Contro la dittatura dei geni

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Cosa determina il nostro aspetto fisico? Cosa definisce il nostro maggiore o minore livello di intelligenza? Cosa influisce sul nostro comportamento, sui nostri gusti sessuali, sulle nostre probabilità di successo nella società? Secondo molti, la risposta a queste domande è sempre la stessa: i geni.

Il travolgente successo della genetica ha reso il gene un paradigma dominante non solo nella biologia moderna ma anche nell’immaginario collettivo, un paradigma secondo il quale nell’informazione genetica è contenuto tutto ciò che definisce gli esseri viventi – e quindi anche l’uomo – dal punto di vista fisico e comportamentale. Negli ultimi decenni è emerso un pensiero gene-centrico forte, una metafisica determinista alla quale, per dirla con le parole di Bertrand Jordan, biologo molecolare, «non aderiscono solo i giornali e i giornalisti, che quasi ogni giorno ci propongono l’identificazione di un qualche gene che, in modo del tutto improbabile, governerebbe i nostri caratteri più complessi e i nostri comportamenti più personali. A questa metafisica aderiscono, spesso, anche alcuni uomini di scienza. E persino qualche biologo». Jordan scriveva queste parole in un libro dal titolo significativo, Gli impostori della genetica, ma già una decina di anni prima c’era stato chi si era scagliato contro il determinismo genetico. Si tratta del genetista Richard Lewontin, classe 1929, uno dei pionieri della genetica delle popolazioni e dell’evoluzione molecolare, autore di un libro breve e intenso, anch’esso dal titolo estremamente significativo, Biologia come ideologia, edito in Italia da Bollati Boringhieri.

Nel 1990, Lewontin venne invitato a tenere le Massey Lectures, delle lezioni radiofoniche che ogni anno, per una settimana, vengono organizzate in Canada su temi politici, culturali e filosofici. Da quel ciclo di discorsi nacque in seguito questo libro.

Due sono i binari su cui si muove la critica di Lewontin. Il primo è quello scientifico; il genetista americano spiega come il determinismo genetico sia basato su ipotesi deboli, dal momento che già negli anni ‘90 si sapeva che l’informazione contenuta nel genoma non era “il” linguaggio della vita bensì “uno dei” linguaggi della vita. Durante la formazione di un individuo, dall’uovo fecondato all’adulto, i processi di sviluppo embrionale e i fattori ambientali possono infatti interferire con l’attività dei geni, spegnendoli e attivandoli. In più, gli stessi prodotti dei geni, le proteine, possono a loro volta agire sull’espressione genica, modificandola. Risulta dunque chiaro che il gene non è la “molecola capo” che siede in cima a una gerarchia biologica, bensì un elemento integrato in un sistema complesso, che influenza ed è a sua volta influenzato dagli elementi che lo circondano.

R LewontinLewontin prosegue allargando il campo e andando ad affrontare il tema della sociobiologia, una corrente della sociologia secondo la quale esistono geni per ogni forma di comportamento sociale, dalla religiosità all’intraprendenza, dal dominio sessuale alla xenofobia, geni che quindi dovranno passare il filtro della selezione naturale per guadagnarsi un posto al sole nella società. Se i geni determinano gli individui e gli individui determinano la società, ne consegue che i geni determinano la società. Una società la cui fissità e le cui gerarchie sarebbero dunque “giustificate” dalla natura biologica delle sue componenti individuali. E allora, «se tre miliardi di anni di evoluzione ci hanno resi quel che siamo, crediamo davvero che un centinaio di giorni di rivoluzione ci cambieranno?», chiede provocatoriamente Lewontin.

Alla dimensione sociale del determinismo genetico il genetista americano dedica le pagine più polemiche. Secondo lui, il pilastro su cui si regge questa visione distorta della biologia è la falsa distinzione fra individuo e ambiente e, più in generale, fra interno ed esterno. Una distinzione che porta a isolare le singole componenti di un sistema, sia esso biologico o sociale, creando l’illusione che queste unità individuali e autonome determinino con assoluta certezza le proprietà dell’insieme, biologico o sociale, in cui si riuniscono. Una distinzione che non considera come le interazioni reciproche fra le singole componenti possano far sì che proprietà inesistenti a livello individuale emergano poi nel passaggio al livello di gruppo. L’origine di questo riduzionismo esclusivo ed estremo è associata, secondo Lewontin, al passaggio dalla società feudale, priva com’era di libertà individuale, a quella capitalista e iper-competitiva. «Questa concezione individualistica del mondo biologico,» scrive infatti l’autore, «è semplicemente un riflesso delle ideologie rivoluzionarie borghesi del secolo XVIII che collocarono l’individuo al centro di ogni cosa». La scienza non è un’entità superiore e distaccata ma un’istituzione sociale immersa nella realtà del proprio tempo, che influenza e dalla quale è influenzata, secondo quel principio di interattività che è alla base del pensiero del genetista di Harvard.

Dal punto di vista stilistico, Lewontin ha scelto, come lui stesso racconta nell’introduzione, di mantenere i toni discorsivi della radio. Scelta efficace dal punto di vista comunicativo, poiché contribuisce a tenere alto il ritmo e a non smorzare la forza polemica del testo, ma che costituisce anche il suo tallone di Achille. Certi passaggi – come quello sulla tubercolosi e le sue vere cause – vengono infatti affrontati con una rapidità che potrebbe disorientare, e talvolta anche disturbare, più di un lettore. Si potrebbe obiettare che l’importante è dare stimoli e spunti per una discussione critica del problema, il che è vero, ma ciò smaschera il secondo difetto del libro, e cioè la scarsità della sua bibliografia. Un maggior numero di riferimenti aiuterebbe infatti il lettore ad approfondire i temi, tanti, che Lewontin tira in ballo.

Si tratta di due difetti tutto sommato secondari, che non intaccano la forza del pensiero del genetista di Harvard. Che piacciano o no, le sue critiche smascherano questioni reali e attualissime anche a vent’anni di distanza, il che rende questo libro una lettura necessaria, per ricordarci quei problemi che né la società né tantomeno la scienza possono permettersi di trascurare.

31m8AA9mc8LTitolo: Biologia come ideologia. La dottrina del DNA
Autore: Richard Lewontin
Editore: Bollati Boringhieri
Dati: 1998, pp. 98, euro 13,00

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Il futuro immaginato che ci racconta il nostro presente

Fu nel maggio del 1942 che si sentì parlare per la prima volta della Fondazione. In quella data, infatti, la rivista di fantascienza americana Astounding Science-Fiction pubblicava un racconto intitolato proprio Fondazione, firmato da un certo Isaac Asimov. Ne seguirono altri, sette per la precisione, che insieme a un ottavo mai uscito sulla rivista furono raccolti in tre libri – Fondazione (1951), Fondazione e Impero (1952) e Seconda Fondazione (1953) – che divennero rapidamente una pietra miliare della fantascienza.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov (cover)

La storia narrata nella trilogia si dipana su un arco temporale di poco meno di 400 anni, seguendo le vicende che ruotano intorno al crollo dell’Impero Galattico e al periodo di decadenza che ne deriva. Una colossale crisi che però era stata prevista da qualcuno; si tratta di Hari Seldon, il massimo esperto di una disciplina scientifica nota come psicostoriografia, che consente di analizzare matematicamente le variabili politiche, sociali ed economiche al punto da poterle addirittura predire. Sapendo che nessun governante prenderà sul serio le sue previsioni, Seldon inizia a predisporre delle contromisure per fronteggiare l’imminente disastro. Lo scienziato sa benissimo di non poter fermare il crollo dell’Impero ma è convinto di poter ridurre la successiva barbarie salvaguardando il sapere scientifico. A questo scopo, istituisce due Fondazioni, poste ai due estremi della Galassia. Saranno proprio queste due Fondazioni le vere protagoniste della trilogia; soprattutto la prima, poiché l’esistenza della seconda rimane un mistero per gran parte della storia.

Già solo leggendo la trama si capisce come la fantascienza di Asimov fosse, in un certo senso, fuori dagli schemi: invece di parlare di alieni e viaggi nell’ignoto, che ai tempi andavano per la maggiore, lo scrittore americano di origini russe preferì raccontare vicende politiche e sociali, in buona parte caratterizzate da una certa verosimiglianza scientifica. Non bisogna infatti dimenticare che Asimov era laureato in chimica ed eccelleva nella divulgazione, ambito per il quale addirittura abbandonò quasi completamente la narrativa fra il 1960 e il 1970. Un particolare, questo, di cui è importante tenere conto quando si valuta il suo stile, estremamente asciutto e lineare, a volte fin troppo. Asimov voleva soprattutto farsi capire. Poco interessato all’azione, preferiva dare spazio alla storia, in un fluire di eventi e personaggi che però, di tanto in tanto, risulta essere troppo rapido. Ciò è soprattutto vero nel primo libro, che racconta l’espansione della Prima Fondazione, dove l’evidente natura a puntate del romanzo fa sì che l’avvicendarsi dei suoi primi eroi e delle loro vicende non sempre dia tempo al lettore di affezionarsi ad alcuni di essi. Nei due libri successivi lo scorrere della narrazione rallenta, consentendo un maggiore approfondimento. Non a caso, alcuno dei personaggi più interessanti – come Bayta, il Mule, Pritcher, Arcady – entrano in scena a partire da qui. Ciò non toglie che la maggior attenzione che Asimov dedica allo scorrere degli eventi contribuisca a dare l’idea del grande macchinario della Storia, che avanza lungo un percorso sul quale i singoli individui hanno spesso poca occasione di intervenire.

Questo percorso è stato però previsto da Seldon, seppure in maniera probabilistica, il che l’ha portato a elaborare un piano che consentisse alle Fondazioni di sopravvivere agli inevitabili scossoni cui la Storia le sottoporrà. L’invenzione della psicostoriografia si rivela una delle intuizioni più felici di Asimov, che tira fuori dal cilindro un potente spunto narrativo in grado di combinare la solidità e la credibilità di un approccio scientifico rigoroso con l’elemento profetico che richiama l’epica della mitologia. Non a caso, nel corso della storia, la scienza della Fondazione arriverà a essere percepita come una forza sovrannaturale e i suoi studiosi come temibili maghi, da parte degli abitanti di altri pianeti, travolti da una decadenza non solo politica ed economica ma anche culturale e scientifica. Come non sorridere di fronte all’immagine dei tecnici della Fondazione, venerati come sacerdoti e, in quanto tali, unici detentori dei segreti dell’energia atomica? Questo artificio consente ad Asimov di muoversi su più binari narrativi, innestando elementi di generi diversi – poliziesco, spy story, thriller politico, avventura e addirittura romanzo distopico – sulla struttura di un classico della sci-fi come la space opera.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov

Ma la psicostoriografia, per quanto basata su rigorose formule matematiche, ha ovviamente i suoi limiti. Per esempio, funziona solo quando applicata a popolazioni umane estremamente numerose. Inoltre, la stragrande maggioranza di queste popolazioni deve essere all’oscuro delle sue predizioni. Ma soprattutto, essa non può prevedere il comportamento dei singoli individui. Un problema ben spiegato da Bayta Darell, eroina del secondo libro: “Le leggi della storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori, è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore.” È proprio nel secondo libro che il pericolo rappresentato dalle variazioni individuali si scatena: compare infatti sulla scena il Mule, un mutante dotato di grandi poteri, in grado di controllare l’emotività delle persone. Di fronte a un singolo caso così eccezionale, il Piano Seldon rischia di sfaldarsi. Difficile non vedere, nell’ascesa del Mule, la rappresentazione del dittatore che affascina le masse e stravolge il corso della storia; i capitoli dedicati al gerarca mutante furono pubblicati come racconti nel 1945.

Per frenare lo strapotere del Mule dovrà entrare in campo la Seconda Fondazione, fino a quel momento rimasta nell’ombra. A essa è dedicato il terzo libro della trilogia, dove si assiste a un deciso cambio nei toni e nelle atmosfere; la Seconda Fondazione, infatti, non è in grado di imporsi grazie alla superiorità scientifico-industriale come la Prima, ma si è concentrata sullo sviluppo della psicologia e delle arti del controllo mentale. Grazie al suo intervento il Mule viene fermato ma ciò suscita l’attenzione della Prima Fondazione, la cui consapevolezza dell’esistenza della gemella, sperduta chissà dove nella Galassia, diventa un problema per il Piano Seldon. Lo scontro fra le due Fondazioni, con la Prima desiderosa di liberarsi dell’onnipresente influenza della Seconda, è gestito da Asimov come una serrata partita a scacchi, immersa in un clima di paranoia e sospetto dove nessuno è più davvero sicuro non solo delle intenzioni di chi ha vicino, ma neanche delle proprie. La visione positivista della storia di Asimov rivela così le sue zone d’ombra, poiché il prezzo da pagare per la salvaguardia del Piano Seldon è la limitazione della libertà individuale.

La Trilogia della Fondazione è dunque un eccellente esempio di letteratura nella quale l’intrattenimento si sposa con affascinanti speculazioni sociologiche e tecnologiche. Asimov sa catturare il lettore con diversi espedienti narrativi, principalmente colpi di scena, caratteristici di molta letteratura di evasione, ma sa anche lasciar trasparire profonde riflessioni sul ruolo della scienza nella società senza mai diventare didascalico. Sebbene criticato per uno stile considerato letterariamente scarno, Asimov rientra in quella categoria di scrittori che, con asciutta semplicità, ha saputo creare storie dotate di più piani di lettura, in grado al tempo stesso di intrattenere e di far riflettere.

Trilogia della fondazione, Isaac Asimov (cover)Titolo: Trilogia della Fondazione
Autore: Isaac Asimov
Traduzione: C. Scaglia
Editore: Mondadori
Dati: 2004 (1951/53), pp. 628, euro 15

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Cocktail di scrittori, agitato, non mescolato

Non un romanzo, né un libro di racconti, ma neanche una raccolta di aforismi. Saggi brevi, forse? Nemmeno. Se proprio si vuole trovare una definizione si potrebbe provare con “patchwork metaletterario”. Quello di Marco Rossari è un libro che parla delle tante sfaccettature dell’essere uno scrittore, viste attraverso una lente surreale, di quelle che deformano e accentuano, a volte esagerando ma comunque mettendo in evidenza i tratti significativi di un mestiere di cui tanto si parla e di cui poco si sa. Un mestiere spesso frainteso, vista la preoccupante quantità di persone che si improvvisano tali senza avere né messaggi significativi da condividere né talento con cui esprimerli. Per fortuna Rossari il talento ce l’ha e ad esso unisce una cultura letteraria solida, che non esita a snocciolare con ironia, sebbene non manchi un certo autocompiacimento. Talento, ironia e cultura contribuiscono quindi a rendere questo libro una lettura decisamente più piacevole della media e la sua struttura – un alternarsi di racconti più o meno lunghi e brevi sentenze del tipo “c’era uno scrittore che…” – rende il tutto scorrevole, leggero. Leggerezza di stile, non di contenuti; Rossari vuol dare l’idea di non prendersi troppo sul serio ma è in realtà serissimo quando gioca col mondo della letteratura, raccontandone ossessioni e idiosincrasie. Da questo punto di vista il libro è indubbiamente riuscito, poiché scava senza appesantire e diverte senza essere superficiale. Rossari scrive bene ed evita le banalità, sebbene a volte si faccia prendere troppo la mano dal gusto del gioco letterario e del citazionismo.

Il problema di questo libro è che dopo un centinaio di pagine viene da dire “ok, ho capito, e quindi?” E quindi niente, le restanti cento pagine insistono sullo stesso registro, con gli stessi toni e le stesse trovate, senza arrivare a una destinazione precisa. Non che l’assenza di una destinazione sia un difetto, dopotutto il bello sta nel viaggio. Il punto è che il viaggio, dopo un po’, rischia di diventare ripetitivo. Non sorprende, alla fine, scoprire che molti delle storie che ne fanno parte avevano già visto la luce in contesti e momenti diversi. Il risultato è quindi una raccolta nella quale tante piccole cose, soprattutto gli aforismi, finiscono per scorrere via senza lasciare il segno. Le parti migliori sono i racconti pseudo-autobiografici e alcune delle storielle aventi come protagonisti scrittori famosi (e morti).

In definitiva, quello di Rossari è un piacevole divertissement letterario, che ricorda un po’ quel vostro amico brillante, dalla battuta sempre pronta, che ama dispensare la sua innegabile cultura in pillole tipo finger food.
Un buon libro da happy hour, niente di più, niente di meno.

 

Titolo: L’unico scrittore buono è quello morto
Autore: Marco Rossari

Editore: edizioni E/O
Dati: 2011, pp. 214 euro 16,50

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Fantascienza introspettiva

La fantascienza ha da tempo dimostrato di poter offrire storie avvincenti e al tempo stesso ricche di tematiche significative. Più che alle caratteristiche del genere, ciò è dovuto alle doti di alcuni grandi autori che ne hanno decretato il successo, da Aasimov a Bradbury passando per Dick e Gibson, solo per citarne alcuni. Fin dagli anni ’60, Ursula Le Guin ha occupato un ruolo di primo piano in questa cerchia di grandi scrittori, vincendo cinque premi Hugo e sei premi Nebula, trattando temi come pacifismo e femminismo, e riuscendo a raggiungere anche i non appassionati del genere.

La recente ristampa di uno dei suoi primi libri, La città delle illusioni, per le edizioni Gargoyle, è un’ottima occasione per conoscerla. Il libro, uscito per la prima volta in America nel 1969 (in Italia nel 1986) fa parte del Ciclo dell’Ecumene ma la lettura dei testi precedenti non è necessaria. Al centro della vicenda c’è la solitudine di Falk, una creatura umanoide, costretto da una totale perdita di memoria a intraprendere un viaggio alla riscoperta di sé stesso. Questo viaggio lo porterà ad attraversare foreste, fiumi e montagne di una Terra che, in un lontano futuro, è popolata da piccole comunità sparse, dominate dai misteriosi e temuti Shing. Sarà proprio arrivando alla città in cui essi vivono, la mitica Es Toch, che il protagonista dovrà confrontarsi con due opposte verità, in un gioco di illusioni e inganni la cui posta è la sopravvivenza della propria specie.

La Le Guin costruisce una trama avvincente che si svolge con linearità e che può contare su personaggi credibili, dotati di spessore anche quando si tratta di semplici comprimari. Suo grande merito è quello di riuscire a rendere partecipe il lettore del travaglio interiore del protagonista, diviso tra nuovi e vecchi ricordi, e costretto ad affrontare verità contrastanti, verità artefatte, verità parziali. Con il suo stile asciutto ed espressivo, l’autrice ci racconta un’avventura fantascientifica a suo modo singolare – poca tecnologia, tanta natura – toccando, al tempo stesso, i temi dell’identità, del razzismo, del controllo della conoscenza come strumento di dittatura.

Titolo: La città delle illusioni
Autore: Ursula K. Le Guin
Editore: Gargoyle
Dati: 2012, pp. 215, euro 12,90

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L’ultima caccia dello squalo

Sergio Scozzacane, detto lo Squalo per via dell’enorme naso, è un fallito. Di più, è un monumento al fallimento. La casa discografica lasciatagli dal padre è al tracollo, vive in una squallida pensione, non ha amici e ha un grosso debito con la camorra. Quasi non ci crede che la vita gli abbia dato un’occasione di riscatto: un giovane cantante che lui aveva messo sotto contratto vince un talent show televisivo e siccome è ancora vincolato per due mesi lo Squalo decide di approfittarne. Come? Portandolo a Sanremo, grazie anche all’aiuto del camorrista con cui è rimasto indebitato.

La trama de Il fiuto dello squalo è semplice, il suo svolgimento anche. Quel che conta è il cammino del protagonista, il suo tentativo di abbandonare la strada fallimentare che da troppo tempo percorreva. Amarezza, squallore e sconfitta sono le sensazioni con cui Gianni Solla impregna la sua narrazione, descrivendoci un sottobosco umano perduto e disperato. A volte gli scappa la mano e calca un po’ troppo i toni, virando verso un grottesco che non è nelle sue corde. Molto meglio quando resta sul noir, con occasionali spruzzate di cinica ironia.

Buona la costruzione dei personaggi, tutti col loro bel bagaglio di dolore sulle spalle e tutti ben caratterizzati. Benché in alcuni punti suoni forzato, il rapporto conflittuale fra lo Squalo e Sofia, sorella cieca del giovane cantante, colma e movimenta la seconda parte del romanzo, cambiando le carte in tavola e mettendo il protagonista di fronte alla propria antitesi. Ciò non cambierà la natura delle cose: la lotta dello Squalo contro l’ineluttabilità è impari e l’epilogo inevitabile.

In definitiva, se vi piacciono le storie degli sconfitti Il fiuto dello squalo è un romanzo che può valer la pena leggere, sia per il tema che tratta, sia per l’intensità con cui lo affronta. La scrittura di Solla, nonostante qualche scivolone, è buona e serve bene la storia, aiutandolo a scavare a fondo nelle sensazioni del protagonista e, di riflesso, del mondo in cui si muove.

 

Titolo: Il fiuto dello squalo
Autore: Gianni Solla
Editore: Marsilio
Dati: 2012, pp.300, euro 16,50

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Amore e duelli nel crepuscolo di pianeti lontani

Uscito nel 1979 con Armenia e nel 1994 con Fanucci con il titolo La luce morente, Dying of the light (1977) è il primo romanzo pubblicato da George Martin. La casa editrice Gargoyle lo ripropone adesso, cambiandone il titolo in un discutibile In fondo al buio. Chiaramente si cerca di cavalcare l’onda del successo dell’autore di Bayonne, che proprio in questi giorni si gode la messa in onda della seconda stagione della serie tratta dal suo capolavoro, Le Cronache del ghiaccio e del fuoco. Intento più che comprensibile, se non fosse che la presenza di occasionali refusi e di alcune sviste traduttive sembrano suggerire una certa fretta nella preparazione di questo libro.

Dirk t’Larien riceve un messaggio da Gwen. Un tempo si amavano, poi lei lo ha lasciato. Ora, però, gli chiede di raggiungerla su Worlorn, un pianeta vagabondo ai confini dello spazio, e Dirk lo fa, spinto da sentimenti non ancora sopiti. Verrà così a conoscenza del nuovo compagno di lei, Jaan, proveniente da un altro pianeta – Alto Kavalan – e seguito dal fido Garse. Soprattutto, Dirk si scontrerà con la cultura di questi due uomini, una cultura rigida e marziale incentrata sul concetto di clan, sulla lealtà fra compagni e sulla sottomissione della donna. Rivalità affettive e scontro culturale, ce n’è abbastanza per dar fuoco alle polveri del dramma. Siccome abbiamo a che fare con Martin, poi, le cose si complicano ulteriormente; i personaggi sono tutti ricchi di sfaccettature e di motivazioni contrastanti, irrequieti, sempre in cerca di qualcosa che non riescono ad avere, che si tratti di amore, rispetto, lealtà, cambiamento. Tutto ciò dà vita a un intreccio di relazioni in continuo cambiamento col quale Martin gioca molto, allontanando e riavvicinando i personaggi, creando crisi che sembrano alleviarsi, mantenendo un costante stato di tensione che vibra per tutto il libro, fino all’ultima pagina. Impossibile non vedere, in questo, i semi di ciò che l’autore svilupperà anni più tardi e su una scala più vasta con Le Cronache del ghiaccio e del fuoco. In questo scenario, l’atmosfera del pianeta ha un ruolo importante: dominato da una gigante rossa chiamata Grasso Satana e dalle sei stelle minori che vi orbitano attorno, Worlorn è un pianeta morente, abbandonato da gran parte dei suoi abitanti, destinato al freddo e all’oblio. Questa malinconia ambientale, la solitudine e il senso di tragedia che gravano su tutti i personaggi, i temi del duello e della caccia non possono non richiamare i toni del western crepuscolare, che Martin riesce a combinare con maestria con l’atmosfera fantascientifica. Dove il meccanismo rischia di incepparsi è quando l’autore infarcisce i dialoghi di informazioni sull’ambientazione da lui creata, non senza un certo autocompiacimento. Se da un lato ciò è necessario per entrare nelle logiche che governano le azioni di Jaan e Garse, dall’altro l’eccesso di infodump talvolta soffoca il ritmo dei dialoghi e in alcuni casi genera un vago senso di confusione.
Nonostante certi difetti, però, In fondo il buio è senza dubbio un romanzo interessante, vuoi per la storia avvincente, vuoi per l’introspezione psicologica credibile e drammatica, vuoi per l’approccio crepuscolare alla fantascienza, vuoi per la forza dei personaggi e delle loro motivazioni, vuoi per l’interessante invenzione della società di Alto Kavalan. Un Martin grezzo ma già talentuoso, che vale sicuramente la pena conoscere.

Titolo: In fondo il buio
Autore: George R. R. Martin
Editore: Gargoyle
Dati: 2012, pp.364, euro 16,90
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L’unica qualità che riscatta l’universo è la sua indifferenza

Le belve è un romanzo ingannevole. Lo apri, leggi le prime righe e subito la grande mano di Don Winslow ti afferra e ti scaraventa nel confine fra Messico e California, a seguire le imprese di Ben e Chon, amici e spacciatori, costretti a una narco-guerra che sanno di non poter vincere ma dalla quale non possono tirarsi fuori, pur di salvare la loro amata Ophelia, per gli amici O. C’è gente che muore, spesso molto male e raramente nel proprio letto; c’è il sesso; c’è il tema dei pochi e caparbi eroi contro l’esercito dello spietato villain; c’è il degenero di un’umanità trascinata in assurde lotte per un potere che, in fondo, sono in pochi a volere davvero; c’è l’irrazionalità dei sentimenti come motore del tutto; c’è l’ineluttabilità del destino. Insomma tutto quello che serve per un noir solido e coinvolgente. E tu sei lì che leggi, non ce la fai a smettere, sei catturato dalla prosa asciutta e brillante, dai dialoghi precisi e taglienti, dal black humor da gangster, dallo snodarsi ben calibrato della trama, da un ritmo che non cala, da una tensione costante, da un taglio estremamente cinematografico (ammesso che i tuoi gusti lo ritengano un pregio). Ridi, ti esalti, ti preoccupi, fai il tifo per i buoni – laddove buoni è un termine da prendere con estrema cautela – finisci di leggere, chiudi il libro e dici “wow”.
Poi ci pensi su e pian piano tornano a galla quei dettagli ai quali, nell’impeto della lettura, avevi dato poco peso: lo scarso spessore dei personaggi, certe trovate stilistiche – parole allineate al centro, capitoli di tre righe – piuttosto gratuite, le critiche al consumismo un po’ tirate per i piedi. Quando poi scopri che il libro è già diventato un film, diretto nientemeno che da Oliver Stone, il cui nome peraltro compare già nei ringraziamenti, ti viene quasi da pensare che Winslow abbia rimaneggiato una sceneggiatura per poi vendertela come un libro, addirittura ti sfiora il dubbio che si tratti di un’astuta operazione di marketing per lanciare il film.
Il tuo giudizio rimane quindi in sospeso, diviso fra la frenesia che ti rapiva mentre leggevi e la sensazione che l’autore abbia voluto darti esattamente quello che volevi senza sbagliare nulla nel prepararti questo regalo, nemmeno la carta con cui l’ha impacchettato. Insomma, ti sei accorto di essere stato artatamente sedotto e non capisci se ciò ti abbia dato fastidio oppure no.
Forse un po’ sì e probabilmente Winslow ha scritto di meglio. Ciò non toglie che mentre seguivi le imprese di Ben, Chon, O e tutti gli altri tu ti sia ritrovato proprio lì, ad annusare i profumi del Messico, a viverne la tensione, a rimirare le spiagge californiane e ad assaporare il miscuglio di paura e adrenalina appena prima di un agguato. E scusate se è poco.

Titolo: Le belve
Autore: Don Winslow
Editore: Einaudi, Stile libero Big
Dati: 2011, pp. 456, euro 19,50

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