Camemberts contro frites?

La trama è semplice: Ruben Vandervoorde (Benoît Poelvoorde) è un doganiere “francofobo” che presidia con zelo – a tratti un tantino eccessivo – il posto di confine franco-belga di Courquain/Koorkin; la sua nemesi è Mathias Ducatel (Dany Boon), omologo francese. Il film è ambientato nei primi anni Novanta, quando la vita dei doganieri e degli abitanti del minuscolo villaggio è sconvolta dalle conseguenze pratiche del processo di integrazione europea: il 1 gennaio del 1993, con l’entrata in vigore dei trattati sulla libera circolazione di merci e persone, le frontiere interne e le relative dogane devono essere completamente ripensate. Ruben è costretto dai superiori a partecipare alla prima “brigata mobile mista” franco-belga; dal lato francese Mathias si offre volontario, perché spera di avere così occasione per farsi benvolere da Ruben e potergli infine rivelare che ha una relazione con sua sorella, Louise (Julie Bernard), e intende sposarla.

La comicità è altrettanto semplice: Mathias si finge belga “parlando strano”, il padre di Ruben trova l’acqua di marca francese “un po’ secca”, Ruben inculca la francofobia al figlio portandolo di notte a spostare di qualche metro il cartello del confine, e così via. È decisamente una comicità più da sketch che da film e perde un po’ di smalto nella trasposizione cinematografica, anche se la trama nel complesso può contare su alcuni attori non protagonisti veramente bravissimi – soprattutto la coppia di ristoratori Irène e Jaques Janus (rispettivamente Karin Viard e François Damiens). Se siete francofoni e conoscete i Belgi, se vi siete mai trovati ad assistere alle manifestazioni di scherzoso astio incrociato fra “mangiatori di camambert” e appassionati di “frites”, preparatevi a ridere tantissimo. Sembra davvero impossibile, invece, immaginare che il doppiaggio italiano riesca altrettanto divertente – né stavolta si può puntare sul remake italo-italiano, come per il poco riuscito “Benvenuti al Sud”.

In maniera del tutto inintenzionale, il tempismo di Dany Boon è perfetto: sono proprio del 2011 i primi volgari scricchiolii al “sistema di Schengen”, questa complessa e faticosa costruzione sovranazionale che ci permette di attraversare la maggior parte delle frontiere interne all’Unione Europea senza essere fermati, senza dover esibire documenti di identità, senza nemmeno sapere dove si trovano le dogane; ha cominciato la Francia, accusando l’Italia di voler trasferire oltralpe il “problema dei profughi tunisini”, poi ha proseguito la Danimarca, con dubbie mosse di ripotenziamento della polizia di frontiera. Magari farà bene a tutti ricordare come fosse il nostro mondo fino a pochi anni fa, e ridere di chi non crede(va) che almeno in Europa avremmo vissuto senza più confini.

 

Niente da dichiarare? (Rien à déclarer – Belgio, Francia 2011)
di Dany Boon
con Dany Boon, Benoît Poelvoorde, Julie Bernard, Karin Viard e François Damiens
durata 108 min.

nelle sale italiane dal 23 settembre (distribuzione Medusa)

Cartolina da un’epoca in cui l’Islam non faceva paura

Porto è una bellissima città, incastonata sull’ultimo tratto del Douro, poco lontano dall’Oceano Atlantico; il fascino dei colori e dei vicoli stretti del centro storico, che appartiene al Patrimonio UNESCO, si abbina alla ricchezza barocca delle chiese, alla moderna eleganza dei ponti, alla pacata industriosità della produzione di un vino di qualità conosciuto in tutto il mondo. Seconda città del Portogallo, fra le più antiche d’Europa e attualmente uno dei quattro centri urbani più importanti della penisola iberica, Porto è stata storicamente una potenza economica e una capitale commerciale; la sua aristocrazia mercantile finanziava le intrepide esplorazioni dei navigatori portoghesi e usava nelle case legni pregiati importati dall’Africa e dalle Indie.

Un monumento, fra tutti, rende ancora oggi riverente omaggio alla grandezza di questo passato: il Palácio da Bolsa. L’Associazione Commerciale di Porto avviò la costruzione del Palazzo nel 1842 per farne la propria sede centrale; i lavori hanno impegnato tre generazioni di mastri artigiani e decoratori, artisti dello stucco in trompe l’oeil, ebanisti con l’ispirazione al mosaico, architetti, scultori, scalpellini, pittori… Ogni sforzo e ogni cura sono stati dedicati a realizzare una sede degna della missione dell’Associazione: portare prosperidade e iluminismo nella comunità.

La visita del Palazzo è un piacevole viaggio indietro nel tempo, in un’epoca preziosa in cui il mondo appariva incredibilmente più grande e misterioso di quello che percepiamo oggi; ed è interessante riflettere sul fatto che, a conti fatti, sono state proprio le aspirazioni, l’intraprendenza e la voglia di rischiare degli associati riuniti in questo o in simili palazzi a muovere le coordinate della storia come noi le conosciamo: oltre le colonne di Ercole.

La visita guidata si conclude nella prestigiosa Sala Araba, realizzata in stile neo-moresco secondo il gusto per l’esotico e una certa fascinazione orientalista tipici del Romanticismo: si pensi alla passione per la chinoiserie dell’Art Déco franco-belga e del Modernismo catalano, alla predilezione della Secessione Viennese per l’Antico Egitto.

La calligrafia araba è usata profusamente come motivo ornamentale; gli artigiani che lavoravano al Palazzo si recarono appositamente nel sud della Spagna per trovare qualcuno che parlasse e scrivesse l’arabo e li aiutasse a preparare i calchi da usare. Non ci sarebbe, in fondo, niente di strano; se non fosse che la frase, elegantemente ripetuta all’infinito nella volta della Sala, recita: Allah salvi la Regina: la cattolicissima Maria II, che aveva donato all’Associazione lo spazio per edificare il Palazzo.
Significa che, fino a poco tempo fa, tutti sapevamo che Allah è solo uno dei nomi di Dio. Conviene forse tenerlo a mente, mentre sembra che in ogni angolo della civilissima Europa si covino inquietanti rivendicazioni su presunte origini cristiane ed evitabili riedizioni di certe perverse xenofobie novecentesche.

La Sala Araba a 360°

 

Palácio da Bolsa
Rua de Ferreira Borges, Porto (Portugal)
aperto tutti i giorni:
novembre – marzo 9:00 – 13:00 / 14:00 – 18:00
aprile – ottobre 9:00 – 19:00
www.palaciodabolsa.pt

La rivincita dei bâtards

Quello che tutti sanno di Le nom des gens è che la protagonista, Baya (la giovane e bravissima Sara Forestier), prende molto sul serio un suo originale impegno politico ispirato al famoso slogan degli anni Sessanta make love not war: va a letto con “quelli di destra” (i fachos) e li converte con successo alle idee della sinistra, sobillandoli nel momento in cui sono più vulnerabili. Effettivamente lo spunto basta da solo ad attirare il pubblico, con la promessa – perfettamente mantenuta – di un’ironia franca, divertente e intelligente sulla destra (le destre, visto che l’azione si svolge all’epoca del ballottaggio Chirac/Le Pen) col suo machismo, ma anche sulla creatività a cui deve ricorrere la base della sinistra in mancanza di alternative valide di governo (suona per caso familiare in Italia?).

Puntare solo su questo dettaglio – come ha scelto di fare la distribuzione – risulta però ingiustamente riduttivo per una storia molto più ricca di riflessioni sui rapporti di coppia, l’amore e la diversità, in cui la connotazione politica della libertà sessuale di Baya è in realtà piuttosto marginale. Il film nel suo complesso è un inno accorato, corale e coloratissimo all’attaccamento alle proprie origini, non nel senso di sclerotico ripiegamento su se stessi e sulla propria comunità – nella maggior parte dei casi peraltro “immaginata”, quando si tratta di immigrati di seconda o terza generazione che magari non hanno mai messo piede nel “paese di origine” – ma ansia di andare incontro all’altro a braccia aperte; tutto il contrario, insomma, di quello che si chiama communautarisme nel dibattito francofono sul multiculturalismo e sul suo eclatante fallimento.
La forza della narrazione sta nel personaggio debordante di Baya (suona brasiliano, ma in effetti è un nome arabo), irresistibile fin dalla prima inquadratura dei suoi anfibi fucsia. Figlia di un immigrato algerino che ha perso quasi tutta la famiglia durante la guerra di indipendenza – periodo ancora molto oscuro della storia francese – e di una gauchiste che mette su con lui una casa piena di colori e gente di ogni tipo, Baya coi suoi grandi occhi azzurri sa che nessuno la prenderebbe per “sporca araba”, ma lei rivendica con orgoglio il suo inequivocabile cognome, Benmahmoud.

Il giorno che incontra Arthur Martin (che sarebbe come chiamarsi Mario Rossi in Italia), veterinario solitario specializzato in necropsia aviaria e seguace del “principio di precauzione”, niente al mondo sembra meno probabile di una loro storia d’amore. Arthur (Jacques Gamblin), infatti, è la quintessenza dell’uomo qualunque, educato a passare inosservato da una madre sfuggita da bambina alla deportazione nazista, che per tutta la vita non racconta mai nulla sui propri genitori né su quello che è successo “quel giorno” e, anzi, con conquistata serenità dissimula il suo cognome originario, Cohen, dietro al banalissimo e molto francese Martin del marito. Arthur per lungo tempo non sa nemmeno di avere origini ebree, non sente l’olocausto come parte della storia della sua famiglia e rifiuta il vittimismo da un lato e il senso di colpa nazionale dall’altro.

Possono due esseri così diversi innamorarsi e essere felici insieme? Esuberanza contro riservatezza; sinistra “senza se e senza ma” contro jospinisme (il vero Lionel Jospin regala un simpatico cammeo); mezzosangue arabo contro mezzosangue ebreo? Fra le rocambolesche avventure dei due improbabili amanti, il regista e sceneggiatore Michel Leclerc (César 2011 insieme a Baya Kasmi per la miglior sceneggiatura originale) ci accompagna per mano sulla soglia della domanda più tabù e sconvolgente che si possa fare in Francia: chi – o cosa – sono veramente i francesi? Il nostro cognome cosa dice della nostra gente, della nostra storia e, più di tutto, del nostro futuro? In un’Europa sempre più allargata e sempre meno sicura della propria identità, in cui pretesi miti celtici si materializzano alle latitudini meno attendibili e una certa tendenza all’arianesimo non è mai davvero sopita, non ci resta che sperare anche noi, come Baya, che quando al mondo saremo tutti bastardi, finalmente vivremo in pace.
Secondo l’Istat, in Italia gli stranieri regolarmente residenti sono il 7% della popolazione; di questi, il 22% sono minorenni e 573mila sono nati in Italia. Forse è già tempo che cominciamo a chiederci anche noi chi sono veramente gli italiani e che genere di paese vogliamo diventare.

 

Le nom des gens (nella versione inglese: The names of love)
Francia, 2010
regia di Michel Leclerc
sceneggiatura di Michel Leclerc e Baya Kasmi
con Jacques Gamblin, Sara Forestier, Zinedine Soualem
durata 1h44m

distribuzione in Italia in attesa di programmazione

Femminuccia a chi?!

“Tomboy” è l’equivalente inglese di “maschiaccio”: una bambina o una ragazzina che preferisce le cose “da maschio”, dai capelli corti ai vestiti, i giocattoli, gli sport. Quest’attitudine, fortemente ostracizzata e addirittura sanzionata in passato (persino con le cure psichiatriche, ai tempi in cui la medicina credeva nelle virtù normalizzanti dell’elettroshock) perché vista come un segnale precoce di tendenze omosessuali, oggi viene considerata piuttosto una fase di passaggio, un capriccio transitorio, quasi un gioco di ruolo: adesso che è piccola si ostina a giocare con le macchinine, ma da grande vorrà anche lei rossetto, minigonna, un abito da sposa come quello di Kate Middleton e tanti bambini…

Il titolo del film è esplicito, la trama è lineare e il trailer non lascia dubbi: questa è la storia di Laure, una ragazzina di 10 anni che si fa passare per maschio, Mickaël, nel gruppo di bambini del caseggiato in cui si è appena trasferita con la famiglia. Tutto nasce, in effetti, da un equivoco: è Lisa che scambia Laure per un bambino, offrendole l’inattesa opportunità di cambiare sesso e permettersi così di fare per davvero tutto quello che fanno i maschi, esattamente come lo fanno loro, compreso sputare per terra e togliersi la maglietta durante le partite di calcetto; le bambine invece, si sa, non sono mai brave a giocare a pallone.
Il trasloco durante le vacanze, un papà sempre fuori per lavoro e una mamma all’ultimo mese di gravidanza sono espedienti narrativi semplici ma sensati per spiegare come Laure/Mickaël riesca a mantenere in piedi la sua bugia così a lungo. La prima a scoprirla è la sorellina Jeanne – una femminuccia in piena regola, con tanto di boccoli e tutù – che si impegna a mantenere il segreto in cambio dell’accesso al favoloso mondo del cortile; ma col candore dei sei anni, la transazione di interesse diventa immediatamente gioco (e, ipso facto, realtà) anche per Jeanne, improvvisamente fierissima di avere un fratello forte e coraggioso che può difenderla dai cattivi.

Sarà proprio questo cortocircuito fra ruoli di genere, alla fine, a tradire Laure, che prende a pugni un bambino per aver maltrattato Jeanne. Come maschio, Mickaël è il miglior calciatore, il più forte a fare a botte e anche l’unico che Lisa abbia voglia di baciare; ma quando sua madre la obbliga a indossare un vestito da femmina e a dare spiegazioni alle famiglie dei suoi amichetti, Laure è umiliata, impaurita e vulnerabile. La finzione d’altra parte non poteva durare, perché nel quartiere c’è una sola scuola e tutti a breve avrebbero comunque scoperto la verità; questo è l’argomento della mamma, nell’unico momento in cui un adulto reciti davvero una parte: la razionalità dei grandi contro la beata incapacità di pensare alle conseguenze che hanno i bambini.

Céline Sciamma, giovane regista e sceneggiatrice francese, già autrice di una premiata opera prima (La naissance des pieuvres, 2007) sull’adolescenza e la scoperta della (omo-)sessualità, riesce con estrema grazia nel sempre rischioso intento di mettere in scena l’infanzia centrando il racconto direttamente – e anzi esclusivamente – sui bambini invece che sull’idea che dei bambini abbiamo noi adulti. Ne risulta una narrazione leggermente straniante, scandita da quel ritmo particolare che hanno le vacanze estive e i pomeriggi passati in cortile mentre i grandi riposano, e da dialoghi frammentari, irrilevanti, perfettamente infantili, che inframezzano le riprese come una specie di colonna sonora. È un mondo in cui tutto può succedere e tutto è perfettamente vero e le emozioni, belle e brutte, sono di un’intensità cristallina per chi le vive per la prima volta.
Il film evita qualsiasi elemento di controversia: i genitori di Laure assecondano il suo essere maschiaccio senza criticarla e persino la rabbia dei compagni di giochi, alla fine, sembra essere legata più all’umiliazione per essere stati presi in giro da una femmina che alle professioni di “schifo” con cui la assalgono. Forse è una scelta un po’ di comodo (siamo di certo lontani anni luce dalla carica drammatica di Boys don’t cry e anche dalla potenza immaginifica di Ma vie en rose), ma rimane stilisticamente coerente con l’età dei protagonisti e con l’idea – suggerita dal titolo e dall’atteggiamento dei genitori – che magari sia tutto solo una specie di gioco, un modo per attirare l’attenzione, una cosa senza importanza. Anche se, da ultimo, l’autrice strizza l’occhio…

Tomboy si è aggiudicato il premio speciale della giuria 2011 dei Teddy Awards, gli orsi di peluche attribuiti in occasione della Berlinale ai migliori film e documentari che trattano il tema dell’omosessualità; per la delicatezza del suo sguardo sull’infanzia, comunque, il film merita sicuramente di essere visto anche fuori dai circuiti LGBT, soprattutto da ragazzine e ragazzini (figlie, cuginette, nipoti, sorelle minori) a cui speriamo di insegnare un’idea più ampia di normalità.

 

Tomboy
Francia, 2011
regia di Céline Sciamma
con Zoé Héran, Malonn Lévana, Jeanne Disson
durata 82 minuti

presentato in anteprima al Festival GLBT di Torino (aprile 2011)
nelle sale in Italia dal 7 ottobre 2011

In TV tornano le famiglie: cosa cambia, cosa resta

Modern FamilyModern Family riporta sul piccolo schermo la buona vecchia family sit-com americana, quella in cui non “succede” mai molto: semplicemente il tempo passa, la famiglia si evolve, i figli crescono, i fidanzati passano, piccole frizioni fra fratelli, cognati, nuore e generi emergono e si risolvono e l’azione si svolge quasi esclusivamente dentro le mura domestiche. I creatori, Christopher Lloyd a Steven Levitan, evitano il vintage vero e proprio e preferiscono il mockumentary come espediente e formato narrativo: quello che vediamo non sarebbe quindi una fiction ma un documentario, di cui la famiglia Pritchett è protagonista. Tutta la questione del documentario, in effetti, rimane sapientemente “suggerita”: non si danno mai spiegazioni sulla sua origine, non ci sono voci fuori campo o operatori e non c’è modo di immaginarsi le videocamere in funzione, tranne quando sono richiamate, nei momenti topici, da rapidi sguardi dei personaggi.

I protagonisti – in genere le tre coppie adulte – sembrano fare delle interviste periodiche davanti alla videocamera (delle quali vediamo solo le risposte, mai le domande), a commento o a margine degli eventi ripresi durante la giornata; in alcuni casi, la videocamera è usata quasi come un “confessionale” da reality show, creando un simpatico gioco di rimandi con la trama e con gli spettatori.
La serie segue i tre nuclei della famiglia Pritchett, ognuno a suo modo “moderno”, anche se il senso di questa modernità forse si apprezza solo immaginando la storia profondamente contestualizzata dentro la cultura americana (il titolo provvisorio, del resto, era My American Family). Il patriarca, Jay Pritchett (Ed O’Neill), si è sposato in seconde nozze con una donna colombiana molto più giovane di lui, Gloria (Sofía Vergara), che ha già un figlio da un precedente matrimonio, il piccolo Manny (uno straordinario Rico Rodriguez); battibecchi e luoghi comuni sui latinos sono all’ordine del giorno, ma si risolvono sempre d’amore e d’accordo.

Claire (Julie Bowen), la figlia maggiore di Jay, sposata con Phil Dunphy (Ty Burrell), è la madre di tre adolescenti: Haley (Sarah Hyland), sciocchina ma bella e “popolare”, Alex (Ariel Winter), la secchiona della famiglia, e il piccolo Luke (Nolan Gould), il più imbranato di tutti. Quello di Claire è il nucleo centrale della storia, sia per la quantità di personaggi autonomi che la casa contiene, sia perché si tratta dell’assetto familiare più tradizionale: papà e mamma stanno insieme da sempre e si amano ancora come il primo giorno. Più specificamente, Claire è la tipica madre americana che finisce il college (perché è un’esperienza formativa imperdibile, come spiega a Haley per convincerla a studiare di più) e comincia una carriera, ma la mette subito da parte perché allevare figli è un lavoro a tempo pieno – per il quale nessuno la ringrazia mai abbastanza. Il personaggio di Claire polarizza tutte le fissazioni ossessivo-compulsive di una mamma casalinga che nemmeno dieci stagioni di Desperate Housewives sono riuscite a rappresentare con altrettanta intensità; la “modernità” (sempre nell’accezione USA), in questo caso, è data piuttosto da Phil, un marito/padre che si discosta per dolcezza, attenzioni e mancanza di severità dal modello di vero uomo del suocero, e ne subisce infatti gli occasionali strali.

Il terzo e ultimo nucleo dei Pritchett è quello composto da Mitchell (Jesse T. Ferguson) e dal suo compagno Cameron (Eric Stonestreet), che all’inizio della prima stagione hanno appena adottato una neonata vietnamita, Lily. Questo è l’unico elemento di vera novità della fiction, dal momento che le vicende della coppia gay non si discostano in alcun modo da quelle (si legga: altrettanto deliranti!) del resto della famiglia; l’omosessualità, inoltre, non viene mai posta come un problema, almeno per i più giovani: qualche accenno alla passata difficoltà di Jay ad accettare le scelte di Mitchell serve solo a conferire credibilità ai rispettivi personaggi. Anche fra Mitch e Cam la divisione dei ruoli è forte e chiara: uno lavora come avvocato e mantiene la famiglia, l’altro rinuncia alla professione di insegnante di musica per stare a casa con Lily; ma, trattandosi di due uomini, la questione viene almeno “problematizzata” e discussa, con alcune scene molto belle sulla conciliazione fra maternità e mascolinità.

L’idea che, nel momento in cui formano una famiglia, i gay “diventino normali” è senza dubbio il massimo di concessione che una serie prime time potesse fare all’universo LGBT e a mamme e papà omosessuali, portando in scena degli improbabili American suburbs in cui la discriminazione basata sull’orientamento sessuale non esiste – o comunque non tocca i ricchi. A conti fatti, persino l’intramontabile Happy Days era più moderno di così, con la signora Cunningham, casalinga senza dubbi del boom postbellico, che sembrava saltata fuori dalle pagine di Feminine Mystique di Betty Friedan e la nuova generazione che si avviava a fare e diventare, nella vita, qualcosa di completamente diverso dai loro genitori.

Ma i personaggi di Modern Family sono tutti ben costruiti e perfettamente credibili, incluso il dodicenne colombiano con “un’anima molto antica” che veste il blazer per portare una compagna di classe in gelateria; il ritmo della narrazione è incalzante, il gioco spettatore-videocamera è molto equilibrato e le vicende sono sinceramente divertenti: se avete una famiglia, una qualsiasi, preparatevi a ridere tantissimo e a tirare fuori dall’armadio tutti i vostri piccoli scheletri … L’attesa terza serie – in cui Mitch e Cam potrebbero adottare un altro bambino – in onda a settembre sulla ABC.

Modern Family (US, 2009-in corso)
serie ideata da Christopher Lloyd e Steven Levitan
per il network ABC
con Ed O’Neill, Sofía Vergara, Julie Bowen, Ty Burrell

Uomini e gatti

Il gatto (senza nome) della storia acquista per caso – forse per crimine? – il dono della parola e inizia a farne un uso candido e sconveniente, dicendo tutto quello che gli passa per la mente: verità che feriscono, il suo amore non proprio pudico per la bella padroncina, contraddizioni teologiche di ispirazione evoluzionistica e diverse bestemmie. Questa trama fiabesca, un po’ alla Perrault ma piena già di spunti divertenti sulla ricchezza o la pochezza della fede, si complica quando il rabbino Sfar riceve dalla Russia una pesante cassa piena di libri e talmud salvati alla rivoluzione e scopre che contiene anche… un pittore russo! Scampato ai pogrom, il correligionario biondo è determinato a partire alla ricerca della mitica “Gerusalemme nera”, la città segreta in cui, secondo le informazioni riservate della polizia sovietica, vivrebbero gli ebrei discendenti di re Salomone e della regina di Saba.

Nonostante la resistenza e la disapprovazione dell’ala più conservatrice della comunità, il pittore – grazie anche all’aiuto del gatto, che fa da interprete – convince il rabbino a organizzare questa grande avventura, coinvolgendo Vastenov, ex soldato zarista rifugiato ad Algeri, e lo sceicco (che per i musulmani significa “venerabile”) Mohammed, anziano cantore sufi che condivide col rabbino età, saggezza, lo stesso cognome e un illustre antenato. La carovana attraversa il cuore dell’Africa, diretta verso il confine fra Etiopia e Sudan, e ogni tappa è una meravigliosa scoperta: la natura, gli animali, uomini bianchi bizzarri (uno, in particolare, somiglia stranamente al protagonista del fumetto belga Tintin), paesaggi incredibili, tribù lontane ciascuna con le proprie musiche e tradizioni.
E il giovane russo incontra, naturalmente, anche l’amore, con le fattezze della bellezza africana. Quale posto al mondo, allora, potrebbe essere più perfetto per loro se non la comunità ebraica d’Africa? Ma in questa storia tutta all’insegna delle diversità (ebrei e musulmani, colonizzatori e colonizzati, bianchi e neri, uomini e gatti), il viaggio verso la tolleranza sembra non dover finire mai…

Il film porta per la prima volta sul grande schermo l’omonima serie a fumetti francese, successo di pubblico piuttosto inatteso per una collana ambientata nell’Algeria degli anni Venti; la versione cinematografica condensa e riassume le avventure di tre volumi (Il Bar Mitzvah, Il malka dei leoni e La Gerusalemme d’Africa), e risente un po’ di questo sforzo di sintesi, nel quale si perde soprattutto l’affascinante riflessione del gatto su quanto fosse più semplice e povero di incubi il suo mondo senza la parola. Rimane invece intatta la bellezza dei disegni di Joann Sfar (sì, l’autore si chiama come il rabbino; e il suo vero gatto fa da modello per il protagonista) e nella resa filmica si prova la stessa emozione leggermente retrò che a sfogliare l’album cartaceo.

La storia, con le sua piccole trame che si intrecciano, è una metafora semplice e efficace su come la tolleranza possa essere – e probabilmente dovrebbe essere – una forma normale e naturale di convivenza e su come non già le religioni ma certe loro interpretazioni, invece, si mettano tante volte di traverso all’insegnamento comune e fondamentale “ama il prossimo tuo come te stesso”. Gli ebrei neri, peraltro, esistono davvero e si chiamano “falascià”; il regista rumeno Radu Mihăileanu (lo stesso di Train de vie e Il Concerto) li racconta nel bel film Vai e vivrai; ma questa è decisamente un’altra storia.

 

Le chat du rabbin, FR 2011
regia di Antoine Delesvaux e Joann Sfar
dall’omonima serie a fumetti di Joann Sfar
durata 100 minuti

Ma chi abita al sesto piano?

In molti palazzi antichi a Parigi l’ultimo piano è una specie di mezzanino organizzato in minuscole stanzette, con un unico bagno in fondo al corridoio; è lì che abitavano le domestiche – prima francesi venute dalla campagna, poi spagnole, portoghesi e così via – a servizio presso le famiglie benestanti. Questo è il “sesto piano” del titolo, colonizzato negli anni Sessanta da una comunità di domestiche spagnole in cui convivono fianco a fianco la cattolica devota e la sindacalista repubblicana, la signora di una certa età che vuole costruire “al paese” la casa dei suoi sogni e la bella ragazza che spera in un matrimonio che la salvi dal bisogno di lavorare.

La giovane Maria, bella e generosa, fa il suo ingresso come domestica nel tranquillo tran tran della famiglia Joubert. Suzanne e Jean-Baptiste Joubert sono una coppia assolutamente perfetta secondo il canone borghese: lui provvede al benessere economico di tutta la famiglia, lei si dedica a spendere i soldi e mostrare il loro status con la massima eleganza e buon gusto, i due figli maschi studiano in collegio, la cameriera controlla che l’uovo sodo cuocia per esattamente due minuti: non un secondo di più, non uno di meno.

Ma il confronto accidentale col mondo “del sesto piano” incrina questa perfezione pacata, controllata e priva di passione; Jean-Baptiste scopre all’improvviso l’esistenza di un intero universo di colori, sapori e emozioni a lui sconosciuti e intravede un’altra vita possibile: meno imbrigliata nella routine, più aperta all’improvvisazione. Fino a che non decide, a 45 anni suonati, di lasciare tutto per inseguire il vero amore.

La trama non è particolarmente originale e la sceneggiatura si puntella su un gran numero di luoghi comuni, per quanto simpatici, come spesso succede nei film in cui l’immigrazione non è tanto il tema quanto un pretesto narrativo. Così che la tardiva scoperta della vita e dell’amore da parte del facoltoso commercialista francese a volte sembra dipendere più da chorizo, vino di Malaga, flamenco e paella che dai begli occhi della domestica. Ma la diligenza con cui Jean-Baptiste si interessa alla cultura spagnola per avere accesso a questo mondo femminile e segreto è tenera, sincera e decisamente spassosa.

Il film si regge soprattutto sull’ottima interpretazione di Fabrice Luchini, che regala al personaggio di Jean-Baptiste una verve frizzante e leggermente tragicomica; molto brava anche Sandrine Kiberlain (Suzanne) nel ritratto impietoso del “mestiere di signora” ma meno convincenti i personaggi delle domestiche spagnole, un po’ troppo caricaturali. Gradevole e divertente, questa storia franco-spagnola d’amore e scoperta ha anche il pregio di rammentare, en passant, che di migrazione abbiamo sempre vissuto in Europa, né avremmo potuto fare altrimenti: a quell’epoca tutti lo sapevano, molti decenni prima della “generazione Erasmus”.

Le donne del sesto piano (Les femmes du sisième étage), FR 2011
di Philippe Le Guay;
con Fabrice Luchini, Sandrine Kiberlain, Natalie Verbeke, Carmen Maura
106 minuti

nelle sale dal 10 Giugno 2011

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