia l’anima anziché il corpo a sopravvivere visto che il secondo ha parecchie controindicazioni,  dal putrefarsi al polverizzarsi, e non ne restano tracce a parte ossa e teschi. Il corpo è carne spuria da redimere, dice allora il cristianesimo smentendo i suoi presupposti d’origine ispirati a un dio che si incarna. Grande salto temporale ed ecco che Cartesio afferma che siccome il corpo va valutato con idee chiare e distinte, bisogna ricorrere alla fisica, la scienza del suo tempo. Per questa via il filosofo-fisico  riduce il corpo vivente a organismo. È la nascita del corpo medico, sommatoria di organi; della medicina come cura degli organi. I tedeschi, ha ricordato Galimberti, ben distinguono tra il corpo cartesiano il kerper ridotto a cosa e il leib il corpo come è nel mondo della vita che prova emozioni, il corpo che io sono e tutti siamo. Ognuno sperimenta i due stati, tutti siamo in questo dualismo o come “rappresentanti d’organo ammalato” o come esseri irradianti emozioni, sensazioni, percezioni. In età dei lumi si appura, a dispetto delle pretese di scientificità e oggettività, che c’è qualcosa in noi che si ammala e non si localizza in un organo preciso.

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È la nascita di una scienza anomala, residuale, all’inizio chiamata Morbus sine materia perché si propone di curare una malattia senza riscontro organico. “Una scienza strana perché contiene tutti i refusi di quelle morbosità che non presentano riscontri organici”.  Non è psichiatria all’origine. Dell’anima a quel punto della storia umana si è detto tutto: che c’è, che non c’è, che è mortale o immortale; finché nel ‘700 si asserisce che si può ammalare e la psichiatria vuole essere cura medica, scienza.  Così fino al ‘traguardo’ più recente, il DSM V , campionario o ‘bibbia’ psichiatrica a seconda dei casi, che classifica per sintomi le patologie e così ognuno può essere inserito in una o più caselle diagnostiche. Pinel, Chiarugi, Esquirol sono tre psichiatri che per primi ritengono che i folli vadano separati dai delinquenti perché non sono consapevoli quando compiono delitti. E allora che si fa di loro? Li si mette in una prigione d’altro genere chiamata manicomio. Così la psichiatria diventa anche ‘scienza’ dedita al controllo e gli psichiatri delegati sui generis alla sicurezza sociale.

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Bisogna aspettare il 1913 quando Karl Jaspers pubblica la Psicopatologia generale perché sia recuperato l’antico concetto di corpo. “Il mio corpo è in relazione al mondo della vita e non c’è bisogno della psiche per spiegare le sue reazioni. È espressivo non rappresentativo”, sintetizza Galimberti: proprio come era per Omero. Per Jaspers comprendere è “intercettare il nucleo delirante per empatia”. In tal senso  “la psiche non è altro che la relazione corpo-mondo e per questo bisogna annullare l’anima, la psiche, e recuperare il concetto di corpo come corpo del mondo, della vita se no la psichiatria si riduce a sintomatologia per la quiete del paziente e di chi gli sta intorno”. Anima è per Galimberti, se proprio ci piace usare questa parola, la relazione tra il corpo e il mondo. Resta ‘la fatica d’essere se stessi’ parafrasando il titolo di un libro del sociologo Alain Ehrenberg; difficoltà costitutiva  che poi nel passaggio dalla società della disciplina a quella dell’efficienza assume connotati differenti e così anche le patologie cambiano nel tempo. Il sottofondo è però lo stesso se si squarcia il velo: “Ciascuno è abitato dalla propria follia e proprio grazie a questo requisito gli psichiatri possono essere in grado di capire i pazienti. Solo avendo dispositivi folli dentro di noi riusciamo a comprendere gli altri”. Benedetta sia l’irragionevolezza costitutiva dell’essere se riconosciuta e non subìta. Scriveva Franco Basaglia nel 1967La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione”.

Della Crisi ovvero dell'avvento dell'individuo subprime o homo insapiens insapiens

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Finirà che dovremmo aggiornare tante locuzioni sacre e profane: scambiatevi un segno di crisi; ho una crisi per capello; dacci oggi la nostra crisi quotidiana; chi di crisi ferisce di crisi perisce; e vissero felici e contenti in crisi; che la crisi sia con voi, con voi rimanga sempre e diventi eterna perché, come scriveva Aldous Huxley nel romanzo Ritorno al mondo nuovo del 1958, “Una crisi permanente giustifica il controllo su tutto e su tutti, da parte del governo centrale”. Purché poi non entri in crisi… il governo centrale.

In attesa che si approfondisca e si radicalizzi, molto opportunamente, il Centro studi di psicologia e letteratura (fondato da Aldo Carotenuto) ha dedicato un intero convegno e il numero monografico di aprile del proprio Giornale storico (Fioriti editore) al tema Crisi.globale@psiche. La crisi va indagata, sviscerata, assimilata, vissuta cercando un senso, o più d’uno che si trova: è economico-finanziaria sì ma anche antropologica, sociale, politica, ambientale; in crisi sono batteri, virus, uomini, donne, cose, persone, animali e città. La crisi secondo lo psicoterapeuta Antonio Dorella è globale in quanto segna “il fallimento della prima globalizzazione e della presunta onnipotenza dei mercati finanziari”. Ha fatto emergere un homo insapiens insapiens verrebbe proprio da dire, un soggetto con una nuova organizzazione di personalità: secondo la definizione dello stesso Dorella, l’individuo subprime (termine che parafrasa l’idioletto finanziario, letteralmente al di sotto dello standard primario di garanzia) ovvero “un individuo inaffidabile, che chiede cose non avendo meriti, possiede senza possedere, il suo unico privilegio è la mobilità, si sposta di continuo, ciò lo accomuna al borderline, grande patologia emergente dei nostri tempi. L’individuo sub prime è caratterizzato dall’assenza di gravitas intesa sia come mancanza di attrazione gravitazionale che come sospensione del senso del tragico: ciò determina un’eterna fanciullezza e un nomadismo etico secondo la definizione di Umberto Galimberti”. Un soggetto che ha qualità ‘volatili’ restando un pollo cresciuto a granone e idolatria consumistica. Soluzioni proposte per il nostos, il viaggio di ritorno verso la terra prendendo ad esempio la parabola umana di Ulisse, sono resilienza e localismo, cioè “tenacia di fronte alle avversità e sintonia con il proprio habitat fisico e affettivo”. A livello di setting, Dorella prevede l’avvento di una psicoterapia dinamica integrata di breve durata tenendo conto di mutate disponibilità economiche e caratteristiche identitarie dell’individuo post crisi.

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Gli junghiani per definizione non temono l’Ombra comunque si manifesti: figurarsi se si configura costei in forma di titoli finanziari tossici che tutto e tutti fanno crollare come è accaduto nel contesto occidentale dal 2008 con il fallimento della prima banca, l’americana Lehman Brothers. Per statuto ontologico prima ancora che professionale, “l’analista è un frequentatore abituale della crisi”, parola della psicoterapeuta Simonetta Putti, che ha avvertito: “la crisi è presenza costante nel temenos analitico”. Putti ha affrontato la problematica con lucido disincanto perché funzionale al gioco in atto è  immettere nell’aria oltre a titoli tossici “profezie negative che si autodeterminano”. Pensando alle dure prove a cui sono state sottoposte precedenti generazioni, Putti ha citato Ernst Bernhard (ha introdotto la psicoterapia junghiana in Italia) che internato nei campi di concentramento scriveva alla moglie Dora: “Abbiamo un solo nemico: la depressione e il dubbio, la mancanza di fede in un proprio destino”. La depressione più pericolosa è per Putti “la depressione del Senso”. Invece “credere in un Senso di ciò che accade affidandosi attivamente al divenire senza disperare e forse anche senza sperare, accogliendo le possibilità spesso nascoste, è già a mio parere essere o entrare in un processo di individuazione”. Per Giorgio Antonelli la crisi è sempre connaturata all’uomo in quanto incapace di morire. L’ars moriendi che si dovrebbe imparare in analisi non sfocia all’esterno; d’altra parte il mondo si alimenta di criticità.  “La crisi si attraversa vivendo, solo vivendo e dunque solo alimentando altra crisi”. Amedeo Caruso ha auspicato l’intervento di Psiche a liberare e salvare il mondo e, in qualità di fondatore del movimento psicofuturista, è convinto che questo possa avvenire non già pensando di psicoanalizzare ogni comparto merceologico ma applicando la metodologia psicoanalitica all’educazione umana: una modalità consapevole di dimorare sulla terra sottraendosi alle logiche del sistema, alla schiavitù del denaro e del tempo. La crisi vista con le lenti della Kaballah (insieme di insegnamenti esoterici dell’ebraismo) è secondo Virginia Salles che cita il filosofo e il sociologo francese Edgar Morin e lo scienziato studioso di cibernetica e kaballah Michel Laitman, effetto del continuare “a comportarci come se fossimo separati quando in realtà siamo tutti collegati e lo siamo molto di più di quanto riusciamo a immaginare”. Contravvenire alle leggi universali dell’esistenza, porta malattie sociali, distruttività individuale e collettiva. “Mentre noi esistiamo nel mondo della ‘separatezza’, la vita appartiene e proviene dal ‘mondo dell’Unione’. Per i cabalisti solamente attraverso la connessione la vita può evolversi e perpetuarsi”. Per ogni essere umano vale o dovrebbe valere il principio di responsabilità: sta a noi scegliere come fare questo viaggio se passivamente o contribuendo “in modo attivo alla nostra evoluzione interiore e all’evoluzione della consapevolezza globale che avrà come traguardo l’assunzione del Divino all’interno dell’uomo”.

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Un esercizio di decostruzione felice della retorica della crisi, parola “sulla bocca di tutti, pandemia  cui nulla e nessuno riesce a sfuggire” l’ha proposto la filosofa Luisa de Paula che è andata a fare una ricerca etimologica della parola  e ha scoperto che nel greco sta per separazione ma “in terra junghiana ci confrontiamo con il processo di individuazione, processo che ognuno di noi deve compiere per arrivare al cambiamento, alla metamorfosi”; in sanscrito indica strettoia, in cinese pericolo ma anche opportunità; in ebraico indica anche parlare: se ne esce fuori  riappropriandosi dello spazio politico della parola. In quanto alle ragioni della nostra crisi occidentale è provocata da eccesso del desiderio: “nel nostro continente non si muore per mancanza di cibo ma per abbondanza”, abbiamo perso il senso della realtà, l’uso dei sensi, va ‘decolonizzato l’immaginario’ e riscoperta l’economia come oikonomia “nell’ottica conviviale dell’informalità vernacolare” proposta dal pedagogista e filosofo austriaco Ivan Illich. Anche per Roberto Cantatrione che ha citato l’economista Serge Latouche la crisi, peraltro sempre esistita nella storia umana, può essere una risorsa poiché significa smetterla di vivere al di sopra delle proprie capacità, ma soprattutto ci mostra come e quanto siano stati superati i limiti economici, ecologici, etici. A proposito di aggiornamento di adagi abusati, allora, più che la storia in sé è la crisi a essere ora più che mai benedetta magistra vitae.

Giornale aprileGIORNALE STORICO DEL CENTRO STUDI DI PSICOLOGIA E LETTERATURA
N° 16 – Aprile – 2013
Argomento: Crisi.globale@psiche

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Parola di neuroscienziato affettivo: il 'mouse ridens' ci guarirà

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Attenzione a irridere, o peggio ancora, misconoscere il mouse ridens. Guardatevi stolti umani dall’ignorare o sottovalutare la risata dei topi: non quelli da computer. Tale risata può darci la misura del nostro livello di soddisfazione o, viceversa, del nostro scontento, non già come acquirenti di merci in orrendi centri commerciali, ma come esseri impegnati a esistere. Nuoce gravemente alla salute non conoscere le emozioni, patrimonio in dotazione da tempi remotissimi agli animali che noi tutti siamo; che non è detto che il nostro cervello superiore, emerso solo di recente dal caos informe, le sappia discriminare ma soprattutto educare in vista del benessere individuale e collettivo in una società sempre più affranta, maniacale, turbata e disturbata. Indicazioni e articolati avvisi ai naviganti dati con piglio ironico e taglio comunicativo asciutto e pragmatico dal professor Jaak Panksepp, neuro scienziato sì ma, si badi bene, di stampo e credo ‘affettivo’; estone di nascita, naturalizzato americano, globetrotter per una crociata tutta ‘emotiva’.  Nel corso di una brillante serata che si è svolta alla Società psicoanalitica di Roma, Panksepp ha intrattenuto una platea di specialisti e terapeuti dell’anima sul tema  A proposito di emozioni e affetti. Regolazione e disregolazione dei sistemi emozionali nei processi di cura nell’ambito degli appuntamenti che la Spi dedica a I disagi della contemporaneità – Nuove patologie e variazioni nella cura. Lo scienziato, 70 anni, arguzia e barba darwiniane come i suoi presupposti evoluzionistici, è ideatore dell’affective neuro science, la neuroscienza affettiva, disciplina che studia le basi neurobiologiche delle emozioni, ovvero dove stanno di casa nel cervello le nostre emozioni. Il suo maggior contributo, infatti, sta nell’aver individuato nella zona sottocorticale (la parte più antica) la coscienza, il sé, che  lui chiama anche anima biologica, e nell’aver identificato attraverso la ricerca condotta prima sugli animali poi sugli uomini i sette principali sistemi neuronali insomma l’indirizzo nel cervello delle sette emozioni di base, comuni a tutti gli animali superiori (dai rettili ai mammiferi agli esseri umani). Di questo e altro si trova resoconto esatto nei suoi studi più noti, Affective Neuroscience e The Archeology of Mind, (2012) ancora non tradotti né pubblicati in italiano. Nel 2000 a Londra, la patria adottiva di Freud, l’estone ‘evoluzionista’ ha fondato con lo psicoanalista Mark Solms la società internazionale di neuro psicoanalisi per promuovere un ponte tra neuroscienze e psicoanalisi. “Psicoanalisi e neuroscienze si possono incontrare? – si è chiesto Andrea Baldassarro, segretario scientifico del Cpr nell’introdurre i lavori – Certo è di grande interesse che ciascuna ascolti l’altra. Freud è stato molto oscillante: a volte sosteneva che la psicoanalisi sarebbe scomparsa assorbita dalle scienze biologiche; altre che è una scienza inassimilabile. La questione resta aperta”. “Come psicoanalisti – ha poi aggiunto Rosa Spagnolo nel fare gli onori di casa – non abbiamo il linguaggio della neuropsicobiologia, della neurobiologia, della neuroanatomia. Ma abbiamo dalla nostra parte più di un secolo di psicoanalisi che ci ha abituati ad ascoltare”. Infine Tiziana Bastianini: “Siamo interessati a comprendere le vicissitudini degli affetti in vista della nostra azione terapeutica”.

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Per queste e altre ragioni la faccenda del mouse ridens, che non è la scontata iena ridens, è tremendamente seria. “Abbiamo scoperto in laboratorio – ha raccontato Panksepp che ama ricordare la sua origine estone che lo accomuna  a Emil Krapelin, il padre della biologia psichiatrica – che i topi hanno un suono evoluzionisticamente simile al nostro ridere. Aver preso sul serio le emozioni degli animali è stato il primo passo per prendere sul serio le emozioni. Perché è importante prendere sul serio il riso dei topi? È la misura della felicità nel mondo. La depressione è una delle malattie psichiatriche più gravi. La felicità è un processo sia fisiologico che neurologico e non lo capiamo studiando gli esseri umani. Studiando gli animali invece possiamo capire il nostro modo di essere felici. Abbiamo studiato i meccanismi cerebrali  del riso dei topi alla ricerca di nuove molecole per trattare la depressione”.  A Panksepp non mancano certo doti da divulgatore anche per mettere alla berlina colleghi di stampo cognitivista, insomma chi nella comunità scientifica remerebbe contro assumendo un’ottica riduzionistica: “I miei colleghi mi dicono che gli animali sono macchine che non hanno né coscienza né sentimenti. Abbiamo imparato molto di più sul nostro corpo studiando gli animali e sapevo che avremmo imparato molto di più sulle emozioni studiando il cervello degli animali”. Le sette emozioni fondamentali (la ricerca, la rabbia, la paura, la sessualità, l’accudimento più spiccato nella femmina che nel maschio, la tristezza, il gioco) sono si è detto sottocorticali: ognuna ha la sua ‘storia’, il suo equilibrio nell’equilibrio del sistema olisticamente. Basta un niente per spegnere una risata, nei topi e negli animali che Panksepp ama, come in noi. In condizioni psicopatologiche occorre riconoscere quali emozioni sono iper o ipoattivate e come ripristinare l’armonia. È la zona sottocorticale che determina i processi primari e avvia la coscienza di sé; non quella neocorticale come si era creduto. Dai circuiti dei mammiferi più primitivi certo si arriva alla complessità dell’essere umano, ma le emozioni di fondo restano le stesse. Condividiamo con gli altri mammiferi gli stessi ormoni-neurotrasmettitori e le stesse emozioni.  “Perché dovremmo credere d’essere speciali – ha commentato divertito Panksepp – quando le prove dicono il contrario? Siamo animali molto speciali, ma anche gli altri animali lo sono. Certo noi abbiamo imparato a parlare e a creare distinzioni tra le cose e ricordare finché non si diventa completamente confusi e allora si deve andare dallo psicoanalista”, ha scherzato soffermandosi sui paradossi della civiltà umana.

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Questo modello teorico cambia drasticamente le cose: è al sistema primario emotivo-istintivo fondamento dei ‘processi secondari’ che regolano i meccanismi dell’apprendimento e della memoria, e poi si interfacciano con i ‘processi terziari’ delle funzioni cognitive-riflessive superiori che i terapeuti devono guardare per aiutare i pazienti.  “Il processo primario è enorme. Quando il bambino nasce ha solo il processo primario delle emozioni dove si trova di sicuro l’inconscio”. L’aver rintracciato l’indirizzo delle emozioni fa sì che tante divisioni o contrapposizioni tra scuole psicoterapeutiche vengano a cadere e che i terapeuti di vari indirizzi, dai cognitivisti, alla psicologia dinamica, alla neuropsicanalisi, alle scuole reichiane, alla gestalt e alle scuole di body oriented psychotherapy, debbano guardare alla neurofisiologia delle emozioni, dal basso, dal livello di coscienza emotivo, dal suo modo di funzionare e alterararsi. “La scienza cognitiva – ha chiarito l’estone – è buona per la parte superiore del cervello. La psicoanalisi ha fatto un’ottima analisi da su in giù, ma non sappiamo come combinerà questi nuovi riscontri ed è questo ora l’obiettivo principale della neuro psicoanalisi”. Non solo: comprendere il funzionamento dei setti sistemi emotivi può determinare svolte oltre che nelle psicoterapie, nell’educazione e nella crescita personale; porre basi neuroscientifiche di una nuova psicologia e medicina.

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Nella prima metà del XX secolo, avevamo “la mente senza il cervello” – ha spiegato Panksepp – Freud da neuro scienziato sarebbe entusiasta di cogliere i dati che abbiamo a disposizione oggi. Il fondo della mente ha una disposizione affettiva, non ha idee che hanno bisogno della neocorteccia. Freud ci ha dato la descrizione delle funzioni di questo apparato mentale, certo alcune idee erano sbagliate. L’apparato mentale deve essere compreso prima da giù in su, poi dall’alto verso il basso. La mente va compresa tramite le ricerche sul cervello”. Nella seconda metà del XX secolo abbiamo avuto invece “il cervello con poca mente”, da Kraepelin con le sue mappe neuronali fino al Dsm V. È tempo di arrivare a una sintesi, a un’integrazione, a un modello globale dell’uomo che non separi più le parti fisiche, emotive e psicologiche. Lasciate allora che i topi ridano. Che ne hanno di ragioni. Il problema non sono di certo loro ma il cervello ‘superiore’, evoluto,  che tutto si può dire meno che sia in armonia con la terra, con il corpo, con gli altri cervelli umani, che promuova la salute individuale e sociale, che riconosca l’anima biologica. Abbiamo poco da ridere, noi.

L'incognita postmoderna tra identità transnazionale e sindromi in punta di mouse

Alex_Katz_15“L’effetto delle migrazioni di massa è stato la creazione di tipologie umane radicalmente nuove. Persone che sono radicate alle idee piuttosto che ai luoghi, ai ricordi piuttosto che alle cose materiali, persone che sono state obbligate a definirsi, poiché gli altri le hanno obbligate a definirsi  in tal modo in relazione alla loro diversità; persone nel cui profondo avvengono strane fusioni, unioni senza precedenti tra ciò che erano e dove si trovano”. Lo scrittore indiano, icona della letteratura post coloniale Salman Rushdie, nel libro Patrie immaginarie individua specie antropologiche venute fuori da flussi, transiti in uno spazio ‘debordato’. Umanità sformata e trasformata da una sindrome del migrante che colpisce tutti, anche chi non si è mai mosso dal paese natale. Destino che accomuna chi è post-moderno, non certo per talento proprio né per vocazione, ma solo per essersi incarnato in quest’epoca, mondo, realtà.  Che lo si sappia o no, abitiamo uno spazio transnazionale che rimescola protocolli, pezze d’appoggio reali o presunte, ma soprattutto carte d’identità convenzionali al punto che più facile è dire chi non siamo che chi potremmo mai essere. Che razza d’umanità popola allora oggi il globo postmoderno? Che sia forse  una ‘generazione Otaku’, genìa di uomini-animali, tutta superficialità e accumulo dati, secondo la tesi del filosofo giapponese Hiroki Azuma? Certo trattasi di umanità strapazzata, rivoltata da un ‘vento globale’, scossa dalla scomparsa della coincidenza fondante tra esistenza e luoghi, identità e geografia; alle prese con la complessità e il caos dei sistemi, caratteri che si traducono in psicopatologie d’intensità e quantità senza precedenti nella storia umana. I dinosauri si sono estinti, il mouse no, tutt’altro: che forse, al contrario, ha già fatto estinguere più di qualcosa in noi ‘umane’ genti. Interrogarsi su chi siamo è esercizio utile per tutti dall’invenzione del pensiero; è doveroso lo facciano psichiatri e psicoterapeuti. Specie chi tra loro coraggiosamente scelga di abbandonare il porto sicuro di paradigmi anacronistici per navigare nel mare aperto di sfide epistemologiche senza precedenti, come fa Paolo Cianconi, psichiatra, psicoterapeuta, etno-antropologo di quelli che si immergono nella realtà che sia lavorare in carcere, vivere le favelas, le periferie del mondo. Altrimenti hai voglia a cercare il paziente: non lo si trova più in nessun luogo.paul_delvaux_theredlist

Di ‘Identità transnazionali e loro destrutturazione psichica’ Cianconi, autore del pregevole volume pubblicato nel 2012 Addio ai confini del mondo – Per orientarsi nel caos postmoderno (Franco Angeli editore, 39,00 €), un faro acceso sul nostro spaesamento al di là delle facciate, ha dialogato con Corrado Pontalti (past president della Coirag. e del Laboratorio di Gruppoanalisi) e Ugo Corino (attuale presidente)  nell’ambito dei Dialoghi sulla clinica nella modernità.  Si tratta di un ciclo di seminari che il Laboratorio di Gruppoanalisi tiene a Roma per indagare le aree di confine che preannunciano e anticipano la clinica del futuro. Cianconi ha ripercorso l’iter che ha portato alla nascita dello spazio transnazionale che oggi abitiamo: portato del colonialismo che  conduce al punto in cui con la globalizzazione i  luoghi non hanno più rintracciabilità fisica. Per chi fa il terapeuta ciò significa avere a che fare con “identità che sono più appartenenze a un flusso che a un luogo” e la difficoltà è trovare dove abitino davvero queste identità. C’è stato un prima del colonialismo quando l’identità europea era moderata, regolare, stabile, riconoscibile. Dal ‘500 in poi è iniziato “un gigantesco flusso di roba nuova dalle colonie come oggi c’è un flusso che ci porta Internet”: da allora niente è stato più come prima; sono state poste le basi per la creazione dello spazio transnazionale; la continuità della storia è venuta meno; nelle colonie hanno prevalso la creolizzazione, il meticciato, il mescolamento e “la creolizzazione nella colonia, è la globalizzazione attuale”. Prima sono state le merci a spostarsi, ora sono “i cavi di Internet dentro cui viaggiano i sistemi di flusso finanziario”. Il grande flusso di uomini, materie, comunicazione (diventata ipertrofica nel mondo postmoderno) “è stato la base di costruzione di una nuova trama, cosa concreta, per la nostra identità psicologica” fino ad approdare allo spazio instabile e mutante. Anche quello di Internet: c’è gente che ci passa o addirittura ci vive in questo luogo-non luogo, proprio come i migranti. “Esistono individui, famiglie, gruppi e comunità transnazionali. Ci sono persone che possono risiedere più in uno spazio come questo che in uno fisico. Non si può pensare che non esista, richiede competenze particolari. Bisogna che noi terapeuti ragioniamo su tali nuove dimensioni”.

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Difficile sentirsi esistere se i luoghi sono fuggevoli, aumenta la complessità, aumentano le discrasie, la tempistica dei cambiamenti è accelerata, non c’è più nessuna linearità, l’evoluzione è diventata ‘cespugliforme’. “Come psicoterapeuti dobbiamo essere consapevoli che esistono sindromi della modernità e nuove sindromi della postmodernità”. Certo che le crisi e le fasi di cambiamento hanno sempre fatto parte della storia umana, “ma la crisi con l’oggetto mouse è diversa dalla crisi dell’uomo alla fine dell’impero romano. La postmodernità si ricompatterà in qualcosa di molto più chiaro ma ora siamo in una fase di transito, di frontiera”, ancora difficile decifrare i fenomeni e trovare un linguaggio esplicativo. La glocalizzazione, ovvero il passaggio della globalizzazione in ambito locale, ha fatto sì che il problema identitario abbia coinvolto intere popolazioni. L’informazione assume allora un ruolo preponderante ma “è asimmetrica e asincrona: sai tutto ma non hai la capacità di discriminare le informazioni”. La globalizzazione determina il formarsi di ‘terre vulnerabili’ e ‘frontiere interne’, città nella città, “città mondo in cui è sempre più difficile distinguere tra qui e altrove”, secondo la definizione dell’etno-‘antropologo francese Marc Augè. E comunque, ancora Cianconi, “l’individuo può vivere psichicamente scisso dal posto dove abita, viene istruito globalmente”. Indispensabile è riflettere sul rapporto tra globalizzazione urbana e salute mentale. Psichiatria e psicologia si rivelano ‘efficaci’ a intervenire nel caso di disturbi conclamati, ora sono chiamate in causa per affrontare problemi dilaganti  quali, per citarne solo alcuni, aumento dell’ansia (il caso dei terremoti in Italia), urbanizzazione e disturbi di personalità; incremento di depressioni e suicidi (sindromi della crisi economica in Grecia, Italia, Irlanda), ricerca di soluzioni impulsive (gambling, danger seeking). A tutto ciò si oppone in ambito terapeutico un generico concetto di resilienza. Intanto la psichiatria stessa vacilla: ci sono cose di cui non si era mai occupata e gli strumenti della monodisciplinarietà non valgono più: “oggi è impossibile non lavorare in maniera multidisciplinare”. Il meticciato è in corso anche tra ambiti del sapere prima distinti. I concetti diagnostici di disturbo dell’adattamento e disturbo post traumatico da stress potrebbero non essere più sufficienti a descrivere certe patologie e la depressione potrebbe smettere di esser considerata una patologia per diventare una struttura mentale in dotazione al sapiens. Nella lotta tra invarianti e mutazioni, le trasformazioni in corso ci obbligano a cambiare paradigmi e secondo la definizione di Corrado Pontalti a considerare il paziente come “il nuovo  Virgilio che ti porta in territori sconosciuti”. Così forse il terapeuta può ripercorrere i luoghi dove si sono persi o smarriti i codici  d’identità individuali e collettivi. E al di là di questo specifico rapporto,  ognuno può chiedersi dove abiti la mente abitando luoghi che oggi ci sono, domani forse no. Sembra si realizzi in forme e tempi senza precedenti quel divenire, persino un po’ zen, preannunciato dal filosofo greco Eraclito. Scrive Cianconi: “Le prossime generazioni, e almeno alcune di quelle presenti, dovranno fare i conti con la resa del mondo che conoscevamo, mentre già emerge il nuovo sistema, e navigarci dentro. Mentre i confini collassano, le cose si trasformano.

AddioTitolo: Addio ai confini del mondo. Per orientarsi nel caos postmoderno
Autore: Paolo Cianconi
Editore: Franco Angeli
Data di Pubblicazione: Aprile 2012
Pagine: 368
Prezzo: 39,00 €