Scrivere? Gioco di prestigio o fallimento ben riuscito

Scrivere è la conseguenza di un’ipermetropia del pensiero: fa affiorare un eccesso di vista e visioni interiori. Ancor prima di comporre anche solo una frase, scrivere è uno stato mentale, un modo di stare al mondo, di respirare, di dirigere i sensi,  di articolare o disarticolare in testa emozioni, suggestioni, impressioni di vita. La condizione psichica di chi non sa e non può assuefarsi alla realtà data, di chi ha un surplus d’attenzione verso ciò che lo sguardo comune non coglie; di chi cova un’urgenza. E  paga pegno con un inesauribile rovello mentale da cui scaturisce una sinfonia o un gracchiare di corvi o tutte e due insieme; pur sempre un atto creativo, determinato e subìto, una magia che resta sempre inspiegabile e lascia stupito per primo chi la compie.

Paolo Di Paolo, svela la sua fenomenologia della scrittura, racconto che tocca prima o poi a ogni scrittore, come fosse il primo uomo sulla terra a cimentarsi nel gran travaso di mondi dalla mente alla pagina scritta. Racconta il suo stato mentale, dono e limite da forzare a un tempo se la sensibilità eccede, in una conversazione racchiusa in un libro in miniatura dal mirabolante titolo Scrivere è un gioco di prestigio.  Fa piacere seguire questa conversazione in forma di lettura. Fa piacere per una molteplicità di motivi. Dalla letteratura e zone limitrofe, ecco un bel segnale in controtendenza rispetto ad altri ambiti, mortificati e mortificanti, della realtà italiana: la gerontocrazia può crollare sotto il peso dei talenti. Chi ha talento può essere anagraficamente molto giovane (specie rispetto agli standard di un Paese che, il Censis lo ricorda ormai quasi tutti i giorni, ha soglie di sbarramento alle professioni di ogni genere, specie anagrafiche), ma portare una compiutezza interiore unita a una competenza che valicano qualunque età. È il caso di Paolo Di Paolo, classe 1983, scrittore e critico, spesso definito con un’espressione convenzionale troppo riduttiva enfant prodige, ha esordito nel 2004 con i racconti Nuovi cieli, nuove carte (Empirìa 2004, finalista premio Italo Calvino per l’inedito 2003), ma già a 15 anni era “di casa” nelle stanze insuperate di Indro Montanelli sul Corriere della Sera, e si avventurava nei territori della scrittura e del giornalismo.

Qui subentra un flashback personale: una redazione di un quotidiano locale ai Castelli Romani dove Paolo si presentò giovanissimo per arruolarsi come collaboratore, ma era già da subito over-size rispetto alle ristrettezze delle circostanze e dell’ambiente; troppo dotato per uniformarsi a chi ciancica parole maltrattate e abusate come spesso fanno i cronisti, specie poi nelle ristrettezze di un angolo di provincia mai emersa da una marginalità culturale. Tra la cronaca di una voragine alle Barozze (strada dei Castelli), i rimpasti delle voraci giunte locali e la contestazione dei venditori di porchetta da titolare in prima pagina, ovvio che uno spirito dotato non poteva trovare una sua collocazione. Chiusa parentesi.

Fa piacere registrare anche la giovane età dell’autore dell’intervista, Stefano Giovinazzo, editore della casa editrice “Edizioni della sera” nata nel 2009 che nella collana La bussola, di cui il libro intervista fa parte, vuole dare spazio a voci autorevoli del presente. Autorevoli non per età, ma per competenza e ricchezza di doti. In questo caso, in fatto di scrittura. Potremmo riconoscere tra le righe dell’intervista, indicazioni valide per questo millennio. Una lezione non americana per fare il verso a Italo Calvino, ma con solide radice letterarie italiane sia pure esportabile in qualsiasi luogo e sincronizzata su un presente globalizzato. Superato il pudore iniziale, Paolo Di Paolo, ha accettato di lasciarsi andare al ruolo di testimone, testimone del nascere della sua stessa scrittura (ha già alle spalle una notevole produzione, ma tra le opere più recenti i romanzi Raccontami la notte in cui sono nato, 2008; Questa lontananza così vicina, 2009;  il saggio, Dove siamo stati felici. La passione per i libri, 2009). Se la scrittura nasce da un’urgenza, è per lui il “riflesso di una ipersensibilità che si esercita, anche ossessivamente, su dettagli che molti trascurano”. La produzione di una vita poi, non è che il ritorno, altrettanto ossessivo, sul primo libro in cui è già contenuto il modo unico in cui uno scrittore declina l’essere.

La scrittura è magia, crea la realtà ma per esercitarla questa magia, a parte la peculiare conformazione mentale e sensoriale di cui si è detto, Di Paolo segue regole precise, si affida all’esperienza di padri e madri letterari. Anche distanti anni luce. Come Manzoni che ammonisce che “per imparare a scrivere bisogna leggere”. Intanto “frequenta” tanti scrittori contemporanei capaci di produrre “libri interstiziali”, in cui i grandi snodi della nostra epoca sono trasferiti in “uno spazio di realtà minimo”,  usando “il piccolo anziché il macroscopico”. Tra i suoi autori, Sebald degli Anelli di Saturno; Jonathan Safran Foer di Molto forte, incredibilmente vicino e Ogni cosa è illuminata; Uwe Timm de L’amico e lo straniero. La magia non si produce se uno scrittore non sia capace di sentire “come vera patria la propria lingua”, e di riferirsi a “una geometria linguistica precisa”. Altro ingrediente fondamentale sono i contatti magici: ciò che Di Paolo chiama “ermeneutica della sollecitazione”, ovvero il dialogo con scrittori di riferimento da lui cercati e “trovati” (Aldo Busi, Antonio De Benedetti, Dacia Maraini, Raffaele La Capria, Antonio Tabucchi) a cui fare quelle domande che in fondo si stanno facendo al proprio nucleo segreto che cerca una gamma di risposte attraverso un continuo confronto dialogico.

Il mestiere dello scrittore, nasce da una passione o da uno “stato di grazia”, poi diventa un continuo esercizio sui testi degli altri e sul proprio immaginario per ripetere quella magia un certo numero di volte. Allora la scrittura semplicemente avviene e si impone come una necessità, ha una propria vita che si afferma nel mistero della creazione. “Come se ogni libro fosse un piccolo fallimento riuscito”. Altrettanto enigmatica la ragione per cui ci si dimeni nella dualità tra scrittura e vita. Scrivere è anche sottoporsi a continue trasfusioni, donare la propria linfa al mondo perché il mondo conservi traccia della donazione. Restano pietra miliare per Di Paolo le parole di Truman Capote nella prefazione di Musica per camaleonti: “Poi un giorno mi misi a scrivere, ignorando di essermi legato per la vita a un nobile ma spietato padrone. Quando Dio ti concede un dono ti consegna anche una frusta; e questa frusta è intesa unicamente per l’autoflagellazione”.

 

Titolo: Scrivere è un gioco di prestigio
Autore: Paolo di Paolo, Stefano Giovinazzo
Editore: Edizioni della Sera
Dati: 2010, 68 pp., 5,00 €

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