Uomini e gatti

Il gatto (senza nome) della storia acquista per caso – forse per crimine? – il dono della parola e inizia a farne un uso candido e sconveniente, dicendo tutto quello che gli passa per la mente: verità che feriscono, il suo amore non proprio pudico per la bella padroncina, contraddizioni teologiche di ispirazione evoluzionistica e diverse bestemmie. Questa trama fiabesca, un po’ alla Perrault ma piena già di spunti divertenti sulla ricchezza o la pochezza della fede, si complica quando il rabbino Sfar riceve dalla Russia una pesante cassa piena di libri e talmud salvati alla rivoluzione e scopre che contiene anche… un pittore russo! Scampato ai pogrom, il correligionario biondo è determinato a partire alla ricerca della mitica “Gerusalemme nera”, la città segreta in cui, secondo le informazioni riservate della polizia sovietica, vivrebbero gli ebrei discendenti di re Salomone e della regina di Saba.

Nonostante la resistenza e la disapprovazione dell’ala più conservatrice della comunità, il pittore – grazie anche all’aiuto del gatto, che fa da interprete – convince il rabbino a organizzare questa grande avventura, coinvolgendo Vastenov, ex soldato zarista rifugiato ad Algeri, e lo sceicco (che per i musulmani significa “venerabile”) Mohammed, anziano cantore sufi che condivide col rabbino età, saggezza, lo stesso cognome e un illustre antenato. La carovana attraversa il cuore dell’Africa, diretta verso il confine fra Etiopia e Sudan, e ogni tappa è una meravigliosa scoperta: la natura, gli animali, uomini bianchi bizzarri (uno, in particolare, somiglia stranamente al protagonista del fumetto belga Tintin), paesaggi incredibili, tribù lontane ciascuna con le proprie musiche e tradizioni.
E il giovane russo incontra, naturalmente, anche l’amore, con le fattezze della bellezza africana. Quale posto al mondo, allora, potrebbe essere più perfetto per loro se non la comunità ebraica d’Africa? Ma in questa storia tutta all’insegna delle diversità (ebrei e musulmani, colonizzatori e colonizzati, bianchi e neri, uomini e gatti), il viaggio verso la tolleranza sembra non dover finire mai…

Il film porta per la prima volta sul grande schermo l’omonima serie a fumetti francese, successo di pubblico piuttosto inatteso per una collana ambientata nell’Algeria degli anni Venti; la versione cinematografica condensa e riassume le avventure di tre volumi (Il Bar Mitzvah, Il malka dei leoni e La Gerusalemme d’Africa), e risente un po’ di questo sforzo di sintesi, nel quale si perde soprattutto l’affascinante riflessione del gatto su quanto fosse più semplice e povero di incubi il suo mondo senza la parola. Rimane invece intatta la bellezza dei disegni di Joann Sfar (sì, l’autore si chiama come il rabbino; e il suo vero gatto fa da modello per il protagonista) e nella resa filmica si prova la stessa emozione leggermente retrò che a sfogliare l’album cartaceo.

La storia, con le sua piccole trame che si intrecciano, è una metafora semplice e efficace su come la tolleranza possa essere – e probabilmente dovrebbe essere – una forma normale e naturale di convivenza e su come non già le religioni ma certe loro interpretazioni, invece, si mettano tante volte di traverso all’insegnamento comune e fondamentale “ama il prossimo tuo come te stesso”. Gli ebrei neri, peraltro, esistono davvero e si chiamano “falascià”; il regista rumeno Radu Mihăileanu (lo stesso di Train de vie e Il Concerto) li racconta nel bel film Vai e vivrai; ma questa è decisamente un’altra storia.

 

Le chat du rabbin, FR 2011
regia di Antoine Delesvaux e Joann Sfar
dall’omonima serie a fumetti di Joann Sfar
durata 100 minuti

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