Tutto è vanitas: beato però chi può circondarsi di cose vane!

Di tutte le vanità, la più vana è l’uomo, rifletteva il filosofo francese Michel de Montaigne. Ragion per cui ci sono stati uomini che si sono circondati di vanità. L’intento era ricordarsi, circondandosi di bellezze (vane) di non farsi soggiogare dalla vanità, ma guardarle per pescare il senso: tutto è effimero, caduco, mortale. Da Orazio (e anche prima di Orazio) in poi siamo in preda al sentimento della dissoluzione. Strano e curioso con queste premesse l’impatto con ‘Vanitas’, (Lotto, Caravaggio, Guercino nella collezione Doria Pamphilj), mostra visitabile fino al 25 settembre a Roma, a palazzo Doria Pamphilj, in via del Corso, un tempo chiamata via Lata. Impatto curioso innanzitutto perché se decidete di fare la visita, scoprirete subito che non siete in un luogo qualsiasi, in un luogo neutro né ‘neutrale’, come può esserlo un museo. Siete in una casa piena di vanità diventata casa-museo. La casa di quella che fu una tra le più potenti famiglie nobiliari romane e poi romana-genovese con l’unione dei Pamhilj ai Doria, aperta al pubblico per volere degli eredi nel 1996, perché la vanità coltivata per amor del bello e monito a ricordare, patrimonio ed eredità di famiglia, è parecchio dispendiosa a mantenerla. Scelta come residenza ufficiale da Camillo Doria nel 1647 (al posto dello storico palazzo Pamphilj di piazza Navona oggi sede dell’ambasciata brasiliana) per non dare troppo nell’occhio ed evitare lo scandalo da che Camillo, fatto cardinale dallo zio, papa Innocenzo X, nel 1647 rinuncia alla porpora per sposare Olimpia, nata Aldobrandini, (già vedova di Paolo Borghese), nella casa  non c’è metro quadro che non abbia peso specifico in fatto di arte ed è difficile trovare uno spazio vuoto che dia riposo agli occhi.

Secondo occhi esperti, l’architettura del monumentale palazzo (per ampliarlo furono comprati e demoliti caseggiati e un  convento sia pure contro la volontà dei gesuiti del vicino collegio romano) in sé non è di grande rilevanza, ma guai a disdegnare il cortile e le pregevoli arcate rinascimentali. È vanitosa ma notevole invece la decorazione della galleria, dovuta a Pietro da Cortona, che ne fa un gioiello del barocco e la galleria stessa per la collezione di opere d’arte che racchiude. Grazie al mecenatismo e al culto delle arti di Camillo e Olimpia prima e del loro figlio poi, che  divenne il cardinale Benedetto Pamphilj (ed ebbe tra i suoi protetti il musicista Handel) nella collezione di famiglia ci sono opere di Caravaggio, Raffaello, Tiziano, Parmigianino, Velasquez e Bernini sparse tra le pareti interamente occupate. E poi Caracci, Domenichino, Guercino, Filippo Lippi, Brueghel il vecchio, Sebastiano del Piombo, Raffaello, Guido Reni, solo per citare i celebri: la galleria è una delle più grandi collezioni private d’arte a Roma. A Camillo si deve, l’acquisizione di meraviglie come il Ritratto di Innocenzo X di Velasquez, le tele di Mattia Preti, ma soprattutto di due opere caravaggesche: il celebre Riposo durante la fuga in Egitto e la Maddalena penitente, capolavori giovanili. Al cardinal Benedetto che fu poeta tra i fautori dell’Arcadia e autore dell’opera ‘Il trionfo del tempo e del disinganno’ musicata proprio da Handel, si deve l’acquisizione delle opere di pittori fiamminghi, una collezione nella collezione.

Impossibile rincorrere la storia del palazzo che è tutt’uno con la storia familiare che a sua volta vede intrecciate e fuse le storie di più casate nobiliari e richiederebbe una scienza genealogica per venirne a capo. Certo è che mentre si vaga tra le sale muniti di una sorta di grande citofono, che chi parla bene chiama audio guida, dal quale la voce di un erede spiega ogni sala, ci si chiede smarriti dove sia la mostra perché tutto è in mostra, tutto fa parte dell’ambiente quale fenomeno estetico-vanitoso e la mostra di per sé è quasi marginale rispetto al grande teatro delle sale. Curioso è notare nella visita particolari della vita quotidiana attuale degli eredi, dal momento che la casa museo è regolarmente abitata: siano essi cornici con fotografie su un tavolino, come succede in ogni casa,  o una stufetta, perché deve essere rigida la permanenza in inverno in locali tanto grandi. La galleria che si diparte in 4 bracci con due grandi sale adiacenti è gremita di quadri, certo di pregio differenziato, riepilogativi di tanta storia dell’arte europea dal XV al XVIII secolo, purtroppo la maggior parte non valorizzati dall’illuminazione né da un supporto esplicativo (malgrado il prezzo del biglietto, 10 euro e 50, un po’ caro). Finché inizia il percorso vero e proprio della mostra: tutto lascia pensare che i curatori abbiano voluto dare risalto a quadri della collezione altrimenti in ombra unificati, forse con qualche forzatura per restare nel tema, dal motivo della vanitas.

Una prima sezione è dedicata alla pittura di genere, le nature morte: c’è tutta una corrente naturalistica sei e settecentesca che raffigura in tutti i modi possibili e immaginabili tavole imbandite, frutta, fiori, cacciagione, elevati a simbolo della caducità dell’esistenza. Memento di cui gli esponenti della casata nobiliare non volevano privarsi. Nella seconda sezione, prevalgono i temi sacri, si esplora l’origine religiosa del tema: sono rappresentati i santi. Spiccano capolavori come il San Girolamo di Ribera (San Girolamo è il santo che con la Vulgata importa nel mondo latino il concetto di Vanitas), ma soprattutto la Maddalena penitente, opera di un Caravaggio agli esordi, all’insegna dei colori chiari, insoliti rispetto ai cromatismi e ai chiaroscuri che rendono inconfondibile Michelangelo Merisi, tuttavia già geniale nella trovata di una Maddalena iperrealista, persino molto moderna perché colta nella dimensione psichica della separatezza, concentrata in una dolente riflessione solitaria. Accanto a sé, gioielli abbandonati che raccontano la sua rinuncia all’effimero della vanità femminile. La terza sezione è dedicata al ritratto dei filosofi che diventa occasione per una riflessione moralistica sull’esistenza umana. Spicca il ritratto di un uomo trentasettenne di Lorenzo Lotto, forse un autoritratto, forse un vedovo. L’uomo emana malinconia ed è avvolto in un vuoto quasi metafisico. Infine teschi, gioielli, belletti e specchi ricordano la natura effimera della vita terrena, richiamano la ‘vanitas vanitatum et omnia vanitas’  del Qohèlet biblico, e si propongono come tema di riflessione attuale.  Poco attinente sembra la presenza della foto dei cinque ultimi eredi della famiglia. La vita è breve e si deve ricordarlo, ma si deve anche viverla pienamente sembra ricordare il percorso espositivo che segue le passioni e predilezioni del cardinale. Eppure, di contro, viene in mente Mario Praz, critico d’arte, saggista e possessore di una casa, diventata anch’essa casa museo, sempre a Roma. Per Praz, la casa è l’anima, non averla è essere come chiocciola priva di conchiglia. Ma soprattutto ”questo è nella sua ragione più profonda, la casa: una proiezione dell’io; e l’arredamento non è che una forma indiretta del culto dell’io”. Talvolta i confini tra esaltazione dell’io e monito moralisteggiante in forma estetica sono a tal punto labili da svanire.

Data Inizio:21 maggio 2011
Data Fine: 25 settembre 2011
Costo del biglietto: 10,50 euro
Luogo: Roma, Palazzo Doria Pamphilj
Orario: Aperto tutti i giorni dalle 10.00 alle 17.00
Telefono: 06 / 679732
Sito Web: http://www.mostravanitas.com

0 risposte a "Tutto è vanitas: beato però chi può circondarsi di cose vane!"

  1. Elena Bibolotti 30 giugno 2011 / 8:32

    Finalmente qualcuno ne parla. Il Palazzo contiene dei capolavori fiamminghi rari ed è sempre poco visitato, è un peccato visto quanta bellezza ha alle pareti. Grazie per l’articolo.

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  2. Piera 30 giugno 2011 / 8:45

    Sicuramente è una miniera quella galleria. Però probabilmente, a dispetto dei suoi tesori, è poco visitata perché il biglietto è caro e a dispetto del prezzo del biglietto, non è valorizzata quanto dovrebbe. L’audioguida spiega sommariamente la storia delle sale e di qualcuno tra i quadri più importanti. Tutto il resto è ‘in ombra’, alla lettera e non, e se non sei uno specialista, a parte l’istintiva estasi oculare non riesci ad apprezzare i capolavori presenti più di tanto

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  3. Guendalina 3 luglio 2011 / 2:51

    Ho saputo della mostra qualche giorno fa e avevo proprio intenzione di andarci…
    hai fatto una recensione bellissima…
    ciao!

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