Donne in guerra contro la guerra

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Esiste una guerra che si declina al maschile: sangue, nemico, cadavere, scontro. E ne esiste un’altra che si declina al femminile, in cui quelle stesse parole diventano vita, persona, vittima, protesta. Lo Yin del fronte di prima linea e lo Yang delle conseguenze indelebili che esso si porta dietro. Donna come simbolo di una sensibilità che appartiene sì all’universo femminile, ma che, al di là di ogni rigido riferimento di sesso, esprime un più generico sentimento di estraneità, o partecipazione involontaria, all’azione bellica; il fronte “intimo” della guerra, quello più delle volte trascurato e taciuto nei libri di storia.

L’arte, quando si intreccia alla vita per raccontarne le sofferenze e le infelicità, ora sa essere strumento di catarsi, ora diventa mezzo di denuncia, come nel caso delle Donne di terracotta di Marian Heyerdahl, artista norvegese che fa della propria arte un canale per raccontare e condannare i segni inferti dalla guerra, quei dolori che portano in sé i germi del desiderio della rinascita e che si fanno appello di pace.

Traendo ispirazione dall’esercito di sculture cinese in terracotta di Xi’an, l’artista reinterpreta le figure di guerrieri in chiave femminile: non più un’armata pronta all’attacco per difendere l’imperatore, ma, in un rovesciamento semantico, donne-soldato in guerra contro la guerra. Un’opera di rivisitazione che, annullando le barriere tra l’antico e il contemporaneo, pone il proprio messaggio di pace in una dimensione metastorica: la tecnica, il materiale, l’iconografia appartengono al linguaggio formale di quell’antica tradizione cinese del II sec. a.C., ma raccontano storie senza tempo, a sottolineare la triste verità che la storia si ripete e che le vittime di guerra sono percorse da un identico dolore, qualunque sia il contesto storico.

Una cinquantina le sculture dell’intero progetto, otto quelle esposte a Milano presso il Castello Sforzesco, una piccola rappresentanza in grado comunque di testimoniare il carico di tensione emotiva dell’opera. Ogni donna racconta una singola storia, ma il dolore, frazionato in statue, le unisce e le rende un gruppo compatto. Tutte della medesima grandezza, orientate verso la stessa direzione, in una postura pressoché identica, la ripetitività e la somiglianza vogliono come simboleggiare l’identità negata che è conseguenza della guerra; allo stesso tempo ognuna si fa però portavoce di una vicenda personale, racchiusa in un’espressione, in un particolare, in un colore.

C’è l’amore negato della donna vestita a lutto con l’immagine di un uomo sul petto e nella mano un cuore; c’è la rabbia di chi può protestare solo facendo una linguaccia e non ha altro mezzo d’offesa che puntare il dito contro; c’è la preghiera, unica fonte di speranza rimasta; c’è l’effimero con la sua incertezza di vita racchiusa in un kit di sopravvivenza; ci sono il dolore e il sangue che scorrono in un rubinetto come una vena che il corpo non è più in grado di contenere; c’è la menomazione del corpo; c’è l’impotenza che, bianca come la purezza, rivolge verso l’alto il palmo delle mani a chiedere aiuto; c’è la morte che alla cieca scaglia proiettili e urla di dolore.

Erette, con i piedi ben fissati a terra, lo sguardo in avanti, le donne con dignità e compostezza vanno avanti, nonostante la guerra e a discapito del dolore. Hanno muscoli da uomo perché sono donna e uomo allo stesso tempo, sono come la materia di cui sono fatte, la creta, che malleabile e delicata diventa dura e forte dopo la cottura. Sono donne sole, forti, combattive, solidali. Un esercito senz’armi, che fa della propria vulnerabilità la forza per difendere la vita.

Milano, Corte Ducale del Castello Sforzesco

fino al 27 Giugno 2010

Ingresso gratuito

Orari: 9.00 – 19.00

Info: tel. 02 88463700

Marian Heyerdahl

www.amb-norvegia.it

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