Last Night i had to live it – Shout Out Louds à Paris

Avevo comprato il biglietto per vedere gli Shout Out Louds a Parigi per tempo, anche l’aereo non mi era costato tanto. Per una strana congiunzione astrale mi ero ritrovato pronto per partire ad un ragionevole numero di mesi di distanza dalla data stampata su entrambi i biglietti. Bene, mi ero detto, ora non resta che aspettare.

Solo che chiaramente poi devi fare i conti coi francesi e i francesi, si sa, non sono mica gente facile. Loro si incazzano se per caso qualche politicante o presunto tale, eletto da loro tra l’altro con un consenso pressoché plebiscitario, infierisce sui diritti civili non solo di popolazioni straniere ma anche di coloro che in quella nazione ci sono nati e, per lei, hanno sputato il sangue, magari da generazioni. Ebbene i francesi non li devi sottovalutare perché loro, tornati dalle vacanze (le ferie sono sacre anche per l’animosità pasionaria transalpina), ti organizzano in quattro e quattro otto uno sciopero (une grève, così dicono loro) che ti blocca tutto ma proprio tutto, compresi gli aerei. Compreso quello che il 12 ottobre 2010 alle ore 13 avrebbe dovuto portarmi da Milano Linate a Parigi Orly con un giorno di anticipo in modo da fare un giretto per la città come abbinamento perfetto alla serata successiva che avrebbe visto il gruppo di Stoccolma imbracciare gli strumenti alla Maroquinerie.

E vabbè, che fai allora, un po’ imprechi, ma solo un poco visto che quantomeno i francesi rinsaviscono e si scagliano con decisione e durezza contro ciò che reputano sbagliato, ma soprattutto ci si scagliano in massa. Cosa che, ti viene da considerare, nel tuo paese, o nazione se proprio vogliamo sdoganarla da un’aurea di provincialismo che ormai sembra impossibile scrollarsi di dosso, non è accaduto e con ogni ragionevolezza non accadrà.

Ti informi allora, vedi quello che puoi fare e noti, con una certa diffidenza che per il giorno dopo lo sciopero non c’è e che il cambio prenotazione è gratuito. D’istinto, con un paio di click, cambi cifra nel calendario elettronico del sito web e ti ritrovi in mano un altro biglietto, sempre Milano Linate – Parigi Orly.

Ok, provi a rilassarti, la situazione sembra ripristinata salvo aver perso le ventiquattr’ore parigine antipasto del concerto. La mattina di mercoledì ti svegli di buon’ora prepari la borsa e vai spedito verso l’aroporto. Tutto sembra andare per il verso giusto quando, dieci minuti prima dell’imbarco, viene annunciata un’ora e più di ritardo, ora e più che passerai a sudare e a inveire  perché pensi, e ne sei convinto, che ormai tutto andrà per il peggio, lo sfacelo, quello grosso, perdere il concerto cioè, non è più un lontano miraggio ma realtà concreta e tangibile.

Ma niente di tutto questo accade. Sali sull’aereo e, credendoti furbo, scegli un sedile tra le prime fila che dà sul corridoio, in modo tale da potertela svignare quanto prima ad atterraggio avvenuto. Vicino a te una anziana coppia di francesi, tranquilli, certamente più di te. Lei guarda fissa fuori dal finestrino, lui, inforcati gli occhiali da vista, si concentra su innumerevoli tavole di sudoku che risolve a velocità da record. Indossi le cuffie e, naturalmente, continui ad ascoltare loro, gli Shout Out Louds, almeno fino a quando puoi. Ti concentri su te stesso dunque e apri anche il libro: così se ne va l’oretta di volo.

Nel frattempo il signore accanto a te, quasi senza alzare lo sguardo dal giornale di enigmistica, stappa una bottiglia di rosso acquistata dal personale di bordo e per il resto del viaggio il tuo sguardo ondeggerà dalle righe del romanzo a cui ti sei appassionato al bicchiere di vino, che a te sembra sempre più in bilico sul tavolinetto ribaltabile. Ma sei anche ammirato da quell’uomo (improvvisamente la categoria uomo sopprime quella vecchio) perché fa fuori un mezzo litro così, in due sorsi, senza che questo possa in qualche modo influire sulle sue capacità logico-matematiche: continua infatti, imperterrito, a riempire caselle di numeri e a far scivolare pagine e pagine sotto le sue dita. Provi a controllare, a un certo punto ti dici: “Ma dai bara, non può essere”. Non puoi dimostrarlo però perché, da sempre, tutto ciò che ha che fare con numeri e guazzabugli logici lo hai considerato tabu in quanto avrebbe potuto essere foriero di brutte notizie per il tuo ego. Quindi chiudi tutto e ti concentri sull’atterraggio che ormai pare imminente.

Messo piede sul suolo francese e beccato uno dei miei compari improvvisamente mi rilasso e rivengo. A Parigi è una magnifica giornata e non abbiamo nessuna intenzione di passarla in casa. Abbiamo tutto il pomeriggio davanti quindi stappiamo un paio di birre e ci facciamo un giro della città in attesa dell’altro da Bologna. La notizia sensazionale è che, come a Londra, Parigi è piena di Off License quindi la birretta cheap non ci abbandona mai come da tradizione per trasferte del genere.

Passeggiando per le strade della città, in un pomeriggio assolato e limpido come questo, con i monumenti e i palazzi nordeuropei sento di aver fatto la scelta giusta, che questa è l’unica scenografia possibile per una band dal suono prettamente europeo, elegante ma allo stesso tempo un po’ boheme come gli Shout Out Louds. Chiaramente esagero, enfatizzo ma lasciatemi le mie impressioni da ragazzino in gita di terza media.

Usciamo di casa in orario e arriviamo alla Maroquinerie durante il set dei baden baden (minuscolo perché ci sono anche i Baden Baden). Decidiamo su due piedi di andarci a fare una birra, il locale in cui la band francese si sta esibendo è troppo pieno, non si respira. Allora su in terrazza a chiacchierare un po’: siamo a Belville o lì vicino e immediatamente tutto si ammanta di poesia francese, è vero che a Parigi ci si sente speciali, la città e le sue suggestioni vivono davvero, non è uno scherzo.

La gente risale a prendere aria segno che i Baden Baden hanno terminato. La Maroquinerie è su due livelli: uno adiacente alla strada, la terrazza appunto (o meglio il dehor visto che traduco alla lettera e male credo terraçe) e poi giù per le scale due stanze, una piccola dove vi è giusto lo spillatore e il bagno e una grande, abbastanza da contenere un bel po’ di persone, costruita ad anfiteatro, il palco al centro e gli spalti tutt’attorno. Il caldo è sovrumano ma chissenefrega, siamo pronti e si sente un certo friccicore nell’aria, un attesa abbastanza palpabile e devo dire che non me l’aspettavo. Anzi sì, me l’aspettavo perché gli Shout Out Louds non sono un gruppo come gli altri ma, si muovono, a mio avviso, su dinamiche particolari. Alla critica che va per la maggiore loro non sono mai piaciuti e chissà poi perché. E anche gli addetti ai lavori non se li sono tirati più di tanto. Tanto per dirne una Our ill Will in Francia non è uscito e in Italia se non fosse stato per la buonanima della Homesleep non lo avremmo visto neanche noi, senza contare lo zero nel novero dei concerti tenuti nella nostra penisola durante l’ultimo tour. Eppure, nonostante questo, la band di Stoccolma ha un seguito numeroso e rumoroso. I loro concerti sono spesso sold out, il pubblico canta, balla e partecipa a ogni brano dimostrando di averle masticate e assimilate quelle canzoni, che loro non sono il solito gruppo da una botta e via, e che per vederli ci si fa i chilometri, rischiando anche di rimanere bloccati nel limbo spaziotemporale di uno sciopero.

E tutto questo è ampiamente giustificato perché dalla prima canzone fino all’ultima gli Shout Out Louds suonano impeccabilmente, con un’energia da consumato gruppo rock e senza alcuna sbavatura. Con l’aggiunta dei nuovi pezzi del disco ormai la band si trova una scaletta di un’ora e mezza perfetta, piena di singoli, tutti cantati a squarciagola, che si susseguono uno dietro l’altro. E l’approccio, questo tiro sostenuto e allegro che visto i toni di Work proprio non mi attendevo, è da applausi. Sono un gruppo rock cazzo! Esclamo rivolto a non so chi mentre sotto scivolano via Normandie (dedicata alla nuova etichetta francese), Fall hard, Very Loud, 1999, Tonight i have to leave it, The comeback, Parents Livingroom fino ad arrivare all’apoteosi, una splendida versione di Impossible che incanta oltre che per il testo sempre evocativo (i don’t wanna feel like i don’t have a future o ancora your love is something i cannot remember) anche per il delicato equilibrio tra il continuo incalzare del ritmo e le pause enfatiche.  Tutto questo mi fa chiudere gli occhi e rivedere quelle due o tre istantanee di Parigi che mi sono scattato nella passeggiata pomeridiana, Notre Dame, la Rive Gauche, il localino in legno circondato dall’edera, Saint Michel e penso che ho fatto bene a venire, a non demordere, a prendere quest’incoscienza come andava presa, come un’incoscienza appunto e che queste cose ormai si possono fare, basta solo trovarsi un tetto sotto il quale dormire o alle brutte un passaggio per l’aeroporto nel cuore della notte. Che per una volta sono contento di essere nato in questo tempo matto e disperato che ci toglie un sacco di certezze ma che, anche se troppo raramente, ci permette qualche ultima gemma poetica come quella di andarsi a vedere a metà ottobre gli Shout Out Louds a Parigi.

Dopo non rimane molto spazio, loro le fanno tutte, e, più di noi, sembrano commossi. Dice Olenius: “E’ la terza volta che vengo a Parigi e mai mi era capitato di vedere tanta gente”. Prima del bis Bebban lascia il palco addirittura con la mano sulla bocca per lo stupore riservato all’ovazione. E allora concediamogliela questa pantomima, richiamiamoli a gran voce e lasciamo che lascino lì sul palco le ultime energie proprio come noi lasceremo le nostre di fronte a loro. Ed ecco allora Please please please e una poderosa Walls (molto più poderosa che su disco) che chiudono una serata perfetta in maniera perfetta.

A noi non resta che tornare a casa, in Italia, cercando di conservare il più a lungo possibile l’euforia che la serata ci ha destato. Non durerà a lungo ma il ricordo, almeno quello, non appassirà facilmente.

Epilogo

Prendo posto sull’aereo di ritorno mettendo in atto le stesse strategie dell’andata: prime file e corridoio. Accanto a me un’anziana coppia francese, lui gioca a sudoku. Sorrido e mi addormento.

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