La canzone del vento tra i salici

Dunque, ci sono una Talpa, un Topo, un Tasso, un Rospo e una Lontra… Come dite? No, tranquilli, questa non è la solita barzelletta sugli animali e sui loro pregi e difetti. Però fa ridere lo stesso – anzi, probabilmente di più. E per giunta fa anche sorridere, riflettere, sognare…

Stiamo parlando della trasposizione a fumetti di uno dei classici per l’infanzia più celebri della letteratura anglosassone, quel Vento tra i salici che Kenneth Grahame scrisse nel 1908 per il piacere di Alastair, suo sfortunato primogenito, e che suppergiù vent’anni dopo, quando il creatore di Winnie Pooh Alan A. Milne vi si ispirò per una sua rappresentazione teatrale, aveva già collezionato ben trentuno ristampe. A dare forma, colore – e movimento! – ai piccoli animaletti protagonisti del romanzo aveva già pensato Walt Disney: nel 1949, un mediometraggio dedicato alle avventure del Rospo uscì nelle sale cinematografiche insieme alla versione animata de La leggenda della Valle Addormentata di Washington Irving. Più modestamente, ma nemmeno troppo, verso la fine degli Anni ’90 il disegnatore francese Michel Plessix ha deciso di mettere al servizio di questa storia sull’amicizia le sue meticolosissime matite: il risultato è un piccolo prodigio lungo 128 coloratissime pagine.

Il miracolo di Plessix risiede soprattutto nell’assoluto rispetto non solo dello spirito ma anche dello svolgimento dell’opera originale: praticamente nessuno dei piccoli episodi che vedono protagonisti i personaggi di Grahame viene tralasciato nel racconto a fumetti. Sono avventure spesso minime quelle vissute dal timido Talpa, dall’allegro Topo, dal saggio Tasso, dall’irruento Lontra e dall’eccentrico Rospo nella loro placida esistenza sulle rive del grande fiume: eppure, i caratteri dei personaggi, i loro rapporti, i dialoghi sui minuscoli piaceri della vita, sulle paure e sulle passioni di ognuno trovano tutti il giusto spazio sul palcoscenico allestito da Plessix.

Michel PlessixIl quale, da parte sua, possiede un’abilità grafica quasi incredibile. Raramente ci è capitato di vedere personaggi dalle fattezze più deliziose ed espressive, ambienti così attentamente ricostruiti, sfondi altrettanto curati. Plessix alterna vignette molto grandi – che abbracciano con un solo sguardo panorami sconfinati e immersi nella natura più selvaggia – ad altre quasi minuscole – che ci introducono negli spazi più intimi e ci offrono una ricchezza di particolari strabiliante. Tutto questo mentre i colori vivissimi eppure delicati scandiscono lo scorrere del tempo e delle stagioni. La scelta di Plessix di utilizzare una voce off che parla attraverso ricche didascalie poteva essere rischiosa, soprattutto in un’epoca in cui la tendenza del fumetto sembra andare in direzione opposta. Eppure, la sua capacità di narratore e la sua bravura nel disporre le vignette a costruire la pagina trasformano quella scelta nell’ennesima – se non nella più importante – scommessa vinta.

La ristampa della casa editrice Comma ’22 giunge a colmare il vuoto lasciato dalla difficile – quando non impossibile – reperibilità dei volumi che già la Phoenix e la Magic Press avevano dedicato a questo piccolo gioiello. Ci riesce difficile immaginare un volume più adatto per le lunghe ore di lettura che il periodo natalizio ci metterà a disposizione. Regalate Il vento tra i salici, e farete felice qualcuno. Oppure regalatevelo, e farete felici voi stessi.

Titolo: Il vento tra i salici
Autore: Michel Plessix, Kenneth Grahame
Editore: Comma 22
Dati: 2010, 128 pp., 22,00 €

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Mezzanotte nel Giappone del Bene e del Male

Al termine della recensione che su queste stesse pagine, qualche tempo fa, abbiamo dedicato al fumetto The Unwritten consigliavamo ai lettori di recuperare una precedente opera di Mike Carey, Crossing Midnight. Uscita negli Stati Uniti dal gennaio 2007 al luglio 2008 – per un totale di 19 numeri, ma era stata pensata per durare di più – la serie non ha avuto, probabilmente, il successo che meritava. Proprio la sua durata limitata, però, e la pubblicazione che in Italia è avvenuta in un solo, grande volume di quasi 450 pagine ci hanno permesso di gustare una lunga, affascinante saga autoconclusiva, ottimamente scritta e ben disegnata. Una storia che ha tutte le caratteristiche a cui Carey, autore di talento e, forse, erede (riluttante) di Neil Gaiman, ci ha abituato.

Sebbene l’autore di Liverpool – ma londinese di adozione – non si sia mai occupato di una sola opera per volta, Crossing Midnight è probabilmente il progetto più importante a cui ha lavorato nel periodo di tempo che va dalla conclusione dell’acclamato Lucifer all’inizio del già citato, promettentissimo The Unwritten. Ed è interessante vedere come, a una lettura che vada appena appena in profondità, questa serie così effimera contenesse comunque echi della prima e prefigurazioni della seconda. Ma prima di analizzare questi riferimenti, due parole sulla trama.

Per quanto possa sembrare strano, i gemelli Kaikou e Toshi Hara sono nati in due giorni diversi. Ci pensa il titolo stesso della serie a spiegare l’apparente controsenso: lui, Kaikou, è nato prima della mezzanotte, lei, Toshi, qualche minuto dopo lo scoccare dell’”ora delle streghe”. Ma questa è solo una – la più piccola, forse – delle differenze che li contraddistinguono, e che con il passare degli anni diventeranno sempre più profonde. Così, mentre i gemelli crescono – Toshi sempre più ribelle e insofferente alle regole, Kaikou più responsabile e quasi schiacciato dalle tensioni che attraversano la famiglia – il soprannaturale entra far parte delle loro vite. Se Toshi scopre di essere invulnerabile a qualunque tipo di lama (dai più innocui coltellini tascabili alle affilate punte di un cancello), Kaikou si rende conto di essere immune ad ogni forma di incantesimo, sortilegio o magia. Qual è l’origine di questi poteri? C’entra qualcosa l’innocua preghiera che il padre dei gemelli ha rivolto ai kami della tradizione affinché ne proteggessero la nascita e l’esistenza? L’entrata in scena di Aratsu, misterioso demone e signore delle spade venuto a reclamare (e ad ottenere) i servigi di Toshi, precipita i due giovani in un lungo incubo fatto di draghi parlanti e creature demoniache, efferati assassini, nobili guerrieri e incarnazioni della morte, dimensioni parallele e mondi misteriosi che attendono al di là della mezzanotte.

È lo stesso Carey, in un breve intervento pubblicato sul sito ufficiale della Vertigo Comics, a citare i principali riferimenti personali e culturali che lo hanno ispirato nella creazione di questo fumetto: da un lato, i problemi di salute di uno dei suoi due gemelli, Davey, che per una malattia congenita ricevette meno nutrimento nelle ultime settimane di gravidanza. Il suo peso, alla nascita, era molto diverso da quello del fratello. Dice Carey: “Penso che questo mi abbia spinto a riflettere sul destino – un concetto a cui di solito sono piuttosto allergico – e in particolare su come piccole differenze alla nascita possano modellare la nostra vita. Questo pensiero e l’ossessione per gli anime dello Studio Ghibli e per i manga horror di Junji Ito si sono in qualche modo fusi nella mia mente e sono diventati Crossing Midnight”.

Ma la storia di Kai e Toshi riecheggia anche altre suggestioni: in primis, c’è il riferimento all’immaginario delle fiabe dei fratelli Grimm e di Hans Christian Andersen. I due ragazzi, fratelli come Hansel e Gretel, si perdono in un mondo che non è il loro e da cui ciascuno, a modo suo, vuole fare ritorno (sebbene Toshi abbia perso la memoria per colpa di Aratsu e il suo unico obiettivo sia quello di recuperare i ricordi di una vita che ignora ma che sa di aver vissuto). La ricerca spasmodica, disperata di Kaikou che attraversa il nostro e gli altri mondi nel tentativo di ricongiungersi alla sorella perduta ricorda quella raccontato da Andersen nella fiaba La regina delle nevi (in cui, guarda caso, uno dei protagonisti bambini si chiamava Kai).

Dunque, anche in Crossing Midnight (come in Lucifer e in The Unwritten) Carey riprende alcuni dei principali riferimenti letterari della cultura europea. Come in Lucifer, tra i personaggi troviamo una divinità malvagia, Aratsu, creata per servire il proprio padrone – Asirosamiro, il precedente Signore delle spade –  e poi rivelatosi talmente ambizioso da desiderare di prenderne il posto (Aratsu riesce laddove Lucifero aveva fallito). Come in The Unwritten, assistiamo al dispiegarsi del potere delle storie, alla rivelazione dell’estrema concretezza di quei mondi – e dei loro abitanti – che pensavamo esistessero solo nel mito e nella fantasia. E anche il lettore fa proprio lo sbigottimento dei protagonisti, assolutamente impreparati a ciò che sta capitando loro. Emblematico, nella sua semplicità, è il tentativo che Toshi compie all’inizio della storia per difendersi dalle mire di Aratsu. Nonostante abbia ormai compreso che il nemico è un demone potentissimo, la ragazza non trova idea migliore che affrontarlo con una pistola.

Crossing Midnight, però, è una storia capace di produrre un doppio straniamento. Mentre i protagonisti devono fare i conti con un solo universo sconosciuto, quello dei kami e dei demoni al loro servizio, la bravura di Carey costringe il lettore a confrontarsi con l’altrettanto spiazzante realtà nipponica contemporanea. Le tradizioni culturali più antiche, le perversioni e le abitudini quotidiane, i luoghi più frequentati come quelli più remoti: tutto il Giappone – “un panino sbriciolato e sparpagliato nel mare”, secondo l’azzeccata definizione di uno dei comprimari – sfila sotto i nostri occhi, ma l’autore non ci anticipa quasi nulla.

Ci tratta come fossimo giapponesi, non ci spiega chi sono i mostri che ci troviamo davanti (se non in pochi casi) e nemmeno traduce le espressioni gergali che farciscono i dialoghi. Un po’ come in quelle pellicole in cui, assieme ai protagonisti, ascoltiamo dialoghi in lingue sconosciute, che i personaggi del film non comprendono e che non sono sottotitolate per gli spettatori. In questo caso, però, a dover fare lo sforzo di comprensione, deducendo i significati dagli indizi che l’autore e i disegnatori disseminano quà e là, è solo il lettore. La soddisfazione che se ne trae, così come la fatica, è doppia, e per questo più gratificante.

Tutti questi motivi (e molti altri), insieme ai disegni estremamente funzionali alla storia – a metà strada tra la ligne claire europea e la tradizione giapponese di pittori come Hokusai – rendono Crossing Midnight una lettura da recuperare. E Mike Carey un autore da tenere d’occhio. La speranza è che se ne rendano conto anche le case editrici di narrativa, e che finalmente arrivi in Italia la sua produzione letteraria. Non ci dispiacerebbe ritrovarci qui, tra qualche mese, a recensire la prima avventura dedicata all’esorcista Felix Castor. Se i fumetti che vi abbiamo consigliato vi sono piaciuti, incrociate le dita. Ma non promettete nulla ad alcuna misteriosa divinità giapponese: potreste pentirvene amaramente.

Crossing Midnight
Mike Carey e autori vari
Planeta DeAgostini, 2009
448 pp.
€ 30

 

Per scaricare il primo numero in inglese;
La fiaba della Regina delle Nevi;
Il sito ufficiale di Mike Carey (e Peter Gross).

The Unwritten, o Del potere delle Storie

Da quando Wilson Taylor, acclamato creatore del maghetto Tommy Taylor, è sparito nel nulla, milioni di lettori sono disperati. Tom, unico figlio di Wilson, cerca di placarne gli animi sottoponendosi a lunghe conferenze stampa e a interminabili sessioni di autografi. Ma proprio durante un incontro con il pubblico la situazione precipita. Dapprima, un’apparentemente innocua studentessa gli chiede di chiarire alcuni punti oscuri della sua infanzia; poi, un misterioso nemico che sembra uscito da un romanzo del padre lo rapisce e cerca di ucciderlo in diretta web. La successiva, rocambolesca, liberazione di Tom divide il pubblico in due fazioni: da una parte quelli che considerano il giovane un truffatore che ha fatto sparire lo scrittore solo per goderne l’eredità. Dall’altra, quelli che credono che Tom e Tommy siano in realtà la stessa persona e che il loro beniamino letterario abbia preso magicamente vita nel momento della scomparsa del suo creatore. Le macchinazioni di un gruppo di nemici tanto misteriosi quanto violenti e le peripezie che attendono Tom nel suo tentativo di risolvere i misteri che lo circondano ci suggeriscono che le cose sono ancora più complesse di quanto non appaiano.

La nuova serie di Mike Carey e Peter Gross (di nuovo insieme dopo il successo di Lucifer) – di cui questo volume raccoglie il primo arco narrativo – rinverdisce innanzitutto i fasti di quel filone fantastico della Vertigo del quale avevamo un po’ perso le tracce negli ultimi anni. Tra noir e pulp, fantascienza e storie di guerra, l’etichetta per lettori adulti della DC Comics sembrava aver trovato una certa confidenza con il lato più squallido della realtà, dedicando a killer senza scrupoli e spietati poliziotti più spazio di quanto non ne riservasse agli esseri fatati e alle creature leggendarie. Per fortuna, la loro riscossa è oggi affidata a serie di successo come Fables, Madame Xanadu, House of Secrets e, per l’appunto, The Unwritten.

Tom Taylor è il tipico antieroe di molti racconti di formazione. Giovane, ricco, capriccioso e sostanzialmente incapace (anche se di buon cuore), malsopporta l’eredità di fama e di successo lasciatagli dall’illustre genitore, e soprattutto la “convivenza” forzata con la sua celebre creatura. Quando i fan più sfegatati lo trattano come l’alter ego nel mondo reale del loro beniamino, la sua reazione istintiva sarebbe quella di mettersi a gridare: Io non sono lui, e non voglio esserlo! E, del resto, chi lo conosce e lo frequenta da vicino sa che in fatto di impegno e responsabilità Tom avrebbe molto da imparare da Tommy: la sua carriera di attore stenta a decollare (eufemismo!), e tutto il denaro che maneggia – persino quello che gli serve per sbronzarsi – viene dalle tasche di Swope. Costui, agente letterario, lo accompagna in ogni convention e placa i suoi furori ricordandogli che il rispetto della memoria del padre è fondamentale per continuare a vivere una vita economicamente agiata.

Il rapporto tra Tom e Wilson, del resto, non era dei più idilliaci nemmeno prima che lo scrittore sparisse nel nulla. Nei flashback che di tanto in tanto affiorano dalla memoria di Tom, incontriamo un uomo totalmente assorbito dal proprio lavoro, rigido, violento e litigioso forse perché consapevole dell’esistenza di nemici che non perdonano. L’unica passione che Wilson sembra aver trasmesso al figlio – il quale però l’ha assorbita controvoglia – è quella per i luoghi letterari, di cui Londra e l’Europa sono pieni zeppi. Nel suo girovagare per la città Tom ha modo di mettere alla prova le sue conoscenze di “geografia letteraria”, passando dalla Kensington di Barrie e Peter Pan alla Baker Street di Conan Doyle e Sherlock Homes; dai luoghi di Dickens a quelli di Orwell al Globe di Shakespeare. E poi, ancora, in un viaggio attraverso l’Europa per sfuggire alle attenzioni del pubblico e dipanare i misteri del padre, ecco le cascate di Reichenbach – dove Sherlock Holmes apparentemente morì lottando contro Moriarty -, Villa Diodati (dove nacquero Frankenstein e il Lucifero di Milton) e la Pianosa raccontata da Joseph Heller in Comma 22. I luoghi letterari sembrano sprigionare un potere molto forte, nel mondo di The Unwritten.

Ma Carey non si accontenta di raccontare una storia popolata da personaggi di fantasia. Così, dopo aver accennato a temi e luoghi cari alla letteratura fantastica, l’autore compie un vertiginoso balzo all’indietro ed elegge ad assoluti protagonisi del racconto Mark Twain, Oscar Wilde e Rudyard Kipling. Quest’ultimo, in particolare, con la sua parabola di scrittore di successo, di vate dell’Impero britannico e di disperato padre di famiglia, si inserisce nel complesso disegno che Carey sembra avere in mente, e che promette di coinvolgere, a breve, la Chanson de geste, Moby Dick e chi più ne ha più ne metta. Ma già ora gli interrogativi sui piani dei misteriosi nemici che si muovono nell’ombra e sembrano decidere i destini del mondo ricorrendo al potere delle Storie sono molti.

E forse sta proprio qui, nella riflessione sul potere delle Storie, la più intima ragion d’essere di questa serie. I personaggi, buoni e cattivi (tutti tranne il riluttante Tom), sembrano mossi dalla consapevolezza che, attingendo alla forza delle parole, si possono plasmare e distruggere vite, luoghi, mondi, universi; è seguendo la grammatica del racconto e le convenzioni di genere che si architettano i piani più ambiziosi, si risolvono le situazioni più intricate, si svelano gli interrogativi e si costruiscono gli enigmi. Perché “niente è più importante delle storie che ci raccontiamo per spiegarci il mondo” e “le storie sono l’unica cosa per cui morire”; certezze, soprattutto quest’ultima, che non chiediamo vengano prese alla lettera da un “semplice” scrittore di fumetti. Ma se le troviamo sulla bocca dei personaggi che animano le sue storie, allora crediamo che ci sarà davvero di che divertirsi e appassionarsi per ciò che verrà.

Nell’ideare la storia di The Unwritten, Carey ha affermato più volte di essersi ispirato alla vicenda di Christopher Milne, figlio del creatore di Winnie the Pooh, che visse una “seconda esistenza” come modello del padre nella creazione del personaggio di Christopher Robin, il bambino “proprietario” dei pupazzi che popolano il favoloso “Bosco dei cento acri”. Rielaborando simili suggestioni in chiave Vertigo, la saga di Carey promette di essere molto più cupa delle avventure dell’orsetto goloso di miele, e già questo primo volume sembra confermarcelo. Il successo americano di pubblico e di critica risolleva il morale di Carey, reduce dalla chiusura anticipata dell’ottimo Crossing Midnight – serie in 19 episodi che consigliamo assolutamente di recuperare. E se anche Tommy Taylor non raggiungerà mai il successo mondiale di Harry Potter, il suo peregrinare tra i libri e le storie promette di riservargli un posto d’onore nel pantheon di una casa editrice che, tra alti e bassi inevitabili, rappresenta ancora oggi in America quanto di meglio offra l’intrattenimento di qualità a fumetti.


Il sito di Carey & Gross


The Unwritten n. 1
Mike Carey, Peter Gross, Yuko Shimizu
Planeta DeAgostini, 2010
144 pp.
€ 14,95

L'Anticristo? Non è così brutto come lo si dipinge

Papa Jacko, colui che guida la Chiesa Cattolica nel mondo di WormwoodLa notizia che Garth Ennis sarebbe ritornato sul luogo del delitto deve aver fatto sobbalzare il cuore di molti fumettofili. Se l’autore più dissacrante – è il caso di dirlo – del panorama anglo-americano decideva di cimentarsi nuovamente con la religione, a sei anni di distanza dalla conclusione dell’amatissimo Preacher, il risultato – c’era da giurarlo – difficilmente avrebbe deluso i lettori. E quando, qualche mese fa, si è saputo che la casa editrice BD avrebbe portato finalmente in Italia questo racconto datato 2006, più di un nostalgico della Magic Press dei bei tempi che furono deve essersi sentito, di colpo, un po’ più giovane.

Le cronache di Wormwood è una miniserie pubblicata negli States dalla Avatar Press, casa editrice nata a metà degli anni ’90 che, dopo aver dato a disegnatori come Rob Liefeld, Mike Deodato Jr. e William Tucci l’occasione di sfogare le proprie velleità di autori completi, ha deciso di arruolare tra i propri sceneggiatori alcuni dei più bei nomi del fumetto mainstream (si fa per dire) nordamericano. Così, gente come Warren Ellis, Frank Miller, Alan Moore – a fronte di ampie garanzie in fatto di libertà creativa – ha cominciato a pubblicare per l’editore dell’Illinois, e a loro si è aggiunto Garth Ennis.

Forse per nostalgia, forse per insicurezza – ma avendone conosciuto l’indole attraverso i suoi lavori, ne dubitiamo – lo scrittore di Holywood (con una elle sola, è in Irlanda del Nord) ha deciso di andare sul sicuro; e nel creare i personaggi, le ambientazioni, la trama della sua nuova miniserie, ha attinto a piene mani al repertorio che già gli aveva permesso di scrivere i 66 numeri al fulmicotone (per non contare gli speciali) dedicati all’epopea umana e divina del reverendo “predicatore” Jesse Custer, partito dalla più sperduta chiesa del Texas e giunto fino alle soglie del Paradiso solo per ricordare a Dio (che aveva abbandonato vigliaccamente il genere umano al proprio destino) quali fossero le sue responsabilità di genitore e di demiurgo.

Così, lo sceneggiatore ci prepara un altro piatto saporito, non lesinando sugli ingredienti che lo hanno reso celebre: entità semi-divine apparentemente onnipotenti, angeli e demoni che si combattono dalla notte dei tempi, Dio e il Diavolo, santi ben poco ortodossi, alte gerarchie ecclesiastiche per nulla interessate al lato più spirituale della propria missione. Questa volta, protagonista della sarabanda ennisiana è Danny Wormwood, figlio di Satana, Anticristo riluttante (ha ampiamente deluso le attese paterne in materia di Armageddon) e affermato produttore televisivo che, proprio quando crede di aver raggiunto la felicità sentimentale e lavorativa, viene risucchiato nel delirio delle proprie origini. “Papà” ha deciso che l’Apocalisse non può più attendere e, trovando finalmente una valida sponda nel degenerato australiano che siede sul trono di Pietro (un dissoluto Pontefice che si fa chiamare Papa Jacko), “muove guerra” al figlio riottoso per risvegliare in lui l’istinto assassino e distruttore. Cosa accadrà al migliore amico di Danny (un Gesù Cristo a cui Garth l’iconoclasta non risparmia nulla)? E a Dio? L’umanità è davvero perduta?

A tradurre per immagini le visioni di Ennis è stato chiamato Jacen Burrows, già visto all’opera su altre serie made in Avatar. Non crediamo sia solo suggestione se il suo tratto ci ricorda quello di Steve Dillon, il disegnatore che ha realizzato tutti i numeri della serie regolare di Preacher. Se quest’ultimo mostrava più sicurezza nella realizzazione delle fisionomie (Jesse Custer, del resto, era anche figlio suo), Burrows sembra prestare più cura e attenzione agli sfondi e alle ambientazioni in generale. A difesa di Dillon, occorre dire che le infernali scadenze dettate da una serie regolare graficamente affidata a lui solo non potevano permettergli troppi indugi. Il suo “erede”, misurandosi sulla lunghezza dei sei albi, ha scadenze meno pressanti e grazie a ciò realizza un lavoro efficace e decisamente riuscito.

I personaggi, le tematiche, persino i disegni: tutto sembra suggerire che Wormwood rappresenti per Ennis “solo” una rassicurante rimpatriata. Ma la realizzazione di nuove miniserie dedicate al personaggio – che speriamo di vedere presto anche in Italia – testimonia il gradimento del pubblico americano. Non provate a dire allo sceneggiatore nordirlandese che la sua vi sembra solo una minestra riscaldata: conoscendolo, potrebbe farvela ingoiare con tutto il piatto, e continuare a raccontare le gesta del figlio del diavolo solo per il gusto di farvi un dispetto.  Certo, a noi l’idea non dispiacerebbe affatto.

La copertina del volume BDLe Cronache di Wormwood vol. 1
di Garth Ennis e Jacen Burrows
144 pp., b/n Euro 13,00

Il Diavolo Rosso si tinge di Noir

C’erano una volta, nel mondo dei fumetti Marvel, i What if…? La ricetta di questi racconti era semplicissima: prendete un personaggio più o meno famoso, cambiate un particolare (anche piccolo) della sua vita e osservate le conseguenze. Cosa sarebbe successo se… l’Uomo ragno si fosse unito ai Fantastici Quattro? E se Capitan America avesse vinto le elezioni presidenziali del 1980? Poiché spesso la storia si concludeva in sole 22 pagine, la bravura dello sceneggiatore stava nello sviluppare in breve spazio storie avvincenti che rispondessero alle domande che ogni lettore medio – ammettiamolo, un po’ nerd –  si era posto almeno una volta nella vita. Anche la casa editrice DC Comics aveva avuto un’idea simile: in “altri mondi” (Elseworlds era proprio il titolo della testata che raccontava le versioni alternative di Superman, Batman, Wonder Woman e Flash) potevamo incontrare un Uomo d’Acciaio comunista o un Cavaliere Oscuro che, invece di combattere il Joker, indagava sui delitti di Jack lo Squartatore. A differenza dei racconti made in Marvel, quelle della DC erano vere e proprie epopee sviluppate in più albi che cercavano di offrire un ampio affresco dell’universo narrativo – o almeno dello scenario – in cui si inseriva la specifica avventura.

Ispirandosi probabilmente alla filosofia della concorrenza, la Marvel Comics ha deciso in anni recenti di lanciare nuove testate che ri-raccontassero la nascita dei supereroi, variandone alcuni presupposti e sviluppando trame che a loro volta hanno originato interi universi narrativi; oppure, che ne rivisitassero l’essenza esplorando le possibili combinazioni spazio-temporali di ciascun personaggio. La linea Marvel Noir, nata nel 2009 e a cui appartiene questo volume di Devil, si inserisce nel secondo filone.

L’idea di Joe Quesada, Editor-in-Chief della Marvel, era quella di raccontare nuove avventure dei suoi eroi più famosi, ambientandole questa volta negli anni ’20: quelli che, in America, significano gangster senza scrupoli, femmes fatales irraggiungibili, investigatori privati tanto capaci quanto trascurati. E ancora, distillerie clandestine, fumose sale da biliardo, case da gioco, bordelli e commissariati. Naturalmente, non tutti i personaggi sono adatti a una simile ambientazione e anzi i supereroi, con i loro costumi sgargianti, i poteri e la tecnologia che spesso li accompagna, possono sembrare dei pesci fuor d’acqua. Il rischio, doppio, è quello di privarli di ogni attributo caratteristico (e quindi di snaturarli) oppure di calcare la mano proprio sugli elementi più eccentrici del loro modo di essere (e quindi di creare delle macchiette). Con Devil, però, la Marvel sapeva di andare sul sicuro.

In tutto il panorama del fumetto mainstream nordamericano – se escludiamo Batman, di cui il Diavolo Rosso è spesso considerato l’alter ego marveliano – non c’è infatti un personaggio che come lui abbia assorbito e rielaborato gli stilemi classici della narrativa noir e hardboiled più tradizionale. Devil non è un supereroe di quelli che salvano l’universo dalle minacce cosmiche come fanno i Fantastici Quattro. Il suo campo di battaglia è Hell’s Kitchen, il quartiere degradato di New York dove è nato, è cresciuto e ha acquisito i poteri. Proprio in una strada del quartiere il giovane Matthew Murdock ha subito l’incidente che, privandolo della vista, gli ha donato i sensi ipersviluppati grazie a cui volteggia sui tetti e percepisce odori e rumori a isolati di distanza. A Hell’s Kitchen Matthew è tornato dopo la laurea in legge per esercitare la professione di avvocato e qui ha deciso di adottare un’identità segreta che gli permettesse di rimediare ai torti rimasti impuniti in tribunale. Suoi avversari sono stati spesso gangster e malavitosi come Kingpin (il gigantesco boss della mala newyorkese che rappresenta, insieme al killer Bullseye, la vera e propria nemesi del nostro eroe) ma anche come il Gufo, Mister Fear e tanti altri che sembrano una sintesi tra i nemici di Batman e quelli di Dick Tracy. Guarda caso, due personaggi, seppur diversi, decisamente noir.

Con presupposti simili, non stupisce che questo volume rappresenti l’esito più felice dell’intera linea editoriale. Il fatto che a raccontare la storia fosse un affermato scrittore di genere non rappresentava di per sè una garanzia. Eppure, nonostante il numero esiguo di fumetti realizzati in precedenza, lo sceneggiatore Alexander Irvine centra in pieno il risultato. Assegna a ciascuno dei protagonisti – riconoscibilissimi per i lettori tradizionali – un ruolo ben distinto all’interno del canovaccio noir (l’investigatore, l’informatore, il boss del crimine, la femme fatale: ci sono tutti); fonde i personaggi, scambia le parti e rimescola i punti di vista. I suoi dialoghi sono di volta in volta secchi, introspettivi o lirici, a seconda del tono assunto dal racconto; i personaggi riflettono amaramente sulle proprie azioni mentre osservano il mondo attorno a loro scivolare sempre più rapidamente verso il baratro. Sanno di rappresentare, di volta in volta, la salvezza o la condanna per chi li circonda e proprio questa consapevolezza ora li schiaccia, ora li spinge all’azione.

Il vero valore aggiunto del volume, però, è nei disegni di Tomm Coker. Se Devil, negli anni, è diventato un’icona del noir a fumetti, lo deve anche ai grandi disegnatori che ne hanno illustrato le avventure. Da Frank Miller a David Mazzuchelli, da Bill Sienkiewicz ad Alex Maleev, sebbene la mano cambiasse rimaneva riconoscibilissima un’estetica fatta di sfondi tenebrosi, di figure stilizzate quando non appena abbozzate, di linee e tratteggi nervosi e guizzanti. Coker, che è anche regista cinematografico e quindi sa come raccontare una scena o una sequenza, sembra aver rubato un pizzico di arte da ciascuno dei mostri sacri che lo hanno preceduto. Eppure, il suo stile appartiene solo a lui.

Non sappiamo se la linea Marvel Noir avrà un futuro lungo e radioso. Gli X-Men e Wolverine, l’Uomo Ragno e il Punitore, Iron Man e Luke Cage hanno già percorso (o lo faranno a breve) le strade violente dell’America del Proibizionismo. Difficilmente, però, qualcuno tra loro potrà dire di trovarle familiari quanto un certo Diavolo Rosso che ha imparato paradossalmente a conoscerle proprio quando la luce è scomparsa dalla sua vita.

Titolo: Devil Noir
Autori: Alexander Irvine, Tomm Coker
Editore: Marvel Italia – Panini Comics
Dati: 2010, 112 pp., € 12,00

Storia di Astarte, il migliore amico di una leggenda

Astarte, l’ultima storia scritta, disegnata e nemmeno terminata da Andrea Pazienza, inizia come fosse un sogno di Penthotal. Ma le apparenze – accade spesso – ingannano.

Il protagonista di una delle più celebri storie dell’autore – nonché suo vero e proprio alter ego, perché si muoveva sullo sfondo del Settantasette bolognese – iniziava la sua avventura risvegliandosi da un incubo animato da un delirante giullare armato di pistola e da un gangster pacioso dalle apparenze tutt’altro che innocue, e poi si andava ad infilare in una sarabanda di peripezie surreali a metà strada tra il sogno e la realtà.

Il cane parlante che appare in sogno a Pazienza in apertura di questo volume è invece l’unica concessione all’improbabile contenuta nelle dieci tavole dedicate alla storia di Annibale, che l’autore decide di raccontare attraverso le parole di Astarte, l’immaginario (?) cane molosso nero che lo seguiva fedelmente in ogni battaglia.

Cos’è successo al Pazienza che conoscevamo? Come ha potuto rinunciare ai nonsense che sembravano la cifra stilistica delle sue storie?

Quello che incontriamo tra queste pagine è un Pazienza diverso. Marina Comandini, sua compagna fino alla fine e plenipotenziaria della sua eredità artistica, ci spiega nella postfazione al volume che, poco prima di morire, Andrea aveva deciso di raccontare per immagini la sua ultima “infatuazione” intellettuale: la vita di Annibale, conosciuta attraverso la lettura di una biografia scritta da Gianni Granzotto. Pazienza viveva, allora, a Montepulciano, lontano dalla Bologna del DAMS e dei suoi vent’anni, lontano dall’eroina che in quegli anni era entrata nella sua vita e da cui, apparentemente, si era liberato. I deliri di Penthotal, i disturbi antisociali di Zanardi e i tormenti di Pompeo sembravano, per un momento, dimenticati. La fantasia dell’autore (davvero senza confini: era lui stesso a dire “La pazienza ha un limite, Pazienza no!”) poteva così abbandonare la squallida realtà che lo ossessionava da sempre e involarsi tra le pieghe di una storia che sembrava rivivere sulle rive del lago Trasimeno e in tutti i luoghi che l’autore visitava inseguendo un eroe di duemila anni fa.

Se lo sguardo di Pazienza ci appare diverso, lo stesso non si può dire del suo tratto. Nelle poche tavole portate a termine, Pazienza passa in rassegna una grande quantità di stili. La stessa varietà che, in passato, lo aveva portato ad affermare ancora: “Io sono il più bravo disegnatore vivente”. Tutto questo, come sempre, senza mai rinunciare  alla propria unicità e riconoscibilità. Le tavole fatte di primi piani caricaturali, di espressioni deformate dalla più vasta gamma di emozioni, si alternano ad altre di un iperrealismo quasi doloroso. Le forme sono a volte appena accennate da una linea che, in obbedienza agli insegnamenti della ligne claire francese, ci dice tutto su ciò che rappresenta; altre volte, sono rifinite fin nei minimi particolari. A pagina 49 fa capolino un Annibale che, crediamo, molto deve alla fisionomia di un altro celebre personaggio di Pazienza, il già citato giovane (sociopatico) Zanardi.

Quando nel 1988 morì, Pazienza aveva disegnato solo dieci pagine di Astarte. Questo volume ne conta cento e passa (compreso un approfondimento sulle fonti storiche che parlano di Annibale). Viene dunque spontaneo chiedersi cosa ci sia dietro a un simile aumento. Ci sono, probabilmente, tre risposte possibili.

Una buona: come dice ancora la Comandini, l’intenzione era quella di dare il giusto risalto a ciascuna vignetta, dedicandole uno spazio più ampio – un’intera pagina – di quello pensato in originale dall’autore.

Una cattiva: all’aumento delle pagine (non sempre le vignette giustificano o permettono  questa “espansione”) corrisponde un aumento di prezzo.

Una affascinante: questo formato sembra richiamare un altro fumetto che ci ha raccontato l’eroismo con toni e argomenti diametralmente opposti. Non sembra impossibile trovare, già nell’introduzione di Roberto Saviano, un riferimento a 300, la storia che Frank Miller ha dedicato a Leonida e agli spartani morti alle Termopili. Qui  però non c’è spazio per i toni trionfalistici di Miller, né per la sua (spesso) vuota retorica.

Morendo giovane come molti miti, Pazienza non ha fatto in tempo a inciampare nell’inevitabile perdita di ispirazione che ha colpito altri grandi autori. Sfogliando le pagine di Astarte, e immaginando cosa ci siamo persi, questa sembra l’unica consolazione possibile. Ma non è davvero granché.

Titolo: Astarte
Autore: Andrea Pazienza
Editore: Fandango Libri
Dati: 2010, pp. 106
prezzo:  € 20,00

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Quella notte alla Diaz

Per gentile concessione di Ugo Guanda Editore, © 2010 Ugo Guanda Editore S.p.A., Viale Solferino 28, Parma.

Quella notte alla Diaz (Guanda 2010, pp. 96, € 16) è il racconto a fumetti dei fatti che, nel luglio del 2001, insanguinarono ulteriormente una Genova già scossa dai disordini per il G8 e dalla morte di Carlo Giuliani. Ciò che accadde in quei giorni minò, secondo molti irreversibilmente, la credibilità della Repubblica; l’irruzione alla Diaz, i pestaggi e le torture che seguirono rappresentano una delle pagine più nere della storia della polizia. Christian Mirra, l’autore dei testi e dei disegni di questo volume, non parla per sentito dire. Non riporta le notizie dei telegiornali o dei programmi di approfondimento, né dà voce ai si dice dell’uomo della strada. Christian Mirra era lì, dall’inizio alla fine, e ancora oggi non può e non vuole dimenticare ciò che è successo. Nonostante la giustizia e l’opinione pubblica si illudano di aver messo la parola “fine” alla vicenda.

Nel corso delle quasi cento pagine che compongono l’opera, seguiamo il protagonista e i suoi amici lungo un viaggio che, iniziato come una vacanza, si trasforma via via in un incubo, destinato a trascinarsi per caserme e ospedali e a proseguire anche dopo il ritorno (apparente) alla vita di tutti i giorni. Perché, anche quando i pestaggi e le violenze fisiche sono terminati, rimangono le ferite psicologiche, legate a un processo surreale in cui i colpevoli cercano più volte di scambiare il proprio ruolo con quello delle vittime.

Quando si vuole raccontare una storia così, dal punto di vista grafico la scelta possibile è una sola, e Mirra la percorre fino in fondo: il suo bianco e nero è diretto, senza i fronzoli delle mezze tinte – utilizzate solo per i rari inserti fotografici e nelle sequenze di risveglio dai pestaggi, quando gli occhi sono troppo gonfi per mettere a fuoco le immagini – né, tantomeno, dei colori. La consapevole scansione delle pagine alterna lunghe sequenze fatte di vignette che si susseguono tutte uguali a sporadiche splash page di impatto che fondono disegno e parola e costituiscono il vero e proprio vertice emotivo di ogni passaggio del racconto.

Il genere cui, a buon diritto, appartiene Quella notte alla Diaz (come sottolinea anche Tito Faraci, autore bonellian-disneyano – ma non solo – che ha fatto da editor all’opera), è quello del Graphic Journalism. Adottando una rappresentazione stilizzata dei volti e delle figure umane, l’autore si inserisce nel solco di una tradizione che appartiene a molti mostri sacri che lo hanno preceduto (il Joe Sacco di Palestina e l’Art Spiegelman di Maus, la Mariane Satrapi di Persepolis e il Gipi di Appunti per una storia di guerra). Rispetto a loro, Mirra possiede uno stile più povero, punteggiato da anatomie e da prospettive che più di una volta mostrano limiti significativi. Ma si tratta comunque del suo primo lavoro fumettistico, e questi sono difetti che gli perdoniamo volentieri.

P.S. Avviso ai naviganti: come forse qualcuno avrà  notato, questa rubrica prende il nome da una delle più  famose avventure di Corto Maltese, e non si tratta di una scelta priva di significati. In Corte Sconta detta Arcana, Hugo Pratt racconta che “ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. Uno in Calle dell’Amor degli Amici. Un secondo vicino al Ponte delle Maravegie. Il terzo in Calle dei Marrani, nei pressi di San Geremia in Ghetto Vecchio. Quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite vanno in questi tre luoghi segreti e aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie”. Chi scrive non crede che il fumetto debba per forza raccontare di mondi che non esistono e di personaggi surreali o improbabili: questa prima sortita l’abbiamo dedicata a una storia reale, compiendo in un certo senso il percorso inverso rispetto a quello suggerito da Pratt. In futuro non mancheremo di provare, invece, a imitarlo.

il sito dell’autore

Titolo: Quella notte alla Diaz. Una cronaca del G8 a Genova
Autore:  Christian Mirra
Editore: Guanda (collana Guanda Graphic)
Anno di pubblicazione: 2010
Prezzo: 16,00 euro
Pagine: 81, ill.