Frida Kahlo a Roma alle Scuderie del Quirinale

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La mostra inaugurata alle Scuderie del Quirinale è molto interessante. Si tratta della prima retrospettiva dedicata interamente a Frida Kahlo a Roma, a distanza di più di dieci anni da quella di Milano. Parlare della Kahlo come artista non è un’operazione semplice, poiché è difficile considerarne la produzione a prescindere dalla sua vita, anzi, spesso si fa l’errore di interessarsi solo alla sua biografia, al suo essere personaggio. Come era per Frida, nel considerarla non si hanno mezze misure: la si ama o la si odia; i suoi quadri, dal forte impatto emotivo, esplicano un repertorio sui generis, fatto di omicidi, aborti, sangue. Autoritratti di un realismo brutale e violento, talmente potenti da suscitare fastidio, intimidire il fruitore.

Da appassionata della Kahlo, mi aspettavo di veder esposti i suoi quadri più celebri, come Le due Frida e La Colonna Spezzata; questi in realtà non ci sono, in compenso possiamo ammirare un’opera eccezionale, Il Mosè o Nucleo Solare. Il percorso espositivo segue un criterio affascinante; si passa dai primi interessi della studentessa Kahlo, quando i suoi studi erano rivolti prevalentemente alla medicina e alla biologia, ai primi approcci propriamente artistici in cui si notano dipinti dal chiaro rimando accademico, fino a giungere alle opere più intimiste e personali, che seguono gli anni dell’incidente del 1926 quando, immobile a letto, l’artista prese coscienza del suo essere, dei suoi tormenti, dei suoi demoni, contro i quali si troverà a combattere tutta la vita.

Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943
Frida Kahlo, La sposa che si spaventa vedendo la vita aperta, 1943

Sono rimasta soprattutto colpita dalla sezione dedicata agli aspetti più intimistici della Kahlo: le fotografie inedite, del colombiano Leo Matiz, contrapposte a quelle più conosciute di Nickolas Muray, che hanno immortalato aspetti diversi, evidenziati non solo dalla scelta della stampa delle foto (in bianco e nero quelle del fotografo colombiano, prevalentemente a colori quelli di Muray) ma anche dal punto di vista di scelta fotografica, luce, inquadrature, che ne evidenziano la differenza “sociale” che vogliono rappresentare. Da una parte la Frida pubblica, dall’altra la Frida privata. Infine, e questo è stato straordinario, la serie dedicata ai disegni “terapeutici” della pittrice: un aspetto veramente intimo, che va oltre il famoso diario dell’artista, un tentativo di entrare nello stato d’animo di una donna, innamorata e abbandonata, che cerca di superare il dolore con una terapia basata sulla creazione artistica attraverso la pittura. Amore e odio nei confronti di Diego Rivera che nel 1942 le aveva chiesto il divorzio. Queste “Emozioni” sono il frutto dell’amicizia con la giovane studentessa di psicologia, Olga Campos. Per la prima volta, e questa è la particolarità della mostra, possiamo “capire” la donna Kahlo. Immagini intricate, complicate, espliciti riferimenti sessuali, opere che non sono state realizzate per il pubblico, ma per se stessa.

29 - Frida KahFrida Kahlo - Bozzetto per Henry Ford Hospitallo - Bozzetto per l'Hery Ford Hospital
29 – Frida KahFrida Kahlo – Bozzetto per Henry Ford Hospitallo – Bozzetto per l’Hery Ford Hospital

Ho apprezzato anche i riferimenti storici: in mostra opere di De Chirico, Maria Izquierdo, Severini, Rivera e altri artisti contemporanei; intreccio di colori, di riferimenti culturali e simbolici. Di certo il percorso espositivo si rivolge ad un pubblico preparato e appassionato, probabilmente lo spettatore che conosce superficialmente la pittrice rimarrà deluso dal non trovare i quadri più famosi. Chiude l’esposizione, com’è giusto che sia, la sezione dedicata al genere della Natura morta, intesa anche questa come autoritratto. Si va anche qui dal 1938 fino alla morte, avvenuta nel 1954, in cui le pennellate sono meno curate e definite, i contorni meno precisi. Mi aspettavo una maggiore cura nelle descrizioni, invece la curatrice ha preferito lavorare sui rimandi storici e biografici, senza approfondire gli aspetti folcloristici del mondo messicano, che pure hanno segnato fortemente la pittura di Frida. Nessun riferimento alla simbologia mesoamericana, nessuna scultura azteca, nessuna foto del “mondo messicano”, quel popolo, quella cultura, di cui la Kahlo era fiera. Se dovessi fare un paragone tra la mostra milanese del 2003 e questa posso sicuramente dire che da un lato, come impatto emotivo ed emozionale, preferisco quella del 2003, dall’altro però, per i contenuti simbolici, intimistici, ho amato anche questa di Roma, che mette finalmente a nudo la figura di una pittrice straordinaria, colta ed estremamente complessa.

Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939
Nickolas Muray, Frida con rebozo rosso, 1939

Frida Kahlo, Roma – Scuderie del Quirinale
20 marzo – 31 agosto 2014 a cura di Helga Prignitz-Poda

Strategia K. Teatro multimediale a Milano

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Nei giorni dell’arte alla portata di tutti, quella dell’edizione milanese dell’Affordable Art Fair (dal 5 al 9 marzo), la Zona K di Via Spalato presenta una performance teatrale della compagnia Dehors/Audela intitolata Strategia K: un’opera multimediale frutto di stratificazione e di sedimentazione tra linguaggi. È anche un progetto di ricerca fotografica a più tappe e un corpus video artistico in divenire.

Riportiamo di seguito il comunicato stampa dell’evento.


STRATEGIA K
6, 7 marzo 2014
Ore 21
ZONA K
Via Spalato 11, 20124 Milano +39 02 97378443

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E’ in dubbio la sua fertilità. Forse non potrà procreare. Fino ad ora non aveva considerato il problema. Basta che un elemento non funzioni per destabilizzare l’insieme.

Supplire l’eventuale assenza di un figlio. Prendersi cura di chi, poiché nato, è destinato a perire. La possibilità di non generare un’altra vita, un altro scheletro.

Ossa di vacca, emblema del nutrimento primario: il latte. Incontro tra corpo e ex corpo. L’uno inerte nella sostanza, l’altro inabile rispetto alle sue naturali funzioni preposte, si incontrano, dialogano muti.

Un cortocircuito inaspettato provoca lo scarto tra mimesi e realtà. Il rischio è l’opportunità d’essere una macchina celibe.

Strategia K rielabora la storia dell’isteria (uno dei più complessi paradigmi del problema mente-corpo), patologia che si credeva un tempo legata a problemi di procreazione, ricollegandosi al “reale” problema di presunta infertilità della performer in scena e creando un’inedita partitura fisica attingendo da fonti extra-teatrali come l’etologia, come l’Iconographie photographique de la Salpêtrière, un serbatoio visionario e ossessivo di spettacolarizzazione del dolore ante-litteram, o ancora come il pensiero di Didi Huberman (soprattutto il suo L’invenzione dell’isteria).

La spettacolarizzazione del dolore e del dramma privato, oggi approdata a livelli vertiginosi, ha origini più antiche di quanto si pensi: a fine Ottocento, le presunte isteriche della Salpêtrière venivamo messe letteralmente in scena, fatte esibire davanti a un pubblico di medici, costrette ad avere degli attacchi e premiate con un applauso finale.

Il foyer di Zona K ospiterà nei giorni della performance parte del nostro lavoro.

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concept DEHORS/AUDELA
azione scenica ELISA TURCO LIVERI
drammaturgia audiovisiva SALVATORE INSANA
con le voci di GIOVANNA BELLINI, LUCA BONDIOLI, VANIA YBARRA
sound ALBAN DE TOURNADRE
light design GIOVANNA BELLINI
tecnico del suono MARCO DE TOMMASI
costumi OLIVIA BELLINI
produzione COMPAGNIA DEL META-TEATRO
co-produzione DEHORS/AUDELA – LYRIKS
con il sostegno di ELECTA CREATIVE ARTS e ASS. CULT. RESINE

Dehors/Audela
dehorsaudela@gmail.com

Urban Country – urbano vs. rurale in mostra

Urban Country, Poggibonsi

L’eterno contrasto tra città e campagna, tra l’immaginario urbano e quello rurale,  si declina nelle opere di quattro giovani artisti emergenti nella mostra collettiva Urban Country a Poggibonsi (Siena), curata da Marina Giorgini e coordinata da Paolo Massarelli, che ospita le opere di Romina Farris, Nadia Medda, Giulia Raponi e Giovanni Senatore.

Il contrasto tra spazio urbano e spazio rurale ha un ruolo centrale nella cultura contemporanea: se da una parte lo spazio urbano della metropoli si impone come luogo di incontro, di scambio e di sperimentazione, dall’altra l’aggressione all’ambiente ha per ineluttabile esito cieli oscuri di smog rischiarati soltanto dalla fioca luce di un sole che sembra piuttosto una lampadina offuscata. Questa mostra non intende dare delle risposte a quesiti di tale complessità ma proporre spunti di riflessione e di ricerca.

La mostra si è inaugurata lo scorso weekend presso lo studio fotografico Modoluce in Piazza Emilia Romagna nella zona industriale dei Fosci a Poggibonsi, struttura di 600 metri quadrati, allestita con set e macchinari per le riprese foto – cinematografiche e il finissage sarà il prossimo sabato 8 febbraio dalle 18 alle 22 e vale una visita.

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Studio fotografico Modoluce
Piazza Emilia Romagna, 13
Poggibonsi (Siena)
fino al 08/02

Portateci a Torino. Crowdfunding contro la crisi

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Mirella Nania, Vita Nova, 2012
Mirella Nania, Vita Nova, 2012

In un periodo di profonda e perdurante crisi finanziaria, come quello in cui ci troviamo gettati, capita che, quasi allo scadere del tempo disponibile, ci si trovi a riconsiderare l’effettiva realizzabilità di un progetto che, preventivamente, si considerava certo e inattaccabile. Spariscono i vecchi sponsor e non se ne trovano di nuovi, i finanziamenti promessi tardano a concretizzarsi e i fondi in cassa sono un ricordo. In situazioni come queste, o ci si da per sconfitti, o ci si intestardisce, magari mossi dalla convinzione che il succitato progetto è realmente valido e non merita di venire accantonato in attesa di tempi migliori.

Anna Capolupo, Ordine, 2010
Anna Capolupo, Ordine, 2010

Quest’ultima reazione, orgogliosa e combattiva, è quella che ha spinto l’associazione culturale no profit Oesum Led Icima, che si occupa dell’organizzazione e promozione degli eventi artistici del MACA (Museo Arte Contemporanea Acri), a lanciare la sua prima campagna di crowdfunding. La finalità della raccolta fondi è quella di portare a conclusione la seconda annualità del progetto espositivo itinerante Young at Art, attraverso il quale, il museo di Acri, in Calabria, promuove il lavoro di un gruppo di giovani talenti della scena contemporanea regionale. Selezionati a inizio 2013 tra oltre 100 candidati, i 12 artisti che partecipano alla seconda edizione del progetto Young at Art (Anna Capolupo, Maurizio Cariati, Salvatore Colloridi, Marco Colonna, Giovanni Fava, Giuseppe Guerrisi, Salvatore Insana, Giulio Manglaviti, Domenico Mendicino, Mirella Nania, Gregorio Paone e Giusy Pirrotta) hanno già esposto le loro opere al MACA, tra l’aprile e il maggio scorsi e, successivamente, all’interno della VII edizione della Biennale d’arte contemporanea “Magna Grecia”, riscuotendo, in entrambi i casi, un buon riscontro di pubblico.

Giusy Pirrotta, Chroma (still from video)
Giusy Pirrotta, Chroma (still from video)

«Ma non è nulla in paragone al numero di visitatori e appassionati d’arte che si daranno appuntamento a Torino a partire dal 6 novembre – si legge nel comunicato stampa inviato per promuovere la campagna di crowdfunding –. Noi intendiamo intercettare più pubblico possibile, perché siamo convinti del valore dei 12 talenti artistici che compongono l’edizione 2013 di  Young at Art. Per questo motivo vogliamo portare la mostra itinerante nel cuore dell’azione, in uno spazio appositamente dedicato a loro all’interno di Paratissima, la più importante manifestazione off di Artissima che, nel 2012, ha richiamato a sé 100.000 visitatori».

Salvatore Insana, Space Time Lapse_out of this time
Salvatore Insana, Space Time Lapse_out of this time

L’associazione, allora, ha deciso di appoggiarsi alla piattaforma Kapipal, dando vita a una campagna di raccolta fondi che ha già visto qualche contributor farsi avanti, probabilmente attirato dai premi che sono stati messi a disposizione per le donazioni più generose: dai cataloghi delle tante mostre del MACA, sino alle coloratissime sculture in vetro realizzate dall’artista Silvio Vigliaturo, di cui il museo ospita un’ampia collezione. «Partecipare alla campagna di crowdfunding è facile, veloce, sicuro al 100% e lo si può fare a partire da un contributo minimo di 5 dollari andando al seguente link: http://www.kapipal.com/young-at-art».

Giovanni Fava, Senza titolo, 2008
Giovanni Fava, Senza titolo, 2008

Si tratta di un esperimento a cui l’associazione Oesum Led Icima si approccia con fiducia. « Crediamo fermamente nel progetto Young at Art, ed è per questo motivo che chiediamo un vostro aiuto, convinti che i 12 talenti che vi prendono parte meritino di essere visti e conosciuti da un pubblico vasto quanto può essere quello composto dai visitatori di Paratissima, e che essi possano dare un’immagine di una Calabria nuova, bella e ricca di creatività ».

info: http://youngatart2013.com; info@museomaca.it

The Art of Punk: l'identità visiva di Black Flag, Crass e Dead Kennedys

My name’s Raymond Pettibon and I designed this motherfuckin’ thing. […] To depict the name “Black Flag”… 90% of the motherfuckers would come up with the same scheme, you know?
Raymond Pettibon, artista, ideatore del monicker “Black Flag” e autore del “four bars” logo

I live not far from 8th street, you know, there’s still old-style punks on 8th street, and every now and again I’d see someone wearing the Crass symbol, and I’d think “Oh, I should go and say hello”, you know, I should say “Oh, excuse me young man, do you know that I designed that logo?”, and they’d be like “Piss off, grandad!”
Dave King, graphic designer, autore del logo dei Crass

Art is plagiarism, you know… and that’s what so exciting and wonderful about it. You take something and you push it up a different avenue, and you make it, you know, say some more.
Gee Vaucher, artista, collaboratrice dei Crass

I don’t think it’s a totally genius idea, I don’t think it’s a masterpiece, it’s just a little, clever, kinda angular symbol. I’m shocked that it still is around, I’m shocked that there’s people who appreciate it, I’m shocked that the movement actually lasted a whole lot longer than hippie-dippie trip, or the beatnick scene.
Winston Smith, collage artist, autore del logo dei Dead Kennedys

Il connubio tra arti visive e musica rock vi affascina? Siete tra coloro che amano gettarsi nella più selvaggia mosh pit, incuranti delle anfibiate che potrebbero da un momento all’altro arrivarvi in pieno muso, facendovi saltare due incisivi? Come degli adolescenti continuate a scarabocchiare su qualunque superficie vi capiti a tiro le quattro minacciose barre nere che identificano in modo univoco i Black Flag, o il tagliente monogramma dei Dead Kennedys, o il simbolo dal sapore quasi militarista dei Crass? O magari ve li siete tatuati sul braccio, sulla schiena, sul collo, o in altri posti meno adatti ad essere esibiti in pubblico? Oppure siete semplicemente curiosi di sapere cosa si cela dietro questi celebri emblemi, e in che modo essi riflettono l’ideologia e l’attitudine punk delle band che li adottarono, il tutto mentre vi ascoltate una manciata di riff al fulmicotone, di quelli che ormai non si sentono quasi più?

Bene, abbiamo quello che fa per voi: appena qualche giorno fa, infatti, è stato pubblicato su MOCAtv, canale YouTube del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, il terzo e ultimo (per ora?) documentario della serie The Art of Punk, e abbiamo pensato che fosse cosa buona e giusta, oltre che gradita a voi fedeli lettori di AtlantideZine, offrire una panoramica di questa interessante, ancorché troppo breve, webserie.

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The Art of Punk nasce da un’idea di Bryan Ray Turcotte (al quale Vice ha dedicato un’intervista proprio un paio di giorni fa), testimone diretto, sia da musicista che da fan, della scena punk californiana, e soprattutto meticoloso collezionista di flyer promozionali di concerti punk. Nel corso degli anni Turcotte ha accumulato un’enorme mole di manifestini e poster di concerti, costruendo una sorta di memoria visiva del movimento, ed è stato bravo ed intraprendente nel saper unire l’utile al dilettevole attraverso la fondazione della casa editrice Kill Your Idols, specializzata nell’organizzazione di mostre e nella pubblicazione di raccolte di tutto ciò che è legato alla cultura punk, tra le quali spicca il volume Fucked Up + Photocopied che vedrete bruciare nella sigla di apertura dei tre documentari in questione. Affascinato dalla simbiosi tra musica e arti visive che ha accompagnato la controcultura punk sin dagli albori, Turcotte, in collaborazione con il fotografo, produttore e filmmaker Bo Bushnell, ha creato, prodotto e realizzato per MOCAtv i documentari che compongono la serie, un progetto dedicato alla storia musicale ed artistica di tre band seminali di quella scena musicale/culturale che tra la fine degli Anni ’70 e l’inizio degli Anni ’80 mise a ferro e fuoco gli Stati Uniti e il Regno Unito: i Black Flag e i Dead Kennedys, pionieri dell’hardcore tra SoCal e Bay Area, e i Crass, padri dell’anarcho-punk inglese. Sono tre band, queste, il cui ben noto furore sonoro ha trovato degna controparte nella violenza iconoclasta e nell’ironia insolente del proprio repertorio iconografico. Tre band capaci di combinare la forza di entrambi i codici espressivi in un furibondo attacco alla cultura mainstream, e canalizzare così la rabbia e la frustrazione di una generazione orfana dei sogni coltivati durante il decennio precedente, calpestati e soffocati dal liberismo senza freni che proprio in quegli anni, assumendo le minacciose forme della famigerata reaganomics e dall’autoritarsmo thatcheriano, gettava le basi della sua lunga, e fino ad ora incontrastata, egemonia.

artofpunkflyerThe Art of Punk è un frenetico viaggio che in sole tre fermate si propone di andare alla ricerca delle radici del punk e alla scoperta della sua cifra estetica, un viaggio durante il quale Turcotte e Bushnell raccolgono le testimonianze dei protagonisti di quell’irripetibile periodo e provano a ricostruire la genesi dello stretto legame che intercorre tra l’espressione musicale, l’ethos, l’ideologia politica e lo stile della comunicazione visiva adottato da queste band. Prendendo le mosse dal design degli iconici loghi, The Art of Punk finisce per sviscerare la filosofia sottostante l’adozione di quell’inconfondibile aspetto grafico che caratterizza tutti gli artefatti materiali riconducibili al movimento punk, dalle fanzine ai flyers ai manifesti dei concerti, passando per le copertine dei dischi e delle t-shirt, un patrimonio artistico le cui componenti fondamentali sono felicemente riassunte nelle parole di Jello Biafra, mente dei Dead Kennedys:

From the very beginning punk’s visual art was deliberately simple, DIY, anybody could make it if you had a demented enough brain. All it took was scissors or razorblade and some glue, and you could make collages […] We don’t need complicated stuff, we can just make it all by ourselves, and one wicked idea, especially one that’s gonna offend almost everybody who sees it, that’s the way to go.

I tre ritratti sono brevi, brevissimi — il più lungo dura poco più di ventri minuti, gli altri non arrivano al quarto d’ora — e costruiti in modo abbastanza canonico giustapponendo frammenti di interviste ad esplosioni sonore perfette per sottolineare la potenza delle immagini, eppure riescono a tratteggiare in modo sorprendentemente efficace la storia delle band e le circostanze che portarono alla creazione di un movimento in grado di veicolare il proprio messaggio radicale e la propria ribellione tanto attraverso il materiale sonoro, fatto di musica e testi iperaggressivi, quanto per mezzo di precise scelte grafiche ed estetiche altrettanto oltraggiose.

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Attraverso le testimonianze dirette degli artisti (Raymond Pettibon, Winston Smith, Dave King e Gee Vaucher), dei musicisti (fanno la loro comparsa Henry Rollins, Penny Rimbaud, Jello Biafra, e, in rappresentanza del nucleo originario dei Black Flag, Keith Morris e Chuck Dukowski), e di vari personaggi in un modo o nell’altro associati al movimento ed indelebilmente influenzati da esso (Flea, l’artista pop surrealista Tim Biskup e lo skater Steve Olson, giusto per citarne alcuni), emerge quanto il discorso musicale portato avanti da queste band fosse legato in modo inestricabile alla loro identità visiva declinata nei loghi, nelle copertine, nelle illustrazioni dei poster. È il caso della simbiosi tra i Black Flag e i Raymond Pettibon, artista legato alla band non solo da vincoli familiari, ma soprattutto dal ruolo fondamentale che i suoi disegni a china ebbero nella costruzione di tutto l’immaginario che si cela dietro il nome “Black Flag”, attraverso i quali potrebbe aver fornito un contributo addirittura più sostanziale di quello, in verità già piuttosto egregio, dato con l’invenzione del monicker e la creazione grafica del logo. È anche il caso della profonda comunione di intenti, a partire dalla fiducia riposta nell’efficacia comunicativa del collage come forma di espressione visiva, tra Winston Smith e Jello Biafra, corresponsabili del caotico e provocatorio messaggio dei Dead Kennedys. Ed è, in misura forse addirittura maggiore, senza dubbio il caso di Gee Vaucher, le cui sperimentazioni artistiche, e in special modo i suoi collage, furono essenziali nell’esprimere la poetica (e l’ideologia politica) dei Crass, in modo così decisivo da farne un membro effettivo della band di Penny Rimbaud, oltre che una figura di spicco di tutto l’ambiente creativo che orbitava intorno alla Dial House e dell’arte militante in generale. (Senza trascurare l’improbabile figura di Dave King, che per modi e portamento parrebbe essere un personaggio totalmente alieno alla scena punk inglese di fine Anni ’70. D’altra parte, come ben dice il tattoo artist newyorkese Scott Campbell, “if you’re envisioning a tough punk rock persona, a british graphic designer is the last thing that comes to mind”).

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Magari i puristi (ci sono sempre dei puristi) obietteranno che l’impostazione grafica dei tre video non sia sufficientemente “punk”, ma che sia, al contrario, schifosamente patinata. È potrebbero anche avere ragione, perché The Art of Punk, nel suo slancio celebrativo, pesca a mani basse tra i cliché di quella stessa estetica che si propone di indagare, peccando in un certo qual modo di conformismo, che nel codice morale del punk praticante ci risulta essere un peccato capitale la cui gravità è di poco inferiore all’aver votato per Maggie Thatcher. Il lettering del titolo realizzato con i caratteri ritagliati dai giornali, le immagini accostate in disordinati collage, l’uso e abuso di tutto quel campionario di effetti che puntano a creare un’artificiale aura lo-fi (le finte sfocature, le finte bruciature della pellicola, e l’infinita gamma di imperfezioni, graffi, tagli e salti di quadro): gli stilemi prevedibili sono senza dubbio abbondanti. E anche la glorificazione dell’aspetto grafico dei loghi, la loro trasformazione in brand, potrà sembrare quasi un testacoda ideologico: cosa c’è di meno punk del trasformare il logo della propria band in un brand, alla stregua di una qualsiasi corporation? Magari ci si può rassegnare e ammettere che è così che va il mondo, la battaglia è persa, i cattivi hanno vinto, e pazienza. (D’altra parte, inutile stupirsi: il funerale del punk è stato celebrato dagli stessi Crass svariati decenni or sono). Oppure la si può guardare in altro modo, e ci vengono in soccorso ancora una volta le parole di Jello:

I am not a brand, I am a person! But at the same time I recognize that THAT thing is a precious thing to be respected, used wisely, always go for something that’s gonna grab people.

che ben si sposano con la chiosa conclusiva di Winston Smith:

[Still hoping that] people will continue to utilize it as a symbol of  “stand up, don’t sit down”. Like I said, we may not win, but let’s not go down without a fight.

Insomma, magari i tre video non diranno nulla di nuovo a chi già apprezza le band (o magari le detesta) e ne conosce vita, morte e miracoli. Ma a noi sono piaciuti, e magari sbagliamo, ma ci pare che l’attitudine sia quella giusta, e che il progetto trasudi passione sincera e genuina. Anzi, ci sono piaciuti così tanto che vorremmo vederne molti altri: non si meritano forse le loro piccole monografie anche Discharge, D.R.I., Circle Jerks, Agnostic Front, Suicidal Tendencies, D.O.A., Cro-Mags? Chissà. Per adesso, godiamoci questi.

I. The Art of Punk – Black Flag: The Art of Raymond Pettibon

II. The Art of Punk – Crass: The Art of Dave King and Gee Vaucher

III. The Art of Punk – Dead Kennedys: The Art of Winston Smith

Gli origami iper-realistici di Nguyễn Hùng Cường

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Qui su AtlantideZine la nostra competenza in fatto di origami si limita alla realizzazione di modestissime barchette di carta (e non potrebbe essere altrimenti: siamo o no in mezzo al mare??), e guardiamo sempre con grande ammirazione, e un pizzico di invidia, quelli che, con pochi abili gesti e l’esecuzione di piegature che ai nostri occhi profani appaiono poco più che casuali, realizzano le simpatiche ranocchie o le tradizionali gru giapponesi. Immaginatevi la nostra meraviglia quando ci siamo imbattuti nelle opere di Nguyễn Hùng Cường, l’artista vietnamita autore degli origami che vedete in questa pagina. Per realizzare i suoi iper-realistici origami, talmente dettagliati da sembrare quasi delle sculture, Cường adopera vari tipi di carta, tra cui le banconote, ma nutre una particolare predilezione per la tradizionale carta vietnamita fatta a mano (), alle cui peculiari caratteristiche si deve l’apparente morbidezza delle sue creazioni.

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Artista per hobby (nonostante non nasconda la speranza di avere, un giorno, l’opportunità di pubblicare un libro che raccolga il suo repertorio di figure di carta), Cường racconta in una breve intervista rilasciata al sito All Things Paper come la sua passione per l’arte di piegare la carta sia nata prestissimo, quando aveva appena sei anni, e come all’età di dieci anni abbia realizzato il suo primo origami originale.

“Ciò che amo degli origami è che posso realizzare qualsiasi cosa da un singolo foglio di carta semplicemente piegandolo. Poiché non sono bravo con le parole, uso l’origami per comunicare le mie idee, le mie emozioni, e le bellezze di questo mondo”, recita la breve bio di Cường riportata sulla sua pagina Flickr (che vi consigliamo di visitare per poter ammirare tutte le creazioni di questo giovane talento di Hanoi). Tra le sue opere, ci hanno particolarmente colpito quelle dedicate al regno animale, di cui potete vedere alcuni esempi nella galleria qui sotto.

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via Juxtapoz

BAM! La Street Art arriva nelle Langhe

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Dal 21 al 23 giugno a Bergolo e Levice (CN), nasce il BAM Bergolo – Levice Art Museum.

Il BAM è una galleria di street art a cielo aperto concepita per promuovere e valorizzare il patrimonio artistico e urbano dell’Alta Langa e realizzata grazie agli interventi di nove street artist italiani (Corn79, Mrfijodor, Refresh Ink, SeaCreative, Truly Design, Vesod, Vs., Fabio Weik, Whatafunk) che sabato 22 giugno dipingeranno le superfici pubbliche disponibili.

Il progetto rappresenta la seconda applicazione del modello di rigenerazione degli spazi urbani sperimentato a Torino con SAM (Street Art Museum).

Il BAM è realizzato dalla Proloco di Bergolo e dal Comune di Levice nell’ambito della 3° edizione del Bergolo Art Festival, in collaborazione con le associazioni BorderGate e Il Cerchio e le Gocce, con la direzione artistica di Roberto Mastroianni e il coordinamento organizzativo di Carmelo Cambareri.

Durante le tre giornate del 3° Bergolo Art Festival oltre al BAM si terranno mostre, concerti, dj set e il 3° Concorso Nazionale di Arte Murale promosso dall’associazione ArteYBarbieria di Alba.

info: info@bam-museum.it – www.bam-museum.it