Bauman-Galimberti: dialogo a distanza nel mare della psicoterapia

C’è un frizzantino dialogo a distanza nelle pagine del libro Il nostro mare affettivo (Alpes edizioni) che è  la trascrizione di un convegno del 2010 della Federazione italiana delle associazioni di psicoterapia, ma anche una riflessione globale, con tanto di contributi esterni, sul compito e sul senso delle psicoterapie in Italia negli ultimi 20 anni. Il dialogo a distanza è tra un sociologo, cittadino del mondo, e un filosofo che è insieme antropologo e fenomenologo. Il libro ospita, infatti, un’intervista a Zygmunt Bauman, il sociologo più famoso al mondo, inventore della categoria della ‘liquidità’ per interpretare il ‘clandestino’ vivere post-moderno e un paio di capitoli che riportano gli interventi di Umberto Galimerti al convegno già citato. Bauman sostiene che per capire quanto il senso della psicoterapia sia cambiato bisogna rivolgersi alla letteratura e leggere o rileggere per esempio I Buddenbrook di Thomas Mann, saga di una ricca famiglia di mercanti. Nel XIX e XX secolo, secondo Bauman, mantenere lo status sociale di rispettabili borghesi era facile purché si aderisse a regole precise, “perché tutto il mondo era un mondo di prescrizione e proibizionismo”. Lo stile di vita era stabile, i cambiamenti erano molto lenti. Oggi invece vige l’assenza di regole, valori, la cosiddetta ‘generazione Y’ vive una stabile instabilità. L’impermanenza è applicata ai consumi: la rapidità con cui si cambia auto, cellulare, partner, vita, almeno in apparenza, è diventata sinonimo di capacità e successo sociale.  Anche il pensiero, le idee risentono di questa instabilità.

Forte di questa analisi, Bauman ritiene che la psicoterapia sia nata come “una componente indispensabile nel mondo moderno” per aiutare i cittadini non in grado di integrarsi a un simile sistema. All’origine della modernità infatti, secondo il sociologo c’è l’idea di un individuo facilmente suggestionabile e dell’uso delle terapie mentali a beneficio di reietti della società, disadattati. Con Freud però si fa strada l’idea che potenzialmente la patologia è sempre in agguato e nessuno è sicuro in casa propria. “Adesso sfortunatamente non c’è un traguardo, c’è l’orizzonte. E come sapete, quando ci si avvicina all’orizzonte, l’orizzonte si allontana, quindi non si raggiunge mai”. Il mercato si adegua meglio e in tempi più veloci agli utenti non dovendosi confrontare, come nel caso di chi svolge professioni d’aiuto psichico, con rigorosi codici professionali. La ‘generazione Y’,  generazione triste, fornirà secondo Bauman prossimi ‘clienti’ agli psicoterapeuti, clienti con una visione del mondo come gigantesco contenitore pieno di opportunità e di pezzi di ricambio ma senza punti in cui ancorarsi. Anche la famiglia è liquida: molto poco oggi è condiviso nel suo ambito. La famiglia prima era unità di consumo e produzione: oggi stazione di sosta obbligata per mancanza di risorse proprie. Allora insegnanti e psicoterapeuti sono esposti, più dei propri studenti o pazienti, all’invecchiare precoce  di conoscenze, regole e norme. Molto difficile dunque il loro ruolo.  Galimberti nel capitolo intitolato ‘dialogo sulla modernità’ precisa che le analisi della società di Bauman evidenziano i sintomi ma non spiegano le cause, non vanno al cuore del problema, molto più disperato: “siamo entrati nell’epoca che Nietzsche definisce nichilista: manca cioè lo scopo,  il perché, tutti i valori si svalutano. È  finito tutto l’ottimismo di cui era animata la cultura occidentale grazie al cristianesimo”. La fiducia sconfinata nel futuro  è svanita. “La speranza – sostiene Galimberti – è un sostantivo della passività ma in un contesto cristiano diventa figura di fiducia nel futuro”.

Dio è morto, non fa più mondo. I giovani, al massimo della forza biologica sessuale ideativa, sono stroncati in partenza. Occidente vuol dire terra del tramonto e probabilmente per il filosofo è davvero giunta l’ora di tramontare. Per Bauman siamo in una società liquida dove tutto è possibile; per Galimberti in una società ‘fortemente cementata’ dove la libertà significa solo “possibilità di revocare tutte le scelte”. In questo contesto la psicoterapia o le psicoterapie devono vedersele con individui non più alle prese con repressioni del Super io ma in cerca d’autore e di senso, carenti di biografia perché la biografia è data da scelte irrevocabili mai compiute; individui costretti a scambiare l’identità per la funzione che l’apparato dà. La società pretende che decliniamo un nome e una qualifica perché “esistenza e funzione sono oggi imprescindibili”. Annientati Super-io e senso di colpa, vige il disagio da senso di inadeguatezza. Si vive di presente assoluto consumando finché c’è e si può. È questo l’ospite inquietante che non si può mettere alla porta perché non è che mettendolo alla porta scompaiano crisi d’ansia, insonnia e altri sintomi sparsi. Che poi, se ci chiediamo cosa davvero sia questo nostro corpo, nessuno ancora lo sa bene, anche se i medici per via riduzionista l’hanno inteso quale  contenitore di organi. E la psiche? Cosa è la psiche? È l’intangibile del corpo. “La psicologia è arte dell’interpretazione” per Galimberti e malgrado le sue pretese scientifiche cade nella contraddizione di voler rendere universali considerazioni che partono dall’unicità dell’individuo. La psiche nasce nel ‘700 come cura dell’anima; in un certo, sostiene il filosofo con sdrucciolevole ironia la psicologia “lavora sui rifiuti della medicina”, su ciò che la medicina del corpo non sa catalogare. Passati dalla società della disciplina alla società dell’efficienza (Ehnrenberg)e il prevalere del ‘modello della razionalità tecnica’ vuole che si debba essere funzionali all’efficienza del sistema. Il mondo della vita è espulso. L’individuo è costretto a una schizofrenia funzionale. La psicoanalisi funziona nella società della disciplina. In quella della tecnica secondo Galimberti il raggio d’azione si restringe: il problema è la ‘disidentità’: non si percepisce più il senso della vita. L’apparato espelle chi non è funzionale. La ricetta del filosofo è tornare alle origini, ricongiungersi alla cultura greca  per cui il tempo era circolare per cui non aveva il senso del futuro bensì della morte quindi del limite umano. Infatti ammoniva: conosci te stesso ma soprattutto conosci il tuo limite.

Titolo: Il nostro mare affettivo. La psicoterapia come viaggio
Curatore: Patrizia Moselli
Editore: Alpes Italia
Dati: 2011, 368 pp.,  25,00 €

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