Non l'ho letto ma mi piace – Ep. 13

Rubrica arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

“Ho scoperto Robin Hobb, secondo pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden (il primo è quello usato per la pubblicazione di celebri romanzi fantasy-contemporanei, Megan Lindholm), ritrovandomi tra le mani un volume dalla copertina un po’ pacchiana con colori sgargianti e toni zingareschi molto carichi. Mi sono detta, questa saga dei mercanti di Borgomago non s’ha da leggere. Poi l’ho letta, invece, convinta da cosa non so, e ho fatto molto bene, perché ho scoperto una delle più grandi autrici di fantasy epico-medievale e una delle storie (in mezzo al guazzabuglio di storie tutte uguali) più originali per ambientazione e tono. Il luogo è il mare, anzi, si può restringere lo spazio a una nave; una nave simbolo di un mondo a parte capace di muoversi in uno ostile come quello marino, sconfinato e caratterizzato da tempi molto dilatati, e al contempo capace di raggiungere la terra e ad essa essere radicata e radicarsi con tradizioni familiari, intrighi politici e magia secolare. Per questo, mentre aspettiamo i mercanti di Borgomago (che Fanucci sta per pubblicare) pensiamo che Il mago della foresta non potrà assolutamente essere da meno; del resto sul New York Times Book Review si dice che: con un linguaggio brillante e il tocco garbato delle fate, Robin Hobb è autrice di romanzi davvero epocali. [Barbara Ferraro]
Robin Hobb
Fanucci, 768 pp., 25,00 €

Schermo piatto non l’ho letto ma mi piace perché il titolo è molto simpatico, perché stimo Slow Food e le idee che promuove comunicando e studiando la cultura del cibo in tutti i suoi aspetti e soprattutto dandoci modo di educare il nostro gusto condendolo con la coscienza della salvaguardia dell’ambiente e della promozione di nuovi modelli alimentari rispettosi delle tradizioni e delle identità culturali. Schermo piatto è un libro in due tempi, leggo sul sito della casa editrice. Nel primo, un viaggio attraverso il cibo nel cinema, interpretato dalla personalità del viaggiatore-autore e fatto di inclusioni ed esclusioni, soste, esplorazioni, passaggi. Un invito ad arricchire questi percorsi con appunti personali. Nel secondo si passa al racconto, con undici storie che portano il cinema in cucina o il cibo dentro lo schermo, rivelando moltissime possibilità di sviluppare l’argomento e moltissime chiavi di lettura. [Maddalena Bonparola]

Antonio Attorrei
Slow Food editore, 14,50
Bruno Arpaia è uno dei personaggi più interessanti della cultura italiana contemporanea. Giornalista, letterato, traduttore, la sua penna è riuscita a ricreare con straordinaria vividezza momenti cruciali della nostra storia costringendoci – con intelligenza – alla riflessione.
Per questa ragione non potevamo farci sfuggire il suo nuovo romanzo, L’enegria del vuoto, nato dall’incontro di Arpaia con una nuova passione, la scienza, e, per la precisione, con la più filosofica delle scienze ovvero la fisica.
Riallacciandosi alla tradizione umanistica italiana che vede l’arte e la scienza indissolubilmente legate, Arpaia usa i teoremi della fisica per costruire l’intelaiatura di un’avincente spy story internazionale, e, allo stesso tempo, usa la sua abilità di narratore per dare voce e corpo a delle teorie scientifiche.
Questa è la storia: una scienziata del cern scompare in circostanze misteriose. Alla sua ricerca partono il marito e il figlio adolescente, intraprendendo un lungo viaggio in auto attraverso le campagne franco-spagnole. Le indagini e i colpi di scena si alternano ai momenti intimisti caratteristici delle road stories. Ma a tenere le fila di tutto sono sempre le teorie e i paradossi della fisica.
Il romanzo di Arpaia sarà avvincente, interessante e sorprendente come si annuncia? Non potremmo affermarlo: “nella scienza non si sa nulla finché non si sperimenta”. [Valeria Vitale]
Bruno Arpaia
L’energia del vuoto
Guanda 2011, pp 266

A due anni dalla pubblicazione esce in edizione economica Il lamento del bradipo, opera seconda di Sam Savage, autore del caso-editoriale Firmino, romanzo d’esordio datato 2006. Protagonista del romanzo è Andrew Whittaker, editore di una rivista letteria, marito, uomo, al centro del vortice di una profondissima crisi professionale, sentimentale e umana. Ma Whittaker non si dà per vinto ed energicamente prova a percorrere tutte le strade, a dar fondo a tutte le sue risorse per rimettersi in piedi. E poi comincerà a riprendere tutti i pezzetti e frammenti della sua vita che troverà e inizierà a rimetterli insieme. Stralci di un romanzo mai finito, risposte agli autori, comunicazioni della banca, lettere della moglie che lo ha lasciato, pagine di diario, liste della spesa: ripescati e archiviati nel disperato tentativo di dare un senso al caos da cui è sommerso. insomma, non sarà stato un caso editoriale ma questa edizione economica vale senza dubbio una bella lettura [Massimo Basile]

Sam Savage
Einaudi (Stilelibero), 238 pp., € 12

Non l'ho letto ma mi piace – Ep. 12

Rubrica arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

“Poi un giorno me ne sono andata anche io come le foglie in autunno e come fece un giorno mia madre.” Eritrea, Ciad, Afghanistan, Palestina, Algeria, Bangladesh, India, Romania. Donne e uomini con radici lontane da qui e tra loro. Non l’ho letto, ma mi piace Radici, per diverse ragioni: perché l’ho sfogliato e sono rimasta impressionata dalla qualità del libro in sé e per sé; perché l’idea di unire diciassette voci, e diciassette storie, e diciassette diversità in un’unica radice per mezzo della lingua (anch’essa, quella italiana, a tutti comune ma per tutti diversa) è uno di quei sogni che raramente speri si possano realizzare; perché di questa nuova casa editrice condivido, tra gli altri, uno dei principi fondanti: attribuire alla generosa ingegnosità di un gruppo di dilettanti il valore che le è proprio: quello della crescita per mezzo della condivisione. Un libro interamente fatto a mano, dalla stampa serigrafica, alla cucitura fino alla rilegatura. E poi la storia, le storie di diciassette alberi: l’albero di Neem e quello degli antenati, l’albero delle banane rosse e quello del deserto, l’albero del dubbio e quello della paura… [Barbara Ferraro]
Amin Abbasi, Hassan Aboubaker, Amir Aidoud, Jesmin Akter, Mukta Akter, Malika Baouni, Resia Begum, Djikoloum Victoria Beinadji, Mossamad Razia Chowdhury, Catalina Donos, Beauty Hasina Akter, Mohamed Ibrahim, Ma’mon Khalaf, Kiran Sahna, Shahanaz Sarkar Nalee, Roxana Maria Sopirla, Shadamgul Zadran
Radici
Else, 40 pp.

È uscito ieri Scappare Fortissimo romanzo d’esordio del quasi sessantenne Stefano Moretti. Al centro della narrazione l’invenzione di una nuova vita dopo una passata a ricoprire il ruolo di manager di punta per l’ Infinite Power Limited (la più potente multinazionale nel settore dell’Aviation Marketing) e a inseguire l’amore dei ragazzi. Un romanzo anticonvenzionale e spregiudicato, dove i mezzi termini non esistono, eccessivo come solo le confessioni possono esserlo. Un libro con la vita dentro dunque, e questo, devo confessarlo, non può che incuriosirmi. Staremo a vedere. [Cataldo Bevilacqua]

Stefano Moretti
Einaudi, pp 444, € 24
“Ah, non può esserci l’amore dell’anima? Eppure io non vi ho amato per la vostra gigantesca persona! […] Dunque perché sono una nana devo tanto patire? Ma è mia la colpa dunque?”
Un giornalista, una giovane scrittrice. Nuoro, la Sardegna, le giornate morbide dei primi di settembre. È il 1891, Grazia Deledda non ha ancora vent’anni e il giornalista in questione è alto grasso biondo. Si trova a Nuoro per completare le dispense delle “Cento città d’Italia” dedicate alla Sardegna e chiede a Grazia un articolo sulla sua città. Alla lettera del 7 maggio 1891 Grazia risponde con una serie di fotografie e una prosa vivace, aprendo così un carteggio destinato a protrarsi, reciproco fino al primo incontro, poi tenuto in piedi solo da lei con volontà disperata. Le lettere raccolte in Amore lontano sono dense di sogni e tormenti. Risplendono dell’intensità del sentimento della ragazza e ne svelano paure e amore, desiderio di crescita intellettuale e senso d’inferiorità sociale (il giornalista biondo è un aristocratico sardo). Un epistolario dunque sotto forma di romanzo d’amore o viceversa. Di certo è la storia di una donna che sta coltivando il suo enorme talento, ma viene come sorpresa dall’aggressione del desiderio, dell’attrazione, dalla lucentezza rapace di “occhi tigreschi” che tornano e ritornano anche nella sua opera. [Maddalena Bonparola]
Grazia Deledda
Feltrinelli, 206 pp., € 14,50

Conosciuta soprattutto per She-Devil, versione cinematografica tratta dal suo romanzo Vita e amori di una diavolessa, Fay Weldon si addentra in un territorio scivoloso, a rischio banalizzazione e retorica, che pretende di collocarsi a cavallo tra realtà e immaginazione. Leggendo la trama, la mente corre veloce a 1984 di Orwell, anche se non sappiamo quanto il paragone sia appropriato.
Anno 2013. Un nuovo governo, una nuova tirannia, fondata su basi diverse di quelle a cui la Storia ci ha abituato… ma nemmeno troppo. E così, l’autrice racconta con ironia e leggerezza la fine delle ideologie e la morte del capitalismo, concentrandosi sulla sorte toccata a una scrittrice che dai fasti di una vita di successo finisce in miseria, una miseria materiale e morale, il cui unico rimedio è il rifugio nella fantasia. Grottesco, surreale, introspettivo: un mix di generi che ci fanno sperare in un’opera originale e avvincente. [Maria Nesticò]

Fay Weldon
Edizioni e/o, pp 304, € 18

Non l'ho letto ma mi piace – Ep. 11

Rubrica arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

Non l’ho letto ma mi piace giacché ho seguito diversi seminari tenuti da Moni Ovadia, quando le letteratura yiddish era al centro dei miei interessi, e ho sviluppato una passione e una stima profondissime nei suoi confronti. Leggere, quindi, questo stralcio di prefazione scritta proprio da Ovadia per Yiddish. Ascesa e caduta di una nazione edito da Lindau, mi fa presagire un testo di qualità. «L’opera di Paul Kriwaczek rappresenta un importante punto di svolta e in buona misura una pietra miliare negli studi sulla yiddishkeit, ovvero su quella umanità straordinaria che si espresse nella lingua yiddish e sulla spiritualità, la cultura e i modi di vita che la animarono.» Pare che l’imponente lavoro di ricostruzione compiuto in queste pagine (a impronta divulgativa) da Paul Kriwaczek si soffermi su quella parte di storia del popolo yiddish (durata mille anni circa), e con essa sulla letteratura, sulla lingua, che ha contribuito in maniera rilevante alla storia dell’Occidente. L’intreccio fra la cultura ebraica e la storia europea è analizzato in profondità, ma soprattutto vengono esaminate le vicende interne del mondo yiddish: l’organizzazione delle comunità nell’Europa centro-orientale, le grandi e piccole figure dell’ebraismo nel Medioevo e nel Rinascimento, il difficile ma proficuo rapporto con la modernità, lo spettro dell’assimilazione legata a una progressiva laicizzazione della società, e infine la diaspora in Inghilterra e negli Stati Uniti all’inizio del XX secolo. Una lettura alternativa per celebrare il Giorno della Memoria. [Barbara Ferraro]
Paul Kriwaczek
Yiddish. Ascesa e caduta di una nazione
Edizioni Lindau, 528 pp., € 34

Se in questo momento molti di noi si vergognano di dichiarare pubblicamente la propria nazionalità, rispolveriamo almeno un motivo di vanto per il nostro paese: Hugo Pratt, l’eccezionale narratore per parole e immagini che ha incantato il mondo con le sue storie di marinai, soldati, pirati, zingare e avventuriere.
La casa editrice Lizard, nata e vissura quasi esclusivamente all’ombra della produzione di Pratt, propone, per la prima volta in un unico volume, la serie Gli Scorpioni del deserto. La seconda guerra mondiale è raccontata, senza retorica, dal punto di vista dei soldati di stanza in Africa. Azione e riflessione si alternano con equilibrio, e la malinconica poeticità dei dialoghi ricorda le storie di Conrad e Stevenson che lo stesso Pratt amava tanto. La Lizard aveva già pubblicato la serie in volumi singoli (che avevamo avidamente sbirciato negli anni scorsi) ma stavolta ci viene offerta la possibilità (ad un prezzo ragionevole) di godere di quella continuità narrativa e di quella visione d’insieme del racconto che per Pratt erano tutt’altro che secondari e che costituiscono un valore aggiunto delle sue storie. L’edizione, inoltre, comprende una serie di tavole a colori che ricordano, ancora una volta, la straordinaria capacità di Pratt di rubare, con i suoi acquerelli, l’essenza profonda di persone, cose, paesaggi. Non solo per gli amanti delle storie a fumetti ma per tutti gli amanti delle storie. [Valeria Vitale]

Hugo Pratt
Gli Scorpioni del deserto. Edizione integrale
Rizzoli Lizard, pp 463, € 29
Una madre afflitta da un rimorso struggente che non è solo quello di aver fallito nell’educazione del proprio figlio ma anche di non aver dato altro spazio alla propria personalità se non proprio in rapporto ad esso. Questo romanzo, così come suggerito dal titolo, è diviso in quattro parti: i quattro giorni che Ingrid trascorre nella tensione della scoperta che il figlio ha commesso un atto di violenza nei confronti di uno straniero associata a quella dei ricordi e dei rimpianti. Ricordi grazie ai quali ripercorre la propria storia familiare non solo di madre ma anche di figlia e nipote considerando le storie della propria madre e della nonna. La storia da una diventa quindi molteplice e si stende a macchia d’olio per decenni portando a galla un tratto comune: tutte e tre le donne sono divorziate e hanno, ciascuna a proprio modo, fatto i conti con dei figli disillusi e traditi. Sospesa tra collera e rimpianto, senso di colpa e rabbia, Ingrid scopre come il desiderio comune a tre generazioni di donne sia quello di ottenere qualcosa di diverso dalla maternità. [Maddalena Bonparola]
Jens Christian Grøndhal
Quattro giorni di marzo
Marsilio, 384 pp., € 20

Credo che Ryszard Kapuscinski non abbia bisogno di presentazioni. Il reporter polacco si è guadagnato un posto nella storia del giornalismo del ‘900 con il suo lavoro in Africa e in Russia, testimoniato dalle due pietre miliari Ebano e Imperium. Abbiamo amato in particolare il primo, vero e proprio atto d’amore nei confronti del continente africano e della sua gente, ma al contempo attenta e illuminante analisi storica e sociale, politica e antropologica. Questa capacità di analisi, proveniente dalla sua formazione da storico, unita all’incredibile passione per il suo lavoro e al talento di scrittore, fa di Kapuscinski un autore unico e di questo suo libro postumo, raccolta di scritti da lui stesso progettata prima della sua scomparsa avvenuta nel 2007, un’opera imperdibile per chi sia alla ricerca uno sguardo fresco, brillante, appassionato, competente e illuminante sugli eventi della storia recente e sulle sue dinamiche future. E, a quanto pare, non solo per quanto riguarda Africa e Russia, da sempre al centro del suo lavoro. La curatrice del progetto, Krystyna Stràczek, spiega nell’introduzione: “questi testi mostrano Kapuscinski non solo nei panni di reporter e scrittore, ma dimostrano la sua stupefacente conoscenza del destino e della cultura dei paesi che visitava (non a caso si era formato come storico). Non sono però una mera dimostrazione di erudizione. Kapuscinski richiama i fatti per interpretarli, per mostrare paralleli storici e culturali, e per prevedere il futuro.” [Massimo Basile]

Ryszard Kapuscinski
Nel turbine della storia. Riflessioni sul XXI secolo
Feltrinelli , pp 224, € 8

Non l'ho letto ma mi piace – Ep. 10

Rubrica arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

Non ho fatto parte, qualche anno fa, del folto gruppo di adoratori di Romanzo Criminale e quando in libreria vedevo esposta l’ennesima storia investigativa o giudiziaria di Giancarlo De Cataldo le dedicavo solo sguardi distratti. Forse anche lui si è accorto di aver un po’ saturato i suoi lettori, persino quelli decisamente più affezionati di me, ed è corso ai ripari. Devo riconoscere al giudice-scrittore tarantino di aver tentato un salto coraggioso cambiando completamente genere. A leggere la trama de I Traditori, il suo nuovo romanzo, mi immagino De Cataldo divertirsi un mondo a scrivere questo polpettone risorgimentale che si presenta complicato e improbabile quanto i migliori Dumas. Complice della scelta, probabilmente, anche l’enfasi che quest’anno cadrà sulla questione Unità d’Italia e tutte le polemiche ad essa legate. Ma che De Cataldo fosse un uomo intelligente nessuno lo ha mai dubitato. Il titolo è perfetto e crea un contrasto immediato con gli idealismi rivoluzionari che incuriosisce inevitabilmente il lettore. Il resto lo fa la lista di personaggi per metà reali e per metà frutto di immaginazione letteraria. De Cataldo non si è posto limiti e ha coinvolto dai pittori preraffaelliti alla figlia di Lord Byron, ma sembra aver colto anche l’occasione per condividere alcune sue riflessioni sulla nascita di una nazione complicata e sulle discutibili alleanze che i politici italiani da sempre sono stati disposti a contrattare con le realtà criminali in cambio di un aiuto a conquistare e mantenere il potere. Non mi aspetto un capolavoro, ma un romanzo avvincente che qualche volta sconfini gradevolmente nel trash. Speriamo che De Cataldo non mi tradisca! [Valeria Vitale]
Giancarlo De Cataldo
I Traditori
Einaudi, pp. 584, € 21

Letteratura di frontiera. La Patagonia, i Giapponesi che l’hanno popolata (in fuga dal dopo guerra), la costruzione di una nuova città nel bel mezzo del nulla e un fantomatico piano messo in atto da ex militanti politici. Come affrontare la crisi e la ricostruzione ai confini del mondo e della realtà. Non l’ho letto ma mi piace… per la Patagonia. E per il tentativo – dell’argentino Argemí Raúl – di raccontarla. Tra finzione e storia. [Maria Nesticò]

Argemí Raúl
L’ultima carovana della Patagonia
La Nuova Frontiera, pp. 288, € 17,00
Freddo. Un elemento che difficilmente pensavo potesse appassionare qualcuno. In realtà pare che una documentata (e poetica e appassionata) ricognizione del gelo ci sia e sia anche stata selezionata tra i 100 Notable Books 2009 del New York Times. Si tratta di Gelo. Avventure nei luoghi più freddi del mondo di Bill Streever edito da Edt.
È un diario personale del quale conserva la forma tradizionale con i capitoli intitolati come i mesi da luglio a giugno. Un mix tra percezione personale, scienza (l’autore è uno scienziato) e prospettiva storica, giacché considera glaciazioni ed ere geologiche così come riporta storiche e terribili battaglie in cui il freddo ha avuto un ruolo considerevole se non ha svolto addirittura la funzione di arma. Naturalmente ci si aspetta che ci sia la dimensione geografica e, lo leggiamo nella descrizione fatta da Edt, una bella fetta di spunti letterari, con l’immancabile Jack London, capofila della spesso impari lotta tra uomo ed elementi. [Maddalena Bonparola]
Bill Streever
Gelo. Avventure nei luoghi più freddi del mondo
Edt, pp. 312, € 20,00

Ritorna a breve in libreria Ernesto Aloia, uno degli autori italiani più promettenti e apprezzati, con un romanzo dal titolo accattivante: Paesaggio con incendio. Abbandonata l’esperienza con una major (I compagni del fuoco, Rizzoli, 2007) ritorna a casa dalla Minimum fax, per cui aveva già pubblicato due ottime raccolte di racconti (Chi si ricorda di Peter Szoke? nel 2003 e Sacra fame dell’oro nel 2006). Protagonista della storia Vittorio, storico impegnato su una ricerca dei campi di battaglia della Linea Gotica, che si trasferisce nel paesino di Castagneto, nei pressi dell’Appennino, per una paio di settimane di vacanza. Le torbide dinamiche del piccolo borgo, che nasconde un segreto collettivo, finiranno per influenzare il menage familiare di Vittorio, turbato da dubbi e incertezze mai sopite. Viste le precedenti prove di Aloia come esimersi dal prenotare la propria copia?l. [Cataldo Bevilacqua]

Ernesto Aloia
Paesaggio con incendio
Minimum fax, 150 pp., € 13,00

Non l’ho letto, ma mi piace – Ep. 9

Rubrica arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

Personaggio amato e odiato, strenuo difensore della cristianità contro l’eresia, Nicolas Eymerich è un eroe negativo, cui in qualche modo ci si affeziona e di cui non si può smettere di leggere. Finemente votato al razionalismo estremo, cinico e impietoso. Senza voler scomodare a vuoto mostri sacri della letteratura, fa il verso alla figura tragica del Grande Inquisitore di Dostoevskij, convinto che le masse, ignoranti e meschine, non possano godere della libertà, perché non ne sarebbero capaci. Valerio Evangelisti riesce con maestria a mescolare due generi apparentemente inconciliabili: la fantascienza e la narrazione storica. Nove romanzi da divorare, ognuno a sé stante. Rex tremendae maiestatis è ciò a cui tutte le strade convergono, il decimo e ultimo del ciclo. La resa dei conti del Magister, che come tutti gli eroi, per essere ricordato come tale, deve uscire di scena. Con intelligenza, ne siamo convinti. [Maria Nesticò]
Valerio Evangelisti
Rex tremendae maiestatis
Mondadori, pp. 483, € 18,50
L’ho letto, tanti anni fa, Il giardino segreto. Si trattava proprio di un regalo di Natale e sulle prime non mi piacque per nulla. Fuori contesto, quindi, in questa rubrica, del tutto. In effetti, però, non del tutto, anzi, affatto, perché, superata la prima impressione e la netta avversione per la ragazzina intrattabile e viziata protagonista della storia, Il giardino segreto divenne col tempo uno dei miei libri prediletti e poi perché la versione di cui vi scrivo è quella completamente rinnovata nella traduzione di Beatrice Masini (e dalla copertina accattivante) edita da Fanucci. Questa storia di Frances Hodgson Burnett, straordinariamente densa di realismo, eventi soprannaturali, spunti rivoluzionari, è certamente da riscoprire e gustare, assolutamente apprezzabile quindi il volerle ridare lustro. [Barbara Ferraro]
Frances Hodgson Burnett
Il giardino segreto
Fanucci, pp. 278, € 11,00
Torna nelle librerie, e sotto i nostri alberi di Natale, uno degli scrittori del fantastico più celebrati dalla critica e coccolati dal pubblico: Neil Gaiman. Il suo nuovo libro Odd e il gigante di ghiaccio riporta Neil in un territorio che gli è caro e in cui si muove piuttosto felicemente: l’eccezionale patrimonio narrativo costituito dai miti nordici, già al centro del suo romanzo American Gods. Ed ecco di nuovo dei antichi (Odino, Thor e Loki, per la precisione, ma in sembianze animali) alle prese con il mondo moderno e con nuovi eroi umani, o aspiranti tali.
La struttura sembra quella molto classica del viaggio di formazione con tanto di prova finale che sancirà il valore – e il destino – del piccolo protagonista. Il libro, edito da Mondadori, in verità, lo troverete nello scaffale della letteratura per ragazzi, ma le storie di Neil Gaiman spesso hanno il pregio di farsi amare anche da un pubblico più adulto.
Odd e il gigante di ghiaccio è un patetico tentativo di ricalcare formule di successo o è una nuova bella storia partorita dal più amabile degli autori gotici contemporanei? Non lo sappiamo, ma noi, dobbiamo confessarlo, a Neil vogliamo molto bene e preferiamo sperare per il meglio. Impreziosito dalle belle illustrazioni di Brett Helquist, questo libro potrebbe essere un ottimo regalo per avvicinare qualcuno alla lettura e non necessariamente di età compresa tra gli 11 e i 13 anni. Attenti però: una volta scoperto Neil Gaiman potrebbe non volersi fermare più. [Valeria Vitale]
Neil Gaiman
Odd e il gigante di ghiaccio
Mondadori, pp. 120, € 14,00

The woods decay, the woods decay and fall,
The vapours weep their burthen to the ground,
Man comes and tills the field and lies beneath,
And after many a summer dies the swan.
(Lord Tennyson, Tithonus)

Non l’ho letto ma mi piace perché per raccontare un punto di vista, il proprio, sulla cultura americana e il suo narcisismo, la sua superficialità e la sua ossessione per la giovinezza nessun altro titolo avrebbe colto così profondamente il segno. Dopo molte estati muore il cigno di Aldous Huxley: una storia, al tempo stesso satirica e filosofica, incentrata sull’antico, e quantomai contemporaneo e sfibrante, desiderio dell’uomo di vivere per sempre. Da quando nel 1939 fu data alle stampe per la prima volta ogni volta si rinnova attorno a questo suo nucleo e perno: con tutte le paure e le incertezze che gli sono complementari. Di Aldous Huxley Cavallo di Ferro ha pubblicato anche I diavoli di Loudun. che il New York Times Book Review ha definito «Il culmine della straordinaria carriera di Huxley». [Maddalena Bonparola]

Aldous Huxley
Dopo molte estati muore il cigno
Cavallo di ferro, 333 pp., € 19,00

Non l’ho letto, ma mi piace – Ep. 8

Capitolo 8: dove si legge di Nobel meritati e non assegnati, ventenni disoccupati, alberi di Natale infestati, ricconi sfondati, mentre Jack Kerouac volteggia nello spazio sfinito e Marilyn Monroe ci versa un tè nella sua libreria.

Gotico americano di William Gaddis, appena riedito da Alet, è il romanzo che ci farà compagnia mentre finiremo di sgranare, con sguardo vacuo e mani frementi, il rosario di settimane, giorni, ore, minuti e secondi che ancora ci separano dall’uscita italiana di Freedom di Jonathan Franzen. L’accostamento non è affrettato: che Franzen sia debitore di Gaddis per alcuni aspetti della sua narrativa ce ne accorgeremmo tutti anche se lui stesso non l’avesse dichiarato “un suo vecchio eroe letterario”; non a caso Gaddis e Franzen (e David Foster Wallace) sono i tre più grandi, geniali e complessi autori americani del secondo dopoguerra, e in un mondo perfetto avrebbero vinto un Nobel per la letteratura a testa, se non fosse che la commissione di Stoccolma, a partire dagli anni ’80, ha preferito darlo in genere a illustri sconosciuti di cui a ragione ci si è dimenticati subito dopo (anche se negli ultimi anni hanno un po’ ripreso la brocca). Ma sto divagando, quindi torniamo a Gaddis e ai motivi per cui lo si deve leggere. La scheda ci promette un romanzo, se non “gotico” in senso stretto, certo americano nel senso più ampio. Riassumerla è pressoché impossibile (vedere per credere), dato l’inesorabile intrecciarsi delle storie di diversi personaggi in un’unica narrazione – al tempo stesso racconto familiare ed epopea nazionale, storia di fatti privati e analisi di mentalità e strutture sociali – che caratterizza la migliore narrativa americana. Una narrativa che, proprio con autori come Gaddis, raggiunge livelli che noi semplicemente ci sognamo (per una delle rare eccezioni, cfr. subito qui sotto). Rassegniamoci, e continuiamo a imparare da loro.
William Gaddis
Gotico americano
Alet, pp. 288, € 16,00
Tommaso Pincio è un autore a cui vogliamo particolarmente bene; perciò siamo contenti che minimum fax abbia deciso di riproporre Lo spazio sfinito, il suo secondo romanzo già edito da Fanucci nel 2000 e oggi altrimenti irreperibile. Se già non l’avete letto, leggetevi la scheda, e probabilmente già alla frase “Jack Kerouac si prepara a passare nove settimane nello spazio per conto della Coca-Cola Enterprise” sarete conquistati. Oppure penserete qualcosa tipo: “Mio dio, ma che idiozia” (o sinonimi). In tal caso però peggio per voi: vi perderete l’opera (secondo me) più caratteristica dello scrittore romano, in cui la trasfigurazione della realtà reale in realtà immaginaria è così sapiente che la stessa realtà sembra uscirne perplessa. Le storie di Kerouac, Arthur Miller e la consorte Marilyn Monroe (nella veste di libreria), intrecciate con quelle di personaggi minori, ci mostrano un universo parallelo in cui il sogno americano è diventato una strada che i personaggi più celebri del nostro immaginario si trovano a percorrere a capo chino, svuotati di emozioni, desideri, rappresentatività; gusci che galleggiano in se stessi in un’esistenza alternativa che ha decretato il loro fallimento prima ancora – anzi senza che – si sia avverata la loro realizzazione. Un gioco di ricombinazioni e sperimentazioni che Pincio già aveva messo in scena in M., e che qui si fa ancora più spietato; un racconto che rende il lettore sfinito come lo spazio in cui vortica Kerouac. Terrà ancora, dopo dieci anni? E perché ve ne avrei parlato, altrimenti?
Tommaso Pincio
Lo spazio sfinito
minimum fax, pp. 157, € 13,50
Avere ventanni (senza apostrofo) è una serie di documentari ideati, condotti e diretti da Massimo Coppola insieme a Giovanni Giommi e Alberto Piccinini e trasmessi da MTV Italia dal 2004 al 2006 (con l’apostrofo invece diventa un film del 1978 di Fernando Di Leo con Gloria Guida e Lilli Carati; potenza dell’interpunzione). Lo guardavo quando vent’anni ce li avevo ancora, trovandolo uno dei prodotti più interessanti del panorama televisivo di allora, con punte di autentica genialità in alcune puntate e (vabbè dài, inevitabile) di una certa ruffianeria in altre. Dalle diverse realtà che la troupe di Coppola incontravano andando in giro per l’Italia in pulmino a realizzare interviste a metà strada tra Moretti e Gandini, emergeva un ritratto a 360° della “ventennità” (si può dire?) italiana negli anni del berlusconismo (cioè quelli della ricchezza di alcuni e della disoccupazione di tutti gli altri) che rispecchiava per-fet-ta-men-te ciò che capitava, nello stesso periodo, a me neolaureato, e anche ciò che ancora non sapevo mi sarebbe capitato. L’elenco sarebbe lungo (e poi a un certo punto sono pure fatti miei): se volete farvi un’idea, sul solito wiki trovate tutti i titoli delle puntate trasmesse. Ma sapete cosa vi dico, stavolta? Non fatevi nessuna idea: bypassate wiki e saltate direttamente al cofanetto appena pubblicato da ISBN: ci trovate 5 dvd 5 con tutte le tre serie passate su MTV più il diario di lavorazione delle puntate. Forza, su!
Massimo Coppola.
Avere ventanni. I giovani nell’era Berlusconi
ISBN, 5 dvd + libro, € 19,50
Notte di Natale. Quindici storie sotto l’albero è il tentativo, lodevole anzichenò, compiuto da Einaudi per ricordarci che, nei secoli, anche altri autori si sono cimentati sul tema del Natale, oltre a Dickens che sì, ok, il Natale l’ha inventato lui e tutto quanto, ma oggi come oggi la sua raccolta dei Christmas Books (Canto di Natale a parte), terribilmente noiosi e letterariamente meno che nulli, possiamo senza remora alcuna prenderla e gettarla nel camino la notte della vigilia, per ravvivare il fuoco mentre finiamo il torrone. Per chi voglia correre il tremendo rischio di ampliare la propria prospettiva storica e guardare (si può, si può) anche al di là di Dickens, l’antologia einaudiana ci snocciola davanti agli occhi quindi racconti natalizi dalla fine del Settecento all’inizio del Novecento: o, se preferite, da E.T.A. Hoffmann e Hans Christian Andersen a Henry e Yeats, passando per Gogol, Dostoevskij, Maupassant… E se proprio non riuscite a stare senza c’è anche Dickens (ma NON con il racconto più celebre: altri punti a favore). La scheda ci parla di preparativi, alberi di Natale, angeli e fantasmi, famiglie a cena davanti al fuoco e persone smarrite tra i ghiacci delle montagne, solitudini e calore nella notte che, non c’è niente da fare, resta la più magica e misteriosa dell’anno. Quest’anno facciamoci tutti un regalo: cambiamo musica, scopriamo alcune voci poco conosciute di autori celeberrimi, ma soprattutto Basta. Dickens. Per. Favore.
Autori vari
Notte di Natale. Quindici storie sotto l’albero
Einaudi, pp. 328, € 16,00

I privilegiati è il quinto romanzo di Jonathan Dee e (se non erro) il primo tradotto in italiano; ed è una storia che ci mostra come, malgrado tutto ciò che ci hanno insegnato, il crimine e la disonestà pagano, e pure tantissimo. Tanto che quelli che li praticano sono ricchi sfondati, abitano nel quartiere più elegante e vergognosamente esclusivo di Manhattan, frequentano le cerchie più ristrette del jet set e devono persino assumere un consulente per le spese personali. Proprio questo è l’ambiente dorato in cui vivono, stando alla scheda, i protagonisti Adam e Cynthia Morey, intelligenti, belli, frivoli, perfetti in tutto ciò che fanno. Certo, c’è l’inevitabile prezzo da pagare: ma (e questo è uno degli aspetti che mi incuriosiscono del libro) sembra che Dee introduca una novità di prospettiva piuttosto interessante, spostando lo scotto della propria avidità non nel consueto unhappy ending che travolge gli eccessivamente ambiziosi, ma prima, nella fase “preliminare”. Quando si è impegnati a far soldi non si ha tempo per gli altri, e nemmeno per se stessi: si sacrifica tempo, dignità, valori, relazioni; si rischia di diventare aridi, ripetitivi, soli. Ma quando finalmente si entra a far parte della classe privilegiati, il gioco è fatto: in possesso di tutto, al sicuro di tutto, si è diventati quasi una tipologia diversa di esseri umani. Con tutta la mostruosità che questo comporta, ovviamente. Visti i temi, credo sia lecito aspettarsi quella freddezza descrittiva sarcastica e impietosa che a me personalmente piace così tanto in un libro del genere da consigliarvelo a occhi chiusi anche senza aver mai sentito nominare l’autore.

Jonathan Dee
I privilegiati
Neri Pozza, pp. 288, € 16,50

Non l'ho letto, ma mi piace – Ep. 7

Rubrica settimanale arbitraria, casuale e insindacabile di segnalazioni letterarie su libri che non abbiamo ancora letto, ma che comunque vi consigliamo. E se poi avessimo ragione noi?

Pronto Soccorso e Beauty Case non l’ho ancora letto, ma mi piacerebbe senz’altro e non perché sia la nuova creatura edita da Orecchio Acerbo, non perché l’autore sia Stefano Benni, garanzia di una penna caustica e irriverente, e non perché le illustrazioni di Francesca Ghermandi ammicchino al mondo diretto e immediato dei fumetti alla Pazienza… Piuttosto mi piacerebbe perché pare dia spazio e opportunità all’amore senza freni (come la motocicletta di Pronto Soccorso, il protagonista della storia), quello che non conosce limiti di velocità, quello che non sta ingabbiato nelle patinature di principi e principesse, nell’ingessata (anche se il gesso Pronto Soccorso sa bene cosa sia, vista l’alta frequentazione che fa dell’ospedale) e stucchevole immobilità dell’eleganza e dell’apparenza. Per uno che come Pronto Soccorso prende la vita a duecentosettanta chilometri l’ora, l’incontro (scontro) con Beauty Case, sciampista del quartiere bella e tutta curve, che nemmeno il Mugello ne ha tante, sembra quasi inevitabile; e quando l’amore ti investe, non c’è multa che tenga!
Lo leggerò, questo è certo, o forse andrò a sentirlo leggere proprio da Stefano Benni (e David Riondino) a Più libri Più liberi, il prossimo 5 dicembre alle ore 11.00. Nell’attesa vi rimando a questo simpatico booktrailer.  [Barbara Ferraro]
Stefano Benni
Pronto Soccorso e Beauty Case
Orecchio Acerbo, pp. 56, € 12,00
È la morte che instilla la vita tra le pagine simboliche e raffinate di Bassure, raccolta di racconti della scrittrice rumena, premio Nobel, Herta Mueller. Quando Herta Mueller pubblicò per la prima volta questi racconti aveva solo 29 anni; ad essi, riediti quest’anno da Feltrinelli nella traduzione di Fabrizio Rondolino e Margherita Carbonaro,  in una versione ampiamente rivista e corretta dall’autrice, faranno seguito i successi che l’hanno resa celebre. Ricordo che ero a Brema, nel 1997, quando in libreria acquistai un piccolo libricino, Druckender Tango, per familiarizzare con la lingua letteraria. Rimasi perplessa dinanzi alla complessità del lessico e alla frammentarietà della costruzione, il che da un lato mi indusse a migliorare il mio tedesco e dall’altro mi convinse dell’assoluta necessità di leggere quanto più possibile di questa autrice. In Italia non trovai nulla di tradotto, quello che ho letto prima che le fosse assegnato il Premio Nobel per la letteratura, l’ho letto in tedesco.
Per fortuna si è dato l’avvio a un lavoro di scandaglio, e i tesori sommersi che riemergono sono tantissimi. Confido molto in Bassure. L’opera è composta da diciannove capitoli, diciannove quadri strettamente correlati. Tutto inizia con l’inquietante tensione de L’orazione funebre, che ci fa entrare nella vita di una bambina sveva che assiste al funerale del padre. Quando si tratta di Herta Mueller non ci dovrebbero essere dubbi: il valore dei suoi scritti è altissimo. Questo specifico lavoro, nella fattispecie, è un apripista di quella ricchezza lirica della prosa e dell’iridescenza poetica dei pensieri  cui l’autrice ci ha abituati con i successivi L’altalena del respiro o Il paese delle prugne verdi. [Barbara Ferraro]
Herta Mueller
Bassure
Feltrinelli, pp. 160, € 15,00
Sempre a caccia di tesori sommersi, nascosti, noi di AtlantideZine non potevamo che rizzare le antenne nel momento in cui ci siamo imbattuti in questo titolo, Le chiavi per aprire 99 luoghi segreti di Roma, scritto da Costantino D’Orazio, curatore d’arte d’eccellenza, che promette di farci scoprire molti dei luoghi più affascinanti e sconosciuti della città eterna, spiegandoci per filo e per segno come, quando e con chi visitarli. Una guida ma al contempo molto di più: uno strumento di esplorazione, scoperta, memoria, un modo per andare a fondo nello scoprire quel mondo che sta sotto la superficie dei soliti percorsi, dei soliti monumenti, alla scoperta di luoghi sconosciuti o sempre ritenuti inaccessibili e che invece possono essere scoperti conoscendo il modo corretto di avvicinarcisi. E così solo leggendo la scheda del libro ci entusiasmiamo venendo a sapere che “accanto al garage di un condominio moderno si scoprirà un ipogeo del IV secolo, decorato da affreschi perfettamente conservati” o che si possa “scendere a otto metri di profondità per ammirare l’unico frammento rimasto della celebre Meridiana di Augusto”.  Il libro, che è il risultato di un ventennio di passione, lavoro, ricerca e raccolta sarà in vendita dal 2 dicembre giorno in cui verrà presentato alla libreria dell’Auditorium a Roma. [Massimo Basile]
Costantino D’Orazio
Le chiavi per aprire 99 luoghi segreti di Roma
Palombi Editori, pp. 257, € 14,00

È uscita a luglio nelle sale americane una nuova storia irlandese di Neil Jordan che si preannunciava più seducente, intensa e misteriosa che mai, essendo (liberamente) ispirata al mito norreno di Ondina. Un pescatore amareggiato da una vita non facile – vedovo con una figlia costretta sulla sedia a rotelle – ritrova un giorno nella sua rete qualcosa di decisamente inusuale: una bellissima donna che sembra, in tutto e per tutto, l’incarnazione di uno spirito delle profondità marine. Ma la fortuna, e la felicità, vanno meritate, come spiega il prete confidente ed amico del protagonista (l’ottimo Sthephen Rea, presenza abituale delle pellicole di Jordan). Il pescatore è pronto a credere? E il pubblico? Nonostante sia un artista pluripremiato e supportato da un pubblico affezionato, non sempre i film di Neil Jordan vengono distribuiti in Italia, se non dopo ritardi biblici e incomprensibili. Nemmeno la presenza del divo di Hollywood Colin Farrell (in sexy mise da uomo di mare) ha salvato Ondine dal suo triste destino annunciato e questo film che tutti i cinefili italiani attendevano con ansia nelle nostre sale non è passato nemmeno per un saluto. Ha fatto capolino, il mese scorso, direttamente in DVD (Sony Pictures Home Entrateinment) sugli scaffali dei negozi, demolendo ogni residua speranza di goderlo, prima o poi, proiettato sul grande schermo. Se deciderete di acquistarlo, scegliete per vederlo una sera in cui la pioggia batte con tanta forza sulle vostre finestre da farvi pensare che l’acqua voglia entrare nella stanza; poi spegnete la luce e lasciate che l’home video digitale vi consoli della deprimente miopia del mercato cinematografico italiano. [Valeria Vitale]

Neil Jordan (regia)
Ondine. Il segreto del mare
Sony Pictures Home Entrateinment (DVD), € 18,99


È la morte che instilla la vita tra le pagine simboliche e raffinate di “Bassure”, raccolta di racconti della scrittrice rumena, premio Nobel, Herta Mueller. Quando Herta Mueller pubblicò per la prima volta questi racconti aveva solo 29 anni; ad essi, riediti quest’anno da Feltrinelli nella traduzione di Fabrizio Rondolino e Margherita Carbonaro, in una versione ampiamente rivista e corretta dall’autrice, faranno seguito i successi che l’hanno resa celebre.


L’opera è composta da diciannove capitoli, diciannove quadri strettamente correlati. Tutto inizia con l’inquietante tensione de L’orazione funebre, che ci fa entrare nella vita di una bambina sveva che assiste al funerale del padre. Quando si tratta di Herta Mueller non ci dovrebbero essere dubbi: il valore dei suoi scritti è altissimo. Questo specifico lavoro, nella fattispecie, è un apripista di quella ricchezza lirica della prosa e dell’iridescenza poetica dei pensieri cui l’autrice ci ha abituati con i successivi “L’altalena del respiro “ o “Il paese delle prugne verdi”.