La principessa scarmigliata

Ribelle- the Brave; Disney - Pixar

Due brevissime premesse.
Uno: sono una grande fan della Pixar. Ho setacciato avidamente il web in cerca di trailer e immagini di questo film mesi prima che arrivasse nelle sale. L’impazienza sempre più viva e le aspettative sempre più alte. Il che non è MAI una buona cosa.
Due: ho sempre voluto avere i capelli rossi. Proprio quel rosso lì.

Dopo aver esplicitato due fattori che possono aver compromesso nel bene o nel male il mio giudizio, posso iniziare a parlare del film.
Innanzitutto non è la storia che mi aspettavo. E non solo perché, come forse avrete già letto da qualche altra parte, in questo film non ci sono storie d’amore, ma perché, effettivamente, la trama prende delle pieghe un po’ imprevedibili.

Ribelle- the Brave; Disney - Pixar

Ma torniamo alla questione della storia d’amore.
La principessa Merida è arrivata ad un’età in cui dovrebbe sposarsi, ma non ne ha nessuna intenzione. Fin qui nulla di particolarmente originale. Letteratura e cinema ci hanno già raccontato di eroine un po’ ribelli che non vogliono piegarsi ai dettami della società. Il fatto è che, ad essere sinceri sinceri, persino le protagoniste dei romanzi alla Jane Austen in finale raggiungono la felicità solo quando si sposano. Magari scelgono un matrimonio meno convenzionale, ma l’appagamento è sempre nel trovare l’anima gemella. Invece questa volta no, Merida non si innamora di nessuno. Lo farà, probabilmente, in futuro. O forse no. Al momento non ci interessa. Quello che ci interessa è che in questa storia la giovane protagonista non ha bisogno di un uomo per essere felice.

Ribelle- the Brave; Disney - Pixar

Brave prova anche ad affrontare il rapporto delicato e complicato che quasi sempre si instaura tra genitori e figli dello stesso sesso; quel mix  inestricabile di odio e amore, rifiuto e desiderio di emulazione, indipendenza e identificazione.

Tutto fantastico. Se avessi un/a figlio/a, vorrei che vedesse questo film. Tutte le bambine e i bambini dovrebbero vederlo. Se è un buon film? Questo davvero non saprei dirlo. Dal punto di vista tecnico è  straordinario come solo un film della Pixar può essere. Splendidi paesaggi, atmosfere seducenti. L’animazione dell’orso che è, allo stesso tempo, un animale e un essere umano (non posso dire di più!) è un capolavoro di maestria. Ma manca qualcosa. Sarà colpa delle aspettative troppo alte?

Ricordo un’intervista a Pete Docter, regista di Monsters&co., qualche anno fa. Diceva che il segreto del successo della Pixar è che in ogni loro film “la storia è regina”. Ho l’impressione che questa volta sia stata un po’ spodestata. L’idea di una prospettiva diversa è decisamente interessante e apre nuove possibilità di sperimentazione narrativa. Ma non credo sia sufficiente a reggere un intero film.

Ribelle- the Brave; Disney - Pixar

I personaggi minori sono un po’ piatti e poco interessanti. La trama, che comunque ha i suoi momenti riusciti, nel complesso mi è sembrata un po’ forzata e permeata di un vago simbolismo che mi infastidisce sempre un po’. Ma non sarò certo io a sconsigliare un film della Pixar.

Un’ultimissima cosa. So che il marketing sta già vendendo Merida come una delle “Principesse Disney”. E si sa che, nei film della Disney, le canzoni sono uno dei pezzi forti. Sono sicura che a molti bambini piacciono. Sono persino sicura che ad alcuni adulti piacciano. A me, personalmente, fanno venire l’orticaria.

Ribelle – The Brave – USA, 2012
di Mark Andrews
Con le voci nella versione originale di Reese Witherspoon,
Emma Thompson, Billy Connolly, Julie Walters.
Disney-Pixar – 93 min.

Giallo di China

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (1)Ho scoperto da poco che un noto ristorante romano offre, nel suo menù, accostamenti  culturalmente arditi come i ravioli al vapore ripieni di coda alla vaccinara. Questo incipit è solo apparentemente disgiunto dal nostro oggetto di discorso perché guardare Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma ha suscitato in me più o meno le stesse sensazioni che, immagino, si provino nel trovarsi di fronte suddette proposte gastronomiche. Mi spiego meglio. Il regista di questo film era stato etichettato, all’apice della sua carriera, come lo Steven Spielberg di Hong Kong (povero Spielberg, ma quanti suoi cloni esistono in giro per il mondo?!). Intuisco che ciò significhi budget lussuosi, una certa attenzione alla storia e una regia dotata di personalità.

Se è vero che Tsui Hark ha avuto Spielberg come modello di riferimento, probabilmente non ha pensato a quello emozionale e riflessivo degli ultimi film ma a quello più avventuroso e giocherellone degli anni ’80 e ’90. Insomma, lasciando stare i giri di parole, questo film si ispira dichiaratamente a Indiana Jones, persino nella struttura del titolo. Ma se è piuttosto plausibile per lo spettatore immaginare il professor Jones alle prese con una misteriosa avventura ambientata in Cina (cosa c’è di più esotico e misterioso della Cina?!) risulta invece un po’ più impegnativo, almeno per noi occidentali, seguire le vicende di un personaggio stile Indiana Jones ma appartenente lui stesso alla cultura cinese e, per di più, protagonista di una storia ambientata secoli e secoli fa.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (2)

Infine, ennesima secchiata di benzina sul fuoco della curiosità, questo film si presenta come un giallo classico, completo di omicidi apparentemente inspiegabili. E siccome l’estate non è estate senza aver visto almeno un film giallo, ecco che l’avventura di detective Dee diventa irrinunciabile.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (3)La partenza è ben congegnata: nella Cina del 600 la prima imperatrice donna sta per essere incoronata, nonostante l’esplicito scontento dei tradizionalisti. I preparativi per la cerimonia, però, vengono interrotti da una serie di morti che sembrano causate dall’ira degli Dei. A investigare su di esse viene chiamato un carismatico detective (ma esistevano i detective nella Cina del‘600? È proprio vero che hanno inventato tutto prima di noi) che ha un controverso passato da ribelle proprio contro l’imperatrice che ora è chiamato a difendere. Anche il finale è indubbiamente un’espressione di ottimo cinema, da tutti i punti di vista: effetti speciali maestosi e ben realizzati, la storia che si conclude con grazia, persino una morale interessante e non didascalica. Il sottofinale, poi, è un vero e proprio tocco da maestro che lascia la porta aperta ad eventuali nuove avventure di Dee, se possibile ancora più improbabili di quelle che gli sono appena occorse.

Ciò che mi lascia perplessa è tutto quello che c’è tra questo buon inizio e questa ottima fine. In primo luogo gli interminabili combattimenti volanti che, confesso, preferirei veder vietati per legge. Senza di quelli il film durerebbe mezz’ora in meno e sarebbe incalcolabilmente più godibile. In secondo luogo la trama si rivela sempre più farraginosa: non solo poco credibile – il che non sarebbe un vero problema in un contesto di genere che confina spesso con il fantasy – ma soprattutto poco logica e poco scorrevole. O l’ennesima serie di calci rotanti ha intorpidito le mie facoltà di comprensione o gli sceneggiatori hanno ritenuto la consequenzialità e la coerenza requisiti secondari di questa avventura. Infine un problema del tutto culturale: la comicità orientale inserita in un film dall’impianto tutto sommato classicamente hollywoodiano, talvolta lascia sinceramente interdetti.

Se vi consiglio di vedere questo film quando uscirà in sala alla fine di Agosto? Le recensioni degli specialisti del genere sono entusiaste. Come quelle dei ravioli al vapore ripieni di coda alla vaccinara.

Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (poster)Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma (Di renjie)
China/Hong Kong 2010
regia di Tsui Hark
con Andy Lau, Carina Lau, Bingbing Li, Tony Leung Ka Fai, Chao Deng
durata 122 minuti

in Italia dal 26 Agosto 2011

.

Tutto è bene quel che finisce bene(?)

Mi aspettavo che ci fosse più gente ansiosa di scoprire il destino finale del più celebre maghetto del decennio. Invece, dopo un paio di giorni dall’uscita di Harry Potter e i Doni della Morte-parte 2, in sala c’eravamo solo io e due dozzine di preadolescenti cinesi. In definitiva un pubblico scarno ma molto esigente.
Pur avendo visto con piacere tutti i film della saga, non ho letto i libri della Rowling, quindi mi sono seduta nel grande cinema vuoto con la sincera curiosità di sapere come sarebbe andata a finire. Del resto proprio sul concetto di «fine» era abilmente giocata tutta la campagna pubblicitaria.

I non-più-tanto-piccoli attori sono sempre più bravi e, anche questa volta, trovo molto convincenti i dialoghi, nonostante qualche caduta di stile rispetto al cupissimo Harry Potter e i Doni della Morte-parte 1 e all’ottimo Harry Potter e il Principe Mezzosangue.
La regia di David Yates mi sembra discreta,  e, ovviamente, gli effetti speciali sono fantastici.
Mi lascia un po’ perplessa, invece, la sceneggiatura che, probabilmente, risente del disperato tentativo di condensare in due film una mole di pagine da romanzo russo. La funzione di alcuni personaggi minori mi rimane oscura, altri, invece, compaiono quasi dal nulla a svolgere ruoli chiave.
Ma, nel complesso, il film si rivela piuttosto godibile.
Poi qualcosa cambia: mi accorgo che gli autori stanno, pezzo dopo pezzo, suggerendo un finale inatteso, eroico, originale. Mi metto a sedere meglio e guardo lo schermo con sospetto.
No, non mi sono sbagliata, è proprio lì che la storia sta portando; a un finale che, a mio parere, fa salire il livello qualitativo della saga di Harry Potter di diversi punti.

Valuto seriamente l’idea di appropriarmi con la forza dei pop corn dei miei piccoli vicini mentre seguo con genuino entusiasmo l’evoluzione inaspettata della saga. Ma soprattutto, dentro di me, invoco il perdono della Rowling per aver sempre parlato male di lei, per aver sempre sostenuto che i suoi libri erano scritti a tavolino da un gruppo di ottimi mestieranti. E invece lì, davanti a me, prende vita un finale incredibilmente forte e coraggioso. Esageriamo: un finale quasi epico.

Ma l’incantesimo si rompe e quell’ipotesi straordinaria si trasforma nel più trito e prevedibile degli epiloghi. Rowling, maledetta strega avida, perché mi hai fatto questo? Perché prima mi hai illusa?
Forse nella versione letteraria ogni evento ha i tempi giusti per evolvere, forse tra le pagine del libro il lettore ha modo di maturare meglio i cambiamenti. Ma nella trasposizione filmica i passaggi finali sono bruschi e mal riusciti. La storia si spegne, si affloscia, agonizza. Osservo impotente un vero delitto narrativo.

La cosa peggiore? Non solo gli autori hanno cancellato senza pietà la pennellata di autentico eroismo che aveva fatto brillare l’ultimo capitolo di questa storia, ma il messaggio finale che arriva al pubblico cinematografico è che questi ragazzini, questi impavidi piccoli maghi, abbiano tanto lottato per raggiungere nient’altro che l’ordinarietà della vita comune. Gli ultimi minuti del film ci offrono uno sguardo nel futuro. Ecco cosa ne è stato dei sopravvissuti (non diciamo quali e quanti) alla più imponente e drammatica battaglia del mondo della magia: nulla. Sono diventati adulti e tristi, hanno perso i capelli, indossano tailleur e brutte scarpe con tacco basso. Probabilmente il sabato giocano a freccette e conservano i buoni sconto del supermercato. Il giovedì pomeriggio sul succo di mandragora c’è il 30% di sconto.

 

Harry Potter e i Doni della Morte – parte 2 (Harry Potter and the Deathly Hallows – part 2)
USA/GB 2011
regia di David Yates
con Daniel Radcliff, Emma Watson, Rupert Grint
130 minuti
nelle sale dal 13 Luglio 2011

Abrams e Spielberg: tre metri sopra gli UFO

Difficile capire con certezza quale rapporto esprima questo film. Forse dietro Super 8 si cela un amore devoto e appassionato come quello che legava François Truffaut al suo idolo Alfred Hitchcock, al punto che l’ultimo film del regista francese potrebbe tranquillamente essere girato dal maestro inglese. Oppure potrebbe essere manifestazione di beffardo disprezzo e adolescenziale senso di superiorità, come quello esibito da Picasso che affermava di poter falsificare senza difficoltà le opere di tutti i suoi colleghi, compresi gli amici più stretti. Fatto sta che l’ultimo film di J.J. Abrams (il padre di serie come Lost, Fringe e Flash Forward ma anche il regista dell’ultimo episodio di Star Trek) è, senza ombra di dubbio, un film che ripropone temi, stile e contenuti tipici del cinema del primo Spileberg, quello di ET e Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, per intendersi.

Il film porta non solo moralmente ma anche legalmente il marchio della Amblin, la casa di produzione di Spielberg, e, considerato che non è possibile metter il copyright su un intero stile, mi sembra comunque giusto che da un film realizzato imitando le sue pellicole più celebri degli anni ’80 ci guadagni qualcosa anche lui. Protagonisti, naturalmente, sono dei ragazzini di circa 11, 12 anni ammirevolmente diretti da Abrams. La storia, come nella migliore tradizione spileberghiana, è raccontata quasi esclusivamente dal punto di vista dei “piccoli”. Fulcro iniziale della narrazione è un concorso di cinema per giovanissimi a cui Charles vuole partecipare a tutti i costi. La sua determinazione tiene insieme una piccola troupe eterogenea in cui il genuino e coinvolgente entusiasmo del regista-sceneggiatore deve sopperire continuamente alle numerose carenze tecniche e organizzative. In particolare Charles deve affrontare due grandi ostacoli che sembrano frapporsi minacciosamente tra lui e il successo: la morte della madre di Joe (Joel Courtney), truccatore ed addetto agli effetti speciali, e la concorrenza spietata e sleale. Charles, infatti, teme che, dopo il recentissimo lutto, il suo prezioso collaboratore trovi alquanto fuori luogo partecipare a un film sugli zombie. Inoltre la scoperta che alla competizione cinematografica parteciperanno anche ragazzi più grandi rende necessario, agli occhi di Charles, trovare qualche soluzione che renda il loro film più appetibile.

Il primo problema verrà risolto coinvolgendo nel tournage la bella Alice (Elle Fanning) per cui Joe ha una cotta epocale; il secondo verrà risolto più rocambolescamente cercando di inserire nel film amatoriale (in super 8, naturalmente, dato che ci troviamo alla fine degli anni’70) degli effetti speciali «gratuiti» come, ad esempio, il passaggio di un vero treno o il volo di un vero elicottero. Ma, naturalmente, i ragazzi si ritrovano coinvolti in qualcosa di molto più grande di loro e la piccola telecamera riprende più di quello che dovrebbe.

Il film è piuttosto solido nella sua prima parte, grazie all’ottima interpretazione dei giovanissimi attori e alla naturalezza e credibilità dei loro dialoghi, teneri e comici al tempo stesso. L’eroico impegno nella realizzazione di un brutto film dilettantistico suscita la divertita empatia del pubblico. Decisamente meno riuscita la seconda parte, quella in cui l’elemento fanta-scientifico dovrebbe irrompere sconvolgendo lo spettatore. La trama si sgonfia come un soufflé mal riuscito e nemmeno i copiosi effetti speciali riescono a risollevarne le sorti.

Super 8 non è un brutto film, anzi, è un prodotto ben curato e, per di più, le sue atmosfere vintage sono piuttosto gradevoli; il problema è che si tratta di un film già visto di cui il pubblico può prevedere quasi ogni cosa, in particolar modo la fine. Metafora un po’ troppo esplicita sulla difficoltà di accettare i mutamenti della crescita e quelli della vita in generale che sembrano sempre rivoltare e devastare il nostro mondo, Super 8 è un film che si guarda volentieri, magari con gli amici, anche se non siete dei fan di Spielberg. Un po’ ET, un po’ Dawson’s Creek, un po’ Goonies, un po’ IT a questo film manca, però,  quel qualcosa che rende un film ben fatto un bel film. Forse un po’ di personalità.

Di sicuro, se ET ha potuto essere riproiettato nei cinema 20 anni dopo e riuscire ancora a incassare ai botteghini, non credo proprio che il destino abbia in serbo per super 8 la stessa sorte.

Super 8, US 2011
regia di J.J. Abrams
con: Joel Courtney, Kyle Chandler, Elle Fanning
112 minuti

in Italia dal 9 Settembre

Peter Falk non c'è più: devo dirlo a mia moglie.

Si sviluppa un rapporto strano, a volte, tra gli attori del piccolo e grande schermo e il loro pubblico. Ci sembra di conoscerli di persona, ci sembra di poter immaginare con facilità le loro reazioni, le loro emozioni. Probabilmente confondiamo l’attore-persona con i personaggi che ha interpretato. Per questo non era raro, qualche giorno fa, leggere in rete titoli e commenti che recitavano più o meno: “è morto il Tenente Colombo”.

Ma Peter Falk non era solo il Tenente con l’impermeabile frusto e il sigaro scadente, e, a dire il vero, non aveva nemmeno origini italiane come il suo celebre personaggio o come molti gangster che ha interpretato nei film degli anni 50 e 60 (Murder, Inc.).
Me lo ricordo, ad esempio, irresistibilmente divertente nel film di Frank Capra, Angeli con la pistola, per cui ricevette la nomination all’oscar. Non ha mai portato a casa la statuetta dorata, ma è quasi incredibile pensare al successo che ha ottenuto, a teatro come al cinema, pur avendo una protesi oculare, ovvero avendo subito una pesante decurtazione del più efficace strumento espressivo dell’attore. Eppure il suo sguardo leggermente sbilenco, invece di essere un impedimento, è diventato il suo segno di riconoscimento.

Quando Peter Falk ha girato l’episodio pilota di Colombo aveva già lunghi anni di carriera alle spalle. Chi sa se lui o il regista, uno Steven Spielberg quasi esordiente, avevano il minimo sentore del successo che la serie e il personaggio avrebbero riscosso.
La serie del Tenente Colombo è andata in onda regolarmente per circa sette anni (dal 71 al 78) per poi riapparire, con episodi speciali, negli anni 80 e 90 (il ritorno di Colombo).
Da che io ho memoria di programmi televisivi, Colombo c’è sempre stato. Non credo sia concepibile un’altra serie che abbia soggiornato nei palinsesti di tutto il mondo senza invecchiare mai, senza stancare mai. Ho visto ogni episodio di Colombo almeno due o tre volte. Ma se mi capita di trovarlo in tv, lo riguardo ancora. Le indagini del Tenente Colombo rappresentano anche adesso, a 40 anni di distanza, uno dei picchi più alti della serialità televisiva.

Prodotto sperimentale in tutto, dalla trama al formato, stravolse le convenzioni del racconto poliziesco mostrando immediatamente al pubblico l’identità dell’assassino e le modalità del crimine. Il gusto consisteva, quindi, nell’apprezzare come il Tenente riuscisse, con ironia e a volte un pizzico di crudeltà, a esasperare e incastrare il colpevole.
Diventato vetrina e trampolino di lancio per nuovi e promettenti registi, ogni episodio della serie è curato ammirevolmente nei minimi dettagli. Gli assassini sono interessanti e affascinanti, non solo perché appartengono spesso ad un’élite culturale, ma perché, addirittura, a volte sono più simpatici delle loro vittime.
Determinante per il successo della serie è anche il contrasto tra gli ambienti raffinatissimi in cui avvengono i delitti (ricchi magnati, stelle del cinema, medici quotati) e lo scalcinato detective incaricato di risolverli. Maldestro, imbarazzato, logorroico, divagante: la prima impressione è spesso poco lusinghiera, ma sottovalutare l’intelligenza e la tenacia di Colombo è l’ultimo errore che i criminali commettono prima di ritrovarsi in galera.

Ogni puntata è godibile nella sua originalità e presenta situazioni complesse: prestigiatori che conoscono fin troppo bene come ingannare l’attenzione, campioni di scacchi pratici di strategia, psichiatri esperti della nascente scienza della manipolazione e i primi appassionati di una tecnologia promettente ma subdola come la registrazione su VHS!

Tutti conosciamo Colombo, sua moglie e persino la sua spesa alla Coop (ve lo ricordate lo spot?) ma Peter Falk non si è fermato a Colombo. Ha continuato a recitare a teatro e al cinema, in graziose commedie e in film intensissimi come quelli girati dall’amico John Cassavetes, il talentuoso regista di origine greca.
E proprio ora che Peter Falk è scomparso è facile ricordarlo nel film di Wim Wenders sulla vita degli angeli, Il cielo sopra Berlino. In quel film Peter Falk, con intelligente ironia, interpreta se stesso, infatti lo vediamo intento a girare un episodio del Tenente Colombo. Ma, nel film, rivela di essere un angelo che ha deciso di restare sulla Terra e diventare umano.
È sciocco, lo so, ma mi piace pensare che, dopo 83 anni di vita da umano, Peter Falk sia semplicemente ritornato a casa.

Last night I dreamt of you

Questo film parla di cose misteriose e inafferrabili: la felicità, il primo amore, i sogni. Di questi ultimi, soprattutto.
Infatti la storia inizia proprio con un sogno, liquido e indefinito, fatto dalla giovane Singing, una ragazza che vive con la madre vicino al molo e lavora sul traghetto che fa la spola con Kinmen. Singing ha sognato qualcuno che non conosce ma che sente essere molto importante per lei, qualcuno che forse somiglia a suo padre, disperso in mare tanti anni prima. Anche perché, nel sogno, quel ragazzo con la divisa militare stringeva un oggetto molto caro per Singsing, l’unico ricordo di suo padre.

Singing si addormenta e percorre le Terre del Sogno, ma, come tutti noi, vive anche nel mondo della veglia. E non sempre è facile comprendere i confini tra i due luoghi. Soprattutto perché Tsung, il ragazzo che Singing conosce e di cui si innamora, è proprio il soldato del sogno; o, forse, perché quello che succede a Singing è incredibile come il più bello dei sogni.
Il giovane regista taiwanese Hou Chi-Jan – al suo primo, promettente lungometraggio – racconta, con delicatezza, il sentimento che nasce tra i due ragazzi. L’effetto poeticissimo è dovuto in parte a precise scelte di regia e fotografia ma è certamente debitore anche alla straordinaria bravura e naturalezza dei due giovanissimi interpreti (Nikki Hsin-Ying Hsieh e Bryan Shu-Hao Chang) che palpitano insieme ai loro personaggi con ogni respiro, ogni sguardo, ogni sorriso felice e imbarazzato.

Peccato che in certi momenti non si riesca a evitare qualche scivolata nel patinato-caramellato e qualche manierismo da iconografia manga. Un ruolo decisivo in questa stonatura lo gioca anche la musica, troppo esplicitamente costruita a tavolino per suscitare le emozioni dello spettatore.
Ma tralasciando questi piccoli fastidi, il film procede con grazia viaggiando disinvoltamente tra sogno e realtà, tra passato e futuro, incrociando le storie di Singing con quella di Tsung, quella di un operaio indiano naufragato e quella del padre di Singing stesso.
In fondo, chi può dire con certezza cosa accade nei sogni? Chi può giurare che quei visi sconosciuti – che pure in sogno appaiono così familiari – non siano visioni del futuro o, addirittura, i sogni di qualcun altro in cui siamo per qualche motivo inciampati?

Se altri film che hanno scelto il sogno come tema hanno cercato di riprodurne la logica, sembra che l’intento di Hou Chi-Jan fosse, piuttosto, quello di ricrearne l’estetica surreale che mescola il quotidiano all’inconcepibile. Quello che colpisce lo spettatore, infatti, è soprattutto la diffusa sensazione di mistero, unita al sospetto, da qualche parte dentro di noi, che nei sogni siano nascosti dei messaggi importanti che ancora non siamo in grado di decifrare.
La trama è solo apparentemente complicata ma, alla fine, ogni cosa trova una sua collocazione, sebbene l’autore non paia considerare la struttura narrativa una delle sue priorità.
Man mano che il finale si avvicina, il tema del sogno e della sua potenzialità (potremmo, attraverso i sogni, addirittura cambiare il nostro futuro?) viene sostituito prepotentemente da una serie di riflessioni (non particolarmente originali) sull’amore che vince su ogni cosa, persino sulla morte, persino sull’istinto animale di salvare se stessi.

Nessuna programmazione prevista in Italia, al momento, per questo film che ha suscitato un certo interesse al festival di Berlino.
Forse la trama leggermente discontinua e alcune sequenze volutamente illogiche hanno scoraggiato i distributori. Ma il film è molto più accessibile di quanto ci si potrebbe aspettare e rappresenta indubbiamente un’interessante opera prima.
La giovanissima coppia non si scambia neanche un bacio davanti ai nostri occhi, eppure i loro dialoghi, banali e triti come quelli di ogni coppia di adolescenti, comunicano perfettamente la certezza che il loro sia un amore puro e profondissimo.
A vederli così completamente felici verrebbe voglia di avere di nuovo sedici anni e di innamorarsi di nuovo per la prima volta.
O almeno di poterlo sognare.

 

One day, Taiwan 2010
regia di Hou Chi-Jan
con Nikki Hsin-Ying Hsieh e Bryan Shu-Hao Chang
93 minuti
sito ufficiale del film

Il caso è chiuso

Non sempre per trovare dei titoli interessanti bisogna esplorare oscuri network minori di paesi negletti. A volte i buoni prodotti sono proprio lì, sotto il nostro naso, per quanto il mainstream possa non essere trendy. Quindi oggi parliamo di una serie longeva e di successo, trasmessa e replicata anche sulla tv pubblica; una serie che magari avete snobbato facendo zapping pensando che fosse più adatta a vostra mamma che a voi.

Il genere è classicamente poliziesco, infatti The Closer segue le vicende della squadra Omicidi Prioritari della polizia di Los Angeles. La serie inizia con l’arrivo di un nuovo capo  ma, inaspettatamente, questo capo è una donna (la pluri premiata Kyra Sedgwick).
Non fa fatica ammettere che in USA, come in Italia, le opportunità siano ben lungi dall’essere pari, e, infatti, il Vice Capo Brenda Leigh Johnson deve lottare non poco per guadagnarsi una stima e un rispetto che, se non portasse la gonna, discenderebbero automaticamente dal suo titolo.

Perché vedere The Closer?
Innanzitutto perché è un prodotto di ottima qualità. Tutti gli attori sono straordinariamente nella parte, le trame e i dialoghi sono interessanti e ben strutturati sin dalla prima serie, i casi sono credibili, avvincenti e mai ripetitivi. Non manca nemmeno un tocco di commedia, indispensabile per alleggerire la tensione. Dal punto di vista di genere, The Closer è indiscutibilmente ben fatto.

Un altro motivo è proprio lei, Brenda Leigh. Erano anni che nelle crime stories non compariva un personaggio così deliziosamente improbabile. Il vice capo Johnson è una donna di quarant’anni con un guardaroba piuttosto personale, enormi borse stracolme, un addiction per i dolci e per il proprio lavoro. Qualcosa in lei richiama sicuramente il modello del Tenente Colombo: Brenda lascia che gli altri la sottovalutino per avere la possibilità di studiarli (e manipolarli) meglio.

Un altro motivo per appassionarsi a questa serie sono tutti i personaggi che ruotano intorno a Brenda. Probabilmente è proprio questo il segreto della lunga vita di una serie il cui livello qualitativo sembra costantemente in crescita, nonostante si sia appena conclusa la sesta stagione. Accanto a Brenda lavorano ogni giorno i suoi colleghi, dal ruvido tenente Provenza che non vuole andare in pensione per non pagare una quota più alta di alimenti all’ex moglie, al brillante tenente Gabriel che è il più capace ma anche il più intemperante. Gli autori, saggiamente, hanno scelto di  espandere sempre di più il mondo finzionale in cui Brenda si muove (e che diventa familiare allo spettatore) includendo i rapporti con la stampa, con l’FBI, con gli informatori, con l’Ufficio degli Affari Interni, componendo un quadro d’insieme sempre più interessante perché sempre più vicino alla complessità della vita reale.

Una menzione a parte meritano i rapporti familiari di Brenda, dal fidanzato e poi marito Fritz – non sempre a proprio agio con il fatto che sua moglie ricopra un ruolo più prestigioso del suo – ai due genitori, classica coppia di pensionati del Sud composta da una mamma svampita e un padre autoritario. Non importa quali criminali feroci Brenda possa aver incastrato e affrontato senza battere ciglio: al comparire dei suoi genitori il Vice Capo Johnson è sempre assalito da un’ansia spaventosa. Non vi sembra uno straordinario tocco di realtà?

Infine, se posso avventurarmi al di fuori dalle mie competenze, credo che The Closer sia un prodotto estremamente interessante anche perché presenta un modello vincente di leadership femminile. Innanzitutto porta sullo schermo tutte le diffidenze  di genere non confessate eppure accettate dal sistema; in secondo luogo mostra come un capo donna possa creare un gruppo coeso ed efficace senza cercare di riproporre malamente la classica leadership autoritaria maschile. La caratteristica di Brenda è quella di essere “the closer”, ovvero di riuscire a chiudere i casi facendo confessare i colpevoli spontaneamente. E per ogni criminale Brenda costruisce una diversa tattica basata, a seconda dei casi, sulla comprensione, sulla giustificazione, sul rimprovero.

In altre parole Brenda ha fondato la sua carriera su un’empatia tutta femminile. E per quanto la sua scrivania sia sommersa dal caos, il Vice Capo è invece estremamente chiara nel distribuire compiti ai suoi collaboratori, nell’assecondarne le inclinazioni, nello scegliere l’agente giusto per il compito giusto. Intuizione, immaginazione, comprensione, immedesimazione. Tutte caratteristiche di un nuovo modo di lavorare, di un nuovo modo di comandare.

Non crediate, però, che Brenda sia una tenera fricchettona. È inflessibile, manipolativa, prepotente. In fondo è pur sempre un capo. Ma di fronte a tutte le barriere invisibili che le donne incontrano nella loro carriera Brenda risponde nell’unico modo possibile: essendo di gran lunga la migliore nel suo campo.

 

The Closer, US 2005-in corso
serie ideata da James Duff e Michael M. Robin
per il network TNT
con Kyra Sedgwick, J. K. Simmons, Corey Reynolds