Frida Kahlo a Roma alle Scuderie del Quirinale

frida-600x250

La mostra inaugurata alle Scuderie del Quirinale è molto interessante. Si tratta della prima retrospettiva dedicata interamente a Frida Kahlo a Roma, a distanza di più di dieci anni da quella di Milano. Parlare della Kahlo come artista non è un’operazione semplice, poiché è difficile considerarne la produzione a prescindere dalla sua vita, anzi, spesso si fa l’errore di interessarsi solo alla sua biografia, al suo essere personaggio. Come era per Frida, nel considerarla non si hanno mezze misure: la si ama o la si odia; i suoi quadri, dal forte impatto emotivo, esplicano un repertorio sui generis, fatto di omicidi, aborti, sangue. Autoritratti di un realismo brutale e violento, talmente potenti da suscitare fastidio, intimidire il fruitore.

Da appassionata della Kahlo, mi aspettavo di veder esposti i suoi quadri più celebri, come Le due Frida e La Colonna Spezzata; questi in realtà non ci sono, in compenso possiamo ammirare un’opera eccezionale, Il Mosè o Nucleo Solare. Il percorso espositivo segue un criterio affascinante; si passa dai primi interessi della studentessa Kahlo, quando i suoi studi erano rivolti prevalentemente alla medicina e alla biologia, ai primi approcci propriamente artistici in cui si notano dipinti dal chiaro rimando accademico, fino a giungere alle opere più intimiste e personali, che seguono gli anni dell’incidente del 1926 quando, immobile a letto, l’artista prese coscienza del suo essere, dei suoi tormenti, dei suoi demoni, contro i quali si troverà a combattere tutta la vita.

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943
Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943

Sono rimasta soprattutto colpita dalla sezione dedicata agli aspetti più intimistici della Kahlo: le fotografie inedite, del colombiano Leo Matiz, contrapposte a quelle più conosciute di Nickolas Muray, che hanno immortalato aspetti diversi, evidenziati non solo dalla scelta della stampa delle foto (in bianco e nero quelle del fotografo colombiano, prevalentemente a colori quelli di Muray) ma anche dal punto di vista di scelta fotografica, luce, inquadrature, che ne evidenziano la differenza “sociale” che vogliono rappresentare. Da una parte la Frida pubblica, dall’altra la Frida privata. Infine, e questo è stato straordinario, la serie dedicata ai disegni “terapeutici” della pittrice: un aspetto veramente intimo, che va oltre il famoso diario dell’artista, un tentativo di entrare nello stato d’animo di una donna, innamorata e abbandonata, che cerca di superare il dolore con una terapia basata sulla creazione artistica attraverso la pittura. Amore e odio nei confronti di Diego Rivera che nel 1942 le aveva chiesto il divorzio. Queste “Emozioni” sono il frutto dell’amicizia con la giovane studentessa di psicologia, Olga Campos. Per la prima volta, e questa è la particolarità della mostra, possiamo “capire” la donna Kahlo. Immagini intricate, complicate, espliciti riferimenti sessuali, opere che non sono state realizzate per il pubblico, ma per se stessa.

29 - Frida KahFrida Kahlo - Bozzetto per Henry Ford Hospitallo - Bozzetto per l'Hery Ford Hospital
29 – Frida KahFrida Kahlo – Bozzetto per Henry Ford Hospitallo – Bozzetto per l’Hery Ford Hospital

Ho apprezzato anche i riferimenti storici: in mostra opere di De Chirico, Maria Izquierdo, Severini, Rivera e altri artisti contemporanei; intreccio di colori, di riferimenti culturali e simbolici. Di certo il percorso espositivo si rivolge ad un pubblico preparato e appassionato, probabilmente lo spettatore che conosce superficialmente la pittrice rimarrà deluso dal non trovare i quadri più famosi. Chiude l’esposizione, com’è giusto che sia, la sezione dedicata al genere della Natura morta, intesa anche questa come autoritratto. Si va anche qui dal 1938 fino alla morte, avvenuta nel 1954, in cui le pennellate sono meno curate e definite, i contorni meno precisi. Mi aspettavo una maggiore cura nelle descrizioni, invece la curatrice ha preferito lavorare sui rimandi storici e biografici, senza approfondire gli aspetti folcloristici del mondo messicano, che pure hanno segnato fortemente la pittura di Frida. Nessun riferimento alla simbologia mesoamericana, nessuna scultura azteca, nessuna foto del “mondo messicano”, quel popolo, quella cultura, di cui la Kahlo era fiera. Se dovessi fare un paragone tra la mostra milanese del 2003 e questa posso sicuramente dire che da un lato, come impatto emotivo ed emozionale, preferisco quella del 2003, dall’altro però, per i contenuti simbolici, intimistici, ho amato anche questa di Roma, che mette finalmente a nudo la figura di una pittrice straordinaria, colta ed estremamente complessa.

Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939
Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939

Frida Kahlo, Roma – Scuderie del Quirinale
20 marzo – 31 agosto 2014 a cura di Helga Prignitz-Poda

Portateci a Torino. Crowdfunding contro la crisi

Normal
0

14

false
false
false

IT
X-NONE
X-NONE

/* Style Definitions */
table.MsoNormalTable
{mso-style-name:”Tabella normale”;
mso-tstyle-rowband-size:0;
mso-tstyle-colband-size:0;
mso-style-noshow:yes;
mso-style-priority:99;
mso-style-parent:””;
mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt;
mso-para-margin:0cm;
mso-para-margin-bottom:.0001pt;
mso-pagination:widow-orphan;
font-size:10.0pt;
font-family:”Calibri”,”sans-serif”;}

Mirella Nania, Vita Nova, 2012
Mirella Nania, Vita Nova, 2012

In un periodo di profonda e perdurante crisi finanziaria, come quello in cui ci troviamo gettati, capita che, quasi allo scadere del tempo disponibile, ci si trovi a riconsiderare l’effettiva realizzabilità di un progetto che, preventivamente, si considerava certo e inattaccabile. Spariscono i vecchi sponsor e non se ne trovano di nuovi, i finanziamenti promessi tardano a concretizzarsi e i fondi in cassa sono un ricordo. In situazioni come queste, o ci si da per sconfitti, o ci si intestardisce, magari mossi dalla convinzione che il succitato progetto è realmente valido e non merita di venire accantonato in attesa di tempi migliori.

Anna Capolupo, Ordine, 2010
Anna Capolupo, Ordine, 2010

Quest’ultima reazione, orgogliosa e combattiva, è quella che ha spinto l’associazione culturale no profit Oesum Led Icima, che si occupa dell’organizzazione e promozione degli eventi artistici del MACA (Museo Arte Contemporanea Acri), a lanciare la sua prima campagna di crowdfunding. La finalità della raccolta fondi è quella di portare a conclusione la seconda annualità del progetto espositivo itinerante Young at Art, attraverso il quale, il museo di Acri, in Calabria, promuove il lavoro di un gruppo di giovani talenti della scena contemporanea regionale. Selezionati a inizio 2013 tra oltre 100 candidati, i 12 artisti che partecipano alla seconda edizione del progetto Young at Art (Anna Capolupo, Maurizio Cariati, Salvatore Colloridi, Marco Colonna, Giovanni Fava, Giuseppe Guerrisi, Salvatore Insana, Giulio Manglaviti, Domenico Mendicino, Mirella Nania, Gregorio Paone e Giusy Pirrotta) hanno già esposto le loro opere al MACA, tra l’aprile e il maggio scorsi e, successivamente, all’interno della VII edizione della Biennale d’arte contemporanea “Magna Grecia”, riscuotendo, in entrambi i casi, un buon riscontro di pubblico.

Giusy Pirrotta, Chroma (still from video)
Giusy Pirrotta, Chroma (still from video)

«Ma non è nulla in paragone al numero di visitatori e appassionati d’arte che si daranno appuntamento a Torino a partire dal 6 novembre – si legge nel comunicato stampa inviato per promuovere la campagna di crowdfunding –. Noi intendiamo intercettare più pubblico possibile, perché siamo convinti del valore dei 12 talenti artistici che compongono l’edizione 2013 di  Young at Art. Per questo motivo vogliamo portare la mostra itinerante nel cuore dell’azione, in uno spazio appositamente dedicato a loro all’interno di Paratissima, la più importante manifestazione off di Artissima che, nel 2012, ha richiamato a sé 100.000 visitatori».

Salvatore Insana, Space Time Lapse_out of this time
Salvatore Insana, Space Time Lapse_out of this time

L’associazione, allora, ha deciso di appoggiarsi alla piattaforma Kapipal, dando vita a una campagna di raccolta fondi che ha già visto qualche contributor farsi avanti, probabilmente attirato dai premi che sono stati messi a disposizione per le donazioni più generose: dai cataloghi delle tante mostre del MACA, sino alle coloratissime sculture in vetro realizzate dall’artista Silvio Vigliaturo, di cui il museo ospita un’ampia collezione. «Partecipare alla campagna di crowdfunding è facile, veloce, sicuro al 100% e lo si può fare a partire da un contributo minimo di 5 dollari andando al seguente link: http://www.kapipal.com/young-at-art».

Giovanni Fava, Senza titolo, 2008
Giovanni Fava, Senza titolo, 2008

Si tratta di un esperimento a cui l’associazione Oesum Led Icima si approccia con fiducia. « Crediamo fermamente nel progetto Young at Art, ed è per questo motivo che chiediamo un vostro aiuto, convinti che i 12 talenti che vi prendono parte meritino di essere visti e conosciuti da un pubblico vasto quanto può essere quello composto dai visitatori di Paratissima, e che essi possano dare un’immagine di una Calabria nuova, bella e ricca di creatività ».

info: http://youngatart2013.com; info@museomaca.it

La mostra più importante. Martin Scorsese a Torino

IMG_2339

«Lasciatemelo dire: è la mostra più importante che si tenga quest’anno a Torino». Con queste parole termina il breve intervento introduttivo di Ugo Nespolo, noto artista nonché presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino. È una frase che ci si aspetta venga proferita da qualsiasi presidente di una nota istituzione museale, in occasione di una qualsiasi grande mostra. Ci mancherebbe che Nespolo non cerchi di portare acqua al suo mulino. Eppure, il suo tono di voce, seppur nella fretta di terminare il proprio intervento nel minor tempo possibile, tradisce la soddisfazione, ampiamente condivisa dal resto dell’apparato del museo, di aver dato vita a qualcosa di bello, enormemente interessante e, per riprendere le sue parole, importante.

Il protagonista non può intervenire fisicamente, perché preso dalla fase di montaggio del suo prossimo film – The Wolf of Wall Street, con Leonardo Di Caprio nuovamente nella parte del protagonista –, ma fa sentire la sua presenza e il suo sentito apprezzamento tramite un breve video-messaggio. C’è una sua stretta collaboratrice a sostituirlo: Sandy Powell, costumista britannica candidata nove volte agli Academy Awards e vincitrice di tre statuette, una delle quali per The Aviator, film del 2004 con Leonardo Di Caprio, ancora lui, nei panni del miliardario Howard Hughes. Un capolavoro, certo, ma forse non tra i film migliori di Martin Scorsese e questo è già un’indicazione della sua grandezza come regista e come artista.

IMG_2328

Avendo a che fare con un nome del genere, sarebbe stato facile abbozzare una semplice mostra con una selezione di fotogrammi e immagini dal set e ottenere comunque l’attenzione del pubblico e dei media. Grazie alla splendida scenografia della Mole Antonelliana, che ospita il Museo del Cinema, sarebbe anche stato facile farla franca, ma Nespolo, il direttore Alberto Barbera e i curatori Kristina Jaspers e Nils Warnecke, della Deutsche Kinemathek di Berlino, che ha coprodotto l’evento, hanno probabilmente colto l’immoralità di rendere un omaggio solo di facciata a un tale genio vivente, e hanno lavorato puntigliosamente su ogni minimo dettaglio, dall’allestimento, alla ricchezza e varietà del materiale presente, sino al catalogo e al supporto iPad per rendere la visita ancor più approfondita e interattiva.

IMG_2343

La mostra SCORSESE raccoglie una mole enorme di materiali, molti dei quali inediti e di appartenenza dello stesso regista e del suo approfonditissimo archivio privato, e si snoda a partire dall’Aula del Tempio, cuore del museo torinese in cui troneggia la gigantesca statua del dannunziano Cabiria, in cui quattro teche contenenti i costumi originali di Gangs of New York, L’età dell’innocenza e Toro scatenato e un’affascinante mappa luminosa rendono omaggio alla New York scorsesiana, vera prima donna della maggior parte delle sua pellicole. Proseguendo sulla rampa elicoidale si entra in stretto contatto con la vita e il lavoro del regista, l’una fonte d’ispirazione dell’altro, declinate in nove tematiche esemplari: famiglia, fratelli, uomini e donne, eroi solitari, New York, cinema, riprese, montaggio e musica. Sarebbe facile aspettarsi che le fotografie che ritraggono Scorsese e i tanti grandissimi protagonisti dei suoi film siano la parte più affascinante dell’insieme, ma non è così, per quanto anche queste non manchino di interesse. Gli storyboard originali, tra cui quello di Taxi Driver, le sceneggiature, tutti i documenti in cui è viva e presente la mano del regista, attraverso note minuziose, sono le testimonianze più fertili della sua passione per il cinema e della mania connaturata al suo genio e la mostra ne è letteralmente piena, tanto da arrivare quasi a supplire alla mancata presenza del regista newyorkese all’evento.

IMG_2324

Questa è davvero una mostra importante e non soltanto per gli appassionati di cinema. Scorsese è uno dei più grandi autori della seconda metà del Novecento e non si meritava nulla di meno.

Fino al 15 settembre 2013
Museo Nazionale del Cinema
Mole Antonelliana
Via Montebello 20, Torino
Info: www.museocinema.it

"I miei disegni sono bandiere della gioia e della forza" – La Transavanguardia di Nicola De Maria

NDM_17

Un giovane fotografo della provincia di Benevento si trasferisce a Torino per studiare medicina. Siamo all’inizio degli anni Settanta, un periodo in cui il capoluogo piemontese consolida la sua nomea di città industriale grigia, chiusa e stanca. Poco dopo sarebbe diventata anche pericolosa. Il ragazzo si laurea, potrebbe diventare medico, ma conosce i coniugi Merz, Mario e Marisa, che, forse intravedendo nei suoi scatti una spiccata sensibilità cromatica, lo introducono nell’ambiente artistico torinese, un mondo a parte, colorato e fantasioso – soprattutto fantasioso – , che non appare affatto appesantito dal piombo di quegli anni e vive ancora della spinta propulsiva dell’Arte Povera. È il 1977 e Torino è a tutti gli effetti una città pericolosa, ma lui non se ne va. Non se ne andrà mai più.

Nicola De Maria (Foglianise, 1954) abbandona la macchina fotografica per darsi al disegno e alla pittura, una scelta che viene subito premiata con l’interesse delle gallerie e dei critici d’arte più in voga, Achille Bonito Oliva su tutti, che farà di lui uno dei cinque protagonisti della Transavanguardia. I suoi disegni, le sue tele e i murales non hanno nulla di torinese: appaiono, anzi, esasperatamente vivaci e squillano di colori puri e di forme essenziali. Ancora oggi, entrando alla GAM, dove si è appena inaugurata la mostra I fogli che il vento mi sparge sono disegni di vento e di animali, è difficile non rimanere a bocca aperta. Le oltre 250 testimonianze su carta – acquerelli, tempere, ritagli, matite, tecniche miste – e le opere realizzate dall’artista appositamente per l’evento – un’opera muraria di dimensioni imponenti (9×4 m), due carte di grandi dimensioni (5x 2m) e alcune pitture parietali – sono una più rilucente e sgargiante dell’altra e trovano l’apoteosi nel murale Testa dell’artista cosmico: universo senza bombe (2013).

NDM_13

L’arte di De Maria, oltre a essere cromaticamente esplosiva, è poetica e filosofica nei titoli e nelle intenzioni, ma ancor più intrigante è il suo aspetto ossessivo che si traduce nella necessaria ricerca della felicità, forse non così evidente nelle opere dei primi anni, che nell’uso feroce e apparentemente scriteriato della matita ricordano da vicino il maestro americano Cy Twombly, ma diventa evidente già a inizio anni Ottanta, nella ripetizione infinita di segni capaci di ridurre il fiore alla sua essenza iconografica, e di li a poco si palesa compiutamente in opere quali Universo senza bombe. Onde e suoni nel regno dei fiori (1983-1985) e Universo irrealistaaaaa (2004), in cui i colori si stendono su cartine geografiche, coprendole quasi completamente, tanto che il supporto è riconoscibile solo da molto vicino.

NDM_16

La pittura di Nicola De Maria sembra volersi porre come una negazione cromatica del mondo reale e dei suoi mali, dando vita a universi fatti di losanghe di colori affascinanti e forme rassicuranti. La felicità che traspare a prima vista è costruita attraverso gesti drammatici e violenti, pennellate che si intersecano e sovrappongono, lasciando tracce visibili sul supporto pittorico. «I miei disegni – racconta l’artista – sono bandiere della gioia e della forza. Suonano le campane fugge l’infelicità dal mondo. I miei disegni sono fiori magici, usignoli fatati». Esseri che nascono in contrapposizione con i mali del mondo, per nasconderlo e farlo dimenticare. Sono gli universi onirici e fantastici in cui si rifugiano i bambini e lo sono nella forma e nei contenuti. Un giovane fotografo si trasferisce a Torino. Forse rimane colpito dal suo grigiore, dalla sua stanchezza e poi dalla sua violenza e a forza di matita e pennello decide di rimuoverne i mali e i traumi tratteggiando uno splendido universo di colori in cui evadere. Non lascerà più la città, ma non è detto che vi abbia mai vissuto davvero.

Fino al 29 settembre 2013
GAM
Via Magenta 31, Torino
Info: www.gamtorino.it

Sono Elliott Erwitt

PAR11118

«Sono Elliott Erwitt e lo sono stato per un certo numero di anni». Lo è stato a lungo, dal 1928 per essere precisi, anno in cui è nato a Parigi da genitori russi di origine ebraica, per poi trasferirsi quasi subito a Milano e, pochi anni dopo, nel 1939, scappare con la famiglia negli Stati Uniti, per sfuggire al fascismo che aveva recepito le leggi razziali hitleriane. Lo è stato intensamente. Il suo sguardo attento e curioso, erede della lezione di Robert Capa – suo vicino di mostra, fino al 14 luglio a Palazzo Reale – ed Henry Cartier-Bresson, ha scrutato e immortalato un’importante porzione del Novecento e continua a posarsi, a volte impietoso, altre ironico o pungente, sul terzo millennio. È l’ultimo testimone di una generazione di fotografi che hanno fatto grande la Magnum e l’hanno resa sinonimo di fotogiornalismo e fotografia documentaria. Grazie al fortunato sodalizio tra l’agenzia americana e la città di Torino, è possibile vedere una ricchissima selezione dei suoi scatti a Palazzo Madama, fino al prossimo 1 settembre.

PAR42332

Il percorso è composto da tre sezioni, ciascuna delle quali è incentrata su un tema significativo all’interno del vasto repertorio iconografico del fotografo, nel quale ricorrono frequentemente immagini di bambini, animali domestici, personaggi famosi, scatti pubblicitari, scorci di città, visitatori di musei, tutti colti con lucidità, prontezza e arguzia in pose originali, ironiche e rivelatrici di manie, stranezze, splendori e assurdità umane, immortalabili solo ed esclusivamente da un fotografo iniziato all’arte paziente e vigile del “momento decisivo”. «Si tratta di reagire a ciò che si vede, senza preconcetti – spiega Erwitt –. Si possono trovare immagini da fotografare ovunque, basta semplicemente notare le cose e la loro disposizione, interessarsi a ciò che ci circonda e occuparsi dell’umanità e della commedia umana».

NYC15335

È soprattutto l’ironia di molte sue immagini a rendere unico il suo lavoro. La serie iniziale dei cani e quella finale di Museum watchers, in questo senso, sono emblematiche e sorprendenti per l’abilità con cui il fotografo riesce a umanizzare gli amici a quattro zampe – «i cani sono creature comprensive, presenti ovunque nel mondo. Non li disturba essere fotografati, non chiedono le stampe… essenzialmente per me sono persone interessanti con più peli» – e sbeffeggiare gli esseri umani.

NYC17062

L’universo di Erwitt è infinito e infinitamente popolato. Qualsiasi manifestazione di umanità merita di farne parte, perché, per il fotografo e il suo “occhio nudo”, prima ancora che il contenuto è importante la forma. «Io non indago, scatto semplicemente, se le immagini assumono un significato per l’osservatore mi sta bene, ma va bene anche se ciò non accade. Queste [le fotografia della serie Middle Class] posso dire di averle realizzate al volo. Sono basate su varie osservazioni, che in fin dei conti è tutto ciò di cui la buona fotografia è fatta: principalmente osservazione dei fenomeni».

Grazie al cielo, Elliot Erwitt, continua a essere Elliott Erwitt.

Fino all’1 settembre 2013
Palazzo Madama
Piazza Castello, Corte Medievale
Info: www.palazzomadamatorino.it

Fijodor Benzo. Street art, psichedelia e rivoluzione

SAM 2012 MrfijodorC’è voluto del tempo perché la Street art venisse definitivamente sdoganata, ma ora, nelle grandi città come Torino, la scena urbana è vivace e apprezzata. Qui, capita di imbattersi in murales che rivitalizzano intere facciate grigie, come quelle di Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche dell’Università, realizzate nel 2010 in occasione del festival d’arte urbana Picturn.

Culture colors your life TORINO 2010  Mrfijodor Corn79 Wens Piove Reser Truly Design«Quella prima edizione è stata importante – spiega Fijodor Benzo artista e anima dell’associazione Il Cerchio e le gocce, che del Picturin è la principale promotrice –. Abbiamo portato a Torino dei nomi importanti, anche dall’estero». Eppure, uno dei lavori che rimangono più impressi l’ha ideato lui, torinese d’adozione dal 2004. Culture colors life è un esempio delle capacità dell’artista, che coniuga una figurazione ironica e onirica, debitrice dei fumetti e dei cartoni animati, a una spiccata sensibilità cromatica. Se l’arte urbana non è più ghettizzata, è merito di artisti come lui, che vivono i muri come un luogo di sperimentazione. «Rispetto a prima si sono capite meglio le potenzialità dell’arte urbana e si sono sviluppate le capacità per rendere dei prodotti che fossero interessanti sulle grandi dimensioni. Sono aumentati il confronto e la competizione e gli artisti hanno dovuto sviluppare delle tecniche nuove per emergere».

Mrfijodor for WEEW Smart Design DIEFFE ART GALLERYL’arte di Fijodor, però, va oltre il muro, come testimoniano le opere il mostra alla galleria Dieffe di Torino, fino al 31 maggio 2013. Per tale occasione, l’artista ha decorato tre orologi creati da WEEW Smart Design. «L’uomo è un essere che rincorre il tempo e non può fare a meno di misurarlo – racconta l’artista delle tre opere –. La clessidra è stato il primo strumento di misura del tempo indipendente dalle osservazioni astronomiche. La clessidra, calcola un tempo approssimativo e variabile. Nel nostro quotidiano abbiamo molti mezzi che scandiscono il nostro tempo. Orologi inconsapevoli della nostra vita: dalla pausa caffè alla sigaretta, fino alle telefonate. Gli elefanti rosa nascono dal film Dumbo, realizzato dalla Disney nel 1941. Il piccolo elefantino ha una deformità alle orecchie, che gli provoca la derisione da parte dei personaggi del Circo nel quale vive. Una sera durante un allucinazione alcolica e psichedelica, dalla sua fantasia effervescente nascono gli elefanti rosa. Il giorno dopo, arriva l’idea di usare le sue grandi orecchie come ali per volare. Il suo difetto diventa il suo punto di forza. Nel mio immaginario gli elefantini rosa sono un simbolo di fantasia, psichedelica e di riscatto nei confronti della vita».

Natura Morta, il necessario per la sommossa- San Pietrini, molotov, limoni e tanta fantasia - 100x100cm - Mrfijodor 2013Oltre ai tre orologi, il cui ricavato dalla vendita sarà totalmente devoluto all’associazione UGI, che si occupa di bambini affetti da tumore e delle loro famiglie, la mostra presenta anche alcune tele realizzate da Fijodor. «Ultimamente, amo di più i miei lavori su tela. Sto lavorando con le ossidazioni e i giochi di trasparenze. Prima lavoro sul fondo astratto, poi nascono le figure, spesso ricorrenti, come gli elefantini rosa, che rappresentano la capacità di trasformare i propri difetti in punti di forza, oltre che la parte psichedelica e onirica». Questo è solo uno degli aspetti di gioiosa rivoluzione che traspare dalle sue opere. «Ora sto lavorando a una serie sulle rivolte popolari, trattandole sotto forma di natura morta. Sulle tele appaiono sampietrini e molotov che, esteticamente, devono molo a Morandi. Ho voluto rappresentare qualcosa di dinamico, come i moti di rivolta, attraverso una forma che fosse molto statica, come la natura morta».

Fino al 31 maggio 2013
Dieffe Arte Contemporanea
Via Porta Palatina 9, Torino
Info: www.galleriadieffe.com; www.mrfijodor.it

Mike Kelley in mostra al Hangar Bicocca di Milano

24812d577fd1f7fb0d3e257b9d37907c

Domani, al Hangar Bicocca di Milano verrà inaugurata la retrospettiva Eternity is a Long Time, che raccoglie una serie di istallazioni di Mike Kelley (1954 – 2012), uno degli artisti più importanti degli ultimi trent’anni.

Tra gli eventi collaterali della mostra, ci sarà una rassegna cinematografica di B-movies, una delle grandi passioni e tra le maggiori fonti di ispirazione dell’artista americano.

Tra i grandi classici in rassegna segnaliamo Barbarella, Ultimatum alla Terra, e La cosa dall’altro mondo, a testimonianza dell’anticonvenzionalità che ha contraddistinto l’intera carriera artistica di Kelley, sempre vicino alla cultura pop, punk e alternative (è stato autore della copertina di Dirty dei Sonic Youth, per dire).

Info