Strategia K. Teatro multimediale a Milano

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Nei giorni dell’arte alla portata di tutti, quella dell’edizione milanese dell’Affordable Art Fair (dal 5 al 9 marzo), la Zona K di Via Spalato presenta una performance teatrale della compagnia Dehors/Audela intitolata Strategia K: un’opera multimediale frutto di stratificazione e di sedimentazione tra linguaggi. È anche un progetto di ricerca fotografica a più tappe e un corpus video artistico in divenire.

Riportiamo di seguito il comunicato stampa dell’evento.


STRATEGIA K
6, 7 marzo 2014
Ore 21
ZONA K
Via Spalato 11, 20124 Milano +39 02 97378443

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E’ in dubbio la sua fertilità. Forse non potrà procreare. Fino ad ora non aveva considerato il problema. Basta che un elemento non funzioni per destabilizzare l’insieme.

Supplire l’eventuale assenza di un figlio. Prendersi cura di chi, poiché nato, è destinato a perire. La possibilità di non generare un’altra vita, un altro scheletro.

Ossa di vacca, emblema del nutrimento primario: il latte. Incontro tra corpo e ex corpo. L’uno inerte nella sostanza, l’altro inabile rispetto alle sue naturali funzioni preposte, si incontrano, dialogano muti.

Un cortocircuito inaspettato provoca lo scarto tra mimesi e realtà. Il rischio è l’opportunità d’essere una macchina celibe.

Strategia K rielabora la storia dell’isteria (uno dei più complessi paradigmi del problema mente-corpo), patologia che si credeva un tempo legata a problemi di procreazione, ricollegandosi al “reale” problema di presunta infertilità della performer in scena e creando un’inedita partitura fisica attingendo da fonti extra-teatrali come l’etologia, come l’Iconographie photographique de la Salpêtrière, un serbatoio visionario e ossessivo di spettacolarizzazione del dolore ante-litteram, o ancora come il pensiero di Didi Huberman (soprattutto il suo L’invenzione dell’isteria).

La spettacolarizzazione del dolore e del dramma privato, oggi approdata a livelli vertiginosi, ha origini più antiche di quanto si pensi: a fine Ottocento, le presunte isteriche della Salpêtrière venivamo messe letteralmente in scena, fatte esibire davanti a un pubblico di medici, costrette ad avere degli attacchi e premiate con un applauso finale.

Il foyer di Zona K ospiterà nei giorni della performance parte del nostro lavoro.

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concept DEHORS/AUDELA
azione scenica ELISA TURCO LIVERI
drammaturgia audiovisiva SALVATORE INSANA
con le voci di GIOVANNA BELLINI, LUCA BONDIOLI, VANIA YBARRA
sound ALBAN DE TOURNADRE
light design GIOVANNA BELLINI
tecnico del suono MARCO DE TOMMASI
costumi OLIVIA BELLINI
produzione COMPAGNIA DEL META-TEATRO
co-produzione DEHORS/AUDELA – LYRIKS
con il sostegno di ELECTA CREATIVE ARTS e ASS. CULT. RESINE

Dehors/Audela
dehorsaudela@gmail.com

Portateci a Torino. Crowdfunding contro la crisi

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Mirella Nania, Vita Nova, 2012
Mirella Nania, Vita Nova, 2012

In un periodo di profonda e perdurante crisi finanziaria, come quello in cui ci troviamo gettati, capita che, quasi allo scadere del tempo disponibile, ci si trovi a riconsiderare l’effettiva realizzabilità di un progetto che, preventivamente, si considerava certo e inattaccabile. Spariscono i vecchi sponsor e non se ne trovano di nuovi, i finanziamenti promessi tardano a concretizzarsi e i fondi in cassa sono un ricordo. In situazioni come queste, o ci si da per sconfitti, o ci si intestardisce, magari mossi dalla convinzione che il succitato progetto è realmente valido e non merita di venire accantonato in attesa di tempi migliori.

Anna Capolupo, Ordine, 2010
Anna Capolupo, Ordine, 2010

Quest’ultima reazione, orgogliosa e combattiva, è quella che ha spinto l’associazione culturale no profit Oesum Led Icima, che si occupa dell’organizzazione e promozione degli eventi artistici del MACA (Museo Arte Contemporanea Acri), a lanciare la sua prima campagna di crowdfunding. La finalità della raccolta fondi è quella di portare a conclusione la seconda annualità del progetto espositivo itinerante Young at Art, attraverso il quale, il museo di Acri, in Calabria, promuove il lavoro di un gruppo di giovani talenti della scena contemporanea regionale. Selezionati a inizio 2013 tra oltre 100 candidati, i 12 artisti che partecipano alla seconda edizione del progetto Young at Art (Anna Capolupo, Maurizio Cariati, Salvatore Colloridi, Marco Colonna, Giovanni Fava, Giuseppe Guerrisi, Salvatore Insana, Giulio Manglaviti, Domenico Mendicino, Mirella Nania, Gregorio Paone e Giusy Pirrotta) hanno già esposto le loro opere al MACA, tra l’aprile e il maggio scorsi e, successivamente, all’interno della VII edizione della Biennale d’arte contemporanea “Magna Grecia”, riscuotendo, in entrambi i casi, un buon riscontro di pubblico.

Giusy Pirrotta, Chroma (still from video)
Giusy Pirrotta, Chroma (still from video)

«Ma non è nulla in paragone al numero di visitatori e appassionati d’arte che si daranno appuntamento a Torino a partire dal 6 novembre – si legge nel comunicato stampa inviato per promuovere la campagna di crowdfunding –. Noi intendiamo intercettare più pubblico possibile, perché siamo convinti del valore dei 12 talenti artistici che compongono l’edizione 2013 di  Young at Art. Per questo motivo vogliamo portare la mostra itinerante nel cuore dell’azione, in uno spazio appositamente dedicato a loro all’interno di Paratissima, la più importante manifestazione off di Artissima che, nel 2012, ha richiamato a sé 100.000 visitatori».

Salvatore Insana, Space Time Lapse_out of this time
Salvatore Insana, Space Time Lapse_out of this time

L’associazione, allora, ha deciso di appoggiarsi alla piattaforma Kapipal, dando vita a una campagna di raccolta fondi che ha già visto qualche contributor farsi avanti, probabilmente attirato dai premi che sono stati messi a disposizione per le donazioni più generose: dai cataloghi delle tante mostre del MACA, sino alle coloratissime sculture in vetro realizzate dall’artista Silvio Vigliaturo, di cui il museo ospita un’ampia collezione. «Partecipare alla campagna di crowdfunding è facile, veloce, sicuro al 100% e lo si può fare a partire da un contributo minimo di 5 dollari andando al seguente link: http://www.kapipal.com/young-at-art».

Giovanni Fava, Senza titolo, 2008
Giovanni Fava, Senza titolo, 2008

Si tratta di un esperimento a cui l’associazione Oesum Led Icima si approccia con fiducia. « Crediamo fermamente nel progetto Young at Art, ed è per questo motivo che chiediamo un vostro aiuto, convinti che i 12 talenti che vi prendono parte meritino di essere visti e conosciuti da un pubblico vasto quanto può essere quello composto dai visitatori di Paratissima, e che essi possano dare un’immagine di una Calabria nuova, bella e ricca di creatività ».

info: http://youngatart2013.com; info@museomaca.it

La mostra più importante. Martin Scorsese a Torino

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«Lasciatemelo dire: è la mostra più importante che si tenga quest’anno a Torino». Con queste parole termina il breve intervento introduttivo di Ugo Nespolo, noto artista nonché presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino. È una frase che ci si aspetta venga proferita da qualsiasi presidente di una nota istituzione museale, in occasione di una qualsiasi grande mostra. Ci mancherebbe che Nespolo non cerchi di portare acqua al suo mulino. Eppure, il suo tono di voce, seppur nella fretta di terminare il proprio intervento nel minor tempo possibile, tradisce la soddisfazione, ampiamente condivisa dal resto dell’apparato del museo, di aver dato vita a qualcosa di bello, enormemente interessante e, per riprendere le sue parole, importante.

Il protagonista non può intervenire fisicamente, perché preso dalla fase di montaggio del suo prossimo film – The Wolf of Wall Street, con Leonardo Di Caprio nuovamente nella parte del protagonista –, ma fa sentire la sua presenza e il suo sentito apprezzamento tramite un breve video-messaggio. C’è una sua stretta collaboratrice a sostituirlo: Sandy Powell, costumista britannica candidata nove volte agli Academy Awards e vincitrice di tre statuette, una delle quali per The Aviator, film del 2004 con Leonardo Di Caprio, ancora lui, nei panni del miliardario Howard Hughes. Un capolavoro, certo, ma forse non tra i film migliori di Martin Scorsese e questo è già un’indicazione della sua grandezza come regista e come artista.

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Avendo a che fare con un nome del genere, sarebbe stato facile abbozzare una semplice mostra con una selezione di fotogrammi e immagini dal set e ottenere comunque l’attenzione del pubblico e dei media. Grazie alla splendida scenografia della Mole Antonelliana, che ospita il Museo del Cinema, sarebbe anche stato facile farla franca, ma Nespolo, il direttore Alberto Barbera e i curatori Kristina Jaspers e Nils Warnecke, della Deutsche Kinemathek di Berlino, che ha coprodotto l’evento, hanno probabilmente colto l’immoralità di rendere un omaggio solo di facciata a un tale genio vivente, e hanno lavorato puntigliosamente su ogni minimo dettaglio, dall’allestimento, alla ricchezza e varietà del materiale presente, sino al catalogo e al supporto iPad per rendere la visita ancor più approfondita e interattiva.

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La mostra SCORSESE raccoglie una mole enorme di materiali, molti dei quali inediti e di appartenenza dello stesso regista e del suo approfonditissimo archivio privato, e si snoda a partire dall’Aula del Tempio, cuore del museo torinese in cui troneggia la gigantesca statua del dannunziano Cabiria, in cui quattro teche contenenti i costumi originali di Gangs of New York, L’età dell’innocenza e Toro scatenato e un’affascinante mappa luminosa rendono omaggio alla New York scorsesiana, vera prima donna della maggior parte delle sua pellicole. Proseguendo sulla rampa elicoidale si entra in stretto contatto con la vita e il lavoro del regista, l’una fonte d’ispirazione dell’altro, declinate in nove tematiche esemplari: famiglia, fratelli, uomini e donne, eroi solitari, New York, cinema, riprese, montaggio e musica. Sarebbe facile aspettarsi che le fotografie che ritraggono Scorsese e i tanti grandissimi protagonisti dei suoi film siano la parte più affascinante dell’insieme, ma non è così, per quanto anche queste non manchino di interesse. Gli storyboard originali, tra cui quello di Taxi Driver, le sceneggiature, tutti i documenti in cui è viva e presente la mano del regista, attraverso note minuziose, sono le testimonianze più fertili della sua passione per il cinema e della mania connaturata al suo genio e la mostra ne è letteralmente piena, tanto da arrivare quasi a supplire alla mancata presenza del regista newyorkese all’evento.

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Questa è davvero una mostra importante e non soltanto per gli appassionati di cinema. Scorsese è uno dei più grandi autori della seconda metà del Novecento e non si meritava nulla di meno.

Fino al 15 settembre 2013
Museo Nazionale del Cinema
Mole Antonelliana
Via Montebello 20, Torino
Info: www.museocinema.it

Di corsa alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

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La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, centro per l’arte contemporanea di Torino, presenta corsART, la prima corsa dentro un museo.
Il contest, lanciato nella pagina Facebook della Fondazione, permetterà ai visitatori di correre liberamente dentro lo spazio espositivo.
A differenza dei protagonisti di Band à part di Jean-Luc Godard e di The Dreamers di Bernardo Bertolucci che correvano nelle sale del Louvre, i visitatori non dovranno battere un record.

Un modo divertente di vivere il museo, all’insegna della trasversalità e della contaminazione: cinema, arte, sport, creatività e fotografia.
Le foto inviate a press@fsrr.org verranno pubblicate nella pagina Facebook della Fondazione.

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Fondazione Sandretto Re Rebaudengo
Via Modane 16 Torino
www.fsrr.org

Sono Elliott Erwitt

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«Sono Elliott Erwitt e lo sono stato per un certo numero di anni». Lo è stato a lungo, dal 1928 per essere precisi, anno in cui è nato a Parigi da genitori russi di origine ebraica, per poi trasferirsi quasi subito a Milano e, pochi anni dopo, nel 1939, scappare con la famiglia negli Stati Uniti, per sfuggire al fascismo che aveva recepito le leggi razziali hitleriane. Lo è stato intensamente. Il suo sguardo attento e curioso, erede della lezione di Robert Capa – suo vicino di mostra, fino al 14 luglio a Palazzo Reale – ed Henry Cartier-Bresson, ha scrutato e immortalato un’importante porzione del Novecento e continua a posarsi, a volte impietoso, altre ironico o pungente, sul terzo millennio. È l’ultimo testimone di una generazione di fotografi che hanno fatto grande la Magnum e l’hanno resa sinonimo di fotogiornalismo e fotografia documentaria. Grazie al fortunato sodalizio tra l’agenzia americana e la città di Torino, è possibile vedere una ricchissima selezione dei suoi scatti a Palazzo Madama, fino al prossimo 1 settembre.

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Il percorso è composto da tre sezioni, ciascuna delle quali è incentrata su un tema significativo all’interno del vasto repertorio iconografico del fotografo, nel quale ricorrono frequentemente immagini di bambini, animali domestici, personaggi famosi, scatti pubblicitari, scorci di città, visitatori di musei, tutti colti con lucidità, prontezza e arguzia in pose originali, ironiche e rivelatrici di manie, stranezze, splendori e assurdità umane, immortalabili solo ed esclusivamente da un fotografo iniziato all’arte paziente e vigile del “momento decisivo”. «Si tratta di reagire a ciò che si vede, senza preconcetti – spiega Erwitt –. Si possono trovare immagini da fotografare ovunque, basta semplicemente notare le cose e la loro disposizione, interessarsi a ciò che ci circonda e occuparsi dell’umanità e della commedia umana».

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È soprattutto l’ironia di molte sue immagini a rendere unico il suo lavoro. La serie iniziale dei cani e quella finale di Museum watchers, in questo senso, sono emblematiche e sorprendenti per l’abilità con cui il fotografo riesce a umanizzare gli amici a quattro zampe – «i cani sono creature comprensive, presenti ovunque nel mondo. Non li disturba essere fotografati, non chiedono le stampe… essenzialmente per me sono persone interessanti con più peli» – e sbeffeggiare gli esseri umani.

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L’universo di Erwitt è infinito e infinitamente popolato. Qualsiasi manifestazione di umanità merita di farne parte, perché, per il fotografo e il suo “occhio nudo”, prima ancora che il contenuto è importante la forma. «Io non indago, scatto semplicemente, se le immagini assumono un significato per l’osservatore mi sta bene, ma va bene anche se ciò non accade. Queste [le fotografia della serie Middle Class] posso dire di averle realizzate al volo. Sono basate su varie osservazioni, che in fin dei conti è tutto ciò di cui la buona fotografia è fatta: principalmente osservazione dei fenomeni».

Grazie al cielo, Elliot Erwitt, continua a essere Elliott Erwitt.

Fino all’1 settembre 2013
Palazzo Madama
Piazza Castello, Corte Medievale
Info: www.palazzomadamatorino.it

Liu Bolin – l'artista camaleonte

Hiding in the City no. 96 Supermarket III 2010

Da quando nel 2005 il suo studio è stato distrutto per i lavori di adeguamento previsti dai Giochi Olimpici di Pechino, Liu Bolin ha abbandonato la scultura e si è dedicato alla fotografia, adottando però un approccio singolare al medium: camaleontico. Avevamo parlato di lui quando era venuto ad esporre in Italia, adesso ci siamo imbattuti in una impressionante galleria di suoi lavori e non abbiamo potuto non condividelre con i nostri lettori.

Le sue sono foto di paesaggi urbani, in cui l’opera dell’uomo – prodotti, costruzioni, giornali, scaffali – è al centro della scena, messa lì asetticamente. Ma se aguzziamo la vista notiamo che camuffato con lo sfondo si può distinguere una figura umana, esatto, è quella di Liu Bolin, il nostro artista, perfettamente mimetizzato con l’ambiente circostante. Il senso di questa serie di opere, intitolate Hiding In The City, è fortemente critico nei confronti della società, come spiega l’artista stesso:

Le location che scelgo devono essere fortemente legate a simboli come Politica, Ambiente, Cultura […] Nei miei lavori lo sfondo costituisce l’informazione più importante: i conflitti nascono quando il mio corpo svanisce nello sfondo, un riflesso della società vista dal mio punto di vista.

Hiding in the City no. 100 Chinese Bookshelf, 2012

Non vi resta che aguzzare la vista e meravigliarvi.

Via Slate | TED Blog

Game of Thrones nel XXI Secolo: dai casati alle corporation

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È appena trascorsa una domenica senza l’abituale puntata di Game of Thrones, a cui è stata concessa una settimana di pausa per lasciare spazio alle celebrazioni del Memorial Day (leggi: per non perdere ascolti dovuti alla mancanza di telespettatori, impegnati a godersi il lungo weekend vacanziero) e alla messa in onda, fresco di ritorno da Cannes, di Behind The Candelabra, biopic di Steven Soderbergh sugli eccessi dell’eccentrica star Valentino Liberace. Nonostante questo, la dipendenza quasi fisica dalla serie di punta della stagione televisiva ci spinge a parlarne anche in questo lunedì orfano delle gesta di Daenerys & Co.

Targaryen1-copy1Per farlo, recuperiamo una notizia di qualche tempo fa, ma che ha recentemente fatto il giro della rete, e che conferma il ruolo ormai dominante di Game of Thrones nell’immaginario pop dei nostri tempi. Si tratta di una geniale campagna pubblicitaria commissionata da Shutterstock, nota agenzia di stock photography, sapientemente lanciata qualche giorno prima dell’inizio della terza stagione della serie. Obiettivo della campagna? Scardinare l’idea comune (che potete verificare voi stessi dando una rapida occhiata all’archivio) che le fotografie e le illustrazioni catalogate nell’enorme libreria di cui dispone Shutterstock abbiano un valore appena superiore a quello delle clip art che potevate trovare all’interno delle prime versioni del vostro word processor preferito. E per cancellare questa percezione non proprio esaltante, cosa c’è di meglio che cavalcare il trend planetario di una serie di successo, mossa di sicuro effetto per riuscire a dare una lustratina al proprio marchio e soprattutto utile a far parlare di sé in tutti i meandri della Rete?

Lannister1-copy1Il risultato, opera di Elliot Scott (Mondayne), è davvero brillante. L’idea di fondo è quella di trasportare le principali famiglie di Westeros ai giorni nostri, trasformandole da medievaleggianti casati nobiliari a moderne corporation di successo. D’altra parte, la competizione senza esclusione di colpi tra le multinazionali per accaparrarsi fette di mercato sempre maggiori ha spesso poco da invidiare alla violenza del “gioco dei troni”. Prendendo spunto dalle caratteristiche salienti dei casati descritti da George R.R. Martin, e traendo dai loro ormai famosi motti preziosi suggerimenti per determinare i “core values” di ogni brand, la campagna mira a realizzare, mediante l’uso di immagini tratte dalle librerie di Shutterstock (e un bel po’ di photoshop), la “corporate identity” di ogni brand. E, come potete vedere dalle immagini, queste sono straordinariamente appropriate!

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Air Targaryen, perché possedere dei draghi è un grande aiuto quando si vogliono dominare i cieli.Targaryen-copy

Chi può vantare maggiore dimestichezza della famiglia Lannister con i meccanismi della finanza? Loro pagano sempre i loro debiti, e nel frattempo vi guidano nell’investimento dei vostri risparmi.Lannister2-copy

Abituati alla rigidità del clima nordico, la famiglia Stark ha certo il giusto know-how per produrre l’abbigliamento adeguato alle temperature più estreme. E siccome l’inverno è alle porte, arriva anche la collezione invernale.Stark-copy

I migliori guerrieri di Westeros spesso provengono dalla famiglia Baratheon, i quali sembrano i più affidabili nel campo dei servizi per la sicurezza personale.Baratheon-copy

L’esperienza accumulata navigando tra le Iron Islands fà dei Greyjoy dei grandi navigatori, di sicuro adatti alla gestione di una compagnia di crociere.Greyjoy-copy

Non potendo dominare i cieli, la famiglia Arryn si è accontentata dell’etere, grazie al monopolio dei ripetitori per la telefonia mobile installati sulle Mountains of the Moon e sulla fortezza Eyrie.Arryn-copy

Via HiConsumption