Portateci a Torino. Crowdfunding contro la crisi

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Mirella Nania, Vita Nova, 2012
Mirella Nania, Vita Nova, 2012

In un periodo di profonda e perdurante crisi finanziaria, come quello in cui ci troviamo gettati, capita che, quasi allo scadere del tempo disponibile, ci si trovi a riconsiderare l’effettiva realizzabilità di un progetto che, preventivamente, si considerava certo e inattaccabile. Spariscono i vecchi sponsor e non se ne trovano di nuovi, i finanziamenti promessi tardano a concretizzarsi e i fondi in cassa sono un ricordo. In situazioni come queste, o ci si da per sconfitti, o ci si intestardisce, magari mossi dalla convinzione che il succitato progetto è realmente valido e non merita di venire accantonato in attesa di tempi migliori.

Anna Capolupo, Ordine, 2010
Anna Capolupo, Ordine, 2010

Quest’ultima reazione, orgogliosa e combattiva, è quella che ha spinto l’associazione culturale no profit Oesum Led Icima, che si occupa dell’organizzazione e promozione degli eventi artistici del MACA (Museo Arte Contemporanea Acri), a lanciare la sua prima campagna di crowdfunding. La finalità della raccolta fondi è quella di portare a conclusione la seconda annualità del progetto espositivo itinerante Young at Art, attraverso il quale, il museo di Acri, in Calabria, promuove il lavoro di un gruppo di giovani talenti della scena contemporanea regionale. Selezionati a inizio 2013 tra oltre 100 candidati, i 12 artisti che partecipano alla seconda edizione del progetto Young at Art (Anna Capolupo, Maurizio Cariati, Salvatore Colloridi, Marco Colonna, Giovanni Fava, Giuseppe Guerrisi, Salvatore Insana, Giulio Manglaviti, Domenico Mendicino, Mirella Nania, Gregorio Paone e Giusy Pirrotta) hanno già esposto le loro opere al MACA, tra l’aprile e il maggio scorsi e, successivamente, all’interno della VII edizione della Biennale d’arte contemporanea “Magna Grecia”, riscuotendo, in entrambi i casi, un buon riscontro di pubblico.

Giusy Pirrotta, Chroma (still from video)
Giusy Pirrotta, Chroma (still from video)

«Ma non è nulla in paragone al numero di visitatori e appassionati d’arte che si daranno appuntamento a Torino a partire dal 6 novembre – si legge nel comunicato stampa inviato per promuovere la campagna di crowdfunding –. Noi intendiamo intercettare più pubblico possibile, perché siamo convinti del valore dei 12 talenti artistici che compongono l’edizione 2013 di  Young at Art. Per questo motivo vogliamo portare la mostra itinerante nel cuore dell’azione, in uno spazio appositamente dedicato a loro all’interno di Paratissima, la più importante manifestazione off di Artissima che, nel 2012, ha richiamato a sé 100.000 visitatori».

Salvatore Insana, Space Time Lapse_out of this time
Salvatore Insana, Space Time Lapse_out of this time

L’associazione, allora, ha deciso di appoggiarsi alla piattaforma Kapipal, dando vita a una campagna di raccolta fondi che ha già visto qualche contributor farsi avanti, probabilmente attirato dai premi che sono stati messi a disposizione per le donazioni più generose: dai cataloghi delle tante mostre del MACA, sino alle coloratissime sculture in vetro realizzate dall’artista Silvio Vigliaturo, di cui il museo ospita un’ampia collezione. «Partecipare alla campagna di crowdfunding è facile, veloce, sicuro al 100% e lo si può fare a partire da un contributo minimo di 5 dollari andando al seguente link: http://www.kapipal.com/young-at-art».

Giovanni Fava, Senza titolo, 2008
Giovanni Fava, Senza titolo, 2008

Si tratta di un esperimento a cui l’associazione Oesum Led Icima si approccia con fiducia. « Crediamo fermamente nel progetto Young at Art, ed è per questo motivo che chiediamo un vostro aiuto, convinti che i 12 talenti che vi prendono parte meritino di essere visti e conosciuti da un pubblico vasto quanto può essere quello composto dai visitatori di Paratissima, e che essi possano dare un’immagine di una Calabria nuova, bella e ricca di creatività ».

info: http://youngatart2013.com; info@museomaca.it

BAM! La Street Art arriva nelle Langhe

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Dal 21 al 23 giugno a Bergolo e Levice (CN), nasce il BAM Bergolo – Levice Art Museum.

Il BAM è una galleria di street art a cielo aperto concepita per promuovere e valorizzare il patrimonio artistico e urbano dell’Alta Langa e realizzata grazie agli interventi di nove street artist italiani (Corn79, Mrfijodor, Refresh Ink, SeaCreative, Truly Design, Vesod, Vs., Fabio Weik, Whatafunk) che sabato 22 giugno dipingeranno le superfici pubbliche disponibili.

Il progetto rappresenta la seconda applicazione del modello di rigenerazione degli spazi urbani sperimentato a Torino con SAM (Street Art Museum).

Il BAM è realizzato dalla Proloco di Bergolo e dal Comune di Levice nell’ambito della 3° edizione del Bergolo Art Festival, in collaborazione con le associazioni BorderGate e Il Cerchio e le Gocce, con la direzione artistica di Roberto Mastroianni e il coordinamento organizzativo di Carmelo Cambareri.

Durante le tre giornate del 3° Bergolo Art Festival oltre al BAM si terranno mostre, concerti, dj set e il 3° Concorso Nazionale di Arte Murale promosso dall’associazione ArteYBarbieria di Alba.

info: info@bam-museum.it – www.bam-museum.it

La mostra più importante. Martin Scorsese a Torino

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«Lasciatemelo dire: è la mostra più importante che si tenga quest’anno a Torino». Con queste parole termina il breve intervento introduttivo di Ugo Nespolo, noto artista nonché presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino. È una frase che ci si aspetta venga proferita da qualsiasi presidente di una nota istituzione museale, in occasione di una qualsiasi grande mostra. Ci mancherebbe che Nespolo non cerchi di portare acqua al suo mulino. Eppure, il suo tono di voce, seppur nella fretta di terminare il proprio intervento nel minor tempo possibile, tradisce la soddisfazione, ampiamente condivisa dal resto dell’apparato del museo, di aver dato vita a qualcosa di bello, enormemente interessante e, per riprendere le sue parole, importante.

Il protagonista non può intervenire fisicamente, perché preso dalla fase di montaggio del suo prossimo film – The Wolf of Wall Street, con Leonardo Di Caprio nuovamente nella parte del protagonista –, ma fa sentire la sua presenza e il suo sentito apprezzamento tramite un breve video-messaggio. C’è una sua stretta collaboratrice a sostituirlo: Sandy Powell, costumista britannica candidata nove volte agli Academy Awards e vincitrice di tre statuette, una delle quali per The Aviator, film del 2004 con Leonardo Di Caprio, ancora lui, nei panni del miliardario Howard Hughes. Un capolavoro, certo, ma forse non tra i film migliori di Martin Scorsese e questo è già un’indicazione della sua grandezza come regista e come artista.

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Avendo a che fare con un nome del genere, sarebbe stato facile abbozzare una semplice mostra con una selezione di fotogrammi e immagini dal set e ottenere comunque l’attenzione del pubblico e dei media. Grazie alla splendida scenografia della Mole Antonelliana, che ospita il Museo del Cinema, sarebbe anche stato facile farla franca, ma Nespolo, il direttore Alberto Barbera e i curatori Kristina Jaspers e Nils Warnecke, della Deutsche Kinemathek di Berlino, che ha coprodotto l’evento, hanno probabilmente colto l’immoralità di rendere un omaggio solo di facciata a un tale genio vivente, e hanno lavorato puntigliosamente su ogni minimo dettaglio, dall’allestimento, alla ricchezza e varietà del materiale presente, sino al catalogo e al supporto iPad per rendere la visita ancor più approfondita e interattiva.

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La mostra SCORSESE raccoglie una mole enorme di materiali, molti dei quali inediti e di appartenenza dello stesso regista e del suo approfonditissimo archivio privato, e si snoda a partire dall’Aula del Tempio, cuore del museo torinese in cui troneggia la gigantesca statua del dannunziano Cabiria, in cui quattro teche contenenti i costumi originali di Gangs of New York, L’età dell’innocenza e Toro scatenato e un’affascinante mappa luminosa rendono omaggio alla New York scorsesiana, vera prima donna della maggior parte delle sua pellicole. Proseguendo sulla rampa elicoidale si entra in stretto contatto con la vita e il lavoro del regista, l’una fonte d’ispirazione dell’altro, declinate in nove tematiche esemplari: famiglia, fratelli, uomini e donne, eroi solitari, New York, cinema, riprese, montaggio e musica. Sarebbe facile aspettarsi che le fotografie che ritraggono Scorsese e i tanti grandissimi protagonisti dei suoi film siano la parte più affascinante dell’insieme, ma non è così, per quanto anche queste non manchino di interesse. Gli storyboard originali, tra cui quello di Taxi Driver, le sceneggiature, tutti i documenti in cui è viva e presente la mano del regista, attraverso note minuziose, sono le testimonianze più fertili della sua passione per il cinema e della mania connaturata al suo genio e la mostra ne è letteralmente piena, tanto da arrivare quasi a supplire alla mancata presenza del regista newyorkese all’evento.

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Questa è davvero una mostra importante e non soltanto per gli appassionati di cinema. Scorsese è uno dei più grandi autori della seconda metà del Novecento e non si meritava nulla di meno.

Fino al 15 settembre 2013
Museo Nazionale del Cinema
Mole Antonelliana
Via Montebello 20, Torino
Info: www.museocinema.it

Di corsa alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

corsART

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, centro per l’arte contemporanea di Torino, presenta corsART, la prima corsa dentro un museo.
Il contest, lanciato nella pagina Facebook della Fondazione, permetterà ai visitatori di correre liberamente dentro lo spazio espositivo.
A differenza dei protagonisti di Band à part di Jean-Luc Godard e di The Dreamers di Bernardo Bertolucci che correvano nelle sale del Louvre, i visitatori non dovranno battere un record.

Un modo divertente di vivere il museo, all’insegna della trasversalità e della contaminazione: cinema, arte, sport, creatività e fotografia.
Le foto inviate a press@fsrr.org verranno pubblicate nella pagina Facebook della Fondazione.

corsART
Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16 Torino
www.fsrr.org

Questo non è un museo, forse.

Centre d'Art Contemporani Fabra i Coats

A Barcellona, da alcune settimane, esiste un nuovo museo d’arte contemporanea. Il Centre d’Art Contemporani Fabra i Coats si presenta come un progetto ambizioso e innovativo, che a prima vista sembra non aver rinunciato alle sue velleità rivoluzionarie nonostante i tagli dei fondi e le polemiche che ne hanno accompagnato la lunga e travagliata nascita.

Centre d'Art Contemporani Fabra i Coats

L’ubicazione, all’interno della dismessa e periferica fabbrica tessile Fabra i Coats, è tanto l’esito di questo percorso tormentato quanto una delle caratteristiche più innovative del centro. Pensato inizialmente per occupare un edificio prossimo alla centralissima Rambla, spostato in seguito nell’abbandonato Canodromo – riconvertito in spazio espositivo con fondi pubblici e per la gestione del quale un famoso storico dell’arte svizzero percepiva uno stipendio da capogiro fin dal 2009, quando sul luogo l’unica traccia visibile del futuro museo erano poche impalcature -, il nuovo centro d’arte contemporanea è approdato infine a Sant Andreu, un quartiere periferico in cui si respira aria di paese e nei cui bar non si vedono ancora menù in inglese. Lontano dai classici percorsi turistici – il bus turistico che crea code interminabili in plaça Catalunya non prevede nessuna fermata nella zona – il museo è un tentativo di decentralizzare l’offerta culturale cittadina, e con essa l’epicentro di un processo di riqualificazione urbana che a Barcellona ha nel turismo uno dei suoi elementi propulsori e che fino ad ora ha preso di mira soprattutto il centro della città.

Come è noto, però, – e come si vede bene in alcuni quartieri centrali della capitale catalana – il rischio della riqualificazione è sempre la gentrificazione, ovvero quel fenomeno che fa sì che il miglioramento urbano di un’area della città non sia a beneficio dei suoi residenti, i quali si vedono invece costretti a lasciare i loro appartamenti ad inquilini più abbienti, perché non possono più permettersi di pagare gli affitti cresciuti a ritmo esponenziale.

Centre d'Art Contemporani Fabra i Coats

Per quanto sia difficile predire quale opera di riqualificazione si trasformerà in un caso di gentrification, il centro d’arte Fabra i Coats sembra essere stato concepito come lo strumento di un miglioramento urbano che deve rivolgersi innanzitutto ai residenti del quartiere popolare di Sant Andreu. Infatti, mentre una parte della ex-fabbrica tessile è stata adibita a spazio espositivo, un’altra ala dell’edificio è stata inserita nel circuito delle Fàbriques de Creació di Barcellona. Le Fàbriques sono un insieme di antichi recinti industriali, spesso situati in quartieri periferici, oggi restaurati e dotati di laboratori di creazione pensati per offrire ai cittadini spazi e attrezzature che permettano la produzione di arte e cultura in loco. Anche se a Sant Andreu le due aree del recinto industriale non si sono ancora pienamente integrate – dopo un’inaugurazione congiunta il Centre d’Art Contemporani, temporaneamente gestito dal MACBA, è l’unico spazio attualmente fruibile con regolarità e non dispone di informazioni sul programma dell’adiacente Fàbrica – il complesso Fabra i Coats, nel riunire fianco a fianco luoghi di creazione e luoghi di fruizione dell’arte, aspira evidentemente a fornire agli artisti locali un accesso privilegiato ai circuiti di distribuzione internazionale dell’arte, che altrimenti rimarrebbero loro preclusi.

Centre d'Art Contemporani Fabra i Coats

Se il contenitore ha subito voluto presentarsi come innovativo, il contenuto non è da meno: il centro d’arte contemporanea ha aperto i suoi battenti offrendo ai visitatori un’esposizione che non è un’esposizione. Nell’unica sala finora aperta al pubblico, infatti, è visibile non un insieme di opere finite e fatte per essere esposte, ma tracce di performances che hanno avuto o che avranno luogo all’interno della fabbrica, e alcuni video che riflettono sulla figura ed il ruolo dell’artista nella società contemporanea. Con questo primo, atipico progetto – il cui titolo Això no és una exposició d’art, tampoc (questa non è un’esposizione d’arte, nemmeno) ricorda quello della (non)mostra Esto no es una exposición, in cui al visitatore era permesso scegliere, tra gli oggetti esposti, quelli che trattavano temi di suo interesse, e portarli con sé per poterne fruire in un altro contesto – il nuovo museo catalano vuole proporre un’alternativa alle forme canoniche di distribuzione e fruizione dell’arte, tra le quali la più comune è l’esposizione, che consiste in un insieme di opere riunite nel tentativo di sviluppare un discorso o una tesi, e raccolte a tal fine in un luogo in cui possono essere solamente osservate .

Centre d'Art Contemporani Fabra i CoatsSecondo un’interpretazione più radicale, però, la non-esposizione organizzata nella fabbrica Fabra i Coats può essere letta come una messa in questione non solo dei modi di fruizione delle opere, ma dell’idea stessa di opera come prodotto stabile e finito, che viene offerto da un artista ad un pubblico perché quest’ultimo ne usufruisca come mero spettatore. Il “tampoc” del titolo – confessa in effetti il curatore – allude al “même” de La mariée mise à nu par ses célibataires, même di Duchamp, opera emblematicamente mai portata a termine, e a confermare questa ipotesi interpretativa radicale interviene la scelta della performance, una pratica artistica sorta negli anni Settanta proprio con la finalità di dar forma ad una creazione effimera, che nasce dalla collaborazione di artista e pubblico e che costituisce un evento non ripetibile.
Creazione e fruizione, artista e pubblico, nel centro d’arte contemporaneo, sono più che mai indispensabili l’uno all’altro, anzi si mescolano fino a diventare indistinguibili nell’opera stessa. Speriamo che anche i due lati della fabbrica non rimangano separati troppo a lungo.
Fino al 27 gennaio 2013
Carrer de Sant Andrià 20, 08030 Barcelona

Alfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = Politica

“Paese che vai, usanza che trovi”, si bisbigliavano tra loro i viaggiatori e gli emigrati del passato, come se volessero mitigare il loro stupore di fronte alle altrui culture con il ricorso al senso comune della patria distante. Nell’era della globalizzazione, il vecchio proverbio si sente ripetere sempre meno. Se oggi, quando a dettare le leggi delle usanze non è più il luogo, ma il tempo, volessimo aggiornare quel vecchio adagio, potremmo dire: “anni in cui vivi, moda che trovi. Ovunque tu vada”. E una delle mode di questi anni dieci del XXI secolo è senza ombra di dubbio quella dell’evento-che-dura-una-settimana. Anche se alcune week of hanno alle spalle una lunga tradizione – la prima fashion week di New York risale agli anni della seconda guerra mondiale, quando la città statunitense decise di approfittare dell’assedio di Parigi per sfidare l’egemonia francese nel mondo della moda– recentemente si è assistito a una vera e propria epidemia del festival settimanale, che pare non voler risparmiare nessun luogo né prodotto.

A Berlino, dove già da alcuni anni il punk e i club illegali sembrano aver ceduto il passo alle settimane della moda e della musica, è appena terminata la prima Berlin Art Week della storia. Per una settimana, nei musei e nelle istituzioni culturali della città si sono susseguiti mostre e incontri a cui si poteva accedere con l’acquisto di un solo, economico ticket. Contemporaneamente, in altri due luoghi simbolo del passato della capitale tedesca – a Tempelhof, l’aeroporto del ponte aereo che ha rifornito di alimenti la Berlino-ovest isolata nel blocco sovietico, e nella stazione di Gleisdreieck, situata a lato del muro e perciò pressoché abbandonata negli anni della guerra fredda– si sono tenute due fiere di arte contemporanea, già frequentate da anni da galleristi e collezionisti di tutto il mondo. Senza il supporto di questi due eventi legati al mercato dell’arte – affermano gli organizzatori – la Berlin Art Week non avrebbe avuto luogo.

Alfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = Politica

Per fare arte e cultura, anche in una città simbolo del comunismo e della controcultura com’è stata Berlino, c’è bisogno di denaro. Kultur = Kapital (cultura = capitale). L’identità, scritta con tubi al neon da Alfredo Jaar, e visibile fino a poco tempo fa a chiunque passasse di fronte alla vetrata della centralissima galleria berlinese Thomas Schulte, sembrava confermare la precedente constatazione di senso (quasi) comune. Nella mente del passante disposto a soffermarsi sull’equazione luminosa, però, l’uso del termine Kapital non poteva non evocare quasi all’istante spettri marxiani, mentre il ricordo del famoso Kunst = Kapital (arte = capitale) dell’artista tedesco Joseph Beuys riaffiorava forse più lento. Identificati i modelli, lo spettatore fortuito del testo di Jaar era costretto a rivedere la sua interpretazione fino a rovesciarla: la cultura oggigiorno ha sì bisogno di capitale, ma questo avviene in un sistema sociale che fa delle cultura una merce e che andrebbe superato (Marx) a favore di una società in cui ci si renda conto che il vero capitale è la cultura (Beuys).

Alfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = Politica

Una grande retrospettiva dell’opera di Alfredo Jaar, distribuita nelle sale di ben tre musei della capitale tedesca- la Berlinische Galerie, la Neue Gesellschaft für Bildende Kunst e la Alte Nationalgalerie -, costituiva l’offerta senza dubbio più invitante del cartellone della Berlin Art Week. Il titolo Eine Ästhetik des Widerstands (un’estetica della resistenza) non solo sintetizza efficacemente la concezione interventista dell’arte propria di Jaar, che tenta con l’uso di diversi mezzi espressivi di risvegliare la coscienza assopita dello spettatore e in questo modo agire politicamente sulla realtà, ma sottolinea anche il rapporto di lunga data che unisce l’artista cileno alla capitale tedesca. Eine Ästhetik des Widerstands è infatti il titolo di una delle prime opere realizzate da Jaar a Berlino, un’installazione apparsa nei primi anni Novanta nel Pergamonmuseum, noto in tutto il mondo per custodire il grandioso altare ellenistico di Pergamo. Proprio le scale dell’altare erano state scelte da Jaar per ospitare i nomi di alcune città tedesche in cui si erano verificati episodi di razzismo, mentre sui muri circostanti si potevano vedere foto delle gigantomachie ellenistiche scattate dall’artista cileno abbinate a dettagli di documenti fotografici che testimoniavano l’esistenza di nuovi gruppi neonazisti in Germania.

Alfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = Politica

L’installazione del Pergamonmuseum è stata ricostruita per la Berlin Art Week – e ampliata con i nomi delle città tedesche in cui nell’ultimo anno hanno avuto luogo omicidi a sfondo razziale – all’interno della Berlinische Galerie, dove sono state esposte anche cinque foto inedite* scattate da Jaar nei pressi della Brandenburger Tor poco dopo la caduta del muro (A new world, 1990). Oltre alle opere realizzate in e per la Germania, nella Berlinische Galerie erano anche visibili alcuni dei numerosi lavori di Jaar che hanno come soggetto il continente africano. Il progetto Ruanda (Rwanda Project, 1994-2000) e le installazioni dedicate al fotogiornalista Kevin Carter sono emblematici della continua interrogazione dell’artista cileno sul medium fotografico; il ruolo di testimone oculare del fotografo e la percezione della sua professione da parte del pubblico, le possibilità di rappresentazione non spettacolare della catastrofe della guerra, l’immagine come strumento di in-formazione e insieme accecamento dell’osservatore vengono qui indagati attraverso l’uso di contrasti accecanti tra luce e ombra (Lament of the images, 2002; The sound of silence, 2006) e fotografie in cui si allude alla violenza senza mai mostrarla (The eyes of Gutete Emerita, 1996)

Alfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = PoliticaAlfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = PoliticaAlfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = PoliticaAlfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = Politica

 Nella Neue Gesellschaft für Bildende Kunst sono state raccolte le opere, meno note al grande pubblico, che l’artistacileno ha prodotto dopo l’11 settembre 1973, il tragico giorno della salita al potere di Augusto Pinochet. Realizzati tanto in patria come in esilio, a New York, questi primi lavori di Jaar sono emblematici del suo uso dell’arte come strumento di intervento nello spazio pubblico: grandi cartelloni e interviste in cui viene chiesto al cittadino cileno di rispondere alla semplice domanda “sei felice?” (Studies on happiness: public interventions, 1981) – obbligandolo in questo modo a riflettere sulla propria condizione politica e sfuggendo contemporaneamente all’ottusa censura governativa -, una linea di bandierine del Cile che attraversa il paese e finisce nel mare (Chile 1981, before leaving, 1981) – tracciando sul suolo il percorso di tanti sostenitori di Allende, i cui corpi torturati venivano caricati su aerei e gettati nell’oceano -, installazioni luminose a Times Square in cui l’equazione Stati Uniti = America viene messa in questione (A logo for America, 1987) – e con essa l’ideologia statunitense che faceva dell’America latina il proprio giardino di casa… Negli ultimi anni, Jaar è intervenuto anche in Italia, per riportare all’attenzione del pubblico due grandi intellettuali oggi dimenticati come Gramsci (The Gramsci trilogy, 2004-2005) e Pasolini (The ashes of Pasolini, 2009), e per esortare anche il cittadino italiano a riflettere sul ruolo della cultura nella società contemporanea (Questions, questions, 2008).

Alfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = PoliticaAlfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = Politica

Infine, all’interno della Alte Nationalgalerie, alcune foto parziali e rovesciate di minatori d’oro brasiliani pendevano da un muro, mentre preziose cornici ricoperte con il medesimo prezioso metallo sembravano attenderle al suolo come tombe aperte (1+1+1, 1987) o concorrevano con un rettangolo luminoso nel tentativo fallimentare di mostrare al pubblico la totalità già incompleta dell’immagine partenza (Persona, 1987). In questo modo le possibilità rappresentative della fotografia e dell’immagine venivano ancora una volta interrogate, mentre la grande somiglianza tra le cornici scelte da Jaar e quelle delle opere che circondano l’installazione, appartenenti alla collezione permanente dell’Alte Nationalgalerie, sembra voler mettere in dubbio il valore etico dell’arte moderna, che ha fatto largo uso di materiali preziosi ottenuti dallo sfruttamento del continente americano.

Alfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = PoliticaAlfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = Politica

 “Tutte le mie opere – ha detto più d’una volta Alfredo Jaar – sono state fallimenti”: la rappresentazione non riesce, il cambiamento non ha luogo. Sarà vero? Solo lo spettatore può smentirlo.

* Inedite nel mondo dell’arte, le foto di Alfredo Jaar sono in realtà note agli appassionati di musica elettronica fin dal 2011, quando il figlio Nicolas le ha usate per illustrare il suo primo, sorprendente album Space is only noise – ma questa è un’altra storia..

Alfredo Jaar: Kunst = Politik // Arte = Politica


Il bambino dei Lager. I disegni di Thomas Geve

Thomas Geve (Stettino, Polonia, 1929) aveva tre anni quando Adolf Hitler salì al potere nella vicina Germania; dieci quando il suo paese Natale venne invaso dai nazisti; appena tredici quando venne internato nel primo campo concentramento, ad Auschwitz, e non ancora sedici quando venne liberato dall’ultimo della sua lunga prigionia, Buchenwald. Thomas Geve, in quei campi di sterminio fu un’anomalia per tutto il tempo che vi rimase, perché riuscì a sopravvivere nonostante vi fosse entrato ben prima di aver compiuto quindici anni, data raggiunta la quale, per i nazisti, si era abili al lavoro. Ad Auschwitz, Goss-Rosen e Buchenwald, i bambini, i ragazzini, facevano un brutta fine ancor prima degli altri detenuti, perché risultavano inutili alla logica del Lager, troppo deboli per la produzione al massacro di cui i prigionieri erano chiamati a essere altrettanti meccanismi.

Nel 1945, quando le truppe alleate giunsero a liberare i prigionieri, Geve, forse colto dalla necessità di esternare tutto lo strutturatissimo male di cui era stato testimone, di espellerlo, chiese loro dei fogli e dei colori e realizzò 79 cartoline della prigionia che, fino al 13 maggio 2012, saranno esposte presso il Museo diffuso della resistenza della deportazione della guerra dei diritti e della libertà di Torino, raccolti in una mostra intitolata significativamente Qui non ci sono bambini. Infanzia e deportazione. I disegni di Geve, a prima vista, sono quelli tipici di un bambino – colori vivaci, forme geometriche ed essenziali, sfondi a tinta unita solcati da personaggi minuscoli –, eppure, la loro minuziosità, l’attenzione al dettaglio del loro autore, va ben oltre l’apparenza infantile. Si tratta di testimonianze curatissime ed estremamente preziose della vita nei campi di concentramento e della strutturazione degli stessi.

Vi sono mappe di Auschwitz e Gross-Rosen; sezioni che mostrano i forni dal loro interno, con lettere che richiamano a una piccola legenda in cui sono indicati tutti i loro tremendi antri; elenchi disegnati di ciò che i detenuti mangiavano quotidianamente, tutto misurato fino all’ultimo misero grammo. Un paio delle cartoline, poi, sono dedicate a due gruppi di vittime della ferocia nazista che sono passate in secondo piano rispetto ai milioni di ebrei sterminati, ma che comunque hanno visto i loro rispettivi numeri assottigliarsi fino all’infinitesimale: i testimoni di Geova e gli zingari. Essendo di Torino, dove poco tempo fa un campo Rom è stato dato alle fiamme, di fronte alla cartolina che ritraeva un gruppo di zingari, separati da tutti, schifati anche dagli altri detenuti, ho avuto un sussulto. Sono stato colto dal terrore che certe tragedie possano succedere ancora, perché di odio per il diverso ce n’è ancora, sempre, tanto, troppo da non mancare mai.

Thomas Geve, con questi piccoli, intensissimi disegni, ha reso un servizio enorme all’umanità. Gli ha offerto una testimonianza visiva immediata; delle immagini da osservare, conoscere e su cui riflettere. Sono convinto che è inutile cercare di comprendere certi avvenimenti, certe sofferenze, ma è essenziale conoscerle perché non si ripetano. Forse non basta un solo Giorno della Memoria per far fronte alla quantità di male che si è scatenato in quei campi, perché esso ancora serpeggia e a tratti si manifesta, senza che noi riusciamo a riconoscerlo, a dargli la giusta importanza, a chiamarlo con il suo nome vergnoso.

Fino al 13 maggio 2012

Thomas Geve

Qui non ci sono bambini. Infanzia e deportazione

www.museodiffusotorino.it